da : Reels – link sotto– da : Otto e mezzo — Bersani racconta la sua ” briga ” con Vannacci ..

 

 

video, pochi minuti

https://www.facebook.com/reel/2086226235665264

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Buitengebieden @buitengebieden/ LINK X SOTTO — 14 giugno 2026 – 7.14 — grazie grazie ! Un elefantino alla scoperta della sua proboscide.. stupendo !

 

 

 

 

LINK X

Buitengebieden @buitengebieden

 

 

 

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ruggiero filannino @ruggierofilann4– Vieste, incantevole perla del Gargano — 9.07 — 14 giugno 2026 – grazie infinite della bellezza che condividi sempre, ciao + cartine

 

 

 

 

** per chi mai volesse vederne due.. uguali !

 

 

link X  di

RUGGIERO FILANNINO

ruggiero filannino @ruggierofilann4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine

si vede un po’ anche l’interno del paese..

 

 

 

CARTINE PUGLIA- VIESTE- GARGANO

 

 

CARTINA DELLA PUGLIA – LINK ItaliaDaScoprire

 

 

Cartina della Puglia

 

VIESTE E’ SUL CUCUZZOLO DEL PROMOTORIO DEL GARGANO

 

 

Gargano, Comuni in rete verso "La Città Metropolitana del Gargano"

DA:  Pugliain

 

 

 

 

 

 

da: esperienzelocal.com

 

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ARCHIVIO LIBERTARIO, MIGRANTES – IL NAUFRAGIO DEL SIRIO + LA VERSIONE DELLA STESSA DALLO SPETTACOLO ( 1964 ) ” BELLA CIAO ” A SPOLETO + racconto di una specie di rissa +Michele Straniero e Fausto Amodei, O Gorizia + altro + altro

 

 

 

 

LA VERSIONE DI BELLA CIAO

LO SPETTACOLO A  SPOLETO  NEL 1964

 

 

 

SEGUE DA : RSI.CH / CHRISTIAN GILARDI-

A sessant’anni dallo spettacolo Bella ciao

La prima assoluta si tenne nel pomeriggio di domenica 21 giugno 1964 a Spoleto

31.05.2024

https://www.rsi.ch/cultura/musica/speciali/A-sessant%E2%80%99anni-dallo-spettacolo-Bella-ciao–2161117.html

 

Al festival di Spoleto del 1964, durante il quale viene presentato lo spettacolo di canzoni popolari intitolato proprio Bella ciao.
Il Festival dei Due Mondi, fondato e ancora diretto dal compositore italo-americano Gian Carlo Menotti, era in quei tempi uno dei più importanti festival teatrali e musicali in Italia, come dimostrato dal fatto che a Spoleto erano inviati alcuni dei più noti intellettuali e giornalisti dell’epoca: Ennio Flaiano per L’Europeo, Franco Abbiati per Il Corriere della Sera e Giorgio Bocca per Il Giorno. Il 1964 segnava la settima edizione, che si era aperta con l’opera Il cavaliere della rosa di Strauss, diretta da Louis Malle. Tra i presenti, tutto il generone romano, nobili, attori e figli di: da Raf Vallone a Wally Toscanini, da Thomas Milian alla contessa Paolozzi-Spaulding.

 

La sera della prima di Bella ciao – spettacolo curato da Filippo Crivelli, Franco Fortini e Roberto Leydi – non fu la canzone che dava il titolo allo spettacolo, a catalizzare l’attenzione dei presenti, ma un altro brano, che arrivava direttamente dalla prima guerra mondiale: O Gorizia, tu sei maledetta, nella versione che conteneva il verso «Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù». Durante l’esecuzione, in sala un veterano di quella guerra urlò: «Viva gli ufficiali!», subito seguito nella contestazione da alcuni giornalisti di testate di destra. Il sindaco di Spoleto, seduto insieme ad alcuni deputati comunisti, rispose: «Fuori i fascisti!». Molti altri si unirono a quel grido, e alla fine una ventina di persone lasciò effettivamente il teatro, senza ascoltare la successiva Addio a Lugano. Nei giorni successivi, lo spettacolo si trovò al centro della polemica politica, Michele Straniero che aveva cantato O Gorizia fu denunciato per vilipendio alle forze armate, e le repliche furono spesso interrotte da contestazioni e perfino tentativi di invadere il palco: una sera, si dice che Giovanna Marini – poi diventata una delle figure più importanti nella storia della musica popolare e folk italiana – si sia dovuta difendere a colpi di chitarra.
Al di là dell’aneddotica – peraltro quasi sempre gustosissima – già raccontata in diversi saggi (l’ultimo è quello di Jacopo Tomatis pubblicato da Il saggiatore), rimane, dicevamo, la scintilla del successo di Bella Ciao. Prima lo spettacolo, poi l’album Le canzoni di Bella Ciao pubblicato dall’etichetta militante I dischi del sole, poi finalmente la canzone, entrata nella seconda metà dei Sessanta nel repertorio di Claudio Villa, Gigliola Cinquetti e Yves Montand.

 

 

Michele Luciano Straniero e Fausto Amodei – O Gorizia tu sei maledetta

 

testo

La mattina del cinque di agosto /si muovevano le truppe italiane per Gorizia, /le terre lontane e dolente ognun si partì /
Sotto l’acqua che cadeva al rovescio /grandinavano le palle nemiche su quei monti, /colline e gran valli /si moriva dicendo così:
“O Gorizia tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza /dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per tutti non fu. /
Voi chiamate il campo d’onore / questa terra di là dei confini; /qui si muore gridando: assassini! /maledetti sarete un dì.
Cara moglie che tu non mi senti r/accomando ai compagni vicini /di tenermi da conto i bambini /che io muoio invocando il suo nom. /
O vigliacchi che voi ve ne state /con le mogli sui letto di lana /schernitori di noi carne umana / questa guerra ci insegna a punir. O Gorizia tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza /dolorosa ci fu la partenza/ e il ritorno per tutti non fu”.

NOTA DIVERTENTE:  In questa edizione in cui cantano Michele Straniero e Fausto Amodei ( la canzone, forse, è sua ), è stata eliminata la strofa che  metto in corsivo, proprio quella che – pare -suscitò il casino al Festival di Spoleto di cui abbiamo raccontato sopra.. forse per la seconda volta.

 

 

*** per chi volesse il racconto del casino che suscitò Michele Straniero che cantò in sostituzione di Sandra Mantovani con la voce giù, mettendo una strofa in più..

scrive Carlo Vantaggioli |

Ven, 26/04/2024

Il Festival di Spoleto ricorda lo spettacolo-scandalo del ’64 “Bella Ciao” | Le sedie che volavano dal loggione

 

 

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LA CANZONE BELLA CIAO E LA SUA GRANDE POPOLARITA’

 

Nel Corso del mezzo secolo successivo, mentre la popolarità di Bella Ciao cresceva, molti hanno tentato di ricostruire le origini di quel canto, e alcuni perfino di definirlo un falso storico, mai sentito dalle brigate partigiane tra 1943 e 1945 (questa idea pare oggi definitivamente smentita). Forse però è perfino più interessante ragionare su quali siano le ragioni della sua perdurante popolarità.
Oltre alla melodia semplice e accattivante, e alla già ricordata presenza delle due parole italiane più famose al mondo, c’è l’essenzialità universale del testo, che da sempre è la chiave per il successo pop.

 

 

 

IVES MONTAND — BELLA CIAO – ARCHIVIO INA ( link sotto )

ina chansons

 

In poche parole c’è una storia di libertà, morte, amore, speranza. Il personale che diventa politico, e una lotta che può essere quella di chiunque combatta contro un’oppressione, di qualsiasi tipo essa sia. C’è chi la usa contro qualcosa di concreto, come hanno fatto i partecipanti alle proteste di Santiago del Cile contro il presidente Piñera nel 2019, i dissidenti di Smirne che l’hanno diffusa dai minareti delle moschee nel 2020 contro la stretta autoritaria del presidente Erdogan, i combattenti della resistenza del Kurdistan, i manifestanti iracheni di Bassora contro il primo ministro Abdul-Mahdi.

 

TOM WAITS –  MARC RIBOT

ANTI- Records / link

 

 

C’è chi vede nell’«invasor» metafora del sistema capitalista (come gli attivisti di Occupy Wall Street), o dell’inerzia nei confronti del cambiamento climatico (come i ragazzi di Fridays for future), o perfino di una pandemia globale. Come un cerchio, due punti e una linea possono rappresentare quasi qualsiasi essere umano al mondo, l’essenzialità di Bella Ciao può essere applicata a qualsiasi lotta, anche quella più frivola e lontana dalla cruenta realtà che ha ispirato l’originale. Bella Ciao sempre diversa, sempre uguale a sé stessa. Destinata a tornare molte altre volte.

 

 

 

IMMAGINI E TESTO DEL NAUFRAGIO DEL SIRIO

 

 

dal:   CENTRO STUDI GRANDI MIGRAZIONI– LINK QUI

 

DI ANDREA PASSERELLI– 28 AGOSTO 2024

 

Centro Studi Grandi Migrazioni

 

 

Il Tragico Naufragio della Nave Sirio di Andrea Passerelli

 

 

 

Il Tragico Naufragio della Nave Sirio di Andrea Passerelli ...

 

Il 4 agosto 1906, alle quattro di pomeriggio di una bella giornata, il piroscafo Sirio, partito da Genova e diretto in Brasilerestava incagliato al largo di Capo Palos, sulla costa mediterranea della Spagna. A bordo si trovavano centinaia di migranti del Nord Italia in viaggio per le Americhe e questa era l’ultima di una lunga serie di traversate atlantiche cominciata nel luglio del 1883. Le vittime del disastro ufficialmente riconosciute furono duecentonovantatré; molte di più secondo la stampa dell’epoca.

Tocca a un anonimo cantastorie dare conto della vicenda con il linguaggio asciutto e privo di inflessioni patetiche della narrazione popolare. Nell’ultima strofa della ballata compare la figura di un prelato che benedice i naufraghi: si tratta del vescovo di São Paulo del Brasile, José de Camargo Barros.

La struttura melodico-testuale ha andamento strofico, ma è curiosa la ripetizione dell’ultimo distico con l’aggiunta dell’onomatopea (lerì-lerà) e il cambio della melodia in funzione espressiva: un arco melodico che in questo caso parte dal registro acuto e, con progressione discendente, termina nel grave coprendo tutta l’ottava.

 

Le esecuzioni reperibili in rete e nella discografia di questo conosciutissimo canto sono numerose: tra le più diffuse quella dell’LP (e prima dello spettacolo curato da Roberto Leydi per il Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1965) Bella ciao, e quella di Francesco De Gregori assieme a Giovanna Marini contenuta nell’album Il fischio del vapore dell’anno 2002.

 

La trascrizione riportata riprende la versione dello spettacolo Bella Ciao.

Link https://www.youtube.com/watch?v=ofOYtuTZ6kc

https://www.youtube.com/watch?v=_7Dzb4M39jo

 

Fonti immagini

Naufragio Sirio 1 Fonte: Lega Navale Sestri Levante in “Brescia Today”

Naufragio Sirio 2 Fonte: Wikipedia

 

 

Testo canzone Sirio

 

 

 

 

 

RETRO DEL TEATRO

 

NUOVO LOGO DEL TEATRO CAIO MELISSO
Il restauro del Teatro Caio Melisso Spazio Fendi 2013 (PDF), su fondazionecarlafendi.it.

 

LE FOTO SOPRA SONO DI:

 

QUALCOSA DA WIKIPEDIA

Il Caio Melisso è il più antico teatro all’italiana della città di Spoleto, e, fino alla costruzione dell’altro teatro d’opera cittadino, l’ottocentesco Teatro Nuovo, svolse il ruolo di principale palcoscenico della città. Il teatro si trova nella Piazza del Duomo ed è edificato sulle fondamenta trecentesche del mai realizzato Palazzo della Signoria, al cui interno si trova anche la Casa dell’Opera del Duomo, realizzata nel 1419.

Nel Cinquecento, abbandonato ormai il progetto di continuare la costruzione del Palazzo della Signoria, rimaneva un vasto spazio fra l’Opera del Duomo e la ex chiesa di Santa Maria della Manna d’Oro, (eretta tra il XVI e il XVII secolo, a pianta ottagonale, oggi dedicata a spazio espositivo); entrambe le costruzioni erano già state innalzate sopra quell’edificio rimasto incompiuto. Non si conosce esattamente l’utilizzo di quell’ambiente prima del 1657, anno in cui lAccademia degli Ottusi, ne ottiene l’uso e lo allestisce inizialmente come “stanzone per le pubbliche commedie” chiamandolo Teatro della Rosa.

L’interesse per il teatro era già allora molto diffuso e vivo a Spoleto, che contava fra i propri cittadini anche numerosi autori di commedie come Bernardino Campello, Ottavio Castelli, Giovanni Battista Lauri, Bernardo Luparini e il celebre Loreto Vittori; inoltre aveva dato i natali a Giovanni Gherardi, capostipite di una delle più famose genealogie di Arlecchini e comici dell’arte.

Nel 1667, data cui risale la delibera comunale che ordina la costruzione di palchetti, quello “stanzone”, su iniziativa ancora dell’Accademia degli Ottusi, diviene un vero teatro, il primo teatro pubblico italiano, uno fra i più antichi teatri italiani, costruito su di una struttura interamente lignea, con quattro ordini di palchi, denominato Nobile Teatro di Spoleto

 

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video, 50 min. **** Lectio Magistralis – tenuta il 3 giugno 2026 presso Università Aperta Imola – da Lucio Caracciolo : NOI NELLA RIVOLUZIONE MONDIALE —

 

 

 

 

 

 

Appiattimento del mondo. La crisi della cultura e il dominio della norma - Olivier Roy - copertina

Appiattimento del mondo. La crisi della cultura e il dominio della norma

Identità contro universalismo, genere contro sesso, repubblica contro comunitarismo, razzismo, femminismo, immigrazione… Ciò che accomuna questi temi, che da tempo ormai polarizzano la vita intellettuale con forti implicazioni politiche, è che coinvolgono la cultura, in ogni senso del termine. Olivier Roy respinge, però, la tesi di una “guerra di valori”. Ciò che è in crisi, sostiene, è la nozione stessa di cultura, oggi ridotta a un sistema di codici espliciti, decontestualizzati e spesso globalizzati che invadono le università come le nostre cucine, le lotte identitarie e le religioni come le nostre pratiche sessuali, e persino le nostre emozioni debitamente elencate e ridotte a espressioni in forma di emoji. La diagnosi impietosa di Roy è quella di una deculturazione globale, l’appiattimento del mondo appunto. Roy esamina i meccanismi e gli effetti paradossali di quattro grandi cambiamenti contemporanei (la liberazione della morale emersa negli anni sessanta, la rivoluzione di Internet, il neoliberismo sfrenato e la deterritorializzazione legata alla fine dell’idea dello stato-nazione per come lo abbiamo conosciuto e alle migrazioni globali): dove i dominanti si sentono minacciati e soffrono come i dominati; dove le lingue ibride e globalizzate (per esempio il globish) e i manga diventano simulacri che annientano la ricchezza della lingua inglese o della cultura giapponese; dove i “processi” di comunicazione producono un “divenire autistico”.

autore:

Olivier Roy ( 1949 ), orientalista e politologo, è professore all’Istituto Universitario Europeo e titolare della Cattedra Mediterranea al Robert Schuman Centre for Advanced Studies dal settembre 2009

Il mondo vuoto. L'ordine sociale nel crepuscolo del soggetto - Massimo Luciani - copertina

Il mondo vuoto. L’ordine sociale nel crepuscolo del soggetto

Il mondo di oggi, in particolare il mondo occidentale, registra un appannamento del soggetto. Il processo è stato attivato ed è sorretto da possenti mutazioni sistemiche. La parcellizzazione/precarizzazione del lavoro e l’avvento delle tecnologie digitali hanno indebolito la soggettività individuale; la dissoluzione delle (grandi) ideologie ha indebolito la soggettività dei corpi intermedi; la finanziarizzazione dell’economia e la costituzione di inaudite ricchezze private hanno indebolito la soggettività dello Stato. È un processo che una significativa parte della cultura del Novecento non solo non ha contrastato, ma ha convintamente accompagnato e addirittura irrobustito. Il progressivo svuotamento del mondo, che genera un profondo effetto dis-ordinante, altera il funzionamento complessivo dell’ordinamento giuridico e ostacola la progettualità normativa, erodendo la certezza del diritto. Né una resistenza adeguata viene più dal costituzionalismo, che non sempre ostacola il disordine e cerca di costruire un ordine fondato sulla libertà e sull’eguaglianza. È tempo di aprire un percorso di rigenerazione delle sue gloriose categorie e di recupero della sua capacità di incidere positivamente sulla vita degli esseri umani.

 

autore

massimo luciani ( 1952 ) –
è un giurista e costituzionalista italiano, giudice della Corte Costituzionale a partire dal 19 febbraio 2025.

 

 

NOTA–

 

Università Aperta Imola (@universitaapertaimola) · Imola

 

Università Aperta opera nel settore della formazione permanente realizzando corsi ed attività culturali in genere aperte a tutti.

Fondata da 25 soci come cooperativa il 22/07/1987  sul modello delle open university inglesi, ad oggi conta oltre 1.300 soci e si ispira ai principi di solidarietà, di mutualità e pluralismo culturale che hanno sostanziato lo sviluppo della cooperazione nell’imolese e si propone di promuovere, organizzare e gestire attività culturali volte a stimolare il bisogno di conoscenze, il gusto per la ricerca, la consuetudine allo studio nei diversi campi in cui si articola il sapere.

