La nave di salvataggio dell’ong Ocean Viking – foto di Jeremias Gonzalez / Ap
Il ddl Migrazione sarà approvato dal cdm oggi. La nuova lista dei Paesi sicuri è stata approvata dall’Europarlamento ieri. Sincronismo mirabile. I Fratelli brindano e festeggiano. Il resto della maggioranza partecipa alla gioia ma con appena qualche discrezione in più.
Tripudio giustificato: il voto del Parlamento europeo che rende chilometrica la lista dei Paesi sicuri e spalanca le porte per la deportazione nei «Paesi terzi sicuri», sancisce il trionfo della linea durissima sul fronte dell’immigrazione. Quella sponsorizzata dalla premier italiana più che da chiunque altro. Regala anche la base giuridica necessaria per varare il ddl sull’Immigrazione.
SARÀ BENE CHE TUTTI, ma il centrosinistra più di ogni altro, inizino a rivedere approcci e strategie che hanno fatto il tempo loro, dopo aver tenuto banco per un paio di decenni. L’Europa non è più la barricata che frenava le politiche più feroci e imponeva almeno un minimo di decenza formale. Quell’Europa è passata dal capolinea al deposito dei mezzi di trasporto smessi. La barricata è stata travolta da un’egemonia della destra più radicale che si è già imposta, in attesa che la politica e i governi nazionali seguano. Come del resto si avviano a fare col passo dell’oca.
Al contrario che in un tempo non lontano, l’Europa è la via traversa che permette di travolgere le residue resistenze nei singoli Paesi. Il caso in questione è esemplare. Il Parlamento di Strasburgo convalida le norme del Migration and Asylum Act sui Paesi sicuri. Rientrano nel pacchetto anche i Paesi da cui provenivano i migranti sbattuti in Albania e rientrati di corsa su disposizione della magistratura proprio perché i Paesi di provenienza di sicuro avevano ben poco: Egitto e Bangladesh. È ancora il meno. D’ora in poi basteranno accordi bilaterali o multilaterali e figurarsi poi se siglati dall’intera Unione per impacchettare i richiedenti asilo, bollarli come inammissibili sul sacro suolo europeo e spedirli nel «paese terzo sicuro» di turno. L’ Albania, il Ruanda…
IL PACCHETTO ITALIANO è armonioso e conseguente. Permetterà di interdire l’ingresso nelle acque territoriali nei casi di «eccezionale pressione migratoria». Va da sé che quando la pressione sia da considerarsi eccezionale lo deciderà il governo. Una volta intercettati nelle acque interdette, grazie a una seconda norma ad hoc, i migranti saranno impacchettati e deportati nei Paesi terzi di cui sopra, dove resteranno rinchiusi in attesa che la loro richiesta sia esaminata. Se respinta torneranno a casa e buona fortuna. Se accettata, cioè se riusciranno a dimostrare che pur provenendo da un Paese promosso a «sicuro» dove si può quel che si vuole il loro caso sfugge a tanta sicurezza, nulla osta a reindirizzarli verso uno dei Paesi terzi col quale sono in vigore accordi: quelli pagati per tenerseli. L’importante è che in Europa non mettano piede. Anzi non vedano neppure le coste.
Certo ci vorranno ancora un po’ di mesi. L’Asylum non entrerà in vigore prima del 12 giugno (nonostante la velocizzazione suggerita dal Parlamento europeo) ed è l’unico motivo per cui il governo, su spinta del Colle, ha deciso di procedere con un ddl invece che col solito decreto. Per una volta c’è tempo e in fondo non si dovrà aspettare troppo. Il muro sarà pronto per l’estate, stagione di «pressioni migratorie eccezionali».
È LA STRATEGIA dell’«esternalizzazione» sulla quale puntava Meloni con l’esperimento albanese, troppo in fretta deriso da un’opposizione italiana abituata appunto a contare sull’Europa se non per ottenere il meglio almeno per evitare il peggio. La leader della destra italiana ha avuto più naso. Ha fiutato in anticipo una corrente gelida che spazza l’Europa e che, se da un lato gonfia le vele dei partiti cugini dei suoi Fratelli, dall’altro colonizza anche le altre forze politiche. Le migliori e più zelanti alleate della «conservatrice» Meloni, in Europa, sono state la presidente della Commissione von der Leyen, popolare, e la premier danese Mette Frederiksen, socialista. È quel che si intende quando si parla di egemonia e per contrastarla non basta appellarsi a questa o quella alta istituzione, la Corte di turno, il Parlamento europeo, i guardiani della Costituzione. Bisogna riuscire a combatterla e a sconfiggerla.
Le Marche in maschera, il Carnevale come racconto di comunità.
Colori, suoni, maschere e profumi avvolgono le Marche nel periodo di Carnevale, trasformando borghi storici e piazze monumentali in grandi palcoscenici a cielo aperto.
1. La festa rompe la quotidianità e diventa racconto collettivo
Il Carnevale nelle Marche tra tradizioni secolari, borghi e sapori autentici –
È un tempo sospeso, in cui la festa rompe la quotidianità e diventa racconto collettivo, occasione di incontro e strumento di valorizzazione dell’identità locale. Il Carnevale marchigiano unisce tradizioni secolari e creatività contemporanea, coinvolgendo grandi città e piccoli centri dell’entroterra in un calendario diffuso di eventi. Sfilate, riti popolari, maschere simboliche e partecipazione attiva delle comunità restituiscono l’immagine di una regione viva, capace di custodire la propria storia e al tempo stesso di reinterpretarla. Non è solo spettacolo, ma un’esperienza culturale che invita a scoprire le Marche in un periodo dell’anno meno affollato, quando il territorio si mostra nella sua dimensione più autentica. Un viaggio che intreccia tradizione, socialità e gastronomia, e che rende il Carnevale una chiave privilegiata per conoscere la regione, tra borghi, piazze e comunità in festa.
2. Fano, Offida e i grandi riti del carnevale marchigiano
Il Carnevale nelle Marche tra tradizioni secolari, borghi e sapori autentici –
EL VULON –/ Vulón
L’antichissimo Carnevale di Fano ha come protagonista El Vulòn, una maschera inventata nel 1951 da Rino Fucci (artista e dirigente della Società Carnevalesca cittadina). Il nome El Vulòn si riferisce probabilmente al “Nous voulons” con cui esordiva il banditore di editti durante la dominazione napoleonica, e inizialmente si associava a una maschera saccente, arrogante e con la puzza sotto il naso. Con il tempo, poi, El Vulòn passò ad impersonare in modo satirico le celebrità del momento. DA: https://www.myvalium.it/tag/el-vulon/ IL BLOG DI SILVIA RAGNI
Tra i Carnevali più antichi d’Italia spicca quello di Fano, documentato sin dal 1347, simbolo di una tradizione che nei secoli ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria identità. L’edizione 2026 si presenta con il tema “In viaggio col Vulón”, un percorso immaginario guidato dalla maschera simbolo della città, tra grandi carri allegorici, musica e il celebre getto di dolciumi, gesto rituale e momento di gioia collettiva che coinvolge generazioni di spettatori. A coordinare artisticamente l’evento, che animerà la città per tre weekend – il primo appuntamento c’è stato l’1 febbraio – è Dante Ferretti, tre volte Premio Oscar per la scenografia.
A Offida, invece, il Carnevale assume una dimensione ancora più intima e identitaria. Qui la festa non è una semplice sfilata ma un rito collettivo, scandito dalla spettacolare caccia de “lu Bov Fint”. Una corsa rituale carica di simbolismo e ironia che coinvolge adulti, ragazzi e bambini, accompagnata dalla consegna delle chiavi della città, feste popolari, veglioni e iniziative dedicate alle famiglie. Un Carnevale vissuto dalla comunità, che conserva intatto il suo significato di appartenenza e continuità storica.
3. Dalle grandi piazze ai borghi: le Marche in festa
Ascoli si prepara alla festa del Carnevale, tanti eventi e migliaia di persone
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Il Carnevale marchigiano si esprime attraverso una dimensione diffusa che unisce costa ed entroterra, grandi centri urbani e piccoli borghi. Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno si trasforma in una grande sala da ballo all’aperto con il Gran Carnevale in piazza, dal 12 al 17 febbraio, accogliendo migliaia di maschere e spettatori in un’atmosfera elegante e partecipata, dove la tradizione dialoga con la convivialità.
Nel Fermano, Fermo e Porto San Giorgio ospitano “Baraonda”, dall’1 al 21 febbraio, un Carnevale che segue il calendario tradizionale e si sviluppa attraverso grandi cortei mascherati, confermando la vocazione del territorio a eventi capaci di coinvolgere pubblici diversi.
Ad Ancona, la storica sfilata nel centro cittadino richiama ogni anno migliaia di partecipanti, mentre Macerataanima il centro storico e i Giardini Diaz con carri allegorici, bande musicali, animazione e momenti dedicati ai bambini.
Nel borgo medievale di Castignano, il Carnevale raggiunge una delle sue espressioni più suggestive con la sfilata de “Li moccule”: lanterne multicolori realizzate dagli artigiani locali che sfilano per le vie del paese e culminano in un falò collettivo, rito simbolico che saluta la fine della festa e rinnova il legame con la tradizione popolare.
4. Il Carnevale come occasione di viaggio e destagionalizzazione
Carnevale – foto Ansa.it
Il Carnevale rappresenta per le Marche anche un’importante leva di promozione turistica e territoriale. “È una particolare e originale opportunità per scoprire un lato meno conosciuto della nostra regione”, sottolinea Marina Santucci, direttrice di Atim, Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle Marche.
“Un momento capace di richiamare visitatori attratti da tradizioni radicate nell’identità dei territori”, aggiunge Santucci. Borghi e città si animano offrendo esperienze autentiche che uniscono cultura, partecipazione e gastronomia, contribuendo in modo concreto alla destagionalizzazione dei flussi turistici.
