Opa Tsupa Je cherche après Titine – Les yeux noirs + altro vario

 

 

Arranger: Opa Tsupa
Author: Nicolas Mauro
Composer: Léo Daniderff
Composer: Traditional

 

 

 

 

 

nota 1 :

Opa Tsupa è un gruppo jazz francese , ispirato sia allo swing degli anni ’30 che alla musica umoristica . Formatosi nel 2000 , è stato attivo fino al 2015, influenzati da 
Django Reinhardt : il loro primo album, * Opa Tsupa, jazz manouche quintet*.

 

nota 2-

Il Jazz Manouche, o Gypsy Jazz, è un genere musicale nato a Parigi negli anni ’30 grazie al chitarrista sinti Django Reinhardt, che fonde il jazz americano con la musica tradizionale zingara, caratterizzato da ritmi swing, strumenti a corda (chitarre, violino, contrabbasso) e la peculiare tecnica ritmica “La Pompe“, che emula una batteria. Si distingue per l’approccio melodico e armonico degli arpeggi e l’enfasi sul secondo e quarto battito, creando un suono caldo e sincopato. 

 

*****

 

segue da :
https://www.lanouvellerepublique.fr/vienne/commune/jaunay-marigny/opa-tsupa-adieux-programmes-a-l-agora– settembre 2015

 

” Oggi, i musicisti degli Opa Tsupa si separano e hanno deciso di organizzare un ultimo concerto a beneficio dell’associazione “Un ospedale per i nostri anziani” presso l’Ospedale Universitario di Poitiers. Hanno anche invitato molti ospiti a sorpresa a unirsi a loro sul palco per un’ultima dose di swing e risate. Questo memorabile concerto finale si terrà venerdì 18 settembre alle 20:30 presso la Sala Agora di Jaunay-Clan. L’intero ricavato andrà a beneficio dell‘associazione “Un ospedale per i nostri anziani”.
Questa associazione si impegna a migliorare e rallegrare la vita quotidiana degli anziani ricoverati o residenti presso l’Ospedale Universitario di Poitiers. L’associazione è stata creata nell’ottobre 2011, in seguito al trasferimento dal sito Pasteur al sito dell’Ospedale Universitario. Il suo obiettivo è promuovere e sviluppare la vita sociale e culturale dei residenti e dei pazienti del reparto di geriatria del sito di Poitiers, integrando il lavoro quotidiano degli operatori sanitari. Questa creazione è stata resa possibile grazie all’impulso degli operatori sanitari, degli animatori e dei medici del reparto.

 

 

 

 

nota 3

Django Reinhardt ( Liberchies / Belgio, 23 gennaio 1910 – Samois-sur-Seine, 16 maggio 1953 )
WIKIPEDIA

 

 

 

CHIESA A LIBERCHIES / MONT-A’-CELLES,  IN VALLONIA, DISTRETTO DELL’HAINAUT, IN BELGIO —

 

 

 

 

 

Mappa Della Vallonia E Delle Fiandre. Zona E Bandiera Del Belgio. Geografia Dell'europa. Illustrazione Vettoriale - Illustrazione di concetto, terra: 253980671

 

FIANDRE – PARTE NORD DEL BELGIO — E VALLONIA – PARTE SUD;  BRUXELLES E’ una regione a sé con 19 comuni; è una delle tre regioni del Belgio: Bruxelles, capitale; Fiandre e Vallonia.

 

 

 

 

Guildhall facades in the Grand Place.

un’immagine di Bruxelles

 

 

 

 

Brussels skyline at dusk with majestic City Hall bell tower in Gothic style illuminated with romantic sky, Brussels, Belgium

un’altra

 

 

 

 

Architecture of the “Grande Place”in Brussels

dettaglio del Palazzo sulla Piazza Grande

 

immagini sopra da:

https://www.gettyimages.it/search/2/image?page=4&phrase=bruxelles&sort=best&license=rf%2Crm

 

 

 

 

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Panorama of the Grand-Place, Brussels, Belgium
Celuici – Opera propria- wikipedia

 

 

 

 

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un quadro della Piazza Grande, autore anonimo, datato 1670- olio su tela – 81×101 cm
https://it.wikipedia.org/wiki/Grand-Place_(Bruxelles)#

 

 

 

 

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autore : Trougnouf (Benoit Brummer) – Opera propria
La Grand-Place in fiamme durante il Bombardamento di Bruxelles del 1695. A sinistra, il Municipio; a destra, la Maison du Roi; sullo sfondo, la Chiesa di San Nicola

 

 

 

 

 

Cobbled street in historical center of Brussels, Belgium

una via del centro storico  – Getty images- link sopra

 

 

 

 

 

Belgian waffles with various sweet toppings for sale, Brussels, Belgium

vari tipi di cialde tutte magnifiche !

 

 

 

 

Old engraving illustration of the Palace of Justice of Brussels or Law Courts of Brussels is a courthouse in Brussels, Belgium

una litografia del Palazzo di Giustizia di Brtuxelles- *** guardate le case intorno, non c’è l’anno

 

 

 

 

Le case attorno al Palazzo di Giustizia di Bruxelles – è più grande della Basilica di San Pietro a Roma

 

 

 

 

 

 

Il Palazzo reale del Belgio a Bruxelles- Il Palazzo del Coudenberg in una tavola de 1627
1. Museo del Prado, Madrid

 

 

 

 

Il Palazzo Reale visto dal parco di Bruxelles durante l’inverno.
Matthias Zepper – Opera propria

 

 

 

 

La Sala del Trono

La Sala del Trono
Marc Ryckaert – Opera propria

 

 

 

 

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un’opera- apparentemente moderna- voluta dalla Regina  Paola del Belgio per il Palazzo Reale : si tratta di una maschera in pietra della Civiltà di Teotihuacan, Valle del Messico – periodo:  100-600 d.C.

 

 

nota:

Teotihuacan, Messico centrale ( significa ” Luogo in cui si diventa dei ” ), si trova a qualche decina di chilometri a nord-est di Città del Messico.

 

da : MUSEI DI GENOVA 

Sede: Comune di Genova – Palazzo Tursi
Via Garibaldi 9 – 16124 Genova

 

 

vi mostriamo alcune teste dai Musei di Genova:

 

Testina antropomorfa (parte di figurina intera), III - IV secolo d.C. (Teotihuacán II), Messico

III/ IV secolo- Civiltà  Teotihuacan II

 

 

 

Testina antropomorfa (parte di figurina intera), V - VI secolo d.C. (Teotihuacán III), Messico

V/ Vi sec. Teotihuacuan III

 

 

 

Testina antropomorfa, II - VI secolo d.C. (Teotihuacán II - III), Messico

VI secolo–Teotihuacuan II

 

 

 

Testina antropomorfa, II - VII secolo d.C. (Teotihuacán II - III), Messico

VII sec.  -Teotihuacuan  II-III

 

 

 

 

Testina antropomorfa, III – IV secolo d.C. (Teotihuacán II), Messico

III/ IV sec. – -Teotihuacuan  II

 

 

 

 

Maschera funeraria, V - VII secolo d.C. (Teotihuacán III - IV), Messico

Maschera funeraria V/ VI sec. —  cultura Teotihuacan III

 

 

 

 

Figurina votiva antropomorfa (mutila), V–VI sec. d.C. (Teotihuacán III), Messico

figurina mutila, V / VI secolo –  cultura Teotihuacan III

 

 

DA

GETTY IMAGES –

 

 

 

Pupazzo

 

forse, una bambola o un pupazzo come scritto da Getty

 

 

 

Temple of the Feathered Serpent, Teotihuacan, Mexico

una maschera in pietra.. cubista

 

 

Detail of the Temple of the Feathered Serpent showing alternating "Tlaloc" and feathered serpent heads in the archaeological Aztec site of Teotihuacan

varie diverse tra loro

 

 

Feathered Serpent serpent head in the Temple of the Feathered Serpent in the archaeological Aztec site of Teotihuacan

Testa di serpente

 

 

 

Jaguar head statue, Palacio de Quetzalpapálotl [Quetzalpapálotl Palace], Teotihuacan, State of Mexico, Mexico

testa di giaguaro– Palacio de Quetzalpapálotl-  Teotihuacan, State of Mexico

 

 

segue per altri 21 fogli ( qui, visto 1 ) nel link di Getty

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Qualcosa su CARMONA, un comune spagnolo in Andalusia, in provincia di Siviglia

 

 

 

 

Carmona – Veduta

 

 

Il nome è di radice feniciakar significa “città”, i Romani la chiamarono Carmo e gli Arabi Carmona.

 

Carmona è un comune spagnolo di 28.344 abitanti ( DATI 2009 ) situato nella comunità autonoma dell’Andalusia, in provincia di Siviglia. La cittadina di aspetto moresco è situata nella fertile pianura del Guadalquivir sul cocuzzolo di un colle a 428 metri di altitudine.

 

Il comune è situato nella piana del Guadalquivir .. ” delle stelle ” (1)

 

Provincia di Siviglia,  Carmona è più al centro

DA :  d- maps. com

 

nota:  Il termine alcázar (plurale alcázares; dall’arabo لقصر “al-qaṣr” che significa fortezza, palazzo fortificato, che a sua volta è un prestito dal latino castrum) identifica le molte fortezze e cittadelle fortificate edificate dagli arabi in Spagna, al tempo della dominazione moresca. E’ equivalente dei palazzi o regge.

https://it.wikipedia.org/wiki/Alc%C3%A1zar_(fortezza)#:~:text=Il%20termine%20alc%C3%A1zar%20(plurale%20alc%C3%A1zares,al%20tempo%20della%20dominazione%20moresca.

 

Carmona

 

 

 

 

Cobblestone alley of quaint village

 

 

Carmona si trova a soli trenta chilometri dal centro di Siviglia.  E’una delle città più antiche d’Europa: l’uomo vive qui, infatti, da più di 5000 anni. Come puoi immaginare, quindi, il patrimonio storico di Carmona è inestimabile, tanto che la cittadina è conosciuta come “El Lucero de Europa”, la “Stella del mattino d’Europa”.

 

Things to see in Carmona | Seville Province, Andalucía, Southern Spain

Andalucia.com

 

 

 

 

 

Low angle view of historic buildings with flags against a clear blue sky in Andalusia, Spain,Carmona,Spain

 

 

 

 

Empty narrow alleyway with white buildings and cobblestone street in a historic European city on a sunny day,Carmona,Spain

 

 

 

 

 

 

Mappa di Spagna | Giorgia e la Spagna

Mappa della Spagna dove puoi vedere la provincia di Siviglia

cartina da :  Giorgia e la Spagna
https://giorgiaelaspagna.wordpress.com/2015/09/28/mappa-di-spagna/

 

 

 

Low angle view of an old historic building against a clear blue sky, showing architectural details and a cobblestone street,Carmona,Spain

 

 

 

 

Gate of Seville in Carmona

 

 

 

 

 

Carmona (Sevilla) Spain.

 

 

 

 

Spain, Andalusia, Carmona, cityscape

 

 

 

 

Donkeys Couple of donkeys, Carmona Village

 

 

 

 

 

Carmona Skyline - Andalusia, Spain

 

 

 

 

View over town centre to church of san bartolome; carmona seville province spain

 

 

 

 

 

The rural landscape of inland Cantabria with meadows on the slopes of the mountains. Carmona, Spain.

 

 

 

 

Colorful balconies

 

 

 

 

Street to Santa Maria,Carmona.

 

 

 

 

Carmona, Andalucia, Spain

FORTIFICAZIONE ARABA – POI DI DON PIETRO I

 

 

 

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La Porta di Siviglia è parte integrante delle mura antiche
 Daniel VILLAFRUELA

 

La storia della fortificazione inizia tra il XIV ed il XII secolo a.C. ma furono i cartaginesi ad edificare l’edificio attuale tra il 237 e il 206 a.C. Verso il lato opposto all’arco d’ingresso, si trova una parte del fosso cartaginese, con la sua caratteristica forma a V. Questo sistema impedisce l’ingresso della cavalleria dell’esercito nemico, obbligata pertanto a passare attraverso il bastione difensivo, dove potevano essere respinti dai soldati che controllavano la città. La roccaforte è costruita con la tecnica muraria del bugnato, tecnica che garantire alla fortificazione una particolare resistenza.

 

 

 

Martin Teetz – Opera propria

La Porta è formata da due archi: il primo a ferro di cavallo appartiene al periodo almohade, dal XII al XIII secolo, mentre il secondo è più antico e risale al periodo del Califfato tra il X e l’XI secolo.

 

foto e testo da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Porta_di_Siviglia

 

 

Alcazar de la Puerta de Sevilla

un’immagine speciale della Porta di Siviglia sulla sinistra–Getty Images

 

 

 

 

Carmona Old Town, Spain

 

 

 

 

 

 

Patio of the Royal Alcazar of Carmona - Sevilla - Spain

PATIO ARABO POI DI DON PEDRO I

 

 

 

Aerial view of Alcazar del Rey Don Perdro

VISTA AEREA DELL’ALCAZAR POI DI DOM PEDRO  I

 

 

 

(1 ) «junto al Guadalquivir del las Estrellas» è un celebre verso de La sangre derramada di Federico García Lorca, in F. García Lorca, Lamento per Ignacio Sànchez Mejìas–Secondo tempo, Sangue versato

 

Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.

dal testo completo: versi dalla seconda parte
https://www.daneel59.altervista.org/lorlamento.htm

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LUCA CELADA, LOS ANGELES, Minneapolis, l’atto di forza di Trump contro sindaco e governatore – IL MANIFESTO  18 gennaio 2026 + altro

 

 

 

 

IL MANIFESTO  18 gennaio 2026
https://ilmanifesto.it/minneapolis-latto-di-forza-di-trump-contro-sindaco-e-governatore

 

 

Minneapolis, l’atto di forza di Trump contro sindaco e governatore.

 

 

 

 

 

 

Agenti Ice e della polizia fermano un manifestante fuori a Minneapolis durante una protesta foto Adam Gray/Ap

Agenti Ice e della polizia fermano un manifestante fuori a Minneapolis durante una protesta – foto Adam Gray/Ap

 

Minnesota - Wikipedia

 

MINNESOTA– LINK

CAPITALE E’ ST. PAUL, MINNEAPOLIS, LA CITTA’ PIU’ POPOLOSA

 

 

CAMPIDOGLIO A ST. PAUL

Myotus – Opera propria

 

 

*****

 

 

QUALCHE IMMGINE DI MINNEASPOLIS

 

Ottobre aereo Minneapolis

MINNEAPOLIS

 

 

Minneapolis - Paesaggio urbano estivo (Summer Cityscape)

 

 

Downtown street scene: cars parked outside painted houses - Minneapolis-St Paul, Minnesota

 

Skyline di Minneapolis di notte

 

 

 

 

 

 

Yellow flowers blooming in a lush garden

 

 

Blooming White Hibiscus Flowers in a Garden

IBISCO BIANCO

 

 

golden hour yellow colors fall minneapolis

MMINEAPOLIS E I SUOI FIORI GIALLI

 

LE FOTO SOPRA:

GETTY IMAGES- 

viste 11 pagine su 100 — per chi volesse

https://www.gettyimages.it/search/2/image?page=11&phrase=minneapolis&sort=best&license=rf%2Crm

 

 

 

 

CARTINA DETTAGLIATA DEL MINNESOTA CON LA CAPITALE ST. PAUL E MINNEAPOLIS

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Minnesota#/media/File:Map_of_Minnesota_NA.png

 

 

In Minnesota si stanno decidendo le sorti di ciò che resta della democrazia americana. Il regime Maga ha fatto del gelido e tranquillo stato del Midwest il banco di prova della per soffocare la resistenza della società civile ed imporre la propria volontà autoritaria. Per sopprimere la «inaccettabile» protesta dei cittadini ai raid dei commando Ice, l’amministrazione sta inviando ulteriori rinforzi, si parla di altri mille agenti a dar manforte agli oltre 3.000 già sul territorio dello stato, principalmente nelle Twin Cities, la zona metropolitana di Minneapolis e St. Paul.

 

Minnesota Twins MLB Logo Sticker

LO STEMMA DELLE CITTA’ GEMELLE ( = TWIN )

DA:
https://www.carstickers.com/

 

 

 

AREA METROPOLITANA  DELE DUE CITTA’ ST. PAUL E MINNEAPOLIS CHIAMATE:
TWIN CITIES

 

A DETTA DELLO STESSO  governatore, le forze del Department of Homeland Security (Dhs) –  se vuoi vedi nota al fondo–  si muovono nella comunità come un esercito ostile. All’omicidio di Renee Good la scorsa settimana è seguita un’escalation di violenza documentata da testimonianze video di vittime ed osservatori. Il giorno successivo due immigrati venezuelani sono stati feriti a colpi di arma da fuoco dagli agenti prima di esser arrestati. Secondo il Dhs si tratterrebbe di «pericolosi criminali» associati al Tren de Aragua, la banda criminale che il presidente ama citare come pretesto per la «grande deportazione». A quell’episodio è seguito il ferimento di un uomo messicano colpito alla gamba dai proiettili di un agente federale che ha sostenuto di essere stato aggredito da tre immigrati «con un manico di scopa e un badile». In assenza di video rimane lo scetticismo verso un’agenzia dalla comprovata tendenza alla falsità. (Un video c’è della famiglia della vittima che chiama disperatamente un’ambulanza che soccorra il parente sparato sull’uscio di casa, e i familiari hanno anche smentito la versione dell’Ice).

 

LO STESSO GIORNO un bambino di sei mesi ha smesso brevemente di respirare dopo che sull’auto di una coppia afroamericana con in tre figli son ostati sparati proiettili lacrimogeni. L’aggressività dei rastrellamenti viene quotidianamente incitata da esponenti del regime che dichiarano apertamente che non intendono «arretrare» e assicurano «immunità» per gli agenti. E sempre più esplicitamente l’azione degli agenti è volta ad intimidire il dissenso. I vertici del Dhs hanno unilateralmente dichiarato «illegali» le contestazioni degli osservatori che seguono le pattuglie e creano rumorose proteste a suon di fischietti e clacson durante gli arresti. Trump, la ministra Kristi Noem ed altri gerarchi del regime, come Stephen Miller, li hanno definiti «agitatori pagati» e pericolosi terroristi.

 

A CONTRASTARE questa ricetta esplosiva è giunto venerdì l’ordine giudiziario di un tribunale federale. Nell’ingiunzione la giudice distrettuale Katherine Menendez ha specificato che gli agenti non possono arrestare manifestanti pacifici o fermare automobilisti senza giusta causa. Non è inoltre consentito loro seguire contestatori o «reprimerli usando spray urticanti o altre munizioni non letali». L’ordine specifica che i fermi non sono consentiti «senza legittimo sospetto di interferenza diretta con le operazioni». «Il semplice atto di seguire gli agenti ad una giusta distanza non costituisce di per sé ragione sufficiente per fermare un conducente». La formulazione sembra un riferimento diretto alla versione ufficiale degli eventi che hanno condotto all’assassinio di Good.

Di contro le autorità non sembrano inclini a rispettare le indicazioni dei tribunali. Direttive simili erano state apertamente violate dal comandante Gregory Bovino quando in autunno le aveva emesse un giudice di Chicago. Il ministero ha annunciato «misure conformi e costituzionali per continuare a proteggere gli agenti e il pubblico da pericolosi rivoltosi».

 

 

 

Minnesota Gov. Tim Walz holds a news conference at the Minnesota State Capitol on Monday, Jan. 5, 2026, in St. Paul, Minn. (Kerem Yücel/Minnesota Public Radio via AP)

TIM WALZ – GOVERNATORE DEL MINNESOTA A ST. PAUL, CAPITALE, 5 gennaio 2026

DA : 

IL POST, 17 gennaio 2026

https://www.ilpost.it/2026/01/17/governatore-minnesota-sindaco-minneapolis-indagine-polizia-ice/

 

 

JACOB FREY, SINDACO DEMOCRATICO DI MINNEAPOLIS
foto @ Corriere della sera

 

 

A RIBADIRE ulteriormente la narrazione della «rivolta politica» incitata dalla «sinistra radicale» il governo ha annunciato un’inchiesta giudiziaria a carico del governatore Tim Walz e del sindaco democratico di Minneapolis Jacob Frey.

Walz, già candidato a vice di Kamala Harris, è stato incisivo nella denuncia di quella che ha definito «un’occupazione militare» del suo stato e delle inquisizioni intimidatorie del governo, citando i precedenti nei confronti dei parlamentari che avevano esortato i militari in servizio a rifiutare «ordini illegali» e Jerome Powell, capo della Fed inviso a Trump, ugualmente indagato. L’Fbi ha inoltre dichiarato di voler «appurare eventuali legami di Good e il consorte a “gruppi di attivisti”».

«La sola persona non indagata per l’omicidio di Renee Good – ha scritto il governatore – è l’agente che le ha sparato».

Un agente dell’ICE ha ucciso a colpi d’arma da fuoco la trentasettenne Renee Nicole Good a Minneapolis, a pochi isolati dal luogo in cui George Floyd fu ucciso nel 2020.

foto e scritta da: wionews.com

https://www.wionews.com/photos/

 

 

GEORGE FLOYD– (Fotografia: AFP 

L’uccisione di George Floyd nel 2020 e ora la morte di Renee Nicole Good presentano molteplici parallelismi inquietanti e inquietanti. Entrambi sono morti per mano di agenti armati, uno per mano di un agente del Dipartimento di Polizia di Minneapolis, l’altro per mano di un agente dell’Immigrazione e delle Dogane degli Stati Uniti. I due omicidi, sebbene a distanza di oltre cinque anni, sono avvenuti a pochi isolati di distanza l’uno dall’altro. Floyd è stato ucciso all’incrocio tra la 38th Street e Chicago Avenue a South Minneapolis. Good è stato ucciso all’incrocio tra la East 34th Street e Portland Avenue. I luoghi distano meno di due chilometri l’uno dall’altro.

