LA PROVINCIA DI FOGGIA
La provincia di Foggia comprende l’arcipelago delle Isole Tremiti, le lagune di Lesina e Varano, il Parco del Gargano, le paludi di Frattarolo, il Tavoliere e i Monti della Daunia.
Ai turisti estivi che scelgono il mare del Gargano, si sono aggiunti negli ultimi anni i devoti che scelgono di ripercorrere l’itinerario della Via sacra dei Longobardi e gli amanti della natura che percorrono le località del Subappennino Dauno e del Parco nazionale del Gargano.
Per quanto riguarda l’archeologia ci sono alcune aree nelle vicinanze di Foggia, Lucera, Ascoli Satriano , che rappresentano un’autentica miniera di ritrovamenti del periodo neolitico. La grotta paleolitica di Paglicci è una testimonianza di quanto antica sia la presenza dell’uomo in questa terra.
La Capitanata offre itinerari irripetibili, sempre ricchi di sorprese e di cose nuove da scoprire e di eventi estivi tutti da gustare
Eh, eh, eh, ma se me lo dicevi prima
Eh, se me lo dicevi prima
Come prima
Ma sì se me lo dicevi prima
Ma prima quando
Ma prima no
Eh, si prendono dei contatti
Faccio una telefonata al limite faccio un leasing
Se me lo dicevi prima
Ma io ho bisogno adesso, sto male adesso
Ma se me lo dicevi prima ti operavo io
Ma io ho bisogno di lavorare io sto male adesso
Eh sto male e sto bene macché il lavoro e mica il lavoro
Posso mica spedirti un charter
Bisogna saperlo prima che dopo non c’è lavoro, prima, capito
E allora è bello
Quando tace il water
Quando ride un figlio
Quando parla Gaber
E allora sputa su chi ti eroina
Perché il mondo sputa
Proprio quando nasce un fiore
Perché iniettarsi morte
è ormai anche fuori moda
Perché ce n’è già tanti che son venuti fuori
Oh, sei ancora qua
Vabbé, quanto sei alto
Uno e novanta
Eh eh eh non vai bene
Come non vado bene
Non vai bene
Se me lo dicevi prima ti dicevo che noi abbiamo bisogno della gente giusta
Tra l’1,60 l’1,60, tra l’1,60, capito
Cioè ho capito che quando uno sta male deve arrangiarsi da solo
E allora sarà ancora bello
Quando ti innamori
Quando vince il Milan
Quando guardi fuori
E sarà ancora bello
Quando guardi il tunnel
Che è ancora lì vicino e non ci credi ancora
Ne sei venuto fuori e non ci credi ancora
E ci hai la pelle d’oca e non ci credi ancora
Ti sei sentito solo
In mezzo a tanta gente
Sì ma guarda che di te e degli altri
A questa gente
Non gliene frega niente
E allora sarà ancora bello
Quando tace il water
E sarà anche più bello
Quando scopri il trucco
E allora sarà bello
Quando tace il water
Quando spegni il boiler
Quando guardi il tunnel
Quando, quando senti il sole.
link del CONCERTO COMPLETO : un po’ difettoso almeno sul mio computer..
PER CHI NON L’HA ASCOLTATA: E’ CHIARA, SEMPLICE E RIGUARDA UN PROBLEMA POLITICO ENORME : LA RELAZIONE STRETTA TRA USA E ISRAELE– L’ORIGINE E LA STORIA
NOTA BLOG
** * Il ritorno degli Ebrei nella terra promessa ha influenzato una vasta parte di religiosi soprattutto, non solo nell’America del nord, ma – attualmente – anche del centro e del sud America ( soprattutto gli Evangelici )
VIDEO
L’ISPI( L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ) analizza le dinamiche politiche, strategiche ed economiche del sistema internazionale con programmi di ricerca, pubblicazioni, eventi, seminari e corsi.
Dalla nascita dello Stato ebraico alla Guerra Fredda, dalle guerre arabo-israeliane agli Accordi di Abramo, il legame tra Washington e Tel Aviv è una delle alleanze più durature e strategiche della storia contemporanea.
In questo video, Francesco Petronella ripercorre oltre 75 anni di “relazione speciale” tra USA e Israele: origini, momenti chiave, convergenze geopolitiche e culturali, e le tensioni interne che hanno segnato questo rapporto.
** sono questi borghi meravigliosi che quando li vedo- mi ricordo della pena provata in Brasile al vedere tantissimi edifici barocchi, che cadevano quasi a pezzi per la mancanza di soldi ( o anche di testa ) dello stato per metterli a posto. ch.
Antica Tonnara del ‘600 fondata dalla Regia Spagnola, ha visto passare nei secoli civiltà e culture diverse tra loro, ma unite dal senso di appartenenza al piccolo borgo. Divenuta meta turistica di eccellenza, Marzamemi conserva il suo fascino, tra antiche strutture e profumi rimasti intatti. L’isola Brancati, posta davanti al porto Balata, dona una vista unica ed al tempo stesso romantica. Marzamemi è abbracciata da spiagge dorate e patrimonio culturale. Tonnara fino alla prima metà del ‘900, ad oggi esiste una piccola flotta di pescherecci che conserva nelle vene ancora il lavoro dei nonni che rammendavano reti e scieri.
( FAI )
Stabilimento per la lavorazione del tonno.
Agricoltura e pesca
L’agricoltura è una voce importante per l’economia locale. Dal porto di Marzamemi, in passato, partivano navi che trasportavano grandi quantità di vino prodotto localmente verso i diversi porti della penisola. Il vino veniva trasportato anche da treni merci verso varie località estere.
L’origine del nome Marzamemi è controversa: secondo alcuni deriverebbe dalle parole arabe marsa (“porto”, “rada”, “baia”) e memi (“piccolo”), mentre secondo il glottologo netino Corrado Avolio, nel suo Saggio di toponomastica siciliana, il toponimo deriverebbe dall’arabo marsà al-ḥamāma, cioè “baia delle tortore”, “per l’abbondante passo di questi uccelli, in primavera“. Simone Sultano, parroco di Pachino tra il 1885 e il 1944, rileva invece come alcuni lo fecero erroneamente derivare da marza e memi, ‘pidocchio’, perché le madri solevano dire questa parola ricercando i parassiti tra i capelli dei figli. Antonino Terranova, infine, nel volume Pachum Pachynos Pachino, storie e leggende da Pachino a Capopassero, cita anche un’altra tesi, secondo la quale “Memi” sarebbe riferito a Eufemio, l’ex comandante della flotta bizantina il quale, ribellatosi all’imperatore Michele II l’Amoriano, passò dalla parte degli Arabi e con loro incominciò la conquista dell’isola. Marzamemi significherebbe dunque “porto di Eufemio”.
Il borgo è nato attorno all’approdo, poi divenuto porto da pesca, e si è sviluppato grazie a quest’ultima attività, molto praticata ancor oggi, dotandosi anche di una tonnara, tra le più importanti della Sicilia. La tonnara di Marzamemi risale al tempo della dominazione spagnola in Sicilia nel 1600 sotto il regno di Filippo IV che nel 1655 venne venduta al barone Simone Calascibetta di Piazza Armerina.
LA STORIA DEL PAESE SEGUE NEL LINK DI WIKIPEDIA–
INVECE
UN RACCONTO VELOCE SU MARZAMENI LO TROVI CON FOTO QUI:
DAL SITO DI WIKIPEDIA RIFERIAMO UNA SCOPERTA DI CUI SI VORREBBE SAPERE DI PIU’
Nel 1959 un pescatore del luogo, Alfonso Barone, scoprì casualmente a circa un chilometro dalla costa di Marzamemi il relitto di un’antica nave mercantile bizantina, presumibilmente risalente al VI secolo durante il regno di Giustiniano, naufragata mentre trasportava elementi architettonici e decorativi prefabbricati per la costruzione di una chiesa. Il sito fu oggetto di ricerche da parte dell’archeologo tedesco Gerhard Kapitän e di Pier Nicola Gargallo.
Dal 2000 al 2021 Marzamemi ha ospitato il Festival del Cinema di Frontiera. Dal 2023 si svolge il Marzamemi Cinefest (Festival internazionale delle identità del mediterraneo
UN VICOLO CHE DA’ SULLA PIAZZA
IL PORTO CON L’ISOLA DAVANTI
LO STESSO VICOLO SULLA PIAZZA
LE VECCHIE CASE DEL PAESE TRSFORMATE IN POSTI ACCOGLIENTI PER I TURISTI
( forse ) LA VECCHIA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
una foto artistica del Fai– a parte la battuta.. forse questo è una vecchia foto- o ciò che rimane -, del Palazzo del Principe di Villadorata, che si è conservato meglio della vecchia chiesa di San Francesco di Paola di cui rimane-pare- solo la facciata e che si trova quasi al suo fianco
la vecchia chiesa, ce n’è una nuova dedicata allo stesso santo, non l’ho messa..
LA NOTTE DEL 27-28 OTTOBRE 2007 – QUI IN CONTRADA CITTADELLA – SI E’ ROVESCIATO UN GOMMONE CON 37 PROFUGHI PALESTINESI ED EGIZIANI DI CUI 16 LE VITTIME. SEGUONO I NOMI DI 12 EGIZIANI E 4 PALESTINESI DI CUI NON SI SONO SAPUTI I NOMI.
VITTI ‘NA CROZZA — IL CAMMINO DELLA SPERANZA DI PIETRO GERMI ( 1950 )
TESTO
“Vitti na crozza”
Vitti na crozza supra lu cannuni
fui curiuso e ci vossi spiare
idda m’arrispunniu cu gran duluri
murivi senza un tocco di campani
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la
Si nni eru si nni eru li me anni
si nni eru si nni eru un sacciu unni
ora ca sugnu vecchio di ottant’anni
chiamu la morti i idda m arrispunni
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la
Cunzatimi cunzatimi lu me letto
ca di li vermi su manciatu tuttu
si nun lu scuntu cca lume peccatu
lu scuntu allautra vita a chiantu ruttu
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la
C’è nu giardinu ammezu di lu mari
tuttu ntessutu di aranci e ciuri
tutti l’acceddi cci vannu a cantari
puru i sireni cci fannu all’amuri
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la
la la la lero
la lero la lero
la lero la lero
la lero la la.
TRADUZIONE
“Vidi un teschio”
Vidi un teschio sopra la torre
Ero curioso e volli domandargli
Lui mi rispose con gran dolore
Sono morto senza rintocchi di campane
Sono andati, sono andati i miei anni
Sono andati, sono andati, non so dove
Ora che sono vecchio di ottanta anni
Chiamo la morte e questa mi risponde
Preparatemi, preparatemi il letto
Che già i vermi mi hanno mangiato tutto
Se non lo sconto qui, il mio peccato
Lo sconterò nell’altra vita, a pianto rotto
C’è un giardino in mezzo al mare
Pieno di fiori, di arance e di fiori
Tutti gli uccelli vanno lì a cantare
Pure le sirene ci fanno l’amore.
nota:
Vitti ‘na crozza è una delle canzoni popolari siciliane più celebri, conosciuta non solo in Italia ma anche a livello internazionale.
Nonostante sia spesso considerata un canto tradizionale, Vitti ‘na crozza è stata composta nel XX secolo. La musica è attribuita ad Alberto Favara, un etnomusicologo siciliano che studiò e raccolse molti brani della tradizione orale dell’isola. Tuttavia, la versione più conosciuta è quella arrangiata da Franco Li Causi, un musicista agrigentino che la registrò e la portò al successo nel dopoguerra.
La canzone divenne particolarmente famosa dopo essere stata utilizzata come colonna sonora del film Il cammino della speranza di Pietro Germi nel 1950.
Vitti ‘na crozza è un inno alla resilienza e alla memoria collettiva. La Sicilia, con la sua storia segnata da dominazioni, povertà e lotte sociali, trova nella sua musica un modo per esprimere la propria identità e le proprie sofferenze.
MAPPA DI PENICO e gli altri siti della civiltà chiamata di CARAL
Il Ministero della Cultura del Perù ha presentato i risultati delle ricerche nel sito archeologico di Peñico, a nord di Lima, riportando alla luce anche un’offerta rituale risalente a circa 3.800 anni fa. I reperti, scoperti nel corso di anni di scavi, comprendono 43 oggetti intagliati in legno e osso, deposti durante cerimonie legate alla costruzione di edifici. Si tratta di testimonianze delle pratiche rituali delle comunità legate alla civiltà di Caral.
RSI –CH. / PLAY / TV — 13 luglio 2025
Radio Televisione Svizzera
video, 1.20 min.
Il sito archeologico di Peñico (Perù)
Dopo otto anni di studi e restauri, ha aperto al pubblico nel nord del Perù una cittadella della civiltà Caral che risale a 3’800 anni fa. Questo nuovo sito archeologico, chiamato Peñico, è considerato “la città dell’integrazione sociale”, in quanto punto di incontro per il commercio tra le prime comunità della costa del Pacifico e quelle delle regioni andine e amazzoniche.
