6 agosto 2025
https://www.avvenire.it/attualita/don-colmegna-racconta-i-suoi-primi-80-anni_93950
Don Colmegna racconta i suoi “primi” 80 anni.
Ha guidato per quasi 20 anni la Casa della Carità su indicazione del cardinale Martini. «I poveri non sono persone da assistere ma persone da frequentare»

Ha festeggiato sabato scorso 80 anni con gli amici della Casa della Carità che ha guidato per quasi 20 anni su indicazione del Cardinale Martini.Il quale a metà degli anni 90 gli aveva affidato la direzione della Caritas Ambrosiana.
Ha affrontato tante sfide sociali, culturali e politiche sempre e per sempre dalla stessa parte, quella dei poveri. Don Virginio Colmegna oggi dice di aver imparato a dialogare ogni giorno con il limite della malattia, ma prova soprattutto riconoscenza. «Mi ha fatto specie sentire il discorso di Papa Leone al Giubileo dei giovani. Parlava dell’amicizia come bene. Ecco, in questo periodo in cui il Parkinson si fa sentire e riesco a scrivere e a parlare con fatica, ho una gran voglia di ricordare ed emerge una memoria viva soprattutto del senso delle relazioni. Ho tanti ricordi di persone straordinariamente ricche, che sono anche persone povere. Provo riconoscenza per questo cammino straordinario. Il tempo vissuto così è pieno di significati, il tempo regalato nella gratuità porta il tesoro delle amicizie vere».
Chi ricorda in particolare? «I miei genitori, che mi hanno impresso una carica straordinaria per stare dalla parte dei resti, degli ultimi. Mi hanno fatto capire che i poveri non sono persone da assistere, ma persone da frequentare, da cui imparare, con cui condividere, con i quali affrontare debolezze e fatiche. Tra le molte persone che non dimenticherò mai ci sono quelle che hanno vissuto tanto tempo con me nella prima comunità dove sono andato da prete, alla Bovisa, e con cui abbiamo fatto cose difficili in tempi davvero duri. In particolare, con i genitori e la sorella di un ragazzo che è stato ucciso, Luca Rossi, è nata un’amicizia incrollabile».
Parla con speranza dei giovani digitali. «Vederli al Giubileo mi ha dato speranza, perché in un mondo folle, dove il potere dei potenti sembra impazzito, c’è una potenzialità di futuro. Nei loro sguardi ho colto la bellezza, la speranza. Hanno capito che non ci vuole l’io, ma il noi, che le relazioni vere sono importanti. Non me la cavo molto con le tecnologie moderne, all’intelligenza artificiale preferisco quella sapienziale che guarda al futuro. Ma senza voglia di futuro non si riesce a stare con le persone fragili, a condividere, a sognare insieme. C’è bisogno di linguaggi nuovi e loro li conoscono».
Un pensiero va a quello che sta succedendo a Milano. «Più che grattacieli servono case che toccano la terra. La città può e deve ripartire dal bisogno di cultura, dai poveri, dalla fragilità, dalla debolezza, dai centri culturali. Nei poveri c’è un segreto culturale da cogliere. Ecco perché Martini volle creare l’Accademia della carità».
Don Colmegna da anni vive in una comunità per il dopo di noi, Son, la sua ultima creatura.
«Sono partito dall’esempio del cardinale Martini, dalla debolezza, dalla fragilità. In questo momento si pensa ai problemi dei poveri nella dinamica dell’assistenzialismo, della chiusura senza inclusione. A Son vorrei portare invece la continuità di lavoro di un centro studi che cominci a studiare e capire la debolezza, la fragilità come esperienza da cui trarre il bisogno di futuro per dare senso al tempo».
Cos’è la periferia per uno che ci ha sempre vissuto da prete?
«La periferia è dentro di noi. È la periferia esistenziale, la periferia del bisogno di reciprocità, di qualcuno che ci dia la mano a rialzarci e camminare insieme. Sono simbolicamente luoghi carichi di senso, di significato, ma bisogna starci dentro davvero. Vivere in periferia significa fare attenzione alle piccole cose. In una città di anziani, ad esempio, abbiamo bisogno di eliminare le barriere architettoniche, di riempire la solitudine di prossimità. Penso anche alla sfida da rilanciare della salute mentale.Oggi serve che la parola comunità ritorni ad essere viva, che non sia solo raccontata, ma vissuta. Anche questa è la periferia, fatta di affetti, di relazioni, di tenerezza».
A 80 anni cosa vorrebbe fare? «Vorrei tornare a riscrivere questa storia così come l’ho vissuta, ma con l’attenzione ai segni preziosi che magari si sono dispersi, ai piccoli errori fatti, ai fallimenti e alle fatiche. La voglia di pregare, che mi ha sempre accompagnato in mezzo a tante difficoltà, adesso è diventata spiritualità di ricerca. Ormai dialogo con il limite. Davvero i poveri sono un luogo teologico: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri. Vivere con i poveri per diventare poveri per me significa questo».
seguono brani da:
- Dove nasce l’impegno con la disabilità ?
È nata così negli anni Ottanta la comunità Parpagliona, nella periferia milanese, aperta a persone con disabilità e loro familiari. La comunità è nata dove c’era una villetta, piena di rose: per noi un segno, un simbolo.»
Io stesso ho vissuto lì undici anni, insieme a persone con disabilità psichiche e i loro familiari: le storie delle persone con disabilità hanno segnato la mia vita. Grazie a loro ho compreso che a partire dalla fragilità e debolezza si riescono a costruire legami di comunità, fraternità, amicizia.