 

 

 

CHIEDI GIUSTIZIA

 

 

 

VERGOGNA

 

 

il cartello : GTFO ( ==  vai a fanculo ) ICE– ” una morte è troppo-  ha passato il limite ”

 

 

 

(Fotografia: AFP )
I video che circolano sui social media corroborano i racconti dei testimoni.

 

 

(Fotografia: AFP )

Dopo la sparatoria, migliaia di persone si sono radunate a Minneapolis per protestare contro l’omicidio di Renee Good per mano di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti. La comunità ha organizzato una suggestiva veglia a lume di candela sul luogo dell’omicidio per onorare la sua memoria e chiedere giustizia.

 

 

 

La contrapposizione in termini così aspri fra autorità statali e federali rischia di trascinare il paese sull’imprevedibile terreno dello scontro istituzionale e, secondo il senatore democratico Chris Murphy, nell’anticamera del totalitarismo. «Trump sta ora utilizzando l’intera gamma di poteri federali per distruggere e reprimere il dissenso e imporre la lealtà», ha dichiarato.

La tesi sembra confermata dall’arrivo a Minneapolis venerdì del sottosegretario alla giustizia Todd Blanche e del direttore dell’Fbi Kash Patel, fra i più leali caporali di Trump.

Patel ha dichiarato di star lavorando «per reprimere i criminali locali e le reti di finanziamento che li sostengono». La narrazione è la stessa insomma già precedentemente stabilita da memorandum e ordini esecutivi che hanno individuato come «nemici interni» gruppi «anti americani, anti cristiani e anti capitalisti».
Lo specifico ampliamento della definizione di «finanziatori» ad associazioni e Ong non lascia dubbi sull’intento repressivo del dissenso che in Minnesota sembra infine operativo.

 

APPARE SEMPRE PIÙ evidente che il regime ha scelto questo stato per una definitiva prova di forza. La sopraffazione messa in campo qui da Trump richiede la sottomissione rituale di una popolazione sempre più profondamente indignata. Il nemico da sopraffare è una popolazione nota per parsimonia, etica luterana e stoicismo scandinavo e ora sempre più per l’eroismo di fronte all’azzardo anticostituzionale di un regime deciso ad andare sino in fondo.

 

 

 

IMMAGINI – E SCRITTE SU QUESTE – SONO TUTTE DA :

wionews- 8 gennaio 2026 – a cura di Moohita Kaur Gar

https://www.wionews.com/photos/minneapolis-on-edge-ice-agent-shot-renee-nicole-good-in-the-face-just-blocks-from-where-george-floyd-was-killed-by-police-1767837077854/1767837077855

 

 

NOTA : 

  1. DHS — E’ il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America, un Dipartimento federale del governo federale degli Stati Uniti d’America responsabile per la pubblica sicurezza sul suolo degli Stati Uniti d’Ameri

2. ICE – E’ un’ Agenzia Federale degli Stati Uniti per il controllo immigrazione e frontiere della Federazione

” L’ICE sta assumendo un ruolo guida nell’attuazione dell’iniziativa di deportazione di massa dell’amministrazione Trump, promessa centrale della campagna elettorale di Donald Trump.

Il presidente degli Stati Uniti ha notevolmente ampliato l’ICE, il suo bilancio e la sua missione da quando è tornato alla Casa Bianca. L’agenzia fa rispettare le leggi sull’immigrazione e conduce indagini sull’immigrazione clandestina. Svolge inoltre un ruolo importante nell’espulsione degli immigrati clandestini dagli Stati Uniti.

L’ICE è stato istituito nell’ambito dell’Homeland Security Act del 2002, in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. La legge ha istituito il Dipartimento per la sicurezza interna (DHS), di cui l’ICE è una delle agenzie sussidiarie.

 

DA : BBC.COM 

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Tony Dallara ( Campobasso / Molise, 1936 -Milano, 16 gennaio 2026 )– COME PRIMA, 1957 — LA NOVIA, 1961 + IL MANIFESTO, 17 -gennaio 2027 + altro

 

 

 

 

 

 

IL MANIFESTO 17 gennaio 2026

https://ilmanifesto.it/addio-a-tony-dallara-il-primo-degli-urlatori

 

 

 

Addio a Tony Dallara, il primo degli urlatori

Music. Morto a 89 anni il cantante celebre negli anni sessanta, il successo a Sanremo con “Romantica”

 

Leggi anche       Celentano, un ragazzo irresistibile

 

 

 

Tony Dallara

Tony Dallara – foto Wikipedia

 

E’ stato il primo – anagraficamente parlando – degli «urlatori», prima di Mina e Celentano per intenderci. Tony Dallara al secolo Antonio Lardera, se ne è andato ieri a 89 anni. È stato protagonista assoluto della musica leggera italiana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, uno degli interpreti più popolari della sua generazione, capace di segnare un’epoca con uno stile vocale innovativo e una serie di successi entrati nella storia della canzone italiana. Da Come prima a Romantica, con cui vinse il Festival di Sanremo nel 1960, da Ti dirò fino a Bambina, bambina, brani che dalla fine degli anni Cinquanta segnarono una svolta nello stile interpretativo e nel gusto del pubblico. Lo stile di Dallara è ispirato da una parte a Frankie Lane, dall’altro a Tony Williams, lo storico tenore dei Platters.

I brani che sceglie, e lo stile, sono rivoluzionari per l’epoca dove è il belcanto impostato a trionfare nelle radio e al festival dei fiori. Consolini, Togliani, Villa sono i suoi alfieri, Dallara e poi tutto il grande movimento degli urlatori, li spazzerà via.

Il ’60 è l’anno del trionfo, quando vince Sanremo con Romantica. Si trasforma anche in attore (di musicarelli). Poi nel 61 si ripresenta a Sanremo – in coppia con Gino Paoli – con Un uomo vivo, ma va male.

Ci riprova nel 1964 quando propone Come potrei dimenticarti, in coppia con Ben E. King. Il brano è bello, ma non funziona. Il successo lo abbandona e così si defila, rifugiandosi nella pittura, una delle sue passioni, ricevendo anche dei riconoscimenti. Ritorna in auge negli 80 con l’onda lunga del revival, dove dimostra ancora di saperci fare.

 

 

1961

 

 

La novia (1961) è una canzone scritta da Joaquin Prieto e interpretata da suo fratello, il cantante e attore cileno Antonio Prieto
Wikipedia

 

ANTONIO PRIETO — il fratello del compositore che l’ha lanciata nel 1961

 

 

secondo me, il più bravo è, quasi  ” come sempre “, è Domenico Modugno

 

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Leonor Branco e Andrea Bardelli — una coppia bellissima – lui è nato nel settembre 1933 ! vedete che ragazzino e che bella ” squinzia ” è la sua compagna da anni !

 

 

 

***  squinzia =ragazza giovane e carina

DA :

 

se sei curioso, apri qui sotto:

DA FACEBOOK. COM / STORIES

https://www.facebook.com/stories/2507019856005484/UzpfSVNDOj
ExODYzNjEwMzAyNzM3Nzk=/?bucket_count=9&source=story_tray

 

 

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ANSA.IT — 16 gennaio 2026 – 16.00 ::: Gaudì, l’architetto che scolpì l’anima di Barcellona. Nel centenario della morte Barcellona si prepara a un anno di celebrazioni

 

 

 

 

ANSA.IT — 16 gennaio 2026 – 16.00
https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2026/01/16/gaudi-larchitetto-che-scolpi-lanima-di-barcellona_25009a59-e579-43a2-ac3c-a923fcb9a319.html

 

 

 

Ongoing construction of Barcelona's iconic Sagrada Familia continues

un dettaglio mai visto..

https://www.gettyimages.it/search/2/image?page=3&phrase=sagrada%20familia&sort=best&license=rf%2Crm

 

 

 

 

Barcelona - Sagrada Familia Cathedral

un altro dettaglio della Sagrada Familia– stesso link di Getty Images

 

 

 

 

Gaudì, l’architetto che scolpì l’anima di Barcellona.

 

Nel centenario della morte Barcellona si prepara a un anno di celebrazioni

 

 

BARCELLONA, 16 gennaio 2026, 16:00

 

di Paola Del Vecchio

 

ANSACheck

 

La Sagrada Familia - RIPRODUZIONE RISERVATA

 La Sagrada Familia –

 

La lastra di pietra sale lentamente, sospesa alla gru, fino a innestarsi al corpo della torre centrale.

Pesa decine di tonnellate, ma si muove con precisione millimetrica. Sotto, nel dedalo del cantiere, operai e tecnici seguono l’aggancio in silenzio. È uno dei pannelli della Torre di Gesù Cristo, la struttura più alta della Sagrada Familia, destinata a raggiungere i 172,5 metri entro giugno, centenario della morte di Antoni Gaudì.

 

Oggi al tempio lavorano oltre 200 persone, tra maestranze specializzate e artigiani, coordinate da un gruppo di 20 architetti guidati da Jordi Faulì.

 

 

nota –

L’architetto catalano Jordi Faulí, foto 5 novembre 2018 / link

per chi volesse leggere qualcosa in catalano:

 

Vuit anys. És el que queda per aca­bar les obres de la Sagrada Família de Gaudí. Par­lem amb l’arqui­tecte que diri­geix l’enorme empresa, Jordi Faulí (Bar­ce­lona, 1959), dels rep­tes del tram final: l’aixe­ca­ment de les sis tor­res cen­trals i, un punt calent, la façana de la Glòria

*** nel link sopra un’intervista all’architetto

 

fine nota

 

 

 

“Questo è sempre il momento di massima tensione”, ammette uno dei responsabili del cantiere, mentre il pannello viene fissato in quota sul braccio orizzontale della Croce, ormai alla retta finale. “Sai come funziona, ma vedere tanta massa sollevarsi ha quasi del miracoloso”. Il cantiere ha appena compiuto un passaggio decisivo: sono stati installati tutti e quattro i bracci orizzontali della grande croce che corona la Torre.

 

Spain, Catalonia, Barcelona, Sagrada Familia, elevated view

La Sagrada Familia e la città

https://www.gettyimages.it/search/2/image?page=5&phrase=sagrada%20familia&sort=best&license=rf%2Crm

 

 

Observa de cerca la escultura que se instalará en la Sagrada Familia antes de su colocación

foto da

Andrea Mastrovito e l'opera per la Sagrada Familia: «Il mio Agnus Dei rapito dagli alieni» | Corriere.it

foto da:
https://bergamo.corriere.it/

 

 

L’artista italiano Andrea Mastrovito vince il concorso per realizzare l’Agnus Dei alla Sagrada Familia di Barcellona

Andrea Mastrovito

 

Resta ormai da collocare solo l’ultimo elemento, il braccio superiore, che ospiterà al suo interno l’Agnus Dei, scultura dell’artista italiano Andrea Mastrovito.

Una volta completata, la croce – a 5 punte e illuminata – sarà rivestita in ceramica bianca smaltata e vetro, per riflettere la luce naturale di giorno e brillare di notte, come indicato negli ‘Albums del Temple’. Gaudì non vide nulla di tutto questo.

Il 7 giugno 1926 attraversava la Gran Via, nell’Eixample, e non sentì le scampanellate del tram, che lo investì in pieno. Fu ricoverato all’ospedale Santa Creu e rifiutò cure private, coerente fino all’ultimo con un’idea ascetica dell’esistenza. Solo all’indomani scoprirono che il vecchio con gli abiti lisi era Antoni Gaudì i Cornet, il più celebre architetto di Spagna, che più di ogni altro ha inciso l’immaginario di Barcellona fino a fonderlo con la sua icona incompiuta.

 

Alla sua morte, a 73 anni, della Sagrada Familia erano completati soltanto la cripta, l’abside e una torre della facciata della Natività.

 

 

Spain, Barcelona

una foto notturna che ha del fantastico–

 

 

 

Il resto era visione: concepita come tempio espiatorio e grande enciclopedia scolpita del cattolicesimo. La basilica gli era stata commissionata 43 anni prima dai giuseppini. Incarico in primis affidato a Francisco del Villar, che tracciò nel 1882 un progetto neogotico. Ma, dopo il forfait di Villar, l’industriale Eusebi Guell, committente di alcuni dei progetti più emblematici di Gaudì – come Casa Vicens, Casa Batlò, Casa Milà o il Palau Guell – segnalò l’architetto che più apprezzava per l’originalità e anche per l’affinità dei valori: ordine sociale, cattolicesimo militante, identità catalana.

 

 

 

In Gaudi's Park Guell, Barcelona, ​​a UNESCO World Heritage Centre. It features various mosaic-based artworks including a mosaic dragon which has become the symbol of Barcelona.

Il parco Guell, Barcellona

 

 

 

Cresciuto nella Masseria del ‘caldararo’, com’era chiamato il padre forgiatore, Antoni si alimentò da bambino di un’inesauribile curiosità per le piante e gli animali, attingendo al “Grande Libro della natura”. Con quel manuale e il sapere artigiano, fondato sulla sperimentazione più che sull’accademia, costruì edifici che sembrano crescere come organismi naturali. Forme marine, strutture vegetali, geometrie complesse derivate dall’osservazione della materia, tradotte in colonne inclinate, superfici curve, spazi senza angoli retti.

 

 

Sunrise in Barcelona seen from Park Guell, Catalonia, Spain

un’altra immagine del Parco Guell – Getty Images- link sopra

Irriducibile al modernismo ed estraneo al razionalismo funzionalista di Le Corbusier e Gropius, che avrebbe dominato il Novecento, sviluppò un linguaggio architettonico unico. “Gaudì ci ha lasciato il percorso – spiega Jordi Faulì, incaricato del formidabile compito di completare il tempio – ma non una mappa: abbiamo dovuto imparare la grammatica prima ancora di completarne le frasi”. Modelli, piante e documenti del progetto originario andarono perduti durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939), quando un gruppo di anarchici incendiò parte della basilica, rallentandone la costruzione. Portata, poi, avanti dalla fondazione religiosa privata creata per culminare l’opera. Un lavoro reso possibile dai flussi turistici – circa 4 milioni di visitatori l’anno – che finanziano integralmente il cantiere.

 

 

 

Details of the Guell Park

Dettagli del Parco Guell– getty images

A un secolo di distanza, la Sagrada Familia continua a dividere critici e cittadini, incarnando le ambizioni e le contraddizioni di Barcellona, simbolo di un’eredità in continuo divenire. Quando a giugno l’ultimo pannello sarà posato sulla Torre di Gesù, i visitatori potranno salire in ascensore e poi, per una scala, fino alla sommità e ammirare il Mediterrraneo ai piedi.

 

 

Ordination Ceremony Of Seven New Presbyters In Barcelona

L’interno della Sagrada Familia

 

 

 

Per molti, come per i tecnici che lavorano in quota, quella vista “avvicina a Dio”. Resteranno da completare la facciata della Gloria e il grande sagrato urbano su Carrer de Mallorca, che comporterebbe l’abbattimento di interi edifici residenziali, fra saturazione turistica, traffico e carenza di alloggi. E al quale si oppongono i proprietari, che ogni mese manifestano contro il rischio di espropri. Tuttavia, il centenario segnerà un traguardo storico per la Sagrada Familia e un omaggio al suo artefice. Sarà celebrato con eventi culturali e una solenne funzione liturgica, per la quale è stato invitato il Papa. Il Vaticano ha già riconosciuto a Gaudì le virtù eroiche, primo passo verso la beatificazione.

 

 

Barcelona - Sagrada Familia Cathedral

un altro dettaglio della facciata

 

 

 

 

detail closeup of mosaic in park guell, barcelona spain - sagrada familia foto e immagini stock

sempre il Parco Guell

 

 

 

 

Barcelona at sunrise viewed from park Guell, Spain

PARCO GUELL

 

 

 

Park Güell by Antoni Gaudí, Barcelona.

 

 

 

The Sagrada Familia on its way to becoming the tallest temple in the world

 

 

 

In Gaudi's Park Guell, Barcelona, ​​a UNESCO World Heritage Centre. It features various mosaic-based artworks including a mosaic dragon which has become the symbol of Barcelona.

 

 

 

 

Details of the Guell Park

 

 

Details of the Guell Park

 

 

Details of the Guell Park

 

 

 

Arcos Bellesguard Gaudí Parque

ARCHI DEL PARCO GUELL

 

 

 

View of the Sagrada Familia, the largest unfinished Catholic...

IN LAVORI

 

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Redazione ANSA, SORA / FROSINONE / LAZIO, 17 gennaio 2026, 11:13 :: Liceale accoltellato davanti a scuola, non è grave. Si cerca l’aggressore. Discussione con uno sconosciuto all’ingresso dell’Artistico di Sora (Frosinone; + ansa.it 17 gennaio LA SPEZIA; +++ Italia, Istruzione, ultima in Europa

 

 

 

 

SORA, 17 gennaio 2026, 11:13

Liceale accoltellato davanti a scuola, non è grave. Si cerca l’aggressore.

Discussione con uno sconosciuto all’ingresso dell’Artistico di Sora

 

Redazione ANSA

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/17/liceale-accoltellato-davanti-a-scuola-non-e-grave.-si-cerca-laggressore_ee96b972-7afb-43fa-8046-28e94d6b5a5e.html

 

 

 

LA SPEZIA / LIGURIA, 17 gennaio 2026, 11:18

Chiara Carenini e Andrea Bonatti

 

ANSAcheck

 

Accoltellato in classe da un compagno, muore uno studente di 18 anni

Colpito da un compagno coetaneo poi fermato in flagranza. L’aggressione per una ragazza

 

 

Nella combo, in alto Abanoub Youssef, 19 anni, - RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

ANSA.IT– 16 GENNAIO 2026

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/16/accoltellato-in-classe-da-un-compagno-muore-uno-studente-di-18-anni_17c176c8-6f63-4e67-9f90-5d9b5cd8d33c.html

 

 

CGIL ROMA E LAZIO.IT / ISTRUZIONE ITALIA ULRIMA IN EUROPA PER INVESTIMENTI

https://www.flcgilromaelazio.it/istruzione-italia-ultima-in-europa-per-investimenti/

 

 

Istruzione: Italia ultima in Europa per investimenti

Istruzione: Italia ultima in Europa per investimenti

 

“La spesa per l’istruzione non è un costo, ma un investimento capace di generare valore economico e sociale nel lungo periodo”.
È questo il messaggio con cui la Commissione Europea apre il report Investing in Education 2025, uno studio che fotografa l’andamento degli investimenti in istruzione nei diversi Paesi membri.

Purtroppo, i dati mettono in evidenza una realtà poco incoraggiante: l’Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per risorse destinate all’istruzione, dall’infanzia all’università.

 


Italia fanalino di coda nella spesa pubblica

 

Il report, basato su dati Eurostat 2023, mostra chiaramente come la quota di spesa pubblica italiana destinata alla scuola sia molto più bassa rispetto alla media europea.

  • In Italia l’istruzione riceve solo il 7,3% della spesa pubblica complessiva, contro il 9,6% della media UE.
  • Nessun altro Paese dei 27 membri investe così poco in proporzione: siamo superati non solo da Francia, Germania e Spagna, ma anche da Stati entrati di recente come Lituania, Lettonia ed Estonia.

Un dato che certifica la posizione marginale che il nostro Paese assegna al settore educativo.

Leggi il comunicato.

 


Investimenti in rapporto al PIL: ancora peggio

 

Anche considerando il rapporto tra spesa in istruzione e Prodotto Interno Lordo, la situazione resta critica.

  • Con appena il 3,9% del PIL, l’Italia è terz’ultima in Europa, davanti solo a Romania (3,3%) e Irlanda (2,8%).
  • La media europea si attesta al 4,7%, mentre Paesi come la Francia (5,0%) e la Germania (4,5%) investono molto di più.

Ciò significa che l’Italia destina quasi un punto in meno rispetto alla media UE, accentuando il divario con i principali partner europei.

 


Un trend in calo negli ultimi anni

 

Il quadro diventa ancora più preoccupante guardando l’evoluzione degli ultimi anni.

  • Nel 2020 l’Italia destinava all’istruzione il 4,3% del PIL.
  • Nel 2023 questa quota è scesa al 3,9%, mentre in gran parte d’Europa si registrava una ripresa dopo la crisi legata alla pandemia.

Invece di recuperare terreno, il nostro Paese ha continuato a disinvestire.

 


Il ruolo del governo attuale

Qualcuno potrebbe obiettare che i dati si fermano al 2023, ma è bene ricordare che già includono una parte dell’operato del governo Meloni, in carica dal 2022.

In questi anni non si è assistito a un cambio di rotta:

  • il rinnovo del CCNL Istruzione e Ricerca 2022/24 è ancora fermo, con aumenti salariali previsti del 6%, ben al di sotto di un’inflazione oltre il 17%;
  • oltre 700 istituzioni scolastiche sono state chiuse per dimensionamento;
  • sono stati tagliati 8.500 posti tra docenti e personale ATA.

Un quadro che conferma la scarsa priorità data alla scuola pubblica.

 


Crescono invece i fondi alle scuole private

 

Mentre la scuola pubblica soffre, il governo ha aumentato in maniera significativa i finanziamenti alle scuole paritarie:

 

  • nel 2021 i contributi erano di circa 551 milioni di euro;
  • per l’anno scolastico 2024/2025 la cifra è salita a oltre 750 milioni.