La cittadella è stata costruita su una terrazza geologica a 600 metri sul livello del mare, parallela a un fiume per evitare inondazioni. Sono state identificate 18 costruzioni, tra cui edifici e complessi residenziali. Per l’archeologa Ruth Shady, intervistata dall’agenzia AFP, l’importanza storica di Peñico risiede nel suo contributo a una migliore comprensione della crisi affrontata dalla civiltà Caral. Una crisi legata al cambiamento climatico, che ha portato alla siccità e ha colpito le attività agricole della regione. Sviluppatasi tra il 3000 e il 1800 a.C., la civiltà Caral è considerata la cultura madre dell’America.
“Una pianificazione urbana estremamente sofisticata, cambia tutto”: Peñico, la città perduta del Perù riscrive la storia dell’archeologia.
Il sito è stato scoperto nel Nord del paese, nella provincia di Barranca, ad una altitudine di 600 metri sul livello del mare
La città perduta del Sud America che riscrive la storia dell’archeologia. Si chiama Peñico ed è un’antica città del Perù risalente a 3500 anni fa. Il sito è stato scoperto nel Nord del paese, nella provincia di Barranca, ad una altitudine di 600 metri sul livello del mare. A riemergere dal suolo sono stati alcuni edifici in pietra e fango, come una struttura a forma circolare posta su un pendio. L’archeologa Ruth Shady, direttrice della Zona Archeologica di Caral, la civiltà più antica conosciuta nelle Americhe risalente a circa 5 mila anni fa, ha affermato che Peñico sarebbe un centro urbano sviluppato “seguendo la tradizione culturale di Caral”. Le riprese aeree effettuate con i droni hanno rivelato anche altre costruzioni parallele agli edifici emersi. Tutto questo dimostrerebbe che Peñico ha avuto una pianificazione urbana estremamente sofisticata, a partire dal fatto che è stata posizionata in un punto elevato per evitare effetti nefasti dovuti ad alluvioni e in punto strategico per le attività commerciali di allora.
Si tratterebbe peraltro di una evoluzione della civiltà di Caral, a seguito di un declino generale della stessa, dovuta ai cambiamenti climatici dell’epoca. Peñico sarebbe stata costruita come snodo importante per l’estrazione e la vendita dell’ematite, quindi come rilancio economico rispetto alle avversità naturali. Ciò significherebbe che il patrimonio archeologico del Perù ha un nuovo capitolo storico di prosperità da aggiungere nelle caselle rimaste fino ad oggi vuote. La nuova nonché antichissima città avrebbe prosperato in maniera autonoma, tra la costa e le Ande, in un periodo contemporaneo a quello delle grandi civiltà dell’Antico Egitto e della Mesopotamia. Peñico si aggiunge così alla Città Sacra di Caral,al villaggio di pescatori di Áspero e alla città agricolo-marittima di Vichamacome sito archeologico aperto al pubblico per far conoscere la civiltà Caral.
BARRANCA si trova nella regione di Lima, un quartiere o distretto della città di Lima –in Perù-
People walk past the building where Peruvian writer Mario Vargas Llosa’s apartment is located in the Barranco district of Lima on April 14, 2025. Peruvian writer and Nobel literature laureate Mario Vargas Llosa died on April 13, 2025, at the age of 89, his family announced, ending the era of Latin America’s literary golden generation. (Photo by CONNIE FRANCE / AFP) (Photo by CONNIE FRANCE/AFP via Getty Images)
L’abitazione di Mario Vargas Llosa
A vibrant blue colonial-style house on a quiet street corner in Barranco, Lima, with a charming small tree adorned with red flowers. Peru.
A collective of artists carry out a public action in protest against the government of Peruvian President Dina Boluarte, in the district of Barranco, in Lima on February 04, 2023. – After the failure of two bills over the past few days to advance Peru’s elections to this year — a key demand of protesters who have been in the streets since early December and which President Dina Boluarte hopes will quell ongoing deadly unrest– a third bill was also blocked by a congressional committee on the eve due to procedural objections. (Photo by Ernesto BENAVIDES / AFP) (Photo by ERNESTO BENAVIDES/AFP via Getty Images)
una colorata manifestazione del 2023 in febbraio contro il governo presieduto da Dina Boularte, a Barranco – Lima
MAIN SQUARE, BARRANCO, LIMA, PERU – 2018/11/23: An Amazonian Indian carrying a pair of oars protesting for the victims of the mining and timber companies when a hundred indigenous women from 20 countries of the American continent carry out a healing ceremony in commemoration of the International Day for the Elimination of Violence Against Women. (Photo by Carlos Garcia Granthon/Fotoholica Press/LightRocket via Getty Images)
un difensore dei popoli indigeni dell’Amazzania peruviana, quella parte che si trova a est delle Ande e ai confini del Perù con Ecuador, Colombia, Brasile e Bolivia, con insistenza soprattutto sulla violenza sulle donne.
A collective of artists carry out a public action in protest against the government of Peruvian President Dina Boluarte, in the district of Barranco, in Lima on February 04, 2023. – After the failure of two bills over the past few days to advance Peru’s elections to this year — a key demand of protesters who have been in the streets since early December and which President Dina Boluarte hopes will quell ongoing deadly unrest– a third bill was also blocked by a congressional committee on the eve due to procedural objections. (Photo by Ernesto BENAVIDES / AFP) (Photo by ERNESTO BENAVIDES/AFP via Getty Images)
Di nuovo una foto molto colorata e allegra della manifestazione del febbraio del 2023 contro la Presidente del Perù Dina Boluarte – a Barranca / o
È la prima donna a diventare presidente del Perù; è stata in carica dal 2022 al 2025, quando fu rimossa dall’incarico dal Congresso in seguito a una procedura di impeachment.
La destituzione di Dina Boluarte è avvenuta il 10 ottobre 2025, quando il Congresso della Repubblica approvò, con ampia maggioranza, la mozione che dichiarava la presidente della Repubblica colpevole di incapacità morale permanente ai sensi dell’articolo 113 della Costituzione del Perù, con una maggioranza superiore ai due terzi dell’assemblea.
Guam, l’isola Usa nel Pacifico più vicina a Tokyo che a Los Angeles
La rubrica “Le mappe parlanti” di Laura Canali per scoprire tutti i dettagli delle cartine. Questa puntata è dedicata a Guam, l’isola americana nel Pacifico più vicina a Tokyo che a Los Angeles.
apri qui — IL RACCONTO DI LAURA CANALI SULL’ISOLA DI GUAM
GUAM, UNITED STATES – FEBRUARY 2015: (SOUTH AFRICA OUT): The Island of Guam, located in the North Pacific Ocean and an unincorporated United States territory on February 10, 2015 in Guam, United States. (Photo by USGS/NASA Landsat data/Orbital Horizon Gallo Images/Getty Images)
*** vedere gli altri in quanto persone significa non vederli come strumenti di qualcosa che possiamo ottenere tramite loro, ma come ” fini ” dice Kant ossia qualcosa di valore in sé. La stessa cosa vale per noi ( questa per molti, soprattutto donne, è più difficile da mettere in pratica a causa del modo in cui sono stati educate/i. )
Ho trovato la frase dell’autore che è senza dubbio più chiara:
«Agisci in modo da trattare sempre l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre come un fine, e mai come un mezzo. ”
O detto in un’altra forma più astratta e generale : ” “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale” – a partire dalle stesse condizioni.
Diciamo che queste altissime norme sono possibili da attuare se noi non avessimo una storia alle spalle che ci condiziona: man mano che procediamo nella vita siamo sempre meno liberi e sempre più il frutto di quello che abbiamo vissuto. Comunque quella di Kant è una legge ideale, così penso, da tenere come riferimento nell’agire, sapendo anche che non potremo attuarla mai nella sua pienezza.
Questi principi che, comunque sia oggi, pur bagnati di sangue, non rinunciano ad essere, con Il Vangelo, una delle vette più alte– moralmente parlando — del famoso ” Occidente “, a mio parere, possono rimanere custoditi nel nostro cuore, di chi crede e pratica, anche con il ” derocco ” che abbiamo davanti; e messi– sembrerà un’ ingiuria- accanto alle famosissime e, queste sì, purtroppo altamente ” di moda “, parlo delle tecniche, frutto della creatività e studio dell’uomo.. come sono i droni che ammazzano bambini e adulti – con una specie di telecomando
Questo titolo è una sfida e una riflessione sia per voi che per me, e per me lo è da un numero infinito di anni, addirittura dalla mia nascita, quando i miei mi hanno accolto a braccia aperte, molto delusi perché da nove mesi aspettavano un maschio. Avendo, i miei, nomi pronti solo maschili, sotto le bombe (era luglio del ’44), hanno finito per darmi lo stesso nome di mia madre ( sono una copia senza un nome proprio.. così pensavo! ). Inoltre mi vestivano- io più che d’accordo – solo da maschio.
Infatti, non credo di essere diventata mai una donna.
Mettendomi a scrivere, però, ho scoperto di non saper neanche iniziare…neanche una parola, forse perché è un momento familiare lacerante, che mi fa dire, naturalmente, a me stessa ( vivo tra sordi ): “io me ne voglio andare”.
Questo, credo, sia un periodo di trasformazione profonda..
C’è una maledizione cinese, sempre citata da Donatella, che dice: “Ti auguro di vivere in tempi interessanti!”
Questo blocco così strano a scrivere (come non avessi mai conosciuto un uomo e una donna), mi ha obbligato ad indagarmi dentro (cosa, in me, quasi “automatica” per i lunghissimi anni di analisi –necessari, insieme ai farmaci, per guarire da una malattia mentale e -ma solo adesso mi viene in mente –cominciato molto prima, intorno alla fine della prima media, quando ho iniziato a fare per iscritto ” meditazione cristiana “– ho ancora il diario ! —
Riprendendo il filo strappato- dicevo, perché questo indagarmi dentro, che amo chiamare “tu ed me” – come diceva mia mamma quando stavamo insieme- , è stato per me oggetto di continua osservazione fin da molto piccola (per es. avevo in casa, alla sera, due genitori in lite per il lavoro, che sopportavo solo attaccando l’orecchio, e anche me stessa, alla radio; c’erano poi le varie famiglie dove stazionavo…che osservavo con molta attenzione fino ad arrivare ad essere parte della stessa). Alla mia età, ho obbligatoriamente raccolto un’infinità di dati, dai quali, ho tratto lentamente qualche riflessione.
Dati e riflessioni li ho man mano confrontati con altri, donne e uomini, ma confesso che mi è stato più facile farmi capire dalle donne. Come si deve dire? Uniformità di “genere”?
La verità è che non abbiamo un linguaggio (parlo di me, ma…) per parlare con gli uomini e farci capire: noi non l’abbiano, e neanche loro. Avere un linguaggio comune sarebbe lo strumento necessario, quel “sine qua non” per ogni trasformazione dei rapporti.
Tornando alla mia testa vuota-vuota, sapendo che un blocco emotivo non si elimina per forza di volontà, e, men che meno, di pensiero, ho deciso, a questa storia tutta (al blocco / al tema) di girovagargli intorno, mentre aspetterei.. il vostro aiuto: mi limito perciò a pubblicare qualche storiella alla buona, se pur veritiera, come quella che segue.
L’altra sera stavamo uscendo dalla pizza Mario ed io con due vecchissimi amici, Samuele e Sara, non sono ebrei, sono solo due nomi che mi piacciono.
Subito fuori, dopo due passi, il marito si ferma.. forse ha visto la moglie camminare in modo strano, non lo so, e mormora qualcosa tra sé: ha la testa bassa ed è un po’ risentito, ma non troppo perché è un gran pacioccone.
Lo è in sostanza, ma sotto rustiche maniere, artisticamente corrette dalle mani grassocce che fanno un balletto, mentre parla, come fossero farfalle sui fiori.. tanto che si capirebbe tutto anche senza la voce, che, del resto, così rauca e catarrosa (fuma Gitanes) disturba sia il balletto che l’ascolto. Se avete il gusto dell’orrido, per sentire questo suono come fosse vicino alle vostre orecchie, dovete pensare ad un basso russo, di quelli classici, antichi, che ha preso una grave bronchite…e una polmonite!
bardelli
una parentesi per fare con voi due chiacchiere sul quadro.
Posso confermare, come vedete chiaramente da soli, che queste sono due sedie: e confesso che lo sono anche per me, sedie fantasiose, forse, ma autentiche sedie.
Invece ve le mostro per suggerirvi un fantasioso ritratto della coppia di cui sto raccontando.
Sono i colori, l’allegria, la spensieratezza, e l’incoscienza così tipica delle sedie, i giochi di luce, e quel modo di tenersi appiccicati…e di diventare ogni giorno più simili tra loro..?
Una novità, questa, dei miei amici, che è degli ultimi anni.. in cui, forse, loro ancora così “giovani”, cominciano ad intravvedere la vecchiaia e i suoi acciacchi..?
O semplicemente hanno imparato a volersi bene, in questi quarantacinque anni di vita comune, come nel periodo dell’innamoramento non era stato possibile..? Troppo forte l’illusione, la proiezione dei nostri desideri più profondi sull’altro?
Tornando “alla mia coppia di sedie”, la vedo maturata emotivamente rispetto ad anni fa (li frequento da oltre 40 anni), proprio come i fichi, in questo fine d’agosto, qui nella Riviera di Ponente, già belli sgonfiotti come del resto sono loro, Sam e Sara, ma ancora un po’ verdi su quegli alberi che vedete all’ombra…fichi un po’ verdi, ma solo per dire, e loro lo sanno molto bene, che hanno ancora molto sale.. insieme a Peynet da mettere sotto i denti!