Il periodo di Carnevale si inserisce infatti in un calendario più ampio di eventi che valorizzano il territorio anche nei mesi di febbraio e marzo. Dagli appuntamenti legati al tartufo ad Acqualagna e Amandola, fino a manifestazioni della tradizione rurale come “Una domenica andando a Polenta” ad Arcevia, il Carnevale diventa parte di un sistema di eventi che racconta le Marche come una destinazione viva e attrattiva tutto l’anno.
5. Il Carnevale si gusta, i dolci della tradizione marchigiana– vedi al fondo
Ascoli si prepara alla festa del Carnevale, tanti eventi e migliaia di persone –
Nelle Marche il Carnevale è anche un viaggio nel gusto. I dolci della tradizione rappresentano uno degli elementi più riconoscibili della festa e accompagnano sfilate, veglioni ed eventi di piazza. Preparati ancora oggi secondo ricette tramandate di generazione in generazione, raccontano una storia fatta di convivialità, stagionalità e memoria domestica.
Dalle chiacchiere agli scroccafusi, dalla cicerchiata alle castagnole, fino alle zeppole di patate, agli arancini e limoncini, ai ravioli fritti di castagne del Piceno e alle immancabili bombe di Carnevale–
gni dolce è espressione di un territorio e di una cultura rurale profondamente radicata.
Una tradizione gastronomica che rende il Carnevale marchigiano un’esperienza completa, capace di unire festa, cultura e gusto, e che invita a scoprire la regione anche fuori dai circuiti turistici tradizionali. Un racconto che, attraverso i sapori, diventa occasione di viaggio e di scoperta delle Marche più autentiche.
testo con video: ” Le Marche nel piatto “—
TROVATE TUTTO DOLCI E SALATI con ricetta
Alessandro Barbero viene interrogato dai ragazzi dell’Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore “Teodosio Rossi” di Priverno sul tema del ricordo e della memoria soffermandosi sui temi della Shoah e delle Foibe.
Crediti – Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore “Teodosio Rossi” di Priverno: http://www.isissteodosiorossi.it/ Fonte video:
Ciclo pittorico in tardo-Liberty che decora tutti i soffitti con un’accentuata varietà di stili. Motivi geometrici con palesi richiami di scuola viennese, stesi a olio sui soffitti lignei, si contrappongono a una pittura su intonaco più libera e ridondante, con rivisitazioni di ‘grottesche’, allegorie zodiacali, erme, cariatidi che sorreggono cornucopie neorococò ricolme di frutta e fiori oppure clipei con interessanti vedute urbane della Priverno di allora.
Cale Atkinson è un illustratore / scrittore / animatore attualmente residente a Kelowna in Canada, dove vive in riva ad un lago con la sua famiglia. Cale lavora costantemente a numerosi progetti. Il suo lavoro può essere trovato in libri per bambini, cortometraggi animati, televisione e giochi.
L’influenza moresca del Portogallo si è prestata al design delle piastrelle, alle arti culinarie, all’architettura e, nel caso di Alfama e Mouraria, all’urbanistica con travesse , escadas e calçadas simili a labirinti , piazze aperte, stretti vicoli residenziali e strade acciottolate e vicoli ciechi acciotolati. Questo lato romantico del Portogallo ha alimentato la fiamma dell’immaginazione dell’artista; Cale Atkinson e ha portato a qualcosa di veramente spettacolare per il bambino (o romantico) in tutti noi.
Atkinson è un artista, autore e animatore di Kelowna, British Columbia, che ha trascorso 15 anni lavorando nell’animazione, nei videogiochi, nelle riviste, nei fumetti e nei libri illustrati. Afferma di “credere nel tè più che nel sonno”, il che diventa evidente quando vedi l’incredibile portata e qualità del lavoro che ha svolto per grandi nomi come Penguin, Disney Hyperion, Marvel, Scholastic, Simon & Schuster e molti altri.
Ma i viaggi di Atkinson attraverso il Portogallo lo hanno spinto a sedersi e disegnare per nessuno tranne se stesso. Quando ci siamo imbattuti nelle sue cose, non potevamo lasciarglielo tenere segreto, quindi abbiamo deciso di metterci in contatto.
INTERVISTA
Fermati, guarda la vecchia magia !
TESTO ALL’INIZIO E TUTTE LE IMMAGINI FIN QUI DAL LINK SOTTO
“Sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio
sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio
Vai a far vedere questa nostalgia
sogno mio con la sua libertà
sogno mio nel mio cielo la stella polare si è persa
l’alba fredda mi porta solo malinconia
sogno mio
sento il canto della notte
sulla bocca del vento
far la danza dei fiori
nei miei pensieri porta la purezza di una samba
appassionato, marcato dai dolori dell’amore
un samba che prenda il corpo della gente
e il vento vagabondo che dondola i fiori
porta la purezza di una samba
appassionato, marcato dai dolori dell’amore
un samba che prenda il corpo della gente
e il vento vagabondo che dondola i fiori
sogno mio
Sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio
Vai a far vedere questa nostalgia
sogno mio
con la sua libertà
sogno mio
nel mio cielo la stella polare si è persa
l’alba fredda mi porta solo malinconia
sogno mio
sento il canto della notte
sulla bocca del vento
far la danza dei fiori
nei miei pensieri
porta la purezza di una samba
appassionato, marcato dai dolori dell’amore
un samba che prenda il corpo della gente
e il vento vagabondo che dondola i fiori
porta la purezza di una samba
appassionato, marcato dai dolori dell’amore
un samba che prenda il corpo della gente
e il vento vagabondo che dondola i fiori
sogno mio
Sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio
sogno mio sogno mio
vai a cercare chi abita lontano
sogno mio”.
Palazzo Serra di Cassano è situato sulla collina di Pizzofalcone, nel quartiere San Ferdinando di Napoli. Situata su un promontorio tufaceo alle spalle di piazza del Plebiscito, nel tempo ha assunto diversi nomi. Il più antico è “Monte Echia” da uno dei nomi assunti dalla dea Afrodite. La denominazione di “Pizzofalcone” risale alla metà del 1200 quando Carlo I D’Angiò fece costruire sulla collina una falconiera per la caccia. Mentre la denominazione “Monte di Dio” per la presenza di un complesso conventuale cinquecentesco, oggi ormai scomparso.
Il palazzo fu costruito a partire dagli anni Venti del ‘700 su progetto di Ferdinando Sanfelice, uno dei più famosi architetti del Settecento napoletano. Occupa un’intera insula in via Monte di Dio dove sono presenti due ingressi ai civici 14 e 15, e di cui il numero 14 costituisce l’attuale ingresso principale. In origine invece l’ingresso principale era su via Egiziaca a Pizzofalcone ma il portone fu chiuso il 20 agosto del 1799 a seguito dell’esecuzione del giovane Gennaro Serra di Cassano, uno dei protagonisti della rivoluzione napoletana del 1799.
Su via Egiziaca vi è il cortile grande dove una volta si trovavano gli ambienti servili e la loggia di affaccio verso largo di Palazzo. Al piano nobile si giunge salendo il bellissimo scalone aperto in piperno e marmo opera del Sanfelice. L’intero piano nobile presenta ancora gli arredi e gli affreschi originali del ‘700. Nel salone d’ingresso è ancora sul soffitto lo stemma della famiglia Serra con il motto Venturi aevi non immemor. Nel palazzo furono attivi molti artisti del Settecento napoletano, da Giacinto Diano, di cui restano molte sale affrescate, ai fratelli Magri, a Giovan Battista Natale e si conserva ancora la bellissima tela del Cavalier Calabrese di Mattia Preti raffigurante il Giudizio di Salomone.
Oggi nel palazzo ha sede l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici attivo dagli anni Settanta.
Quando le parole iniziano a sparire, Samu pensa che in fondo non sia poi un gran problema. Meno parole significa meno cose da studiare e finché spariscono parole come marmitta o iconoclasta per lui va benissimo! Ma cosa succederebbe se ad andarsene fossero parole come marmellata, vacanze, amicizia, amore? Samu potrebbe perdere il suo migliore amico Nico, e CERTAMENTE dovrebbe dire addio a ogni speranza di conquistare Rachele, la ragazza dai capelli corvini e i calzini spaiati che gli fa battere forte il cuore. No, è un rischio che Samu non può correre. È per questo che sceglie di diventare un Salvaparole. Ed è per questo che, con l’aiuto di una banda alquanto sgangherata, si lancerà a capofitto in un’avventura fatta di missioni clandestine, messaggi in codice e misteriosi rapimenti. L’incredibile esordio di Enrico Galiano nella narrativa per ragazzi: una storia di amicizia, coraggio e lealtà che insegna l’importanza di proteggere sempre le parole, la nostra arma di difesa più preziosa contro il male del mondo.
Quando oiei’ a terra ardendo
Qual fogueira de São João
Eu preguntei’ a Deus do céu, uai
Por que tamanha judiação?
Eu preguntei’ a Deus do céu, uai
Por que tamanha judiação?
Que braseiro, que fornaia’
Nenhum pé de prantação’
Por farta’ d’água perdi meu gado
Morreu de sede meu alazão
Por farta’ d’água perdi meu gado
Morreu de sede meu alazão
Inté’ mesmo a asa branca
Bateu asas do sertão
Entonce’ eu disse: adeus, Rosinha
Guarda contigo meu coração
Entonce’ eu disse: adeus, Rosinha
Guarda contigo meu coração
Hoje longe, muitas légua
Numa triste solidão
Espero a chuva cair de novo
Pra mim vortar’ pro meu sertão
Espero a chuva cair de novo
Pra mim vortar’ pro meu sertão
Quando o verde dos teus óio’
Se espaiar’ na prantação’
Eu te asseguro, não chore, não, viu
Que eu vortarei’, viu, meu coração
Eu te asseguro, não chore, não, viu
Que eu vortarei’, viu, meu coração
Marajó è un’isola costiera di mare fluviale situata nella Zona di Protezione Ambientale dell’Arcipelago di Marajó, nello stato del Pará, nella Regione Norte. Considerata la più grande isola fluviale-marina, deltizia, del pianeta.