 

E la Presidente del Consiglio ha già annunciato la volontà di incrementare ulteriormente questi fondi, sostenendo la necessità di garantire alle famiglie la “libertà educativa”.

 

Tuttavia, come ricorda l’art. 33 della Costituzione, le scuole private possono operare solo senza oneri per lo Stato. Spostare risorse pubbliche su istituti privati rischia dunque di violare lo spirito costituzionale.


Conclusione: quale direzione per il futuro?

 

Alla luce di questi dati, appare evidente come l’Italia stia scegliendo di disinvestire nella scuola pubblica, privilegiando altre priorità. Una decisione che stride con quanto avviene nel resto d’Europa, dove l’istruzione è considerata un pilastro per lo sviluppo economico e sociale.

La prossima legge di bilancio sarà la prova concreta per capire se il governo intende invertire il trend negativo e sostenere davvero il diritto universale all’istruzione, oppure se continuerà a favorire interessi di parte a scapito del bene comune.

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o̴g̴ @Yoda4ever / LINK SOTTO :: un pinguino di 108 giorni si deve pesare.. ma poi è ben ricompensato ! grazie caro Yog !

 

 

 

 

LINK DI YOG YODA

o̴g̴ @Yoda4ever

 

 

apri qui

https://x.com/i/status/2012151562165277126

 

 

 

 

 

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ANSA.IT / ROMA — 16 gennaio 2026 – 18.41 :: A Roma la manifestazione di solidarietà alle proteste in Iran. ‘Foto di gruppo’ del Campo largo. Tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà e i sostenitori di Pahlavi. In chiusura la piazza intona ‘Bella ciao’

 

 

 

 

Sit-in al Campidoglio a Roma per l'Iran

Sit-in al Campidoglio a Roma per l’Iran

 

 

FOTO DA :
https://www.agi.it/cronaca/news/2026-01-16/iran-sit-in-campidoglio-roma-35124654/

 

 

 

 

ANSA.IT — 16 gennaio 2026 – 18.41

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/01/16/al-via-a-roma-la-manifestazione-di-solidarieta-alle-proteste-in-iran_07fde573-56ba-46dd-89f9-cc99a52db43f.html

 

 

Manifestazione a sostegno della libertà contro il regime iraniano - RIPRODUZIONE RISERVATA

FOTO ANSA.IT

 

 

 

A Roma la manifestazione di solidarietà alle proteste in Iran. ‘Foto di gruppo’ del Campo largo.

 

Tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà e i sostenitori di Pahlavi. In chiusura la piazza intona ‘Bella ciao’

 

Redazione ANSA

ANSACheck

 

 

 

Al via a Roma manifestazione di solidarietà a proteste in Iran - RIPRODUZIONE RISERVATA

Al via a Roma la manifestazione di solidarietà alle proteste in Iran.

 

In piazza del Campidoglio a Roma svettano gli striscioni di Amnesty International e del Movimento ‘Donna, vita, libertà’ che hanno lanciato l’appuntamento. ‘Vergogna’ recita quello di Amnesty a sfondo giallo. Sono diverse le anime della popolazione iraniana in piazza, con momenti di tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà’ e una decina di manifestanti a sostegno di Reza Pahlavi, in piazza con l’antica bandiera monarchica dell’Iran.

 

Questi ultimi sono stati poi allontanati. Mentre proseguono gli interventi al microfono di attivisti e associazioni in solidarietà alle proteste in Iran, la piazza si è andata  va via riempiendo. Tante le bandiere portate dalle diverse anime che hanno aderito alla manifestazione. Ci sono i vessilli dei partiti- Pd, Avs e Rifondazione comunista – accanto a quelli delle sigle universitarie. Ma anche una bandiera ucraina e una dell’Unione europea.

 

Le antiche bandiere della monarchia iraniana si affiancano a quelle odierne, ma con il simbolo al centro cancellato e la scritta: “no alla teocrazia”. In piazza anche una rappresentanza del popolo curdo con bandiere gialle, rosse e viola.

 

Alcuni manifestanti hanno portato la foto simbolo delle proteste, in cui una ragazza iraniana senza velo accende una sigaretta con il ritratto di Khamenei in fiamme. Tanti slogan sugli striscioni: “proteggere il diritto di protesta”, “no alla pena di morte”, “no alla dittatura islamica”, “democrazia in Iran”, “basta esecuzioni”. Da una piazza del Campidoglio piena fino a oltre la metà si alza di frequente il coro “libertà per l’Iran”.

 

La manifestazione si è chiusa con le torce dei cellulari in alto e la piazza che ha intonato ‘Bella Ciao’. Al termine del canto della Resistenza, gli organizzatori hanno
ringraziato i partecipanti. ‘Iran libero’, il coro finale.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "CONIL CONILPOPOLO IRANIANO DONNA, VITA, LIBERTÀ. ilele 76 MOBILITIAMOCI IN OGNI Con chi resiste, chi non si piega, chi rischia tutto per diritti e la democrazia"
Post di Lo sciopero delle donne / FACEBOOK

 

Foto di gruppo per il campo largo alla manifestazione a sostegno delle proteste in Iran, al Campidoglio a Roma.

La segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte e i leader di Avs  Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni  hanno tenuto insieme un improvvisato punto stampa. “La piazza c’è”, hanno poi commentando Schlein e Conte parlottando fra loro. In piazza c’è anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.

 

“Assolutamente dobbiamo dare un segnale anche concreto per stare vicino a tutti i cittadini, le associazioni e soprattutto gli iraniani, giovani, donne in particolare, studenti universitari, dissidenti. Che sono preoccupatissimi per la repressione violenta che in questo momento il regime, un regime ovviamente dispotico, un regime dittatoriale, sta imprimendo. Una svolta violenta che condanniamo con la massima fermezza e siamo qui a testimoniare la nostra massima solidarietà”, ha detto Conte.

 

Sulle risoluzioni sull’Iran, ha aggiunto, “la strumentalizzazione è venuta da tutti. Abbiamo detto dall’inizio che eravamo assolutamente d’accordo con la mozione che è stata presentata. Abbiamo chiesto soltanto un impegno in più, cioè una condanna verso opzioni militari unilaterali”.

Venerdì a Roma la piazza per l’Iran. Sabato la marcia dei Radicali

foto Il Manifesto

 

 

“Se continuiamo ad andare avanti così stiamo sfasciando completamente il quadro internazionale del diritto. Serve un fortissimo intervento da parte della comunità
internazionale, da parte della politica, della diplomazia, sanzioni a tutti i livelli, perché quella repressione non può continuare”.

 

Progressisti uniti sull’Iran? “Noi ci siamo e il Pd è sempre stato al fianco del movimento Donna vita e libertà”, ha commentato Schlein. “E’ importantissimo per noi essere qua a dare piena solidarietà e supporto al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà”, ha aggiunto ricordando che “il regime sta facendo una brutale repressione, si parla di oltre 12.000 morti ammazzati dal regime nelle manifestazioni, si parla del fatto che stanno facendo pagare le famiglie per restituire i corpi delle vittime del regime. Hanno bloccato internet e dicono che vogliono tenerlo bloccato fino a marzo”.

 

 

A Roma la manifestazione di solidarietà alle proteste in Iran. 'Foto di gruppo' del Campo largo - Notizie - Ansa.it

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/01/16/

 

 

“Non è accettabile, serve che la comunità internazionale e l’Unione Europea usino ogni leva diplomatica e facciano ogni sforzo per isolare il regime, per evitare che anche dai paesi vicini possa arrivare alcuna forma di supporto a questa repressione. Siamo qui per sottolineare il supporto alla autodeterminazione del popolo iraniano”.

 

“Siamo qui in piazza per condannare il massacro brutale che sta avvenendo ai danni delle ragazze e dei ragazzi iraniani che stanno lottando per la democrazia a Teheran e nelle altre città iraniane. Soprattutto per dare voce a loro, perché il problema principale che c’è adesso è il silenzio che il regime vuole, e vuole questo silenzio perché non vuole che ci sia una mobilitazione delle democratiche e dei democratici di tutte le opinioni pubbliche europee che possono fare pressione sulla comunità internazionale sul regime di Teheran. É necessario intensificare le sanzioni, è necessario rendere la vita difficile a un regime che crollerà prima o poi, ma che può fare ancora tanti morti e tanti massacri”, ha detto il segretario di Più Europa Riccardo Magi.

 

 

 

 

 

Un Iran libero vuole anche dire un mondo libero.

 

 

“Oggi è importante anche dire che c’è un’attenzione fortissima della comunità internazionale: l’Unione Europea purtroppo è sempre lenta e fa sempre tardi a svegliarsi, ma speriamo che possa anche avere il suo ruolo nell’ampliare e nel rendere più dure le sanzioni, perché se è accaduto quello che sta accadendo nei giorni scorsi, cioè le più ampie manifestazioni che ci fossero nel paese dal 2009, cioè da quando c’erano state le proteste dopo i brogli elettorali, è anche per effetto delle sanzioni europee. In Italia, sarebbe stato importante avere un segnale unitario del Parlamento italiano: purtroppo non c’è stato perché c’è sempre chi deve fare un posizionamento personale o di partito in più”.

 

 

foto da :
https://www.radiondadurto.org/2026/01/14/

 

“Non si aggiunga violenza alla violenza, serve l’impegno delle organizzazioni internazionali. Anche l’Europa faccia sentire la sua voce e assuma un ruolo attivo. Bisogna sostenerla libera autodeterminazione del popolo iraniano. Tutta la comunità internazionale si mobiliti affinché la repressione si fermi”, ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri alla manifestazione.

 

 

 

 

“Mi pare naturale essere unitariamente al fianco di un popolo di lotta, per la sua libertà, per la democrazia, per i diritti civili. Per quel che ci riguarda, penso ad Avs, ma credo di poter parlare a nome di tutto il campo progressista, siamo sempre al fianco dei popoli che lottano per la loro libertà”, ha detto Fratoianni parlando con i cronisti.

 

“Siamo tutti e tutte insieme e lo siamo non da oggi, lo dico a chi dalle parti del centrodestra gioca in modo strumentale accusandoci di ambiguità – aggiunge -. L’indirizzo dell’ambasciata iraniana lo conosciamo bene perché ci siamo stati molte volte, quando questa vicenda non era sotto i riflettori del mondo, quando la situazione non era quella che viviamo in questo momento e dunque per noi. Per noi è assolutamente naturale essere qui oggi, come siamo sempre stati dalla parte dei popoli che lottano per la libertà”.

 

Nel merito delle polemiche sulle divisioni per la risoluzione approvata in Senato e alla Camera, Fratoianni spiega che “noi abbiamo sottoscritto e votato entrambe le risoluzioni, condividiamo la risoluzione che è stata da tutti e da tutte le forze politiche, e naturalmente condividiamo anche la necessità di esprimersi in modo molto chiaro contro qualsiasi ipotesi di intervento militare straniero”.

 

 

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video, 5.24 min. la 7 – TAGADA’ / 3 giugno 2025 — INTERVISTA A STEFANO MASSIMI SUL SUO LIBRO: Donald. Storia molto piú che leggendaria di un Golden Man- Einaudi, 2025 + 2°/ 3° video-

 

 

LA 7 .IT – TAGADA’- video, 5 min. ca

https://www.la7.it/tagada/video/chi-e-trump-la-risposta-di-stefano-massini-sua-storia-fatta-di-continue-cadute-figlio-di-migranti-03-06-2025-598964

 

 

 

Copertina del libro Donald di Stefano Massini

Stefano Massini

Donald

Storia molto piú che leggendaria di un Golden Man

2025
Supercoralli
pp. 224
€ 18,50

Trump prima di Trump raccontato dall’unico scrittore italiano ad aver vinto il Tony Award.

Sembra che l’esistenza di ogni essere umano si giochi su un totale di dieci minuti, la somma di quei fatidici istanti in cui nelle nostre vite succede qualcosa di decisivo. Questo libro è la storia dei dieci minuti di un uomo che da quando ha avuto coscienza di sé ha sempre desiderato una cosa soltanto: il dominio. Una biografia dunque? Semmai una ballata, vorticosa e trascinante, picaresca, onirica, graffiante eppure terribile. Narrata dalla voce inconfondibile di Stefano Massini, che con Lehman Trilogy ha portato per la prima volta un italiano al trionfo negli Stati Uniti, ecco l’odissea inesorabile di un bambino che diventa ragazzo d’oro e poi imprenditore senza scrupoli, fino all’attimo esatto in cui decide di indossare la maschera che tutti, oggi, conosciamo come Donald J. Trump.

*****************

2° VIDEO- 4 min. ca

LA 7 — PIAZZA PULITA — TUTORIAL  ( = GUIDA PRATICA )-

‘Le 5 regole per diventare Trump nel tuo condominio’ – Il racconto di Stefano Massini

19/01/2024– Aggiornato il 15-12-2025
apri qui

3° video-  3.49 min.

PIAZZA PULITA- 9 NOVEMBRE 2025

 

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riccardo cucchi @CucchiRiccardo / LINK SOTTO- che ringraziamo ! — OGGI VENERDI’ 16 GENNAIO 2026 – ORE 16.00 – PIAZZA DEL CAMPODOGLIO– ” Per un Iran libero per la libertà e la democrazia in Iran ” + LA 7 – PIAZZA PULITA SULL’IRAN– video, 8 min. ca

 

 

#Iran
#AmnestyInternational
#DonnaVitaLibertà
#16gennaio

 

 

LINK X RICCARDO CUCCHI
riccardo cucchi @CucchiRiccardo

 

 

 

 

 

 

 

video, 8.07 — LA 7 –

 

L’iran si solleva: voci di una rivolta che potrebbe cambiare

 

15/01/202  PIAZZA PULITA DI CORRADO FORMIGLI

 

Analisi di Carlo Marsilli con le voci di Alberto Negri, di attiviste iraniane di uno studente iraniano dell’Università di Messina.

https://www.la7.it/piazzapulita/video/liran-si-solleva-voci-di-una-rivolta-che-potrebbe-cambiare-15-01-2026-628301

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Risque · Elizeth Cardoso, 1957 + ediz. piano e sax di DICK FARNEY e PAULO MOURA + testo e traduzione + ” gafiera “

 

 

 

apri qui

https://www.youtube.com/watch?v=Ank2-4kDhfI

 

un’edizione solo suonata– molto bella:

DICK FARNEY e PAULO MOURA – RISQUE – de Ary Barroso – PIANO E SAX – by Luciana MS Arraes_

 

nella prima immagine c’è il termine ” gafiera “– se vuoi, vedi al fondo

 

 

testo e traduzione ch.

Risque

Ary Barroso

 

Risque meu nome do seu caderno
– cancella il mio nome dal tuo quaderno
Pois não suporto o inferno
-perché non sopporto l’inferno
Do nosso amor fracassado
– del nostro amore fallito

Deixe que eu siga novos caminhos
-Lascia che vada per altre strade
Em busca de outros carinhos
– in cerca di altri affetti
Matemos nosso passado
– ( Uccidiamo ) lasciamo perdere il nostro passato.

Mas se algum dia, talvez
– Ma se un giorno, forse
A saudade apertar
– la nostalgia ti prende il cuore
Não se perturbe
–non turbarti
Afogue a saudade
— affogala
Nos copos de um bar
– nei bicchieri di un bar.

Creia
– Credimi
Toda quimera se esfuma
-ogni chimera svanisce
Como a brancura da espuma
– come il bianco della schiuma
Que se desmancha na areia
– che si disfa sulla sabbia

 

 

 

qualcosa su GAFIERA : 

 

Interior da Gafieira Estudantina, tradicional casa de danças de salão no centro do Rio de Janeiro – foto publicada pelo jornal Metro (Publimetro) em 2006.

 

VIDEO, 2.23 –PEDRA DO SAL ( Pietra del sale )  A RIO DE JANEIRO NEL 2019– EP. I

 

volendo: ep. 2

 

 

” Quello è un posto per la plebe, dove si commettono gaffe in risse “, coniando il neologismo: il termine “gafieira” apparve per la prima volta sulle pagine del Jornal do Brasil coniato dal giornalista e cronista carnevalesco brasiliano Romeu Arede, il Picareta, dal francesismo dispregiativo del termine francese ” gaffe “, che allude a ” faux pax “, riferendosi in portoghese a “fiasco”, “atto inopportuno”,  “gaffe” dei frequentatori di questa popolare sala da ballo ( dal latino ” ballare “),  che presentavano un elevato numero di difetti di etichetta , quando cercavano di imitare i balli da sala della classe media, avrebbero portato il cronista a chiamare gli spazi dove si svolgevano i balli gafieiras.

segue–

https://pt.wikipedia.org/wiki/Gafieira

 

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ruggiero filannino @ruggierofilann4 – 15 gennaio 26 — 18.35 grazie, ti ho copiato finalmente ! — CANZONE – LUCIO DALLA– anni fa l’avevo dedicata a Donatella, in un periodo in cui era bisticciata con me.. chissà se lo ricorda ?..

 

 

 

 

** il video è curioso, vi piace ? la canzone mi sembra qui più lunga. Per questo l’ho messo.
Ho visto che è il videoclip ufficiale girato a Napoli, uscito nell’agosto ’96. Il testo è di Samuele Bersani, la musica di Dalla.

 

LINK RUGGIERO FILANNINO X
ruggiero filannino @ruggierofilann4

 

 

 

 

 

 

 

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video, 6.40 — LUCIO CARACCIOLO A OTTO E MEZZO – — USA: TRUMP TRA L’ATTACCO ALL’IRAN E LA GROENLANDIA —

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MARIO DI VITO, Neanche Israele è sicuro delle prove contro Hannoun – Nessuna certezza sui legami con Hamas nei 266 documenti inviati da Tel Aviv ai pm di Genova. – IL MANIFESTO  15 gennaio 2026 + video, 10 min. ca– IL MIN. PIANTEDOSI ALLA CAMERA, 14 gennaio 2026

 

 

 

IL MANIFESTO  15 gennaio 2026
https://ilmanifesto.it/neanche-israele-e-sicuro-delle-prove-contro-hannoun

 

 

 

Neanche Israele è sicuro delle prove contro Hannoun

 

 

 

 

 

Mario Di Vito

 

Mario Di Vito,

 

 

 

 

Non è possibile determinare l’accuratezza delle informazioni raccolte sui presunti finanziamenti ad Hamas da parte dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun, arrestato alla fine di dicembre insieme ad altri otto per associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale.

 

A DIRLO sono le stesse autorità israeliane in quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno, inviate alla segreteria della procura di Genova il primo luglio e ricevute dal sostituto Marco Zocco il giorno successivo. Dentro c’è l’elenco di 266 «prove dal campo di battaglia» che testimonierebbe i legami tra l’associazione di beneficenza italiana e il movimento di resistenza islamica a Gaza. L’uomo che si firma «Avi», il capo della divisione «ricerca e valutazione» del Nbctf (l’Ufficio nazionale israeliano per il contrasto al finanziamento del terrorismo), nelle sue note allegate agli atti lo ammette senza tanti giri di parole: in alcuni casi è stato impossibile stabilire l’esatto luogo e la data dell’acquisizione dei documenti, ma questo, a suo dire, non sarebbe un problema per l’identificazione dell’entità che ha usato i fondi. Hamas, chi altri? Del resto a Gaza è Hamas a controllare le istituzioni e l’assunto è che qualsiasi rapporto con chi lavora nella Striscia è da considerare come fiancheggiamento del terrorismo: dall’attacco del 7 ottobre del 2023 per Israele è così e basta. E tutti devono adeguarsi.

 

SCRIVE ANCORA «Mr Avi» che se molte informazioni non possono essere diffuse nemmeno all’autorità giudiziaria italiana perché bisogna mantenere la sicurezza delle operazioni militari in corso, non c’è da preoccuparsi, perché i luoghi dove sono stati sequestrati i documenti sono conosciuti da lui in persona e tanto basta. Nella descrizione delle «circostanze» che hanno portato al ritrovamento dei «materiali probatori» durante l’operazione «Sword of Iron» – spada di ferro — tra il 2023 e il 2024, in effetti, la precisione spesso manca. Per esempio, riguardo a un laptop – computer portatile – preso il 22 novembre del 2023 contenente «varie informazioni» su organizzazioni che operano a Gaza, il collegamento con Hamas non è certo ma «molto probabile». Oppure, i documenti requisiti il 16 novembre del 2023 sarebbero di «un’entità di Hamas indefinibile». E ancora: un hard disk requisito l’8 dicembre del 2023 contiene file che «molto probabilmente» erano di un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar, il capo di Hamas a Gaza fino al 16 ottobre del 2024, giorno in cui è stato ucciso.

 

NELLA MEMORIA prodotta dalle difese dei nove arrestati alla fine di dicembre, di fronte a tutto questo si sostiene l’assoluta inutilizzabilità di questi materiali «in quanto affetti da un cumulo insanabile di deficit che ne precludono qualsiasi valenza probatoria». Anche perché le «battlefield evidence» (prove sul campo) sono prive di «catena di custodia documentata secondo gli standard» dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa.

 

«Mancano l’identificazione dei soggetti che hanno materialmente raccolto i dati – sostengono i legali -, i metadati verificabili e qualsiasi possibilità di controllo indipendente».