Il mio è prima di tutto un augurio.
Sara, poi, lo sa cosi tanto che, da secoli, sostiene che bisognerebbe vivere almeno mille anni per tutto quello che c’è da imparare.
Ma tornando al mio “vino buono che migliora col tempo”, sarà invece che accettino (cosa molto difficile per la nostra mente, qui, ” occidentale ci sta) di “sentire il bisogno” e la relativa “dipendenza” l’uno dall’altro (pur essendo sufficientemente autonomi)?
Tanti punti interrogativi, ma, come sapete, la realtà non dico sia inconoscibile, ma…quasi. Naturalmente per me.
Loro sono una coppia tipica degli anni Sessanta (pubblico sopra un loro ritratto di Peynet di quando, a vent’anni, si sono conosciuti): vengono entrambi da famiglie di sinistra, sono cresciuti insieme facendo politica nella scuola e nel sindacato, e amorosamente insieme sono invecchiati , come tanti di noi: non dimenticando, questo è certo, ma “annebbiando” un poco i grandi ideali allora diffusi in quasi tutto il mondo: tra tutti questi scelgo, dato l’argomento, “l’uguaglianza tra uomini e donne”, di cui allora si faceva un gran parlare, come e più di oggi, ma il ruolo della ragazza del ’68 era, esclusivamente o soprattutto, fare “l’angelo del ciclostile” ( una battuta dell’epoca ), a parte due o tre eccezioni che, a mio parere, sarebbero state tali anche senza il ’68.
Certamente sul rapporto uomo-donna, molte acque, da allora, sono state mosse, nuovi orizzonti si sono affacciati a noi, molto si è modificato che è oggi specialmente evidente nei giovani, ma anche noi vecchie coppie, arrancando arrancando, insomma, facciamo la nostra figura.
Non posso a questo punto tralasciare i femminicidi. Donne, martiri di una generazione che lotta per la libertà di esistere, e uomini, che spesso si suicidano, che pagano anche loro ( dalla parte dei carnefici ) i principi e le idee in cui sono cresciuti, che — anche se tante vette della nostra cultura disprezzano quello che dirò- caratterizzano ancora la nostra società come patriarcale. Basta pensare, oltre agli omicidi, alle differenze sul lavoro e sulla vita di una donna in casa – lavoro e figli e cura degli anziani di uno e dell’altro.
Segue una minuscola spiega storica un po’ ignorante – solo per dare un contesto – che ovviamente si può saltare o correggere, meglio.
A partire dagli anni Ottanta, quando il terrorismo, pur sconfitto, ci ha lasciato in mezzo a tante macerie (anche dentro); quando la globalizzazione (una riorganizzazione della società capitalista per far fronte alla crisi del petrolio ’73) comincia a diffondersi per il mondo e le soluzione di Reagan e della Thatcher si stanno imponendo a tutta l’Europa..; l’ideologia dell’individualismo ogni giorno più egemone (siamo nel ’90, quando arriva anche il computer di massa, che rende effettiva la globalizzazione e, segna anche, una specie di trionfo dell’individualizzazione ), il consumismo che, attraverso i media, ha imposto un modello di essere umano di successo; e l’idea che finalmente tutti potevamo “arrampicarci” lassù tra i vincenti.. e soprattutto il trionfo del principio che “il fine è quello che conta, bada solo a quello, il come, non ti riguarda”…oppure, pensando alle persone: ” vestiamoci solo di ruoli, che ci facciano apparire elegantissimi e affascinanti” (negli anni Novanta “l’apparire è l’essere”, come mi ha detto una volta mia sorella seriamente, o, dicendo la stessa cosa, è ” lo spettacolo che deve trionfare” ), “gli altri sono oggetti che ci aiutano ad arrivare al nostro obbiettivo. I rapporti personali sono un gran dispendio di energie che allunga tremendamente le cose”.
Si comincia sul lavoro…e poi ci si abitua all’estrema comodità di non spendere niente di noi: accumuliamo anche quello.. proprio come l’avaro che vuole solo vedere il suo mucchio crescere. Qui crescono ( solo in apparenza ) le nostre energie.
Ma nella storia che abbiamo vissuto noi c’era dell’altro: sconfitto il comunismo in Russia alla fine degli anni Ottanta (1991) e caduto il muro di Berlino (1990), tra le tante cose che abbiamo capito ce n’era una molto semplice, ma fondamentale:
le persone devono cambiare insieme all’ambiente, non basta cambiare l’economia e i rapporti sociali.
Non possiamo dilungarci, ma il marxismo che è arrivato in Russia, era un’interpretazione positivistica di Marx, anche se veniva chiamato “dialettico”. . Questo è anche il marxismo che è arrivato in Italia tramite Togliatti e altri. La soggettività (cui invece Gramsci – che era in galera – teneva tanto, stabilendo un reciproco rapporto tra economia e pensiero o cultura), schematizzando al massimo, era assente.
Un’indiretta conferma anche se non fondamentale : l’ostilità del partito comunista alla psicologia in genere, che non fosse ” sperimentale”, e alla psicoanalisi in particolare.
In quegli anni, Ottanta-Novanta, un po’ il compito di “ricostruire” sembrava al di sopra delle nostre forze, un po’ si stava scoprendo “il privato”, ci siamo chiusi nelle nostre casette e ci siamo dedicati prevalentemente ai rapporti e alla famiglia, all’educazione dei figli, credendo, almeno lì, “nel piccolo”, di poter modificare qualcosa.
In conclusione: la storia è stata più forte degli esseri umani, soprattutto perché è riuscita a sbriciolare la solidarietà che legava tanta gente diversa trasformandola in un pulviscolo insignificante fortemente individualizzato e con molta forza.
Forse, di quel periodo movimentista e movimentato (parlo solo fino al ’76, perché a gennaio del ’77, mi sono trasferita in Brasile, come ho già detto) solo “il movimento delle donne” è stato erede dei famosi anni infuocati perché ha tenuto i contatti tra i vari gruppi e sempre con attitudine di ricerca è passato attraverso esperienze diverse con una costante voglia di cambiamento radicale.
Passate parecchie stagioni della politica, il movimento delle donne, come un fiume carsico (questa metafora è un must), che scorrendo sottoterra subisce continue modificazioni, con felicità e grande sorpresa per tutti, è finalmente venuto alla luce il 13 febbraio di quest’anno, assumendo caratteristiche che io, data la totale ignoranza che ho sempre avuto del movimento femminista (non me ne vanto, ma non ero d’accordo con l’impostazione nel rapporto uomo-donna), non avrei saputo neanche immaginare: dal numero e l’allegria delle donne in piazza in tutta Italia alla tanto declinata, specie in TV, “trasversalità”.
striscione: “senza la libertà delle donna non c’è civiltà”
Molto bello. Siamo ad Imperia, come ho detto, il 13 febbraio– di molti anni fa.
*** guardando davanti alla vostra sinistra vedete, ma girata, Donatella, la nostra Donatella che tiene con le mani lo striscione e grida ( ma dall’altra parte.. ) : ” Senza la libertà della donna non c’è civiltà ” !|
il testo dal link è verso il fondo, anche se interessante..
Apotropaico
a-po-tro-pà-i-co
SIGNIFICATO: Di oggetti, atti, formule dalla carica magica capace di allontanare gli influssi malefici
ETIMOLOGIA dal greco apotrópaios ‘che allontana’, da apotrépein ‘stornare’, derivato di trépein ‘allontanare’ col prefisso apó- ‘da’.
Apotropaica era ad esempio la funzione del Lamassu, statua con un corpo di toro alato e dal volto umano che veniva posta alle porte di Babilonia.
I lamassu sono dèi e spiriti daemonici ( vedi sotto ) che incarnano in sé tutto lo spettro divino e ricoprono perciò diverse funzioni. Nel loro ruolo di guardiani, proteggono le entrate e le stanze di case, palazzi, templi, città e luoghi sacri, svolgendo funzione apotropaica per allontanare le forze e le presenze ostili. Il lamassu viene raffigurato come un essere ibrido alato androcefalo dal corpo di toro e leone, le ali rapaci d’aquila e la testa umana, oppure come un toro alato taurocefalo.
daemonio ( lat. tardo- da cui ” demone ” )–spirito o demone- Oggi questa parola è il titolo di diverse opere artistiche, libri e film (è di moda )
Il Museo dell’Antico Oriente (inturcoEski Şark Eserleri Müzesi) è un museo di Istanbul e fa parte del gruppo dei Musei Archeologici di Istanbul, situato proprio di fronte all’edificio principale del Museo Archeologico. Il museo è ospitato nell’antico Collegio di Belle Arti (Sanâyi-i Nefîse Mektebi), commissionato da Osman Hamdi Bey nel 1883 ed è stato istituito nel 1935.
( link sotto )
İstanbul – Sanayi-i Nefise Mektebi (Mimar Sinan University) r2 – Mar 2013
Statua di Lugal-dalu, re di Abad, antica città sumera e, poi, babilonese; la statua sembra essere datata intorno al 2500 a C., il tempo in cui è vissuto il re–
” la città di Adab era antichissima e sarebbe stata la sede dell’8a dinastia dopo il diluvio. ” ( Treccani ) Mark Ahsmann –
dettaglio della statua sumera del re di Adan, Lugaldalu. Autore– Ficatus
L’iscrizione ( la scrittura cuneiforme è arcaica e primitiva ) sulla spalla della statua la presenta come il “Re di Adab” e si afferma che la statua fosse dedicata a E-shar, il tempio del dio principale di Adab. Lugaldalu, che non era menzionato nelle liste dei re sumeri, si pensa fosse un governatore di Adab intorno alla metà del III millennio a.C. Questa è una delle statue dei “vice-sacerdoti” collocate nei templi secondo la credenza sumera. Queste statue continuavano a esprimere gratitudine al dio per conto delle persone che rappresentavano, anche quando si trovavano fuori dal tempio.
UN’ULTIMA CURIOSITA’ DAL MUSEO ARCHEOLOGICO DI ISTANBUL
Istanbul – Museo archeologico – Mostra sul colore nell’antichità
una ricostruzione policroma dell’aspetto originale di un leone arcaico greco, risalente a circa il 570-560 a.C..
L’originale è scolpito in calcare ed è custodito presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.
La riproduzione in gesso mostra i vivaci colori originali, inclusa la criniera blu brillante, per illustrare che le sculture antiche non erano solo in marmo bianco.
SE VOLETE GUARDIAMO UN ALTRO OGGETTO ANTICO APOTROPAICO:
POIANA COŢOFENEŞTI– Romania
Località della Romania a circa 90 km a N-NE di Bucarest, dove nel 1928 fu trovato per caso un elmo d’oro, entrato nelle collezioni del Museo Nazionale di Antichità di Bucarest nel 1929.
Sul frontale, molto alto, sono stati ricavati due occhi apotropaici, mentre ognuna delle paragnatidi ( parte dell’elmo che custodiva le guance — nella foto non le vediamo ) è decorata da una scena di sacrificio: un personaggio vestito di una cotta di maglia (?) con un elmo appuntito in testa e sulle spalle un mantello svolazzante, tiene nella mano destra un pugnale in atto di uccidere un ariete inginocchiato, di cui afferra il muso pressando a terra l’animale col piede poggiato sul dorso ( Treccani in cui segue altro ).
Si tratta del – L’ elmo d’oro di Coțofenești è un elmo geto – daco risalente alla prima metà del IV secolo a.C.– ( *** mi par di capire che questa parte è stata messa in discussione anche se non risolta– vedi Treccani / link sopra )
Nel 1929, un bambino di nome Traian Simion scoprì per caso l’elmo nel territorio del villaggio di Poiana Coțofenești ( ora chiamato Poiana Vărbilău ), contea di Prahova , Romania. Il team di archeologi ha notato che l’elmo non faceva parte di un tesoro d’oro o di una tomba, ma faceva parte di un insediamento geto-daco locale di La Tène . Gli archeologi hanno concluso che l’elmo era un ritrovamento vagante, poiché sono stati trovati solo pochi frammenti di ceramica di Hallstatt, alcuni dei quali ruotati. L’elmo è conservato al Museo Nazionale di Storia della Romania.
Pesante quasi un chilogrammo, l’elmo d’oro è molto ben conservato, manca solo la parte della calotta cranica.
Questa parola ci mette in contatto con uno stadio di credenze antico, radicatissimo e infestante, che si è semplicemente avviticchiato alle religioni e ai paradigmi di credenze successivi.Sono credenze che leggono nella nostra esperienza del mondo un continuo dardeggiare di influssi maligni, vere e proprie gragnole scagliate da enti naturali e sovrannaturali che ci portano male e arrivano da ogni parte.Secondo questa chiave di lettura della realtà, ogni bene, ogni fortuna che si manifesta ha una sua fragilità — e questo in effetti è un dato che non si può sconfessare — perciò serve una protezione magica speciale per allontanare, deflettere questi influssi.
Ora, questo modo di pensare non è frutto di una cultura specifica: è praticamente universale. Però culture diverse hanno trovato modi diversi di compiere questi allontanamenti (apotrépo è proprio ‘stornare, allontanare’).
