*** il monologo è un montaggio di affermazioni fatte da Trump in tempi diveresi ***
FINSI -Federazione Italiana della Stampa– 9 dicembre 2025
https://www.fnsi.it/reporter-senza-frontiere-67-giornalisti-uccisi-nel-mondo-nel-2025
La copertina del Bilancio 2025 di Rsf

È stato pubblicato martedì 9 dicembre il bilancio 2025 di Reporter senza Frontiere, focus sulla violenza contro i giornalisti: nell’anno che sta per concludersi sono 67 i cronisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro o in relazione ad esso in tutto il mondo, quasi la metà dei quali nella Striscia di Gaza «sotto il fuoco delle forze armate israeliane».
Sono attualmente 503 i giornalisti detenuti in tutto il mondo. La più grande prigione al mondo per reporter è ancora la Cina (121), con al secondo posto la Russia (48), che detiene più giornalisti stranieri di qualsiasi altro Stato: 26 ucraini.
Il Myanmar (47) è al terzo posto.
Thibaut Bruttin, direttore generale di Rsf, ha commentato: «Ecco dove porta l’odio per i giornalisti! Quest’anno ha portato alla morte di 67 giornalisti – non per caso, e non sono state vittime collaterali. Sono stati uccisi, presi di mira per il loro lavoro. È perfettamente legittimo criticare i media: la critica dovrebbe fungere da catalizzatore per il cambiamento che garantisce la sopravvivenza della stampa libera, un bene pubblico. Ma – ha concluso Bruttin – non deve mai sfociare nell’odio per i giornalisti, che nasce in gran parte – o deliberatamente alimentato – dalle tattiche delle forze armate e delle organizzazioni criminali». (anc)
Testo della canzone Ma la notte no – Live (Renzo Arbore feat. Swing Maniacs), tratta dall’album Io faccio ‘o show – Live al Teatro Regio di Parma
Credits
Writer(s): Claudio Mattone, Lorenzo Arbore
Lyrics powered by www.musixmatch.com
Link
Disclaimer: i testi sono forniti da Musixmatch.
Per richieste di variazioni o rimozioni è possibile contattare direttamente Musixmatch nel caso tu sia un artista o un publisher.
TESTO DA :
ROCKOL.IT
Testi di Renzo Arbore feat. Swing Maniacs Scheda artista


foto da:
link X di
YOG- @ YODA4 ever
1. 4 ore fa
mamma koala aiuta il suo piccolo a scendere..
https://x.com/i/status/1998379606953582745
2. 6 ore fa
https://x.com/i/status/1998355956502278562
*** da testa a coda..




il mio nostro Didì era il ” nostro dolce tepore “..
UNA PAROLA AL GIORNO.IT
https://unaparolaalgiorno.it/significato/T/tepore
te-pó-re
SIGNIFICATO ::: Calore confortevole, piacevole
dal latino tepor, derivato di tepère ‘essere tiepido’.
______________________________
Luce bianca d’inverno,
come il respiro di un profumo
io ti avevo sentito
nel tepore ubriaco
di un lento vorticante
cielo stellato.
E fosti
sbrecciando le muraglie del buio,
ammutolendo gli urli
remoti delle notti.
Perché anche l’ora più oscura
Si facesse casa.
DAL LINK —
https://unaparolaalgiorno.it/significato/T/tepore
LUCIA MASETTI
Luciano Cecchinel, un poeta veneto contemporaneo.
La prima strofa ruota attorno al presentimento della neve. Nell’aria c’è qualcosa, ma non un profumo distinto: è come se sentissimo sulle guance il respiro di una persona cara. Peraltro la neve è qui associata alla figura femminile, e dunque all’avvento dell’amore.
Perciò, nonostante il freddo, sentiamo un tepore confuso: il cielo sopra di noi sembra addolcirsi, come lo sguardo caldo di qualcuno che ci vuol bene; ma al tempo stesso la sua immensità ci dà le vertigini. Siamo pieni di un’ebbrezza d’attesa, che non sappiamo spiegare. La volta stellata ruota lentamente, e forse quelle piccole luci preannunciano già i cristalli di neve, che fioccheranno al suolo come visitatori da un altro mondo.
Poi la neve arriva (“e fosti”), e ha tutta la forza dell’inaspettato. Così, in pochi istanti, tutto il mondo sembra trasfigurarsi nella luce e nel silenzio.
Il baluginio della neve, infatti, apre una breccia nelle “muraglie del buio”: nelle prigioni della solitudine e della monotonia s’infiltra un’intuizione di libertà, di gioia. Mentre un silenzio serafico zittisce “gli urli remoti” del dolore e della paura, ispirando una fiducia senza ragione… quasi portasse un’aria di casa.
E allora ecco, forse, perché non sappiamo immaginare un Natale senza la neve. Perché questa è la festa della (sacra) famiglia, in cui si concretizza il desiderio di essere amati e accolti, di sentirsi al proprio posto. Dunque il Natale è il momento in cui tutto il mondo ha il tepore di una casa; o, per chi crede, in cui ogni casa ha il tepore di una capanna. E la neve, con la sua dolcezza solenne, porta in sé questo segreto.
COMMENTO DI
Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all’Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.
qualcosa sul poeta :


Ronzani Editore 2022
a cura di Luciano Cecchinel
“Probabilmente nella vita non ci può essere sofferenza più grande di quella della perdita di un figlio, come senza proporzioni è la crisi che ne consegue: l’universo si sgretola, l’esistenza implode ed è risucchiata in un vortice confuso di impotente ribellione e insopportabile pena, che finisce per delineare la livida prospettiva di non poter reggere di fronte al presente e al futuro”.
(dall’introduzione di Luciano Cecchinel)
Una straordinaria antologia di poesie e prose di autori della letteratura mondiale, accomunati – in queste pagine ispirate e sofferte – dalla comune tragica perdita di un figlio o di un affetto caro.
INDICE:
La Sacra Bibbia – Antologia Palatina – Servio Sulpicio (105 ca. a. C. – 43 a. C.) – Marco Tullio Cicerone (106 a. C. – 43 a. C.) – Plutarco (46-48 d. C. – 125-127 d. C.) – Khaquani (1121-1199) – François De Malherbe (1555-1628) – Pier Jacopo Martello (1665-1727) – Friedrich Rückert (1788-1866) – Victor Hugo (1802-1888) – Walt Whitman (1819-1892) – Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) – José Maria De Pereda Y Porrua (1833-1906) – Giosuè Carducci (1835-1907) – Stéphane Mallarmé (1842-1907) – Rabindranath Tagore (1861-1941) – Angiolo Silvio Novaro (1866- 938) – Corrado Govoni (1884-1965) – Virgilio Giotti (1885-1957) – Giuseppe Ungaretti (1888-1970) – Biagio Marin (1891-1985) – Mario Prevedello (1897-1976) – Emmanuel Mounier (1905-1950) – Mario Dell’arco (1905-1969) – Alfonso Gatto (1909-1976) – Graziana Pentich (1920-2013) – Andrea Zanzotto (1921-2011) – Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Enzo Mazza (1924) – Elio Filippo Accrocca (1923-1996) – Cesare Ruffato (1924) – Jerry Chesnut (1931) – Luciano Cecchinel (1947) – Dana Gioia (1950) – David Grossman (1954) – Anne-Dauphine Julliand (1973)
Luciano Cecchinel (1947) è nato a Revine-Lago (Treviso). Già insegnante di materie letterarie, ha pubblicato articoli e studi sulla cultura popolare e le raccolte di poesia Al tràgol jért (I.S.Co. 1988 – Scheiwiller 1999, con postfazione di Andrea Zanzotto), Lungo la traccia (Einaudi 2005), Perché ancora /Pourquoi encore (Istituto per la Storia della Resistenza di Vittorio Veneto 2005, con traduzione di Martin Rueff e note dello stesso Rueff e di Claude Mouchard), Le voci di Bardiaga (Il Ponte del Sale 2008), Sanjut de stran (Marsilio 2012, con prefazione di Cesare Segre), In silenzioso affiorare (Tipoteca Italiana Fondazione 2015, con prefazione di Silvio Ramat e 6 acquerelli di Danila Casagrande), Da un tempo di profumi e gelo (Lieto Colle 2016, con postfazione di Rolando Damiani) e Da sponda a sponda (Arcipelago Itaca, 2019). Del 2018 presso Marcos y Marcos la sua prima prova narrativa dal titolo La parabola degli eterni paesani.
Ha curato l’antologia di poesie e prose di vari autori Per i giovani figli perduti, Ronzani Editore 2022.
Gli sono stati assegnati importanti premi letterari. Fra questi nel 2006 il Premio Noventa-Pascutto per l’opera poetica complessiva. Nel 2012 per la raccolta Sanjut de stran il Premio nazionale letterario Pisa (poi finalista al Premio Viareggio) e nel 2014 il premio nazionale di poesia Biagio Marin. Nel 2020 il Premio Viareggio-Rèpaci per la raccolta Da sponda a sponda.
Nel giugno del 2022 gli è stato conferito dall’Università di Bologna il premio Alma Mater– Violani Landi alla carriera per la poesia.
Designato da Andrea Zanzotto suo erede poetico, è per Cesare Segre, che lo definisce grande artista ma anche grande artefice, al livello più alto della poesia e per Pier Vincenzo Mengaldo, che lo considera poeta di grande cultura, è tra i poeti dialettali più recenti senza dubbio il più interessante.
IL MANIFESTO 9 dicembre 2025
https://ilmanifesto.it/migranti-spediti-nei-paesi-terzi-ok-dal-consiglio-dellunione