 

I QUATTORDICI avvocati del collegio, inoltre, hanno rilasciato ieri un comunicato stampa per ribadire che «l’aula di giustizia non è un campo di battaglia» e che «i materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali», cosa che peraltro aveva sostenuto la stessa procura di Genova nel 2010 quando, attraverso la sostituta Francesca Nanni, chiese e ottenne l’archiviazione della posizione di Hannoun in un’indagine per terrorismo pressoché identica a quella in corso adesso.

Dicono i legali degli arrestati: «L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra». A questo va aggiunto che «nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate», le quali «restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia».

 

È UNA STRATEGIA: gran parte delle richieste di estradizione inoltrate ai paesi europei da Israele negli ultimi anni sono state respinte sulla base del fatto che è impossibile assicurare che un indagato per terrorismo in quel paese non venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Molto più semplice, allora, optare per la cooperazione giudiziaria, cioè gli scambi di informazioni di polizia. Non serve nemmeno chiedere: in questo caso, infatti, le autorità di Tel Aviv hanno fornito molta della documentazione «spontaneamente», come fosse un dono.

 

OGGI POMERIGGIO, alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferirà su questa indagine che, come ha avuto modo di dire qualche giorno fa, «ha svelato il vero volto dei pro pal».

Venerdì, a Genova, il tribunale del riesame deciderà se scarcerare o meno Hannoun e gli altri otto indagati. Lo stesso giorno, all’Aquila, è prevista la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh, Ali Irar e Monsour Doghmosh, anche loro accusati di terrorismo sulla base di testimonianze raccolte in Israele.

 

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video, 10 min. ca — 

MINISTRO INTERNO MATTEO PIANTEDOSI –


Informativa sull’ arresto di nove soggetti ritenuti responsabili di associazione terroristica

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video, 10 min. ca —-LUCIO CARACCIOLO, CHI CI DIFENDE ?

 

 

 

 

 

Nella guerra mondiale a pezzi non abbiamo più certezze. La protezione americana non è affatto scontata, anzi le basi Usa in Italia potrebbero diventare bersagli del nemico. Il bluff dell’articolo 5 del Patto Atlantico. Contro le guerre preventive serve la pace preventiva. Per questo vale la pena sporcarsi le mani.

 

 

 

 

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— grazie a Donatella ! — NOTIZIE GEOPOLITICHE, 7 ottobre 2025 :: ‘ Il Mossad era in contatto con gli assassini di Aldo Moro’. A dirlo è Eric Salerno, ex inviato del Messaggero. + Il fatto quotidiano / link – 2 settembre 2023 – di Stefania Maurizi —

 

 

 

 

segue da:

 

‘Il Mossad era in contatto con gli assassini di Aldo Moro’

 

 

‘Il Mossad era in contatto con gli assassini di Aldo Moro’.

 

A dirlo è Eric Salerno, ex inviato del Messaggero.

 

 

Red –

L’ex inviato del Messaggero, Eric Salerno (86 anni), tutta una vita a coprire i principali eventi politici italiani e poi alla guida della redazione esteri del quotidiano di via del Tritone, ha spiegato a The Grayzone, un sito indipendente di giornalismo investigativo in lingua inglese, come l’Italia si sia assoggettata a diventare una “portaerei” congiunta tra Stati Uniti e Israele.

 

La conversazione di Eric Salerno del 5 ottobre scorso con i giornalisti di The Grayzone, Kit Klarenberg e Wyatt Reed, solleva interrogativi inquietanti sul ruolo di Israele nell’omicidio di Aldo Moro, ma già nel 2010 Salerno pubblicava in un suo libro intitolato “Base Mossad Italia” molti particolari della vicenda.

 

Il Saggiatore, 2010 —

 

 

Per anni, riferisce Salerno, il Mossad israeliano ha monitorato e segretamente influenzato la fazione comunista armata delle Brigate Rosse. Il sequestro di Aldo Moro è avvenuto come si sa il 16 marzo 1978. Il suo omicidio risale al 9 maggio dello stesso anno.
Il giornalista ha dichiarato a The Grayzone che Moro era “una spina nel fianco” per le forze che cercavano di mantenere l’Italia saldamente ancorato al blocco filo-occidentale.

Salerno ritiene che la politica estera italiana si sarebbe sviluppata diversamente se Moro fosse sopravvissuto: “Ecco di cosa avevano paura gli Stati Uniti”.

Moro fu rapito nel 1978 dalle Brigate Rosse con un’operazione diurna audace e altamente professionale che costò la vita a tutte e cinque le sue guardie del corpo.

Fu giustiziato due mesi dopo. Il caso Moro rimane un capitolo profondamente inquietante degli Anni di Piombo.

Per alcuni versi è stato un crimine con forti somiglianze con l’Operazione Gladio, quando la Cia, l’MI6 e la Nato addestrarono e diressero un esercito ombra di unità paramilitari in tutta Europa, attuando attacchi terroristici sotto falsa bandiera, rapine e omicidi volti a neutralizzare la sinistra socialista.

Moro, che fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana e che animava l’ala progressista (morotea) più a sinistra del partito, avrebbe voluto stipulare il compromesso storico con il Partito Comunista Italiano. “Era qualcosa di cui una parte dell’establishment politico italiano aveva paura, persino nel suo stesso partito” osserva Salerno.

Questa parte del caso Moro è nota agli italiani, però Salerno ha documentato un aspetto meno conosciuto. Si tratta dell’accordo con i gruppi della resistenza palestinese mediato dall’ex presidente libico Muammar Gheddafi, che consentì all’Olp e ad altre formazioni di contrabbandare armi e far viaggiare i guerriglieri liberamente attraverso l’Italia, in cambio della garanzia di preservare la penisola dagli attentati. Quell’accordo è noto come “Lodo Moro”.

Si ritiene che il patto sia stato stipulato nel 1973, durante il mandato di Moro come ministro degli Esteri, quando l’Italia liberò segretamente un gruppo di combattenti palestinesi che cercavano di attaccare un aereo della compagnia aerea israeliana El Al in partenza dall’aeroporto di Roma Fiumicino. L’accordo fu spinto dal fatto che l’Italia voleva mantenere un certo livello d’indipendenza dal blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti, per via di un embargo petrolifero dell’Opec in rappresaglia per il sostegno di Washington a Israele nella guerra arabo-israeliana del 1973.

Eric Salerno nell’intervista non afferma che il Mossad avesse ordinato direttamente il rapimento e l’esecuzione di Moro, ma dichiara a The Grayzone: “Credo che la loro idea fosse: vediamo cosa succede, e se è necessario, e se pensiamo che sia il momento giusto, possiamo dare una mano in un modo o nell’altro”.

Il Lodo Moro ha protetto l’Italia per decenni dalla violenza che colpiva altre nazioni del Mediterraneo. Ma a un certo punto la violenza si è abbattuta anche sulla vita di Aldo Moro.

Nel libro di Eric Salerno, Base Mossad Italia, scorre una cronaca completa dello stretto e continuo rapporto tra l’intelligence israeliana e la leadership politica italiana.

 

L’autore illustra come l’alleanza segreta tra Israele e Italia precedesse la creazione dello Stato di Israele nel maggio 1948, con Roma che forniva supporto occulto a milizie sioniste come l’Haganah (organizzazione paramilitare ebraica in Palestina).

Individui affiliati a Mussolini e neofascisti all’interno dell’apparato di sicurezza italiano del dopoguerra fornirono a Israele armi e addestramento per schiacciare la resistenza palestinese e sostenere la loro campagna di pulizia etnica.

“Gli israeliani non volevano che Roma diventasse un satellite dell’Unione Sovietica e gli Stati Uniti avevano la stessa posizione. Il Paese era essenzialmente la prima linea dell’Occidente contro il blocco orientale”, spiega Salerno a The Grayzone.

“L’Italia confinava con la Jugoslavia, non era lontana dalle nazioni del Patto di Varsavia e il sostegno al comunismo e all’Unione Sovietica era forte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Era anche una sorta di portaerei nel Mediterraneo,da cui la gente atterrava e partiva per altri luoghi.”

Con circa 8 mila chilometri di costa e solo 145 chilometri che separano la Sicilia dalla Tunisia, l’Italia è stata spesso descritta come la guardiana del Mar Mediterraneo.

Salerno conclude che ogni amministrazione italiana dalla Seconda Guerra Mondiale in avantiha segretamente aiutato il Mossad e l’intelligence militare israeliana per i motivi che abbiamo già spiegato.

Yossi Melman, scrittore ed ex giornalista di Haaretz, esperto d’intelligence, ha osservato:

“Gli agenti dello spionaggio israeliano confermano che i servizi segreti italiani sono tra i più amichevoli al mondo nei confronti delle loro controparti israeliane”.

Eric Salerno rivela nel suo libro, sorprendentemente mai tradotto in inglese, che Tel Aviv affidò all’intelligence italiana la conduzione di “missioni estremamente riservate” per suo conto.

A fine 1973 cinque membri del gruppo militante palestinese Settembre Nero furono arrestati grazie a una soffiata del Mossad, che sosteneva che si stessero preparando ad abbattere un aereo di linea israeliano nel più grande aeroporto di Roma con missili terra-aria.

Tuttavia, Moro ne organizzò il rilascio un mese dopo, per poi deportarli in Libia.

I membri di Settembre Nero giunsero inizialmente a Malta su un aereo da trasporto italiano noto come Argo 16, che veniva utilizzato abitualmente per trasportare gli agenti dell’Operazione Gladio in una base di addestramento segreta in Sardegna e consegnare armi della Cia/MI6 a depositi segreti sparsi in tutto il Paese.

Quando il Mossad si rese conto che quei palestinesi erano stati liberati, si infastidì molto, secondo l’allora capo del controspionaggio romano, Ambrogio Viviani.

 

Il 23 novembre 1973, l’Argo 16 si schiantò poco dopo il decollo dall’aeroporto di Venezia. L’intero equipaggio rimase ucciso.

L’indagine iniziale concluse che fu un incidente, ma il caso fu riaperto dalla Procura di Venezia nel 1986, ma anche quell’indagine vacillò. Tuttavia il giudice che sovrintendeva al caso, Carlo Mastelloni, disse a Eric Salerno che non c’erano dubbi sul fatto che l’abbattimento dell’aereo fosse stato voluto.

Il sabotaggio dell’Argo 16 non fu solo una ritorsione per il rilascio dei palestinesi arrestati. Fu un avvertimento sulle concessioni dell’Italia ai “nemici di Tel Aviv”, affermò il giudice Mastelloni.

Argo 16 non fu l’unico incidente mortale avvenuto durante gli Anni di Piombo in Italia che sembrava portare l’impronta del Mossad.

Quando una granata a mano fu lanciata contro la questura di Milano nel maggio 1973, uccidendo quattro civili e ferendone 45, il colpevole si presentò come un anarchico dopo essere stato immediatamente arrestato. Tuttavia, indagini successive rivelarono che l’autore, Gianfranco Bertoli, era un informatore di lunga data dell’intelligence militare italiana, nonché membro di numerose organizzazioni neofasciste, tra cui Ordine Nuovo, legato a Gladio.

Bertoli aveva trascorso i due anni precedenti l’attacco abitando a intermittenza nel kibbutz Karmiya in Israele, che ospitava spesso rappresentanti della fazione francese di estrema destra Jeune Révolution, mantenendo al contempo i contatti con l’intelligence francese.

 

Salerno quindi si chiede: “Il Mossad faceva parte della strategia della tensione?”.

Ma questa fu la conclusione a cui giunse il magistrato Ferdinando Imposimato, che supervisionò i primi processi delle Brigate Rosse per l’omicidio Moro.

“Bisogna riconoscere che i servizi segreti israeliani avevano una perfetta conoscenza del fenomeno eversivo italiano fin dal suo inizio, impegnandosi in esso con un costante supporto ideologico e materiale”, osservava Imposimato nel 1983.

“Il Mossad aveva deciso di trasferire il conflitto mediorientale in Italia”, concluse, “spinto dall’obiettivo di destabilizzazione politica e sociale”.

Lo scopo di Israele era “indurre l’America a vedere Israele come l’unico punto di riferimento alleato nel Mediterraneo e ottenere così un maggiore sostegno politico e militare”, aggiunse. Durante la sua testimonianza (marzo 1999) a un’inchiesta parlamentare sul terrorismo in Italia, il brigatista rosso Alberto Franceschini dichiarò che il gruppo era stato contattato dal Mossad tramite un intermediario dopo il rapimento da parte delle Brigate Rosse di un magistrato di nome Mario Sossi nell’aprile del 1974.

 

Secondo Franceschini, il Mossad fece una proposta per finanziare il suo gruppo, affermando che, anziché cercare di controllare le Brigate Rosse, Israele voleva solo garantire che il gruppo continuasse a operare: “Non vogliamo dirvi cosa dovete fare. Quello che fate ci sta bene. Ci importa che esistiate. Il fatto stesso che esistiate, qualsiasi cosa facciate, ci sta bene”.

Franceschini ha poi osservato: “Dal punto di vista delle relazioni americane, più l’Italia era destabilizzata, più diventava inaffidabile, e più Israele diventava un paese affidabile per tutte le politiche mediterranee dal punto di vista di Washington”.

Negli ultimi anni della sua vita, Franceschini rivelò che Israele “offrì armi e assistenza” alle Brigate Rosse: “Il loro obiettivo dichiarato era destabilizzare l’Italia”, affermò.

Salerno ha detto a The Grayzone che “In una delle sue ultime interviste, Franceschini ha confermato a un mio collega del Corriere della Sera che il Mossad era in contatto fin dall’inizio con le Brigate Rosse”.

Interazioni che il giornalista sottolinea essere “del tutto normali nel modo in cui il Mossad agiva con ogni tipo di organizzazioni sovversive in tutta Europa”.

L’idea di un potenziale coinvolgimento israeliano nel complotto contro Moro, o nell’ostacolare gli sforzi per risolverlo pacificamente, è rafforzata dalle dichiarazioni di diversi politici italiani, che indicano anche come Israele abbia “cofinanziato e influenzato il gruppo che si è attribuito il merito dell’uccisione di Moro”. Queste rivelazioni sono state finora universalmente ignorate dai principali media in lingua inglese.

Nel luglio 1998, Giuseppe De Gori, un avvocato che aveva rappresentato la Democrazia Cristiana in numerosi processi relativi al caso Moro, dichiarò a una commissione parlamentare sul terrorismo che il Mossad “aveva sempre controllato” le Brigate Rosse, senza infiltrarsi formalmente nel gruppo. Raccontò come nel 1973 un maggiore e un colonnello del Mossad si presentarono al gruppo, smascherando gli infiltrati tra le loro fila e offrendo “armi e tutto ciò che volevano, purché perseguissero una politica diversa”.

Da quel momento in poi fu chiaro che il Mossad “teneva d’occhio la fazione militante”.

De Gori testimoniò che l’intelligence israeliana “odiava” Moro, considerato antisionista, e iniziò a sfruttare la capacità di “scambiare “informazioni con le Brigate Rosse, che avrebbero potuto influenzarne le azioni.

De Gori insinuò persino che la decisione del gruppo di uccidere Moro, dopo quasi due mesi di prigionia, fosse il risultato di un intervento indiretto da parte di Israele.

Mentre il governo italiano rifiutava qualsiasi trattativa con i suoi rapitori, in un incontro privato l’8 maggio 1978, elementi della Democrazia Cristiana proposero di mediare autonomamente un accordo per garantire la liberazione di Moro.

“Moro fu ucciso subito dopo, quindi qualcuno deve essere stato lì a riferire questa notizia” testimoniò De Gori.

Nel 2002, l’avvocato De Gori raccontò allo scrittore Philip Willan che il Mossad rese l’esecuzione di Moro un fatto compiuto, ingaggiando un abile falsario per falsificare una lettera delle Brigate Rosse alle autorità a metà aprile del 1978. Il comunicato affermava che lo statista era già morto. “Dopo di che… Moro non poteva più essere salvato” spiegò De Gori.

Ma De Gori non è l’unica fonte ad accusare il Mossad della morte di Moro.

Nel maggio 2007, Giovanni Galloni, ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura italiana, dichiarò coraggiosamente che “non tutti i partecipanti” al rapimento del premier erano membri delle Brigate Rosse.

Questa conclusione è stata indotta dal fatto che le guardie del corpo di Moro furono giustiziate con “solo due armi, usate da uomini eccezionalmente esperti”. Oltre a non essere mai stati identificati, questi assassini dimostrarono un livello di abilità nel tiro che nessun agente delle Brigate Rosse sembrava possedere.

Galloni insinuò che gli assassini fossero stati assoldati da Washington oppure da Tel Aviv. Rivelò che “pochi mesi prima della sua cattura”, Moro gli confidò di essere preoccupato che i servizi segreti statunitensi e israeliani “si fossero infiltrati nelle Brigate Rosse”. Moro lo riferì all’ambasciatore statunitense in Italia, provocando una smentita ambigua da parte del Dipartimento di Stato, secondo cui Washington aveva sempre detto all’intelligence italiana “tutto ciò che sapevamo”.

 

Galloni chiese: “Quali servizi segreti? Quelli veri o quelli che erano nelle loro mani?”. Si riferiva al parallelo nesso di spionaggio e terrorismo anglo-americano a Roma noto come Operazione Gladio.

Ulteriori prove del ruolo di Israele nell’omicidio di Moro si possono trovare nella testimonianza resa a una commissione parlamentare italiana nel giugno 2017 da un ex magistrato di nome Luigi Carli.

Carli affermò che le Brigate Rosse erano state “cofinanziate” dal Mossad.

Quando gli fu chiesto perché Israele avrebbe dovuto sovvenzionare una fazione comunista armata in Italia, Carli affermò che diversi ex collaboratori delle Brigate Rosse gli avevano detto che il Mossad aveva accettato di “occuparsi del cofinanziamento delle Brigate Rosse”.

Qualsiasi sforzo che finisse per “indebolire, o contribuire a indebolire, la situazione interna dell’Italia avrebbe accresciuto il prestigio e l’autorità di Israele” nel Mediterraneo”, ha testimoniato Carli.

Interviste all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, pubblicate dal Bollettino di Politica Italiana in seguito alla sua morte nell’agosto 2010, hanno fatto ulteriore luce sulle motivazioni del Mossad per l’assassinio di Moro e per aver preso di mira Roma con attentati sotto falsa bandiera che hanno causato un numero enorme di vittime.

 

Cossiga è stato il primo politico italiano a riconoscere l’esistenza del Lodo Moro ed ha affermato che gli Stati Uniti erano a conoscenza dell’accordo, mentre lui stesso e gran parte della classe politica italiana erano all’oscuro.

 

Cossiga ha ricordato anche che, mentre era primo ministro, nel novembre 1979, la polizia di una città costiera intercettò un camion che trasportava un missile terra-aria. Successivamente ricevette un telegramma dal capo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, George Habbash, che ammetteva la proprietà del missile e rassicurava il premier italiano sul fatto che non era destinato ad essere usato in Italia. Habbash chiese quindi la restituzione dell’arma e il rilascio dell’autista.

Habbash avvertì che qualsiasi inadempimento avrebbe rappresentato una violazione dell’accordo” del FPLP con Roma. “Nessuno poteva dirmi cosa significasse questa parte”, insistette Cossiga, perché solo molti anni dopo venne a conoscenza del Lodo Moro.

 

Al momento degli interrogatori di Cossiga, lo Stato italiano riaprì le indagini sull’attentato dinamitardo dell’agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale, che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. L’inchiesta portò a condanne in contumacia per membri dei Nuclei Armati Rivoluzionari, un gruppo neofascista legato a Gladio. Diversi sospettati principali, tra cui un agente confermato dell’MI6 di nome Robert Fiore, fuggirono a Londra, dove la Gran Bretagna si rifiutò di estradarli.

Una delle possibilità esplorate dall’inchiesta era se l’attentato di Bologna fosse stato “effettuato dagli Stati Uniti o da Israele per punire l’Italia per la sua posizione filo-araba”.

 

Dopo aver a lungo lamentato il fatto che Roma “non abbia mai avuto veramente spazio per una propria politica estera” a causa della sua subordinazione agli interessi statunitensi, Cossiga ha riconosciuto che l’Italia “ha perseguito un’agenda nazionale” in Medio Oriente e “si è presa certe libertà nei confronti del mondo arabo e di Israele”.

 

“La gente dimentica che la Democrazia Cristiana è sempre stata un partito filo-arabo”, ha affermato Cossiga, riferendosi specificamente a Moro, ma anche a Giulio Andreotti, che smascherò l’Operazione Gladio nell’ottobre del 1990. Cossiga ha affermato che “Andreotti ha sempre creduto, anche se non l’ha mai detto, che gli Stati Uniti gli abbiano causato problemi giudiziari per le sue simpatie arabe”.

Sebbene Salerno contesti la descrizione di Andreotti come filo-arabo, descrivendolo invece come “a favore dei diritti degli arabi”, ha dichiarato a The Grayzone che Andreotti una volta gli dichiarò personalmente: “Se fossi nato a Gaza, sarei un terrorista”.

Quando le Brigate Rosse rapirono il politico democristiano Ciro Cirillo nell’aprile del 1981, le autorità italiane negoziarono direttamente con i suoi rapitori, pagando un riscatto per la sua liberazione.

 

A dicembre, quando le Brigate Rosse rapirono il generale statunitense James Dozier, questi fu “localizzato e liberato in un blitz” da una task force congiunta italo-americana

.
L’ex generale italiano Roberto Jucci contrappose il trattamento riservato a Dozier a quello riservato a Moro in un’intervista del 2024. “Volevano liberare uno dei due. Ho i miei dubbi sull’altro”, affermò.