Noi, come gesti apotropaici, facciamo le corna, attacchiamo ferri di cavallo, fino a qualche tempo fa sputavamo per scacciare il diavolo, facevamo pernacchie e linguacce — e mostrare la croce non serve solo a tener lontani i vampiri; conosciamo risposte e formule da dire per scongiurare prospettive indesiderabili, o perfino qualche formula di guarigione; abbiamo una certa consuetudine con scope di saggina inchiodate al muro esterno della casa, e con amuleti e talismani a forma di viso, di occhio — minor fortuna hanno invece avuto da noi quelli a forma di fallo, anche se il loro antico nome ha portato il significato al fascino stesso. Ce ne sono poi di meno ovvi, pratiche desuete come il murare nelle pareti delle case scarpe e oggetti con iscrizioni, o dare nomi che tengano lontano il male alludendo a condizioni desiderate, o al loro contrario.
Il termine ‘apotropaico’ ha il potere stupendo di significare questa sterminata galassia di usi contro demoni e malocchi appartenendo a un registro elevato, distaccato. Da prestito dotto novecentesco (non ha cent’anni), riesce a collocare questi usi in una lettura antropologica, a prenderli per quello che sono, da un lato senza involgersi in giudizi sprezzanti, dall’altro coprendo anche la volgarità che a volte li caratterizza — un passo fuori dal loro paradigma. Dire che l’amica, alla nostra previsione, ha fatto un gesto apotropaico, o che l’amico ha sempre pronta qualche formula apotropaica ogni volta che è in ballo un esito incerto, lascia un simpatico spazio di non detto, lasciato all’immaginazione con un esito perfino comico.
Cosa che il sinonimo ‘scaramantico’ realizza con minor efficacia, perché meno aulico e distante: il termine ‘scaramanzia’ (come si può annusare sentendo quell’elemento –manzia, che ci parla puntualmente di pratiche magiche) è un’alterazione popolare di gramanzìa, a sua volta deformazione di negromanzia, in un’ottica di partecipazione allo scambio magico.
Insomma, l’apotropaico è una parola importante perché descrive tanto di tante culture, ma anche perché si rivela un grimaldello versatile per presentare certi tratti in maniera pulita, scanzonata, efficace.
Gori la scrisse nel 1892, nel carcere milanese di San Vittore, dove era stato rinchiuso preventivamente: il testo fu scritto in prossimità del mese di maggio, per celebrare i Fasci siciliani (cui probabilmente si fa riferimento nel testo del canto). Lo definì “bozzetto drammatico in un atto” col titolo di “Primo Maggio”; avrebbe riscosso subito successo, specialmente fra gli immigrati italiani negli Stati Uniti dove Gori andò più tardi.
APaterson, il luogo più frequentato dagli anarchici americani (anche Gaetano Bresci visse lì) Gori rappresentò il bozzetto anche come attore, e così fece in molte altre città, tra cui Chicago, dove il primo maggio si ricordavano appunto i cinque anarchici impiccati, in seguito alla rivolta seguita allo sciopero organizzato per ottenere la giornata lavorativa di otto ore.
I versi finali furono incisi, con altre epigrafi, sul cippo commemorativo di Felice Cascione (partigiano comunista autore di Fischia il vento) ad Alto, in località Fontane: date fiori al ribelle caduto / con lo sguardo rivolto all’aurora / al vegliardo che lotta e lavora / al veggente poeta che muor. L’ultimo verso è un riferimento probabile a Goffredo Mameli, il patriota e poeta autore dell’inno nazionale italiano, qui celebrato da Gori come un combattente per la libertà(cadde per difendere la Repubblica Romana del 1849
Paolo Edoardo (Pardo) Fornaciari, livornese del ’48, ama dividere la sua attenzione tra edizioni critiche di testi medievali e ricerche sul canto popolare. Nel primo campo ha all’attivo varie pubblicazioni: la Parafrasi della Repubblica platonica di Averroé, edita per Olschki, il De astrolabio di Andalone di Negro, edita per il Comune di Livorno, mentre per Mimesis ha pubblicato in due volumi le Conclusiones cabalisticae, magicae, hermeticae, orficae di Giovanni Pico della Mirandola; per le Edizioni del Galluzzo la Apologia, sempre di Giovanni Pico della Mirandola, prima edizione critica, completa di traduzione, realizzata a 500 anni dalla stesura. Ha inoltre al suo attivo numerosi articoli di storia e filologia su riviste specialistiche italiane ed internazionali. Quanto al canto popolare ha pubblicato un saggio sulla cultura giudeolivornese, Fate onore al bel Purim (illustrato da rare testimonianze canore raccolte sul campo) ed il libro ritrovato Gli Ebrei venuti a Livorno di Raffaello Ascoli. Ha al suo attivo anche l’incisione di diversi CD in cui ha interpretato canti del Risorgimento toscano (Livorno ribelle), dell’innodia del mondo del lavoro (Fate largo quando passa la Brigata Garibaldi) e dell’epopea marinaresca (Canti del Mare). Oltre ad aver tradotto Georges Brassens in livornese (ascoltabile nel CD Porci Poveracci e vecchi malvissuti) compone ballate e canzoni, che ha presentato in varie occasioni, anche internazionali, come il festival messicano Encuentro de Decimistas y Versadores de Latin America di San Luis Potosì nel 2003, il francese Festival Brassens di Vaison-la-Romaine nel 2004, con il chitarrista Marzio Matteoli, per finire col Cubadisco internacional, di La Habana, Cuba, nel 2010. Nel 2012 ha fondato il Coro Garibaldi d’Assalto col quale nel 2024 ha concorso alle celebrazioni del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
nel link sotto, c’è un’intervista all’autore sul libro che è interessante
Appello da Gaza alla cultura italiana: una voce per il poeta Haidar al-Ghazali
(Cagliari, 1993) è laureato in Lettere Classiche all’Università di Cagliari e in Lettere Moderne all’Università di Milano. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Bergamo..
scritto da Francesco Ottonello | 28 Luglio 2025
Di fronte a tutto quello che sta accadendo, denunciato dal report di Francesca Albanese per le Nazioni Unite, non è più possibile restare in silenzio. Chi ha una voce, la usi. Chi scrive, scriva. Chi insegna, insegni la giustizia.
Chi può creare opportunità concrete – borse di studio, residenze letterarie, progetti di accoglienza e formazione – lo faccia ora. Questo articolo chiama in causa voi, lettori, poeti, intellettuali, scrittori, accademici, e chiunque abbia una voce e il potere anche minimo di fare qualcosa.
Si tratta di difendere ciò che resta umano nell’umano: il diritto a un futuro, alla parola, alla dignità. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare che si perda, come diceva Vittorio Arrigoni.
Riportiamo qui la traduzione dall’inglese delle parole che Haidar al-Ghazali mi ha indirizzato personalmente affinché venissero diffuse tra la comunità culturale italiana. Esse sono tratte da un vocale, che riproduciamo con il suo consenso, e da cui si possono sentire i rombi degli aerei che sorvolano Gaza, intervallando la sua voce…
Ciao amico mio, grazie per il tuo interesse. Apprezzo tutto ciò che stai cercando di fare. Sì, puoi pubblicare questo sul tuo sito web. Penso che possa essere utile.
Vorrei ottenere una borsa di studio per studiare all’estero. Sai, tutte le università di Gaza sono state distrutte — completamente rase al suolo — a causa del genocidio. Il mio percorso di apprendimento si è interrotto quando è cominciato questo genocidio. Perciò vorrei ricevere una borsa di studio per studiare all’estero. Suggerisco anche di cercare un programma di residenza letteraria. Io sarei disponibile e penso che potrebbe essere utile anche come possibilità di evacuazione da questo massacro.
Viviamo in una situazione orribile — nella carestia, nella fame. E non riesco a credere che io stia vivendo davvero tutto questo. Sai, la situazione è insostenibile. Ottenere una borsa di studio o una residenza letteraria sarebbe utile per avere una possibilità di fuggire da questo massacro.
POESIE DI HAIDAR AL- GHAZALI ( 2004 )
Riportami alla mia giovinezza
per un momento
a camminare per le strade
con i due occhi chiusi
affinché non mi sieda adesso
a piangere un’intera città.
La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno.
[traduzione di Francesco Ottonello]
Il loro grido è la mia voce’, antologia di poesia palestinese, curata da Antonio BocchinfusoMario Soldaini e Leonardo Tosti, con traduzioni di Nabil Bey per Fazi. Il titolo riprende uno splendido verso di Haydar al Ghazzali non più promessa ma già stabile presenza nel panorama poetico palestinese.
Stavo per mettere un boccone di lenticchie in bocca
quando un razzo si è avvicinato al nostro quartiere,
chiudendo la finestra del sole con un mucchio di terra.
E poiché sono un poeta,
sarei sicuramente morto.
Mio padre abbraccia i miei fratelli e mia madre
tra le sue braccia
in un angolo,
e io sto sotto le lastre di zinco e le schegge,
osservando questa scena
per scriverla.
Sono corso verso la strada,
come un bambino,
fino a quando il nostro vicino ha messo la mano di una bambina
sul marciapiede di fronte a me,
quindi non ho distolto lo sguardo,
così ho capito che ero cresciuto.
Tornai a casa,
la polvere del crimine aveva occupato tutto,
e sulla tavola da pranzo
cinque piatti
e quattro cucchiai
e sopra di me un soffitto bucato.
Non ho trovato il mio cucchiaio.
24/10/2023
La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.
25/04/2024
L’alfabeto degli universi
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.
Segnerò l’appuntamento sopra le tue colline
e il flauto testimonia
e l’alba testimonia
e le mie barche affondate testimonieranno
che ballerò con la notte invecchiata
e prepareremo universi di poesia,
o fiore di melograno.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.
Portami sotto le tue palpebre;
perché il mare mi soffoca nella sua vastità
e dormi sui palmi delle mie mani,
la poesia cola dalle tue curve strette come respiri
per gli annegati.
Io sono la fenice, stanca delle storie di cenere
tolgo la mia leggenda ogni notte alla porta di casa,
divento un corvo,
prigioniero del tuo chiarore.
Poni il tuo mantello sul mio petto
e divento un gabbiano di mare o una colomba.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.
O paese degli affaticati,
perché hai colto l’ultimo fiore del melograno?
Perché ci lasciamo disegnare gli universi sui muri delle barche?
Perché, o paese degli affaticati,
i nostri petti sotto il mare,
sotto i cortei?
Tornerò un giorno dicendo:
quello che non sanno gli annegati
è che se non avessero portato con loro
i loro grandi sogni
tutte le barche non sarebbero affondate.
23/04/2023
Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo
per piangere.
Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e non verrà promosso
chi non supererà l’esame di umanità.
Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo,
governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?
La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere
sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti
fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra
e nutrirvi.
Haidar al-Ghazali (2004). Poeta di Gaza. Finché gli è stato possibile ha studiato Letteratura inglese e Traduzione. Oggi la sua università è rasa al suolo. Dall’inizio dell’offensiva israeliana racconta l’assedio in versi, scrivendo ogni giorno, come lui stesso dice, «versi che sanguinano». Negli ultimi mesi i suoi testi sono apparsi, anche in traduzione, su diverse riviste. La poesia “I giovani liberi” letta in tutto il mondo nella traduzione “The intifada of the free youth”, e rivolta ai giovani in protesta nelle università occupate, contiene il verso che dà il titolo a questa raccolta. Leggere quotidianamente i suoi diari in versi, cercando di mantenere il contatto nonostante le continue fughe, i lutti e gli sfollamenti ha costituito un lavoro impegnativo e doloroso. Questo libro viene pubblicato nella speranza che un giorno potremo finalmente attraversare il Mediterraneo, noi e il nostro coetaneo al-Ghazali, e parlare di poesia con un passaporto alla pari.
Biografia tratta da “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, cit., pp. 75-76.
Hespèrion XXI è un gruppo musicale spagnolo di musica antica.
Nel 1974 Jordi Savall fondò, assieme alla moglie Montserrat Figueras, a Lorenzo Alpert e a Hopkinson Smith l’Ensemble Hespèrion XX, poi Hespèrion XXI dall’anno 2000, che aveva per scopo la riscoperta, la valorizzazione e la diffusione del patrimonio musicale dell’Europa del Mediterraneo dall’antichità al XVIII secolo.
Hesperia era infatti il nome latino di una regione europea comprendente l’Italia, la penisola iberica e la Francia Meridionale.
Un antico tema musicale portoghese che ha conquistato l’Europa
Dal XVI al XVIII secolo, oltre 150 compositori hanno utilizzato il tema della Folia come base percomporre serie di variazioni altamente virtuosistiche.
Memorabili quelle di musicisti italiani come Frescobaldi, Corelli, Alessandro Scarlatti, Vivaldi e Bononcini.