Ad integrazione dell’attività accademica, vengono organizzati viaggi di istruzione, conferenze e manifestazioni culturali tese a rafforzare lo spirito di socializzazione, di inclusione e di confronto che caratterizza la comunità imolese. In particolare, dal 2024 organizza il “Festival dei Linguaggi”.

da :  https://www.univaperta.it/chi-siamo/

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IMOLA, QUALCHE FOTO- è in provincia di Bologna — cartina in fondo

 

 

 

 

 

Imola, LA ROCCA DI IMOLA – Castello Sforzesco- Wikivoyage

 

 

da Visitare Imola

 

 

Imola, missione valorizzazione centro storico: si punta su sicurezza, eventi e decoro

da: Bologna Today, Imola, valorizzare il centro storico

 

 

 

Il piano strategico per rivitalizzare il centro storico - Quo.d News

Quo.d News

Si chiamano “hub urbani e di prossimità” e sono il mezzo con cui la Regione Emilia-Romagna con una legge del 2023 ha deciso di dare una mano ai Comuni per rivitalizzare centri storici, borghi e spazi urbani in trasformazione.
Per farlo ha messo sul tavolo 14 milioni di euro che dovranno essere spartiti tra i 44 Comuni che hanno visto accolta la propria candidatura. Nella Città metropolitana di Bologna, i Comuni di Bologna, Budrio, Casalecchio di Reno, Castel San Pietro Terme, Imola e Vergato; mentre nella provincia di Ravenna sono i Comuni di Cervia e di Ravenna.

segue nel link:

https://www.quodnews.com/2025/07/30/ce-un-piano-strategico-per-rivitalizzare-il-centro-storico-di-imola/

 

 

 

Imola: Cosa Vedere - Guida per Visitare la Città | VcomeViaggio

da:

Imola: Cosa Vedere in un Giorno

 

 

CARTINA EMILIA ROMAGNA

 

Mappa Emilia-Romagna | Italia - AnnaMappa.com

https://annamappa.com/italia/region/emilia-romagna/

 

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CROZZA BRIATORE 2024 — “Io credo che a Giorgia manca il team, come un pianista senza diti”

 

 

 

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ROBERTO CICCARELLI INTERVISTA LO STORICO ROBERTO ESPOSITO SUL SUO LIBRO ” IL FASCISMO E NOI “, EINAUDI 2025 — IL MANIFESTO   11 settembre 2025 + video 31 min. PANDORA RIVISTA — INTERVISTA ALLO STORICO

 

 

 

 

IL MANIFESTO   11 settembre 2025
https://ilmanifesto.it/quella-macchina-della-sopraffazione

 

 

Quella macchina della sopraffazione

 

TEMPI PRESENTI. Intervista a Roberto Esposito sul suo «Il fascismo e noi» per Einaudi

 

 

 

 

 

 

Illustrazione di Pepe Serra

Illustrazione di Pepe Serra – Ikon Images

Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica - Roberto Esposito - copertina

 

Nel suo ultimo libro  Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi, 2025, pp. 306, euro 26), Roberto Esposito ha affrontato il fascismo non solo come fenomeno storico-politico, ma come una «macchina metafisica». Oltre che nel potere, per il filosofo napoletano questa «macchina» è all’opera nell’«esperienza interiore», cioè nei desideri, nelle relazioni e nei linguaggi. Per agire contro l’inquietante latenza del fascismo oggi bisogna riconoscere il suo problema.

Il libro sarà presentato sabato alle 18 alla terrazza del palazzo dei congressi a Roma nell’ambito di Short Theatre 2025.

 

Roberto Esposito, chi è il «noi» di cui si parla nel titolo?

Tutti noi italiani, ma non solo italiani. Il fascismo, nelle sue diverse espressioni, ha attraversato l’intera epoca contemporanea. Nessuno può dirsene completamente estraneo. Naturalmente non tutti hanno risposto allo stesso modo. C’è chi lo ha combattuto, talvolta fino al sacrificio della vita, e chi se ne è fatto interprete. Ma, pur sempre nell’orizzonte, o meglio nella ferita, che il fascismo ha aperto nel cuore del Novecento. Tutti ne sono, ne siamo, rimasti segnati. Perfino la condizione, logica e storica, dell’antifascismo è l’evento del fascismo.

 

Basta essere «anti» per essere «altro» dal fascismo?

Sul piano politico essere antifascisti è indispensabile. Tuttavia per combattere qualcosa non ci si può limitare a negarla, spingendola fuori di noi come un oggetto cui contrapporsi. Il fascismo non è riducibile a una figura solo contrastiva o solo reattiva. È stato anche un potenza produttiva di terrore e di morte. Nel libro affronto questa potenza. La filosofia serve a superare le pulsioni e gli incubi che ci abitano.

 

Intravede un rischio di «fascismo» già a partire dalla definizione del «noi», cioè dal definirsi una «comunità»?

 

Il termine «comunità» ha una doppia faccia. Può essere inteso nel senso di un’identità chiusa, difensiva e perfino aggressiva. E in questo senso ha una radice, o un possibile esito, fascista. Ma può anche essere inteso nel senso, aperto, della communitas.  Come condivisione di un’assenza di identità, come differenza in comune. L’idea, e anche la pratica, di comunità è sempre in bilico tra una semantica fascista e una semantica radicale. Si può aggiungere che l’esperienza storica del comunismo, quello cosiddetto «reale», ha dentro di sé entrambi questi significati.

 

Più che solo un regime, un movimento o una dottrina lei definisce il fascismo come una «macchina metafisica». Non c’è il rischio di destoricizzare il fascismo?

 

Non credo. La mia analisi parte sempre da un dato storico e assegna un grande rilievo alla storiografia, spesso di alta qualità, sul fascismo. Cerca però di coniugarla con un’analisi paradigmatica rivolta all’essenza del fenomeno fascista. Da questo punto di vista, la filosofia, come la psicoanalisi e la letteratura, risultano essenziali. Il fascismo, in quanto concezione della vita e della morte, dello spazio e del tempo, dell’essere e il divenire, esprime pur sempre un’aberrante posizione metafisica. Ma si tratta di una metafisica «realizzata», produttiva di catastrofici effetti. In questo senso è stata una «macchina», insieme metafisica, pulsionale, bellica. Non a caso sia Heidegger (Machenschaft), sia Jünger (Mobilmachung), adoperano il termine, ripreso in chiave critica anche da Gilles Deleuze e Félix Guattari (macchina desiderante).

 

Il fascismo non è solo all’esterno, ma anche nell’«esperienza interiore». Cosa intende dire?

Che il fascismo agisce in profondità, oltre che nei corpi, anche nelle menti, nell’immaginario, nei desideri di coloro che ne risultano allo stesso tempo «soggetti» e «assoggettati». Li opprime, ma scatena in loro anche istinti sadici e masochistici, pulsioni di vita e di morte. Per questo riesce ad allargare tanto il proprio cerchio d’influenza. Volontà di potenza e pulsione di morte fanno parte, in diversa misura e con diversi esiti, di ciascuno di noi.

Ma ciò che in noi è latente, il fascismo lo rende presente ed attivo.

 

Già Spinoza, nel XVII secolo, si chiedeva perché gli uomini desiderano la repressione. In che modo questo problema ha influito sulla relazione tra filosofia e psicoanalisi e sull’analisi del nazi-fascismo?

 

Molto. Sigmund Freud non fa riferimento esplicito a Spinoza. Ma il tema spinoziano, anticipato da Etienne de La Boétie, circola nella cultura psicoanalitica. Wilhelm Reich e Eric Fromm lo ha ripreso entrambi. Per non parlare di Gilles Deleuze, grande conoscitore di Spinoza. Ritorniamo al «noi». Noi viviamo dentro dispositivi di controllo e di obbedienza.

 

Come si contrastano?

Per certi versi sono inevitabili. Per altri sono un’attitudine indotta. La libertà è una condizione alla stesso tempo necessaria e difficile, al punto che, come ritiene Fromm, in certe condizioni ci conduce a fuggire da essa. Il fascismo sfrutta questa ambivalenza. Non per nulla sostiene, per bocca dei «Signori» di Salò-Sade – l’ultimo film di Pasolini – che il potere è sempre anarchico, impositivo sugli altri e assolutamente arbitrario quanto a se stesso.

 

Lei scrive che il fascismo ha sfidato la filosofia. In che modo?

Ponendosi sul suo terreno. Gli interpreti hanno insistito a ragione sul primato, nel fascismo, dell’azione sulla riflessione, della prassi sulla teoria. Ciò nonostante il fascismo ha dato – pensiamo a Giovanni Gentile – alla stessa azione un significato spirituale. Perfino il nazismo è stato definito da Emmanuel Levinas «filosofia dell’hitlerismo».

 

L’«hitlerismo» è stato una filosofia?

Mi rendo ben conto che l’accostamento del nazismo alla filosofia possa ferire, come riconosce lo stesso Levinas. Ma dire, come è stato sostenuto durante il nazismo, che l’essenza dell’uomo, la sua «anima», è costituita dal suo corpo razziale, cui l’uomo resta inchiodato per sempre, è un gesto non solo filosofico, ma anche metafisico. D’altra parte, con tutte le distinzioni del caso, il fatto che Heidegger fosse nazista e Gentile fascista rende impossibile tenere la filosofia novecentesca al riparo dal fascismo.

 

Michel Foucault ha definito l’anti-Edipo di Deleuze e Guattari un libro «anti-fascista». Questo testo, probabilmente il più importante su questi problemi negli ultimi 50 anni, è anche un libro contro il capitalismo. Qual è il rapporto tra il fascismo e il capitalismo?

 

Non aveva torto Max Horkheimer a sostenere che parlare di fascismo senza parlare di capitalismo è impossibile. Ma forse chi ha impostato meglio la questione è stato Karl Polanyi. Per lui il fascismo è un modo violento e radicalmente antidemocratico di uscire dalla crisi del capitalismo degli anni Venti. Il fascismo allo stesso tempo spoliticizzava la società, consegnandola al governo di un’economia corporativa, e la politicizzava, imponendo tale governo con la forza. Il partito unico implica la distruzione di ogni elemento di democrazia. Ora, senza trasferire automaticamente questa condizione all’attualità, la tentazione di un’uscita autoritaria dalla crisi economica è sempre possibile. A suo tempo il fascismo si contrappose, oltre che alla democrazia, anche al liberalismo. Non è detto che debba essere sempre così.

 

Da quando Trump è stato rieletto alla presidenza degli Stati Uniti c’è un dibattito su come definire la sua politica. Il problema è se sia fascista e in che modo. Cosa ne pensa?

Caratterialmente Trump ha tratti fortemente fascisti. Naturalmente ciò non significa che somigli ai dittatori degli anni Trenta. Il suo mondo è l’economia, il mondo opaco degli affari, non la politica. Ma anche la «teologia economica», come la teologia politica, è suscettibile di una declinazione fascista. Del resto come si fa a non cogliere nel disprezzo con cui Trump tratta i non-bianchi e i non-ricchi, in generale i suoi avversari, una tonalità fascista.

 

Il razzismo è stato una componente essenziale del nazi-fascismo. Quali sono le differenze con quello contemporaneo?

Del razzismo fascista conosciamo gli esiti catastrofici. Il razzismo contemporaneo è meno spaventoso di quello nazista, ma forse più esteso.Non si concentra su un’unica etnia, ma riguarda l’intero mondo non occidentale. Non si costruisce attraverso il confronto con una razza che si presenta superiore, ma in base a una condizione di privilegio che, per restare tale, deve tenere definitivamente fuori coloro che non ne fanno parte. Da qui la rigida separazione tra inclusi ed esclusi. Coloro che tentano di superare tale linea sono esposti a una violenza che può arrivare alla morte. Una morte non inflitta volontariamente, ma lasciata essere, secondo la tesi già avanzata da Foucault per cui la biopolitica contemporanea «fa vivere» alcuni e «lascia morire» altri.

 

Come definirebbe la volontà degli Stati di rinchiudere i migranti nei lager nei paesi terzi lungo le rive del Mediterraneo o quell’altra di costituire negli Usa un corpo di polizia addetto alle deportazioni?

Una tendenza securitaria che può sfociare in una pulsione fascista.

 

Nell’«esperienza interiore» del fascismo rientra il desiderio di dominio e quello, sempre più spesso praticato, di annientare la vita delle donne da parte degli uomini?

I fascisti dividevano le donne nella doppia categoria della «madri-sorelle» e di «donne perdute». Come dice Klaus Theweleit, l’infermiera bianca e la prostituta rossa. Essi allo stesso tempo desideravano le donne, come del resto anche i non-fascisti, e le temevano. Avevano un forte fantasma d’impotenza, tutt’ora assai vivo, purtroppo. Da qui alla tentazione di annientarle anche fisicamente il passo è sempre possibile.

 

 

 

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per chi avesse interesse..

 

VIDEO,  31 minuti ca

Roberto Esposito – Il fascismo e noi

PANDORA RIVISTA / link

 

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AFFRESCO CASA LEOPARDI A RECANATI — 1. video, 1,13 min. di GIGI DI MEO / link Facebook sotto +++ 2. ANSA.IT / RECANATI, 11 giugno 2026, 17:12 Gianluigi Basilietti, Casa Leopardi, a Recanati riaffiora un ciclo di affreschi nascosto per secoli. Scoperta nella Biblioteca. La discendente, “suggestivo pensare che Giacomo li guardasse”

 

 

1,

video, 1.13– 11 giugno alle 16.48
FACEBOOK — GIGI DI MEO – link di gigi di meo che ringraziamo !

 

AFFRESCO RECANATI

apri qui

https://www.facebook.com/watch/?v=2513563839102703

 

 

 

 

 

 

2.

ANSA.IT / RECANATI, 11 giugno 2026, 17:12

 

di Gianluigi Basilietti

 

https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/altre_proposte/2026/06/11/casa-leopardi-a-recanati-scoperto-affresco-databile-tra-500-e-600-nella_fd1f59a0-a85f-4847-b5a9-5408cce8e487.html

 

 

Casa Leopardi, a Recanati riaffiora un ciclo di affreschi nascosto per secoli.

 

 

Scoperta nella Biblioteca. La discendente, “suggestivo pensare che Giacomo li guardasse”

 

 

Affreschi nella biblioteca di Casa Leopardi - RIPRODUZIONE RISERVATA

Affreschi nella biblioteca di Casa Leopardi

 

 

Un ciclo di affreschi databile tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, rimasto nascosto per secoli sotto strati di intonaco e decorazioni successive, è tornato alla luce nella Biblioteca di Casa Leopardi.

 

La scoperta, presentata questa mattina a Recanati, in provincia di Macerata, è il risultato di un articolato intervento di restauro e consolidamento che ha interessato una sala dello storico palazzo dove nacque e si formò Giacomo Leopardi.

 

Il ritrovamento, emerso durante una campagna di saggi stratigrafici preliminari lavori strutturali, ha consentito di recuperare un articolato apparato decorativo che testimonia la vivacità della cultura figurativa marchigiana tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. “Questa scoperta rappresenta un nuovo capitolo della storia di Casa Leopardi”, afferma la contessa Olimpia Leopardi, discendente del poeta.

 

 

“Il recupero di questi affreschi arricchisce ulteriormente il patrimonio artistico e culturale custodito nella dimora e ci permette di comprendere meglio le trasformazioni che il palazzo ha conosciuto nel corso dei secoli – aggiunge – È inoltre suggestivo immaginare che il giovane Giacomo abbia potuto osservare queste immagini quando erano ancora visibili”. A illustrare il valore storico-artistico del ciclo è stato Stefano Papetti, storico dell’arte e curatore delle collezioni comunali di Ascoli Piceno.

 

 

“La decorazione – spiega – recuperata rivela evidenti legami con la cultura figurativa sviluppatasi tra Roma e le Marche alla fine del Cinquecento e guarda in particolare al grande cantiere lauretano”. “Le scene conservate, dagli episodi di caccia alla Cacciata dal Paradiso terrestre, fino alle allegorie, – sottolinea lo storico – documentano una stagione artistica di grande interesse per il territorio”.

 

Tra gli elementi riportati alla luce figurano infatti una monumentale decorazione illusionistica con finte specchiature marmoree, nicchie e cariatidi, una Cacciata dal Paradiso terrestre, scene di vita rurale e venatoria, pellegrini in cammino e una rara allegoria della Fortuna Marina raffigurata secondo le indicazioni iconografiche di Cesare Ripa. Determinante il lavoro della restauratrice Federica Camilletti, che ha seguito tutte le fasi dell’intervento.

 

 

“L’affresco – spiega – era nascosto sotto tre strati di intonaco e sotto una decorazione ottocentesca applicata sulle pareti”. “Le condizioni erano particolarmente complesse a causa delle numerose picconature eseguite nei secoli per favorire l’adesione dei rivestimenti successivi. – aggiunge la restauratrice – Il recupero ha richiesto un lungo lavoro di rimozione, consolidamento e reintegrazione, svolto nel pieno rispetto dei criteri del restauro conservativo”.

 

Le indagini hanno inoltre consentito di individuare un livello decorativo ancora più antico, risalente agli inizi del Cinquecento, caratterizzato da motivi damascati dipinti. Un ritrovamento che aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza della storia del palazzo leopardiano, uno dei luoghi simbolo della cultura italiana, custode della biblioteca di oltre 20mila volumi voluta da Monaldo Leopardi, padre di Giacomo Leopardi, e degli ambienti nei quali maturò la formazione del poeta recanatese dell’Infinito.