Jucci era in grado di giudicare, essendo stato incaricato di addestrare una squadra di forze speciali in una base in Toscana, destinata a salvare il primo ministro rapito. Oggi però ritiene che “il vero obiettivo fosse togliermi di mezzo” e assicurarsi che Moro non venisse mai trovato. Non ci furono retate durante i suoi 55 giorni di prigionia.

 

Jucci ha dichiarato a La Repubblica che il comitato formale per il salvataggio di Moro era stato “consigliato da un uomo inviato dagli Stati Uniti” ed era “composto in gran parte” da rappresentanti della loggia massonica P2, affiliata a Gladio.

 

Questi individui “volevano che le cose andassero diversamente da quanto tutte le persone oneste chiedevano” e desideravano che Moro “venisse distrutto politicamente e fisicamente”.

Se Moro fosse sopravvissuto, “la politica italiana si sarebbe sviluppata diversamente”.

 

Documenti declassificati del Ministero della Difesa britannico risalenti al novembre 1990 mostrano che i funzionari di Londra erano ben consapevoli del ruolo svolto dalla P2 nel sabotare gli sforzi ufficiali per salvare Moro.

La loggia massonica è stata descritta come una delle forze sovversive di Roma, che impiegava “terrorismo e violenza di piazza per provocare una reazione repressiva contro le istituzioni democratiche italiane”.

Tali documenti evidenziano inoltre che “prove circostanziali” indicavano che “uno o più dei rapitori di Moro erano segretamente in contatto” con “l’apparato di sicurezza” italiano e che gli investigatori “hanno deliberatamente trascurato di seguire le piste che avrebbero potuto condurre ai rapitori e salvare la vita di Moro”.

Oggi, c’è poca traccia di tendenze filo-arabe nella politica italiana mainstream. Secondo Salerno, gli Stati Uniti e Israele non hanno più bisogno di “destabilizzare l’Italia” poiché il paese è economicamente debole.

Nel novembre 2024 è stato rivelato che il Mossad aveva impiegato un’agenzia di intelligence italiana privata per prendere di mira Giorgia Meloni e i suoi ministri.

 

Ancora oggi il Mossad continua a svolgere operazioni in Italia.

 

Il rapporto tra intelligence italo-israeliana è stato recentemente evidenziato da un bizzarro incidente nel maggio 2023, in cui una imbarcazione si è capovolta nel Lago Maggiore, uccidendo quattro persone tra le 23 a bordo. Sebbene i media tradizionali abbiano inizialmente inquadrato il caso come un tragico incidente durante una festa di compleanno, è diventato subito chiaro che

 

tutti i passeggeri dell’imbarcazione, tranne il capitano e sua moglie, erano spie israeliane e italiane.

I dieci israeliani sopravvissuti furono riportati frettolosamente a Tel Aviv a bordo di un aereo militare prima di poter essere interrogati dalla polizia, con il benestare delle autorità italiane. Successive indagini suggerirono che il raduno fosse un’operazione congiunta di intelligence sulle “capacità iraniane in materia di armi non convenzionali”, volta a sorvegliare l’industria locale o i ricchi russi residenti nelle vicinanze, sospettati di aver aiutato Mosca a ottenere droni da Teheran.

 

Un elogio funebre per la spia israeliana deceduta, che i media italiani hanno identificato come Erez Shimoni, fu pronunciato personalmente dal direttore del Mossad David Barnea, il che lascia fortemente supporre che si trattasse di una figura di spicco dell’agenzia di intelligence.

Sebbene il capitano della nave sia stato successivamente condannato per omicidio colposo, la polizia militare italiana annunciò immediatamente che non avrebbe indagato sulle attività delle spie a bordo.

 

 

 

 DA WIKIPEDIA —

The Grayzone – 

 ( è solo un abbozzo )

 

The Grayzone è un sito web di giornalismo investigativo indipendente lanciato nel dicembre 2015 (col nome iniziale di The Grayzone Project) dal giornalista statunitense Max Blumenthal. Il sito viene finanziato tramite donazioni dei lettori.

Si occupa in prevalenza di politica estera statunitense ed è schierato su posizioni politiche socialiste e fortemente anti-atlantiste, e ha fatto scalpore per le sue discusse posizioni in particolare sul genocidio culturale degli uiguri,, la guerra civile siriana[e la questione palestinese.

Pur essendo un sito indipendente, a causa del suo orientamento anti-liberale, della sua forte opposizione alla politica estera occidentale e a causa della pubblicazione di informazioni errate, è stato accusato di diffondere propaganda filo-russa, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022

 

 

 

L’UNICA BIBLIOGRAFIA IN ITALIANO:

  1.  GuFundMe blocca le donazioni dei lettori al sito critico verso la politica estera Usa, su ilfattoquotidiano.it.

 

 

GuFundMe blocca le donazioni dei lettori al sito critico verso la politica estera Usa

Questa settimana il media online americano, The Grayzone, estremamente critico della politica estera Usa, si è visto bloccare le donazioni dei lettori dalla piattaforma GoFundMe

GuFundMe blocca le donazioni dei lettori al sito critico verso la politica estera Usa

IL FONDATORE

Se dissenti, ti rovino. Si può riassumere così il modo di operare dei signori dei pagamenti elettronici e del crowdfunding, dai giganti della Silicon Valley, come PayPal e GoFundMe, fino alle carte di credito. Sì, perché questa settimana il media online americano, The Grayzone, estremamente critico della politica estera Usa, si è visto bloccare le–

l’articolo prosegue per gli abbonati Partner–

 

se vuoi prova ad aprire, magari sei fortunato::

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/09/02/gufundme-blocca-le-donazioni-dei-lettori-al-sito-critico-verso-la-politica-estera-usa/7279198/

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GUIDO CALDIRON, Anna Politkovskaja ( New York, 1958 -Mosca, 2006 ), un’eredità scomoda – BUR, Anna Politkovskaja, Un piccolo angolo d’inferno, prefaz. di Francesca Mannocchi – — IL MANIFESTO   5 febbraio 2023 + altro + una nota di ch. al fondo

 

 

 

 

 

IL MANIFESTO   5 febbraio 2023
https://ilmanifesto.it/anna-politkovskaja-uneredita-scomoda

 

 

Anna Politkovskaja, un’eredità scomoda

 

 

Anna Politkovskaja, un’eredità scomoda

I moscoviti rendono omaggio a Anna Politkovskaja nei pressi del luogo in cui la giornalista fu uccisa – Foto Ap

 

Nel mondo anglosassone, e ormai non più solo in quello, con il termine whistleblower, derivato dall’espressione «blow the whistle» (soffiare nel fischietto) che indica l’azione di un arbitro in una competizione sportiva che vuole fermare un comportamento irregolare o pericoloso, si identifica un «lanciatore di allerta»:

chi, in base alle proprie ricerche o analisi è in grado di individuare la china pericolosa che stanno prendendo determinate vicende, processi tecnologici, scientifici o economici o, per estensione, gli esiti catastrofici verso cui possono condurre le scelte di questo o quel leader. Una categoria che sembra essere stata inventata per descrivere la traiettoria di Anna Politkovskaja, la giornalista russa che di allarmi e ammonimenti ne aveva lanciati molti attraverso il proprio lavoro, senza essere davvero ascoltata né in patria né all’estero, ma tanto da finire ammazzata a 48 anni il 7 ottobre del 2006 a Mosca. Perché, come ricorda Francesca Mannocchi nella prefazione agli scritti di Politkovskaja dedicati alla seconda guerra cecena (1999-2009) e al modo in cui quel conflitto ha plasmato la società russa e il sistema di potere al cui vertice siede Vladimir Putin, che tornano oggi in libreria per Bur, (Un piccolo angolo d’inferno, postfazione di Georgi M. Derluguian, pp. 274, euro 15), di fronte all’invasione dell’Ucraina e all’ulteriore svolta nazionalista e repressiva del regime di Mosca, quelle pagine rappresentano «la cronaca di un avvertimento inascoltato».

Anna Politkovskaja. Foto Ansa

 

FIGLIA DI DUE DIPLOMATICI sovietici di stanza all’Onu a New York, Anna Politkovskaja arriva alla Novaya Gazeta, il giornale che nel 1993 aveva avuto tra i suoi cofondatori Gorbaciov e che era contraddistinto da una linea di indagine rigorosa e lontana da ogni soggezione verso il potere, alla fine degli anni Novanta dopo un decennio di lavoro da cronista in varie testate moscovite. L’ex funzionario del Kgb Vladimir Putin e al debutto della propria carriera politica nazionale, nel 1999 è stato nominato primo ministro da Eltsin e un anno più tardi sarà eletto, per la prima volta, presidente della Federazione russa. Per poco più di sei anni Politkovskaja segue il conflitto sanguinoso che ha luogo nel Caucaso – le stime più attendibili parlano di circa 200mila vittime lungo un ventennio, senza contare la distruzione pressoché totale della città di Grozny, rasa al suolo dai bombardamenti -, recandosi decine di volte nei luoghi dove infuria la battaglia e dove hanno luogo reciproche e crudeli rappresaglie fatte di prigionieri decapitati e torture sistematiche, e che fa sentire la sua tragica eco anche nelle grandi città russe con le azioni del terrorismo e le campagne e le violenze xenofobe che si abbattono sui rifugiati.

 

Quella che è nata dalla volontà di indipendenza di un popolo al momento del crollo dell’Urss si trasforma in un conflitto sanguinoso che conosce ogni sorta di deriva, «estremismo islamico e lotta allo stesso sono un’unica e sola tragedia», scriverà la giornalista nei suoi appunti. Politkovskaja racconta i crimini dei signori della guerra locali, l’emergere del fondamentalismo islamico, ma anche il modo in cui il Cremlino e i vertici delle forze armate, e una parte almeno della società russa, considerano normali le atrocità che i soldati di Mosca compiono ogni giorno contro la popolazione civile:

emblematica la vicenda del colonnello Yuri Budanov responsabile di un battaglione corazzato i cui uomini rapirono, stuprarono e fecero a pezzi una giovane cecena e che diventerà, una volta sotto processo a Mosca, un simbolo dei nazionalisti russi.

 

 

Copertina del volume: La Russia di Putin

Adelphi eBook
2022, pp. 384
EURO 7.99

(2 ) SINOSSI AL FONDO

 

 

Una storia terribile che Politkovskaja racconta in La Russia di Putin (Adelphi, 2005), uno dei molti libri dedicati al modo in cui quel conflitto ha segnato la realtà russa di oggi, spiegando come, «offuscata dalla propaganda, la Russia ha pensato che quanto successo fosse giusto: Budanov aveva strangolato la ragazza vendicandosi su di lei, magari ingiustamente, dei guerriglieri ceceni». Sul fondo, per la giornalista, emergeva il modo in cui il Cremlino stesse conducendo «dei giochi estremamente pericolosi», sfruttando la paura, il razzismo e la richiesta di sicurezza per rafforzare il proprio potere e mettere a tacere di volta in volta oppositori, giornalisti scomodi e proteste di piazza. E senza arretrare di fronte a niente: oltre a Politkovskaja nella sola redazione di Novaja Gazeta si sono contati cinque reporter uccisi e il giornale è stato chiuso definitivamente dalle autorità lo scorso settembre per aver voluto raccontare la verità sull’invasione dell’Ucraina».

 

IL LAVORO DELLA CORAGGIOSA cronista non si limitava però solo al turbine violento della guerra del Caucaso, nei suoi articoli dava voce ogni giorno alle proteste contro gli abusi delle forze dell’ordine, alla denuncia dei casi di corruzione che lambivano i vertici stessi del Paese o del ruolo crescente dell’intelligence del Fsb, l’ex Kgb, nel limitare le libertà civili. Nel 2005 avrebbe raccontato la protesta delle «restituenti»: «Le madri dei soldati caduti in Cecenia (che), private dei sussidi, hanno rispedito a Putin i 150 rubli (4,50 euro) della compensazione in denaro: l’equivalente di venti biglietti dell’autobus». In altre occasioni avrebbe descritto le mobilitazioni per l’aumento di stipendi e pensioni o la crisi sociale derivante dalla diffusione dell’alcolismo. Eppure, si legge al termine del suo Diario russo (Adelphi, 2007), «il potere rimane sordo a ogni “segnale d’allarme” che viene dall’esterno, dalla gente. Vive solo per se stesso. Con stampato in faccia il marchio dell’avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della Cia, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano».

 

Ma, in quella stagione, Politkovskaja coglie un altro elemento destinato ad illuminare di nuova luce anche il presente. Siamo all’indomani della rivolta di Maidan a Kiev e la giornalista annota: «Quanto accaduto in Ucraina ha segnato la fine della Grande Depressione politica russa: è storia. L’opinione pubblica si è svegliata dal torpore e ha invidiato con tutte le forze la piazza di Kiev. “Perché non facciamo come loro, accidenti?” ci si ripeteva l’un l’altro. “Siamo così simili, eppure…». E anche se la passione politica ucraina non ha contagiato Mosca, aggiungeva Politkovskaja, «ci è servita comunque da sprone per un Rinascimento di protesta, ha buttato giù i russi dal divano e li ha costretti a guardare per strada». Molto più di una semplice sottolineatura: quella rivolta parlava anche ai russi. Forse in pochi se ne sarebbero accorti a livello internazionale, ma c’è da credere che qualcuno al Cremlino stava cominciando a preoccuparsi di una possibile diffusione di quei fermenti.

 

Non a caso, scrive oggi Francesca Mannocchi, «molti hanno paragonato l’invasione russa dell’Ucraina alla seconda guerra cecena e in effetti le guerre in Cecenia raccontate da Politkovskaja possono essere lette come l’avvertimento di quello che sarebbe accaduto altrove, l’allarme inascoltato di una Cassandra che tanto più denunciava e descriveva gli orrori che si consumavano nella piccola repubblica, quanto più si sentiva allontanata, messa ai margini da una società che rifiutava di vedere». Se quelle guerre hanno definito «la strategia della terra bruciata» che il Cremlino ha poi messo in atto in ogni scenario nel quale le sue forze sono state impegnate, sono tali vicende ad aver «cominciato a modellare la Russia moderna per come la conosciamo ora, un Paese che ha spento la libertà d’opinione, che punisce i dissidenti, incarcera gli oppositori politici, vieta le manifestazioni di dissenso, che ha ucciso e continua a uccidere giornalisti leali alla verità».

Manifestazione nel 15esimo anniversario dell’omicidio della giornalista. Foto Ap

 

Dopo aver subito ogni sorta di minaccia, un tentativo di avvelenamento, più d’un arresto, e aver trascorso nel 2001 alcuni mesi «al sicuro» a Vienna, Anna Politkovskaja fu uccisa nel pomeriggio del 7 ottobre del 2006 mentre rientrava con le borse della spesa. Il suo assassino, che conosceva il codice per aprire il portone le ha sparato alla testa con una pistola silenziata mentre apriva la porta dell’ascensore. Per quel crimine, a otto anni dai fatti, sarebbero stati condannati alcuni malavitosi ceceni, già informatori del Fsb, e un ex poliziotto, senza che sia fatta mai luce sul motivo e i mandanti dell’omicidio. La giornalista fu uccisa il giorno del 54esimo compleanno di Putin, nessun rappresentante del governo russo prese parte ai suoi funerali.

 

DEL RESTO, il suo lavoro l’aveva resa oggetto di un odio sordo e determinato negli ambienti del potere moscovita come presso i signori della guerra del Caucaso, di volta in volta avversari, complici o subalterni al Cremlimo. Eppure, al di là della difesa di qualunque «causa», ciò che rivendicava era la possibilità di svolgere, e bene, il proprio lavoro. «Ma, alla fine, che cosa avrei combinato? – spiega in uno dei testi raccolti in Per questo (Adelphi, 2009) dopo la sua scomparsa – Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e che non saprebbe a chi altri rivolgersi. Dalle autorità ricevono solo porte in faccia: per l’ideologia al potere le loro disgrazie non esistono, di conseguenza neanche la storia delle loro sventure può trovare spazio sulle pagine dei giornali. Solo sulla Novaja Gazeta». L’articolo che conteneva questo brano fu pubblicato il 26 ottobre 2006, Anna Politkovskaja era già morta da qualche giorno.

 

 

 

Copertina del volume: Per questo

Anna Politkovskaja

 

 

 

Per questo

Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006

Traduzione di Claudia Zonghetti

 

La collana dei casi, 82
2009, 3ª ediz., pp. 489

IN COPERTINA
Anna Politkovskaja ritratta da Peter Endig.
 PETER ENDIG/EPA/CORBIS

 

 

SINOSSI

Di tutti i libri di Anna Politkovskaja, questo, uscito dopo il suo assassinio, è il più tragico e potente: ci dice infatti il perché di un destino, consentendo di leggere in successione le cronache che nel tempo hanno decretato la fine di una vita. Gli articoli sono stati raccolti grazie al lavoro appassionato dei giornalisti di «Novaja gazeta», dei figli e della sorella di Anna Politkovskaja: ne è uscito un documento straordinario dove testi pubblicati e altri ancora inediti o incompleti, promemoria personali e testimonianze confluiscono in una sorta di ininterrotto reportage sulla Russia contemporanea, dall’ottobre 1999 a fine settembre 2006, pochi giorni prima della morte avvenuta il 7 ottobre nell’androne di casa per mano di un killer. Il 19 febbraio 2009 un tribunale moscovita ha assolto i tre imputati del delitto, ma il 25 giugno la Corte Suprema ha annullato «per significative violazioni procedurali» la sentenza di assoluzione. Il processo dunque si rifarà. Per Anna Politkovskaja l’unico giornalismo possibile era un giornalismo «sanitario» – così lei lo definiva –, teso a proclamare una verità che si imprime nella memoria anche grazie al vigore dello stile, al senso dello humour, all’alta percettività nello scandagliare l’anima di vincitori e vinti. Il campo di indagine è come sempre vastissimo, ma qui gli scenari già delineati nei libri precedenti vengono ripercorsi con nuovi dettagli e approfondimenti rivelatori. Il fronte bellico del Caucaso si dispiega nella sua torbida geografia che allinea sadiche imprese dei militari, analisi economiche del conflitto, misteriose uccisioni come quella di Aslan Maschadov.

Sui retroscena dell’attacco al teatro Dubrovka getta luce l’eccezionale colloquio con un terrorista (agente infiltrato?) sopravvissuto. Le trame del potere sepolte tra le rovine della scuola di Beslan si intrecciano a storie quotidiane di una Russia devastata da «guerra, razzismo e violenza come metodo decisionale», mentre lo sguardo che da Occidente si posa sul «paese pacifico» è quello cinico, lusinghevole o distratto dei politici del momento.

 

*********

 

(2 )  ripeto l’immagine prima del testo della casa editrice, Adelphi, 2005

Copertina del volume: La Russia di Putin

IN COPERTINA

Monumento commemorativo in una centrale nuclea­re abbandonata (regione di Voronež, Russia, 2015). Fotografia di Danila Tkachenko per il progetto Restricted Areas.
danila tkachenko- copertina. disegno

 

SINOSSI

Da qualche tempo l’Occidente cerca di tranquillizzarsi sulla Russia presentando Vladimir Putin come un bravo ragazzo volenteroso. Ma ora questo libro di Anna Politkovskaja, giornalista moscovita nota per i suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti umani in Russia, ci svela, in pagine ben documentate e drammatiche, tale autoinganno. Ed è un libro destinato a restare memorabile per la maestria e l’audacia con cui l’autrice racconta le storie (pubbliche e private) della Russia di oggi, soffocata da un regime che, dietro la facciata di una democrazia in fieri, si rivela ancora avvelenato di sovietismo.
Ma non si pensi a una fredda analisi politica: «Il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia» scrive la Politkovskaja. E tanto meno si pensi a una biografia del presidente: Putin resta infatti sullo sfondo, anzi dietro le quinte, per essere chiamato sul proscenio soltanto nel tagliente capitolo finale, dove viene ritratto come un modesto ex ufficiale del kgb divorato da ambizioni imperiali. In primo piano ci incalzano invece squarci di vita quotidiana, grottesca quando non tragica: la guerra in Cecenia con i suoi cadaveri «dimenticati»; le degenerazioni in atto nell’ex Armata Rossa; il crack economico che nel ’98 ha travolto la neonata media borghesia, supporto per un’autentica evoluzione democratica del Paese; la nuova mafia di Stato, radicata in un sistema di corruzione senza precedenti; l’eccidio a opera delle forze speciali nel teatro Dubrovka di Mosca; la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia.

 

 

 

chiara- cito un brano dalla fine della Prefazione fatta dall’autrice al suo libro: ” La Russia di Putin “:

 

”  Questo libro, però, non è un’analisi della politica di Putin dal 2000 al 2004. Le analisi politiche  le fanno i politologi. Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. Ragion per cui il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno.
Io vivo la vita, e scrivo ciò che vedo. “

chiara, ho ripreso in mano proprio oggi questo  testo – dato l’argomento di cui mi sono occupata stamattina , non ricordo se avessi letto la frase riportata sopra, forse non le ho dato alcuna importanza..  ebbene, ad un certo punto, proprio non avendola intesa, ho smesso di leggerlo in quanto ” noioso “.  Oggi leggendolo– è passato un po’ di tempo, qualcosa è cambiato nella mia testa .. — l’ho trovato appassionante, proprio perché non  è un’analisi ( come avrei voluto io ) di una persona ” competente ”  della situazione ma di una persona ” comune  ” che la vive insieme ad altri. Allora, qualche anno fa, ero riuscita a capire che parlando di piccoli fatti e di persone da lei conosciute in un rapporto personale, dava l’idea di uno sfondo politico-culturale ancora più evidente che se ne avesse pronunciato un giudizio  diciamo pure politico, ma tutti  questi particolari,  come può avvenire in un romanzo realistico o in un diario, all’epoca mi annoiavano. Lo dico, perché se possibile, vorrei evitasse il mio stesso errore.