La Follia, in portoghese Folia, è un tema musicale portoghese, fra i più antichi della musica europea. Le sue origini risalgono probabilmente al tardo Medioevo come forma di danza popolare e di canto. Letteralmente il termine folia significa “folle divertimento, baldoria, sollazzo”, o anche“ follia”, e viene utilizzato per designare una festa popolare parecchio movimentata, caratterizzata da danze, musica e grande allegria. Il termine richiama molto bene il carattere originario del tema musicale, prima che la Folia venisse assorbita dal repertorio di corte tra il XV e il XVI secolo, acquisendo un carattere severo e maestoso. È in quest’ultima forma che si diffuse in tutt’Europa nei secoli XVI-XVIII, attraverso numerose elaborazioni, fino a diventare una delle basi predilette per variazioni strumentali di grande virtuosismo
Arcangelo Corelli — vedi sotto
Una speciale menzione merita la Follia per antonomasia, quella di Arcangelo Corelli, inclusa nella celebre raccolta di Sonate a Violino e Violone o Cimbalo, Opera Quinta del 1700, e servita come base per simili composizioni di Marais, Vivaldi, Reali e altri. Un serie di variazioni su uno stesso basso, dove Corelli sviluppa un’ampia gamma di idee, metri e andamenti che illustrano al meglio ed esaltano l’antico e fiero tema iberico.
Fra i compositori dell’età classica, si ricordano Antonio Salieri, che sul celebre tema compose le spettacolari 26 Variazioni per orchestra; e Georg Friederich Händel con la bellissima sarabanda dalla Suite per clavicembalo in Re minore n. 11 (arrangiata per archi, timpani e basso continuo da Leonard Rosenman), utilizzata nella colonna sonora del film Barry Lyndon di Stanley Kubrick. VEDI AL FONDO IL BRANO SE VUOI
Luigi Cherubini, di origine portoghese, utilizzò la Follia come tema principale dell’ouverture dell’opera L’hôtellerie portugaise (L’osteria portoghese) del 1798.
Nel 1867 persino Liszt utilizzò il tema nella sua Rapsodia Spagnola,
e Sergej Rachmaninov compose le Variazioni su un tema di Corelli per pianoforte nel 1931. Più recentemente s’ispirò al tema Vangelis (pseudonimo, nasce ad Agria, 29 marzo 1943, è un compositore e polistrumentista greco, che tra le altre ha fatto la colonna sonora di Blade Runner ) nella colonna sonora del film 1492: la conquista del Paradiso.
Arcangelo Corelli (Fusignano, 17 febbraio 1653 – Roma, 8 gennaio 1713) è stato un compositore e violinista italiano del periodo barocco.
Nacque a Fusignano (oggi in provincia di Ravenna ma al suo tempo appartenente alla Legazione di Ferrara).
Considerato tra i più grandi compositori del periodo barocco, fondamentale fu il suo contributo allo sviluppo della musica strumentale, e in particolare alla sonata a tre e a quella solistica, come pure del concerto grosso, che portò ad alti livelli di equilibrio e perfezione formale. Lo stile introdotto da Corelli, disseminato in Europa grazie a musicisti che erano stati in contatto con lui, come Georg Muffat e Pietro Castrucci, e ad altri suoi seguaci come Francesco Geminiani, Pietro Locatelli e Francesco Antonio Bonporti, fu d’importanza fondamentale per lo sviluppo del linguaggio orchestrale e violinistico del primo Settecento in tutta l’Europa.
Considerato tra i più grandi compositori del periodo barocco, fondamentale fu il suo contributo allo sviluppo della musica strumentale, e in particolare alla sonata a tre e a quella solistica, come pure del concerto grosso, che portò ad alti livelli di equilibrio e perfezione formale. Lo stile introdotto da Corelli, disseminato in Europa grazie a musicisti che erano stati in contatto con lui, come Georg Muffat e Pietro Castrucci, e ad altri suoi seguaci come Francesco Geminiani, Pietro Locatelli e Francesco Antonio Bonporti, fu d’importanza fondamentale per lo sviluppo del linguaggio orchestrale e violinistico del primo Settecento in tutta l’Europa.
HAENDEL — SARABANDA
SARABANDE – G. F. Händel / Camerata Cambrensis
La Camerata Cambrensis es una orquesta de cámara con base en Navarra dirigida por Caroline Collier y que cuenta con músicos profesionales pertenecientes a las orquestas más importantes de la zona vasca y vascofrancesa. Forman este grupo desde el año 2002
nota su Fusignano::
un paese in provincia di Ravenna con ca 8.000 abitanti ( dati 28 – 02-2026 )
La chiesa del Suffragio, costruita sul terreno delle case dei Corelli
Piazza Maggiore (oggi Piazza Corelli) alla fine del XIX secolo. Anonimo – Otto Settembre. Almanacco della Festa (2019)
Fusignano nel 1945, subito dopo la Liberazione. Sentruper
IL CANALE DEI MOLINI DI LUGO E FISIGNANO– Oltre al canale, l’area comprende il Bosco di Fusignano (un bosco di latifoglie cresciuto lungo le rive), le “Buche Gallamini” e le “Cave ex-fornace”.
La pansè è una canzone comica frutto dell’estro di Gigi Pisano, autore dei versi, e di Furio Rendine
Ogni giorno cambi un fiore
e lo appunti in petto a te.
Stamattina, sul tuo cuore,
ci hai mettuto una pansé.
E perché ce l’hai mettuta?
Se nun sbaglio l’ho capito.
Mi vuoi dire, o bella fata,
che tu pensi sempro a me.
Ah.
Che bella pansé che tieni,
che bella pansé che hai,
me la dai?
Me la dai?
Me la dai la tua pansé?
Io ne tengo un’altra in petto
e le unisco tutt’e due.
Pansé mia e pansé tua
in ricordo del nostro amor.
Questo sciore avvellotato,
tanto caro io lo terrò.
Quando si sará ammosciato,
io me lo conserverò.
Ci ha tre petali, tesoro,
e ogneduno ci ha un pensiero.
Sono petali a colori,
uno giallo e due marrò.
Ah… (rit)
Tu sei come una farfalla
che svolacchia intorno a me.
Poi ti appuoi sulla mia spalla
con il pietto e la pansé.
Io divento un mammalucco,
poi ti vaso sulla bocca
e mi sembra un tricchi-tracco
questo vaso che do a te.
Frodi online. Due giornalisti italiani si sono infiltrati tra i telefonisti e gli imprenditori che gestiscono il maxi business delle frodi online. Da Cipro sono arrivati al cuore dell’affare: Israele.
C’è un flusso di denaro immenso e inarrestabile che parte dalle nostre tasche e arriva illegalmente in Israele, ma del quale nessuno ci ha mai detto nulla. Sono i proventi di uno strisciante business criminale che ci minaccia sempre più da vicino e in cui tutti, almeno una volta, abbiamo perlomeno rischiato di incappare.
Si tratta del business dei finti investimenti online, che nel mondo anglosassone è conosciuto semplicemente come scam. Il meccanismo di base è piuttosto noto: inizia, generalmente, con uno dei tanti video deepfake disseminati ad arte sui social, in cui alcuni personaggi celebri del mondo del giornalismo e della politica sponsorizzerebbero nuovi e infallibili metodi per guadagnare caterve di milioni a rischio zero.
video sotto, 1 minuto ca–
COSA E’ UN DEEPFAKE (pronuncia, dipfèic )– nasce dalla fusione delle parole inglesi deep learning (apprendimento profondo) e fake (falso)
UNA VOLTA ACCALAPPIATE con simili promesse, le vittime vengono poi contattate da sedicenti consulenti finanziari i quali, presentandosi con generalità e qualifiche fasulle, le convinceranno a versare cifre sempre più alte, spesso fino a prosciugargli il conto bancario. Sarà solo a quel punto, quando i malcapitati rivorranno indietro i loro soldi, che il meccanismo si rivelerà per quello che è: ovvero, una clamorosa truffa. I grandi ricavi promessi? Sono spariti nel nulla, assieme a tutto il denaro investito. Il video promozionale con Mario Draghi o Milena Gabanelli? È stato creato con l’intelligenza artificiale. E quel manager gentilissimo, che diceva di chiamarsi Mario Bianchi e telefonava da Londra? Era ovviamente uno scammer ( = truffatore / da cui ” scam ” – truffa ), e ovviamente non si chiamava Mario Bianchi e non telefonava da Londra.
OGNI ANNO, secondo gli esperti, circa un milione di italiani cadrebbe vittima di simili raggiri, mentre a livello mondiale il business del cyberscam genera profitti da migliaia di miliardi di dollari. Ma dove finiscono tutti questi capitali? E soprattutto: chi ha saputo mettere in piedi un sistema così perfetto e inafferrabile, che le stesse forze dell’ordine faticano persino a inquadrare?
Sono le domande alle quali abbiamo cercato di rispondere nello Speciale della trasmissione FarWest dal titolo «Scam – L’industria della truffa» (realizzato con David Chierchini / vedi sotto ) che andrà in onda questa sera alle 23.15 su Rai3.
Circa un anno fa, spacciandoci per aspiranti truffatori, siamo riusciti a farci assumere in uno scam office nella città di Limassol, a Cipro. Per tre giorni, abbiamo lavorato gomito a gomito con una novantina di telefonisti provenienti da ogni angolo del globo, la cui occupazione quotidiana consisteva nel prendere contatto con centinaia di potenziali vittime e indurle a pagare.
«Promettetegli tutto ciò che vogliono, tanto i loro soldi non li rivedranno mai più», ci aveva suggerito uno dei manager, un ragazzo italiano di 35 anni.
Del resto, l’atmosfera che si respirava nell’ufficio lasciava ben poco spazio alla fantasia: tutti gli scammer avevano nomi fasulli, che erano tenuti a utilizzare sia con i colleghi che con i clienti e ogni volta che un operatore riusciva a ottenere un bonifico l’intero staff era obbligato ad alzarsi in piedi e ad applaudire. Era chiaro che ci trovavamo di fronte a una vera e propria catena di montaggio della truffa, le cui dinamiche obbedivano a schemi operativi assolutamente riservati.
Tuttavia, durante quei tre giorni sotto copertura, qualche altra informazione eravamo riusciti a ottenerla e soprattutto avevamo scoperto che la compagnia in cui ci eravamo infiltrati era di proprietà di un gruppo di imprenditori israeliani e che il boss, un tale Moshikò, controllava diversi altri call center in Romania e Bulgaria.
È PROPRIO SEGUENDO le tracce di Moshikò – di cui pure oggi conosciamo nome e cognome, ma non lo abbiamo mai trovato – che alla fine siamo arrivati a Tel Aviv, dove siamo riusciti a mettere il naso nel vero cuore pulsante dell’industria della truffa. «I tizi come Moshikò, qui, sono quelli che contano meno – ci ha confidato una avvocata locale molto bene introdotta nel giro – In gergo li chiamano monkey, perché sono sempre in movimento come le scimmiette. Vengono usati per aprire e chiudere i call center, gestire i vari manager e amministrare i proventi delle truffe. Ma i veri boss sono altri, e il loro potere, qui in Israele, è veramente molto grande».
Chi siano questi «altri», noi non lo sappiamo ma quel che è certo, come ci hanno confermato diverse fonti, è che Tel Aviv rappresenta da sempre la capitale occulta del mondo dello scam.È proprio laggiù, una quindicina di anni fa, che è nata quella che nel linguaggio degli iniziati viene detta «l’industria». Lì è stato ideato il modello di business su cui essa si regge, lì hanno visto la luce le varie piattaforme e i diversi software utilizzati dai truffatori. E lì, ancora oggi, avrebbero sede i principali gruppi criminali attivi nel comparto. «Il sistema si basa su meccanismi ben rodati – ci ha raccontato, credendoci imprenditori interessati a investire nel business, un giovane scam manager di Herzliya, a nord della capitale di Israele– I call center sono tutti intestati ai monkey, che ufficialmente non sono mai riconducibili ai reali proprietari, mentre i proventi delle truffe, dopo essere stati convertiti in criptovalute, vengono fatti girare su diversi wallet ( = portafoglio digitale o elettronico ) per poi essere riciclati attraverso un giro di false fatturazioni. In questo modo, nessuno può essere messo all’angolo, e i capitali arrivano facilmente fino a qui».
A TUTTI I NOSTRI interlocutori israeliani, compresi quelli che erano inconsapevoli di essere filmati, abbiamo poi sottoposto anche un’altra questione: di fronte a un simile flusso di denaro in entrata, frutto peraltro di attività criminali reiterate a danno di milioni di cittadini europei, è veramente possibile che le autorità di Tel Aviv non si siano mai accorte di nulla?«Chi deve sapere, ovviamente sa tutto – è stata la risposta dei più – Ma tra sapere e intervenire ce ne passa sempre parecchio. A maggior ragione, quando c’è di mezzo il business…».