 

 

 

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IL FUOCO CHE NON CESSA — APPUNTI DI STEFANO FELTRI– IL FUTURO DEL LIBANO // link sotto –Riccardo Cristiano — giu 06, 2026 + libro R. Cristiano, Castelvecchi, 2025

 

 

 

 

il blog : pur cercando, non siamo riusciti a trovare l’autore delle immagini che subito
sono quelle che ci hann0 più attratto per la loro diversità. Sembrano delle immagini antiche o vecchie, e nello stesso tempo, non lo sono. In seguito abbiamo apprezzato il testo, di cui ringraziamo molto Stefano Feltri che seguiamo da anni, almeno dai tempi de ” Il Fatto quotidiano ”  dove era, se non sbaglio, responsabile economia. Speriamo di non dover pagare venia di averlo copiato senza chiedere il permesso scritto– siamo su Facebook e X : preghiamo di avvisarci se non piace come abbiamo copiato, cancelleremo subito  con le nostre più grandi scuse. Se mai qualcuno potesse dirci qualcosa delle immagini.. ?

** suppongo che i disegni siano di Filippo Piperno direttore di InOltreNews

 

 

 

TESTO E IMMAGINI SONO DEL LINK:

 

 

 

 

Beirut. Il futuro del mosaico arabo

Titolo Beirut. Il futuro del mosaico arabo
Autore Riccardo Cristiano
Argomento Diritto, Economia e Politica  Politica e attualità
Collana Nodi
Editore Castelvecchi
Formato
Formato LibroLibro
Pagine 155
Pubblicazione 2025

 

 

*** per chi volesse..

Vi racconto Beirut e il futuro del mosaico arabo

Di Riccardo Cristiano

 

 

 

 

DA QUI INIZIANO “GLI APPUNTI DI STEFANO FELTRI “

 

 

Il fuoco che non cessa

 

Il futuro del Libano non dipende solo dalla fine dell’offensiva israeliana. Serve una scommessa sulla sovranità di uno Stato fragile, l’unica condizione per disarmare Hezbollah senza nuove guerre

 

 

 

 

 

La sfida di Hezbollah si è costruita non solo sulle armi donate dall’Iran, ma anche su un’opera che non è riuscita ad altri: aver plasmato una comunità a propria immagine e somiglianza. Con le scuole, le moschee, gli ospedali, la televisione, i programmi di assistenza sociale, Hezbollah ha creato un mondo apocalittico, che crede nel martirio o nel sostegno dei martiri, la loro scelta escatologica

 

Determinato a resistere agli opposti estremismi che hanno affossato il suo sofferto tentativo di far decollare in Libano un sofferto “cessate-il-fuoco asimmetrico”, il presidente libanese Joseph Aoun ha mandato due chiari messaggi. Il primo a quei libanesi che non lo hanno capito: “Non siete stanchi di guerre? Questo Paese è nostro, non di altri”. Il secondo agli israeliani: “Potete anche distruggere tutto il Libano, ma senza conseguire i vostri obiettivi”.

Sembra chiaro che intenda procedere nel suo sforzo.

Per parlare di questo tentativo difficilissimo di fermare un mare enorme di sofferenze e dolori, bisognerebbe partire dagli anni Ottanta, da quando Israele, come oggi, invase il Libano meridionale (dopo il breve antefatto del 1978).

Quell’invasione mirava a togliere di mezzo i fedayn palestinesi, produsse però l’humus essenziale per far germogliare Hezbollah. Ma allora bisognerebbe tornare all’arrivo di quei fedayn, a come giunsero in Libano: amicizia araba con i palestinesi o scaricabarile sul Libano?

Sarebbe giusto partire da allora, ma si tratterebbe di un libro in più tomi, non di un articolo.

 

 

 

 

L’ascesa di Hezbollah

 

 

IL TESTO SEGUE NEL LINK SOTTO – DAL TITOLO:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ANSA.IT – ROMA, 11 giugno 2026, 16:13 // dalle 16 13 – 11 giugno alle 22.00 del 10/06 —ULTIMA ORA __ Trump: ‘Anche stasera colpiremo duramente. Meno interessato a un accordo rispetto a qualche settimana fa’. Nuova ondata di raid Usa sull’Iran. Il presidente Usa: Israele non coinvolto, usati 49 Tomahawk. Il Pentagono: atto di diplomazia coercitiva.

 

 

 

Trump: ‘Anche stasera colpiremo duramente. Meno interessato a un accordo rispetto a qualche settimana fa’.

 

Nuova ondata di raid Usa sull’Iran. Il presidente Usa: Israele non coinvolto, usati 49 Tomahawk. Il Pentagono: atto di diplomazia coercitiva.

 

ROMA, 11 giugno 2026, 16:13

Redazione ANSA

ANSACheck

 

US-IRAN-ISRAEL-WAR © ANSA/AFP

 US-IRAN-ISRAEL-WAR © ANSA/AFP

 

Punti chiave

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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EDGAR MORIN, L’ANNO HA PERSO LA SUA PRIMAVERA, GUANDA 2025 :::: ” Esordire a centoquattro anni. “L’anno ha perso la sua primavera”, il primo romanzo di Edgar Morin ” —DA UNA DELLE DUE RECENSIONI / LINK SOTTO

 

 

 

 

Edgar Morin, Paris Match Issue 3820, July 20, 2022

EDGAR MORIN, 20 LUGLIO 2022 -( nato a Parigi, 1921 ) – GETTY IMAGES

 

 

 

 

 

 

1980 – Getty Images

 

 

 

Edgar Morin

2004  —  Getty Images

 

 

 

 

 

L' anno ha perso la sua primavera - Edgar Morin,Silvia Turato - ebook

L’ anno ha perso la sua primavera

 

Ebook di Edgar Morin

Edgar Morin  —1921, Parigi

 

Edgar Morin è stato sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica. Iniziatore del “pensiero complesso” – la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità -, è considerato uno dei più grandi intellettuali contemporanei.
Ha partecipato alla Resistenza (rinunciando agli studi universitari) assumendo il cognome della sua futura moglie: Morin. Ha preso parte a movimenti anarchici, pacifisti e libertari e al Partito Comunista Francese, da cui è stato espulso nel 1951.
Negli anni Cinquanta è stato ricercatore presso il C.N.R.S. (Centre national de la recherche scientifique) compiendo studi sul divismo, i giovani e la cultura di massa. Oggi è il direttore per la sezione scienze umane e sociali.
Nel 1956 ha fondato la rivista «Arguments», trattando i temi politici centrali degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, ha fondato la rivista «Communications», di cui è tuttora co-direttore. Nel 1969, un soggiorno al Salk Institut lo ha messo in contatto con la teoria dei sistemi che ha influenzato profondamente le sue ricerche epistemologiche.
Ha ricoperto inoltre la carica di Presidente dell’Associazione per il Pensiero Complesso, con sede a Parigi, e di Presidente dell’Agenzia europea per la Cultura (UNESCO).
Nel 2012 è stato insignito del Premio Scanno per la sociologia.
Meltemi ha pubblicato I fratricidi (1997), I miei demoni (1999), Introduzione a una politica dell’uomo (2000) L’uomo e la morte (2002) e Lo spirito del tempo (2017).
Tra gli altri titoli, per Cortina L’avventura del metodo. Come la vita ha nutrito l’opera (2023), Semi di saggezza (2025).
Edgar Morin si è spento a Parigi il 29 Maggio.
In un’intervista a «la Lettura», uscita nel luglio 2018, Morin aveva lanciato un appello vibrante:
«Bisogna creare delle oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante». – Corriere della Sera

 

IBS

https://www.ibs.it/ebook/autori/edgar-morin

 

 

 

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Esordire a centoquattro anni. “L’anno ha perso la sua primavera”, il primo romanzo di Edgar Morin.

 

di  Deborah Donato

 

—-   recensione

 

 

https://www.criticaletteraria.org/2025/07/edgar-morin-l-anno-ha-perso-la-sua-primavera-guanda.html

 

 

 

Non è mai troppo tardi per un esordio: a centoquattro anni appena festeggiati (8 luglio) Edgar Morin pubblica il suo primo romanzo: L’anno ha perso la sua primavera. È un romanzo autobiografico scritto nel 1946 e finora rimasto inedito, nel quale il grande sociologo e filosofo francese racconta gli anni di formazione di un giovane parigino, Albert Mercier, suo alter ego. Nell’introduzione al libro, è lo stesso Morin a narrarci la vicenda editoriale di questo romanzo:

Nel 1946 volli scrivere un romanzo in parte, con protagonista il mio alter ego. Emersero allora molti altri ricordi, tra i quali gli anni del liceo, che coincidevano con quelli fatidici seguiti all’ascesa di Hitler al potere, che portarono alla Seconda guerra mondiale. La mia penna – o meglio la mia piccola Olivetti – decise di procedere evocando l’esperienza di rifugiato a Tolosa, e poi il mio ingresso nella Resistenza. Una volta terminato e dattiloscritto il romanzo, non lo feci veder a nessuno. Sapevo di avere sufficiente ingegno per lavorare nelle scienze umane, ma dubitavo di possedere il talento del romanziere. (pp. 7-8)

Il romanzo inizia nel punto che tutti i conoscitori di Morin ben conoscono: il trauma che lui ha avuto da bambino, ovvero la morte di sua madre. È un punto cruciale anche del Morin sociologo: uno dei suoi primi libri dei suoi primi saggi è L’uomo e la morte, nel quale rifletteva sul paradosso dell’uomo che, in quanto unico essere dotato di autocoscienza, è l’unico ad avere consapevolezza della propria morte.

Qui invece questo evento è la scintilla narrativa. Più della morte della madre, la menzogna del padre, che, per proteggere il bambino, decide di tenere nascosta questa morte. Il padre porterà Albert, che aveva dieci anni, da una zia e successivamente dirà che la mamma è partita. In realtà il protagonista capisce che la madre è morta è dentro sé questo lutto, poiché non gli è stato dato la capacità di viverlo odi condividerlo, lo porta da una parte a separarsi e a vedere le bugie degli adulti e dall’altro riflettere proprio sulla finzione sull’immaginario per esorcizzare la finitezza umana.

 

Quell’idiozia, unita alla menzogna del viaggio dei genitori, gli fa orrore. Non li perdonerà mai per avergli nascosto la morte della madre e impedito di dirle addio. (p. 11)

Albert si chiude in se stesso e la sua adolescenza passa tra libri e film, nell’incomunicabilità con i familiari e con quasi tutti i suoi coetanei. Le ore trascorse al cinema, nel riparo della fantasia, delle storie altrui è un altro aspetto che ci consente di accedere all’opera di Morin (Il cinema o l’uomo immaginario è un altro testo importante nella sua produzione).

Nella trasfigurazione della propria biografia, il momento della scelta universitaria diventa – nell’amletico dubbio della strada da percorrere – uno spunto per l’approccio transdiciplinare, che è una delle cifre del pensiero moriniano. Ma qui non vi è posto per la teoria, la pagina pulsa di vita, di emozione, di concretezza.

 

 

Albert si interroga sulla propria vocazione. Professore? Medico? Il medico cura l’umanità sofferente, che gli rivolge lunghi sguardi di riconoscenza (Mi pagherà un’altra volta – Grazie dottore). […] Il magistrato esprime giudizi umani (Assolto! È più vittima che colpevole…). Il professore forma le giovani menti (Imparate a essere uomini tolleranti, lucidi. Sappiate che la mente non è nulla senza il cuore). Ci sono altre carriere. Il giornalismo (Si dice solo la verità nel giornale di Mercier). La diplomazie (Il progetto Mercier è il primo asso verso il disarmo generale). E altre ancora, all’infinito. I mestieri manuali, che fanno affrontare la vita attraverso il suo aspetto vero, terribile. […] Essere al contempo colui che lavora con le mani, colui che lavora nei libri, colui che insegna, che giudica, che cura, colui che ha tutte le esperienze. Essere tutto. Ah! Non è possibile. Bisogna irrevocabilmente scegliere, da qui a dieci giorni, prima che si chiudano le iscrizioni. Ma Albert non riesce a farlo. (p. 209)

 

La strenua volontà di essere “universale”, “uomo intero“, è la spinta che anima il giovane protagonista del romanzo, il cui titolo fa riferimento a una frase di Pericle. Pericle, infatti, dopo una pesante sconfitta di Atene, tenne un discorso in cui diceva: «Venne tolta la gioventù dalla città, come se fosse strappata la primavera dall’anno».

Questo è il sentimento che all’autore lasciò tanto la morte di sua madre quanto quella di fratelli e amici della Resistenza uccisi dai nazisti. L’anno del diploma del protagonista fu infatti anche quello in cui la Francia venne occupata dai nazisti. Il giovane Albert deve decidere davvero da che parte stare. Così, appena ventenne, si unisce alla Resistenza.

Una scelta stilistica molto convincente è stata quella di narrare in terza persona, nonostante il romanzo di formazione sia indiscutibilmente autobiografico. Una scelta convincente perché crea una distanza che “raffredda” le emozioni incandescenti, restituendocele in una purezza appunto trasfigurata, già materia per la riflessione. Del resto, quando un autore ha la fortuna di vivere così a lungo, ascoltare le sua memorie è come ripercorrere il cammino di una parte della storia d’Europa, attraverso una coscienza lucida e, adesso scopriamo, anche di un narratore convincente.

Deborah Donato

 

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Rubrica: Dai libri ai lettori

Biografie

UN RAGAZZO NELLA STORIA

di Alfredo Imbellone

 

 

Un ragazzo nella Storia

 

 

 

Un pomeriggio di giugno del 1931, all’uscita dell’istituto Rollin, Albert – alter ego dell’autore – di dieci anni è sorpreso da una presenza inattesa: lo zio lo aspetta accanto a un taxi. La notizia di un improvviso viaggio dei genitori non desta sospetti. Sul tettuccio aperto, in piedi, il bambino guarda scorrere Parigi con l’allegria leggera di chi non sa ancora nulla. La casa degli zii a Ménilmontant, il cuginetto con cui giocare, una breve parentesi spensierata. Poi, tornato a Parigi con la domestica della zia, in un giardino pubblico il padre, tutto in nero, gli si avvicina e dice soltanto: “Non stare lì sull’erba”. In quell’istante tutto si rovescia, senza grida né spiegazioni. La madre non c’è più, è morta.

Il dolore non esplode. Si nasconde nei bagni, trascorre notti a piangere in silenzio. Attorno a lui frasi melliflue degli adulti, metafore sul cielo dove si andrebbe dopo la morte, bugie che pretendono di consolare e invece feriscono. Una zia dalla voce zuccherosa insiste, chiede maturità, impone ruoli. A tavola, le fasce nere al braccio che Albert rifiuta di indossare, i piselli e il riso trasformati in eserciti immaginari, la guerra miniaturizzata nel piatto mentre gli adulti mangiano senza guardarsi. Il bambino vorrebbe sparire, oppure dormire a lungo, aspettare che il tempo passi.

Le visite di parenti vestiti a lutto lo soffocano con abbracci e regali inutili. Le parole si accumulano come macerie. Un amico di scuola arriva impacciato, cerca notizie divertenti, nomina un film visto al cinema. La conversazione procede a tentoni, come se entrambi avessero paura di urtarsi. Il cinema diventa un rifugio: la sala buia, le risate che scoppiano fragorose, anche se l’angoscia non se ne va. Per le strade in salita, tra muri scrostati e marciapiedi irregolari, le gambe funzionano e almeno questo dà un senso al corpo, cammina. Davanti al cancello del cimitero, una margherita sfogliata, anziché “m’ama” o “non m’ama” Albert pensa alla mamma, “tornerà, un po’, molto, tantissimo…”; il verdetto promette un ritorno minimo: “un po’”. Un po’ tornerà, un po’ resterà per sempre l’attesa.

A casa, il padre oscilla tra premure e fragilità: baci goffi e un’ossessione per la cura del corpo, pediluvi bollenti, lotta ai microbi, ma nulla riesce a curare il silenzio. Ad Albert le parole fanno male, certe più di altre. A scuola, tra buffonate e smorfie, il ragazzo impara a mascherarsi. Nuove amicizie nascono nei corridoi, sotto i binari della metro, in passeggiate serali illuminate dai lampioni a gas. Mani che si cercano e si lasciano, gesti non detti, un affetto che resta sospeso. Intanto il lutto continua a scavare, come una galleria che non arriva da nessuna parte.

Pubblicato a distanza di quasi ottant’anni dalla sua stesura, L’anno ha perso la sua primavera nasce nel 1946 come tentativo narrativo precoce e rimane a lungo inedito, recuperato e ricomposto a partire da materiali d’archivio. La pubblicazione tardiva non ne attenua la forza, anzi ne accentua il valore documentario e letterario. Più che un semplice inedito, il libro appare come una tessera mancante: il racconto di un inizio, di una primavera strappata, da cui prenderanno forma un pensiero e una vita intera. Un romanzo di formazione che prende avvio da un trauma infantile e lo segue nelle sue ramificazioni emotive, corporee e immaginative. Il risultato conserva una tensione giovanile evidente, una scrittura che alterna registri realistici e improvvise accensioni oniriche, senza mai perdere il contatto con l’esperienza vissuta.