American Museum of Natural History, Manhattan, New York City, New York, USA.
CERAMICA MARAJOARA
Roberto de Vasconcellos
Francobollo del Parà Ceramica Marajoara
Vaso cilindrico- collezione H Law 170 n.1- Isola di Marajò
Joanes Style, 400-1400 -Marajoara phase. Marie-Lan Nguyen (2011)
Grande Vaso Funerario. collezione H Law 170 n.1- Isola di Marajò
Joanes Style, 400-1400 -Marajoara phase. Marie-Lan Nguyen (2011)
dettaglio ingrandito del vaso funerario sopra Marie-Lan Nguyen (2011)
Piatto di ceramica con funzione di contenitore — VIII / XII secolo
donato a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York.
Urna funerária produzida na ilha do Marajó entre os séculos 5 e 15 d.C. Está na coleção Landmann do MASP, em São Paulo.
Urna funeraria prodotta nell’isoladi Marajò tra il V e XV secolo d.C.
Collezione Landmann del Museo di Arte di San Paulo ( MASP )
Marajoara o cultura di Marajó era una società di indigeni che si sviluppò sull’isola di Marajó, sulla foce del Rio delle Amazzoni in Brasile. Uno studioso, Charles Mann ( 2006 ) spiega che la civiltà fiorì dall’800 al 1400, mentre altri ricercatori ( Denise Schaan, 2007; David Grann, 2009 ) spiegano che la cultura fiorì dal 600 al 1600, continuando ad esistere anche quando i portoghesi iniziarono a colonizzare la costa sudamericana.
Ceramiche complesse ed elaborate, pitturate con rappresentazioni di piante ed animali, sono state trovate nella zona, e hanno fornito la prova dell’esistenza di una società complessa sull’isola di Marajó. Il livello di complessità, l’estensione territoriale, e l’interazione che questa civiltà aveva con altri gruppi indigeni non sono conosciuti esattamente.
Meggers spiega che questa civiltà avrebbe origine nelle Ande e che fosse emigrata per stanziarsi alla fine sulla foce del fiume presso l’isola
Betty Meggers ( 1921 -2012), archeologa e antropologa americana, ha studiato La pre- istoria dell’America e in particolare l’Amazzonia. Non ho trovato traduzione dei suoi libri in italiano.
CHIUDIAMO CON QUALCHE IMMAGINE BELLA DEL NORD EST DEL BRASILE, DAL NOSTRO FEDELE GETTY IMAGES:
altre 56 fotografie di Camocin – dopo il tramonto assai drammatico sopra- un paese abbastanza grande di 63.000 ca abitanti (dati del 2018 ) fondato nel 1879 – abbastanza giovane, quindi
Camoncin sta lassù nello stato del Cearà, sul mare, direi, se non sbaglio, al confine dello stato del Piaui’ ma lasciamo per un’altra volta..
Tanto tempo fa c’erano pochissimi idioti nel mondo rispetto a oggi. Quando se ne trovava uno da qualche parte, subito era cacciato via dal villaggio. Oggi, invece, bisognerebbe cacciare via la metà del villaggio e ancora ciò non basterebbe. Ma come si spiega che ci sono in giro tanti idioti? Ecco come sono andate le cose… Un giorno tre idioti che erano stati cacciati via da un villaggio per colpa dei loro pettegolezzi, si ritrovarono ad un crocevia e dissero: «Forse arriveremo a qualche cosa di utile se riuniremo l’intelligenza di tre teste stupide». E proseguirono il loro cammino insieme: dopo un certo tempo, arrivarono davanti a una capanna dalla quale uscì un vecchio uomo che disse loro: «Dove andate?». Gli idioti alzarono le spalle e risposero: «Dove ci porteranno le nostre gambe. Ci hanno cacciato via dal nostro villaggio per le nostre imbecillità». Il vecchio rispose: «Allora entrate. Vi metterò alla prova». Questo vecchio aveva tre figlie anche loro imbecilli e si dimostrò comprensivo. L’indomani, chiese al primo idiota: «Tu, vai alla pesca!» E al secondo: «Vai nel bosco e porta un masso legato con treccine di corde!» Poi al terzo: «E tu portami delle noci di cocco!» Gli idioti presero un recipiente ciascuno, un’ascia e un bastone e si misero in strada. Il primo si fermò vicino al mare e si mise a pescare. Quando il suo recipiente fu pieno, ebbe di colpo sete; ributtò tutto il pesce in acqua e tornò a casa a bere. Il vecchio gli domandò: «Dove sono i pesci?». Egli rispose: «Li ho rimessi nell’acqua. Mi ha preso la sete e sono ritornato veloce a casa per bere. Il vecchio si arrabbiò: «E non potevi bere al mare?» gli chiese. L’idiota rispose: «Non ci ho pensato…» Durante questo tempo, il secondo idiota che era stato nel bosco, ma si preparava a ritornare a casa; si era reso conto che non aveva corda per legare i massi. Correva a casa appunto per cercarne una. Il vecchio si arrabbiò di nuovo: «Perché non hai legato il tuo masso con una delle corde?». Egli rispose: «Non ci ho pensato..». Il terzo idiota montò sulla palma da cocco, mostrò alle noci di cocco il suo bastone e disse: «Tu devi buttare a terra queste noci di cocco, hai capito?» Scese e cominciò a lanciare il bastone sul cocco. Ma non fece cadere nessuna noce. Anche lui ritornò a casa a mani vuote. E una volta ancora il vecchio si arrabbiò: «Poiché tu eri sul cocco, perché non hai colto il frutto con le mani?». Egli rispose: «Non ci ho pensato…». Il vecchio seppe che non avrebbe combinato niente di buono con quei tre scemi. Gli diede in moglie le sue tre figlie e li cacciò via tutti quanti. Gli idioti e le loro mogli costruirono una capanna e vi vissero bene e male. Ebbero figli tanto stupidi quanto erano loro, le capanne si moltiplicarono e gli idioti si disseminarono in tutto il mondo.
E’ una ONG (Organizzazione non governativa) che nasce nel 1993 da un gruppo di volontari organizzati spontaneamente per portare aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra nella ex Jugoslavia.
Inizia ad operare nel dicembre del 1993, quando l’Europa si trova ad affrontare il primo conflitto regionale del “dopo muro”. Proprio nei giorni in cui l’idea di dar vita al GUS prende corpo, il primo conflitto slavo entra prepotentemente nelle case degli italiani.
Il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari organizzato da volontari italiani viene assalito da “militari irregolari” bosniaci. Solo due operatori riescono a salvarsi, mentre tre di loro vengono uccisi. Tra loro Guido Puletti, giornalista italo-argentino, che cessa di vivere in quel giorno di primavera.
Il Gruppo Umana Solidarietà muove i suoi primi passi nel nome di Guido Puletti e degli operatori di pace, veri giganti dei nostri tempi, laici esempi di come accanto alla ripetitiva storia dei conflitti e degli stermini esista un’altra storia, quella dell’umana solidarietà.
In questi 25 anni il GUS ha fatto della tutela dei diritti umani, del rispetto delle culture e della laicità nell’aiuto umanitario la base dei suoi interventi nella cooperazione internazionale, nelle emergenze e nell’accoglienza, in Italia e nel mondo, anche grazie al sostegno di istituzioni, pubbliche e private, e alla generosità di donatori.
Il GUS interviene dal 2001 a sostegno delle popolazioni che raggiungono l’Europa in cerca di protezione, gestendo sul territorio nazionale progetti di accoglienza “diffusa” in 6 regioni: Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia, Lazio, Sardegna.
In Italia il GUS è intervenuto anche a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto, come supporto psicologico e con progetti di riabilitazione sociale, dopo gli eventi sismici nelle Marche (1997), in Molise (2002), in Abruzzo (2009) e nel Centro Italia (2016).
Il Gruppo Umana Solidarietà promuove inoltre interventi di cooperazione e sviluppo. In Sri Lanka dal 2005 gestisce lo Human Solidarity Children Village, un centro di accoglienza per venti bambine ed adolescenti vittime di violenza ed abusi. È inoltre presente in Albania e ha realizzato progetti a sostegno di minori vittime di abusi e in stato di abbandono in Argentina ed India.
Ogni anno il GUS promuove progetti di Servizio Civile Universale e progetti di volontariato per giovani e studenti.
Nel 2018 il GUS ha prodotto il cortometraggio “OKIKE, una storia d’integrazione”. Scritto da Leonardo Accattoli e Edoardo Ferraro, per la regia di Edoardo Ferraro, racconta la storia di un richiedente asilo, Okike è il suo nome, che si prepara ad affrontare la Commissione territoriale cui spetta la decisione sulla sua richiesta di Protezione internazionale.
Okike racconta la difficoltà di convivere con il trauma della fuga, della violenza, dell’esilio e della solitudine, con una specie di leggerezza, mostrando gli sforzi del protagonista che ha dentro un mondo, ma non ha i mezzi né le capacità per ricrearlo. Come molti migranti che arrivano in Italia con una storia tragica alle spalle, ma paradossalmente si tratta di una storia troppo simile a tante altre “storie migranti”. Per questo Okike decide di raccontarsi attraverso un film. Okike è quindi la storia del film che il protagonista porta davanti alla Commissione che dovrà decidere il suo futuro.
Giornalista specializzato in temi ambientali, economici e normativi legati alle coste, al mare e al turismo. Ha pubblicato “La linea fragile” e “Turismo insostenibile”
Riarmo.Oggi sciopero sulle banchine del Mediterraneo e del Mare del Nord, ma anche in Usa, Colombia, Venezuela e Brasile
Un momento della manifestazione dei metalmeccanici genovesi durante lo sciopero generale con in testa al corteo gli operai dell’ex Ilva, foto Ansa – Foto Ansa
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati uniti. La manifestazione è stata indetta per oggi dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia) per opporsi alle guerre nel mondo e denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Cortei e iniziative sono in programma in tutti i principali porti d’Europa, Nord Africa e Medio Oriente, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo. In Italia si sciopera a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari.