********
RAIPLAY.IT — 28 GIUGNO 2026 —
FarWestScam – L’industria della truffa – 28/06/2026
MANIFESTAZIONE SEMPRE CONTRO LE BASI INGLESI MA NON RIESCO A TRADURRE. COPIO::
Air Defences Beefed Up In Cyprus After Iran Targets UK Military Base
LIMASSOL, CYPRUS – MARCH 3: An anti-war protest on March 3, 2026 in Limassol, Cyprus. The British prime minister said his country would be sending an air-defence destroyer and helicopters with counter-drone capabilities after a UK military base in Cyprus was targeted by an Iranian drone. Earlier, France and Germany said they would dispatch a warship here to bolster the country’s anti-drone defences. (Photo by Alexis Mitas/Getty Images)
Thomas Danthony è un artista francese che vive e lavora tra Londra e Barcellona. Spesso narrativo, il lavoro di Thomas è caratterizzato da un uso intelligente di composizioni leggere, audaci e una dose di mistero. Il suo elenco clienti include Google, The New York Times, TFL, Mondo, Liberty, Penguin, The English National Opera, The New Yorker, Arte e Sadler’s Wells Theatre, tra molti altri. Oltre all’ illustrazione, Thomas ha sviluppato la sua pittura negli ultimi anni, portandola alla sua prima mostra personale, intitolata ” Voyage “, a Parigi nel 2015 presso la galleria Sergeant Paper.
al fondo, alcune foto dell’esposizione Voyage
IL MONDO DI MARY ANTONY.BLOGSPOT.COM- 23 febbraio 2019
Danthony rivisita in maniera personale la tecnica dello stencil unita a quella della pittura a gouache o a guazzo, utilizzando una maschera che permette di ottenere solo tre copie della stessa immagine. ( dal testo del link sopra )
*** per Angela Minella, un’ amica, quella che -tra tutte – ha visto più film d’autore e me ne parlava, ormai tanti anni fa, ma certe cose si ricordano ancora con molto affetto, brù
Da Lubitsch a Ciprì e Maresco, a Venezia Classici i film del passato
Nella sezione della Mostra in anteprima mondiale 19 restauri
Redazione ANSA
FOTO ANSA
I Joyce sono una coppia senza figli legata da un rapporto di indifferenza. Per sistemare una questione ereditaria, devono partire alla volta di Napoli dove, in un paesaggio caldo e soleggiato, si rendono conto degli errori commessi. ( VIAGGIO IN ITALIA DI ROSSELLINI, 1953 )
mentre Viaggio in Italia (1953) di Roberto Rossellini ” è da molto tempo considerato uno dei suoi capolavori dopo l’iniziale ostilità della critica.
Non è da ricercare nella nostalgia “la ragione profonda della scelta di una sezione come Venezia Classici” perché “il cinema di domani non può che alimentarsi della linfa vitale dei film del passato.” Lo dice in una nota Alberto Barbera, il direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che tornerà dal 2 al 12 settembre con la 83/a edizione.
In Venezia classici saranno presentati in anteprima mondiale 19 restauri realizzati nel corso dell’ultimo anno di capolavori provenienti da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. La Mostra “si apre con un omaggio doveroso a un regista per troppo tempo frainteso se non addirittura osteggiato, come Tinto Brass e il suo Col cuore in gola (1967)” spiega il direttore della Mostra.
Addirittura ‘resuscitato” è Lo zio di Brooklyn (1995) di Ciprì e Maresco, “scomparso dagli schermi dopo l’infelice parentesi di un’uscita quasi clandestina”.
Il degrado di Palermo viene rappresentato da tre fratelli, costretti da una coppia di nani mafiosi ad ospitare un anonimo e silenzioso personaggio.
Brutti, sporchi e cattivi (1976), “tra i film più eccentrici e meno visti di Ettore Scola, merita sicuramente un’attenta rivalutazione” osserva Barbera,
Chiude la pattuglia italiana La lunga notte del ’43 (1960), primo film di Florestano Vancini e a detta di molti il suo film più intenso e riuscito”.
TRAILER ITALIANO DI LUBITSCH – 1942
TRAILER DI FANTASIA DI UNA TREDICENNE- 1970– DI JAROMIL JIRES
Fantasie di una tredicenne (1970) del cecoslovacco Jaromil Jirés;
FILM COMPLETO — ( ? ) DI LUIS BUNUEL– 1954– L’ILLUSIONE VIAGGIA IN TRANVAI
L’illusione viaggia in tranvai (1954), “uno dei film forse meno visti di Luis Bunuel”;
**** magari, se vi interessa, cerco i trailer che mancano .. domani
l’argentino Los de la mesa 10 (1960) di Simón Feldman “considerato uno dei primi e più rilevanti film della cosiddetta Generazione dei Sessanta, la nouvelle vague argentina dell’epoca”.
Dal Giappone, The Catch (1983) di Shinji Somai;
l’opera prima dell’indiano Dev Bengal, English, August (1993);
Poliziotto di quartiere della cineasta cinese Ning Ying (1995), secondo film della trilogia pechinese;
The Story of Woo Viet (1981) di Ann Hui, seconda parte di una trilogia e uno dei primi film politici di Hong Kong.
Per finire, Gli occhi azzurri di Yonta (1992) di Flora Gomes, regista della Guinea Bissau.
Sarà il regista e sceneggiatore Daniele Vicari a presiedere la Giuria di studenti di cinema che per il tredicesimo anno assegnerà il Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato.
Palazzo Reale di Milano celebra Mario Raciti con una grande antologica dedicata a oltre sessant’anni di carriera
di Redazione , pubblicato il 17/06/2026
Dal 1° luglio al 20 settembre 2026 circa cento opere a Palazzo Reale di Milano ripercorrono la produzione artistica di Mario Raciti, protagonista del post-informale italiano e interprete di una pittura sospesa tra memoria e poesia.
Dal 1° luglio al 20 settembre 2026 Palazzo Reale di Milano ospita una grande mostra dedicata a Mario Raciti, ripercorrendo oltre sessant’anni di attività di uno degli interpreti più raffinati della pittura italiana del secondo Novecento. L’esposizione dal titolo Mario Raciti. Opere 1952-2025, a ingresso gratuito, è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, con la curatela di Luca Pietro Nicoletti.
Mario Raciti. A latere (dipinti e curiosità 1963 – 2023) – Mostra – Milano – Studio Masiero – Arte.it
L’iniziativa si inserisce nel ciclo espositivo Maestri a Milano, che negli ultimi anni ha reso omaggio a figure come Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami, confermando l’impegno di Palazzo Reale nella valorizzazione dei protagonisti dell’arte contemporanea legati alla città.
Attraverso circa cento opere provenienti dal Museo del Novecento di Milano, dal MART di Rovereto e da collezioni private, la mostra intende ricostruire l’intero percorso artistico di Raciti, dagli esordi negli anni Cinquanta fino ai lavori più recenti, offrendo una lettura d’insieme della sua ricerca artistica.
GALLERIA ANTONIO BATTAGLIA
Nato a Milano nel 1934, Mario Raciti è considerato una delle figure di riferimento del post-informale italiano. Dopo gli studi in giurisprudenza e l’avvio della professione forense, all’inizio degli anni Sessanta sceglie di dedicarsi completamente alla pittura, intraprendendo un percorso volto a esplorare una dimensione sospesa tra realtà, memoria e visione. Le radici del suo linguaggio affondano nella Milano del dopoguerra, attraversata da vivaci fermenti culturali e artistici. In quegli anni stringe rapporti determinanti con personalità come il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller, che nel 1970 pubblicherà la prima monografia dedicata all’artista.
Parallelamente, la sua formazione si nutre delle letture di autori come Rainer Maria Rilke, Friedrich Hölderlin, Johann Wolfgang Goethe e Robert Musil, oltre che di una profonda passione per la musica di Richard Wagner, Gustav Mahler e Franz Schubert, elementi che contribuiranno a definire la tensione poetica della sua pittura.
A partire dagli anni Settanta, entra a far parte del gruppo della Galleria Morone di Enzo Spadon, insieme ad artisti quali Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre, consolidando progressivamente il proprio ruolo nel panorama artistico italiano.
Nel corso dei decenni le sue opere sono entrate in prestigiose raccolte pubbliche e private, tra cui quelle di Intesa Sanpaolo oggi conservate alle Gallerie d’Italia, il MART di Rovereto, lo CSAC di Parma e le storiche collezioni Pallini e Jucker.
Un capitolo fondamentale del rapporto tra Raciti e Milano è rappresentato dalla grande mostra personale allestita nel 1988 al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea.
In quell’occasione la direttrice Mercedes Garberi acquisì trentasei opere dell’artista, oggi conservate al Museo del Novecento. Questo nucleo storico costituisce uno dei punti centrali della rassegna di Palazzo Reale e testimonia il riconoscimento ottenuto da Raciti nella sua città natale.
Mario Raciti, Presenze (1963; Milano, Museo del Novecento). Foto: Riccardo MolinoMario Raciti, Per tutte le galassie! (1963; Milano, Museo del Novecento). Foto: Riccardo MolinoMario Raciti, Fabbrica di spiritelli (1967; Collezione privata). Foto: Riccardo Molino
Il percorso espositivo attraversa le diverse fasi della sua produzione, dalle figurazioni simboliche degli anni Sessanta alle atmosfere rarefatte delle Presenze-assenze degli anni Settanta, fino alle Mitologie degli anni Ottanta e ai Misteri degli anni Novanta. Nei lavori più recenti la pittura tende progressivamente verso la dissoluzione dell’immagine, affrontando temi esistenziali e spirituali sempre più complessi.
Tra i cicli esposti figurano le opere dedicate alla Crocifissione e Why, appartenente alla serie I fiori del Profondo, in cui il mito di Proserpina diventa metafora della necessità umana di relazione e comunicazione. Nelle ultime ricerche, raccolte nelle serie Una o due figure e Fonti, il fiore si trasforma in dardi, evocando la distanza e l’incomunicabilità tra gli individui.
La mostra rappresenta una nuova tappa nel percorso di valorizzazione dell’opera di Raciti, dopo le importanti retrospettive ospitate a Palazzo Sarcinelli di Conegliano nel 1998, a Palazzo Magnani di Reggio Emilia nel 2010 e al MART di Rovereto nel 2016. L’esposizione segue inoltre la pubblicazione, nel 2023, del catalogo ragionato della sua produzione pittorica. Ad accompagnare la rassegna sarà il catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, realizzato con il contributo di OltreArte Galleria Contemporanea.
Mario Raciti, Mitologie (1984; Milano, Museo del Novecento). Foto: Riccardo MolinoMario Raciti, Fonti (2022; Collezione privata). Foto: Riccardo Molino
“La mostra rende omaggio a una voce importante del Novecento, che ha saputo dare forma alle inquietudini profonde e allo smarrimento dell’uomo senza rinunciare a un quid di poesia, fra impulso psicologico e allegoria del profondo, in cerca di un altrove”, spiega il curatore.
“Ospitare questa esposizione a Palazzo Reale”, dichiara l’assessore alla CulturaTommaso Sacchi, “significa valorizzare una generazione di artisti che ha contribuito in modo decisivo alla storia artistica del Paese e riaffermare il ruolo di Milano come luogo di confronto, ricerca e memoria”.
Pasquale Porciello è un giornalista freelance specializzato in politica interna libanese e del medioriente e in comunicazione politica. È inoltre docente di lingua all’Università Antonina di Baabda (Libano). Vive attualmente in Libano a Beirut da oltre dieci anni e ha vissuto e studiato a Damasco in Siria prima della guerra civile siriana.
Asia occidentale Due attentatori, uno piazza un ordigno, l’altro prova a farsi saltare in aria: sei uccisi, venti feriti. La Siria vive ancora nell’incubo
Le forze di sicurezza siriane ispezionano il luogo in cui è stato fatto esplodere un ordigno in un bar vicino al complesso del tribunale principale, a Damasco – AP/Ghaith Alsayed
Dopo aver attraversato i buchi dell’altissima volta di ferro erosa dal tempo, il selciato del suq al-Hamidieh a Damascoil sole disegna ellissi, tranne a mezzogiorno quando sono cerchi. Fa caldo. Nelle ore di punta il sole picchia fortissimo e quei piccoli fasci di luce bollente trafiggono il viavai di gente che affolla il mercato prima del giorno del venerdì di festa. Qui c’è riparo e fresco. Dei ragazzini vendono bottigliette d’acqua messe a raffreddare in tinozze di plastica col ghiaccio, i mercanti chiamano i passanti, la gente contratta i prezzi e fa avanti e indietro. Nelle stradine limitrofe il mercato continua e si divide a zone: ferramenta, pellami, spezie, profumi, si trova ogni cosa. C’è vita.
LE FAMIGLIE MANGIANOil gelato di Bakhdash all’ashta e ai pistacchi. Si sente un piccolo boato sordo, ma si confonde tra i clacson, i rumori della strada appena fuori dalla cittadella sorvegliata dalla statua di Salaheddin a cavallo, affollatissima a quell’ora, mischiati a quelli del mercato. Tutto procede. Si vende, si compra. Poi le sirene delle ambulanze e quelle della polizia rendono chiaro che il boato sordo non era solo rumore.
La polizia comincia a sfollare l’area davanti al palazzo di giustizia, nell’area chiamata Hijaz, proprio davanti alla porta principale del suq e della cittadella. «Uno, da solo. Non una macchina. Un kamikaze? Forse. Forse una bomba». Nemmeno la polizia sa bene cosa sia successo, ma se qualcuno ha uno zaino, lo controlla. Dopo una ventina di minuti la piazza è stata quasi del tutto svuotata.