Leggi anche Contro i migranti raid in case e rifugi

Catania, sbarco dalla Geo Barents – foto di Massimno Di Nonno/Ap
La corsa alla cancellazione del diritto d’asilo procede senza ostacoli. Ieri il Consiglio dei ministri dell’Interno Ue ha approvato a maggioranza qualificata la propria posizione negoziale, sulla cui base intraprenderà i negoziati con Commissione e Parlamento, in merito a paesi terzi sicuri, paesi di origine sicuri e rimpatri.
Il Patto immigrazione e asilo doveva segnare, da giugno 2026, il passaggio dall’«Europa fortezza» all’«Europa prigione» permettendo la detenzione di migliaia di richiedenti asilo. Le proposte di modifica a quegli stessi regolamenti, presentate ancor prima della loro entrata in vigore, segnano un nuovo salto di qualità nella guerra ai migranti.
IL PUNTO PIÙ SIGNIFICATIVO, introdotto dalla Commissione ma sottolineato e ampliato ieri dal Consiglio, riguarda il concetto di paesi terzi sicuri ai quali gli Stati membri intendono subappaltare i richiedenti asilo.
Finora il trasferimento era possibile solo se il migrante aveva un legame, per esempio familiare, con il paese terzo in questione o se vi era transitato. Il criterio soggettivo di connessione viene ora spazzato via: sarà sufficiente un accordo dell’Ue o dello Stato nazionale.
In pratica un eritreo sbarcato a Lampedusa potrebbe essere spedito in Serbia o magari in Uganda, se esiste un’intesa in questo senso. La sua domanda sarebbe giudicata inammissibile – in caso di ricorso la sospensiva al trasferimento non sarà automatica ma andrà riconosciuta da un giudice – e si aprirebbero le porte alla deportazione.
L’obiettivo di Stati membri e istituzioni comunitarie è cancellare il principio fondamentale della territorialità, che ha caratterizzato finora il sistema d’asilo europeo. Tutto il meccanismo potrà essere esternalizzato: la garanzia di un diritto fondamentale diventerà solo una questione di geopolitica. Un passaggio epocale che nei prossimi anni avrà conseguenze durissime sulla vita di centinaia di migliaia di migranti. L’unico divieto resta per i minori stranieri non accompagnati, insieme a qualche limite per i vulnerabili.
«Tutto questo dimostra il fallimento dell’ottica di riduzione del danno portata avanti da Unhcr e altre agenzie Onu. Concentrarsi sulla difesa dei vulnerabili è servito solo a legittimare l’annientamento delle garanzie per tutti gli altri. Quando queste sono saltate è stata spazzata anche la trincea che avrebbe dovuto proteggere i più deboli», afferma Salvatore Fachile, avvocato Asgi.
OLTRE ALLA MODIFICA del regolamento procedure, il Consiglio ha dato il suo ok
alla lista comune dei paesi di origine sicuri proposta dalla Commissione:
L’Italia teneva alla presenza di primo, terzo e ultimo, alla luce della classifica degli sbarchi, ed è stata accontentata.
Ai cittadini di questi Stati possono essere applicate le procedure accelerate di frontiera che prevedono la detenzione, obiettivo originario del centro di Gjader.
Il Consiglio ha depennato il fatto che la designazione debba essere realizzata su fonti accessibili.
Nella sentenza sul tema, la Corte di giustizia europea stabilisce che l’accessibilità a queste informazioni è necessaria. Così come il potere dei giudici di verificare la correttezza della designazione. Tale impianto resterà e c’è da scommettere che i conflitti con le toghe non saranno eliminati dalla lista europea.
In ogni caso la nozione di paesi di origine sicuri perderà di importanza con il Patto Ue:
per applicare le procedure accelerate di frontiera sarà sufficiente che i tassi di accoglimento delle richieste di asilo di un certo Stato siano inferiori al 20% a livello comunitario.
NELLA PROPOSTA approvata ieri c’è anche il «meccanismo di solidarietà» che prevede la redistribuzione di quote di migranti dai paesi di approdo o, in alternativa, il sostegno finanziario degli altri. In attesa di numeri e dettagli, il punto ha fatto comunque arrabbiare il premier ungherese Viktor Orbán: «Bruxelles sta cercando di costringere l’Ungheria a pagare ancora di più o ad accogliere i migranti: è inaccettabile. La ribellione ha inizio».
Esulta invece il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi, secondo il quale «i centri d’Albania si ricandidano a essere attivi su tutte le funzioni per le quali sono stati concepiti: trattenimento per le procedure accelerate di frontiera e hub di rimpatri».
La realtà, però, è diversa. Intanto perché la procedura legislativa Ue è ancora in corso. Poi perché sui centri d’oltre Adriatico restano i rilievi della Cassazione, su cui si esprimerà la Corte di Lussemburgo, e perché la lista comune dei paesi sicuri, pur rinforzando le pretese italiane, non cancella il sindacato dei giudici.
Infine perché il concetto di return hub è legato alla nuova direttiva rimpatri su cui i tempi sono più lunghi rispetto alle altre due normative.
SU QUESTE SI È ESPRESSA la scorsa settimana la Commissione Libe dell’organo legislativo comunitario. Il testo che ha ricevuto il via libera, con l’ennesima saldatura tra popolari e destre estreme, arriverà in aula la prossima settimana. Diventerà la posizione negoziale solo se non ci saranno opposizioni di deputati e gruppi.
«Contesteremo il mandato negoziale», afferma Cecilia Strada, eletta da indipendente con il Pd. In quel caso Strasburgo dovrà votare. Ma portà farlo sul pacchetto già definito, senza emendamenti. Difficile ci siano sorprese. Con l’ok del Parlamento si passerà al trilogo con Commissione e Consiglio, nella corsa contro il tempo per anticipare il Patto Ue e fare contenta Giorgia Meloni.
Aggiornamenti09/12/2025, 00:04 articolo aggiornato
VEDI ANCHE:
IL FATTO QUOTIDIANO — 8 dicembre 2025

continua nel link del giornale :
link di Mauro Biani su X
8 dicembre 2025
https://x.com/i/status/1997808354857832569
una poesia che Gigi Proietti ha inciso tante volte, qualcuna l’abbiamo anche pubblicata, ma questa è la più sofferta che abbiamo sentito.
Mauro l’ha scelta ben adatta ai nostri tempi, grazie
Zelia Barbosa, canto
Bass – Max Hediguer
Drums – Nelson Serra De Castro
Guitar – Raquel Chaves
autori : Vinicius e Carlos Lyra, 1965
TESTO DA:
Eu um dia cansado que tava
Da fome que eu tinha
Eu não tinha nada
Que fome que eu tinha, Que seca danada no meu ceará
Eu peguei e juntei
Um restinho de coisas que eu tinha:
Duas calças velhas e uma violinha
E num pau de arara
Toquei para cá.
E de notte eu ficava na praia de copacabana
Zazando na praia de copacabana
Dançando o chachado pras moças olhá
Virgem santa
Que a fome era tanta
Que nem voz eu tinha
Meu deus quanta moça
Que fome que eu tinha
Mais fome que tinha no meu ceará
Puxa vida que num tinha uma vida
Pior do que a minha
Que vida danada, que fome que eu tinha
Zazando na praia pra lá e pra cá
Quando eu via toda aquela gente
No come que come
Eu juro que eu tinha saudades da fome
Da fome que eu tinha no meu cearà
E ai eu pegava e cantava
E dançava o xaxado
E só conseguia porque no xaxado
A gente só pode mesmo se arrastá.
Virgem santa
Que a fome era tanta
Qu’inté parecia que mesmo xaxado
Meu corpo subia
Igual se tivesse querido voar.
Vou-me embora pró meu ceará
Porque lá tenho um nome
Aqui não sou nada
Sou só zé com fome
Sou só pau de arara
Nem sei mais canto
Vou picar minha mula
Vou antes que tudo rebente
Porque estou achando que o tempo está quente
Pior do que antes não pode ficar.
traduco solo l’ultima strofa :
Vado via per il mio Cearà
Perchè là ho un nome
Qui non sono niente
Sono solo ” Zé ” con fame
Sono solo un pau de arara
Non ho più un canto
Spingerò la mia mula
Vado via prima che tutto esploda
Perché mi pare che il tempo sia caldo
Peggio di così non potrei stare.

Il Cearà è uno stato nel Nord-Est del Brasile- ci siamo già stati–

pau- de – arara – un camion che trasposta i nordestini al sud così chiamato perché la gente si tiene alla sbarra di legni; per estensione all’abitante del Nordeste
![]()
simulazione del metodo di tortura durante una manifestazione a Brasilia
–
Pau de Arara è un metodo di tortura ampiamente usato in Brasile, durante la dittatura militare, nel periodo Anos de chumbo ( Anni di piombo ).
Il termine, Pau de Arara, indica in portoghese il trespolo del pappagallo. Per analogia il termine indica uno strumento dove appendere e torturare i dissidenti politici.
Il Pau de Arara è costituito da una barra di ferro su cui viene appeso e arrotolato il prigioniero, in modo che il palo resti bloccato tra l’incavo delle braccia e l’incavo delle gambe. Successivamente vengono legate le caviglie con i polsi. Il torturato viene appeso a circa un metro dal suolo e viene lasciato in quella posizione finché il sangue non circola più, il corpo si gonfia e cessa il respiro.
Questa tecnica causa traumi fisici e psicologici e può essere combinata con elettroshock, con torture sessuali e waterboarding–
( = L’annegamento simulato (in inglese waterboarding), è una forma di tortura consistente nell’immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia[1] in modo che, entrando dagli orifizi respiratori, stimoli il riflesso faringeo che provoca l’effetto di annegamento. )
Si ritiene che questa tecnica venisse utilizzata dai mercanti di schiavi portoghesi per punire gli schiavi disubbidienti.
Il metodo di tortura venne usato anche ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, dov’era noto come Bogerschaukel (l’altalena di Boger), dal nome dell’ufficiale delle SS che lo applicò ivi per primo, Wilhelm Boger.
Nel Brasile della dittatura militare questa tortura veniva usata nelle stazioni di polizia dagli agenti della polizia politica contro i dissidenti politici e per estorcere delle confessioni. Dell’utilizzo della stessa tecnica sono stati accusati nel 2012 Bo Xilai, ex leader del partito cinese ( 1 nota ), e Wang Lijun, capo della polizia, sulla base di testimonianze di blogger imprigionati nelle carceri di Tie Shanping, a Chongqing.
testo da Wikipedia- Pau de Arara
NOTA 1-
TESTI:
1– Amnesty International, Torture anni ’80 – Studio Tesi, Pordenone, 1985
*** PER CHI VOLESSE SAPERE UN PO’ DI STORIA DELLA CINA CHE NON APPARE SUI QUOTIDIANI
2–
REPUBBLICA- 19 Dicembre 2012
6 IMMAGINI CINESI CHE RAPPRESENTANO LA TORTURA
NOTA 2 ::
BO XILAI
(1 )
A — wikipedia— https://it.wikipedia.org/wiki/Bo_Xilai
B. — Corriere
LA GRANDE METROPOLI NELLA CINA CENTRO- MERIDIONALE::
è una città della Cina centro-meridionale, e una delle quattro municipalità autonome della Repubblica Popolare Cinese.
L’area urbana di Chongqing è fra le più popolose del mondo: la zona urbana vera e propria conta circa 8 milioni e mezzo di abitanti, ma entro i confini municipali si superano i 32 milioni ( dati 2020 ), il che la rende il comune più popolato del mondo oltre ad essere la città più estesa del mondo.

MAPPA :
– Questa immagine vettoriale include elementi che sono stati presi o adattati da questa.
Il moderno centro di Chongqing
– Fotografia autoprodotta
questa la vedete meglio aprendo il suo link QUI :
https://it.wikipedia.org/wiki/Chongqing#:~:text=Panorama%20di%20Chongqing

The skyline of Chongqing, Photographed at Nanshan.
– Opera propria
Si ritiene che Chongqing corrisponda al semi-mitologico Regno di Ba, fondato nell’XI secolo a.C. dall’omonimo popolo Ba e distrutto nel 316 a.C. dal Regno di Qin.
segue nel link ” Storia ” sopra

MUSEO DELLE TRE GOLE
重庆中国三峡博物馆
GOLA DEL FIUME — ( anche Canyon )– Il termine si riferisce a una valle ripida e stretta, con pareti rocciose alte, scavata nel corso dei millenni dall’azione erosiva di un fiume.
foto:

Tramonto sul fiume Columbia in Canada

Museo delle Tre Gole

Chongqing, Museo delle tre Gole, oggetto trovato sul posto che risale alla Song dynasty (960 AD )

un prezioso relitto legato alla figura del ” dragone ” esposto al Museo delle Tre Gole-
senza data-
UNA FOTO DELLA PRIGIONE DI