I portuali hanno una lunga storia di scioperi, ma una mobilitazione così ampia non si vedeva dalle proteste dei primi anni 2000 contro le liberalizzazioni della direttiva Bolkestein. Questa volta l’iniziativa è ancora più trasversale e globale. Lo sciopero è l’apice di una serie di agitazioni contro i traffici bellici partite a Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990 che vieta l’invio di armi ai paesi in guerra. Allora il destinatario era l’Arabia Saudita che bombardava lo Yemen, poi sono scoppiati i conflitti in Ucraina e Palestina che hanno fatto crescere gli ordini di armi.
Le mobilitazioni sono aumentate di conseguenza, estendendosi a Livorno, Napoli e via via agli altri scali, fino a culminare con lo sciopero generale dello scorso settembre per la Global Sumud Flotilla.
Nonostante il divieto, varie inchieste giornalistiche hanno dimostrato il transito di armamenti dai porti italiani. Il 4 febbraio 2025 a Ravenna è stato sequestrato un carico di componenti per cannoni destinato a Israele. Analoghe proteste sono avvenute in Grecia, dove lo scorso luglio i lavoratori del Pireo hanno bloccato un carico di acciaio militare per Tel Aviv.
«Non vogliamo dedicare il nostro lavoro all’industria bellica», dice Markos Bekris, presidente di Enedep.
«I porti europei non possono diventare la base logistica di Israele per il massacro dei palestinesi. La mobilitazione internazionale serve a unire le voci in una protesta congiunta contro tutte le guerre, le disuguaglianze e lo sfruttamento».
I portuali in Ue sono circa 250.000 secondo la European transport workers’ federation, di cui 16mila in Italia in base a una ricerca di Randstad.
Ma la loro iniziativa punta a coinvolgere la società civile, confermando lo storico ruolo d’avanguardia di questi lavoratori nel conflitto sociale. «Il transito di armi è un problema sia legale che etico», dice José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova. «Non vogliamo essere complici di un traffico che serve a uccidere adulti e bambini innocenti».
Gli organizzatori hanno intrecciato la protesta con un altro tema universale, quello dei salari:
«Lo stipendio di un portuale va dai 1700 ai 2500 euro al mese, a seconda dei turni», spiega Nivoi. «Fino a pochi anni fa era una cifra dignitosa, ma dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina sono aumentati l’inflazione, l’energia, il cibo, i tassi sui mutui. Il rinnovo dei contratti ha previsto un aumento di 120 euro netti al mese dal 2027, che non basta a coprire il maggiore costo della vita». Tutto ciò, conclude, «mentre gli armatori hanno aumentato enormemente i loro profitti e i governi investono sul riarmo anziché sulle pensioni e i sostegni ai poveri».
I portuali sono preoccupati di perdere il lavoro anche a causa dell’automazione sempre maggiore nelle operazioni di carico e scarico. Randstad conferma che tra il 1980 e il 2020 i portuali sono diminuiti del 28%, a fronte di un aumento del traffico merci del 21%.
Di questo hanno beneficiato le grandi compagnie di navigazione come l’italo-svizzera Msc, leader col 20% della logistica marittima globale e una flotta di 963 portacontainer. Oltre cento navi sono state acquistate o noleggiate solo nell’ultimo anno grazie ai fatturati record. Nel 2022 (ultimo bilancio pubblicato) ha raggiunto gli 86,4 miliardi di euro con un utile netto di 36,2 miliardi. Disparità che riguardano non solo i portuali, ma tutti i cittadini.
IL FATTO QUOTIDIANO
7 febbraio 2026
video, 5.25
Lo sciopero internazionale dei porti contro la guerra: “Stop alle navi cariche di armi”.
Lo sciopero internazionale dei porti convocato dall’Unione sindacale di base (Usb) e dall’Unione portuali autonomi dorici (Upad) ad Ancona – ANSA / Francesco Mazzanti
I principali porti del Mediterraneo e del Mare del Nord sono stati bloccati per tutta la giornata di ieri, per il primo sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro le guerre e l’imperialismo. Le bandiere della Palestina erano le più numerose nei cortei organizzati in tutti gli scali marittimi più importanti d’Europa, tra cui Marsiglia, Bilbao, Pireo, Genova. Braccia incrociate anche in Nord Africa e Medio Oriente, da Mersin in Turchia a Tangeri in Marocco. Le adesioni sono arrivate oltreoceano in Sudamerica e Stati uniti.
La mobilitazione è stata organizzata dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia), che hanno deciso di indire un’iniziativa unitaria dopo i numerosi blocchi fatti negli ultimi mesi nei rispettivi paesi per opporsi al fitto traffico di armi destinate ai paesi in conflitto, a partire da Israele.
Sotto lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra», i lavoratori si sono rifiutati di svolgere le ordinarie operazioni di carico e scarico per 24 ore. Tra le richieste «l’immediata fine del genocidio dei palestinesi, compiuto da Israele col supporto degli alleati Usa, Ue e Nato». Un tema che ha trovato l’appoggio di tanti cittadini e che i portuali hanno intrecciato allo sfruttamento del lavoro e all’impoverimento dei salari.
Le sigle hanno anche evidenziato la loro contrarietà «ai crescenti antagonismi tra gli Stati uniti e i loro alleati da un lato e Cina e Russia dall’altro per il controllo delle fonti di ricchezza, delle rotte di trasporto delle fonti energetiche, delle merci e delle materie prime», il cui fronte principale è proprio nei porti.
In Grecia si è scioperato nei porti del Pireo e di Eleusi, dove i comandanti delle navi merci hanno dovuto restare all’ormeggio per tutto il giorno. La partecipazione è stata massiccia e i lavoratori si sono radunati in mattinata davanti al teatro del Pireo.
«Imbarcazioni cariche di armamenti passano per i porti del Pireo, Alessandropoli, Lavrio, Salonicco», ha denunciato Markos Bekris, presidente dell’Enedep. «Ci vogliono complici in guerre che non hanno nulla a che vedere con gli interessi dei lavoratori. Allo stesso tempo ci chiedono di lavorare 13 ore al giorno e di accettare la flessibilità, ma con salari da fame, insicurezza, repressione e il saccheggio dei nostri fondi previdenziali».
Blocchi anche nei porti di Brema e Marsiglia, dove sono rimaste ferme alcune navi destinate al Nord Africa. Ad Amburgo un lungo corteo è partito dal terminal Hapag-Lloyd per convogliare davanti al consolato americano. Dall’altra parte dell’Atlantico l’iniziativa è stata appoggiata dal movimento statunitense Stop Us-Led War, mentre in Colombia si è manifestato davanti all’ambasciata degli Stati uniti a Bogotá.
In Italia, ha riferito Usb, la nave Virginia della compagnia israeliana Zim è rimasta al largo di Livorno col suo carico di armi e non ha potuto attraccare a causa dello sciopero.
Lo stesso è accaduto alla Zim Australia a Venezia e alla Zim New Zealand a Genova, dove in serata si è organizzato un presidio davanti al varco di San Benigno.
La nave Eagle 3 di Msc, diretta a Israele, ha deciso di non avvicinarsi nemmeno alle banchine di Ravenna dove era attesa ieri: la compagnia ha preferito cambiare rotta, mentre davanti agli uffici dell’Autorità portuale era in corso un nutrito corteo di lavoratori e cittadini. Analoghe manifestazioni si sono tenute ad Ancona, Trieste, Civitavecchia, Cagliari, Salerno, Bari, Palermo e Crotone.
Ora che è stato costituito un coordinamento internazionale, è probabile che i portuali non si fermeranno alla manifestazione di ieri. In Europa il tema degli armamenti continua a essere critico: il regolamento Ue 1236/2005 vieta l’esportazione e l’importazione ma non il transito, che è aumentato dopo lo scoppio del conflitto a Gaza.
I sindacati contestano anche il piano di riarmo europeo e Bekris ha criticato il programma di investimenti in armi annunciato lo scorso anno dal governo greco, che ha stanziato 27 miliardi di euro per i prossimi 12 anni: «Il popolo greco pagherà per equipaggiamenti che non servono alla difesa, bensì alle rivalità imperialistiche di Stati uniti, Nato e Ue nei confronti di Cina e Russia».
Per quanto riguarda Israele, solo Spagna e Slovenia hanno introdotto un embargo totale di armi e attrezzature militari verso Tel Aviv, proibendo esplicitamente anche il transito.
Negli altri paesi invece avviene regolarmente, ma i portuali non vogliono esserne complici.
Laika e il murale a Lampedusa con Amnesty International Italia
Autore: Redazione
” ALZIAMOCI IN PIEDI TUTTI INSIEME ! ”
“Rise up together!” è questo il titolo del murale che l’artista ha realizzato, con la collaborazione di Amnesty International Italia e del Comune di Lampedusa e Linosa, sulla facciata del Museo delle Migrazioni, luogo simbolo di incontro e solidarietà.
LAIKA
come sapete è il Logo di Amnesty
‘‘Questo murale – spiega Laika – è portatore di messaggi molto potenti: non si limita a rappresentare solamente l’accoglienza delle persone migranti da parte dei lampedusani ma va oltre. Ci sono due donne con storie diverse e problemi diversi che si incontrano in un abbraccio e si danno forza l’un l’altra. C’è chi ha abbandonato la propria terra e chi nella propria vive in condizioni difficili: ad esempio, a Lampedusa non c’è un ospedale”.
“In un mondo che ci vuole divis* bisogna lottare unit*. A tutte le donne: ‘Rise up together!’. Un grido che parte da e per Lampedusa, fino a Kalamata per arrivare a tutti i governi, per arrivare a Bruxelles”, chiosa Laika.
“Il murale di Laika a Lampedusa – evidenzia Francesca Corbo di Amnesty International Italia – è molto più che un’opera d’arte urbana: è una testimonianza visiva e tangibile del potere trasformativo dell’arte e del suo ruolo nel dare voce ai messaggi di solidarietà e umanità”.