DON VIRGINO COLMEGNA ( Saronno / Varese, 1945 )
nota :
In un libro a più mani, storia e vita della Comunità Parpagliona di Sesto San Giovanni
Bisognava fare qualcosa
E qualcosa è stato fatto.

Castelvecchi Editore. 2025
da :
21 febbraio 2023
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-02/quo-043/bisognava-fare-qualcosa-e-qualcosa-e-stato-fatto.html
segue :
da BIOGRAFIA DI DON VIRGINIO – alcuni passi / link al fondo
Dal 1993 al 2003 è stato direttore della Caritas Ambrosiana, dando notevole impulso alla sua azione di testimonianza della carità.
Dal 2000 è presidente della Campagna per la Salute Mentale della Lombardia.
All’Università degli studi di Milano-Bicocca, la cerimonia per la laurea honoris causa a don Virginio Colmegna:
Nel 2011 l’Università degli Studi Milano Bicocca gli ha conferito la Laurea magistrale honoris causa in scienze pedagogiche, mentre nel 2014 ha ricevuto una seconda Laurea honoris causa in Comunicazione pubblica e di impresa, insieme a don Luigi Ciotti e don Gino Rigoldi, conferita dall’Università degli Studi di Milano.
Nel 2017 è tra i soci fondatori della Fondazione SON – Speranza Oltre Noi, di cui oggi è presidente, e della cooperativa sociale NIW, New Ideas of Welfare.
Prima la comunità
Nel 2017 ha ricevuto dal Comune di Milano l’onorificenza “Ambrogino d’oro” e nel 2018 è stato insignito dal Parlamento Europeo del premio “Cittadino Europeo dell’anno”.
Fondazione Casa della Carità
A. Abriani Onlus
Via F. Brambilla, 10
20128 Milano
02 25935200
da : Casa della Carità — biografia
«Dopo questa esperienza ( COMUNITA’ PARPAGLIONA DI SESTO SAN GIOVANNI ), e dopo undici anni in cui ho diretto la Caritas ambrosiana, sono tornato nuovamente alle radici dell’aiuto: è nata così nel 2004 Casa della Carità, a Nord-Est di Milano, che accoglie oggi 442 persone».
APRI QUI SOTO PER VEDERE E SAPERE DELLA CASA DELLA CARITA’
Fondazione Casa della Carità
A. Abriani Onlus
Via F. Brambilla, 10
20128 Milano
02 25935200
C.F. 97316770151
Partita IVA: 08241220964
Impossibile non vederla, entrando in via Brambilla da via Adriano, la grande scritta in campo rosso Casa della Carità “Angelo Abriani”. Sta lassù, all’altezza del terzo piano, sulla parete dell’ex scuola che dal 2004 ospita la Casa, come un faro per chi cerca aiuto, ospitalità, accoglienza.
Ma perché quel nome, Angelo Abriani DETTO LINO? Il motivo è presto detto: è lui, veronese di nascita, milanese d’adozione, morto nel 1997 a 98 anni senza figli né eredi, ad aver lasciato all’Arcidiocesi di Milano per l’aiuto ai più poveri tutti i suoi beni, stimati in alcune decine di miliardi di vecchie lire. La somma dalla quale attinse nel 2002 il cardinale Carlo Maria Martini per dar vita alla nostra Fondazione.
LINO, l’uomo della provvidenza, costretto negli ultimi mesi su una sedia a rotelle dopo anni e anni di vita frenetica e intensa, tipica di una generazione di uomini d’affari del secolo scorso.
Lui, figlio di latifondisti, ereditata una fortuna alla morte dei genitori e lasciatasi alle spalle una gioventù dorata (segnata dall’amore per le auto di lusso con tanto di partecipazione ad una Mille Miglia), si era lanciato nel commercio di vestiti di qualità popolare a bassi prezzi.
In pochi anni, aveva trasformato il piccolo emporio con cui aveva iniziato in una grande catena di 27 negozi sparsi per tutta Italia, dal nome Disco Rosso. Un nome, come lui stesso confidava, scelto traducendo alla bell’e meglio in italiano il benaugurante cognome Rotschild, diventato famoso nel mondo per la famiglia di banchieri.
Una scelta che anche la nostra fondazione ha voluto, a suo modo, ricordare chiamando proprio “Disco Rosso” il guardaroba della struttura.

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Crediamo in un mondo dove le persone con disabilità possano vivere senza barriere né discriminazioni. Ci impegniamo per la salute, l’educazione, il lavoro e i diritti delle persone con disabilità dove c’è più bisogno, nel mondo e in Italia.
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![Jaguar head statue, Palacio de Quetzalpapálotl [Quetzalpapálotl Palace], Teotihuacan, State of Mexico, Mexico](https://media.gettyimages.com/id/1699271965/it/foto/jaguar-head-statue-palacio-de-quetzalpap%C3%A1lotl-quetzalpap%C3%A1lotl-palace-teotihuacan-state-of.jpg?s=1024x1024&w=gi&k=20&c=G7IjvafODmMcVeAKTrVERIxldkUPlcZYc14TZ8Jn6DA=)







































