2005

2005

2008

2006
FOTO DA GETTY IMAGES

foto di Raphael Murle
Dal 1983 al 1987 ha studiato teatro di marionette presso l’Università di musica e arti performative di Stoccarda (conseguendo la laurea in teatro di marionette).
Dal 1987, il teatro ha una propria sede a Pforzheim-Brötzingen, dove si tengono regolarmente rappresentazioni. Il repertorio del teatro comprende opere letterarie insolite, temi musicali e un linguaggio visivo distintivo.
Dal 1987 al 2012, creazione di 15 spettacoli serali (tra cui 3 spettacoli di marionette a filo), 5 pezzi per bambini e 5 brevi programmi.
Ha diretto lavori per teatri di figura in Germania e Svizzera. Ha fondato e organizzato l’Internationales Straßentheaterfestival mit Figuren (Festival Internazionale di Teatro di Strada con Burattini) a Pforzheim. Ha realizzato spettacoli in Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Giappone, Croazia, Austria, Polonia, Scozia, Svizzera e Spagna.
Relatore invitato presso l’Università di Musica e Spettacolo di Stoccarda, il Figurentheater-Kolleg di Bochum e Hof Lebherz di Warmsen.
https://www.figurentheater-pforzheim.de
per chi volesse vedere un altro spettacolo:
RANDOLPH E LA SVEGLIA — video, 6.16
” Che personaggio interessante, credo che possiamo tutti identificarci ” ( traduz. dal tedesco di Google )
commento di @crowznest438 8 mesi fa

** nel 1954 pubblicò il libro di fotografie ” Madre e figlio “, dopo la morte di sua figlia Elisabeth.

copertina del libro
da : https://www.ebay.com/itm/335308491484

NELL DORR ‘Tasha Tudor and Baby’, 11″ x 13,5″
da : WORTHPOINT.COM
https://www.worthpoint.com/worthopedia/connecticut-photo-nell-dorr-tasha-1843670864

Stampa alla gelatina d’argento
da:
MUTUAL ART
https://www.mutualart.com/Artwork/Untitled–Mother-and-Child-/78D129495797D7B1?login=1

Betania tiene in braccio un gallo- 1942-43
da:
AMON CARTER MUSEUM.ORG
https://www.cartermuseum.org/collection/bethany-holding-chicken-p19904572
foto – di sconosciuto – dell’artista

Nell Dorr nella sua casa di Villa Serena, Washington, Connecticut
– https://s.hdnux.com/photos/01/24/02/76/22032316/10/ratio4x3_960.webp
‘Venere’ di Tanabatake. Argilla accuratamente levigata, con mica temprata intenzionalmente inclusa.
Altezza 27 cm.
Tanabatake, prefettura di Nagano. Jōmon medio (2500-1500 a.C )
da :
“Tesoro nazionale « Dogu » parte 1: « Jomon no Venus » (la Venere di Jomon)”.
www.city.chino.lg.jp
segue da:
— traduz. automatica
La Venere Jōmon (縄文のビーナス, Jōmon no Bīnasu ) è un dogū ( in giapponese ), una statuetta femminile umanoide in argilla del periodo Jōmon medio ( 2500 a.C. circa), scoperta nel 1986 a Chino, nella prefettura di Nagano, in Giappone. È stato designato Tesoro Nazionale nel 1995, il primo artefatto del periodo Jōmon ad essere designato in questo modo.
Il dogū è una statuetta di argilla color ocra alta 27 cm e del peso di 2,14 kg. L’argilla con cui è realizzata è stata accuratamente lucidata e contiene mica. Si pensa che la sua forma assomigli a una donna incinta: fianchi larghi, un arco gluteo pronunciato, seni prominenti e una pancia ingrossata.
In contrasto con la stragrande maggioranza dei 20.000 dogū trovati in Giappone, che erano frammentati, la Venere di Jōmon è completa e ha tutti i suoi arti.
Nel 1986, furono organizzati degli scavi archeologici prima della costruzione di un parco industriale nella città di Chino, nel sito dell’ex villaggio di Tanabatake, situato ai piedi del versante meridionale del monte Kirigamine nei monti Yatsugatake, a circa 140 km a nord-ovest di Tokyo.
Questo sito archeologico di Tanabatake (棚畑遺跡, Tanabateke Iseki ) ha rivelato le vestigia di un villaggio di 149 case, 146 delle quali risalgono al periodo Jōmon medio. I pezzi di ossidiana scoperti nel sito indicano che questo villaggio era un prospero centro commerciale. La statuetta è stata trovata tra le fosse funerarie al centro del sito di scavo. Fu inizialmente chiamata Venere di Tanabatake prima di acquisire il suo nome attuale.
Nel 1989, è stato designato come importante bene culturale prima di raggiungere il suo status attuale. È esposto al Museo Togariishi di archeologia Jōmon a Chino, prefettura di Nagano.

cartina e testo da :
La Prefettura di Nagano dove si trova la città di Chino, in turchese.
da :
TRIPADVISOR 6 FEBBRAIO 2017
FOTO E COMMENTO DI –
Molti oggetti d’argilla fatti qui 2 , 000 – 4 , 000 anni fa, sono esposti in questo piccolo museo. Due figure magiche e astratte di argilla, Venus nel periodo di JYOUMON e Dea con maschera, sono tesori nazionali giapponesI.
3 foto di 156 che trovi nel link di Tripadvisor


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CHINO è un luogo di villeggiatura invernale ed estivo
Altopiano di Tateshina dal monte Kitayokodake

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lago Shirakaba
https://it.wikipedia.org/wiki/Chino_(Nagano)
![]()
Il monte Tateshina visto dal monte Yoko in inverno
– Opera propria

nel bosco —
PER CHI VOLESSE FARE UN CONFRONTO — tenendo conto del tempo che le differenzia oltre alle culture ..

Venere di Willendorf / link sotto– apri qui o sotto
WILLENDORF, è un paese nel distretto di Neunkirchen, in Bassa Austria.
![]()
Willendorf – Veduta
– Opera propria
regione detta ” Bassa Austria “/ wikipedia
è in questa region che si trova la famosa Abbazia di Melk ::
” il più grande convento benedettino del continente e importante centro studi con una biblioteca che vanta 100.000 volumi): fondato nel 1089 è divenuto celebre perché descritto ne Il nome della rosa di Umberto Eco. ” ( da, Repubblica : art. sotto )

*** inoltre, piccolo particolare, è in Bassa Austria che si trova lo stato di Vienna !
a chi piace viaggiare e magari non può più come chiara:
Roberto Caramelli
Nella regione abbazie, castelli, centri storici. Qui sono nati pittori che hanno fatto la storia dell’arte del ‘900. Una terra di ottimi vini. Il Danubio attraversa la regione creando panorami spettacolari


link generale
https://www.rivistagradozero.com/
qui:
https://rivistagradozero.wordpress.com/2016/03/08/neruda-e-montale-la-tragica-banalita-di-unassenza/
Montale e la moglie Drusilla Tanzi
foto da : Note di Pastorale Giovanile
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Foto da : SoloLibri.net
2. PABLO NERUDA
Matilde, dove sei? Ho avvertito quaggiù
tra la cravatta e il cuore, più su
una certa malinconia intercostale:
era che tu all’improvviso non c’eri.
Mi è mancata la luce della tua energia
e ho guardato divorando la speranza,
guardato il vuoto che è senza di te una casa
non restano che tragiche finestre.
Da tanto è imbronciato il tetto ascolta
cadere antiche piogge sfogliate,
piume, quanto la notte ha catturato:
e così ti aspetto come una casa deserta
e tornerai a trovarmi e ad abitarmi.
Altrimenti mi fanno male le finestre.
testo originale:
da : https://lyricstranslate.com/it/soneto-lxv-sonetto-lxv-matilde-dove-sei.html
I / A– nota su Matilde Urrutia :

EDITORE PASSIGLI, 2025 – ristampa
Le memorie di Matilde Urrutia (1912-1985), la donna che ispirò a Pablo Neruda un amore appassionato che rimase vivo e saldo negli anni, costituiscono un’importante testimonianza non solo sulla figura del grande poeta cileno, ma anche sugli anni difficili eppure straordinari che la coppia visse insieme in più paesi di due continenti. Matilde racconta l’uomo Neruda e l’avventurosa storia del loro amore, sorto quando Pablo era ancora legato alla seconda moglie, Delia del Carril, dai loro incontri clandestini a Berlino, a Nyon, a Roma, a Parigi, fino al ‘paradiso’ del loro amore, il lungo soggiorno sull’isola di Capri in una casa finalmente tutta per loro. Ed è a Capri, l’isola «regina di roccia», la «cattedrale marina» rifugio segreto dei due amanti, che Pablo raccoglie nei suoi Versi del Capitano la testimonianza poetica di quell’amore appassionato, che uscirà clandestina, proprio per non ferire Delia, in sole quarantaquattro copie destinate per sottoscrizione agli amici italiani del poeta. Ma se il periodo del ‘buen retiro’ caprese costituisce senza dubbio uno dei momenti più affascinanti delle memorie di Matilde, occorre anche aggiungere che queste pagine ci offrono un ritratto completo dello scrittore che – non va dimenticato – è stato anche appassionato cantore dell’epica dei poveri, poeta fra i più pronti ad assumere nella propria voce le istanze degli oppressi. E non è un caso che le memorie di Matilde si aprano proprio con il fatidico anno 1973, l’anno del tragico golpe cileno ad opera del generale Pinochet, l’anno dell’assassinio di Salvador Allende e, insieme, l’anno della morte del grande poeta, che vedeva svanire di colpo le speranze di democrazia e di libertà per il proprio paese
II / A —NOTA SU BEATRICE MORRA — LINK SOTTO ( 2012 ) + Un avviso che può interessare a chi scrive..

da :
20 maggio 2012
cos’è::: ” Napoli, Città della Letteratura “
Progetto Scouting
Un progetto di aiuto e incremento al self-publishing per consentire agli appassionati di lettura di scoprire nuovi autori e a scrittori e poeti di costruire nuove community di lettori. Questo libro è disponibile gratuitamente in forma di ebook. L’invito è quello di leggere il libro, e se ti piace diffondilo: regalalo, segnalalo, promuovilo.
Il passaparola è il bene più prezioso per i libri.
La vita è un ipertesto, i libri sono link!
Il libro
Andrej e Nikolaj sono due gemelli di Leningrado, abituati a condividere ogni pensiero e ogni sentimento, pur nella diversità dei loro caratteri. Un giorno la loro inscindibile simbiosi viene spezzata da una ragazza dal nome inusuale e dagli occhi stupefacenti: Mia. Per la prima volta consci della loro distanza, partiranno con lei in un viaggio sorprendente attraverso l’Europa, seguendo il filo intricato delle sue origini e scoprendo un mondo di arte, amore e vendetta. Al suo fianco, Nikolaj e Andrej inseguiranno anche un segreto, nascosto nel loro passato, in un viaggio dell’anima che li riporterà alle origini più vere e inaspettate della loro essenza.
L’autrice
Beatrice Morra è una giovanissima scrittrice di 18 anni. “Dalla mia cenere” è il suo primo romanzo.
Scarica l’ebook in formato MOBI (per Kindle e e-reader) cliccando QUI.
Scarica l’ebook in formato EPUB (per tablet e smartphone) cliccando QUI.


LE CARTINE SONO DEL LINK : https://www.global-limits.com/it/uzbekistan/dettagli-corsa/paese-e-clima

CARTINA DA :
L’Itchan Kala (in uzbeko: Ichan-Qаl’а) è quella parte murata della città di Khiva (in Uzbekistan) in cui ebbe sede il governo dei Khan di Khīwa, che dal XVII secolo si attribuirono il titolo più magniloquente di Shah. A partire dal 1990 è stata inserita dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’umanità.
La caratteristica più spettacolare dell’Itchan Kala è costituita dalle sue mura in mattoni di fango e dalle quattro porte situate sui lati della fortezza rettangolare
Le mura dell’Itchan Kala sono alte 8-10 metri, spesse 5-6 metri e hanno una lunghezza totale del perimetro di 6250 metri.
Le mura antiche difendono l’attuale ” città interna ” di Khiva.
A intervalli di ogni 30 metri lungo le mura interne della città, ci sono torri di guardia che sporgono verso l’esterno. La parte superiore delle mura presenta merlature per sparare ai nemici durante i periodi di conflitto. I fossati pieni d’acqua facevano parte del sistema difensivo, di cui si possono ancora vedere i resti nella parte meridionale della città, mentre a nord e a ovest venivano utilizzati antichi tubi di argilla per coprire i fossati.