L’opera – spiega una nota – è parte di un progetto più ampio, che vede Amnesty International Italia e il comune di Lampedusa unire le forze per promuovere e rafforzare la conoscenza dei diritti umani sull’isola.
Questa collaborazione si estende ad altre iniziative che coinvolgono la musica e l’arte in generale, come potenti strumenti di dialogo e di comunicazione.
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Chiude a Lampedusa il museo dedicato ai migranti morti in mare
Inaugurato nel 2016 da Mattarella, è stato visitato da 75.000 persone
11 giugno 2024, 12:54
Redazione ANSA
Ad annunciarlo la scorsa settimana, dopo sette anni dall’inaugurazione e 75 mila ingressi, è stato l’ente gestore del museo, il Comitato 3 ottobre (il nome si riferisce alla data del 3 ottobre 2013, quando al largo di Lampedusa in un naufragio persero la vita 368 migrant: bambini, donne e uomini.
“Prendo atto che, nonostante gli sforzi e il lavoro fatto, non ci sia stata e non ci sia la volontà di continuare ad avere a Lampedusa un museo dedicato alle migrazioni”, ha dichiarato Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre. “Dal nuovo ente gestore ci è stata fatta una proposta di convenzione a titolo oneroso per noi irricevibile: 10.000 euro all’anno per solo due stanze di circa 50 metri quadrati in totale, con il vincolo di dover concordare il tipo di installazioni”, ha precisato.
“Mi spiace constatare che il Parco archeologico Valle dei Templi di Agrigento non abbia ritenuto opportuno mantenere viva la parte dedicata alle vittime delle migrazioni, del dialogo e della memoria nonostante il fatto che l’anno prossimo Agrigento (e Lampedusa di conseguenza) sarà la Capitale italiana della cultura. Ricordo che nel dossier di candidatura il tema dell’accoglienza e del dialogo sono stati punti cardine, dove Lampedusa ha rappresentato uno dei fattori differenziali più significativi”, ha commentato.
Vive tra Montréal e Filadelfia con il compagno Pierre Trouville, violinista dell’Orchestre Métropolitain di Montréal.
Vienna — Musikverein ( Associazione Musicale Viennese) e la Sala Dorata dove si svolge il concerto di Capodannodove mandavano i fiori da Sanremo, anni fa.
L’edificio è del 1870. E’ la casa dell’Orchestra Filarmonica di Vienna. E’ stata costruita dall’architetto Theophil von Hansen (Danish-Austrian architect, 1813 – 1891). Con la sua ” Grande Sala ” è uno dei più bei saloni del mondo.
L’ incisione su legno è stata pubblicata nel 1883.
La Grande Sala o Sala dorata dove si svolge il Concerto
Palco dell’orchestra
Il Palazzo della Musikverein illuminato. La cupola che si vede al fondo sulla sinistra dovrebbe essere la Chiesa di San Carlo Borromeo
una foto notturna della Chiesa di san Carlo Borromeo a Vienna – periodo barocco
Una delle chiese più romane di Vienna fu dedicato al padre fondatore dell’ordine gesuita, San Carlo Borromeo. La chiesa era stata voluta dall’imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Napoli, Carlo VI d’Asburgo (1685-1740), a seguito dello scampato flagello di peste che colpì la città. A Carlo Borromeo, protettore degli appestati, nel Seicento furono dedicate moltissime opere, sia pittoriche sia architettoniche, essendo uno tra i massimi riformatori della Chiesa cattolica assieme a Sant’Ignazio di Loyola e San Filippo Neri (Giovan Battista Gaulli e la Chiesa del Gesù; Andrea Pozzo nella Chiesa di Sant’Ignazio).
Autore del progetto, l’architetto Johann Bernhard Fischer Von Erlach (1656-1723), vincitore del concorso e all’opera nel 1716 per alzare la chiesa ultimata venticinque anni dopo dal figlio. Von Erlach era stato a Roma tra il 1671 e il 1683 lavorando nella bottega degli Schor, celebre famiglia di architetti, decoratori, scultori e pittori di origine sudtirolese, strettamente legati all’atelier di Gian Lorenzo Bernini (La libertà di Bernini). Da Roma, fino al 1687, Von Erlach era stato poi a Napoli, al seguito del viceré.
La Chiesa di San Carlo Borromeo, dettaglio di campanile e colonna, Vienna
L’elemento più originale della facciata di San Carlo a Vienna, rispetto alla facciata di Sant’Agnese a Roma, sono le due colonne coclidi istoriate con episodi della vita di San Carlo Borromeo su modello della Colonna Traiana e Antonina, scolpite dall’italianoLorenzo Mattielli (1687-1748).
È possibile dimostrare che si tratta della concreta attuazione di un’idea di Gian Lorenzo Bernini
Tomaso Montanari
Lo storico dell’arte Montanari ricorda che Bernini, durante il suo viaggio in Francia, raccontava di aver proposto ad Alessandro VII di riunire la Traiana e l’Antonina in Piazza Colonna a Roma, costruendo intorno ad esse una enorme fontana; nello stesso tempo, propose a Luigi XIV di erigere davanti al suo Palazzo del Louvre un grande anfiteatro accompagnato da due colonne coclidi sul modello dei prototipi romani.
I viaggi degli artisti, come pure la circolazione di disegni e stampe, nel Seicento confermano il ruolo esemplare di Roma e dell’Italia nella definizione del primo stile globale per eccellenza, il Barocco
La vasta cupola di San Carlo e il suo pronao d’ingresso ispirati all’arte classica greco romana, nella Vienna imperiale rappresentavano il centro del potere spirituale. Similmente, la grande cupola affrescata delSalone di Gala, nella residenza imperiale, oggi Biblioteca Nazionale Austriaca, costituiva il cuore del potere temporale e della scienza.
Daniel Gran, Affresco della cupola della Sala di Gala, 1723-’26, Biblioteca Nazionale Austriaca, Vienna
La Sala della biblioteca, la più grande del Barocco europeo, nasce nel Settecento come ala a sé stante voluta dall’imperatore Carlo VI. Edificata da Joseph Emanuel Fischer Von Erlach (1693-1742), su progetti del padre, Johann Bernhard, l’enorme spazio lungo quasi ottanta metri e alto venti, fu coperto da una cupola sontuosamente affrescata dal pittore di corte DanielGran (1694-1757), per glorificare l’imperatore Carlo VI.
L’esemplare affresco del Tardo Barocco viennese, veniva realizzato da un artista austriaco formato in Italia con due grandi nomi della pittura, il veneziano Sebastiano Ricci (1659-1734) e il partenopeo Francesco Solimena (1657-1747).
La statua di Carlo VI troneggia al centro della Sala sotto la cupola e l’affresco, circondata da quattro globi terrestri e celesti di epoca Barocca, a simboleggiare il più grande centro del sapere. La biblioteca infatti, ancor oggi conserva la maggiore collezione al mondo di manoscritti della Riforma di Martin Lutero.
Il Castello di Schönbrunn, Vienna
Negli stessi anni in cui lavorava alla Chiesa di San Carlo, Johann Fischer Von Erlach era all’opera nel Castello di Schoenbrunn. La grandiosa reggia imperiale di Vienna, sede della casata d’Asburgo dal 1730 al 1918, era stata voluta da Leopoldo I per il figlio Giuseppe.
Era nelle intenzioni dell’architetto oscurare la Reggia di Versailles di Luigi XIV (Francia. L’impero assoluto di Re Sole); tuttavia, l’ambizioso castello nel 1705 non aveva ancora una sua forma definitiva date le continue interruzioni dei lavori dovute alla scarsità di fondi, denari impiegati nella guerra di successione spagnola.
Complesso del Belvedere, Vienna
Autore del grandioso Complesso del Belvedere, l’architetto austriaco Johann Lucas von Hildebrandt (1668-1745), anche lui formato in Italia. Figlio di un ufficiale dell’esercito asburgico di stanza a Genova, Hildebrandt aveva trascorso la sua giovinezza a Roma, dove negli ultimi anni del Seicento, fu allievo dell’architetto Carlo Fontana (1638-1714). Ingegnere militare, il giovane fu al servizio di Eugenio di Savoia ed ebbe modo di conoscere l’opera di Guarino Guarini (1624-1683) in Piemonte (Torino. Dai Castellamonte a Guarini).
Il Complesso del Belvedere, realizzato come residenza ufficiale per il principe Eugenio di Savoia, sorge a sud del centro storico di Vienna e rappresenta uno dei capolavori dell’architettura Tardo Barocca e Rococò austriaca.
Complesso del Belvedere, Vienna
Eugenio di Savoia era un amante delle arti, delle lettere e un appassionato collezionista di libri e quadri. Come i suoi cugini piemontesi era molto attratto anche dall’architettura e il Belvedere è solo una delle numerose residenze di delizie che fece erigere a Vienna e dintorni. La dimora, dove Eugenio riceveva visite diplomatiche e manteneva rapporti con generali e regnanti di stati europei, è un esempio magnifico di connubio tra Barocco italiano e mitteleuropeo.
Hildebrandt fu un amante delle forme fluttuanti, che lo distinguono dallo stile aulico di Johann Bernhard Fischer von Erlach, cui succedette nel 1723 come soprintendente alle costruzioni imperiali.
Il Complesso del Belvedere è formato da due palazzi contrapposti, il Belvedere superiore e quello inferiore, separati da una grande prospettiva di giardini alla francese digradanti sulla collina e affacciati sulla città. I lavori per la realizzazione dei giardini iniziarono a costruzione ultimata nel 1717 e vennero affidati a Dominique Girard che, già attivo a Versailles come pupillo del celebre André Le Nôtre (1613-1700), qui ripropose numerosi e scenografici “giochi d’acqua”.
UNA SALA –Complesso del Belvedere, Vienna
Di fronte al Complesso superiore, Girard collocava il cosiddetto “stagno di riflessione”, che rifletteva la facciata dell’edificio e sotto, tre ampie terrazze con bacini d’acqua che collegavano il Belvedere superiore con l’inferiore.