 

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LA 7.IT — 13 gennaio 2026 — EZIO MAURO, PUTIN – ANATOMIA DI UNO ZAR–video, 1h 38 min. + un inizio di ricerca su Putin di Chiara..

 

 

 

 

1.

apri qui–

https://www.la7.it/speciali-ezio-mauro/rivedila7/putin-anatomia-di-uno-zar-12-01-2026-627748

 

 

2. 

 

13 gennaio 2026 — approfitto per mettere di nuovo una piccola ricerca fatta tempo fa,  che rileggendola,  mi pare più buchi che testo..

 

 

SIAMO DAVVERO COSI’ SICURI CHE LA RUSSIA NON SIA INTERESSATA A QUALCHE PAESE CHE RAFFORZI IL SUO CONFINE E IL SUO POTERE COME.. AZZARDIAMO .. LA FINLANDIA ? — una ricerca

Riporto un commento visto su internet come punto di partenza per tentare  di mettere in parole i miei dubbi su questa  affermazione:

” Questa “balla ” gigantesca, che cioè la Russia voglia invadere l’Europa, è tra quelle più stratosferiche che mai siano state create ad arte. “

 

 

E allora come spiegare le guerre in Cecenia ?
E non solo

Facendo un riassunto stretto ( se mai mi riuscisse ) sulla Cecenia:

  1. Al crollo dell Unione sovietica nel 1989, nel 1991 la Cecenia si è dichiara indipendente dalla Russia.
  2. La prima guerra cecena venne combattuta tra Russia e Cecenia dal 1994 al 1996 e finì con la dichiarazione d’indipendenza della Cecenia dalla Russia e la nascita della Repubblica Cecena d’Ičkeria. La diffusa demoralizzazione delle forze della Federazione russa e la quasi universale opposizione dell’opinione pubblica russa riguardo al conflitto, portarono il governo di Boris El’cin a dichiarare il cessate il fuoco nel 1996 e a siglare un trattato di pace l’anno seguente.Le stime ufficiali indicano 5 500 vittime tra i militari della Russia, mentre altre fonti le indicano tra 3 500 e 7 500, altre ancora fino a 14 000 Stime ufficiali e accurate per i guerriglieri ceceni non ci sono, i numeri vanno da 3 000 a 14 000 Le vittime civili oscillano tra le 30 000 e le 100 000 e più di 200 000 feriti; più di 500 000 persone furono costrette a lasciare la loro terra e le città, così come molti villaggi, vennero lasciate in rovina lungo tutto il paese

Secondo l’Unione dei comitati delle madri dei soldati russi, i militari russi morti sarebbero 14 000, la cifra si basa su informazioni ottenute da soldati feriti e da parenti dei soldati; nel conteggio si tenne conto solo delle truppe regolari, kontraktniki e le truppe speciali non vennero considerate.

 

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Regioni del Caucaso settentrionale-
Chechnya = Cecenia
Kbh3rd – Opera propria

testo e cartina da Wikipedia, prima guerra cecena

 

3. La seconda guerra cecena fu un conflitto armato combattuto tra il 1999 e il 2009 in territorio ceceno dall’esercito della Federazione Russa, per riottenere il controllo dei territori conquistati dai separatisti ceceni.

Nel maggio del 2000 le truppe della Federazione Russa hanno ristabilito il controllo sul territorio ceceno dopo un’imponente campagna su vasta scala, scatenando tuttavia l’insorgere di focolai di guerriglia nella regione del Caucaso settentrionale, provocando gravi perdite fra le truppe russe e sfidando il processo di ripristino dell’autorità russa sul territorio ceceno. Purtroppo l’acuirsi e l’inasprirsi di questo conflitto ha comportato il mancato rispetto dei diritti umani da entrambe le parti, con la conseguente condanna della comunità internazionale.

I ribelli sono chiamati ” i separatisti ” ceceni ( che volevano l’indipendenza ) ai quali si sono uniti  jidaisti islamici; i separatisti, di fronte all’imponenza delle forse russe, o anche per influenze  dei jidaisti islamici, spesso sono passati ad attacchi terroristici invece che in campo aperto. In questi attacchi venne coinvolto  il Daghestan ( nella cartina, in rosa ) dal momento che  i ribelli del paese, che lottavano per  il distacco da Mosca, ebbero l’appoggio dai ribelli ceceni. Si ebbero attentati a Mosca ed in altre città russe-  di cui Eltsin accusò i Ceceni quali mandanti e co-autori.

Tuttavia alcuni uomini politici di alto profilo negli Stati Uniti, tra i quali l’affarista russo Boris Berezovskij ed il senatore John McCain, sostennero invece che gli attentati erano stati preparati dai servizi segreti russi (in particolare l’FSB) con lo scopo di scatenare una campagna contro i separatisti ceceni per giustificare la successiva invasione della Cecenia. Queste affermazioni vennero successivamente confermate dall’ex agente segreto russo Aleksandr Litvinenko nel libro Russia. Il complotto del KGB.

Il 29 settembre 1999 le autorità russe chiesero alla Cecenia l’estradizione dei responsabili materiali degli attentati, ed il giorno successivo le forze di terra russe iniziarono l’invasione della Ceceni.

 

 

nota: inizio

Russia. Il complotto del KGB - Aleksandr Litvinenko,Jurij Felstinskij - copertina

Bompiani 2007

Rigorosamente documentato, scioccante e subito censurato in Russia, questo libro spiega ciò che è davvero accaduto nell’ex Unione Sovietica dopo il crollo del comunismo. Ed ecco allora una storia “altra” rispetto a quella ufficiale, una storia inquietante costruita pezzo su pezzo dalla volontà di potenza dei servizi segreti di uno dei paesi più grandi e (ancora) misteriosi del pianeta. I dati del problema sono: la creazione all’inizio degli anni novanta di società legate al commercio del petrolio e alla criminalità organizzata, con lo scopo di sabotare le riforme liberali di Yeltsin; il conflitto con la Cecenia, pilotato grazie ad attentati terroristici miranti a far accettare all’opinione pubblica l’inevitabilità della guerra; l’ascesa inarrestabile di Putin, il nuovo “zar” del Cremlino, e la strategia della tensione messa in atto per creare una forza politica indipendente, sottratta a ogni controllo del partito e della collettività. Questo libro rivela per la prima volta, in forma completa, con maggiore tensione che in una spy story, ma con la drammaticità di una testimonianza che è costata all’autore – Aleksandr Litvinenko – la propria vita, i retroscena delle decennali vicende dei servizi segreti russi.

 

Aleksandr Val’terovič Litvinenko (Voronež4 dicembre1962 – Londra23 novembre2006), un dissidente ex servizi segreti- morì a Londra avvelenato con polonio-210.

Il rapporto del 2016, presentato da Sir Roberto Owen al Parlamento inglese, si basa sulle indagini effettuate dal Metropolitan Police Service. Dal rapporto si evince che Andrey Lugovoy e Dmitri Kovtun furono i principali sospettati dell’avvelenamento, ma non subirono mai alcun processo, perché la Russia rifiutò la richiesta di estradizione. Il rapporto inoltre dichiarò: “Gran parte delle prove che ho ascoltato nel corso dell’inchiesta hanno toccato la possibilità che una o più organizzazioni dello Stato russo possano aver ordinato l’uccisione del signor Litvinenko.
In secondo libro pubblicato in inglese, non in italiano, sostiene che chi teneva in mano i fili di tutti i vari attentati Beslan – Teatro di Mosca ) era Putin.

 

*** Litvinenko è stato avvelenato mentre indagava sull’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya.

notizia sopra daRepubblica, novembre 2006- archivio

 

nota : fine

 

 

 

PUTIN E LA SECONDA GUERRA CECENA–wikipedia 

 

Il conflitto ceceno entrò in una nuova fase il 1º ottobre 1999 quando il neo Primo Ministro russo Vladimir Putin dichiarò illegittima l’autorità del presidente ceceno Aslan Maschadov così come quella del Parlamento ceceno. Al tempo stesso Putin annunciò che sarebbe stata avviata un’offensiva terrestre che si sarebbe limitata a raggiungere il fiume Terek, tagliando dal resto della Cecenia la parte settentrionale. Le intenzioni di Putin erano quelle di isolare la regione settentrionale della Cecenia e creare così un cordone sanitario che proteggesse il confine russo da ulteriori incursioni dei ribelli. Tuttavia nei mesi successivi si scoprì che una simile strategia sarebbe stata insufficiente per eliminare il problema dei ribelli ceceni e si optò per una campagna più massiccia.

 

segue una parte nel link sotto che:

—VALE LEGGERE !

continua da Wikipedia  Seconda guerra cecena

 

 

 

Il Presidente russo Putin ottenne il controllo diretto del territorio ceceno nel maggio del 2000, ed il mese successivo nominò il leader ceceno Achmat Kadyrov capo ad-interim del nuovo governo filo-russo.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f3/Ramzan_Kadyrov_%282018-06-15%29_02.jpg/220px-Ramzan_Kadyrov_%282018-06-15%29_02.jpg

Lo conosciamo dalla tv, avrebbe combattuto anche in Ucraina, così almeno ha dichiarato  sui media; è  soprannominato dall’ Occidentali : “Il macellaio di Groznyj“.

 

 

 

IL RUOLO ( nullo ) DELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE

https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_cecena#:~:text=ottobre%202005.-,Il%20ruolo%20della%20comunit%C3%A0%20internazionale,-%5Bmodifica%20%7C

 

 

Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla Cecenia del 2001:

C’erano frequenti resoconti in cui le forze russe hanno bombardato indiscriminatamente zone civili. Civili ceceni, incluso il personale medico, ha continuato a essere bersaglio da attacchi militari da parte delle forze russe. Centinaia di civili ceceni e di prigionieri di guerra furono giustiziati. A giornalisti e controllori indipendenti è continuamente rifiutato l’accesso alla Cecenia. Secondo i rapporti, i combattenti ceceni spesso minacciarono e talvolta uccisero membri russi dell’amministrazione civile e giustiziarono i soldati russi catturati.

Il governo russo ha omesso di perseguire ogni responsabilità nei processi per crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto in Cecenia.

Incapaci di ottenere giustizia a livello nazionale, centinaia di vittime di abusi hanno presentato domanda alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

 

Nel marzo 2005 la corte ha emesso le prime sentenze sulla Cecenia, il verdetto accusava il governo russo di violazioni di diritto alla vita e vietò la tortura

 

 

BESLAN nell’Ossezia settentrionale, parte della Russia

 

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Foto delle vittime della strage di Beslan sul muro della palestra della scuola
aaron bird – Beslan School Number 1

 

 

 

RAGAZZI SOLDATO DELLA RESISTENZA CAUCASICA
Natalia Medvedeva – http://exhibition.ipvnews.org/photo_040.php

 

 

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Putin, agosto 2000: cerimonia in ricordo della 76ª Divisione delle Truppe Aerotrasportate perita in Cecenia.
Kremlin.ru

 

 

IMPATTO SULLA POPOLAZIONE CECENA

 

Secondo un rapporto di Medici Senza Frontiere del 2006, “la maggioranza dei ceceni attraversa ancora una vita oppressa da paura, insicurezza e povertà”. Un’indagine del 2005 di MSF dimostrò come il 77% degli intervistati soffriva di “disagio psicologico riconoscibile dai sintomi”.

Nel 2008 il tasso di mortalità infantile era del 17 per mille, il più alto di tutta la Russia. Ci sono resoconti del crescente numero di malattie genetiche nei bambini e di malattie sconosciute tra gli scolari. Un bambino su 10 è nato con difetti che necessitano di cure. Alcuni bambini i cui familiari potevano permetterselo sono stati mandati nella vicina Repubblica del Dagestan dove le cure sono migliori; la Cecenia manca di sufficienti strumenti nella maggior parte delle sue strutture mediche. Secondo l’UNICEF, dal 1994 al 2008 circa 25 000 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Un’intera generazione di bambini ceceni sta mostrando sintomi da trauma psicologico. Nel 2006 il vice-ministro della salute ceceno filo-russo disse che i bambini ceceni erano diventati un “esempio vivente” di cosa significa crescere con la minaccia costante della violenza e una povertà cronica. Nel 2007 il ministero degli interni ceceno aveva identificato 1000 bambini di strada e il numero è in aumento.

Secondo le statistiche ufficiali il tasso di disoccupazione in Cecenia nell’agosto 2009 era del 32,9%. Nonostante rimanga il secondo tasso più alto della Russia è stato quasi dimezzato rispetto al 2007. Molte persone sono senza casa perché distrutte dalla guerra e non hanno ricevuto i fondi per ricostruirle. Le infrastrutture distrutte nel corso delle due guerre non furono soltanto di tipo sociale come ospedali e abitazioni ma anche di tipo educativo e culturale. Tuttavia gli sforzi per la ricostruzione stanno procedendo più rapidamente rispetto agli anni passati, con la costruzione di nuove case, infrastrutture e strade nella gran parte della regione. Governo, società e commercio sono ancora schiacciati dalla corruzione, sequestri di persona, estorsioni e altre attività criminali; le stime russe affermano che la criminalità organizzata è due volte più forte della media e il governo è percepito come corrotto e incapace di dare risposte.

Centinaia di migliaia di ceceni sono stati sfollati durante il conflitto, la maggior parte all’interno della stessa Cecenia e nelle repubbliche confinanti, ma migliaia si sono spostati verso altri paesi, nel 2008 la maggioranza di questi risiedeva negli stati dell’Unione europea.

 

 

IMPATTO SULLA POPOLAZIONE RUSSA- apri qui

 

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Regioni del Caucaso settentrionale-
Chechnya = Cecenia
Kbh3rd – Opera propria
cartina da Wikipedia, prima guerra cecena

 

Dal 2005 la violenza si è estesa anche all’ Inguscezia ( è messa di traverso tra il nord Ossezia e la Cecenia- è in color senape ) e il Daghestan; il governo russo da parte sua ha esteso l’operazione di stabilizzazione al Caucaso del nord.

 

 

OSSEZIA DEL NORD ( è nel territorio della Russia, nella cartina non è mostrata )

cartina da :  https://www.balcanicaucaso.org/aree/Ossezia-del-Nord/Le-lingue-ossete-sono-in-pericolo-162250

nota dove è L’ABCASIA:: vedi al fondo

 

2009-2010

Gli attacchi terroristici a Nazran in Inguscezia e al Nevsky Express ( un treno espresso che attraversa la Russia da Pietroburgo a  Mosca in quattro ore senza fermate ) nel 2009 e nel 2010 l’attentato nella metro di Mosca e quello a Kizlyar (Daghestan) sono stati attribuiti ai separatisti ceceni.

La fine de facto del conflitto non è ancora conosciuta.

 

 

Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin - Anna Politkovskaja - copertina

Anna PolitkovskajaProibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Oscar Mondadori, 2022

 

Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja è stata ritrovata nell’androne della sua casa moscovita uccisa da quattro colpi di arma da fuoco. Dopo pochi giorni avrebbe pubblicato sul giornale «Novaja Gazeta» i risultati di una sconvolgente inchiesta sulle torture perpetrate in Cecenia dai russi – l’ultimo reportage di una carriera giornalistica sempre all’insegna del coraggio, della verità, della lotta per i diritti e la dignità umani, per la libertà e la democrazia. Quella che ancora, in Russia, non c’è. Testimone scomoda, sempre in prima linea, ha vissuto sulla propria pelle e raccontato al mondo senza mezzi termini i lati più oscuri della Russia post-sovietica, gli episodi più drammatici, dalla strage di bambini nella scuola di Beslan al sequestro di ostaggi al Teatro Dubrovka, alla guerra cecena. Questo volume raccoglie alcuni fra i suoi articoli più sconvolgenti ed emozionanti, racconti agghiaccianti che nella loro scarna obiettività rievocano episodi e tracciano ritratti di persone comuni travolte dalle tragedie della storia: la donna che allattava i piccoli ostaggi di Beslan, il bambino ceceno che a undici mesi si è visto rapire la mamma, la madre del guerrigliero “desaparecido”, le vittime della pulizia etnica a Mosca… Le parole della Politkovskaja rivelano il terrificante clima quotidiano di una Russia lacerata da violenze e soprusi che si vuole tenere nascosta.

 

 

 

 

LA STRAGE DI BESLAN– chi non la ricorda ?

 

La strage di Beslan è stato un massacro avvenuto fra il 1º e il 3 settembre 2004 nella scuola Numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso nella Federazione Russa, dove un gruppo di 32 terroristi, fondamentalisti islamici e separatisti ceceni ( indipendentisti ) occupò l’edificio scolastico sequestrando circa 1.200 persone fra adulti e bambini.

Due giorni dopo, quando le forze speciali russe fecero irruzione, ebbe inizio un massacro che causò la morte di più di trecento persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti.

 

 

L’OSSEZIA 

 

 

L’Ossezia è una regione storica del Caucaso settentrionale, al confine tra Russia e Georgia.

Questa piccola regione popolata da una etnia di stirpe iranica ha dato origine, dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, a due distinte entità: l’Ossezia Settentrionale-Alania, che è repubblica autonoma all’interno della Federazione russa e l’Ossezia del Sud.
La grande maggioranza è costituita da osseti, etnia di origini iraniche. Sono presenti piccole minoranze di varie altre popolazioni caucasiche, perlopiù di ceppo turco, e consistenti minoranze russe.
Lingue parlate sono il russo e l’osseto, lingua appartenente alla famiglia delle lingue iraniche

 

 

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UNA PARENTESI PER CHI MAI..

*** Letteratura

Esiste una vasta letteratura popolare a carattere essenzialmente orale e tradizionale. Il capolavoro della letteratura popolare osseta, che ha origine in antichissime saghe orali, è il Libro degli eroi, studiato da E. Dumézil. L’osseto, scritto in caratteri cirillici, ha dato origine a una letteratura nazionale solo a partire dall’era sovietica. Padre fondatore della prosa osseta è considerato Arsen Borisovič Kocoev (1872-1944).

  • Il libro degli eroi, a cura di E. Dumézil, Adelphi, Milano 1969
  • V. K. Miller, Studi Osseti, a cura di P. Ognibene, Mimesis, Milano 2004

 

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MAPPA DELLE DUE OSSEZIE
PANONIAN – Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Ossezia#/media/File:Ossetia01.png

 

 

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MAPPA DELLE TRIBU’  DELL’OSSEZIA UNITA SECONDO B.A.KALOEV
WikiEditor2004 – Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Ossezia#/media/File:Ossetian_tribes.png

 

 

***  FINE PARENTESI —

 

 

****Nell’Ossezia del sud nel 2022 dall’allora Presidente è stato proposto un referendum per unirsi alla Russia. Il nuovo presidente ha detto che certamente si farà,  ma deve essere meglio organizzato insieme alla Russia.

 

SPERANDO CHE SIA L’ULTIMO SPUNTO PER RIFLETTERE:

 

Abcasia  – vedi cartina

– Territorio appartenente alla Georgia, situato sul Mar Nero ai confini con la Russia, autoproclamatosi repubblica indipendente nel luglio 1992. Le vicende politiche dell’A. si intrecciano con quelle di un’altra piccola repubblica caucasica proclamatasi indipendente dalla Georgia nel 1991, l’Ossezia del Sud. Le due repubbliche hanno da subito goduto del sostegno economico, politico e militare di Mosca che ne ha appoggiato le istanze indipendentiste per frenare eventuali ambizioni di potenza della Georgia e riaffermare la sua influenza nel Caucaso, un’area decisiva strategicamente anche sotto il profilo energetico. Se la prima guerra abcaso-giorgiana (1991-1993) aveva lasciato inalterate le posizioni sul campo, nell’agosto 2008 il ripetersi di continue provocazioni tra Russia e Georgia ha provocato un nuovo conflitto noto come seconda guerra dell’Ossezia del Sud: tra il 7 e l’8 agosto la Georgia ha attaccato l’Ossezia meridionale bombardando la capitale Tskhinvali e provocando l’intervento di Mosca, che in pochi giorni ha sbaragliato le forze georgiane e occupato il territorio delle due repubbliche.

Rappresaglie su base etnica ai danni della popolazione civile hanno caratterizzato le ostilità coinvolgendo tutte le comunità nazionali, ma con la mediazione dell’Unione europea si è giunti rapidamente a un cessate il fuoco. La prova di forza di Mosca, le cui truppe sono arrivate a minacciare a pochi chilometri di distanza la capitale georgiana Tiblisi, è servita a lanciare un monito a Stati Uniti, Unione Europea e NATO per contrastare la politica di espansione a est e ribadire la legittimità della difesa anche armata degli interessi russi sui confini. A suggello di questa politica il 26 agosto 2008 il presidente russo Medvedev, invocando come precedente il riconoscimento da parte della comunità internazionale ( non della Russia ) del Kosovo, ha firmato il decreto di riconoscimento delle due repubbliche, seguito da Nicaragua, Venezuela e Nauru. Nell’ottobre del 2008 la Russia ha ultimato il ritiro delle sue truppe dalle due repubbliche, ma ha stretto importanti accordi militari che hanno previsto la creazione di alcune basi militari. Nel marzo 2012 si sono svolte in Abcasia, non riconosciute come legittime dall’Unione europea, le elezioni politiche.