Anche le porte della città erano parte integrante del sistema difensivo. Le porte rimanenti sono la Porta Bogcha (Nord), la Porta Polvon (Est), la Porta Tosh (Sud) e la Porta Ota (Ovest)- vedi sotto
Le quattro porte dimostrano che erano dotate di torri “zarba” su entrambi i lati del passaggio e di gallerie sopra la porta. Le porte stesse spesso conducevano a passaggi ad arco e, se la strada era particolarmente lunga, presentavano più cupole.
Le fondamenta delle mura risalgono al decimo secolo, ma le mura odierne, di circa 10 metri d’altezza, vennero erette nel tardo XVII secolo, ed in seguito restaurate.

la porta delle mura e le sue cupole


Old tombs in Khiva, Uzbekistan. (Photo by: Giovanni Mereghetti/UCG/Universal Images Group via Getty Images)
tombe antiche di Khiva

il passaggio sulla cima delle mura

This antique wooden door from Toshhovli Palace in Khiva features a composition of rectangular and square panels, each intricately etched with geometric motifs. The precision and depth of the carvings highlight the traditional woodworking techniques of Central Asia. Though aged, the door remains a powerful testament to the symmetry and skill embedded in the region’s architectural heritage, Khiva, Uzbekistan – October 20, 2023.
un esempio dell’antica manifattura del legno a Khiva–

Uzbekistan, Khiva, door. (Photo by: Giovanni Mereghetti/UCG/Universal Images Group via Getty Images)
un altro esempio dello sviluppo della tecnica per lavorare il legno nell’antica Khiva

il sole colora i mattoni di fango di Khiva

Ota Darzova, main entrance, Old Khiva, Uzbekistan. (Photo by: Giovanni Mereghetti/UCG/Universal Images Group via Getty Images)
da :

ALI RASHID
da:
https://www.flcgil.it/attualita/estero/addio-ali-rashid-il-dolore-della-flc-cgil.flc
Alì Rashid (Amman, 5 aprile 1953 – Orvieto, 14 maggio 2025) è stato un politico, giornalista e attivista palestinese naturalizzato italiano.
Alì Rashid nacque in Giordania nel 1953 da genitori palestinesi originari di Gerusalemme.
Le autorità giordane obbligarono la sua famiglia a cambiare cognome da Rashid a Khalil.
Laureato in Scienze politiche, fu segretario nazionale dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (GUPS). Fece parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e dal 1987, fu Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia.
Militò dapprima nel Movimento Studentesco e poi in Democrazia Proletaria.
Scienze politiche, fu segretario nazionale dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (GUPS). Fece parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e dal 1987, fu Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia.
Militò dapprima nel Movimento Studentesco e poi in Democrazia Proletaria.
Rashid è morto improvvisamente il 14 maggio 2025 a 72 anni, in seguito a un infarto.
segue nel link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Al%C3%AC_Rashid
SEGUE DA :
FLCGIL.IT– 16 – 05-2025
https://www.flcgil.it/attualita/estero/addio-ali-rashid-il-dolore-della-flc-cgil.flc
La scomparsa di Alì Rashid ci priva di uno dei riferimenti più importanti della lotta per l’autoderminazione del popolo palestinese in Italia. Tuttavia il grande dolore che in questi giorni attraversa tutti coloro che lo avevano conosciuto non è motivato solo dal suo ruolo rappresentativo, ma dalla grande connessione sentimentale che Alì Rashid sapeva creare attorno alla causa palestinese. Indubbiamente lo favoriva la grande dolcezza della sua persona, ma gli si farebbe un torto a non riconoscere oltre a questa, la grande conoscenza della storia del Medioriente e la padronanza degli strumenti dell’analisi economica del marxismo, a cominciare da quell’interpretazione del colonialismo, di cui il sionismo è il tardivo frutto mediorientale, come uno degli effetti della storia del mondo capitalista occidentale.
C’era in lui la consapevolezza che per dialogare con mondi diversi, oltre alla buona volontà, bisogna trovare le radici comuni dei conflitti della storia. E proprio mentre oggi i destini del mondo sembrano come non mai connessi tra loro, e le voci dei sovranismi si alzano quanto mai prepotenti per oscurare questa realtà, dovremmo sempre portare con noi lo sguardo dolce e la voce pacata di Alì Rashid, come un possibile esperanto del futuro.
La FLC CGIL partecipa al dolore per la perdita di Alì.
Anche nel tentativo di raccogliere la sua eredità, insieme ad altri sindacati di altri Paesi, stiamo promuovendo un progetto di sostegno ai docenti palestinesi perché in quella strage sopravviva il concetto del valore del diritto all’istruzione e al futuro delle nuove generazioni.
******
IL MANIFESTO 15 – 05 – 2025
https://ilmanifesto.it/addio-ali-rashid-il-coraggio-gentile-della-lotta
L’addio Lutto per la sinistra italiana e per il popolo palestinese. L’ultimo saluto venerdì 16 maggio a Orvieto

È morto Ali Rashid. Era nato nel 1953 ad Amman primo rifugio dalla Palestina di una famiglia di Gerusalemme costretta addirittura a cambiare cognome dal regime hashemita che nel ’70 massacrerà i palestinesi. Era un militante di sinistra di Al Fatah. È stato segretario nazionale del Gups, l’Unione degli Studenti palestinesi, aveva fatto parte dell’Unione degli scrittori e giornalisti palestinesi e, dal 1987 per molti anni è stato il Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia, dove aveva fatto parte di Democrazia proletaria, eletto nel 2006 come deputato per Rifondazione comunista (si era ricandidato nel 2008 per Sinistra Arcobaleno e nel 2024 con Pace Terra Dignità, senza essere rieletto). Ma queste scarne righe sulla sua vita politica non rendono appieno la sua forza, il suo coraggio instancabile, la sua dolcezza nonostante tutto.
Nella sequenza di addii in questa epoca alla deriva di senso e di futuro ho spesso usato, con sincerità, l’espressione «per me era un fratello». Stavolta l’espressione è più vera, lui è stato più fratello che mai. Con lui ho condiviso quasi quaranta anni di appassionata quanto disperata vicinanza per la lotta e la tragedia del popolo palestinese.
Ora se ne va proprio nel giorno del 77° anniversario della Nakba, la catastrofe della cacciata di quel popolo nel 1948 da parte delle milizie e dell’esercito israeliano dalla propria terra e dalle proprie case; e nei giorni in cui i palestinesi muoiono in massa tra le rovine di Gaza e nella nuova colonizzazione della Cisgiordania; hanno fiato solo come bersagli di un sanguinoso tiro al piccione dell’esercito di Netanyahu, abbandonati da tutti e nell’indifferenza del cosiddetto civile e democratico Occidente mentre si consuma un genocidio. Il suo cuore non ha retto, si è spezzato. Chi può reggere il dolore provato a distanza e nell’impotenza opprimente di fronte alle scene di stragi che arrivano tra bambini e donne che si contendono tozzi di pane?
Che resta ai palestinesi come arma se non la scrittura e la presa di parola, ci dicevamo. Così nell’ultimo anno insieme abbiamo organizzato molte presentazioni della terza edizione de “La terra più amata. Voci della letteratura palestiinese”, curata con l’altro fratello di Palestina, Wasim Dahmash: per un’idea di “Divano” che recuperasse almeno le ragioni dei poeti, da Goethe a Mahmud Darwish.
“Nel Diwan – mi scriveva proponendo il testo di presentazione delle iniziative a Firenze – scorrevano le parole verso l’infinito. Rispettose e cordiali, si spogliavano dal piglio del dominio e si ammantavano dell’ansia di comunicare. Poeti, narratori e cantastorie…si alternavano sul palcoscenico che durava tutto l’anno. Passato, presente e futuro con filo ininterrotto per non smarrirsi nel vuoto… Protagonisti sono le parole che sfilano come la seta dai gelsi e lasciano indelebile il segno sul quaderno della notte. Solo il chiarore della mente a farci lume nella ascesa verso le nostre ardite deduzioni».
«Nel Diwan – continuava – rinascerò da me stesso e sceglierò lettere capitali per il mio nome, in questo presente senza tempo e senza luogo. Ormai nessuno ricorda come abbiamo varcato l’indicibile e ci siamo accorti che non siamo più capaci d’attenzione. Per non sentirci dire un giorno “era mio padre quell’uomo in pena da far sopportare a me la sua storia”. Questa nostalgia, che né l’oblio ci allontana né il ricordo ci avvicina, questa tensione verso l’altro che è in noi non si risolve nel soggetto pensante – concludeva – , quello che Marx in parole suggestive definisce “il sogno di una cosa”, il soggetto umano che attende il tempo che non c’è ancora, l’uomo inedito, in tensione verso il futuro, verso il suo adempimento per creare il futuro che non è più certezza ma è una pura ipotesi. Il futuro ci sarà se lo avremo creato». Questo era Ali.
Ora ai palestinesi non resta neppure Ali Rashid. Dalla voce pacata, sommessa che però pretendeva l’ascolto e l’otteneva, anche dai nemici. È stato per tutti noi il vero e degno rappresentante della Palestina. Non si è mai risparmiato in una vita fatta di esilio e dolore – negli anni ’90 il Pd prendeva sprezzante le distanze dai palestinesi. Contro ogni sopraffazione è stato un costruttore tenace quanto inascoltato di pace. Addio Ali.
NOTA– LINK SOTTO
DĪWĀN
N Vocabolo arabo d’origine persiana, italianizzato in divano (fr. e ingl. divan, sp. diván, ted. Diwan), il quale è andato assumendo significati svariatissimi, che qui riassumiamo.
1. La parola araba, poi diffusa in altre lingue di popoli musulmani, deriva sicuramente da un vocabolo del pahlawi o mediopersiano, all’incirca dēwān, che si collega con parole persiane significanti “scrivere, scrivano”, ecc. Fu introdotta in arabo sotto il califfato di ‛Omar I (1323 èg., 634-644 d. C.) nel significato di registro dei soldi delle milizie arabe e delle pensioni di stato; presto si estese anche a designare sia il complesso degli scrivani che tenevano quei registri, sia il loro ufficio in astratto, sia il luogo ove lavoravano. Con l’ampliarsi dell’organismo amministrativo dell’Impero musulmano il vocabolo, già nel sec. III èg. (IX d. C.), fu applicato alla direzione generale dell’amministrazione finanziaria e della proprietà fondiaria, come pure ai singoli uffici da essa dipendenti; poco più tardi servì anche a designare qualsiasi ufficio pubblico amministrativo, e inoltre, in seguito, consigli di alti funzionarî e persino tribunali speciali. Nell’Impero ottomano era famoso quello che gli scrittori europei chiamavano il Gran Divano (in turco dīwān–i humāyūn “Consiglio Imperiale”) o cancelleria della Sublime Porta, riordinato da Maometto II il Conquistatore (1451-1481), presieduto dal Gran Visir e avente alte funzioni politiche e giudiziarie; esso perdette d’importanza nel sec. XVIII, finché Maḥmūd II (1808-1839) lo sostituì negli ultimi anni del suo regno con il Consiglio privato, poi divenuto il Consiglio dei ministri. Dalla Turchia il vocabolo divano penetrò in Europa, sullo scorcio del sec. XV. Ma in Sicilia l’amministrazione normanna del sec. XII aveva accolto la forma duana e conservato o istituito la regia duana a secretis (in corrispondenza a quello che gli Arabi chiamavano dīwān attaḥqīq “ufficio del riscontro o della verificazione”), che teneva i registri fondiari, e la duana baronum, per le concessioni feudali, che poscia si registravano anche nel predetto ufficio.
2. Nell’Africa settentrionale e nella Spagna, già nel sec. XII, il vocabolo ricevette inoltre il significato particolare di ufficio delle dogane, inclusi i suoi magazzini; onde lo spagnolo aduana (ad–dīwān, dove ad– è l’articolo), l’italiano dogana (nella redazione latina del trattato fra Pisa e Tunisi del 16 maggio 1343 dovana) e il francese douane. Già nella prefazione del Liber abaci, composto nel 1202 da Leonardo Fibonacci pisano, si legge: “Cum genitor meus a patria publicus scriba in duana bugee (ossia di Bugia nell’attuale Algeria) pro pisanis mercatoribus ad eam confluentibus constitutus esset”. Dal sec. XVI la parola dīwān in questo senso scompare in Tripolitania, Tunisia e Algeria, soffocata da riduzioni dialettali (p. es. qumreq, qemreq, con q pronunziato g duro) del turco gümrük.
3. Dal senso di registro si sviluppò già nel sec. III èg. (IX d. C.), se non prima, il significato di raccolta, collezione scritta, e particolarmente di raccolta delle poesie di un determinato poeta, canzoniere; si ricordi il West–östlicher Diwan di Goethe. Questo significato si è diffuso in tutte le letterature dei popoli musulmani.
4. La semplicità degli uffici orientali fino alla metà del secolo scorso, nei quali non esistevano tavoli e l’arredamento si riduceva a qualche armadio e a sedili lunghi, composti di rozza armatura di legno coperta da materasso e tappeti, forniti di cuscini e disposti lungo le pareti (le persone vi si sedevano a gambe incrociate e scrivevano tenendo i fogli di carta sulla mano sinistra), ha fatto sì che il nome dīwān (italiano divano, ecc.) fosse applicato anche a designare questo tipo di sedili lunghi, ossia di sofà.
*** ALI RASHID– vedi l’articolo precedente
Il Concerto di Baghdad fu uno spettacolo musicale che Franco Battiato tenne a Baghdad il 4 dicembre 1992.
Il concerto faceva parte dell’iniziativa umanitaria per l’infanzia irachena Un ponte per Baghdad.
Lo spettacolo si tenne al Teatro Nazionale iracheno. In quell’occasione Battiato venne accompagnato dall’orchestra de I Virtuosi Italiani e dall’Orchestra sinfonica nazionale d’Iraq. A dirigere l’orchestra fu Giusto Pio a parte per i brani Gilgamesh e Schmerzen, diretti da Antonio Ballista, e Fogh in Nakhal diretto da Mohammad Othman.
Fogh in Nakhal, letteralmente “sopra le palme”, è un canto della tradizione popolare irachena, in lingua araba. È stato poi riproposto da Battiato nel suo album Caffè de la Paix, pubblicato nel 1993.
Il concerto non è mai uscito su CD, tuttavia alcuni brani isolati sono stati pubblicati all’interno di raccolte. L’ombra della luce, Solo (dall’opera Gilgamesh) e Fogh in Nakhal sono presenti in Racconti d’Oriente, raccolta uscita insieme a il manifesto nel 1997.