Il Complesso del Belvedere rappresenta la perfetta fusione di architettura e paesaggio tipici di quel “Barocco internazionale” che ebbe la sua fortuna nell’Europa centrale
Negli interni degli edifici, splendidamente decorati, oggi è collocata la Österreichische Galerie Belvedere, uno dei principali musei d’arte di Vienna.
FOTO DI COPERTINA
Dettaglio di facciata della Chiesa di San Carlo a Vienna
TUTTO QUESTO E’ IL TESTO CHE ACCOMPAGNA UN VIDEO DI
RAI SCUOLA- video, 9 min. ca
Il breve filmato estratto della terza puntata della serie televisiva Festa Barocca (1981-’82) di Folco Quilici e Jean Antoine (Il lungo confine del Nord di Folco Quilici), introduce alcune fastosi esempi architettonici sorti a Vienna tra Sei e Settecento.
“Lo so.
So quando una voce viene accettata.
So quando viene corretta.
So quando diventa di troppo.
So perché vogliono uno come me.
So anche perché non mi vorrebbero.
So perché mi hanno invitato.
So anche perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia.
So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace.
So che poteva contenere più di una lingua.
So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo.
So che un mio pensiero non può essere espresso.
So anche che un mio silenzio fa rumore.
So che è tutto un Gran Teatro”.
Lo scrive Ghali in un post su Instagram pubblicato in tre lingue – italiano, inglese e arabo – a proposito delle polemiche sulla sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, in programma venerdì a San Siro, dove si esibirà con Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli.
Ad accompagnare Ghali c’era un corpo di ballo interamente under 20 che ha formato una montagna umana nella quale i corpi si sono sostenuti e abbracciati. E hanno creato una grande colomba, simbolo universale della pace.
L’inno d’Italia intonato da Laura Pausini, L’Infinito di Leopardi recitato da Pierfrancesco Favino e gli omaggi a Modugno (di Mariah Carey), Carrà e Armani tra i momenti principali dell’evento
*** candidato all”Oscar 2024. È stato tra i cinque finalisti (cinquina) nella categoria Best Live Action Short Film alla 96ª edizione degli Academy Awards, competendo contro “The Wonderful Story of Henry Sugar” di Wes Anderson (che ha vinto il premio).
VINCENT RENÉ-LORTIE è un regista canadese di Montréal, noto per il cortometraggio Invincible, candidato agli Oscar 2024 e vincitore del Prix Iris, del Premio della Giuria Internazionale a Clermont-Ferrand e del Grand Jury Prize a Saguenay. Ha ricevuto anche lo Young Guns Award e lo Young Directors Award per progetti sociali e videoclip nominati ai Juno Awards e al Prism Prize.
Ispirato a una storia vera, Invincible esplora le ultime 48 ore di vita di Marc-Antoine Bernier, un quattordicenne che si ritrova a confrontarsi con il suo disperato bisogno di libertà.
*** ci sono varie propagande, ma puoi chiuderle in un minuto al massimo.
Evento inserito nel programma “Tre giorni di analisi e dialoghi”, a cura di Fabrizio Barca e Luca Borzani, organizzato da Forum Disuguaglianze e Diversità e Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura.
Dopo aver negato la revisione del processo, è stata la stessa Corte d’Appello di Messina a suggerire che Alaa Faraj chiedesse la grazia al Presidente della Repubblica. Ed è, probabilmente, anche grazie a Perché ero ragazzo e al suo grande successo editoriale, se lo scorso 22 dicembre è stato reso noto che il Capo dello Stato ha accolto la richiesta, riducendo la pena di 11 anni e 4 mesi. Considerando anche la liberazione anticipata, la pena si riduce a circa cinque anni, consentendo l’accesso alla semilibertà.
Ma la battaglia di Alaa non è finita: con la sua avvocata, Cinzia Pecoraro, intende chiedere nuovamente la revisione del processo per poter provare la sua innocenza.
Moltissime persone si sono attivate e hanno fatto comunità
tra cui : Don Luigi Ciotti, Luciana Castellina, Daria Bignardi, Gustavo Zagrebelsky, Mons. Corrado Lorefice e moltissimi altri altrettanti famosi e poi noi che abbiamo letto e ne abbiamo parlato..
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video, 3.43 –Alaa Faraj alla cattedrale di Palermo: “Un miracolo essere qui”
Postfazione di Alessandra Sciurba ( Univ. Palermo, destinataria delle lettere di Alaa Faraj )
Le lettere dal carcere di un giovanissimo calciatore partito per l’Italia, pieno di speranze, progetti, una certa idea di Europa. Il romanzo di uno scandalo umano e giudiziario attraverso lo sguardo sbigottito di un ragazzo che non ha mai smesso di sognare.
Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese devastato dalla guerra civile, l’Italia dista cinquecento chilometri, circa un’ora di volo, Alaa ha appena vent’anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, la porta dell’Europa, forse un nuovo inizio, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, è impossibile, i canali umanitari non esistono, l’unica strada è salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Durante quella disperata traversata 49 persone muoiono soffocate dentro la stiva. I giornali parlano di «strage di ferragosto». Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa Faraj continua ad affermare da dieci anni la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, non accetterà mai quello del criminale.
Ha scritto questo libro in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in una lingua naturalmente delicata, a volte ironica, colma di dignità e stupore. Lo ha scritto a mano, a stampatello, nei fogli ri-mediati in prigione e poi inviati – lettera dopo lettera – ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, conosciuta in carcere durante un laboratorio e diventata la voce e il volto della battaglia di Alaa per la giustizia e la verità.
Perché ero ragazzo è il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi dieci anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo prima sbigottito, poi sempre più consapevole, mantenendo una paradossale fiducia nello Stato: le indagini forse frettolose, sulla base di poche testimonianze di persone sotto shock, la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato. La lotta di Faraj per la libertà è diventata la lotta di scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, programmi televisivi, un’attenzione che non accenna a scemare.
Sono più di tremila le persone arrestate ne gli ultimi dieci anni in Italia come «scafisti» – nelle parole dei giudici «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» – ma è noto che i trafficanti, quelli veri, rimangono a casa senza rischiare, spesso agendo in continuità con le autorità del loro paese, e non solo.
Alaa Faraj ed Alessandra Sciurba, coautrice del libro “Tra la legge e il diritto la giustizia tradita” insieme ad Alaa Faraj.
FOTO – L’ESPRESSO
L’odissea di Alaa Faraj, migrante, recluso e ora scrittore. Colpevole solo di “essere ragazzo”
La tragedia, il processo ingiusto, la detenzione. Uno dei calciatori libici condannati per la strage di Ferragosto racconta la sua storia in un libro edito da Sellerio. E ora potrebbe essere coinvolto in un controverso accordo tra il governo e Tripoli
Nei suoi dieci anni di detenzione in Italia, Alaa Faraj non ha mai voluto che i suoi genitori andassero a trovarlo dalla Libia. «Se voi venite qua io mi ammazzo», ha detto al telefono a suo fratello Ahmeida. Si vergognava. Non sopportava l’idea che lo vedessero da carcerato, nonostante la coscienza limpida, l’amore per la famiglia e la nostalgia che bruciava come la marmitta della nave, la notte in cui gli è cambiata la vita.
Alaa Faraj è uno dei ragazzi libici condannati per la “strage di Ferragosto”, in cui nel 2015 sono morte 49 persone. La Corte d’Appello di Messina, pur rigettando la revisione del processo, li ha definiti «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio» e «moralmente non imputabili». Eppure, si trovano a scontare trent’anni, vittime di un meccanismo più complesso che la legge e la politica non hanno gli strumenti e la volontà di affrontare. I veri trafficanti non salgono sulle barche, usano i passeggeri nordafricani, che vengono scambiati per membri dell’equipaggio. Intanto, subsahariani e bengalesi vengono ammassati nella stiva, nei punti più invisibili e pericolosi. Mentre morivano, Alaa non si accorgeva di nulla, stava male, vomitava, sperava che la traversata finisse il prima possibile.
E invece dopo dieci anni continua la sua odissea. E ha deciso di raccontarla. Grazie all’incontro con Alessandra Sciurba, docente all’Università di Palermo, ha trasformato un toccante carteggio in un libro, “Perché ero ragazzo” (Sellerio). «Io e Alaa ci siamo conosciuti in carcere, durante dei laboratori. Una volta conclusi, non potevamo più vederci, così abbiamo iniziato a scambiarci delle lettere. Da subito ho pensato che fossero preziose, per i contenuti e per la lingua», racconta Sciurba. Alaa scrive in un italiano imparato in carcere, forbito, ma fatto anche di imperfezioni poetiche. «Stelle luminanti», «rimango speranzioso», «ringhia difensiva», «la biblioteca fascinante e mesteriosa». Piccoli squarci nel mondo interiore di un ragazzo che ha formato parte della sua identità in Italia, dietro le sbarre, sui libri e nelle aule di tribunale. Con la scrittura chiede giustizia e ha trovato un po’ di pace: «Alla fine di una lettera mi scrive: “Ale, ma cosa mi stai facendo fare? Dove mi stai facendo arrivare?” È stato un percorso difficile per lui, ma terapeutico. Scrivere lo ha aiutato a mettere ordine nel dolore».
Inizia tutto a Bengasi, studiava ingegneria, giocava a calcio, era pieno di sogni, ma nel 2015 la guerra civile lo ha spinto a cercare un futuro altrove. Insieme a due amici, Abied e Tarek, ha preso la strada del mare, la più pericolosa. Nel racconto emerge soprattutto il senso di colpa verso i familiari, ignari di tutto, e l’attaccamento ai due compagni di viaggio. Decide di partire perché non voleva lasciarli all’ultimo momento, perché li teneva insieme un legame che si può avere solo a vent’anni. Perché era ragazzo. Da lì in poi tutto si incrina, la storia si sdoppia. La sua verità, contro le incongruenze di un processo che si regge su testimonianze raccolte a poche ore dallo sbarco, con errori di traduzione, riconoscimenti sommari e prove contraddittorie. «Questo libro», racconta l’avvocata Cinzia Pecoraro, «può raggiungere chi era a bordo, chi sa, chi magari ha raccontato le cose in modo impreciso perché sotto pressione, o perché non capiva. Più persone lo leggeranno, più possibilità avremo di portare elementi nuovi».