 

da : 

TRECCANI, LESSICO DEL XXI SECOLO

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GIUNTI ODEON, FIRENZE :: Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto, Solferino 2025 — 26 gennaio 2026 – ore 18.00 — è presente Riccardo Luna, Autore — modera, Martina Pennisi, giornalista del Corriere – Intervengono Tomaso Montanari, Roberto Barbieri, direttore Oxfam Italia + al fondo –video sul libro, 20 dic 25 -con l’autore e altri

 

 

 

*** DAL FACEBOOK DI SALVATORE PENNISI, CHE RINGRAZIAMO !

— purtroppo non sono riuscita a sapere se sarà visibile su Internet al sito Giunti Odeon oppure Oxfam..o altro, pazienza.

 

 

 

Oxfam - NGO Working Group on Women, Peace and Security

Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo.

 

 

 

Qualcosa è andato storto - Riccardo Luna - copertina

 

Qualcosa è andato storto

 

 

 

Un viaggio che ricostruisce l’epopea della Silicon Valley, da quando gli imprenditori tecnologici sembravano tutti buoni fino al patto di Big Tech con la Casa Bianca di Donald Trump e alla tragica vicenda di Gaza, in cui l’uso dei social dal basso ha consentito di sconfiggere la censura e avviare una mobilitazione globale. Un segnale, forse, che nulla è del tutto compromesso e che siamo ancora in tempo per cambiare il futuro.

 

Per moltissimo tempo internet e il web sono sembrati il più formidabile strumento di progresso dell’umanità dai tempi dell’invenzione della carta stampata o dell’elettricità. Dovevano servire ad «abbattere muri e costruire ponti», motivo per cui si iniziò a parlare di «tech democracy», di una nuova stagione della democrazia potenziata proprio da internet, aperta alla partecipazione diretta dei cittadini e al loro controllo.

Era la nuova terra promessa, quella in cui saremmo stati tutti felici, finalmente. E invece,

ormai è chiaro, la rete si è trasformata nel più insidioso strumento per picconare le democrazie.

 

In vent’anni di vita social ci siamo persi per strada un’idea condivisa di futuro, inteso come un mondo migliore dove arrivare tutti assieme. Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata? Quando i bambini hanno smesso di sognare di essere astronauti e hanno iniziato a voler diventare influencer e creator? E perché? Ci siamo illusi o qualcuno ha truccato le carte del mazzo con cui stavamo giocando? Riccardo Luna pone queste e altre domande sull’identità del web oggi, e lo fa andando a ritroso fino alla sua nascita, quando non era ancora compromesso dall’eccesso di narcisismo alimentato dalla digital economy; e quando gli algoritmi non favorivano le fake news «perché fanno più traffico».

 

 

 

video, 1h ca-.-

pubblicato da :  FUTURE FOOD INSTITUTE

RICCARDO LUNA – SARA ROVERSI – DON MATTEO ZUPPI -MILENA GABANELLI 

https://www.youtube.com/@FutureFoodInstitute

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L’isola che non c’è — Edoardo Bennato nato a BAGNOLI 1946 –+ UN’IMMAGINE UNICA DI FELTRE + BAGNOLI E LA COPPA AMERICA 2026 ! — + IL MANIFESTO 18 dicembre 2025 di Fabrizio Geremicca, Dubbi sull’American’cup

 

 

 

 

 

 

EDOARDO BENNATO - Visit Feltre

fonte della foto : Visit Feltre

foto da Visit Feltre Facebook

Qui ha tenuto un concerto grandioso  il 25 agosto 2022 tornando a cantare a Feltre dopo 38 anni

 

Edoardo Bennato (Napoli, 23 luglio 1946) è un cantautore e polistrumentista italiano.

Nato a Bagnoli il 23 luglio 1946

 

 

 

 

BAGNOLI– Getty images / link sotto + wikipedia

 

Bagnoli,Italy

 

 

 

View of mountain village Bagnoli del Trigno with church Chiesa di San Silvestro and castle ruin Chiesa di San Silvestro, Bagnoli del Trigno, Molise, Italy

Vista dell’antica Bagnoli del Trigno, Molise – Con la Chiesa di San Silvestro e la Chiesa in rovine- Provincia di Isernia

 

 

 

 

NO VISTA PER LA DO !

Close-up of lizard on rock,Bagnoli Irpino,Avellino,Italy

una lucertola sulle rocce, Bagnoli Irpino, Avellino

 

 

 

Still Life dautunno,Close-up of walnuts on table,Bagnoli Irpino,Avellino,Italy

NATURA MORTA  CON NOCI E MANDORLE, MELE E UNA GRANDA ZUCCA, A SINISTRA O POMODORI E PEPERONCINI ROSSI SECCHI

 

 

 

 

Bagnoli Heads For The America's Cup: Coastal Reclamation Work Begins

BAGNOLI E LA COPPA D’AMERICA

 

Coppa America a Bagnoli: bonifiche e trasformazione urbana per il 2026;

Bagnoli accelera su bonifiche, metropolitana e pontili: un’occasione storica per trasformare il quartiere che è
una delle aree più degradate della città.

continua nel link di

 

SVN solovelanet

 

 

La Colmata a mare, l'area sulla quale dovrebbe sorgere il villaggio della Coppa America

La Colmata a mare, l’area sulla quale dovrebbe sorgere il villaggio della Coppa America

 

 

 

 

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 IL MANIFESTO  18 DICEMBRE 2025

https://ilmanifesto.it/tutti-i-dubbi-di-bagnoli-sullamericas-cup

 

 

Tutti i dubbi di Bagnoli sull’America’s cup

 

 

 

Le prime fasi di demolizione del pontile nell’area dell’ex Italsider di Bagnoli cui ha assistito il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, foto di Ciro Fusco/Ansa

Le prime fasi di demolizione del pontile nell’area dell’ex Italsider di Bagnoli cui ha assistito il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi – foto di Ciro Fusco/Ansa

 

 

Il pontone che draga la sabbia sotto il mare di Bagnoli prepara il campo alle barche che si sfideranno nell’America’s Cup che si disputerà a Napoli nel 2027 e necessitano di un fondale uniforme a – 6,50 metri. Per loro c’è anche il progetto di una scogliera frangiflutti lunga 1.360 metri, per delimitare un bacino di calma di circa 20 ettari e saranno installati pontili galleggianti. È iniziata pure la demolizione del pontile centrale dell’acciaieria che incarnò il sogno industriale di Napoli. Il primo a cadere sarà un grande cassone in cemento armato e collegato alla testa del pontile, costituito da una struttura in ferro. Ospitava potenti pompe le quali prelevavano l’acqua di mare che era utilizzata per il raffreddamento degli impianti. L’abbattimento è affidato a un macchinario munito di pinza che si muove a ritroso sul pontile. Secondo il progetto di rigenerazione urbana approvato nel 2019, e che dovrebbe restituire Bagnoli e il suo mare alla città, il pontile avrebbe dovuto essere demolito tra il 2028 e il 2029. Si farà prima, però, e la faccenda dovrebbe terminare entro febbraio perché urge l’America’s Cup.

GUARDANO DA LONTANO la gru del pontone e il cantiere del pontile anche gli attivisti di Villa Medusa, palazzina di inizio Novecento costruita sul lungomare tra Napoli e Pozzuoli e poi proprietà in abbandono del Comune di Napoli, che è autogestita dal 2013 con laboratori per bambini, ambulatorio popolare, teatro, corsi di danza. Per gli attivisti, a differenza che per Gaetano Manfredi (sindaco e commissario), cantore della rinascita «a vele spiegate e grazie all’America’s Cup» di Bagnoli, quel pontone e quel macchinario che pezzo dopo pezzo smonta il pontile centrale non promettono nulla di buono. Lo hanno raccontato ieri alla città nel corso dell’assemblea convocata per presentare l’esposto che si accingono a depositare in Procura della Repubblica. «Al posto delle bonifiche – denunciano – ecco America’s Cup e cemento».

 

IL PUNTO È che dietro quel pontile centrale, che entro la fine dell’inverno dovrebbe scomparire dalla vista di chi guarda verso Capri da Bagnoli, resta la colmata: 195.000 metri quadrati realizzati con scarti industriali negli anni Sessanta. Una legge dell’ormai lontano 1996 prevedeva il ripristino della linea di costa: l’eliminazione totale di quella propaggine. Poco più di un anno fa governo e Comune hanno concordato che invece sopravvivrà all’ottanta per cento e ci si limiterà a sigillarla. Spazio sottratto alla ipotesi di una grande spiaggia pubblica e regalato alle infrastrutture che saranno montate per l’America’s Cup proprio sulla colmata: hangar, officine, magazzini, aree per il personale tecnico e sportivo e l’America’s Cup Village. «Stanno adesso iniziando il capping», informano dal Commissariato per Bagnoli.

SI STENDONO TRE TELI geotermici sulla colmata allo scopo di isolare la superficie dagli strati inquinati. Fa pensare al metodo della polvere sotto al tappeto, ma Manfredi giura che funzionerà. «Qui sotto – ha raccontato nel giorno dell’avvio dei lavori – ci sono tredici metri di materiali. Ebbene, per lo più sono inerti. Solo in aree limitate c’è presenza di idrocarburi». A Villa Medusa sono di tutt’altro avviso. «La mancata preventiva bonifica dell’area antistante l’ex area industriale – recita un passaggio della denuncia – unitamente alla movimentazione del materiale presente sul fondale marino, non tenendo conto delle sostanze pericolose che giacciono in loco, rappresenta un pericolo per la salute e per l’ambiente». Gli attivisti citano la consulenza che redasse per il Tribunale di Napoli, in occasione del processo sulla mancata bonifica di Bagnoli, il geologo Galli: «La situazione di Bagnoli è fortemente compromessa, prevalentemente nell’area antistante l’impianto industriale dell’Italsider, con concentrazioni elevate di idrocarburi policiclici aromatici». Contestano l’utilizzo di 152 milioni di euro «per lavori che non garantiranno alcuna bonifica reale e potrebbero perfino peggiorare la situazione d’inquinamento».

NON SONO GLI UNICI ad avanzare dubbi. Circa due mesi fa Vincenzo De Luca, che all’epoca era ancora presidente della giunta regionale della Campania, ha annunciato una relazione all’Anac. Critica l’affidamento dei lavori al raggruppamento Deme, che aveva vinto l’appalto per la rimozione parziale della colmata e la bonifica dei fondali di Bagnoli nel 2014. All’epoca non era stato stipulato il contratto e il ministero delle Infrastrutture aveva giustificato tale inerzia con la mancanza di un parere del ministero dell’Ambiente. Il 20 aprile 2021 aveva poi revocato l’aggiudicazione della gara «per la sussistenza di motivi di interesse pubblico».

Tra essi, «la difformità della soluzione tecnica di risanamento prevista dal progetto Dec (poi diventata Deme Environmental) rispetto alle alternative soluzioni prefigurate nel Progetto di fattibilità tecnico economica di Invitalia e l’incoerenza tra le previsioni del progetto Dec e quelle del Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana». Deme aveva presentato ricorso al Tar, che lo aveva respinto, e poi al Consiglio di Stato, che lo ha accolto due anni fa.

Secondo De Luca, però, ci si sarebbe dovuti limitare a contrattualizzare Deme per le opere previste nel 2014 e per le quali aveva vinto la gara di appalto e non affidarle interventi all’epoca neppure preventivati e pari «a più del triplo delle opere per cui aveva partecipato alla gara». Materia di riflessione per Roberto Fico, il nuovo presidente della giunta campana, che su Bagnoli si è finora adeguato a tutto ciò che ha detto e fatto Manfredi.

Aggiornamenti17/12/2025, 19:23 articolo aggiornato

 

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video, 36 min. –Passato e Presente — Otello Sarzi. Burattini ribellIi– DICEMBRE 2025 –Paolo Mieli e David Bidussa

 

 

 

 

RAIPLAY.IT –-dicembre 2025

se vuoi, apri qui:

https://www.raiplay.it/video/2025/12/Passato-e-Presente—Otello-Sarzi-Burattini-ribelli—09122025-7f4f49a8-0118-4915-b9de-07efdd57a862.html

 

 

 

Artista ribelle e visionario, figlio di una dinastia di teatranti girovaghi, Otello Sarzi cresce tra burattini e palchi improvvisati. Gli ideali antifascisti lo portano a imbracciare le armi nella Resistenza, accanto a Dante Castellucci “Facio” e ai fratelli Cervi. Dopo la guerra non abbandona la passione civile: nel 1957 fonda a Roma il Teatro Sperimentale dei Burattini e delle Marionette, portando sul palco Brecht, Beckett, Kafka e Majakovskij. Con lui, il teatro di figura smette di essere “minore” e diventa linguaggio poetico, politico e universale. Negli anni Sessanta arriva la televisione: le sue creature di gommapiuma e lattice conquistano il piccolo schermo, aprendo la strada alla prima TV per ragazzi. Un percorso che si intreccia idealmente con il pensiero di Gianni Rodari, con cui Sarzi condivide la convinzione profonda che l’immaginazione sia, prima di tutto, una forma di libertà e di resistenza. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.

 

 

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Mauro Biani  @maurobiani / link X sotto — 5.36 stamattina _- #AlbertoTrentini è #libero. Scusate l’orario, ma era l’ora. Che gioia. da Repubblica, 12 gennaio 26 + altra immagine

Mauro Biani  @maurobiani

#AlbertoTrentini è #libero
Scusate l’orario, ma era l’ora.
Che gioia.

 

 

bellissima ! grazie caro Mauro.

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+++ CHIARA CRUCIATI, Mehmed Uzun, un destino nel pozzo della cultura curda — Il romanzo “Il pozzo del destino” di Mehmed Uzu. Vita di Celadet Alî Bedirxan — – IL MANIFESTO DEL 8 NOVEMBRE 2022 + altro

 

 

 

 

Il pozzo del destino. Vita di Celadet Alî Bedirxan - Mehmed Uzun - copertina

Il pozzo del destino. Vita di Celadet Alî Bedirxan

 

 di Mehmed Uzun (Autore) 

 

«Con l’edizione italiana di Il pozzo del destino di Mehmed Uzun (1953-2007), presentiamo un nuovo volume nella serie di letteratura kurda la cui realizzazione è stata resa possibile grazie a un progetto coordinato dal- l’ISMEO – Associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente, coeditore del presente volume, e dall’Istituto internazionale di cultura kurda (Roma)[…].

Il pozzo del destino è un romanzo storico incentrato sulla biografia di Celadet Alî Bedirxan, personaggio chiave del Novecento kurdo. Come nota nel suo saggio introduttivo Francesco Marilungo, il giovane kurdologo italiano che ha egregiamente tradotto e curato il romanzo, in esso viene a crearsi una sorta di sovraimpressione fra le figure di Bedirxan e Uzun: il secondo scrive il romanzo che il primo avrebbe voluto scrivere e non ha potuto. Dopo il processo del 1976, quando Uzun capisce che solo dall’esilio potrà essere utile alla causa, sulla via che lo condurrà in Svezia si trattiene ancora per qualche settimana a Damasco, per una sorta di immersione finale nel passato plurisecolare delle migrazioni kurde. […] Attraverso la sua prosa e i suoi ragionamenti, Uzun indica nella lingua, strumento della narrazione collettiva, l’unica via di riscatto, l’unica possibilità di rompere l’isolamento.


È un compito che generazioni di letterati kurdi – da Eh- medê Xanî a fine Seicento fino ai fratelli Bedirxan nella prima parte del Novecento e a Sharko Bekas nell’epoca a noi contemporanea (si veda in questa stessa collana: L. Schrader, Sherko Bekas. Scintille di mille canzoni, Il Novissimo Ramusio 4, Roma 2017) hanno sentito come compito principale dello scrittore kurdo, vale a dire il contributo alla creazione di una letteratura nazionale in una varietà linguistica comprensibile al maggior numero possibile di Kurdi.» (dall’introduzione di Adriano V. Rossi, Presidente ISMEO)

IL MANIFESTO DEL 8 NOVEMBRE 2022
https://ilmanifesto.it/mehmed-uzun-un-destino-nel-pozzo-della-cultura-curda

 

 

Mehmed Uzun, un destino nel pozzo della cultura curda

 

NARRATIVA. Il romanzo “Il pozzo del destino” di Mehmed Uzun (edito dall’Istituto Kurdo e realizzato insieme all’Ismeo) rappresenta un viaggio nella prima metà del Novecento curdo, attraverso la storia di uno dei massimi esponenti del movimento di liberazione e della cultura curda, Celadet Ali Bedirxan

Mehmed Uzun, un destino nel pozzo della cultura curda

L’installazione di Jala Wahid, “Newroz” 2019

Jala Wahid ( nata nel 1988 ) è un’ artista curdo-inglese che abita a Londra.

 

Sedici fotografie per mezzo secolo di vita, impressioni sulla carta di una vita in esilio: è Il pozzo del destino, romanzo di Mehmed Uzun, tradotto da Francesco Marilungo ed edito dall’Istituto Kurdo (pp. 368, euro 30).

Realizzato insieme all’Ismeo, il romanzo è un viaggio nella prima metà del Novecento curdo, attraverso la storia di uno dei massimi esponenti del movimento di liberazione e della cultura curda, Celadet Ali Bedirxan, principe, intellettuale, editore.

 

 

Celadet Bedir  Bedirxan  ( 1893 – 1951 )

 

Colui che, attraverso le visionarie ma sfortunate riviste Hawar e Roja Nu, tenterà la prima ufficializzazione di una lingua fino ad allora senza dizionario, idioma tramandato oralmente insieme alle epiche dei suoi eroi, a storie d’amore e geografie.

 

UZUN DIALOGA con Bedirxan lungo tutto il libro, regalandogli il romanzo che il principe non era mai riuscito a mettere su carta: alla narrazione del romanziere si intervalla la voce in prima persona di Celadet che lo corregge, lo approva, dà profondità a un racconto che segue due linee, quella temporale (dalla nascita nel 1893 alla morte nel 1951) e quella geografica, viaggio senza meta da Istanbul alla Germania, dall’Egitto a Beirut fino all’approdo damasceno, in costante fuga dalla repressione dell’aspirazione nazionale curda e dal proprio baratro interiore, l’incapacità di percorrere davvero la via verso casa.

 

Lo scrittore curdo Mehmed Uzun

 

 

«IL POZZO DEL DESTINO» è una grande saga familiare, in cui ogni epoca è definita da una fotografia, ed è la storia di un popolo, quello curdo, separato dai confini di quattro nazionalismi e preda di divisioni interne e apatie. In tale contesto di disperata paralisi, la lingua, lo studio, la catalogazione, l’ufficializzazione sulle pagine di una rivista – diviene il solo mezzo che Celadet e i suoi compagni letterati hanno per garantire la sopravvivenza alla propria gente.

Una fonte di identità che spezzi l’isolamento politico e li mostri all’esterno come entità reale, concreta.E con una propria memoria: il pozzo, in curdo bir (la stessa parola usata per indicare la memoria), accompagna il girovagare inquieto di Celadet Ali Bedirxan in ogni casa che prova a costruire lontano dalla propria terra. C’è un pozzo in ogni città attraversata, da quello che assiste allo spegnersi dolce e indolore dei genitori a quelli che, in Egitto e a Damasco, tentano invano di far sbocciare i colori e gli odori dei giardini curdi. Fino all’ultimo pozzo e all’ultima fotografia.

 

 

TRECCANI

Uzun, Mehmed

Lessico del XXI Secolo (2013)

Tu" di Mehmet Uzun in libreria | Kaleydoskop

FOTO : https://kaleydoskop.it/in-italia/tu-di-mehmet-uzun-in-libreria/

UzunMehmed. – Scrittore e saggista (Siverek 1953 – Diyarbakır 2007), considerato tra i più importanti autori di lingua curda. Dopo essere stato incarcerato due volte con l’accusa di separatismo, si rifugia prima in Siria e poi in Svezia, dove nel 1977 gli viene concesso l’asilo politico. Privato della cittadinanza turca nel 1981 per un articolo apparso in Svezia a difesa degli intellettuali turchi incarcerati dopo il colpo di stato del 1980, U. ritorna in Turchia per la prima volta nel 1992 e poi definitivamente soltanto nel 2005. Al romanzo d’esordio «Tu » (Tu), del 1984, ne seguono altri sei, tra cui Siya Evînê («All’ombra di un amore perduto, 1989»), con cui s’impone all’attenzione di pubblico e critica. Al centro delle narrazioni di U. ci sono temi quali l’amore, la lotta politica, i conflitti e la memoria. In tutti i suoi lavori, permeati da un profondo senso di sradicamento, sofferenza e nostalgia, U. dà voce alle storie dimenticate del popolo curdo attingendo ai ricordi della sua infanzia, ma anche passando al setaccio la letteratura orale tramandata dai dengbêj, i trovatori curdi. U. scrive in curdo kurmanji, sua lingua madre, il cui uso è stato a lungo scoraggiato in Turchia e ufficialmente vietato tra il 1983 e il 1991.

Oltre a scrivere romanzi, U. ha condotto un lavoro di ricerca volto al recupero della lingua e della cultura curda, curando, tra le altre cose, un’antologia di letteratura curda, Antolojiya edebiyata kurdî (1995), e numerosi saggi, molti dei quali scritti in turco. I lavori di U., tradotti in turco, sono stati messi al bando in Turchia per molti anni.