CD pubblicato da Il Manifesto nel 1997
IMMAGINI SOPRA — VERSO LA STRATOSFERA ( 1 nota )
testo in italiano da ROCKIT.IT
Album Come Un Cammello In Una Grondaia uscito nel 1990.
https://www.rockit.it/francobattiato/canzone/lombra-della-luce/231280
Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente;
quando il mio percorso, si fa incerto.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
E’ tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto,
o dei più lievi aneliti del cuore,
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami, come sono infelice
lontano dalle tue leggi;
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l’ombra della luce
(1) nota —
E’ da un po’ di tempo che mi gira tra le mani questa conpilation attribuita a “Various”, anche se l’ispiratore ed il protagonista principale è Franco Battiato, da sempre innamorato della cultura e dei suoni provenienti dall’Oriente. Questo CD, pubblicato nel 1997 dall’etichetta Il Manifesto, è oramai fuori catalogo. Battiato condivide i solchi con altri musicisti tra cui la nostra vecchia conoscenza Michele Fedrigotti. L’amicizia personale e il sodalizio artistico tra Battiato e Fedrigotti risale agli anni ’70. E non a caso è proprio Michele Fedrigotti che per ben 22 minuti suona il pianoforte in “L’Egitto prima delle sabbie”. Sul disco originale risalente al 1978 la tastiera veniva suonata da Antonio Ballista. Gli altri protagonisti del disco sono Lucio Quarantotto, compositore, famoso per essere l’autore di “Con te partirò”, brano portato al successo da Andrea Bocelli, Alessandro Nidi, compositore e direttore d’orchestra (fu lui a dirigere nel 1987 la prima mondiale dell’opera “Genesi” di Franco Battiato), Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore, Georges I. Gurdjieff, armeno di origine, tra i più importanti insegnanti di sufismo e scuola mistica dell’islam. Infine i Govinda, band italiana che miscela musica elettronica, ambient e progressive. Il brano proposto si intitola “Devotion”. Le tracce attribuite a Franco Battiato sono tratte dal “Concerto di Baghdad” del 1992.
“Racconti d’Oriente” non è un album di facile ascolto a prescindere dalla lunga riproposta de “L’Egitto prima delle sabbie”, che merita una giusta predisposizione d’animo
TRACKLIST :
1 – LUCIO QUARANTOTTO – I TEMPLI INDÙ 3:03
2 – ALESSANDRO NIDI – RACCONTO ORIENTALE 2:14
3 – TONINO GUERRA – LE OMBRE (DALL’OPERA CENERE) 1:39
4 – FRANCO BATTIATO – L’OMBRA DELLA LUCE (IN ARABO) 4:05
5 – FRANCO BATTIATO – SOLO (DALL’OPERA GILGAMESH) 4:48
6 – FRANCO BATTIATO – FOG AN NAKHAL 4:56
7 – GOVINDA (2) – DEVOTION 9:55
8 – MICHELE FEDRIGOTTI – L’EGITTO PRIMA DELLE SABBIE 22:33
9 – GEORGES I. GURDJIEFF* – PREMIÈRE SÉRIE (RIF. 18 – C – 6) 6:59
10 – GEORGES I. GURDJIEFF* – SCOTCH STORY (RIF. 05 – C) 2:15
ANSA.IT — 4 dicembre 2025 — 9.40
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/12/04/a-medicina-promossi-al-primo-esame-solo-tra-il-10-e-il-15_7b28e041-52b5-41c4-9aee-e3b7192734fd.html

E’tra il 10 e il 15% la percentuale dei promossi nelle tre materie al primo appello degli esami di Medicina.
E’ quanto emerge sulla base dei dati di alcuni atenei.
Il quadro appare omogeneo, non ci sono grandi differenze territoriali sui voti. Gli esami per la seconda prova, fissata per il 10 dicembre, sono già pronti, secondo notizie in possesso all’ANSA, e questo escluderebbe la possibilità di una seconda prova più semplice.
Se da un lato i numeri sgonfiano il grande effetto copiatura di cui si è parlato nei giorni scorsi, c’è il rischio – sarebbe la prima volta – che il numero di studenti ammessi a Medicina sia inferiore ai posti disponibili: per poter proseguire negli studi infatti bisogna aver superato tutti e tre gli esami richiesti Chimica, Biologia e Fisica, apparsa particolarmente difficile.
video, RaiCultura — 2.19.
breve storia della vita

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)
Nel quartiere borghese c’è la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l’esistenza.
Chi dice che io sono uno che non crede, mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso. Io posso essere uno che non crede, ma uno che non crede che ha nostalgia per qualcosa in cui credere.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? Che cos’è che ha trasformato le “masse” dei giovani in “masse” di criminaloidi? L’ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una “seconda” rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la “prima”: il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene. Donde l’ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall’assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c’è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c’è stata: la scelta dell’impietrimento, della mancanza di ogni pietà.
Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.
Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.
La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi.
Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.
Soltanto solo, sperduto, muto, a piedi riesco a riconoscere le cose.
Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi.
Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi.
I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: “un genocidio delle culture viventi”.
Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori, sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.
Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società di consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest’incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.
L’uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell’uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l’uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.
Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l’uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.
PER CHI VOLESSE :
trailer del film PASOLINI di ABEL FERRARA – 2014
la ricostruzione dell’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini
Film :
**** L’ULTIMA INTERVISTA DI FURIO COLOMBO A PIER PAOLO PASOLINI
RICOSTRUITA NEL FILM-
fatta poche ore prima della morte
video, 7.28 min.
Pasolini è un film del 2014 diretto da Abel Ferrara, che si concentra esclusivamente sulle ultime ore di vita di Pier Paolo Pasolini.
Pasolini è interpretato da Willem Dafoe e il ruolo di Ninetto Davoli è di Riccardo Scamarcio. Nel cast è presente anche lo stesso Davoli, nel ruolo di Eduardo De Filippo.
Il film, che ha partecipato alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e al Toronto International Film Festival e i cui dialoghi sono in tre lingue (italiano, francese, inglese), mostra episodi reali ed immagini dal sapore onirico di scene immaginate dallo stesso Pasolini nelle sue opere.
https://it.wikipedia.org/wiki/Pasolini_(film)
numero 11/ 25 Da sabato 6 dicembre in edicola e in libreria