«Alaa ha costruito una rete», prosegue Alessandra Sciurba, «la famiglia, i suoi amici, chi ha perso la vita quel 15 agosto, a cui non smette mai di pensare, e le persone che hanno creduto alla sua innocenza». Una comunità che potrebbe abbracciarlo a Palermo, il 29 settembre, sul sagrato della Cattedrale, dove è prevista la presentazione pubblica del libro. Lì — se gli sarà concesso di partecipare — per la prima volta dopo dieci anni, li guarderà tutti negli occhi. Non l’ha mai vista la Cattedrale, ma la riconoscerà subito, esperto com’è di storia dell’arte. «Ha studiato al liceo artistico e si è appassionato al Rinascimento. Il suo sogno è visitare Firenze. E farlo da uomo libero», aggiunge Sciurba. Non è certo che il destino glielo consentirà. Un nuovo sviluppo rischia di sovrapporsi alla storia raccontata nel libro e di cambiarne, ancora una volta, il corso. L’11 settembre è stato ratificato dal Senato e pubblicato in Gazzetta Ufficialeun accordo tra Italia e Libia sul trasferimento dei detenuti.
Riguarda tutti i cittadini libici condannati in Italia, ma il riferimento più immediato è proprio ai condannati per la strage di Ferragosto. L’espulsione potrà avvenire anche senza il consenso dell’interessato, se previsto dalla sentenza di condanna. E nel caso di Alaa, l’espulsione c’è. Resta prevista la possibilità di chiedere la revisione e continuare il processo anche in caso di rimpatrio. Ma nella pratica, tra difficoltà logistiche e dubbi legittimi sulla condizione carceraria e il rispetto dello Stato di diritto in un Paese come la Libia, proseguire la battaglia legale diventerebbe molto più difficile.
«Siamo ancora in tempo», si legge nella conclusione del libro. Dopotutto, Alaa è ancora un ragazzo. Anche se la vita lo ha costretto a crescere in fretta, a fare i conti con il dolore, con la solitudine che durante l’isolamento per il Covid lo ha spinto a pensare al suicidio. Si è fermato quando le è comparso in mente il viso di sua madre. Presto potrà tornare a vederla, i suoi familiari adesso possono andare a trovarlo. Lo ha convinto Alessandra Sciurba:
«Gli ho detto: “Il figlio detenuto, ok, non lo dovevano conoscere, ma il figlio scrittore sì che lo possono rivedere”, gli si è spalancato un sorriso». Alaa è ancora un ragazzo, ma non si vergogna più.
qui trovate una piccola introduzione e un capitolo del libro che si legge con piacere:
MONTELUPO – LA BALLATA DI PINELLI (“Il Canzoniere Anarchico”
In Uscita Novembre 2014 Goodfellas)
La Ballata di Pinelli
Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra una spinta
e Pinelli va giù
“Commissario gliel’ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma uguaglianza nella libertà.”
“Poche storie confessa Pinelli
Il tuo amico Valpreda ha parlato
è l’autore di questo attentato
E complice certo sei tu”
“Impossibile” — grida Pinelli —
“Un compagno non può averlo fatto
e l’autore di questo attentato
fra i padroni bisogna cercare
“stai attento indiziato Pinelli”
questa stanza è già piena di fumo
se insisti apriam la finestra
Quattro piani son duri da far.”
C’è una bara e tremila compagni
stringevamo le nostre bandiere
quella sera l’abbiamo giurato
non finisce di certo cosi
e tu Guida e tu Calabresi
se un compagno è stato ammazzato
per coprire una strage di stato
la vendetta più dura sarà
quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
brigadiere apra un pò la finestra
Una spinta e Pinelli vaggiù.
Il Canzoniere Anarchico – presentazione del disco di Montelupo
MONTELUPO è un progetto volto al recupero del canto anarchico italiano. Nasce nel 2012 da un’idea di Daniele Coccia, Eric Caldironi e Alessandro Marinelli, ai quali si aggiunge presto Nicolò Pagani al contrabbasso. Obiettivo principale del progetto è quello di incidere un canzoniere che possa in qualche modo rendere fruibile il repertorio anarchico attraverso un ammodernamento degli arrangiamenti, dato anche dall’utilizzo di una strumentazione che dalla chitarra battente arriva ai moderni campioni noise, senza depauperare la tradizione. Il Canzoniere Anarchico, questo è il titolo della raccolta autoprodotta da Montelupo e distribuita da Goodfellas, uscirà proprio sabato 1 novembre: nel booklet saranno presenti le preziose note di copertina di Franco Schirone e una prefazione di Alessio Lega ( 23 ottobre 2014 )
IL FEROCE MONARCHICO BAVA — GIOVANNA MARINI E FRANCESCO DE GREGORI
*** L’accompagnamento delle voci è certamente migliore, per me. ch.
Alle grida strazianti e dolenti
di una folla che pan domandava,
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò.
Furon mille i caduti innocenti
sotto il fuoco degli armati caini!
Al furor dei soldati assassini
“Morte ai vili” – la plebe gridò.
Coraggio, compagni! La plebe rejetta
Ci chiama, ci attende; si faccia vendetta.
Noi sempre sfidammo miserie ed affanni,
S’innalzi or la fronte: si scacci i tiranni.
Su, piangete mestissime madri,
quando oscura discende la sera,
per i figli gettati in galera,
per gli uccisi dal piombo fatal.
La panciuta caterva dei ladri, *
dopo avervi ogni bene usurpato,
la lor sete ha di sangue saziato
in quel giorno nefasto e feral. **
Coraggio, compagni! La plebe rejetta
Ci chiama, ci attende; si faccia vendetta.
Noi sempre sfidammo miserie ed affanni,
S’innalzi or la fronte: si scacci i tiranni.
Tu, che un dì nella grande sventura
Fosti intenta a innalzar barricate,
Tu che in cinque gloriose giornate
Disperdesti l’odiato invasor;
Tu, Milano, che appiè di tue mura
Trucidati i tuoi figli hai veduto,
Su risorgi!… Il momento è venuto:
Guerra, guerra agli infami oppressor.
Coraggio, compagni! La plebe rejetta
Ci chiama, ci attende; si faccia vendetta.
Noi sempre sfidammo miserie ed affanni,
S’innalzi or la fronte: si scacci i tiranni.
Deh, non rider, sabauda marmaglia,
Se il fucile ha domato i ribelli!
Se i fratelli hanno ucciso i fratelli,
sul tuo capo il loro sangue cadrà. ***
Ridi pur… ma la santa canaglia,
Questa plebe sfruttata e schernita
Se si desta…qual belva ferita,
Sui potenti avventarsi saprà.
Coraggio, compagni! La plebe rejetta
Ci chiama, ci attende; si faccia vendetta.
Noi sempre sfidammo miserie ed affanni,
S’innalzi or la fronte: si scacci i tiranni.
*Var. “L’infinita catena dei ladri” **Var. “La sua sete di sangue ha saldato / in quel giorno nefasto e crudel” ***Var. “Sul tuo sangue quel sangue cadrà”
Milano, maggio 1898. Barricate verso via Volta e porta Garibaldi.
“La sanguinosa repressione dei tumulti milanesi del 1898 valse al generale Bava Beccaris la croce di Grand’ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Lo stile aulico del testo lascia intendere come l’anonimo autore fosse di buona cultura borghese e padroneggiasse il linguaggio letterario dell’epoca. Sulla stessa linea melodica fu scritta laBallata del Pinelli, dopo la misteriosa morte dell’anarchico precipitato da una finestra della Questura di Milano nel corso delle indagini per l’attentato di Piazza Fontana del dicembre 1969″ (dalle note alla canzone nell’album “Il fischio del vapore” di Francesco De Gregori e Giovanna Marini)
Il canto, scritto in seguito ai fatti di Milano e noto col titolo “Il feroce monarchico Bava”, viene solitamente classificato fra gli inni socialisti. Esiste però una copia manoscritta, sequestrata all’anarchico Luigi Fabbri durante il domicilio coatto, da cui si ricava non solo il titolo originario – Inno del Sangue – ma anche il ritornello e tre strofe mancanti, che qui vengono riprodotte. L’autore non è conosciuto mentre l’ispirazione politica può indifferentemente essere socialista, anarchica o repubblicana. In epoca più recente si ha una citazione dei fatti di Milano anche in “Le parole incrociate“, di Dalla-Roversi: “Chi era Bava il Beccaio/ bombardava Milano/ correva il novant’otto/ era un anno lontano”.
Nel 1898 scoppia la guerra tra Spagna e Stati Uniti che provoca subito un forte rincaro del pane: questo significa un aggravio per le popolazioni in Italia le quali già patiscono la fame. Il governo non provvede e in tutta la penisola si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro il caro vita che sfociano in tumulti e scontri con la forza pubblica. Gli scioperi e le agitazioni saranno repressi soprattutto a Milano dove il generale Bava Beccaris, per ordine del “re buono” Umberto I, soffocherà nel sangue i tumulti.
L’ordine di sparare sulla folla inerme provocherà ufficialmente 80 morti e per questo gesto, per aver riportato “l’ordine”, Bava Beccaris sarà decorato dal re.
Sulla carneficina perpetrata durante le quattro giornate di Milano (dal 6 al 9 maggio 1898) la storiografia riprende l’informazione governativa che indica in numero di 80 i morti nelle strade del capoluogo lombardo e 450 i feriti; altre fonti non riportano alcun numero limitandosi a scrivere di numerose morti, altre notizie parlano di centinaia di morti [trecento], per altri giornali dell’epoca il numero è di 500 e nel canto “furon mille i caduti innocenti, sotto il fuoco degli armati caini”, che può anche essere solo una “licenza poetica”.