«Le prossime ore chiariranno tutto e chi ha versato sangue siriano pagherà; tuttavia, la Siria resterà salda finché saremo uniti e questo evento non scuoterà lo Stato siriano. (…) Ci vorrà del tempo affinché lo Stato raggiunga la stabilità. Il ministero dell’interno ha lavorato bene negli ultimi mesi: nonostante si sia partiti dalle macerie, si è verificato un netto miglioramento», ha dichiarato a caldo il governatore della capitale, Maher Marwan, che parla di «agenti dannosi», senza fare esplicito riferimento ai gruppi jihadisti sunniti di Isis. «Più la Siria acquisisce stabilità, più numerosi sono coloro che cercano di danneggiarla».
LA POLIZIA PATTUGLIA la piazza, lo snodo viario e l’area antistante il palazzo di giustizia. Arrivano le prime notizie. La bomba è esplosa nel café di fronte al palazzo, frequentatissimo da chi ci lavora o da semplici cittadini. Ci sono dei morti. Prima due, poi tre, poi sei. Le notizie arrivano un po’ per volta. I feriti saranno poi una ventina in totale.
Le prime indiscrezioni parlano di un secondo attentatore che indossava un giubbotto esplosivo fermato dalla polizia 15 minuti prima dell’attacco. L’esplosione sarebbe avvenuta mentre la polizia disinnescava l’attentatore suicida. L’ordigno esplosivo improvvisato conteneva proiettili ed era concepito per uccidere. Uno degli attentatori indossava un giubbotto esplosivo; il secondo ha piazzato l’ordigno nel café ed è riuscito a fuggire.
Tra le ipotesi, la principale rimane l’Isis.
Nel 2026 la gestione dei procedimenti giudiziari contro l’Isis è passata dai processi pubblici alla trattazione dei sospetti terroristi tramite la Direzione per la lotta al terrorismo. Il ministero dell’interno e le forze di sicurezza si sono concentrati sulla custodia cautelare, lo smantellamento di cellule dormienti e la neutralizzazione dei complotti terroristici intercettati.
SONO STATI ARRESTATI 235 affiliati all’Isis e sventati sette complotti terroristici in diversi governatorati, inclusa Damasco. Un’operazione gestita da un potere che proviene dallo stesso retroterra, il jihadismo sunnita dell’ex Fronte al-Nusra del presidente autoproclamato Ahmad al-Sharaa, che ha condiviso ideali e metodologie con lo Stato islamico, oggi nascosti dietro i doppiopetti.
Il 17 giugno 2026 l’Isis ha rivendicato un attacco contro Salah Ahmad al-Saleh, responsabile del dipartimento del palazzo di giustizia a Babila (a sud di Damasco). Il 19 maggio un’autobomba ha ucciso un soldato e ferito 18 persone fuori da un palazzo della difesa a Damasco, a dimostrazione che l’organizzazione, pur priva della sua struttura «statuale», è ancora viva e vegeta e opera in cellule mortifere.
TANTI FILE IMPORTANTI sono stati esaminati il mese scorso nel palazzo di giustizia di Damasco nell’ambito della giustizia di transizione, che coinvolgono esponenti dell’ex regime siriano. Tra i più rilevanti quelli contro Wassim al-Assad, cugino di Bashar al-Assad per traffico di droga e crimini commessi durante il precedente governo; Ahmad Badruddin Hassoun (ex gran Mufti della Siria) per complicità in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e istigazione all’omicidio; Atef Najib, ex capo del dipartimento di Sicurezza politica a Daraa e cugino del presidente deposto, per crimini contro l’umanità; Bashar e Maher al-Assad per omicidio, estorsione e traffico di droga.
«È difficile affermare con certezza che si tratti di un’azione dell’Isis, soprattutto perché l’organizzazione solitamente non rivendica prima che siano trascorse 24 ore e non è solita rivendicare attacchi di questo tipo – dice al manifesto Camilla Gray, analista di sicurezza, specializzata sulla Siria dell’est – Tuttavia, qualora l’attacco fosse riconducibile all’Isis, ciò rappresenterebbe un significativo cambiamento di strategia: un’azione nel centro della città, non diretta né contro un gruppo religioso né una minoranza etnica. Sebbene sia prematuro confermare se sia una tendenza destinata a proseguire, l’episodio potrebbe rappresentare un tentativo di destabilizzare il governo e la relativa stabilità della capitale».
La vita va avanti nel suq. Sul selciato gli ellissi si allungano e si continua a mercanteggiare.
Nella foto l’intervento di Roberto Zaccaria alla Maratona per la Costituzione che si tenuta il 30 giugno a Roma)
Roberto Zaccaria: nasce la rete contro la legge elettorale, pronti al ricorso alla Consulta
“Noi non ci fermiamo qui. Quella di ieri è stata la prima iniziativa di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione. Domani costituiremo una rete nazionale di organizzazioni e associazioni, ripristinando lo spirito referendario che ha portato alla bocciatura della riforma della giustizia. Si tratta già di 15 realtà, ma se ne aggiungeranno altre, per promuovere iniziative in tutta Italia”. Lo ha detto il professor Roberto Zaccaria, dopo l’incontro di ieri a Roma sulla legge elettorale promossa da Gruppo Costituzione e democrazia (che riunisce 170 costituzionalisti), Demo Fondazione, Articolo 21 e Giustizia Insieme. “Aspettiamo che la legge elettorale venga approvata – ha spiegato – poi come costituzionalisti e avvocati solleveremo il ricorso alla Corte costituzionale. Lo faremo tempestivamente davanti a moltissimi tribunali italiani”. “Ieri – ha spiegato – è emersa una convergenza fra costituzionalisti, giornalisti e politici sull’attualità della Costituzione, che può diventare un cemento forte anche programmatico del centrosinistra. Per noi la Carta è un valore assoluto, semmai c’è da attuarla in alcune parti, mentre dall’altra parte viene presa con una riserva molto forte, come dimostra il fatto che Meloni avrebbe voluto modificarla con premierato, riforme della giustizia e per l’autonomia“. Per quel che riguarda la legge elettorale “inseriscono un mostruoso premio di maggioranza che di per sé è un vulnus, una ferita gravissima dell’uguaglianza del voto. E pone un problema di equilibri democratici, incide sulla forma di governo: chi vince prende tutto”.
(Ansa)
(Nella foto l’intervento di Roberto Zaccaria alla Maratona per la Costituzione che si tenuta il 30 giugno a Roma)
Castel Liteggio, Cologno al Serio, Bergamo, Italy Ago76 – Opera propria
Castel Liteggio. Ruderi del fortilizio: realizzato a partire dal XIII secolo, controllava il Fosso Bergamasco, confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.
Esplosione nel centro di Damasco, 4 morti e 10 feriti.
E’ avvenuta nel centro della capitale, vicino al Palazzo di Giustizia
Un’esplosione si è verificata in un caffè nel centro di Damasco, vicino al Palazzo di Giustizia, causando almeno quattro morti e dieci feriti.
Ancora non sono stati forniti dettagli sulle cause.
Lo riferiscono media siriani citando fonti della polizia e spiegando che l’esplosione è avvenuta di un locale su Al-Nasr Street, vicino al Palazzo di Giustizia.
Raid e arresti, Tel Aviv stringe la presa sulla Siria.
Michele Giorgio- foto in fondo-, giornalista vive da tempo in Medio Oriente, pubblica con Edizioni Alegre, direttore di Pagine Esteri, un sito online fatto molto bene
La guerra grande. Rastrellamenti e raid nel villaggio di Abdin. Nel mirino c’è il bacino del fiume Yarmouk
Incursioni di mezzi blindati, posti di blocco, raid nelle abitazioni, arresti e interrogatori di civili, oltre a bombardamenti aerei e colpi di artiglieria. Non stiamo scrivendo della Striscia di Gaza o del Libano del sud occupati dall’esercito israeliano. È la Siria meridionale, un teatro in apparenza più marginale nella guerra infinita che il governo Netanyahu porta avanti per «ridisegnare il Medio Oriente» e che, invece, sta assumendo un’importanza sempre maggiore. Israele sembra non accontentarsi più delle centinaia di chilometri quadrati di territorio siriano che formano la zona di sicurezza a cui ha dato vita oltre le Alture del Golan (occupate nel 1967), dopo la caduta di Bashar Assad nel dicembre 2024.
Lo scorso fine settimana le sue forze hanno preso di mira il villaggio di Abdin, nella campagna occidentale della città di Daraa, con elicotteri da combattimento e colpi di artiglieria che hanno provocato il panico tra i civili e innescato una fuga massiccia di civili. Gli abitanti di due villaggi ieri hanno eretto barricate sulle strade circostanti sperando di impedire altri raid.
L’incursione israeliana, simile a quella con morti e feriti dello scorso autunno nel villaggio siriano di Beit Jinn, a ridosso del Golan, è scattata giorni dopo l’uccisione, nei pressi di Hader, di due uomini, presunti agenti iraniani, che, secondo l’esercito israeliano, si stavano preparando a compiere un attacco contro le sue truppe. Intanto resta ignota la sorte di 47 civili siriani arrestati da Israele nell’ultimo anno e mezzo e dei quali non si conosce il luogo di detenzione.
Il padre di uno dei prigionieri ha riferito che il Comitato Internazionale della Croce Rossa gli ha comunicato che Israele nega di detenere cittadini siriani. I media locali denunciano anche che le forze israeliane nella zona di Quneitra hanno sfrattato i residenti dalle loro case, distrutto edifici e occupato abusivamente terreni agricoli, stabilendo nove avamposti. Sullo sfondo c’è lo stallo dei negoziati diretti tra Tel Aviv e Damasco, mediati da Stati Uniti e Francia, che, affermano gli analisti siriani, verrebbe sfruttato da Israele per compiere operazioni militari volte ad allargare la zona di sicurezza.
L’escalation ad Abdin, ha raccontato al manifesto un giornalista siriano, era iniziata all’alba di sabato, quando una pattuglia israeliana ha raggiunto la collina di Al-Maghar, situata a ovest del villaggio, dove i soldati hanno montato tende e allestito un posto di blocco. Nel pomeriggio quattro veicoli militari sono entrati nella periferia di Abdin, bloccandone poi l’accesso. Decine di giovani hanno reagito lanciando pietre contro gli israeliani. Le forze di interposizione dell’Undof (Onu) sono intervenute per cercare di riportare la situazione sotto controllo, ma senza successo. L’esercito israeliano ha inviato rinforzi e avviato perquisizioni, controlli e sequestri di telefoni. Alcuni abitanti, secondo testimoni, hanno sparato colpi d’arma da fuoco in aria. La reazione israeliana è stata immediata, con l’impiego di elicotteri e colpi di artiglieria. Centinaia di civili sono fuggiti da Abdin.
Tel Aviv sostiene di aver soltanto risposto a un attacco contro le proprie truppe, ma l’incursione non si differenzia da quelle condotte nella campagna occidentale di Damasco e nel governatorato di Quneitra.
Per l’analista siriano Muhammad Abu Sharifa, che ha parlato a un giornale online locale, «l’esercito israeliano ora si sta concentrando sull’area del bacino del fiume Yarmouk, nel quadro del completamento di una zona di sicurezza che si estenderà dalla campagna occidentale di Damasco fino a quella di Daraa, in modo da avere anche una maggiore capacità di controllo sulle risorse naturali, in particolare sulle fonti idriche». Secondo Abu Sharifa, l’accordo quadro tra Libano e Israele firmato la scorsa settimana a Washington avrebbe accelerato i piani di Tel Aviv nel sud della Siria, in particolare l’aumento della pressione sulla popolazione per costringerla ad abbandonare città e villaggi, come è già accaduto nel governatorato di Quneitra ( ** si vede nella cartina, solo il nome è QUNYATRA ) .
Israele, nel frattempo, riferisce il giornale Israel Hayom, su iniziativa della ministra Orit Strook, prepara piani per popolare e rafforzare, con centri abitati, fattorie agricole e infrastrutture civili, i 300 chilometri del confine con la Giordania, che però comprendono anche la Cisgiordania occupata, allo scopo di respingere ipotetiche future minacce provenienti da milizie filoiraniane che potrebbero entrare nel regno hashemita.
*** curiosità :: La battaglia dello Yarmuk, nella quale le forze musulmane sconfissero quelle dell’Impero bizantino, ottenendo il controllo della Siria, ebbe luogo presso il corso settentrionale del fiume nel 636
Mentre la città italiana celebra il suo status di Città Europea della Cultura, rivisitiamo le fotografie di Matera scattate dal co-fondatore di Magnum nei momenti critici della sua storia
Henri Cartier-Bresson arrivò per la prima volta nella città italiana di Matera nel 1951, incaricato di fotografare il locale storico dalle autorità italiane. Il suo obiettivo era catturare la Lucania, l’area dell’Italia meridionale dove si trova Matera, notoriamente raffigurata nei dipinti degli artisti italiani Carlo Levi e Rocco Scotellaro. Cartier-Bresson ha creato un ritratto completo della regione, fotografando la stessa Matera, la vicina Potenza e le rispettive città satelliti.
Nel 1985 Cartier-Bresson donò le sue immagini di Matera alla città italiana.
La collezione comprende immagini realizzate in due periodi temporali: 1951-’52 e 1972-’73. Carmela Biscaglia èla direttrice del Centro di documentazione Rocco Scotellaro e la Basilicata, che documenta la vita del dopoguerra nella regione.