Lo stile è secco, mobile, capace di cogliere il dettaglio minimo — un gesto a tavola, una frase detta a mezza voce, un oggetto dimenticato in un armadietto — e di caricarlo di significato. La scelta della terza persona – attraverso il personaggio di Albert Mercier – introduce una distanza che raffredda il materiale autobiografico e lo rende racconto condivisibile, sottraendolo al confessionale. La perdita non viene spiegata né elaborata: viene mostrata nei suoi effetti quotidiani, nelle bugie degli adulti, nell’educazione sentimentale che passa attraverso il cinema, i libri, il corpo che cresce e cerca riparo.

Il libro si colloca in modo singolare all’interno della produzione di Edgar Morin, classe 1921, noto soprattutto per la successiva produzione saggistica e per l’elaborazione del pensiero complesso. Qui non c’è teoria esplicita, ma si riconoscono in filigrana i nuclei che attraverseranno tutta la sua opera: il rapporto tra vita e morte, individuo e società, immaginario e realtà. La scuola, la famiglia allargata, la città diventano microcosmi in cui si riflette una formazione etica e intellettuale ancora in divenire.

L’anno ha perso la sua primavera è segnato dalla Storia che irrompe nelle vite private: la Parigi degli anni Trenta, osservata dal basso, prepara il terreno a scelte future che il lettore sa essere imminenti. Il romanzo prosegue con l’adolescenza di Albert, la frequentazione del liceo, i primi amori e si conclude con l’occupazione nazista della Francia e la scelta del protagonista, ventenne, di unirsi alla Resistenza. La perdita della primavera avviene a livello personale con la morte della madre e la fine della fanciullezza e a livello collettivo con lo scoppio della guerra e l’invasione nazista dell’Europa. I due piani si compenetrano senza soluzione di continuità.

 

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ITALO CALVINO — PREFAZIONE DEL ’64 AL SUO PRIMO LIBRO ” IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO ” ( MURSIA, 2024 / MONDADORI, 2023 ) PUBBLICATO NEL 1947 DA EINAUDI, CON PREFAZIONE DI CESARE PAVESE + modena city ramblers

 

 

 

Calvino: La figlia del sole. Come illustro la magia - Cronache Letterarie

foto di Calvino e sua figlia Giovanna

foto da:

 

Giovanna Calvino: “La mia vita con Italo e Chichita”

Calvino con la moglie, Esther Judith Singer detta Chichita
foto dahttps://www.repubblica.it/robinson/2023/10/15/

 

 

 

È morta a 93 anni Chichita la vedova di Italo Calvino

foto dei tre da:
https://www.ilgazzettino.it/pay/venezia_pay/e_morta_a_93_anni_chichita_la_vedova_di_italo_calvino-3815818.html /// ** nel link un articolo su Chichita

 

 

 

segue da:

 

https://alerino.blog/

 

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uouoןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

 

ITALO CALVINO Prefazione del 1964 a «Il sentiero dei nidi di ragno»

 

**ci siamo permessi di togliere il grassetto, speriamo non aver sbagliato– ringraziamo moltissimo ALERINO VALERIO. COM

 

 

ITALO CALVINO.  Prefazione del 1964 a «Il sentiero dei nidi di ragno»

 

 

«Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso?

Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del mio primo romanzo.

Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.

Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.

Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era lì la molla (forse l’aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d’animo collettivo, mi fa dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere.

Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.

Il «neorealismo» per noi che cominciammo di lì, fu quello; e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce un catalogo rappresentativo, nato com’è da quella acerba volontà di far letteratura che era proprio della «scuola». Perché chi oggi ricorda il «neorealismo» soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione: in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che per noi era il mondo.

Il «neorealismo» non fu una scuola (cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d’essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario. Come è facile, parlando di letteratura, anche nel mezzo del discorso più serio, più fondato sui fatti, passare inavvertitamente a contar storie… Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio, quelli degli altri come i miei).

Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio (è di qui che potrei cominciare la prefazione: riducendo al minimo il cappello di «autobiografia d’una generazione letteraria», entrando subito a parlare di quel che mi riguarda direttamente, forse potrò evitare la genericità, l’approssimazione…), un paesaggio che nessuno aveva mai scritto davvero (Tranne Montale, – sebbene egli fosse dell’altra Riviera, Montale che mi pareva di poter leggere quasi sempre in chiave di memoria locale, nelle immagini e nel lessico). lo ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – San Remo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi di garofani, preferivo le «fasce» di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cosi ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri.

Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui. Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Città vecchia fin su ai boschi; era l’inseguirsi e il nascondersi d’uomini armati; anche le ville, riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani, da quando erano diventati terreni allo scoperto, pericolosi da attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell’aria. Fu da questa possibilità di situare storie umane nei paesaggi che il «neorealismo»…

In questo romanzo (è meglio che riprenda il filo; per mettersi a rifare l’apologia del «neorealismo» è troppo presto; analizzare i motivi di distacco corrisponde di più al nostro stato d’animo, ancor oggi) i segni dell’epoca letteraria si confondono con quelli della giovinezza dell’autore. L’esasperazione dei motivi della violenza e del sesso finisce per apparire ingenua (oggi che il palato del lettore è abituato a trangugiare cibi ben più bollenti) e voluta (che per l’autore questi fossero motivi esterni e provvisori, lo prova il seguito della sua opera).

E altrettanto ingenua e voluta può apparire la smania di innestare la discussione ideologica nel racconto, in un racconto come questo, impostato in tutt’altra chiave: di rappresentazione immediata, oggettiva, come linguaggio e come immagini. Per soddisfare la necessità dell’innesto ideologico, io ricorsi all’espediente di concentrare le riflessioni teoriche in un capitolo che si distacca dal tono degli altri, il IX, quello delle riflessioni del commissario Kim, quasi una prefazione inserita in mezzo al romanzo. Espediente che tutti i miei primissimi lettori criticarono, consigliandomi un taglio netto del capitolo; io, pur comprendendo che l’omogeneità del libro ne soffriva (a quel tempo, l’unità stilistica era uno dei pochi criteri estetici sicuri; ancora non erano tornati in onore gli accostamenti di stili e linguaggi diversi che oggi trionfano), tenni duro: il libro era nato così, con quel tanto di composito e di spurio.

Anche l’altro grande tema futuro di discussione critica, il tema lingua-dialetto, è presente qui nella sua fase ingenua: dialetto aggrumato in macchie di colore (mentre nelle narrazioni che scriverò in seguito cercherò di assorbirlo tutto nella lingua, come un plasma vitale ma nascosto); scrittura ineguale che ora quasi s’impreziosisce ora corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata; un repertorio documentaristico (modi di dire popolari, canzoni) che arriva quasi al folklore…

E poi (continuo l’elenco dei segni dell’età, mia e generale; una prefazione scritta ha un senso solo se è critica), il modo di figurare la persona umana: tratti esasperati e grotteschi, smorfie contorte, oscuri drammi visceral-collettivi. L’appuntamento con l’espressionismo che la cultura letteraria e figurativa italiana aveva mancato nel Primo Dopoguerra, ebbe il suo grande momento nel Secondo. Forse il vero nome per quella stagione italiana, più che «neorealismo» dovrebbe essere «neo-espressionismo».

Le deformazioni della lente espressionistica si proiettano in questo libro sui volti che erano stati dei miei cari compagni. Mi studiavo di renderli contraffatti, irriconoscibili, «negativi», perché solo nella «negatività» trovavo un senso poetico. E nello stesso tempo provavo rimorso, verso la realtà tanto più variegata e calda e indefinibile, verso le persone vere, che conoscevo come tanto umanamente più ricche e migliori, un rimorso che mi sarei portato dietro per anni…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Che effetto mi fa, a rileggerlo adesso (Ora ho trovato il punto: questo rimorso. E’ di qui che devo cominciare la prefazione)?. Il disagio che per tanto tempo questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qualcosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti ì miei contemporanei, e tragedie, ed eroismi, e slanci generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. La Resistenza; come entra questo libro nella «letteratura della Resistenza»?

Al tempo in cui l’ho scritto, creare una «letteratura della Resistenza» era ancora un problema aperto, scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c’era già Uomini e no di Vittorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e di felicità; i «gap» di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni…

Non che fossi così culturalmente sprovveduto da non sapere che l’influenza della storia sulla letteratura è indiretta, lenta e spesso contraddittoria; sapevo bene che tanti grandi avvenimenti storici sono passati senza ispirare nessun grande romanzo, e questo anche durante il «secolo del romanzo» per eccellenza; sapevo che il grande romanzo del Risorgimento non è mai stato scritto… Sapevamo tutto, non eravamo ingenui a tal punto: ma credo che ogni volta che si è stati testimoni o attori d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale…

A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d’un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi.

Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…

Questo romanzo è il primo che ho scritto. Come posso definirlo, ora, a riesaminarlo tanti anni dopo (Devo ricominciare da capo. M’ero cacciato in una direzione sbagliata: finivo per dimostrare che questo libro era nata da un’astuzia per sfuggire all’impegno; mentre invece, al contrario…)? Posso definirlo un esempio di «letteratura impegnata» nel senso più ricco e pieno della parola. Oggi, in genere, quando si parla di «letteratura impegnata» ci se ne fa un’idea sbagliata, come d’una letteratura che serve da illustrazione a una tesi già definita a priori, indipendentemente dall’espressione poetica. Invece, quello che si chiamava l’«engagement», l’impegno, può saltar fuori a tutti i livelli; qui vuole innanzitutto essere immagini e parola, scatto, piglio, stile, spezzatura, sfida.

Già nella scelta del tema c’è un’ostentazione di spavalderia quasi provocatoria. Contro chi? Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata.

Primo fronte: a poco più d’un anno dalla Liberazione già la «rispettabilità ben pensante» era in piena riscossa, e approfittava d’ogni aspetto contingente di quell’epoca – gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità – per esclamare: «Ecco, noi l’avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti così, non ci vengano a parlare di Resistenza, sappiamo bene che razza d’ideali…»

Fu in questo clima che io scrissi il mio libro, con cui intendevo paradossalmente rispondere ai benpensanti: «D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!».

Il senso di questa polemica, di questa sfida è ormai lontano: e anche allora, devo dire, il libro fu letto semplicemente come romanzo, e non come elemento di discussione su di un giudizio storico. Eppure, se ancora vi si sente frizzare quel tanto d’aria provocatoria, proviene dalla polemica d’allora.

Dalla doppia polemica. Per quanto, anche la battaglia sul secondo fronte, quello interno alla «cultura di sinistra», ora pare lontana. Cominciava appena allora il tentativo d’una «direzione politica» dell’attività letteraria: si chiedeva allo scrittore di creare l’«eroe positivo», di dare immagini normative, pedagogiche di condotta sociale, di milizia rivoluzionaria. Cominciava appena, ho detto: e devo aggiungere che neppure in seguito, qui in Italia, simili pressioni ebbero molto peso e molto seguito. Eppure, il pericolo che alla nuova letteratura fosse assegnata una funzione celebrativa e didascalica, era nell’aria: quando scrissi questo libro l’avevo appena avvertito, e già stavo a pelo ritto, a unghie sfoderate contro l’incombere d’una nuova retorica (Avevamo ancora intatta la nostra carica d’anticonformismo, allora: dote difficile da conservare, ma che – se pur conobbe qualche parziale eclisse – ancora ci sorregge, in quest’epoca tanto più facile, non meno pericolosa…). La mia reazione d’allora potrebbe essere enunciata così: «Ah, sì, volete “l’eroe socialista”? Volete il “romanticismo rivoluzionario”? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno è eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo delle “lingère”, vi rappresento, il lunpenproletariat (Concetto nuovo, per me allora; e mi pareva una gran scoperta. Non sapevo che era stato e avrebbe continuato a essere il terreno più facile per la narrativa)! E sarà l’opera più positiva, più rivoluzionaria di tutte! Che ce ne importa di chi è già un eroe, di chi la coscienza ce l’ha già? E’ il processo per arrivarci che si deve rappresentare! Finché resterà un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sarà di occuparci di lui e solo di lui!».

Così ragionavo, e con questa furia polemica mi buttavo a scrivere e scomponevo i tratti del viso e del carattere di persone che avevo tenuto per carissimi compagni, con cui avevo per mesi e mesi spartito la gavetta di castagne e il rischio della morte, per la cui sorte avevo trepidato, di cui avevo ammirato la noncuranza nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, il modo di vivere sciolto da egoismi, e ne facevo maschere contratte da perpetue smorfie, macchiette grottesche, addensavo torbidi chiaroscuri – quelli che nella mia giovanile ingenuità immaginavo potessero essere torbidi chiaroscuri – sulle loro storie… Per poi provarne un rimorso che mi tenne dietro per anni…

Devo ancora ricominciare da capo la prefazione. Non ci siamo. Da quel che ho detto, parrebbe che scrivendo questo libro avessi tutto ben chiaro in testa: i motivi di polemica, gli avversari da battere, la poetica da sostenere… Invece, se tutto questo c’era, era ancora in uno stadio confuso e senza contorni. In realtà il libro veniva fuori come per caso, m’ero messo a scrivere senza avere in mente una trama precisa, partii da quel personaggio di monello, cioè da un elemento d’osservazione diretta della realtà, un modo di muoversi, di parlare, di tenere un rapporto con i grandi, e, per dargli un sostegno romanzesco, inventai la storia della sorella, della pistola rubata al tedesco; poi l’arrivo tra i partigiani si rivelò un trapasso difficile, il salto dal racconto picaresco all’epopea collettiva minacciava di mandare tutto all’aria, dovevo avere un’invenzione che mi permettesse di continuare a tenere la storia tutta sul medesimo gradino, e inventai il distaccamento del Dritto.

Era il racconto che – come sempre succede – imponeva soluzioni quasi obbligatorie. Ma in questo schema, in questo disegno che si veniva formando quasi da solo, io travasavo la mia esperienza ancora fresca, una folla di voci e volti (deformavo i volti, straziavo le persone come sempre fa chi scrive, per cui la realtà diventa creta, strumento, e sa che solo così può scrivere, eppure ne prova rimorso…), un fiume di discussioni e di letture che a quell’esperienza s’intrecciavano.

Le letture e l’esperienza di vita non sono due universi ma uno. Ogni esperienza di vita per essere interpretata chiama certe letture e si fonde con esse. Che i libri nascano sempre da altri libri è una verità solo apparentemente in contraddizione con l’altra: che i libri nascano dalla vita pratica e dai rapporti tra gli uomini Appena finito di fare il partigiano trovammo (prima in pezzi sparsi per riviste, poi tutto intero) un romanzo sulla guerra di Spagna che Hemingway aveva scritto sei o sette anni prima: Per chi suona la campana. Fu il primo libro in cui ci riconoscemmo: fu di lì che cominciammo a trasformare in motivi narrativi e frasi quello che avevamo visto sentito e vissuto, il distaccamento di Pablo e di Pilar era il «nostro» distaccamento. (Ora magari quello è il libro di Hemingway che ci piace di meno; anzi, già a quei tempi, fu scoprendo in altri libri dello scrittore americano – particolarmente nei suoi primi racconti – la vera sua lezione di stile, che Hemingway divenne il nostro autore).

La letteratura che ci interessava era quella che portava questo senso d’umanità ribollente e di spietatezza e di natura: anche i russi del tempo della Guerra civile – cioè di prima che la letteratura sovietica diventasse castigata e oleografica – li sentivamo come nostri contemporanei. Soprattutto Babel, del quale conoscevamo L’armata a cavallo, tradotto in Italia già prima della guerra, uno dei libri esemplari del realismo del nostro secolo, nato dal rapporto tra l’intellettuale e la violenza rivoluzionaria.

Ma anche – su un livello minore – Fadeev (prima di diventare un funzionario della letteratura sovietica ufficiale), il suo primo libro, La disfatta, l’aveva scritto con quella sincerità e quel vigore (non ricordo se l’avessi già letto quando scrissi il mio libro, e non vado a verificare, non è quello che importa, da situazioni simili nascono libri che si somigliano, come struttura e come spirito); Fadeev che seppe finire bene come aveva cominciato, perché fu il solo scrittore staliniano, nel ’56, a dimostrare d’aver capito fino in fondo la tragedia di cui era stato corresponsabile (la tragedia in cui Babel e tanti altri scrittori veri della Rivoluzione avevano perso la vita), e a non tentare ipocrite recriminazioni, ma a trarne la conseguenza più severa: un colpo di pistola in fonte.

Questa letteratura c’è dietro al Sentiero dei nidi di ragno. Ma in gioventù ogni libro nuovo che si legge è come un nuovo occhio che si apre e modifica la vista degli altri occhi o libri-occhi che si avevano prima, e della nuova idea di letteratura che smaniavo di fare rivivevano tutti gli universi letterari che m’avevano incantato dal tempo dell’infanzia in poi… Cosicché, mettendomi a scrivere qualcosa come Per chi suona la campana di Hemingway volevo insieme scrivere qualcosa come L’isola del tesoro di Stevenson.

Chi lo capì subito fu Cesare Pavese, che indovinò dal Sentiero tutte le mie predilezioni letterarie. Nominò anche Nievo, a cui avevo voluto dedicare un segreto omaggio ricalcando l’incontro di Pin con Cugino sull’incontro di Carlino con lo Spaccafumo nelle Confessioni d’un Italiano.

Fu Pavese il primo a parlare di tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me n’ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione. La mia storia cominciava a esser segnata, e ora mi pare tutta contenuta in quell’inizio.

Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile…

Interrompo. Ogni discorso basato su una pura ragione letteraria, se è veritiero, finisce in questo scacco, in questo fallimento che è sempre lo scrivere. Per fortuna scrivere non è solo un fatto letterario, ma anche altro.

Ancora una volta, sento il bisogno di correggere la piega presa dalla prefazione.