Lo stato d’assedio venne mantenuto anche quando i milanesi erano stati ormai ridotti in condizioni di non nuocere. Per questo episodio a Bava Beccaris venne conferita la croce di Grande Ufficiale dell’ordine militare di Savoia, cosa che inasprì ancor più gli animi.
Il capo del governo Di Rudinì gli telegrafò: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria».
E meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898 il Re in persona mandava al Bava Beccaris il seguente telegramma: «Ho preso in esame le proposte delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A lei poi personalmente volli offrire di motu proprio la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della patria. Umberto». (da wikipedia)
BAVA BECCARIS. PICCOLO RITRATTO DI UN MACELLAIO.
Fiorenzo Bava Beccaris, generale.
Generale dell’Esercito e uomo politico.
Comandante del III Corpo d’Armata, durante i moti di Milano del maggio 1898 venne nominato commissario straordinario con pieni poteri per riportare l’ordine nella provincia.
Fu lui a decretare lo stato d’assedio, ed è a lui, come massima autorità militare in quella circostanza, che si deve addossare la responsabilità dell’uso di armi da fuoco contro i dimostranti e la popolazione civile.
Il 6 giugno 1898 venne decorato da Re Umberto I con la croce di grande ufficiale dell’ordine militare di Savoia per “il grande servizio alle istituzioni e alla civiltà” e successivamente venne nominato senatore del regno.
Esattamente l’opposto di un genio militare, Bava Beccaris rappresentò il classico stereotipo dell’ufficiale piemontese di fine secolo reazionario e paranoico, capace di gestire un problema sociale con l’unico mezzo che fosse in grado di concepire: le fucilate.
MILANO, MAGGIO 1898. IMMAGINI DI UNA REPRESSIONE MILITARE.
Militari in assetto di guerra passati in rassegna da Bava Beccaris.
Barricate in Corso Venezia.
Barricate a Porta Garibaldi.
Il decreto firmato da Bava Beccaris il 10 maggio 1898.
GAETANO BRESCI ( Prato, 10 novembre 1869 – Isola di Santo Stefano, 22 maggio 1901) è stato un anarchico italiano, regicida di Umberto I.
La figura e il gesto dell’anarchico regicida Gaetano Bresci sembra trovare qualche apprezzamento anche nell’area dell’estrema destra antimonarchica (o forse sarebbe meglio specificare: antisabauda). Se ne ha un esempio nel sito di Alessandra Colla, esponente della destra radicale (secondo le sue stesse parole), dove viene proposto un articolo, esteso e interessante, sulle vicende che portarono al gesto di Bresci. A cosa ricondurre questo apprezzamento? I motivi possono ovviamente essere molteplici, non ultimo (ma probabilmente non nel caso della Colla, figura assai complessa e interessante) un certo e persisente “repubblichinismo” che manifesta odio per la casa Savoia a causa del tradimento del 25 luglio e per l’estromissione del cavalier Benito Mussolini. Senza voler fare nessuna confusione e cercando di…sistemare un po’ meglio la cosa, riportiamo qui di seguito anche il testo di una canzone, fattoci (ovviamente) pervenire da Willy, di un gruppo di estrema destra, i “DDT” (qui l’mp3) . La canzone era stata proposta ad approvazione come testo autonomo, ma abbiamo deciso di non accogliere più nel database principale canzoni provenienti comunque da un’area che non appartiene e non può appartenere all’ispirazione che guida il nostro sito; ciononostante, si tratta di un documento di notevole interesse che non è possibile far finta di non vedere. Lo inseriamo quindi nella pagina dedicata idealmente a Gaetano Bresci, con la specificazione che i suoi ideali e le motivazioni che lo spinsero a uccidere Umberto I di Savoia sono naturalmente lontanissime da (e non assimilabili con) quelle che gli hanno guadagnato qualche ammirazione presso certe aree (marginali) dell’estrema destra. Per completezza riportiamo anche il commento di Willy:
Egr. sig. Venturi, apprezzo la canzone “A morte la casa savoia”. Io spero che lei apprezzi questa in cui si elogia Gaetano Bresci. Senza dimenticare le vittime di quel massacro del 1898 e quel crimnale di Bava Beccaris.[Willy]
COMMISSARIO CON PIENI POTERI – Ecco allora che entra in scena il generale piemontese Fiorenzo Bava Beccaris, a detta degli amici buono e affettuoso, semplicemente temibile secondo i suoi oppositori. A sessantasette anni compiuti, questo ferreo tutore dell’ordine viene nominato «Regio commissario straordinario con pieni poteri» e in men che non si dica mette a punto un piano per riportare la calma e la tranquillità nel capoluogo lombardo. I suoi uomini avrebbero dovuto occupare, prima i bastioni e le Porte della città, poi i sobborghi e le stazioni, e, infine, le fabbriche e gli opifici, garantendo il reinserimento pacifico delle maestranze. Dopo aver fatto arrestare il direttore del quotidiano «Il Secolo» e aver vietato l’uscita del giornale, Bava Beccaris si dedica a smantellare le barricate di Porta Garibaldi e Porta Ticinese a colpi di cannone, ricevendo le congratulazioni da Roma. Non risparmia nemmeno un convento di Cappuccini in corso Monforte, reo di essersi schierato contro i soldati. I frati vengono rastrellati e il convento occupato dai militari.
Sempre per dovere di cronaca storica, ricordiamo che Bava Beccaris, morto nel 1924, negli ultimi anni della sua vita fu sostenitore del fascismo nascente e propugnatore presso la monarchia sabauda di “affidare incarichi di governo a Benito Mussolini”. [RV]
“Artista che disdegna i palchi troppo illuminati, si è creato una solida fama tutta fondata sulla coerenza stilistica e di contenuti, e su un talento che nessuno oserebbe discutere.” (Valerio Evangelisti)
“Uno come Alessio Lega, per esempio, io lo considero un genio.” (Sergio S. Sacchi, direttore del Club Tenco)
Evgenij Kissin nasce a Mosca da una famiglia di origine ebrea. A 6 anni inizia gli studi del suo strumento al rinomato Collegio Musicale Gnessin di Mosca, dove è allievo di Anna Pavlovna Kantor. All’età di 11 anni, Kissin fa il suo debutto con l’Uljanovsk Symphony Orchestra e l’anno seguente si esibisce nel suo primo recital a Mosca ( 12 anni )
Il 9 marzo 1832 Liszt ascoltò suonare Niccolò Paganini, nella grande sala dell’Opéra, durante il primo concerto che il violinista diede a Parigi; la straordinaria tecnica del musicista genovese fece su di lui un’impressione profonda. Volendo in seguito emulare la tecnica del violinista, Liszt revisionò completamente la propria, riversando sul pianoforte quanto aveva ascoltato da Paganini.
Il Rondò del concerto in Si minore aveva già la denominazione La campanella poiché nell’organico orchestrale era previsto proprio questo strumento che gareggiava con il solista come in una domanda-risposta, alternando i tintinnii agli armonici del violino.
“Sono un chirurgo. Una scelta fatta tanto tempo fa, da ragazzo. Non c’erano medici in famiglia, ma quel mestiere godeva di grande considerazione in casa mia. Fa il dutur l’è minga un laurà, diceva mia madre, l’è una missiùn. Un’esagerazione? Non so, ma il senso di quella frase me lo porto ancora dentro, forse mia madre era una inconsapevole ippocratica.” Una missione che parte da Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia con le grandi industrie, gli operai, il partito, il passato partigiano. Tutto sommato, un buon posto per diventare grandi. A Milano, nelle aule della facoltà di Medicina e al Policlinico, Strada scopre di essere un chirurgo, perché la chirurgia gli assomiglia: davanti a un problema, bisogna salvare il salvabile. Agendo subito. Una passione che l’ha portato lontanissimo e gli ha fatto conoscere la guerra, il caos dell’umanità quando non ha più una meta. Nel 1994 nasce Emergency, e poco dopo parte il primo progetto in Ruanda durante il genocidio. Poi arrivano l’Iraq, la Cambogia, l’Afghanistan e tanti altri paesi. Questo libro racconta l’emozione e il dolore, la fatica e l’amore di una grande avventura di vita, che ha permesso a Gino Strada di sperimentare i conflitti dalla parte delle vittime e che è diventata di per se stessa una provocazione. In ognuna di queste pagine risuona una domanda radicale e profondamente politica, che chiede l’abolizione della guerra e il diritto universale alla salute.
GINO STRADA – ( Sesto San Giovanni, 21 aprile 1948 – Honfleur, 13 agosto 2021 )
libri:
La sua vita lo ha visto impegnato su tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cambogia e al Sudan. Con Feltrinelli ha pubblicato Pappagalli verdi (1999), che ha vinto il premio internazionale “Viareggio Versilia 1999” e continua a riscuotere un grande successo, così come Buskashì. Viaggio dentro la guerra (2002). Nel 2015 ha pubblicato con Roberto Satolli Zona rossa sull’epidemia di Ebola del 2014. Ha scritto anche la prefazione a In tournée (2002) di Lella Costa e l’introduzione a Libertà. Storie di rivoluzionari per ragazzi che vogliono cambiare il mondo (2020) di Andrea Melis.
Il canto nacque nel luglio del 1927 nelle valli di Lanzo, al Pian della Mussa; è uno dei più celebri canti di montagna, ispirato alla leggenda ladina di Soreghina, figlia del Sole, anche se le parole del canto menzionano appena questa storia, lasciando spazio all’evocazione di valli, boschi e canti alpini.
Il frontespizio della prima edizione de La Montanara (1930). Stabilimento musicale Silvio Gottardi Trento – Archivio Coro della SOSAT
** Var. “La sua sete di sangue ha saldato / in quel giorno nefasto e crudel”
*** Var. “Sul tuo sangue quel sangue cadrà”