Di seguito, alla luce dello status di Matera Città Europea della Cultura per il 2019, ripubblichiamo le sue parole tratte dal catalogo originale che hanno segnato questa importante acquisizione.
Tutto ha inizio con una donazione fatta da Henri Cartier-Bresson al Comune di Tricarico (Matera) nel 1985, tramite l’amico Rocco Mazzarone, in ricordo di Rocco Scotellaro, giovane poeta conosciuto da Cartier-Bresson durante il suo primo soggiorno in Lucania ma morto prematuramente nel 1953.
La Fondazione possiede 26 fotografie che non solo occupano un posto significativo nel panorama fotografico lucano del Novecento, ma sono immagini scattate da Cartier-Bresson nel 1951-52 e nel 1972-73, due fasi cruciali della storia del Novecento lucano .
Sono accompagnati da un commento dello stesso Mazzarone, intellettuale e medico profondo conoscitore della Lucania, che accompagnò il fotografo francese nelle sue visite nella regione. La corrispondenza tra i due testimonia la loro profonda amicizia. Questo è stato un collegamento cruciale per Cartier-Bresson per entrare in quel mondo, in linea con la sua convinzione che “sia che tu ti muova o resti fermo, devi affermarti, devi costruire relazioni strette, supportato dalla comunità in cui ti trovi”. ”.
Cartier-Bresson vedeva la fotografia come un’esperienza che, indagando i valori dell’esistenza, permetteva la fusione tra sé e gli altri. Come dice lui stesso: “È vivendo che scopriamo noi stessi, nello stesso momento in cui scopriamo il mondo esterno”.
Cartier-Bresson arrivò a Matera alla fine del 1951, invitato dalla Prima Giunta dell’UNRRA-CASAS che aveva istituito la storica Commissione per lo studio della città e dell’agricoltura materana, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Urbanistica. Urbanistica) diretta da Adriano Olivetti. Il fotografo ha preso i primi contatti con il gruppo di specialisti tra cui Riccardo Musatti, Giuseppe Isnardi, Tullio Tentori, Francesco Nitti, Rocco Mazzarone e Friedrich George Friedmann (il filosofo tedesco-americano ispiratore del progetto), e ha lavorato con loro, fornendo una splendida analisi visiva della vita nei Sassi, che sarà pubblicata con il resoconto del gruppo.
La Commissione, che durò fino al 1954, fornì le basi antropologiche per comprendere la Weltanschauung ( concezione del mondo ) dei lavoratori della terra, fornendo 38 indicazioni per la pianificazione urbana nel Materano, ispirate al Movimento Comunità (introdotto a loro da Olivetti) e negli insediamenti rurali come La Martella e nei nuovi quartieri.
Questi dovevano essere realizzati in seguito alla legge sulla riqualificazione dei Sassi approvata da Alcide De Gasperi, e alla loro realizzazione coinvolgeranno i più grandi architetti e urbanisti dell’epoca, come Luigi Piccinato, Ludovico Quaroni e Carlo Aymonino.
Henri Cartier-Bresson Il governo effettua la distribuzione dei terreni in una fattoria remota. I contadini si fanno avanti quando i loro nomi vengono chiamati per sorteggiare le loro proprietà, i cui titoli vengono preparati sul tavolo. M (…)
È in questo contesto che nasce il primo reportage fotografico sulla Lucania di Henri Cartier-Bresson, al quale attribuisce il percorso umano, professionale e artistico che ha portato alla realizzazione del volume Les Européens (1955).
Era un contesto tipico della regione nei primi anni Cinquanta, con tutta una serie di ulteriori ricerche portate avanti da studiosi nordamericani, progetti patrocinati dalla Commissione parlamentare sulla povertà in Italia e come combatterla, e reportage di altri fotografi come come Ernst Haas, David Seymour, Fosco Maraini e Arturo Zavattini.
La presenza di ciascuno di questi gruppi trasformò la regione, trasformandola in un focolaio di ricerca dopo l’enorme successo della traduzione inglese di Cristo si è fermato a Eboli. Il bestseller, pubblicato in inglese nel 1947, riportò l’attenzione internazionale sulla difficile situazione dei Sassi come parte del nuovo, drammatico stato di sottosviluppo della Lucania, in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra.
Nelle foto scattate tra il 1951 e il ’52, è con grande rispetto per le persone e il paesaggio che Cartier-Bresson cogliela Lucania di Levi e Scotellaro che mostra i primi segni di cambiamento. È a questo punto che le difficili condizioni di vita della regione cominciano a migliorare, grazie ai progetti di riqualificazione volti a spostare la popolazione dei Sassi in abitazioni più igieniche e dignitose, a migliorare l’alfabetizzazione e a destinare le terre del latifondo alla povertà. contadini colpiti nella speranza che ciò permettesse loro di realizzare le loro aspirazioni.
Emblematica in tal senso è la foto emblematica che mostra, sullo sfondo di una delle affollate cerimonie allora svoltesi in Lucania per l’assegnazione dei piccoli poderi a seguito della riforma agraria, un contadino che ringrazia con un anacronistico “saluto romano”. Indicativa delle ripercussioni che l’assistenza sanitaria e il miglioramento della nutrizione avrebbero sull’altissimo livello di mortalità infantile è la foto che coglie il momento in cui un medico somministra medicine a un neonato. Queste foto sono tipiche del lavoro di Cartier-Bresson nel dopoguerra, quando gli obiettivi sociali del suo lavoro erano cresciuti notevolmente.
“È con grande rispetto per le persone e il paesaggio che Cartier-Bresson coglie la Lucania di Levi e Scotellaro che mostra i primi segni di cambiamento” ( Carmela Biscaglia )
Tuttavia, come possiamo vedere dalle immagini lucane, l’artista non rinuncia alla sua “affettuosa curiosità per i modelli senza tempo del comportamento umano e le loro diverse incarnazioni, che sono sempre uniche”. Notevole fu il suo coinvolgimento emotivo quando entrò in contatto con la povertà lucana, al punto che il 6 luglio 1974 mise da parte il distacco scientifico del cronista e scrisse all’amico Mazzarone: «me lasse une tristesse, car me sens si attaché au pays et aux gens que nous avons connu» [“mi lascia triste, perché mi sento tanto legato al Paese e alle persone che abbiamo incontrato”]. Al suo ritorno in Lucania vent’anni dopo (vent’anni segnati dall’abisso tra l’ultima fase della vita di sussistenza e i problemi legati alla nascente industrializzazione), Henri Cartier-Bresson realizza il suo secondo reportage su una realtà sociale ed economica che era stata cambiato al di là del riconoscimento.
Sorsero nuove aree industriali nella valle del Basento, dove furono scoperti giacimenti di metano, furono bonificate vaste aree paludose intorno a Metaponto, debellata la malaria e predisposti sistemi di irrigazione che avrebbero aperto la strada a un’agricoltura redditizia e altamente specializzata. Il fotografo ha creato un panorama completo della regione: di Matera e dei comuni circostanti di Stigliano, Ferrandina, Aliano, Craco, Pisticci, Scanzano, Sant’Arcangelo e Grassano, di Potenza e dei comuni di Rionero in Vulture, Acerenza, Tolve, Vietri di Potenza, Pietragalla e Avigliano.
Ha immortalato la vita della gente di questi paesi e delle campagne, il lavoro delle antiche masserie e dei moderni poderi della Val d’Agri, i nuovi metodi agricoli a Metaponto e dintorni, il diffuso dibattito culturale all’interno delle antiche biblioteche, le nuove realtà per grandi e piccini, assistendo alle trasformazioni apportate da fabbriche, viadotti, dighe e ponti in cemento – si pensi all’immagine del ponte di Potenza, progettato da Sergio Musmeci, per collegare la città alla sua zona industriale. Hanno lavorato in modo olistico, mostrando alla regione una via d’uscita dalla dignitosa povertà cavernicola e da un’economia di sussistenza lungo i brulli burroni di Pisticci e Aliano, verso le nuove opportunità offerte dall’industria e dalla modernizzazione dell’agricoltura.
“Cartier-Bresson ha colto il contrasto tra antiche e nuove tradizioni in Basilicata” (–Carmela Biscaglia )
Con l’obiettivo della sua Leica puntato sul conflitto tra vecchio e nuovo, uomini e donne, ricchi e poveri, potenti e deboli, individui e gruppi, gruppi e folle, senza mai tradire la sua capacità di penetrare nell’animo del singolo, Cartier-Bresson ha colto il contrasto tra antiche e nuove tradizioni lucane, l’incontro tra miti pagani e tradizioni cristiane, strumenti di lavoro arcaici accanto agli apparecchi elettrici – quello dell’aratro e dell’asino, compagno fedele del duro lavoro del contadino, e il trattore e l’autovettura dell’immigrato di ritorno. Il grande fotografo non mancava di immortalare le nuove masse di giovani,le cui aspirazioni lavorative non erano soddisfatte e che si preparavano a un nuovo esodo, o la classe dirigente che continuava a distribuire favori, i sindacati deboli e i partiti politici che, per usare le parole di Rocco Mazzarone, “gruppi di famiglie e clientela migrante”, dal momento che le grandi decisioni hanno continuato a essere prese altrove.
Un pomeriggio del 1973 Mazzarone accompagnava il grande fotografo nella valle del Basento, dove doveva essere posata la prima pietra dei tanti insediamenti che non sarebbero mai sorti.Gli chiese di fotografare il “volto presuntuoso di una delle persone coinvolte”, ma Cartier-Bresson rispose che lo avrebbe fatto solo se se ne fosse presentata l’occasione.
Spettatore curioso e testimone attento anche in quelle circostanze, si avvicinò alla realtà con discrezione, in punta di piedi, guardando quelle immagini della sua Lucania “con il guanto di velluto e l’occhio di falco”. Impeccabili nella loro composizione, geometricamente equilibrate, da una catena di forme organizzate istintivamente dal suo sguardo, queste immagini provocano ironia o tristezza, ci chiedono di fare il punto e provocare emozioni di umana simpatia e la stessa gioia che deve aver provato in quel momento. di scattare la foto.
L’autore progettista dell’ ormai famoso ponte a Potenza era mio padre l’ing Sergio Musmeci. io sono Paolo Musmeci architetto. Sto scrivendo un testo su Sergio Musmeci, un racconto della sua vita e dei suoi lavori. Conoscevo le foto del Maestro H.C. Bresson, sono meravigliose, sono felice e orgoglioso che quelle foto testimoniano la grandezza indiscutibile del fotografo ma anche la connessione artistica che esiste , se posso permettermi, tra Bresson e l’unicità e genialità di che ha realizzato un’opera d’arte come un ponte. L’Arte unisce e connette tutte le specie espressive senza muri o limiti , i veri geni si intendono tra loro, un cordiale saluto, Paolo
Tammam Azzam è un artista siriano che vive in Germania e che negli ultimi dieci anni ha cercato di elaborare il lutto per la perdita della sua patria e la tragedia della guerra civile siriana attraverso la sua arte. Una serie di immagini particolarmente efficaci di Azzam, intitolata “Museo siriano”, accosta immagini della distruzione lasciata dalla guerra civile siriana a dipinti famosi.
La pratica artistica di Tammam Azzam esplora l’architettura, il luogo e la memoria attraverso la pittura, il collage e le tecniche miste. Il suo lavoro riflette la fragilità dei luoghi e la persistenza della memoria, plasmata dal tempo, dalla distruzione e dall’erosione. Nato a Damasco nel 1980, è cresciuto nel villaggio di Ta’ara, nel sud della Siria, e attualmente vive e lavora a Berlino. Si è laureato presso la Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco nel 2001 e ha partecipato a workshop avanzati con il compianto pittore tedesco-siriano Marwan tra il 2001 e il 2003 ad Amman, in Giordania.
/blog /, metto questa bella foto nella speranza che vi suggerisca il villaggio di Ta’raa dove è cresciuto Tammam Azzam ma non lo è, non l’ho trovato.
Azzam ha ottenuto riconoscimento internazionale nel 2013 con la serie “The Syrian Museum” , che affrontava la tensione tra distruzione e memoria culturale. Dopo essersi trasferito in Germania nel 2016, ha sviluppato un vasto corpus di opere di collage utilizzando carta preparata e colorata. Attraverso lo strappo, la sovrapposizione e la ricostruzione della carta, il suo lavoro esplora la fragilità, l’accumulo e l’estetica dell’incompiuto. Le sue opere sono state esposte a livello internazionale e sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private.
13 ottobre 2023
Laundry Series ( ” Serie di panni ” ), Tribute to Gaza’ 150 X 150 cm.
Mixed Media and Cloth Pegs ( = mollette da bucato – cloth/ pegs ) on Canvas 2009
13 ottobre 2023
Laundry Series , 60 X 60 cm. Mixed Media and Cloth Pegs on Canvas 2010
Tazzam Amman 13 ottobre 2023 –Parigi Paper collage on canvas ( tela ), 100 x 70 cm, 2023
il link è sempre lo stesso –lo rimettiamo– noi ci torneremo — ma potete andare da soli nel link suo di Facebook. Per noi è tardi, ci fermiamo qui- felici di averlo scoperto, domani cercherò e pubblicherò il nome e link di chi ce l’ha presentato