Questo altro, nelle mie preoccupazioni d’allora, era una definizione di cos’era stata la guerra partigiana. Con un mio amico e coetaneo, che ora fa il medico, e allora era studente come me, passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale; per lui in maniera molto più impegnative perché s’era trovato ad assumere responsabilità serie, e a poco più di vent’anni era stato commissario d’una divisione partigiana, quella di cui io pure avevo fatto parte come semplice garibaldino. Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario. Mi sarebbe difficile ora ricostruire quelle discussioni; ricordo solo la continua nostra polemica contro tutte le immagini mitizzate, la nostra riduzione della coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura.

Il mio amico era un argomentatore analitico, freddo, sarcastico verso ogni cosa che non fosse un fatto; l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto; e qualcosa delle nostre discussioni d’allora, nella problematica del perché combattevano quegli uomini senza divisa né bandiera, dev’essere rimasta nelle mie pagine, nei dialoghi di Kim col comandante di brigata e nei suoi soliloqui.

 

 

L’entroterra del libro erano queste discussioni, e più indietro ancora, tutte le mie riflessioni sulla violenza, da quando m’ero trovato a prendere le armi. Ero stato, prima d’andare coi partigiani, un giovane borghese sempre vissuto in famiglia; il mio tranquillo antifascismo era prima di tutto opposizione al culto della forza guerresca, una questione di stile, di «sense of humour», e tutt’a un tratto la coerenza con le mie opinioni mi portava in mezzo alla violenza partigiana, a misurarmi su quel metro. Fu un trauma, il primo…

E contemporaneamente, le riflessioni sul giudizio morale verso le persone e sul senso storico delle azioni di ciascuno di noi. Per molti dei miei coetanei, era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile (Fu Pavese che riuscì a scrivere: «Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione», nelle ultime pagine della Casa in collina, strette tra il rimorso di non aver combattuto e lo sforzo d’essere sincero sulle ragioni del suo rifiuto).

Ecco: ho trovato come devo impostare la prefazione. Per mesi, dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura; la mia storia personale mi pareva umile, meschina; ero pieno di complessi, d’inibizioni di fronte a tutto quel che più mi stava a cuore.

Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione; e non solo a me, ma anche quando lo facevo leggere alla gente del mestiere che ero andato conoscendo in quei primi tempi postbellici, – Vittorini e Ferrata a Milano, Natalia e Pavese a Torino, – non mi facevano più osservazioni.

Cominciai a capire che un racconto, quanto più era oggettivo e anonimo, tanto più era mio.

Il dono di scrivere «oggettivo» mi pareva allora la cosa più naturale del mondo; non avrei mai immaginato che così presto l’avrei perduto. Ogni storia si muoveva con perfetta sicurezza in un mondo che conoscevo così bene: era questa la mia esperienza, la mia esperienza moltiplicata per le esperienze degli altri. E il senso storico, la morale, il sentimento, erano presenti proprio perché li lasciavo impliciti, nascosti.

Quando cominciai a sviluppare un racconto sul personaggio d’un ragazzetto partigiano che avevo conosciuto nelle bande, non pensavo che m’avrebbe preso più spazio degli altri. Perché si trasformò in un romanzo? Perché – compresi poi – l’identificazione tra me e il protagonista era diventata qualcosa di più complesso. Il rapporto del personaggio del bambino Pin e la guerra partigiana corrispondeva simbolicamente al rapporto che con la guerra partigiana m’ero trovato ad avere io. L’inferiorità di Pin come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde a quella che nella stessa situazione provavo io, come borghese.

E la spregiudicatezza di Pin, per via della tanto vantata sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire complice quasi superiore verso ogni «fuori-legge», corrisponde al modo «intellettuale» d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni… Così, data questa chiave di trasposizioni – ma fu solo una chiave a posteriori, sia ben chiaro, che mi servì in seguito a spiegarmi cos’avevo scritto – la storia in cui il mio punto di vista personale era bandito ritornava ad essere la mia storia…

La mia storia era quella dell’adolescenza durata troppo a lungo, per il giovane che aveva preso la guerra come un alibi, nel senso proprio e in quello traslato. Nel giro di pochi anni, d’improvviso l’alibi era diventato un qui e ora. Troppo presto, per me; o troppo tardi: i sogni sognati troppo a lungo, io ero impreparato a viverli. Prima, il capovolgersi della guerra estranea, il trasformarsi in eroi e in capi degli oscuri e refrattari di ieri. Ora, nella pace, il fervore delle nuove energie che animava tutte le relazioni, che invadeva tutti gli strumenti della vita pubblica, ed ecco anche il lontano castello della letteratura s’apriva come un porto vicino e amico, pronto ad accogliere il giovane provinciale con fanfare e bandiere. E una carica amorosa elettrizzava l’aria, illuminava gli occhi delle ragazze che la guerra e la pace ci avevano restituito e fatto più vicine, divenute ora davvero coetanee e compagne, in un’intesa che era il nuovo regalo di quei primi mesi di pace, a riempire di dialoghi e di risa le calde sere dell’Italia resuscitata.

Di fronte a ogni possibilità che s’apriva, io non riuscivo a essere quello che avevo sognato prima dell’ora della prova: ero stato l’ultimo dei partigiani; ero un innamorato incerto e insoddisfatto e inabile; la letteratura non mi s’apriva come un disinvolto e distaccato magistero ma come una strada in cui non sapevo da che parte cominciare. Carico di volontà e tensione giovanili, m’era negata la spontanea grazia della giovinezza. Il maturare impetuoso dei tempi non aveva fatto che accentuare la mia immaturità.

Il protagonista simbolico del mio libro fu dunque un’immagine di regressione: un bambino. Allo sguardo infantile e geloso di Pin, armi e donne ritornavano lontane e incomprensibili; quel che la mia filosofia esaltava, la mia poetica trasfigurava in apparizioni nemiche, il mio eccesso d’amore tingeva di disperazione infernale.

Scrivendo, il mio bisogno stilistico era tenermi più in basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di chi «non parla l’italiano a casa», cercavo di scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta.

Il sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore oggi riconosco a questo libro è lì: l’immagine d’una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del «troppo giovane» e l’indigenza degli esclusi e dei reietti.

Se dico che allora facevamo letteratura del nostro stato di povertà, non parlo tanto d’una programmaticità ideologica, quanto di qualcosa di più profondo che era in ciascuno di noi.

Oggi che scrivere è una professione regolare, che il romanzo è un «prodotto», con un suo «mercato», una sua «domanda» e una sua «offerta», con le sue campagne di lancio, i suoi successi e i suoi tran-tran, ora che i romanzi italiani sono tutti «di un buon livello medio» e fanno parte della quantità di beni superflui di una società troppo presto soddisfatta, è difficile richiamarci alla mente lo spirito con cui tentavamo di cominciare una narrativa che aveva ancora da costruirsi tutto con le proprie mani.

Continuo a usare il plurale, ma vi ho già spiegato che parlo di qualcosa di sparso, di non concordato, che usciva da angoli di provincia diversi, senza ragioni esplicite in comune che non fossero parziali e provvisorie. Fu più che altro – diciamo – una potenzialità diffusa nell’aria. E presto spenta.

Già negli Anni Cinquanta il quadro era cambiato, a cominciare dai maestri: Pavese morto, Vittorini chiuso in un silenzio d’opposizione, Moravia che in un contesto diverso veniva acquistando un altro significato (non più esistenziale ma naturalistico) e il romanzo italiano prendeva il suo corso elegiaco-moderato-sociologico in cui tutti finimmo per scavarci una nicchia più o meno comoda (o per trovare le nostre scappatoie).

Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno «inseriti» a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.

Una questione privata (che ora si legge nel volume postumo di Fenoglio Un giorno di fuoco) è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.

E’ al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.

Questo romanzo è il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi?

Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.

Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.

E ancora: per coloro che da giovani cominciarono a scrivere dopo un’esperienza di quelle con «tante cose da raccontare» (la guerra, in questo e in molti altri casi), il primo libro diventa subito un diaframma tra te e l’esperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria – quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo, se non avessi avuto tanta fretta di spenderlo, di scialacquarlo, d’imporre una gerarchia arbitraria tra le immagini che avevi immagazzinato, di separare le privilegiate, presunte depositarie d’una emozione poetica, dalle altre, quelle che sembravano riguardarti troppo o troppo poco per poterle rappresentare, insomma d’istituire di prepotenza un’altra memoria, una memoria trasfigurata al posto della memoria globale coi suoi confini sfumati, con la sua infinita possibilità di recuperi… Di questa violenza che le hai fatto scrivendo, la memoria non si riavrà più: le immagini privilegiate resteranno bruciate dalla precoce promozione a motivi letterari, mentre le immagini che hai voluto tenere in serbo, magari con la segreta intenzione di servirtene in opere future, deperiranno, perché tagliate fuori dall’integrità naturale della memoria fluida e vivente. La proiezione letteraria dove tutto è solido e fissato una volta per tutte, ha ormai occupato il campo, ha fatto sbiadire, ha schiacciato la vegetazione dei ricordi in cui la vita dell’albero e quella del filo d’erba si condizionano a vicenda. La memoria – o meglio l’esperienza, che è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso -, l’esperienza primo nutrimento anche dell’opera letteraria (ma non solo di quella), ricchezza vera dello scrittore (ma non solo di lui), ecco che appena ha dato forma a un’opera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il più povero degli uomini.

Così mi guardo indietro, a quella stagione che mi si presentò gremita d’immagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto è lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole, le pagine scritte già in polemica con una memoria che era ancora un fatto presente, massiccio, che pareva stabile, dato una volta per tutte, l’esperienza, – e non mi servono, avrei bisogno di tutto il resto, proprio di quello che lì non c’è. Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo».

 

DA QUI AL FONDO  MENO LA PRIMA EDIZIONE DELLA CANZONE, E’ TUTTO DA

CANZONI CONTRO LA GUERRA
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=2489&lang=it

 

— APPUNTI PARTIGIANI  – 2005

Brano inedito ispirato al primo romanzo di Italo Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno”, libro ambientato all’epoca della lotta di Liberazione partigiana e fortemente autobiografico.

MODENA CITY RAMBLERS — IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO

 

 

il sentiero dei nidi di ragno

La copertina è del 1947 — per caso ho visto che costa 650 euro.. chi ce l’ha ?

 

Lungo il sentiero dei nidi di ragno
Passa la storia di un giovane uomo
Passa la scelta di chi se n’è andato
sui monti per la resistenza.
Erano i giorni del dopo settembre
quando il re fuggì sulla nave
Furono anni di lutti e dolore
di coraggio e di patimenti

Quante sono le strade
che partono dai nidi di ragno.
Qual è stato il prezzo pagato
Per chi ha scelto di andare e lottare?
Portami ancora là,
dove il vento è pronto a soffiare
a trovare ogni passo perduto
lungo il sentiero dei nidi di ragno

Uomo contro uomo
il furore che cresce nel cuore
Il mondo si divide
e la guerra non lascia parole
Italo sogna un futuro
Dove non si dovrà più sparare
Ma intanto seduto è al bivacco
Coi compagni pulisce il fucile

Quante sono le strade
che partono dai nidi di ragno.
Qual è stato il prezzo pagato
Per chi ha scelto di andare e lottare?
Portami ancora là,
dove il vento è pronto a soffiare
a trovare ogni passo perduto
lungo il sentiero dei nidi di ragno

Lungo il sentiero dei nidi di ragno
nasce la storia, questo paese
Nasce dal fuoco, dalla rivolta
e dal sogno di chi non si arrese

 

 

 

FORSE E’ MEGLIO QUESTA EDIZIONE–

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Frenkie_Woody @Frenkie_Woody / link X sotto — grazie caro Frenkie ! ” Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee ” — grazie di ricordarci, ciao – il blog + altro

 

 

 

Immagine

LE FOTO-  SOPRA – SONO DAL SUO X

 

link X di Frenkie– 7 giugno

Frenkie_Woody @Frenkie_Woody

 

 

Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee. A un certo punto, dalla folla, qualcuno iniziò a urlare: “Basta, Enrico! Basta!”. No, non lo stavano contestando. Era paura. Perché alcune di quelle diecimila persone, ammassate in piazza della Frutta sotto un cielo attraversato dai lampi, si erano accorte che qualcosa non andava: la voce che si impastava, le parole che inciampavano, le mani che avevano cominciato a tremare sul leggio. Enrico Berlinguer stava male. E loro lo supplicavano di smettere. Lui scosse la testa e tirò dritto. In quel discorso c’erano cose che voleva dire fino in fondo. E le disse. Trascinò per dieci minuti ancora la voce e le mani che non gli rispondevano più, fino alla chiusura: “Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”. Furono le sue ultime parole pubbliche. Lo accompagnarono in albergo, dove poche ore dopo entrò in coma. Lo trasferirono d’urgenza all’ospedale Giustinianeo, dove i medici diagnosticarono un’emorragia cerebrale massiva e capirono subito che non c’era più niente da fare. Quella sera, a Padova, c’era anche Sandro Pertini, presidente della Repubblica, in città per un impegno di Stato. Quando gli arrivò la notizia mollò tutto e corse in ospedale, si chinò sul letto di Enrico e gli baciò la fronte. Ai cronisti che gli chiedevano se sarebbe rientrato a Roma rispose con una frase sola, che bastò a far capire al Paese che legame li tenesse insieme: “Qua c’è un mio figlio”. E in quella stanza restò, accanto a lui, per quattro giorni. L’Italia intanto si era fermata. In molte fabbriche gli operai sospendevano i turni. Davanti all’ospedale di Padova cresceva, ora dopo ora, una piccola montagna di fiori, biglietti e bandiere rosse. Lunedì 11 giugno l’Unità uscì con quattro parole in prima pagina: “Ti vogliamo bene Enrico”. E quel lunedì stesso, alle 12.45, Enrico Berlinguer morì. Pertini decise che la salma sarebbe tornata a Roma sul suo aereo presidenziale, accompagnata da lui in persona. Quando Bettino Craxi e Claudio Martelli protestarono per quella che consideravano una forzatura istituzionale, Pertini rispose con una frase che sarebbe entrata nella leggenda: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta, e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”. Il 13 giugno, in piazza San Giovanni, si tennero i funerali. Scesero in strade un milione e mezzo di persone: il funerale più grande della storia della Repubblica italiana. Verso la fine, Sandro Pertini si alzò in piedi. Aveva ottantotto anni, era pallido e sfinito da quattro giorni di veglia. Camminò a fatica fino al feretro, si chinò e lo baciò. Quattro giorni dopo, il 17 giugno, l’Italia andò a votare per le europee. Il Partito Comunista Italiano prese il 33,3 per cento dei voti e per la prima e unica volta nella sua storia superò la Democrazia Cristiana.

Aveva chiesto di lavorare casa per casa, strada per strada. E gli italiani lo avevano ascoltato: erano andati casa per casa, strada per strada, a portarlo in trionfo un’ultima volta. Enrico Berlinguer era morto come aveva vissuto: in piedi, su un palco, a parlare alla sua gente. Non chiese mai niente per sé. Lasciò, invece, un’idea di politica come servizio, di onestà come dovere, di coerenza come unica misura di un uomo. Per questo, oggi, 42 anni dopo, gli vogliamo ancora bene.

 

Immagine

Lo sguardo del Segretario è terribile

 

 

 

 

https://www.amazon.it/

 

 

 

video, 11.17 min.