GABANELLI, subito dopo il ricordo di Pietrangeli al 26° minuto
https://www.la7.it/tgla7/rivedila7/tg-la7-01-12-2025-623094
di Milena Gabanelli e Claudio Gatti* / VEDI SOTTO
Uno spettro si aggira per il vecchio continente: è quello della disgregazione dell’Unione Europea. Nel suo recente non-paper, dal titolo «Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva», il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «Stati autoritari» che, in modo «subdolo», alimentano la «delegittimazione» dei processi democratici interni e delle «alleanze sovranazionali come l’Ue».
Il ministro ha fatto i nomi: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Ma c’è un convitato di pietra: a minare l’Unione Europea, insieme a Putin, c’è anche l’America di Donald Trump e dei suoi suggeritori strategici, a partire dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore che ha prodotto il «Project 2025». Si tratta del documento programmatico che Trump ha adottato per affermare la supremazia presidenziale, sopprimendo molti degli anticorpi che la Costituzione Usa ha creato a protezione della democrazia.
Lo smembramento dell’Unione Europea è da vent’anni uno degli obiettivi strategici della Heritage Foundation. In tempi più recenti la Foundation ha sviluppato un’alleanza con quelle stesse associazioni e amministrazioni dell’ultradestra sovranista europea coltivate da Vladimir Putin.
Per decenni il leader russo ha usato le forniture di gas per esercitare un’influenza politica sui singoli Stati membri dell’Ue e, dopo l’invasione della Crimea, ha fatto leva sulla dipendenza della Germania da quel gas (il 50% dei consumi fino al 2022) per spingerla a opporsi a sanzioni più severe chieste dagli Stati confinanti con la Russia. Così come oggi Putin sta usando la dipendenza dell’Ungheria dal suo petrolio per spingere Orbán a mettere i bastoni tra le ruote di una politica unitaria continentale.
Ma un’Unione Europea forte si scontra anche con la strategia dell’America First sostenuta da Donald Trump, che ha tutto l’interesse a indebolire il coordinamento istituzionale e il potere collettivo europeo.
La miglior riprova di questa apparentemente paradossale coincidenza di interessi tra Putin e Trump è stata fornita dalla Brexit. L’uscita dalla Ue della Grand Bretagna è stata infatti fortemente sostenuta da entrambi.
Ed entrambi hanno usato lo stesso canale per favorirla: Nigel Farage, il politico inglese che il presidente americano continua ancora oggi a sponsorizzare e il cui fedele luogotenente Nathan Gill è stato appena condannato a 10 anni per essere stato portatore della propaganda del Cremlino sulla guerra in Ucraina.
A febbraio di quest’anno Donald Trump ha dichiarato senza alcuna remora diplomatica che «l’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti: quello è il suo scopo» (qui) e che «è per molti versi peggio della Cina». Si potrebbe pensare che si tratti di esternazioni tipiche del personaggio, ma gli stessi promotori del manuale strategico di Trump ritengono la Ue un avversario da smantellare.
L’attività anti Ue della Heritage Foundation, che ricordiamo è considerato il centro studi ultraconservatore più grande e influente a livello internazionale, è diventata più esplicita negli ultimi 20 anni, con un’accelerazione dal 2022. Passiamo in rassegna fatti e documenti.
Giugno 2005: l’ex vicedirettore per le comunicazioni strategiche della Heritage Foundation Lee Casey scrive: «Dal punto di vista degli Stati Uniti, la mancata approvazione della Costituzione Europea ai referendum in Francia e Olanda rappresenta un duro colpo allo stesso progetto europeo (…). Ed è giunto il momento che i politici americani mettano in discussione tale progetto».
Dicembre 2006, in un rapporto intitolato «L’Ue è amica o nemica dell’America?», il ricercatore della Heritage Foundation John Blundell scrive: «Le differenze politiche tra Europa e Stati Uniti si sono moltiplicate e approfondite. (…) non c’è alcun motivo per cui gli Stati Uniti, che hanno fatto da levatrice alla nascita di questo neonato politico, non debbano svolgere un ruolo nella sua scomparsa» (qui).
Febbraio 2007, il dirigente Nile Gardiner scrive: «La crescente centralizzazione politica dell’Europa rappresenta una minaccia fondamentale per gli interessi degli
Stati Uniti (…). Nulla è mai certo nella storia. La spinta verso un’Unione sempre più stretta può ancora essere fermata».
Nel 2020 il primo ministro dell’Ungheria, Victor Orbán, grande nemico dell’integrazione europea, cede una quota del 10% della compagnia petrolifera ungherese Magyar Olaj (Mol) al Mathias Corvinus Collegium (Mcc), un centro studi schierato su posizioni di chiaro euroscetticismo. Ed è soprattutto dagli utili della Mol, per lo più dovuti alla vendita di petrolio russo, che arrivano i finanziamenti annuali del Collegium. L’emittente tedesca Zdf ha calcolato che nel solo 2023 ha ricevuto da Mol 50 milioni di euro in dividendi (qui).
A novembre 2022, in un discorso tenuto a Budapest davanti un pubblico di euroscettici ungheresi, il presidente della Heritage Kevin Roberts afferma: «Lo Stato-nazione ha due principali avversari, da un lato c’è il nemico che viene dall’alto: le organizzazioni sovranazionali (…) dall’altro c’è il nemico che viene dal basso: i propagandisti woke (…). E non esiste una cricca di élite globalista più pericolosa dei totalitari woke di stanza a Bruxelles.» (qui).
Il 19 settembre 2024 l’Heritage organizza una conferenza a Varsavia per contrastare il «pericoloso progetto» di consolidamento della Ue assieme al think tank euroscettico polacco Ordo Iuris. Come il confratello ungherese, anche l’Ordo Iuris ha legami con Mosca tramite il World Congress of Families, associazione finanziata dall’oligarca russo Konstantin Malofeev e strettamente legata al politologo putiniano Aleksandr Dugin (qui).
Lo stesso sito di Ordo Iuris scrive che «al termine della conferenza sono state prese alcune decisioni preliminari su attività congiunte da intraprendere» (qui)
E veniamo a quest’anno. Pochi giorni dopo il suo insediamento Trump dichiara pubblicamente: «Gli europei sono come i democratici, ci odiano (…) per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e spogliato (…). Denunceremo l’Unione Europea.».
L’11 marzo l’Heritage Foundation riunisce a Washington alcune delle maggiori associazioni euroscettiche d’oltreatlantico per discutere di come riformare le attuali strutture dell’Ue. In quell’occasione, in un «workshop a porte chiuse» si dibatte un rapporto prodotto da Mcc e Ordo Iuris intitolato «Il Great Reset: ripristinare la sovranità degli Stati membri nel XXI secolo». Il documento invoca «lo scioglimento dell’Ue nella sua forma attuale» (qui)
Nell’aprile 2025, il dirigente dell’Heritage Foundation Nile Gardiner elogia Trump dicendo che «è l’unico presidente americano ad essersi opposto attivamente al progetto europeo» (qui).
Il 1 maggio, a un mese dal ballottaggio delle elezioni presidenziali polacche, in un incontro nello Studio Ovale Donald Trump fa l’endorsement a Karol Nawrocki, il candidato euroscettico e contrario a una maggiore integrazione europea (qui).
Pochi giorni dopo, in un convegno a Varsavia, la segretaria alla Sicurezza Interna americana Kristi Noem, elogiando pubblicamente Nawrocki, esorta i polacchi a votare per lui. La rivista online DeSmog, che ha ottenuto un file audio dell’evento, scrive: «I relatori hanno parlato in termini apocalittici del futuro dell’Unione Europea e uno di loro ha promesso di “liquidare” la Commissione Europea» (qui).
L’agenzia di stampa britannica Reuters rivela che in quegli stessi giorni una delegazione del Dipartimento di Stato incontra a Parigi alti funzionari del Rassemblement National di Marine Le Pen, il partito più euroscettico della Francia (qui).
La delegazione è guidata da Samuel Samson, il funzionario dell’Ufficio per la democrazia, i diritti umani e il lavoro (Drl) del Dipartimento di Stato. Samson fa parte di un gruppo di giovani ultraconservatori che stanno scalando i ranghi dell’amministrazione Trump. Nella pagina Substack del Drl Samson scrive: «Il regresso democratico dell’Europa inficia la sicurezza e l’economia americana, oltre che i diritti di libertà di espressione dei cittadini e delle aziende americane» (qui).
Poche settimane dopo, in un’intervista a Fox News, il presidente dell’Heritage Kevin Roberts dichiara: «Siamo all’inizio di un’era d’oro, non solo per gli Stati Uniti – un’era d’oro di autogoverno in tutto il mondo, in particolare in Europa. Pensiamo a Santiago Abascal, leader del partito Vox in Spagna, pensiamo a Nigel Farage, che probabilmente sarà il prossimo primo ministro del Regno Unito» (qui a 3’31”).
Farage è il principale promotore della Brexit e Abascal è tra i leader europei che più invocano «un cambiamento di rotta radicale nell’Ue» nel nome della «sovranità nazionale».
Consultando gli archivi dell’agenzia delle entrate americana e i documenti del Parlamento europeo, Giorgio Mottola di Report ha scoperto quanto hanno investito in Europa negli ultimi 5 anni i maggiori think tank conservatori statunitensi: 109,8 milioni di dollari, con un vertiginoso aumento di flussi a partire dal 2022.
(…) un modello europeo forte potrebbe essere di intralcio al modello americano sulla scena internazionale (…) mentre per Mosca un’Europa divisa consente più libertà di trattare da una posizione di forza con i singoli Paesi Ue (…).
Raphaël Kergueno, ricercatore di Transparency International fa notare che «La maggior parte di queste organizzazioni non è iscritta nel registro delle lobby dell’Ue, vuol dire che non è dato sapere come spendano le loro risorse e quali siano i loro obiettivi. Possiamo solo monitorare il numero di incontri segnalati dai deputati europei, e sappiamo che con l’arrivo di Donald Trump ha registrato un forte aumento».
Il fatto che gli interlocutori europei preferiti da Putin siano gli stessi di quelli dei Maga non può essere ritenuto casuale: «Per entrambi un’Europa liberal-democratica unita e funzionante rappresenta una minaccia».
Secondo i più esperti analisti, un modello europeo forte potrebbe essere di intralcio al modello americano sulla scena internazionale, e Washington non vuole competitor; mentre per Mosca un’Europa divisa consente più libertà di trattare da una posizione di forza con i singoli Paesi Ue, e di influenza sui suoi ex vicini sovietici.
claudio gatti
* Claudio Gatti è un giornalista investigativo che risiede a New York dal 1978. Il suo ultimo libro, «Noi, il popolo – Terra dei nativi. Lavoro dei neri. Libertà dei bianchi» è pubblicato da Fuoriscena.

FOTO DA :
https://www.chiarelettere.it/autore/claudio-gatti.html
Claudio Gatti è stato corrispondente dagli Stati Uniti del settimanale “L’Europeo”, vicedirettore del settimanale economico “Il Mondo”, direttore del supplemento sull’Italia dell’ “International Herald Tribune” e inviato speciale de “Il Sole 24 Ore”.
Con Roger Cohen ha pubblicato il libro In the Eye of the Storm: the Life of General H. Norman Schwarzkopf (1991). In Italia ha pubblicato Rimanga tra noi. L’America, l’Italia, la “questione comunista”: i segreti di 50 anni di storia (Leonardo 1991); Il quinto scenario (Rizzoli 1994), inchiesta sulla strage di Ustica; Fuori orario. Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro Fs (Chiarelettere 2009); Il sottobosco. Berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari (con Ferruccio Sansa, Chiarelettere 2012) ed Enigate: i documenti esclusivi sulle tangenti internazionali che l’ente petrolifero è accusato di aver pagato (Paper First 2018).
mario bardelli sta rileggendo con molto interesse :

https://www.facebook.com/61567563315866/about/
https://x.com/claudiogatti

da : LA VOCE DI NEW YORK.COM
NEL LINK SOTTO– L’INTERVISTA SCRITTA
Make America True Again! Claudio Gatti e la rivoluzione di “We, the Peoples”
VIDEO, 30 min.
” Ricordo una frase di George Orwell: ” Per divertire, bisogna essere molto seri “- ( @murmusciences8264 )

Orecchini in oro con pendenti a barchetta. Oro e smalto (IV sec. a. C.)- DA : PREZIOSAMAGAZINE.COM
IL GIORNALE DELL’ARTE
5 MAGGIO 2022

Gorytos ( fodero ) scita d’oro, IV secolo a.C.
– Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Melitopol%27#/media/File:Scythian_golden_gorytos,_4th_century_BC,_01.jpg

In marzo Leila Ibrahimova, direttrice del Museo di storia locale di Melitopol è stata rapita e poi rilasciata dalle forze russe. La settimana scorsa ha raccontato al New York Times il tentativo delle truppe russe di costringere con le minacce una dipendente del museo, la curatrice Galina Kucher, a rivelare il nascondiglio degli ori degli Sciti (ornamenti, armi e suppellettili realizzati in oro dall’VIII secolo al I secolo a.C.), messi in sicurezza all’interno del museo. Nonostante il diniego della dipendente, gli ori sono stati poi trovati.
nota ::

Foto: l’elmo d’oro appartenente al tesoro della Scizia. Foto di Monique Kooijmans (Allard Pierson)– DA FINESTRE SULL’ARTE, 17-11-2021
continua il testo:
Alcuni video dell’agenzia di stampa ufficiale russa e di altri canali filorussi mostrano un uomo con un camice bianco, identificato come «ricercatore senior», in compagnia del nuovo direttore russo del museo, Yevgeny Gorlachev, nell’atto di mostrare proprio gli oggetti della collezione (costui avrebbe dichiarato che le opere sono state trovate «grazie all’amministrazione militare» e al personale del museo). Ibrahimova e Kucher hanno parlato con orgoglio della collezione degli ori degli Sciti esposta nel 2017 e nel 2021.