Ancora nel 2001 fu accusato di incitamento al separatismo, dopo la ristampa della collezione di saggi Nar Çiçekleri («Fiori di melograno», 1995) e dell’apparizione nel 2000 della traduzione turca del romanzo Ronî mîna evîne tarî mîna mirinê («Luminoso come l’amore, buio come la morte», 1998), narrazione allegorica del conflitto tra curdi e turchi attraverso la storia d’amore tra una giovane guerrigliera e un militare.

Nel 2002 U. ha subito un’analoga accusa per la raccolta Bir Dil Yaratmak («Inventare una lingua, 2001»), contenente una serie di sue interviste sulla cultura curda e sulla necessità di creare anche una letteratura in lingua curda. L’ultimo romanzo che U. ha completato prima della sua prematura scomparsa è il magnum opus Hawara Dîcleyê («Il grido del Tigri», 2001), un viaggio nelle molteplici culture della Mesopotamia e dell’Anatolia del 19° sec., da lui considerato il suo testamento spirituale.

 

DA :

https://www.treccani.it/enciclopedia/mehmed-uzun_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

 

 

SIVEREK DOVE  E’ NATO LO SCRITTORE UZUN MEHMET
foto da  ::  https://www.polarsteps.com/

 

 

 

Şanlıurfa ilinin siyasi haritası

mappa della provincia di  Şanlıurfa sud -est della Turchia
SIVEREK NELLA PROVINCIA DI  Şanlıurfa – al confine con la Siria

 

 

 

 

Sanlurfa o Sanli Urfa – la prima città sopra la Siria

 

 

 

LA PROVINCIA DENTRO LA TURCHIA

 


 

 

DIYARBAKIR — QUALCHE  IMMAGINE

 

 

Turkey, Diyarbakir, view to city wall

mura della città antica

 

 

16th century Hasanpasha Han in Diyarbakir, Turkey

 

 

 

Entrance of Hasanpasha Han in Diyarbakir, Turkey

due foto sopra sono:

un esempio del tipico stile   ( 16 ° secolo ) della città

 

 

 

 

ponte malabadi. diyarbakir - turchia - diyarbakir foto e immagini stock

Il ponte fu costruito tra il 1146 e il  1154  commissionato da Temür-Tash di Mardin,
Con una lunghezza di 281,67 metri e una larghezza di 7,15 metri, è il ponte ad arco in pietra più lungo del mondo, con un arco a punta che misura 40,86 metri di larghezza e di altezza 24.50 m. sopra il livello dell’acqua. Per la sua ingegnosità è stato inserito nei siti del Patrimonio dell’Umanità della Turchia nel 2016.

 

 

Turkey, Diyarbakir, Hotel Büyük Kervansarayun hotel ricavato nel caravanserraglio

 

behrampasha mosque interior in diyarbakir, turkey - diyarbakir foto e immagini stock

Interno della moschea di Behrampasha

 

 

Zerzevan Castle, an ancient fortification from the period of Eastern Roman Empire located on Diyarbakir, Turkey

resti romani

 

 

Historic structures in Diyarbakir covered in snow

La neve a Diyarbakir

 

 

Historic structures are covered in snow in the central Sur district of Diyarbakir, Turkiye on January 02, 2025. Historical and cultural sites such as...

 

 

 

Historic structures are covered in snow in the central Sur district of Diyarbakir, Turkiye on January 02, 2025. Historical and cultural sites such as...

 

 

 

 

Historic structures are covered in snow in the central Sur district of Diyarbakir, Turkiye on January 02, 2025. Historical and cultural sites such as...

 

 

 

turkey, diyarbakir, row of capitals of ulu camii - diyarbakir foto e immagini stock

capitello della Grande Moschea di Ulu Camii che si trova sulle mura del Castello di Diyarbakır , a ovest dell’asse che collega la Porta Harput e la Porta Mardin .

foto sopra da GETTY IMAGES *** torneremo, visto due della 100 pagine di foto  della città

 

 

 

 

segue da :  https://tr.wikipedia.org/wiki/Diyarbak%C4%B1r_Ulu_Camii#/media/Dosya:Diyarbak%C4%B1r_Ulu_Cami_s%C3%BCsleme.jpg

 

indefinito

Grande Moschea, Diyarbakir

 

 

Colonne della moschea

Colonne della moschea

colonne della moschea


foto sopra di Cemallamec – Opera dell’autore del caricamento

 

 

Si ritiene che il rilievo di un leone e di un toro sulle pareti esterne della moschea simbolizzi l'arrivo dell'estate: il leone rappresenta la costellazione del Leone e l'estate, il toro rappresenta la costellazione del Toro e l'inverno.

Si ritiene che il rilievo di un leone e di un toro sulle pareti esterne della moschea simbolizzi l’arrivo dell’estate: il leone rappresenta la costellazione del Leone e l’estate, il toro rappresenta la costellazione del Toro e l’inverno. Decorazione del cancello d’ingresso della Grande Moschea di Diyarbakır

Chansey – Opera dell’autore del caricamento

chiara azzarda : sembra un disegno del Primo Novecento- cubista

 

DIYARBAKIR — DISTRETTO DI — DOVE LO SCRITTORE E’ MORTO NEL 2007

 

 

 

DIYARBAKIR (Turchia)  –LA PRIGIONE

 

 

Diyarbakir, Turchia

La Turchia vanta record poco invidiabili circa il rispetto dei diritti umani ma, all’interno delle sue prigioni, le cose stanno anche peggio. Le condizioni a Diyarbakir sono così estreme che i detenuti hanno tentato di tutto, dagli scioperi della fame all’impiccagione, per cercare di attirare l’attenzione sulle atrocità commesse in questo luogo. Tuttavia, finora, il governo turco non ha fatto molto per migliorare condizioni tanto drammatiche.

 

DAL LINK SOTTO::

L’inferno in terra: 10 tra le peggiori carceri del mondo

 

 

 

anche qui forse una con l’atra si compensano

 

 

 

LA PROVINCIA DI DIYARBAKIR NELLA TURCHIA

 

Diyarbakır o Diyarbekir (turco-ottomano Diyar-i Bekr دیاربکر, ‘terra dei Banu Bakr’curdo Amedsiriaco ܐܡܝܕ Āmîḏgreco Ἄμιδα Amidaarmeno Ամիդ Amid) è una città del sudest della Turchia, situata lungo le sponde del fiume Tigri, e capoluogo della provincia omonima.

È nota principalmente come città di interesse culturale, per il suo ricco folclore e per la produzione di angurie.

È inoltre una delle città turche a contare la maggior presenza di curdi, tanto da essere talvolta definita, dai curdi stessi e da alcuni osservatori esterni, come “la capitale del Kurdistan turco”.

SEGUE +++ interessante:
https://it.wikipedia.org/wiki/Diyarbak%C4%B1r

 

LE DUE PROVINCE O DISTRETTI , UNA DOVE E’ NATO E L’ALTRA DOVE E’ MORTO, SEMBRANO ABBASTANZA PROSSIME,  ENTRAMBE FANNO PARTE DELLA TURCHIA DELL’EST

 

Mappa da Siverek a Diyarbakır

TRA LE DUE CITTA’ — DIVEREK E DIYARBAKIR –SEMBRA CHE CI SIANO 84,5 km

 

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Gustave Doré ( Strasburgo, Francia, 1832 – Parigi, 1883)– Illustrazione del canto 31 del Paradiso, versi 1-3– ( 1868 ) + altri versi molto belli.. con la parafrasi.

 

 

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la ’nnamora
e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva
che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.

 

La comunità dei beati (la milizia santa) che Cristo unì a sé (fece sposa)
morendo sulla croce (nel suo sangue) mi appariva (mi si mostrava)
dunque nell’aspetto (forma) di una candida rosa;

ma quella degli angeli (l’altra [milizia]), che volando contempla (vede)
e celebra la gloria di Dio che la attrae col suo amore (colui che la ’nnamora)
e la suprema bontà che la creò così nobile e bella (che la fece cotanta),

come uno sciame d’api ora (una fïata) si immerge nei fiori (s’infiora)
e ora (e una) ritorna all’alveare (là) dove il nettare faticosamente raccolto (suo laboro)
si trasforma in saporoso miele (s’insapora),

così discendeva nella grande rosa (gran fior) che si adorna di petali (foglie) tanto numerosi, e di lì (quindi) risaliva verso la sede perpetua dell’amore divino (là dove ’l süo amor sempre soggiorna).

 

da :

chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.edu.lascuola.it/edizioni-digitali/DivinaCommedia/data/files/m2_3/para_31.pdf

*** nel link tutto il canto e la parafrasi

 

 

GUSTAVE DORE’

 

Illustration zum Paradiso, 31. Gesang, Vers 1–3 a Gustave Doré

 

 

da:

https://www.copia-di-arte.com/a/dore-gustave/illustration-zum-paradiso.html

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Letterati——————————–bardelli

 

 

paso doble

 

 

Cara Chiara, hai osservato che i miei disegnini sono piuttosto lugubri. Spero che questi siano più allegri.

 

 

La famiglia. Papà e mamma sono chiaramente dei letterati. Il figlio per adesso un po’ meno

 

 

Un uomo di lettere

 

 

 

Altro uomo di lettere

 

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11 gennaio 1999 — Fabrizio de André muore all’Istituto dei Tumori a Milano — ha 58 anni – 13 gennaio, funerale a Genova alla Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano

 

 

 

 

 

Fabrizio De André

 

L’11 gennaio 1999 alle ore 2,30 di notte Fabrizio De André muore stroncato da un carcinoma polmonare, all’Istituto dei Tumori di Milano dove era ricoverato da qualche tempo.

Al capezzale del cantautore, c’erano la moglie Dori Ghezzi, il figlio Cristiano e la figlia Luvi. “Papà è morto serenamente”  ha detto Cristiano. “Gli eravamo accanto, gli stringevamo le mani”.

da : https://biografieonline.it/biografia-fabrizio-de-andre

 

 

[1978]
Testo e musica di Fabrizio De AndréMassimo Bubola

 

tratta da una antica rima popolare genovese: riportiamo  la versione in lingua genovese di questa antica rima, seppur le strofe non siano esattamente le stesse, ma abbiano come comune denominatore le guerra e la morte:

 

vorta la carta e se vedde a morte
A morte a scure a gente
vorta la carta e se vedde ciu niente.

 

da:

canzoni contro la guerra
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=39290&lang=it

 

 

 

Rimini  Volta la carta

 

per chi volesse, edizione di Volta la carta di Fabrizio con PFM

 

 

C’è una donna che semina il grano
volta la carta si vede il villano
il villano che zappa la terra
volta la carta viene la guerra
per la guerra non c’è più soldati
a piedi scalzi son tutti scappati

Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più
carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più.

C’è un bambino che sale un cancello
ruba ciliegie e piume d’uccello
tirate sassate non ha dolori
volta la carta c’è il fante di cuori
Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
volta la carta il gallo si sveglia.

Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
ha una collana di ossi di pesca la gira tre volte in mezzo alle dita
ha una collana di ossi di pesca la conta tre volte intorno alle dita.

Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
gli inzucchera il naso di torta di mele
Mia madre e il mulino son nati ridendo
volta la carta c’è un pilota biondo
Pilota biondo camicie di seta
cappello di volpe sorriso da atleta

Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more.
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra che gira che gira che parla d’amore.

Madamadorè ha perso sei figlie
tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
volta la carta e paga il riscatto
paga il riscatto con le borse degli occhi
piene di foto di sogni interrotti

Angiolina ritaglia giornali si veste da sposa canta vittoria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria
chiama i ricordi col loro nome volta la carta e finisce in gloria.

inviata da DonQuijote82 – 27/9/2011 – 17:16

 

 

 

TAROCCHI 

 

Quattro carte dei tarocchi della Morte del XV secolo

  1. da sin. — tarocchi italiani della metà del XV secolo
    2. I Tarocchi Visconti-Sforza, c.1460
    3.  una delle quattro carte nel Victoria and Albert Museum
    4. il mazzo Cary-Yale Visconti

 

 

Tarocchi Visconti-Sforza-

se vuoi, apri qui

 

Il mazzo di tarocchi fu creato nell’Italia del XV secolo come gioco di carte riservato all’aristocrazia. Solo secoli dopo venne associato ai segreti occulti, alla divinazione e al potere del destino.

Tali carte erano dipinte a mano da alcuni dei migliori artisti dell’epoca. I tarocchi della Morgan furono probabilmente creati da Bonifacio Bembo per la famiglia Visconti-Sforza e costituiscono uno dei mazzi di carte più completi sopravvissuti del XV secolo.

 

 

da : 

THE MORGAN LIBRARY MUSEUM
https://www.themorgan.org/collection/tarot-cards

 

 

 

 

13 gennaio 1999

 

 

 

 

foto da Repubblica.it

 

 

 

Fabrizio De André PFM in concerto: 18 canzoni

Firenze e Bologna, 13-14-15-16 gennaio 1979

 

Bocca di rosa
F. De André | G.P. Reverberi | F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Andrea
F. De André | M. Bubola
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Giugno ’73
F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Un giudice
F. De André | N. Piovani | F. De André | G. Bentivoglio
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

La guerra di Piero
F. De André
Leonardi Edizioni S.r.l. | La Cascina Ed. Musicali S.a.s.

Il pescatore
F. De André | G.P. Reverberi | F. Zauli | F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Zirichiltaggia (baddu tundu)
F. De André | M. Bubola
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

La canzone di Marinella
F. De André
Leonardi Edizioni S.r.l. | La Cascina Ed. Musicali S.a.s.

Volta la carta
F. De André | M. Bubola
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Amico fragile
F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Avventura a Durango
(Or. Romance in Durango di B. Dylan | J. Levy)
Testo italiano di F. De André | Massimo Bubola
Sony Atv

Presentazione

Sally
F. De André | M. Bubola
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Verranno a chiederti del nostro amore
F. De André | N. Piovani | F. De André | G. Bentivoglio
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Rimini
F. De André | M. Bubola
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Via del Campo
E. Jannacci | F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l. | Nuvole Ed. Musicali S.a.s. | Impala Ed. Musicali S.r.l.

Maria nella bottega del falegname
F. De André | G.P. Reverberi | F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

Il testamento di Tito
F. De André | C. Castellari | F. De André
Universal Music Publishing Ricordi S.r.l.

 

 

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video, 0.52 -GENOVA, Salita e visita alla Basilica di Carignano – Genova + La Famiglia Sauli di Genova

 

 

 

KALATA’. IT

https://www.youtube.com/@kalata_it

 

 

 

Unica chiesa del Rinascimento genovese, la Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano è progettata a partire dal 1549 dall’architetto perugino Galeazzo Alessi, che la concepisce come grandiosa chiesa gentilizia per la nobile famiglia dei Sauli. La sua posizione, sulla collina di Carignano, la rende uno degli elementi maggiormente riconoscibili della città e il più affascinante belvedere di Genova.

Scopri la storia di questo gioiello dell’architettura, espressione della più grande, facoltosa e colta società della Genova rinascimentale e poi barocca e raggiungi gli antichi camminamenti panoramici – finora mai aperti al pubblico – che lo caratterizzano, per ammirare il territorio, dalla Lanterna fino al promontorio di Portofino.

Biglietteria online: https://kalata.it/esperienza/basilica… Per informazioni: booking@kalata.it 0174/330976 (anche WhatsApp)

 

 

NOTA SULLA FAMIGLIA SAULI:  DA TRECCANI

Famiglia originaria di Lucca; cacciata per guelfismo (1316), riparò a Genova, dove fece fortuna nei commerci, specie della seta, e si distinse per fasto e mecenatismo: si ricorda Bandinelli, ambasciatore e politico, che nel 1461 decise di far erigere la basilica di S. Maria di Carignano, con cospicuo lascito. La famiglia dette alla Repubblica 29 senatori e tre dogi biennali; alla Chiesa tre cardinali, tra cui Bandinelli (m. 1518), implicato nella famosa congiura contro Leone X.

 

 

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

RESIDENZA BANDINELLI SAULI

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA VILLA SAULI – SECOLO XVI

palazzo sauli bis

Fu edificata su progetto di Galeazzo Alessi ed intorno ad essa esisteva un grande parco conosciuto come “Orti Sauli”, la villa era conosciuta come “La Vigna” perché la sua facciata era decorata a tralci di vite, nell’ottocento perse i suoi giardini–

C’ERA UNA VOLTA VILLA SAULI

 

 

 

Palazzo Sauli portico

da : https://www.museidigenova.it/it/palazzo-sauli

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MinervaArmata @MinervaArmata – 9 gennaio h. 17.55 — Una foto straordinaria della Basilica romana di Santa Maria in Ara Coeli a Roma — grazie Minerva dis- Armata

 

 

link X di MINERVA ARMATA

#Roma #buonaserata #goodnigh

MinervaArmata @MinervaArmata

 

 

 

 

 

 

 

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GRIPPO AL TEI / vedi sotto — — Sul ponte di Perati – testo e storia della canzone ( Canzoni contro la guerra ) +altro

 

 

 

 

 

Sul ponte di Perati, bandiera nera:
L’è il lutto degli alpini che va a la guera.
L’è il lutto degli alpini che va a la guera,
La meglio zoventù che va sot’ tera.

Sull’ultimo vagone l’è l’amor mio,
Col fazzoletto in mano mi dà l’addio.
Col fazzoletto in mano mi salutava
E con la bocca i baci la mi mandava.

Con la bocca i baci la mi mandava
E il treno pian pianino s’allontanava.
Quelli che son partiti, non son tornati:
Sui monti della Grecia sono restati.

Sui monti della Grecia c’è la Vojussa,
Col sangue degli alpini s’è fatta rossa.
Un coro di fantasmi vien zo dai monti
È il coro degli alpini che sono morti.

Alpini della Julia in alto il cuore
Sui monti della Grecia c’è il tricolore.
Gli alpini fan la storia, ma quella vera
Scritta col sangue lor, e la penna nera.

 

nota sul canto-
da:

Canzoni contro la guerra

 

Il ponte di Perati. 1940.

Il ponte di Perati. 1940.

 

Il seguente è il dolentissimo canto degli Alpini della divisione “Julia”, impegnata nella disgraziata spedizione italiana in Grecia dell’autunno e inverno 1940/41 voluta da un fanfarone romagnolo di cui non ricordo il nome. Gli Alpini furono mandati al macello nei Balcani; “Perati” era il villaggio di Perat (che nel canto, secondo l’uso locale, è nominato con l’articolo determinato albanese -i, quasi fosse “il Perat”) presso la frontiera greca, sul fiume Sarandaporos, tributario della Voiussa (in albanese Vjosë o Vjosa, in greco Αώος [Aóos]). Nel prosieguo della guerra, Perat fu completamente distrutto e abbandonato; il ponte rimase anch’esso distrutto. Considerato “disfattista” e “sovversivo” dal regime fascista italiano, il canto fu severamente censurato e infine del tutto proibito.

Il canto sembra riprendere un canto anteriore, risalente alla Grande guerra, intitolato Sul ponte di Bassano; ma tale canto non ha nulla a che vedere con l’omonimo e più noto canto popolare (“Sul ponte di Bassano / là ci darem la mano”…).

La struttura e la melodia del canto furono utilizzate per diversi altri canti consimilari, o meglio, ricalcati (tra i quali Sul ponte fiume Sangro e Ponte di Cossano), nonché per il canto partigiano Pietà l’è morta, scritto da Nuto Revelli. [RV]

Toni Pusceddu ci ha inviato delle foto che mostrano cosa rimane oggi del ponte di Perati

 

 

 

 

****************

 

segue da : https://www.al-tei.it/progetto-al-tei/

GRUPPO E SUA ORIGINE :  AL TEI  – il tiglio

 

tutti

Al Tei in ladino significa “il tiglio”, l’albero che i Celti piantavano al centro del villaggio alla nascita di una nuova comunità. Al Tei significa valori comuni di appartenenza, vicinanza di culture lontane geograficamente, che sanno raccontare la stessa storia.

La formazione Al Tei nasce nel 1999 e prende vita sotto i rami del tiglio simbolico, dall’unione di musicisti provenienti da esperienze, background, interessi anche radicalmente diversi. Un incontro di generi e stili differenti fra loro, che dà forma all’originalità del gruppo.

 

altei in montagna

 

L’innovativo e unico insieme di composizioni originali nasce da una profonda, seria ricerca storica e musicale nell’ambito della musica popolare e folk. Parte dalle Dolomiti, dalla provincia di Belluno, per allungare i propri rami a tutta la tradizione popolare europea. Dall’amore per la ricerca sulla tradizione è nato e cresciuto negli anni un repertorio che presenta una grande varietà di temi, melodie, musiche e canzoni popolari. Appartenenti alla tradizione, recuperati, arrangiati e riproposti in chiave personale anche grazie alla varietà degli strumenti, che danno vita a sonorità intense: arpa, chitarra, flauti, organetto diatonico, dulcimer, cornamuse, percussioni, violino, mandola, contrabbasso, e altri ancora a seconda della formazione, accompagnano le voci.
Il lungo lavoro degli Al Tei, con curiosità, passione, apertura al confronto e all’ascolto, ha portato alla realizzazione di una decina di cd e di tanti concerti in Italia e all’estero, tra teatri, sale, chiese e castelli, fino ai festival e alle rassegne più prestigiose.

Per rimanere aggiornato sulla nostra attività musicale, puoi visitare anche il nostro profilo facebook:

https://it-it.facebook.com/alteimusica/

 

 

per chi mai volesse:

Sul ponte di Perati – del Coro Grigna – postato dagli Alpini Cesano + altro : sulla guerra in Albania e Grecia, autunno/ inverno 1940/ 41

 

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