 

 

 

 

 

DA COLLETTIVA ( CGIL )— TESTO DELL’ULTIMO DISCORSO DI ENRICO BERLINGUER::

https://www.collettiva.it/copertine/italia/le-ultime-parole-di-enrico-berlinguer-ybckfyjl

 

 

 

” Ancora una volta si è dimostrato che non è possibile in Italia salvaguardare le istituzioni democratiche se si escludono i comunisti. E questo non perché esista il cosiddetto potere di veto, di cui va cianciando qualcuno, del Partito Comunista verso i governi e verso i provvedimenti che non gli sono graditi, ma per una ragione più profonda: perché il Partito Comunista ha assunto e difeso una funzione di garante democratico. Chi voglia escludere il Partito Comunista, chi voglia governare contro questo partito, che rappresenta da solo un terzo dell’elettorato ma anche la parte maggiore della popolazione attiva, lavoratrice, impegnata, giovane porta i risultati di dissesto e di caos che in queste ore sono sotto gli occhi di tutti. E questo è il motivo principale per cui noi riteniamo di poter chiedere, con tranquilla coscienza, il voto anche ai militanti ed elettori del Partito Socialista, anche ai cattolici democratici, a una parte grande degli stessi democristiani; a quanti sentono che siamo arrivati a un momento in cui tornano in gioco le questioni essenziali della libertà e della democrazia. I comunisti hanno dimostrato anche negli ultimi mesi di sapersi battere per garantire le libertà e i diritti democratici non solo per se stessi in quanto opposizione ma per tutti, anche per chi non è comunista, anche per chi è avversario dei comunisti!
Vorrei congedarmi da voi, cittadini di Padova, con qualche parola su di voi e sulla vostra città. Negli anni scorsi si è molto parlato di Padova in Italia per le tormentate vicende che essa ha vissuto in conseguenza della concentrazione di forze terroristiche che qui si è formata e per la lotta ampia e tenace contro di esse condotta dalle forze vive della città. In questa lotta decisiva è stata l’alleanza tra i lavoratori e le forze della cultura e dell’Università; decisivo è stato il ruolo che hanno svolto i comunisti padovani. Proprio quella grande lotta democratica contro l’eversione ha rivelato a Padova la presenza di grandi energie, dinamiche, progressiste, sia in campo laico che in campo cattolico. In primo luogo quelle da tradizione universitaria, laica e della libera ricerca, espressione nei secoli di un pensiero che non si piega ai dogmatismi e ai fanatismi. Qui a Padova, nello studio che fu di Galileo e di altri grandi pensatori, vi è una delle radici culturali che da ragione della vigorosa azione svolta dalla intellettualità e dell’Università nell’antifascismo e nella guerra di Liberazione nazionale. I nomi dei comunisti Eugenio Curiel e Concetto Marchesi, insieme a quelli di Silvio Trentin e di Egidio Meneghetti, ne sono emblematica testimonianza. E c’è la Padova dei giovani: nella vostra città ci sono cinquantamila studenti universitari e decine di migliaia di studenti medi che si trovano spesso ad affrontare gravi e pesanti problemi: quelli di servizi, della qualità dello studio, del funzionamento delle strutture scolastiche, della vita culturale e associativa, della liberazione dalla tossicodipendenza: problemi che sono ben lungi dall’essere risolti. E invece, nel mondo giovanile vi sono immense energie e potenzialità; in esso è più che mai viva l’esigenza di prospettive, di cambiamenti, di un futuro per il quale valga la pena di lavorare, di studiare, di lottare.
Le vecchie forze del tradizionale notabilato democristiano non sono più capaci di offrire punti di riferimento, né di suscitare energie, ripiegate come sono su se stesse, in particolare dopo la sconfitta subita nel giugno dell’anno scorso dalla Democrazia Cristiana. Nel mondo cattolico si sviluppano, però, e si esprimono sensitività e iniziative (si pensi al movimento, unico nel suo genere, delle Pastorali del Lavoro o i gruppi che operano per la pace) che si manifestano come popolo autonomo rispetto alla vecchia area democristiana; ebbene, a tutte queste forze della cultura, della scienza, del lavoro, del mondo giovanile, a quelle più vive e aperte della realtà cattolica, i comunisti indicano una prospettiva di pace, in Europa e nel mondo, di risanamento e di trasformazione del nostro Paese, di rinnovamento della politica e dell’organizzazione della società, in una salda garanzia di democrazia e di libertà.
Votando Partito Comunista Italiano si contribuisce a portare in Europa un’Italia diversa da quella a cui l’hanno ridotta i partiti che l’hanno governata finora e che la governano tuttora; si contribuisce a portare in Europa non l’Italia della P2 ma l’Italia pulita, democratica, l’Italia dei lavoratori che hanno detto e dicono no al “Decreto sulla Scala Mobile”, l’Italia della grande manifestazione del 24 marzo a Roma, l’Italia delle forze sane della produzione, della tecnica, della cultura, l’Italia delle donne che vogliono cambiare la società non solo per acquisire una parità di diritti effettiva dell’accesso al lavoro, alle professioni, alle carriere, ma per fare parte della società con le doti generali di cui esse sono le peculiari portatrici dopo secoli di oppressione e di emarginazione.
E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti, in questi pochi giorni che ci separano dal voto, con lo slancio che sempre i comunisti hanno dimostrato nei momenti cruciali della vita politica. Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà! “

un minuscolo video +++++++ noto, ma si risente anche mille volte !

 

 

 

 

Palickap – Opera propria
Padova, Veneto. Piazza della Frutta e Palazzo della Ragione.

 

 

 

*** per chi volesse..

I RICORDI SU BERLINGUER DEL SUO AMICO AUTISTA  MENICHELLI

video, 5.37

Rai

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MAICOL & MIRKO — dal Facebook / LINK SOTTO– Qualche vignetta —forse bisognerebbe metterle ” quasi ” tutte ..

 

 

 

 

FACEBOOK  — MAICOL & MIRKO
https://www.facebook.com/maicol.mirco/?locale=it_IT

 

da Il Manifesto, 4 giugno

 

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante il seguente testo "ι BENZINA ALLE STELLE E E IERI PER DARE FUOCO AUN A UN TIZIO, 50 50€! SOND PAZZI FINE"

 

 

 

3 giugno

Potrebbe essere un contenuto di pop art raffigurante il seguente testo "UCCI UCCIDERE RE PER DELLE FRAGOLE FL FINE"

 

 

1 giugno

Potrebbe essere un contenuto di pop art raffigurante ‎il seguente testo "‎NON ١۱ SON o SPERANZE SPe E اُ ME MEGLIO GLIO NON CELA CE LA FACCIO 7 PIÙ FINE‎"‎

 

 

30 maggio

Potrebbe essere un disegno raffigurante ‎il seguente testo "‎NONCISONO SONO NON CI ح١م SOLDI ឪ นับ お E ORA COSA C1 CISCANNIAMO? PER FINE F Nも‎"‎

 

 

 

 

Potrebbe essere un disegno raffigurante il seguente testo "RICCHI PAGANO ANO LE PA TASSE? 주구 中 SAREB- BE VOLGARE LE FANNO FANNO PAGARE RE MAGGIO MAGGIORDOMO ORDOMO AL FINE"

 

 

 

29 maggio

Potrebbe essere un disegno raffigurante il seguente testo "TRE ANNI CHE BOMBARDIAMO እድ SE MA IERI CHE ERA UN PRE RETESTO FINE"

 

 

 

28 maggio

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante ‎il seguente testo "‎UNA STELLA CADENTE! TE! ا OCCUPIA- MOLA FINE‎"‎

 

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "mag 2026 LA AFINE n.5 NAN DELMONDO 4€ L' 'ultima rivista di fumetti Ppлo squotdano Kago Zerocalcare Altentar ala Talami Socang IGune iceaMuho Aalina Saruhova Lise Manuele Albertini sarritzu Pira Eliana Mastor zuzu ကစိ BozzettoEliana BozzettoE 由吧 AMa o3 Moretta Bruno BIU Blu H"

n. 5 maggio con Il Manifesto – 4 Euro + il giornale

 

 

25 maggio

Potrebbe essere un disegno raffigurante il seguente testo "LA PENSO (្ TE COME ALLORA CAMBIO OPINIONE FINE"

 

 

22 maggio

Potrebbe essere un disegno raffigurante il seguente testo "SIAMO ENTRATI TR ATI NELLA NE LLA STORIA ป่ PE PENETRATI FINE"

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PRIMA PAGINA DOMENICA 7 GIUGNO 2026 — — vale !

 

 

 

 

 

 

 

 

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ANSA.IT -MEDIO ORIENTE – dal 8 GIUGNO 2026 h 10.34 fino al 7 giugno h 23.20 +++ purtroppo ho messo qualche noticina…ma si salta.

 

 

 

ANSA.IT -MEDIO ORIENTE – 8 GIUGNO 2026

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/mediooriente.shtml

 

Medio Oriente

 

 

 

 

Esmeil Baghaei: «Hanno ucciso il nostro leader supremo, pensavate che saremmo rimasti inerti?» | Corriere.it
Esmaeil Baghaei è l’attuale portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran nelle relazioni internazionali
da : https://www.corriere.it/esteri/26_marzo_12/esmeil-bghaei-iran-intervista-6e2492d2-6f3c-4dd7-98c1-e394f35e3xlk.shtml

 

 

 

 

*** video ( 12.35 )  di PASOLINI : le mura di sana — 1971

+++ al min. 5  fa vedere la vecchia città allora ancora intatta

 

Domenica 18 ottobre 1970, mentre si trova a Sana’a, sulle montagne dello Yemen del Nord, e poi nella regione dell’Hadramawt, in una pausa delle riprese di un episodio del “Decameron”, poi tagliato nella versione definitiva, Pier Paolo Pasolini realizza questo breve documentario allo scopo di lanciare un appello all’UNESCO per la salvezza della forma antica e originaria della città. Il cortometraggio viene trasmesso il 16 febbraio 1971 nella rubrica “Boomerang”.

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)

 

 

 

CARTINA

STRETTO DI  BAB-AL- MANDAB

NOTIZIA DI ANSA

ALTRA CARTINA CHE SPIEGA MEGLIO, secondo me–

 


Gibuti sulla costa africana — Perim (nota anche come Mayyun) è un’isola vulcanica dello Yemen situata strategicamente nello stretto di Bab el-Mandeb, che separa il Mar Rosso dal Golfo di Aden.

From WorldWind software – From WorldWind software / link Wikipedia  

 

 

 

 

 

se volete complicarvi la vita date un’occhiata distratta alla cartina di LIMES : vedrete che lì ci stanno tutti..

 

 

 

cartina di Laura Canali, 2019-

 

 

DA ::: 

 

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Tre versioni della bellissima ” Era De Maggio ” — poesia di Salvatore di Giacomo con la musica di Mario Costa. Risale al 1885 — ++potete scegliere quale ascoltare : 1. Napulantica; 2. Renzo Arbore ; 3. Roberto Murolo, il grandissimo.

 

 

 

***al fondo due foto di Napoli ( quelle trovate ) della fine dell’Ottocento, contemporanee di questa canzone.

 

DONATELLA scrive:

Dei versi e della musica bellissima, che tutte le volte commuove.

 

 

 

Il gruppo musicale Napulantica nasce nel 2004 con lo scopo di preservare e diffondere la Canzone Classica Napoletana nella sua forma più pura, così come concepita dagli stessi Autori. Musiche dal ‘600 ai primi del Novecento.
segue nel link : https://www.salotto12.it/index.php?option=com_content&view=article&id=323:napulantica&catid=81&Itemid=1193

 

 

 

2.

video su Napoli di Mauro Caiano :: link / https://www.youtube.com/watch?v=iT4xiA2hO_s

 

 

 

 

3.

 

testo originale

Era de maggio e te cadéano ‘nzinoA schiocche a schiocche, li ccerase rosseFresca era ll’aria, e tutto lu ciardinoAddurava de rose a ciento passe

Era de maggio, io no, nun mme ne scordoNa canzone cantávamo a doje voceCchiù tiempo passa, e cchiù mme n’arricordoFresca era ll’aria e la canzona doce

E diceva “Core, core!Core mio, luntano vajeTu mme lasse, io conto ll’oreChisà quanno turnarraje!”

Rispunnev’io “TurnarraggioQuanno tornano li rroseSi stu sciore torna a maggioPure a maggio io stóngo ccáSi stu sciore torna a maggioPure a maggio io stóngo ccá”

E só’ turnato e mo, comm’a na votaCantammo ‘nzieme la canzona anticaPassa lu tiempo e lu munno s’avotaMa ‘ammore vero no, nun vota vico

De te, bellezza mia, mme ‘nnammurajeSi t’arricuorde, ‘nnanz’a la funtanaLl’acqua, llá dinto, nun se sécca majeE ferita d’ammore nun se sana

E te dico “Core, core!Core mio, turnato io sóTorna maggio e torna ‘ammoreFa’ de me chello che vuó’!Torna maggio e torna ‘ammoreFa’ de me chello che vuó’!”

 

 

in italiano–

Era di maggio e ti cadevano in seno,
A ciocche, a ciocche, le ciliegie rosse.
Fresca era l’aria e tutto il giardino
Odorava di rose da cento passi.

Era di maggio; io, no, non me dimentico,
Una canzone che cantavamo a due voci!
Più tempo passa e più me ne ricordo,
Fresca era l’aria e la canzone dolce.

E diceva: “Cuore, cuore!
Cuore mio, lontano vai!
Tu mi lasci, io conto le ore.
Chissà quando tornerai!”

Rispondevo io: “Tornerò
Quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio,
Anche a maggio io sarò qua!

Se questo fiore torna a maggio,
Anche a maggio io sarò qua!”

E sono tornato ed ora, come una volta,
Cantiamo insieme la canzone antica.
Passa il tempo ed il mondo cambia,
Ma l’amore vero, no, non cambia vicoli!

Di te, bellezza mia, mi innamorai,
Se ti ricordi, davanti alla fontana.
L’acqua, là dentro, non si secca mai,
E ferita d’amore non si guarisce!

Non si guarisce, perché se guarita
Si fosse, gioia mia,
Tra quest’aria imbalsamata,
A guardarti io non starei!

E ti dico: “Cuore, cuore!
Cuore mio, io sono tornato!
Torna maggio e torna l’amore.
Fa’ di me quello che vuoi!

Torna maggio e torna a me.
Fa’ di me quello che vuoi!”

 

 

 

 

FOTO D’EPOCA DELLA CANZONE   (metà Ottocento )

DAL FACEBOOK — NAPOLI E NON SOLO, 4 giugno 2026  // link apri qui

**** lì trovate anche le stesse foto abilmente restaurate

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Napoli, Pendino, il fondaco Candelari nei pressi di piazza Olmo, circa 1885, dall’album D’Amato – SNSP, Napoli. Foto originale non restaurata.

Su piazza Olmo, tanto per intenderci, si affacciava la chiesa di S.Maria Egiziaca a Forcella oggi lungo il Rettifilo. Infatti, anche questa parte della Napoli medioevale fu devastata dal “Risanamento” fineottocentesco: tutto ciò che la foto mostra non esiste più.

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante l'Arno, Camogli e campanile

 

Foto originale, non restaurata.
Richard Calvert Jones (Swansea, Galles, UK, 1804 – Bath, Inghilterra, UK, 1877) – Napoli, la piazza del Mercato, luogo della rivolta di Masaniello, 1846 – Houghton Library, Harvard University, Cambridge, MA, USA.

La fotografia, scattata nel sedicesimo anno di regno di Ferdinando II, come tante altre dell’epoca non mostra figure viventi solo a causa dei lunghissimi tempi di esposizione. All’estrema sinistra, in particolare, vi si può scorgere una delle non molte raffigurazioni della Fontana Maggiore della piazza, eretta nel 1653 sostituendone una quattrocentesca per decisione del vicerè conte di Oñate e smantellata probabilmente a fine Ottocento senza che da allora se ne sappia più nulla.
Le modifiche apportate dagli anni e dall’ultima guerra, ma soprattutto dalla successiva speculazione edilizia e dalla compiacente passività delle autorità e di gran parte della popolazione, sono chiaramente visibili nel confronto: abbandono vandalico della fontana con piccolo obelisco, distruzione (a parte le baracche commerciali in legno) dell’intera fila di palazzi verso destra dopo il campanile di frà Nuvolo, danneggiati e sostituiti dal c.d. palazzo Ottieri, uno dei più violenti inserimenti di quel periodo del Novecento

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ALESSANDRIA DEL CARRETTO ( COSENZA ) — VITTORIO DE SETA, I DIMENTICATI, 1959 +++ FOTO DEL PAESE +++ ++ di Claudio Dionesalvi, ” Il popolo del Pollino ” Il Manifesto 5.9.2014.

 

 

 

**** DONATELLA scrive:

Il documentario e tutte le notizie preziose su questo piccolo e bellissimo borgo dimenticato, sembrano dirci che la salvezza verrà solo dagli ultimi.

 

 

 

*** IL PAESE MOSTRA– NONOSTANTE LE GROSSE PERDITE DI POPOLAZIONE – UNA  GRANDE FORZA NEL LOTTARE CONTRO, INVENTANDOSI FESTE ORGANIZZAZIONI E ALTRO CHE ATTIRINO LA GENTE. il blog

 

 

 

 

 

Risultati immagini per alessandria del carretto carte geo

” SUL FINIRE DEI LUOGHI ” è il tema del celebre Festival “ RADICAZIONI “
ad ALESSADRA DEL CARRETTO ( COSENZA )- 20 AGOSTO 2018 – 14° EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLE CULTURE TRADIZIONALI.

 

Il festival, organizzato dall’Associazione Culturale “F. Vuodo”, prevede tre giorni di creatività, di invasione artistica e musicale.

 

Il tema di quest’anno, “Sul finire dei luoghi. Costruire, abitare, pensare, prevede una serie di iniziative, come gli incontri e scontri musicali, spettacoli teatrali, concerti serali, mostre d’arte e installazioni.
Le mostre, infatti, saranno ospitate a Palazzo Chidichimo, ed esporranno la mostra fotografica “Cemento armato” di Angelo Maggio, l’esposizione d’arte “Malincromia” di Sara Sgrò, l’esposizione d’arte “Gargano metafisico, luoghi e astrazioni” di Salvatore Luca Tota, l’esposizione fotografica “Racconti da Rosarno” di Nadia Lucisano, il murales di Marcello Garofalo e Lisa dell’Aglio, e “Kalura Meridionalismo – Arte popolare di strada, allestimenti e spettacoli” a cura di Nicozazo.
Si parte, alle 16.30, presso Palazzo Chidichimo, con la presentazione del libro “Il razzismo non è una favola” di Maurizio Alfano. Modera la giornalista Rai Giulia Bondi. Intervengono Nadia Lucisano e il “Collettivo Mamadou”.
Si prosegue, alle 18.30, con lo spettacolo “Le scarpe dei caporali” del Collettivo Mamadou. Di salvatore Cutri, e con la regia di Paolo Grossi, lo spettacolo s’ispira a un’inchiesta sui “campi ghetto” nel Sud Italia di Matteo De Checchi e Valentina Benvenuti.
Per gli “Incontri e Sconti musicali”, alle 20.00, presso la Piazzetta di Palazzo Chidichimo, si esibisce il duo Rocco Adduci e Arnaud Degimbe in “Soffi dal Nord”.
Alle 21.30, cominceranno gli spettacoli musicali con Canusìa, Sin Fronteras, Lalala Napoli e i Suonatori tradizionali di Alessandria del Carretto. (rcs)
DA:  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIFUGIO LAGO FORANO mt  1550 s. l. m.