Pettine d’oro scita , esposto nel Museo dell’Ermitage , situato a San Pietroburgo, Russia.
CARTINA UCRAINA CON MELITOPOL

cartina Il Sole 24 ore
«Per la prima volta ciò che è stato trovato sul territorio dell’Ucraina è rimasto in Ucraina», ha commentato Ibrahimova in merito ai manufatti rinvenuti durante uno scavo archeologico nei tumuli a Melitopol nel 1954. «Prima di allora, tutto veniva inviato a Mosca o a San Pietroburgo». Ha descritto la collezione del museo di Melitopol come «senza prezzo» e ha aggiunto che era «conservata in modo molto sicuro».
UN GUERRIERO SCITA
FOTO: https://pbs.twimg.com/media/FRmmjrmX0AACjJ-?format=jpg&name=small

FACCIATA DEL MUSEO DI STORIA LOCALE PRIMA DELL’INVASIONE RUSSA –
DA : https://en.wikipedia.org/wiki/Melitopol_Museum_of_Local_History
Il sindaco di Melitopol Ivan Fedorov, anche lui rapito (per poco tempo) a marzo, ha dichiarato in un video che «il museo di storia locale è stato completamente saccheggiato e la storia di Melitopol è stata derubata dagli occupanti russi», mettendo in guardia che l’oro degli Sciti è «a rischio di essere trasferito in Crimea» (annessa dalla Russia nel 2014 e che si trova non lontano da Melitopol).

collare del IV secolo a.C.- San Pietroburgo, Gosudarstvennyj Muzej Ermitaj (Photo by DeAgostini/Getty Images)

un bellissimo maialino — oro degli Sciti
*** Sembra che questa collezione così preziosa sia stata collocata in un museo a Kiev ( Kyiv-Pechersk Lavra territory )
ecco:

MONASTERO DI KIEV PERCHERSK LAVRA O MONASTERO DELLE GROTTE DI KIEV IN PRIMAVERA

Secondo Petro Andryushchenko, consigliere del sindaco filoucraino di Mariupol (dove la Russia dopo il brutale assedio ha installato un governo cittadino non riconosciuto dagli ucraini), Natalia Kapustnikova, direttore del Museo di storia locale di Mariupol, avrebbe consegnato agli occupanti «capolavori originali», tra cui anche opere di Arkhip Kuindzhi, di origine greca nato a Mariupol nel XIX secolo, uno degli artisti più amati della Russia — vedi sotto

DETTAGLIO DA : https://preziosamagazine.com/loro-degli-sciti-un-patrimonio-a-rischio
UN QUADRO DI
Arkhip Kuindzhi (1842-1910), di origine greca nato a Mariupol nel XIX secolo, uno degli artisti più amati della Russia.

1878 Sera in Ucraina –

Chiaro di luna sul Dniper – 1880

Paesaggio del Nord _ 1878 –
collection of the State Tretyakov Gallery, Moscow.

Notte, 1908
da : https://www.wikiart.org/en/arkhip-kuindzhi/night-1
**** un punto di vista degli Israeliani che in genere non si immagina.
IL MANIFESTO 25 novembre 2025
https://ilmanifesto.it/la-grande-emigrazione-di-israele

Sono ovunque. Alle stazioni degli autobus e dei treni, appiccicati sui lampioni, sulle vetrine dei negozi e sui distributori automatici. Ricoprono anche le antichissime porte di ingresso alla Città Vecchia di Gerusalemme. Un mare di adesivi di ogni forma e misura: sono le foto di soldati israeliani morti nei vari fronti di guerra aperti da Israele negli ultimi due anni.
Qualcuno sorride, qualcuno imbraccia il fucile, quasi tutti sono ritratti con l’uniforme. Ogni adesivo è corredato da un messaggio, più o meno stringato. Il più comune recita: «Possa dio vendicare il suo sangue». Altri optano per versi della Torah, alcuni per l’incitamento all’unità di appartenenza del militare. C’è anche chi traveste la morte con l’ironia: «Non voglio un adesivo».
UN FENOMENO sorto spontaneamente che ha via via oscurato i poster con i volti degli ostaggi a Gaza e l’appello «Bring them home».
Se l’iniziativa resta privata (gli adesivi sono autoprodotti da famiglie e amici), la differenza salta agli occhi: oltre l’espressione collettiva di lutto, c’è la spinta militarista che caratterizza la società israeliana e c’è, soprattutto, l’invito a proseguire.
A non chiudere i fronti bellici spalancati nella regione, la guerra permanente che nel caso di Gaza si è fatta genocidio. «Non dobbiamo fermarci», recita uno degli slogan più comuni degli adesivi.
Sono sticker, eppure sono simbolo di un impulso sempre più acceso e radicale, lo stesso palesato dai proclami pubblici e le politiche del governo di ultradestra. E da cui una parte della società israeliana, silenziosamente, si sta allontanando. Letteralmente, fisicamente.
«Negli ultimi mesi ho perso almeno quindici amici, sia israeliani che palestinesi, tutti attivisti. Se ne sono andati, sono emigrati all’estero – ci dice D., membro di un’ong per i diritti umani israeliana – Molti di loro hanno figli, non intendono crescerli qui, in questo tipo di società. Vanno via anche sostenitori del governo, in realtà: vivere in una zona di guerra permanente li spaventa».
A. È UN’ATTIVISTA di lungo corso, impegnata da anni al fianco dei palestinesi. Dichiarata antisionista, da mesi tenta di vendere la sua casa per potersi trasferire all’estero. Non ha ancora trovato acquirenti. Una sua amica, S., ci rimugina da mesi: non vede l’uscita dal tunnel, «temo sarà sempre peggio, che da razzismo e autoritarismo non si possa tornare indietro. Un unico pensiero mi frena: se noi ce ne andiamo, resteranno solo coloni, nazionalisti e religiosi».
Il fenomeno dell’emigrazione ebraica israeliana sta crescendo tanto da spaventare lo stesso governo.
Gli ultimi dati li ha forniti la Commissione per l’immigrazione della Knesset il 20 ottobre scorso:
IL PRESIDENTE della Commissione, il deputato laburista Kariv, l’ha definita «non un’ondata, ma uno tsunami…oggi un milione di israeliani vive in paesi stranieri».
Le ragioni, in sede di Commissione, non sono state affrontate, per lo meno non ufficialmente. E i numeri, secondo vari osservatori, sarebbero sottostimati: difficile tenerne traccia in tempi così stretti, ma fonti stampa – tra cui il quotidiano The Times of Israel citando nel 2024 la Population Authority – hanno parlato addirittura di mezzo milione di espatri. Certa è la tendenza, da tempo gli emigranti superano le nuove cittadinanze.
Chi la materia la studia da anni è Yinon Cohen, sociologo alla Columbia University.
In una ricerca pubblicata a giugno a quattro mani con Kaiting Zhou, spiega che «l’aumento dell’emigrazione iniziato prima di ottobre 2023 potrebbe essere collegato alla riforma giudiziaria avviata a gennaio 2023. L’impatto a breve termine dell’attacco del 7 ottobre sull’emigrazione israeliana è ancora più pronunciato».
Se il numero di israeliani che ha lasciato il paese nel 2024 è doppio rispetto al 2022, Cohen traccia un parallelo con la Seconda Intifada, altro periodo di fuga consistente: all’epoca i tassi di emigrazione che raggiunsero l’apice nel 2001 si erano dimezzati nell’arco di cinque anni.
STAVOLTA però potrebbe essere diverso, scrivono Cohen e Zhou: «I recenti sviluppi in Israele non contribuiscono a ridurre l’emigrazione… Il consenso sulla guerra ha già iniziato a erodersi e, alla fine del 2024, il livello di solidarietà tra gli ebrei è diminuito drasticamente rispetto a dicembre 2023… Ci sono poche ragioni per aspettarsi che possa mitigare l’emigrazione, come è accaduto in passato… Infine, la riforma giudiziaria sembra riprendere slancio, sollevando ulteriori dubbi sul futuro dell’Israele democratico tra gli israeliani laici e progressisti, che tendono ad avere un livello di istruzione elevato e rappresentano il gruppo più a rischio di emigrazione».
TRA DI LORO c’è C., professore emigrato in Europa dopo svariati tentativi di trovare un impiego nell’accademia israeliana. Nessun colloquio è andato a buon fine: «Non mi hanno mai detto esplicitamente la ragione del rifiuto, ma dopo l’inizio della guerra un rettore mi ha parlato dei miei post sui social media e che se volevo avere un futuro qui era meglio rimanere in silenzio e non esprimere le mie opinioni. La mia famiglia e la mia compagna vivono in Israele, sarei voluto restare, ma non è un luogo dove persone estranee al consenso genocidario possano avere una carriera. Insomma, non ti mettono in prigione ma ti impediscono di guadagnarti da vivere».
A pesare, dice C., non è solo il governo. Lo fa anche «la cosiddetta opposizione che non agisce per niente come un’opposizione né a Gaza né a difesa della libertà di espressione» e il silenzio complice dell’accademia. Non è l’unico ad averla lasciata: «Posso parlare per le persone intorno a me, una sottocategoria molto limitata della società israeliana. Ci sono motivazioni politiche per andarsene ma anche per restare e combattere. Ho amici palestinesi delusi perché si sentono abbandonati in una società fascista. Altre persone all’estero pensano invece che la cosa migliore che un israeliano di sinistra possa fare sia lasciare il paese. Non concordo: non credo che il mio contribuito alla lotta palestinese sia un israeliano in meno».
«Penso però che se non posso lavorare, non posso esprimermi senza essere brutalizzato, se vivo nella costante e malata venerazione della morte con adesivi di soldati ovunque… è orribile. Vogliamo dire che è una motivazione politica? È più complicato di così».
Accanto alla prospettiva della guerra permanente e all’assenza di una risoluzione dell’occupazione militare, pesa soprattutto la deriva verso la peggiore destra, resa plastica dai sondaggi che svelano maggioranze bulgare a favore dell’espulsione dei palestinesi, dalle violenze brutali dei coloni e dai dati sull’immigrazione: in Israele tendono a trasferirsi soprattutto ebrei religiosi e nazionalisti, per lo più da Francia e Stati uniti.
NON È UN CASO che a emigrare siano soprattutto persone con figli: non vogliono crescerli in Israele, chi perché la ritiene una società sempre più estremista, chi perché vede l’economia indebolirsi, chi perché non intende trasmettergli una normalità di guerra, di corse nei bunker sotto le scale: «Alla fine il luogo più pericoloso nel mondo per un ebreo è Israele – conclude C. – E lì invece pensano di rischiare a Londra o a Berlino perché leggono un libro in ebraico o parlano in ebraico. È ridicolo. È vero, a volte mi sento a disagio, mi vergogno di dire che sono israeliano. Ma penso sia giusto che io provi vergogna».
segue da : https://it.wikipedia.org/wiki/Shlomo_Sand

foto di – שלמה זנד
Shlomo Sand (in ebraico שלמה זנד?; Linz ( Austria ), 10 settembre 1946) è uno storico e scrittore israeliano, saggista di fama internazionale.
Nasce a Linz, Austria, da genitori giudeo-polacchi sopravvissuti all’Olocausto. I suoi genitori, di estrazione comunista e anti-imperialista, si rifiutarono di ricevere compensi dalla Germania per i loro trascorsi durante la seconda guerra mondiale. Sand passa i suoi primi anni in un campo profughi speciale, ed emigra con la famiglia a Giaffa nel 1948. Nel 1977 si laurea in storia all’Università di Parigi e nel 1983 è borsista della Fondazione Luigi Einaudi di Torino. Ora è professore di storia all’Università di Tel Aviv
IL SUO LIBRO PIU’ FAMOSO:
L’INVENZIONE DEL POPOLO EBRAICO– MIMESIS, 2024
pubblicato nel 2008–
ESTRATTO DELL’INTRODUZIONE DELL’AUTORE
DA:

SCENARI -LINK
E se la storia ufficiale del popolo ebraico, costruita e tramandata dagli studiosi, non fosse altro che un mito con cui giustificare l’impresa coloniale dello Stato di Israele? E se la narrazione che ne propone una storia “unitaria”, descrivendola come un percorso lineare che dall’epoca biblica arriva ai giorni nostri con il ritorno nella terra perduta, fosse il falso ideologico di una storiografia di stampo nazionalista? Su Scenari un estratto dell’introduzione di L’invenzione del popolo ebraico di Shlomo Sand.
Quando si tratta di storia nazionale ci si trova dinanzi a un bosco fitto di alberi le cui chiome impediscono di avere una visione sufficientemente ampia per andare oltre la metanarrazione dominante: la specializzazione scientifica orienta gli studiosi verso determinati aspetti del passato, rendendo arduo qualunque tentativo di catturare la foresta nel suo complesso. L’accumulazione di narrazioni parziali può anche condurre allo sgretolamento di questa metanarrazione, ma perché ciò accada è necessario che la ricerca storica si svolga all’interno di una cultura pluralista che non risenta della tensione legata al conflitto nazionale armato né di una cronica insicurezza riguardo alle proprie origini e alla propria identità.
Una simile affermazione può suonare, e a ragione, pessimista, considerata la realtà israeliana del 2008. Nei sessant’anni di esistenza dello Stato d’Israele, la sua storia nazionale non è progredita granché ed è arduo immaginare che comincerà a farlo di punto in bianco. L’autore non nutre dunque grandi illusioni circa l’accoglienza che riceverà il suo saggio; spera tuttavia che, nonostante tutto, ci sarà chi raccoglierà la sfida di interrogare più a fondo il passato, contribuendo così a smantellare l’identità essenzialista che determina il modo di pensare e di agire della quasi totalità degli ebrei israeliani.
Sebbene l’opera che avete di fronte sia stata redatta da uno storico di professione, l’autore ha scelto di correre alcuni rischi che di solito non sono concessi agli specialisti in materia. Secondo le regole del gioco accademico, lo studioso del passato deve restare nel suo ambito di ricerca specializzato. Un rapido sguardo ai titoli dei capitoli sarà sufficiente per capire come i temi trattati nel libro coinvolgano invece più settori scientifici: studiosi della Bibbia, storici del periodo antico, archeologi, medievalisti e soprattutto specialisti di storia degli ebrei insorgeranno davanti all’intruso che ha sconfinato illegalmente nei loro campi di ricerca.
Posizioni del tutto giustificabili, e l’autore ne è pienamente consapevole. Sarebbe stato meglio se il volume fosse stato realizzato da un’équipe di ricercatori anziché da uno storico solo. Purtroppo non è stato possibile, perché l’autore non ha trovato chi collaborasse a quest’azione criminosa. Di conseguenza, è probabile che nel saggio si trovino alcune imprecisioni per le quali l’autore si scusa fin d’ora, invitando i critici a contribuire a correggerle. Non considerandosi un Prometeo che ha rubato il fuoco della verità storica per donarlo agli israeliani, non teme che l’onnipotente Zeus, ossia l’Associazione scientifica degli storici dell’ebraismo, invii un’aquila a rodere il fegato della sua teoria dal suo corpo incatenato. Chi scrive desidera soltanto mettere in evidenza un fatto ovvio: avventurarsi al di fuori del proprio ambito di competenza specifico e solcare le linee di confine con altri contesti prossimi può in certi casi aprire prospettive nuove e rivelare punti di contatto sorprendenti. Spesso una riflessione “ai margini” invece che “dall’interno” può essere di stimolo alla disciplina storica, malgrado i limiti della non specializzazione e il suo marcato carattere ipotetico. Gli specialisti di storia ebraica hanno finora evitato di porsi alcune questioni chiave che di primo acchito possono apparire ingenue ma che sono invece basilari. Farlo al posto loro può forse essere utile: è davvero esistito un popolo ebraico che si è preservato per millenni mentre tutti gli altri “popoli” si dissolvevano e scomparivano? Come e perché la Bibbia, impressionante biblioteca teologica che nessuno sa dire con certezza quando fu redatta o composta, è diventata un libro di storia affidabile per la nascita di una nazione? In che misura la monarchia asmonaica, i cui diversi membri non parlavano una medesima lingua e in maggioranza non sapevano né leggere né scrivere, può essere considerata uno Stato-nazione? L’esilio degli abitanti della Giudea si verificò con la distruzione del secondo Tempio o si tratta di un mito cristiano finito non per caso nella tradizione ebraica? Se l’esilio non si è mai verificato, che ne è stato della popolazione locale e chi sono quei milioni di ebrei saliti alla ribalta della storia nei luoghi più disparati? Se gli ebrei dispersi per il mondo fanno tutti parte del “popolo ebraico”, quali elementi etnografici accomunano la cultura di un ebreo di Kiev a quella di un ebreo di Marrakech al di là dell’appartenenza religiosa e di alcune pratiche rituali?
È possibile che, malgrado tutto quello che ci è stato raccontato, l’ebraismo sia stata soltanto un’affascinante religione la cui diffusione ha preceduto l’affermazione delle religioni concorrenti, il cristianesimo e l’Islam, e che, nonostante le umiliazioni e le persecuzioni, è riuscita a sopravvivere fino ai nostri giorni? La teoria che considera l’ebraismo come un’importante cultura-fede e non un’uniforme cultura-popolo è davvero un suo svilimento come i ferventi sostenitori del nazionalismo ebraico continuano a ripetere da centotrent’anni? Se non c’era un comune denominatore culturale e laico tra le comunità religiose ebraiche, è possibile che i “legami di sangue” abbiano mantenuto coese tali comunità quando il contesto esterno le separava? Tutti gli ebrei fanno dunque parte di questo popolo-razza straniero come dal diciannovesimo secolo gli antisemiti li immaginano e vogliono che siano percepiti? Hitler, sconfitto militarmente nel 1945, celebrerebbe dunque la propria vittoria. sul piano intellettuale e razionale nello Stato “ebraico”? Che possibilità ci sono di sconfiggere la concezione secondo cui gli ebrei avrebbero caratteristiche biologiche precipue (quello che un tempo veniva definito “sangue ebraico” e oggi “gene ebraico”) quando molti degli attuali abitanti di Israele sono sinceramente convinti della propria omogeneità razziale?
Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Mimesis Edizioni, 2024, 576 pp., 26€.
Ulteriore ironia della storia: in Europa ci sono stati periodi in cui veniva immediatamente tacciato di antisemitismo chi sosteneva che tutti gli ebrei appartenessero a un popolo di origine straniera; oggi se qualcuno si azzarda a dire che coloro che sono considerati ebrei nel mondo (distinti dagli attuali ebrei israeliani) non hanno mai costituito né attualmente costituiscono un popolo o una nazione viene subito bollato come anti-israeliano. Per via della peculiare concezione nazionalistica del sionismo, lo Stato d’Israele, a sessant’anni dalla sua fondazione, rifiuta di considerarsi come una repubblica sorta per i suoi cittadini. Come tutti sanno, un quarto di questi ultimi non è considerato ebreo e, nello spirito delle leggi statali, lo Stato non è dunque il loro, né appartiene loro. Fin dall’inizio, inoltre, questo Stato ha sempre rifiutato l’assimilazione degli abitanti autoctoni nella nuova sovracultura che stava creando, escludendoli deliberatamente.
Allo stesso modo Israele si è rifiutato di diventare una democrazia consociativa (sul modello della Svizzera o del Belgio) o multiculturale (come la Gran Bretagna o l’Olanda), cosa che avrebbe significato essere uno Stato che accetta le diversità in esso presenti e al contempo si pone al servizio dei suoi abitanti. Israele si ostina invece a definirsi come uno Stato ebraico che appartiene a tutti gli ebrei del mondo, sebbene questi non siano più esuli perseguitati ma cittadini con pieni diritti nei paesi in cui hanno volontariamente scelto di continuare a vivere. Il pretesto per questa grave violazione del principio fondamentale delle moderne democrazie, unito alla preservazione di un’etnocrazia senza confini che discrimina pesantemente una parte dei suoi cittadini, si basa sul mito sempre vivo di una nazione eterna destinata a riunirsi un giorno nel “paese natio”. Non è semplice scrivere una nuova storia degli ebrei attraverso il prisma del sionismo quando la luce che lo attraversa si scompone in colori fortemente etnocentrici. Un’avvertenza per i lettori: la presente opera, nella quale si avanza l’ipotesi che gli ebrei abbiano sempre costituito importanti comunità religiose stabilitesi in diversi luoghi e non un’etnia con un’unica origine che si è spostata in un costante esilio, non tratta direttamente di questioni storiche. Suo scopo è mettere in discussione il discorso storiografico tradizionale, il che conduce, di quando in quando, a dover proporre narazioni alternative. L’autore ha avuto come punto di riferimento per il suo percorso l’interrogativo avanzato da Marcel Detienne: “Come denazionalizzare le storie nazionali?” Come si può smettere di proseguire lungo le medesime strade pavimentate di sogni nazionalistici? Il sogno di una nazione ha costituito una tappa importante nello sviluppo storiografico e in particolare in quello della modernità.
A partire dal diciannovesimo secolo molti storici lo hanno condiviso. Verso la fine del secolo scorso i sogni nazionalistici hanno comiciato ad andare in pezzi. Gli studiosi hanno iniziato a decostruire sempre più le grandi narrazioni nazionali, in particolare i miti dell’origine comune che avevano fino ad allora segnato tutte le cronache del passato. È superfluo aggiungere che la secolarizzazione della storia è avvenuta dietro la spinta della globalizzazione culturale che nel mondo occidentale assume le forme più disparate. Gli incubi identitari di ieri costituiranno i sogni identitari di domani. Come ciascuna individualità si compone di identità instabili e variegate, così anche la storia possiede un’identità nomade. Questo libro intende approfondire proprio questa dimensione individuale e insieme collettiva che è immersa nelle profondità del tempo. Lo scandaglio degli abissi della storia degli ebrei che viene effettuato in questo saggio differisce dalle comuni narrazioni, il che non significa che sia privo di soggettività o che l’autore sia immune da ogni inclinazione ideologica. È stato invece suo esplicito intendimento proporre alcune linee della futura controstoria che forse contribuiranno alla creazione di una diversa memoria indotta, una memoria che è consapevole della verità relativa di cui è portatrice e che è volta a unire identità locali di là da venire con una coscienza critica e universale del passato.
ASSOCIO DI MIO AL TESTO DI SHLOMO SAND
QUESTA PRESENTAZIONE DI LUCIO CARACCIOLO AL VOLUME
15 APRILE 2023
VIDEO, 25 min. ca