 

 

 

foto sopra :

Massiccio del PollinoParco Nazionale del PollinoAlessandria del Carretto

AUTORE DELLE FOTO : FIORE S. BARBATO DI NAPOLI, 2010

da:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Alessandria_del_Carretto?uselang=it#/media/File:Alessandria_del_Carretto_(CS),_2010,_centro_storico._(37).jpg

 

 

 

 

 

 

 

percorso2

Alessandria del Carretto è vicinissima al confine in rosso, ma nell’entroterra-
L’immagine mostra la mappa di un itinerario ad anello situato sul versante orientale del Massiccio del Pollino, al confine tra Calabria e Basilicata-
ZONA : : Parco Nazionale del Pollino

 

 

Sui sentieri del Pollino: verso il Monte Sparviere.
Fiore Silvestro Barbato from Napoli

 

 

 

CARNEVALE 2025 

 

 

SAN FILIPPO DEL MELA / ALESSANDRIA DEL CARRETTO- –Incontro di tradizioni (Cattafi) 16 02 2025. I Polëcënëllë Biëllë, i Polëcënëllë Bruttë, l’Ursë e la Coremmë.
Effems – Opera propria

 

DA:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Events_in_San_Filippo_del_Mela_-_2025_Alessandria_del_Carretto?uselang=it#/media/File:San_Filippo_del_Mela_-_Comune_di_San_Filippo_del_Mela_-_2025-02-18_14-45-00_016.jpg

 

 

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CORTOMETRAGGIO, 1959 :: I DIMENTICATI

 

Ricordando Vittorio De Seta - IsReal Festival 2025

VITTORIO DE SETA
FOTO DA: IsReal Festival

 

 

durata : 16,35

I dimenticati è un cortometraggio del 1959 diretto da Vittorio De Seta. Si tratta di un documentario ambientato ad Alessandria del Carretto, piccolo paese della provincia di Cosenza.

Il regista ha raccontato di aver avuto l’idea di creare questo documentario dopo aver appreso dell’esistenza in Calabria di paesi senLa copertina del dvd con libro ritrae uno screenshot de I dimenticati, nel momento in cui un giovane alessandrino ha raggiunto la cima dell’abete e si lascia oscillare sui rami dell’albero.za strada alla fine degli anni ’50, notizia che lo colpì molto. ( la Festa dell’abete, vedi sotto: ” Festa della Pitë “, un grosso albero in vernacolo.

 

 

 

TRAMA

Un camion percorre una strada sterrata di montagna, ma è costretto a fermarsi perché la costruzione della strada che dovrebbe raggiungere il piccolo paese di montagna Alessandria del Carretto (1000 m s.l.m.) è stata bloccata anni prima. Il carico del camion viene portato dai muli lungo un percorso di circa 15 km, attraversando boschi, fiumare in piena e dirupi. Finalmente dopo ore di lungo cammino si raggiunge Alessandria del Carretto: “un mucchio di case vecchie, 1600 uomini e donne, un mondo arcaico, spento, dimenticato”. La vita in piccoli paesi calabresi come questo è molto difficile; le piogge e la neve durante l’inverno non consentono di lavorare.

All’inizio della primavera si celebra la “Festa dell’abete”: una “sagra antica e meravigliosa”. È questo l’unico momento in cui il paese si ravviva e celebra l’inizio della bella stagione. All’alba un gruppo di uomini alessandrini raggiunge la montagna e i “mastri d’ascia” abbattono una lunga pianta di abete, che sarà trascinata fino al paese da giovani e anziani alessandrini, accompagnati dalla musica di strumenti popolari. All’entrata del paese le donne portano cesti carichi di prodotti tipici adibiti per il pranzo.

Dopo qualche giorno si celebra la festa di sant’Alessandro, patrono del paese, e viene allestito l’”incanto”, dove prodotti tipici e oggetti vengono messi all’asta e il ricavato sarà utilizzato per pagare le spese della festa. Nel pomeriggio l’abete viene innalzato in una piazza del paese, con la cima addobbata di formaggi e oggetti vari e alcuni uomini cercano di scalare l’ambito abete. Solo un giovane riesce a scalare l’albero e si appende con le gambe ai rami della cima, lasciandosi ondeggiare senza alcuna paura di cadere. Poi scende tra gli applausi di tutta la folla. Dopodiché la festa si conclude e la gente si appresta a ritornare verso la strada di casa, lasciandosi indietro un momento di allegria e spensieratezza, ma trovandosi davanti un nuovo anno di fatiche e di difficoltà.

 

 

 

vista di Alessandria del Carretto

dott. Bruno Romanelli – external hard disk

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Events_in_San_Filippo_del_Mela_-_2025_Alessandria_del_Carretto?uselang=it#/media/File:San_Filippo_del_Mela_-_Comune_di_San_Filippo_del_Mela_-_2025-02-18_14-45-00_016.jpg

 

 

Immagine correlata

il paese – stesso link sopra

 

 

stesso link stesso fotografo

 

 

 

DOVE SI TROVA IL COMUNE DI ALESSANDRIA DEL CARRETTO  NELLA PROVINCIA DI CROTONE

 

File:Map of Alessandria del Carretto (Province of Cosenza, region Calabria, Italy 2024).svg - Wikipedia, le encyclopedia libere

 

 

File:Map of Alessandria del Carretto (Province of Cosenza, region Calabria, Italy 2024).svg – Wikipedia, le encyclopedia libere– è al confine con la Basilicata

 

 

 

posizione della  provincia di Cosenza nella regione della Calabria

 

 

Mappa Calabria | Italia - AnnaMappa.com

La Calabria: REGIONI

 

 

qualcosa sulla CALABRIA:::  

 

La Calabria ( Καλαβρία (Kalavrìa) in grecanicoin arbëreshë Kalabrì,  in occitano Calàbria), ufficialmente Regione Calabria, è una regione italiana a statuto ordinario dell’Italia meridionale di 1 825 676 abitanti ( dati 2026 ) con capoluogo CatanzaroL’unico confine regionale si trova a nord, con la Basilicata, a sud-ovest lo stretto di Messina, la separa dalla Sicilia, ed è bagnata a est dal mar Ionio e a ovest dal mar Tirreno.

Secondo alcune teorie storiche, il termine Italia avrebbe origine in Calabria: gli antichi Greci lo usavano inizialmente per indicare l’area compresa tra i due golfi, in corrispondenza dell’istmo di Catanzaro.

 

veduta satellitare  dell’Istmo di Catanzaro. L’istmo è largo circa 35 chilometri tra i due mari: Ci sono persone che fanno una camminata da un mare all’altro, la strada è nei boschi, ha diverse alture…Auguri !

https://it.wikipedia.org/wiki/Istmo_di_Catanzaro#/media/File:Czistmo_1.jpg

 

Abitata sin dal Paleolitico, grazie alla sua posizione strategica al centro del Mediterraneo ha visto il fiorire di numerose culture: enotriaausoniagrecabruziaromanabizantinanormanna.

ENOTRI  – VEDI  QUI  https://www.treccani.it/enciclopedia/enotri_(Enciclopedia-Italiana)/

AUSONIA : se vuoi  vedi Treccani

BRUZI-https://www.treccani.it/enciclopedia/bruzi/

 

Quello greco rappresenta per la Calabria il periodo di massimo splendore, con la fondazione a partire dall’VIII secolo a.C. di numerose città che saranno per secoli fra le più ricche e culturalmente avanzate del loro tempo, costituendo il fulcro del territorio successivamente ribattezzato Magna Grecia dai conquistatori romani.

 

 

SEGUE DAL LINK WIKIPEDIA – VEDI SUBITO SUBITO SOTTO L’IMMAGINE

 

Sconosciuto – Opera propria

Colonie Greche d’Italia e Sicilia

DA : Wikipedia / LINK

 

NOTIZIE SUL PAESE DI ALESSANDRIA DEL CARRETTO

 

Alessandria del Carretto è un comune italiano di 407 abitanti della provincia di Cosenza (Istat 2007 ; 337  nel  2026 ). Il suo territorio confina con quello dei comuni di AlbidonaCastroregioCerchiaraOrioloPlataciSan Lorenzo BellizziSan Paolo AlbaneseTerranova del Pollino.

Fa parte del Parco nazionale del Pollino, del quale è il comune più alto, essendo situato a 1.000 metri s.l.m. con l’edificazione comunale che arriva a 1.043 m s.l.m.

 

 

 

 

con la neve

 

 

Comune di Alessandria del Carretto - Gallerie

 

 

Risultati immagini per ALESSANDRIA DEL CARRETTO

una vecchia casa

 

BORGO ALESSANDRIA DEL CARRETTO: Tutto quello che c'è da sapere

 

 

 

FOTO SOPRA DA TRIPADVISOR
https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g8699177-d12391956-Reviews-Borgo_Alessandria_del_Carretto-Alessandria_del_Carretto_Province_of_Cosenza_Cal.html

 

 

Festa della Pitë e festa del santo patrono

Si svolge durante l’ultima domenica di aprile. Un grosso abete, pitë nel vernacolo alessandrino, viene tagliato nelle montagne del Massiccio del Pollino e trascinato a braccia fino al paese. Il trasporto è accompagnato da vino locale, canti, balli e suoni di zampogneorganetti e tamburelli. Il giorno che precede la festa del santo patrono sant’Alessandro, l’albero viene privato della corteccia e lavorato con pialletti per renderlo levigato. Il mattino del 3 maggio l’albero, cui si è aggiunta la cima adornata con prodotti locali, viene sollevato. Viene, in pratica, creato un albero della cuccagna alto circa 16 metri. Per vincere i premi il concorrente deve scalare senza alcun attrezzo l’albero, ed una volta arrivato in cima prendere più premi che può. Tutti i preparativi e la festa sono accompagnati dalla degustazione di vini e dalle musiche locali.

 

Carnevale Tradizionale Alessandrino a Alessandria Del Carretto | 2020 | (CS) Calabria. Carnevale Carnevale | eventiesagre.it

 

Il festival delle culture tradizionali ha luogo dal 20 al 22 agosto ( VEDI ALL’INIZIO ) . Prima edizione 2003. Tre giornate di dibattiti, teatro, muralismo e musica. Organizzato dall’Associazione Culturale “Francesco Vuodo-Tillë Tillë”

Risultati immagini per ALESSANDRIA DEL CARRETTO

 

A partire dall’Unità d’Italia il paese ha perso oltre 1.000 abitanti in poco meno di centocinquant’anni a causa di un forte flusso di emigrazione. Rappresenta il comune dell’Alto Ionio Cosentino con maggiore perdita di popolazione, visto che dal 1991 al 2008 essa si è quasi dimezzata, e dal 2001 al 2007 ha fatto registrare un calo del 18,3%.

 

 

 

 

 

verso il monte Sparviere
Fiore Silvestro Barbato from Napoli

 

 

 

File:Alessandria del Carretto (CS), 2010, centro storico. (55).jpg

foto fiore san barbato

 

 

centro storico
Fiore Barbato

 

 

 

 

PALAZZO CHIDICHIMO SEDE DEL MUSEO - Meraviglie di Calabria - 2

PALAZZO CHIDICHIMO

Antica Dimora dei Principi Pignone del Carretto ad Alessandria del Carretto (CS)

QUI, NEL PALAZZO, NASCE IL PRIMO MUSEO DELLE MASCHERE E DEL FOLKLORE-

Fortemente voluto dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Domenico Vuodo, il Museo nasce dalla voglia di valorizzare un elemento caratteristico della storia e delle tradizioni di Alessandria del Carretto, cioè il Carnevale tradizionale che decennio dopo decennio ha conquistato uno spazio importante nella cultura del territorio, diventando attrattore turistico e culturale, oltre che marcatore identitario.

 

Alessandria del Carretto, il carnevale tradizionale delle 'Polecenelle'

 

Risultati immagini per ALESSANDRIA DEL CARRETTO

 

 

IL CARNEVALE AD ALESSANDRIA DEL CARRETTO è una festa tradizionale che ogni anno riporta in vita l’antica tradizione delle maschere dei “Połëcënellë”::

Saranno tre le scene principali che prenderanno vita tra le vie del Borgo Autentico: la primavera che viene rappresentata dal Pulcinello bello, ricoperto di scialli di seta e nastri coloratil’inverno rappresentato dall’Urs (orso) ricoperto di stracci, pelli e corna di animalie infine la Quaresiama vestita di nero, con il fuso che rappresenta il filo della vita.

DA:

https://www.borghiautenticiditalia.it/

 

 

 

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Festa della Pita – Alessandria del Carretto (CS) – Calabria —

 

 

 

2014_04_27-13_06_31BN+

festa della Pita ..NICODEMO MISITI FOTOGRAFO

 

FOTO DA::

https://calabriafoto.wordpress.com/2013/04/23/festa-della-pita-alessandria-del-carretto-cs-calabria/

 

 

segue dal blog : RADICAZIONI 

QUOTIDIANO DELLA CALABRIA- ALESSANDRIA DEL CARRETTO

 

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IL MANIFESTO DEL 5 SETTEMBRE 2014 :

IL POPOLO DEL POLLINO

 

maschera-carnevale-alessandria-del-carretto-16

 

di Claudio Dionesalvi, Il Manifesto 

 

Alessandria del Carretto resiste allo spopolamento che sta svuotando decine di Comuni calabresi. All’indifferenza della locale classe politica i suoi 500 abitanti rispondono a suon di musica, pubblici dibattiti e manifestazioni, sfoderando un’ospitalità inusuale tra i popoli di montagna. Nello scorso inverno è franata la principale strada di collegamento col resto del mondo. Nei mesi successivi è stata solo in parte resa percorribile. Interi tratti restano pericolanti e minacciano di smottare alla prima pioggia.

Eppure migliaia di persone continuano a frequentare questo stupendo borgo del Pollino in occasione dei mille eventi culturali che ospita in estate e non solo. Spiriti presunti e reali appaiono e scompaiono nelle foreste che affratellano Calabria e Basilicata.

I criptozoologi, gli appassionati di animali misteriosi e specie estinte, ipotizzano che la lince sia tornata a popolare questo spicchio di Appennino. Gli ambientalisti invece rovistano ancora tra le tracce lasciate dai tecnici di una società americana piombata qui qualche anno fa per cercare il petrolio. Oro nero pare non ne abbiano trovato. Di certo, sono spariti nel nulla. E sarà una coincidenza, ma da allora la percentuale dei malati di tumore è aumentata in modo esponenziale.

Terra di tutti e di nessuno il Pollino, saccheggiato da capitalismi arcaici e moderni. Eppure chi ci abita, se lo sento suo. Lo valorizza e lo difende. Qui le barriere regionali non contano. Di comune ci sono i beni e gli incubi. Come quello della strada che collega la costa jonica ad Alessandria del Carretto, la SS 153 franata in tre punti nell’ultimo inverno. Soltanto l’amministrazione provinciale avrebbe poteri e competenze per ricostruirla. Il 23 febbraio scorso gli Alessandrini hanno dato vita a una lunga marcia per chiederne il ripristino e la riapertura. Da 21 giorni il paese era isolato, interrotto il servizio navetta per gli studenti, gli abitanti in maggioranza anziani e con problemi di salute, senza servizio medico efficiente.

Qui se vuoi un farmaco, lo devi prenotare il giorno prima, in una regione in cui la Corte dei conti ha da poco denunciato gli sprechi derivanti  dall’astronomica spesa per gli incarichi dirigenziali. Ad Alessandria e dintorni volevano tutti bene a Marco Arvia, giovane e valente veterinario stimatissimo in paese, che aveva denunciato la vicenda della strada interrotta, scrivendo diversi articoli sulla vicenda. Chissà cosa avrebbe detto adesso lui, percorrendo la strada riaperta al traffico eppure pericolosissima, ridotta a mulattiera in lunghi tratti. In una sera del 2 marzo 2014 Marco è finito con la sua macchina in una scarpata, insieme a due amici. Ci sono volute diverse ore per tirarlo fuori, privo di vita. In paese era da poco caduta nel vuoto la richiesta di un’ambulanza fissa. In un primo confronto pubblico, nella scorsa primavera, il vicepresidente della Provincia Mario Melfi ha dichiarato l’indisponibilità dei fondi, ma nel frattempo ipotizzava un reddito di cittadinanza per i giovani residenti oltre i 500 metri di altitudine. Sparito nel nulla pure il piano di superamento della situazione critica proposto dagli Alessandrini perché in contemporanea stava affiorando un’emergenza più «grossa»: la crisi politica determinata dai guai giudiziari del governatore Scopelliti.

Nel confronto organizzato nella prima serata di Radicazioni, il festival culturale e musicale che qui si tiene da 11 anni, i rappresentanti istituzionali hanno ribadito che per ammodernare la vecchia strada, soldi non ce ne sono. E Mario «Palla palla» Oliverio, presidente uscente della Provincia di Cosenza, non s’è presentato. Gli organizzatori del festival Radicazioni l’avevano invitato al pubblico dibattito. Ma in queste ore ha la testa impegnata in tutt’altre faccende. La campagna elettorale per le primarie delle regionali in Calabria si fa pressante. Lui sfida il renziano Callipo, principe ereditario del tonno, e il vendoliano Giannino Speranza. Eppure ad Alessandria del Carretto «Palla Palla»  l’aspettavano in tanti, perlomeno dal 2 febbraio scorso, da quando è avvenuta la frana. Il 3 e 4 febbraio il presidente era tra le vicine Villapiana e Trebisacce ad inaugurare plessi scolastici e centri polivalenti. Forse perché in fondo mezza popolazione del Pollino, in assenza di infrastrutture e servizi, è destinata a trasferirsi in basso, sullo Jonio: le scuole stanno chiudendo, l’ufficio postale funziona una volta a settimana.

Già l’antropologo Vittorio De Seta, nel documentario I Dimenticati, per denunciare l’isolamento di questo Comune, nel 1959 organizzò una marcia. All’epoca i Sindaci inviarono denunce in parlamento. Per De Seta la festa dell’abete, la «Pita», il plurisecolare rituale popolare che si tiene ogni anno nel cuore di primavera, è l’unico momento di affermazione dell’identità.

Il regista e antropologo Giovanni Sole ha dedicato a questi luoghi il gustosissimo Belli e brutti. Apollineo e dionisiaco ad Alessandria del Carretto. Anche il regista Michelangelo Frammartino vi si arrampica spesso. Nel suo Le quattro volte, premiato a Cannes nel 2010, uno degli episodi è dedicato alla festa dell’Abete e al tema della reincarnazione delle anime in quattro elementi.

Paolo Napoli è musicista ed attivista della Francesco Vuodo, l’associazione che organizza ogni estate il festival Radicazioni. Come lo Joggi Avant Folk, un’altra prestigiosa rassegna culturale e musicale completamente autofinanziata che da 17 anni si tiene a poche decine di  chilometri, Radicazioni attecchisce nella comunità in cui ha trovato origine. Napoli annuncia clamorose iniziative di sensibilizzazione e protesta per il prossimo autunno. E lancia un monito: «Non siamo più soli. Con numerose altre associazioni del Pollino e della Sibaritide
abbiamo formato la Rete Associazioni della Sibaritide e del Pollino per l’Autotutela. Il nostro – spiega Paolo Napoli — è un radicamento dinamico, non statico. Le radici a volte possono essere ambigue, perché legano. Noi invece non vogliamo sentirci frenati. L’identità è pericolosa, è un concetto ambiguo che preferiamo non esaltare mai. Ci interessano gli incontri e gli scontri culturali. Non ci piace l’identità locale a discapito di altre. A noi non interessa la valorizzazione, bensì rendere visibili le criticità del territorio».

A Radicazioni quest’anno ha trovato spazio la presentazione del libro-inchiesta di Danilo Gatto, ex Re Niliu, Basta tarantelle, sulla nascita del folk festival in Calabria e sulla gestione corsara dei finanziamenti pubblici per la realizzazione di questi eventi: la musica, come le grandi opere, è territorio di caccia delle borghesie più o meno mafiose. Ma da un po’ di tempo, qui come altrove, fiorisce una nuova generazione di giovani ribelli. Isabella Violante è attivista di R.A.S.P.A.: «Vogliamo porre una resistenza all’indifferenza. Le questioni aperte sono tante. Per il megalotto della terza strada statale 106, a Trebisacce, non c’è stata alcuna consultazione popolare. È la Amendolara-Sibari, l’unica che
non serve.

Adesso chiediamo conto alla classe politica su queste scelte». Le fa eco Caterina Ierovante, anch’ella impegnata nelle stesse lotte a difesa dei beni comuni tra Pollino e Sibaritide: «Per la realizzazione di questa infrastruttura, di fatto, ancora non ci sono i soldi. C’è il rischio serio dell’ennesima costruzione senza inizio e senza fine. Monte Mostarico sarà deturpato dal cantiere». La lotta per il ripristino della linea ferroviaria jonica, solidale col movimento NoTav della Val Susa, si allarga alla mobilitazione contro le trivellazioni sulla costa e contro i progetti Enel per la vicina centrale del Mercure.

Così dopo tanti decenni, da quando queste latitudini erano solcate dai briganti, Jonio e Pollino sono un’unica terra. Che per dirla con Jaques, musicista francese trapiantato ad Alessandria da sei anni, «non è il paradiso ma è molto lontana dall’inferno».

 

Articolo tratto da www.ilmanifesto.info

 

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In migliaia sfilano con la Cgil ad Amendolara ( Cosenza ) contro il caporalato + foto — ANSA.IT  6 GIUGNO 2026 — 20.27 + altro + altro + MB

 

 

*** le immagini sono di Ansa.it quando non segnalato

 

 

 

 

 

 

2 foto sopra  dal Quotidiano del Sud– | 6 Giugno 2026 17:43

 

 

ULLAH ISMAT QIEMI, WASEEM KHAN, AMIN FAZAL KHOGJANI, SAFI LAYJAD. #persone #braccianti #strage #lavoro #caporalato #sindacato


Al bel corteo oggi a
#Amendolara anche la mia vignetta uscita
per @repubblica

 

 

++ altre foto della manifestazione come questa :

 

Immagine

 

Immagine

 

Immagine

 

**** grazie, come sempre, caro Mauro !

 

 

 

ANSA.IT  6 GIUGNO 2026 — 20.27

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/06/in-migliaia-sfilano-con-la-cgil-ad-amendolara-contro-il-caporalato_f1a9cb0d-945c-4cbc-ab1e-43ae32948769.html#google_vignette

 

 

 

 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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Giovanni Mininni, Segretario generale della Flai Cgil : ”  “Non vogliamo più assistere a morti annunciate, a diritti violati, a persone calpestate per garantire cibo sulle nostre tavole, a due anni di distanza dalla morte di Satnam Singh. È un prezzo troppo alto che non vogliamo più pagare”. 

FLAI CGIL — Federazione Lavoratori AgroIndustria CGIL

 

 

 

 

 

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 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione indetta da Cgil e Flai a Amendolara dopo l’omicidio dei quattro braccianti agricoli compiuto lunedì scorso.

Un appuntamento al quale, oltre ai segretari nazionali Maurizio Landini e Giovanni Mininni, hanno partecipato la segretaria del Pd Elly Schlein, il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, una delegazione di parlamentari del M5s tra cui la vicepresidente Vittoria Baldino e l’europarlamentare Pasquale Tridico.
Prima del via al corteo – con la presenza di Libera e delegazioni di lavoratori stranieri provenienti da tutta Italia – Landini e Mininni hanno deposto due corone di fiori nell’area di servizio dove è avvenuta la strage.

Landini ha sostenuto che “c’è bisogno di una rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze, perché non si può continuare a far finta di non vedere quello che sta succedendo, regolarmente, nel nostro Paese “.

 

 

 

 

AGGIUNTA DA:

FLAI-CGIL   12 MAGGIO 2026

Strage in agricoltura. Cinque morti in quattro giorni

 

GIOVANNI MININNI :  FLAI-CGIL

 

 

“Finché si continuerà a nascondere la realtà dello sfruttamento dietro il silenzio, continueremo a contare i morti”.

Il primo violento passo per rendere vulnerabile e marginale un’intera classe lavoratrice è quella di negare l’esistenza dello sfruttamento e del caporalato. Le tragedie di questi ultimi 4 giorni, con 5 morti, non sono una fatalità, ma il risultato di una sistematica negazione della dignità umana.
Cancellare le parole significa, nei fatti, cancellare le persone. Trasformare un operaio in un semplice ‘bracciante’ senza volto e senza professionalità, significa smembrarne l’identità e ridurlo a ingranaggio sacrificabile. Ciò che non si nomina non esiste, e finché continueremo a nascondere la realtà dello sfruttamento dietro il silenzio, continueremo a contare i morti di una guerra invisibile combattuta nelle nostre campagne, una guerra di trincea, lenta e inesorabile
“.

Dal punto di vista normativo è urgente dare piena attuazione al Tavolo anticaporalato e alla Legge 199/2016, rendendo operative le Sezioni territoriali della Rete del lavoro di qualità. Ma le leggi devono essere affiancate da una volontà politica” per Mininni “La deriva sovranista bianca del nostro governo sta alimentando una cultura di disumanizzazione del lavoro migrante per cui davanti alla morte di 5 persone in soli 4 giorni non c’è presa di posizione del governo e non si attivano ispezioni, seppur straordinarie, come quelle messe in campo dopo la morte di Satnam Singh”.

 

 

NOTA — link sotto

SATNAM SINGH, , un lavoratore migrante di origini indiane impiegato nelle campagne di Latina. Questi, probabilmente senza un contratto di lavoro, si era visto amputare il proprio braccio da un macchinario presente nell’azienda agricola dove lavorava e sarebbe stato abbandonato dal “datore di lavoro”, addirittura da questi privato del telefono cellulare per non poter comunicare quanto era accaduto. Dopo poche ore, Satnam Singh è morto.

 

TESTO E FOTO SOPRA DA : 

LAVORO-CONFRONTO.IT  – di Matteo Ariano / luglio-agosto 2024
https://www.lavoro-confronto.it/archivio/numero-64/la-morte-di-satnam-singh-e-quello-che-si-deve-fare-per-sconfiggere-il-caporalato

 

 

 

Amendolara (Minnuàre in dialetto locale) è un comune italiano di 2 583 abitanti ( DATI FEBBRAIO 2026 ) della provincia di Cosenza in Calabria.
Il nome deriva probabilmente dal greco Amygdalaria ossia “mandorlai” per la ricca produzione di mandorle. Secondo altri invece il nome deriva dal nome di famiglia “La Mendelèa”.

 

MAPPA DI AMENDOLARA NELLA PROVINCIA DI COSENZA

 

 

 

Cartine Calabria: mappe e cartine geografiche della Calabria

REGIONI DELLA CALABRIA
TROPEA.BIZ

 

 

 

Italy, Santa Maria del Cedro

CANNOLI DI SANTA MARIA DEL CEDRO

https://www.gettyimages.it/search/2/image?phrase=cosenza&tracked_gsrp_landing=https%3A%2F%2Fwww.gettyimages.it%2Fimmagine%2Fcosenza

 

centro storico, difensivo, Santa Maria del Cedro, Cipollina (denominazione storica, cit. 1825), Santa Maria (denominazione storica, cit. 1955), Santa Maria del Cedro (denominazione attuale, dal 1955-1959) (XVII) <br>Condizioni d'uso: <a class='link-esterno' href='https://docs.italia.it/italia/icdp/icdp-pnd-circolazione-riuso-docs/it/v1.0-giugno-2022/testo-etichetta-BCS.html' target='_bcs'>Beni Culturali Standard (BCS)</a>

SANTA MARIA DEL CEDRO, PROV. DI COSENZA, LA PATRIA DEL CEDRO
FOTO DA:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800174354#lg=1&slide=0

 

 

Museo del Cedro

 

Museo del Cedro

QUESTO E’ COLTIVATO QUI DA 2000 ANNI. C’E ANCHE UN MUSEO DEL CEDRO.. che vi mostro ma avrebbe bisogno di qualche cura in più -secondo me::

 

 

 

MUSEO DEL CEDRO

 

 

 

DAL FACEBOOK ::

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OSA- OPERAZIONE STREET ART — 22 APRILE 2025

— a Santa Maria Del Cedro (CS).

https://www.facebook.com/photo/?fbid=1294350558697962&set=pcb.1294350632031288

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21.00 min. — Podcast Il Manifesto — IL CAPOLARATO E’ SEMPRE STATO QUI — Mario De Vito, Nicola Rodi ( Flai Cgil ), Rocco Vazzana, Luciana Cimino

 

 

 

Gli schiavi delle campagne e gli schiavi dei cantieri: dalla statale 106 in provincia di Cosenza al centro di Milano. Sfruttati e sfruttatori che appaiono in cronaca solo nel momento della tragedia ma che sono sempre lì sotto gli occhi di tutti, anche quando non c’è nessuno a raccontarli.

 

In questa puntata Mario Di Vito, insieme al sindacalista della Flai Cgil di Reggio Calabria Nicola Rodi, al caporedattore del manifesto Rocco Vazzana e alla redattrice Luciana Cimino, analizza il fenomeno del caporalato a partire dalle ultime vicende per arrivare ai legami, non solo giudiziari, con la criminalità organizzata, nel totale immobilismo del governo.

 

 

 

 

 

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Marisa Fogliarini / link Facebook sotto– OGGI 5 GIUGNO ALLE 18.30 VIA PALMA 16 GALLERIA CIVICA DELLA PIGNA — ” LA PACE E LA GUERRA, OPERE D’ARTE AL FEMMINILE ” –++altro

 

 

 

 

La V edizione de Le Muse Festival al Femminile si apre il 5 giugno fino al 21 giugno 2026

 

 

Foto dal suo Facebook

 

segue da:

Domani 5 giugno INAUGURAZIONE ore 18.30 nella Galleria Civica della Pigna, via Palma16, dov’era l’atelier di IBA!!!!!!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

La V edizione de Le Muse Festival al Femminile si apre il 5 giugno a Sanremo con la mostra „Facciamo Pace“ in cui sedici artiste comunicano attraverso l‘arte le speranze di pace e l‘orrore delle guerre.
Vi aspettiamo il 5 giugno alla Galleria Civica di via Palma 16 a la Pigna di Sanremo.

Non mancate!


#lemusefestival #VoceAlleDonne #noallaguerra #nowar #pace


Loriana Lucciarini Elena Orsini Peter Hofmann Sara Morchio Mara Mencarelli Gabriella Benedetti Daniela Mencarelli Hofmann Marisa Fogliarini Serena Mandrici Chiara Pelizzi Claudia Di Mario Giorgia Fantinuoli Paola Faraoni Asia Luberti

 

 

 

NOTA:   LA GALLERIA  DI VIA PALMA 16

 

di Jacopo Gugliotta

Jacopo Gugliotta

 

LA RIVIERA 24.IT- 22 ottobre 2025 | 17:51 – LINK SOTTO

 

Sanremo. È stata inaugurata oggi in via Palma 16 la prima galleria civica espositiva della Città dei fiori, nel cuore della Pigna: locali totalmente restaurati e ora affidati alla gestione del settore Cultura, presentati al pubblico con la mostra “Nel mirino della memoria” di Gianluca Costantini, evento collaterale della Rassegna della canzone d’autore del Club Tenco. All’apertura hanno preso parte il sindaco Alessandro Mager, l’assessore alla Cultura e Patrimonio Chicca (Enza) Dedali e il direttivo del Club Tenco, promotore dell’esposizione dedicata ai reporter uccisi a Gaza.

 

APRI QUI

video, 2 min. ca

https://www.riviera24.it/2025/10/la-galleria-di-iba-rinasce-sotto-lala-del-comune-937632/

 

PER CHI NON SAPESSE — COME NOI..

 

IBA FAYE

 

Sanremo: sabato prossimo nella Pigna una serie di appuntamenti per ricordare Iba Faye - Sanremonews.it

foto da:  Sanremo News – 5 maggio 2022

 

Sanremo, una festa in ricordo dell'artista Iba Faye - Riviera24

manifesto da : Riviera 24.it  / 5 maggio 2022

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Sanremo: mercoledì al Casinò la proiezione di 'Naby racconta', un documentario su migranti ed integrazione - Sanremonews.it

Iba Faye

Sanremo: mercoledì al Casinò la proiezione di ‘Naby racconta’, un documentario su migranti ed integrazione – Sanremonews.it

 

 

 

il testo continua da Sanremo News

 

L’ARTICOLO DA’  PARECCHIE  NOTIZIE::  perciò lo pubblichiamo

 

Sono trascorsi cinque anni e mezzo da quando ci ha prematuramente lasciato l’artista senegalese Iba Faye, pittore, musicista, animatore culturale, personaggio centrale nella rinascita culturale della Pigna di Sanremo.

Il figlio Naby con la madre Manuela Sartore e un gruppo di suoi amici, su iniziativa di Arlette Medjber de La Cave,

 

Arlette Medjber (@arlette.medjber.3) • Facebook
se è leiArlette Medjber la foto è di Facebook / link

Nessuna descrizione della foto disponibile.

 

dal suo Facebook

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nota su ” La Cave “

Lo storico locale “La Cave” riapre dopo due anni

Lo storico locale “La Cave” riapre dopo due anni- 2021

 

altra foto dallo stesso link sotto

 

altra sempre da  primalariviera.it / vedi sotto

 

21 agosto 2021

L’inaugurazione giovedì scorso, i nuovi proprietari: “Continueremo con musica jazz, blues e a dare spazio al cantautorato locale”
link  : https://primalariviera.it/attualita/lo-storico-locale-la-cave-riapre-dopo-due-anni/

fine nota- riprende l’articolo

 

 

organizza per sabato una festa per ricordarlo e per farlo conoscere a coloro che non lo hanno mai incontrato. Il programma della festa spazierà dall’arte alla musica, senza dimenticare la cucina senegalese.

Si inizierà alle 15,30 con un concorso di disegno in piazza Santa Brigida dedicato ai ragazzi delle scuole medie, seguito da un laboratorio creativo organizzato da Tutto Mat, alias Andrea Salvaggio, il cui atelier è ubicato nei locali in cui lavorava Iba.

Dopo la premiazione del concorso, prevista alle 18, la festa si sposterà a La Cave per l’aperitivo in musica, con proiezione di foto e video di Iba. A seguire la cena senegalese, per la quale è obbligatoria la prenotazione entro le 19 di oggi 5 maggio, telefonando al 3287329436,  oppure presso l’Atelier di Tutto  Mat.

Quindi la proiezione del documentario dedicato a Iba realizzato

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

dal regista Piero Farina– foto dal suo Facebook / link qui

a vederlo e sentirlo parlare, è proprio così come lo vedete qui, come vivesse con un cane amoroso, e un po’ assonnato, sempre in braccio , anche se  il cane non si fa vedere.. il blog

 

e poi, dalle 22, jam session con alcuni tra  i musicisti che suonarono con lui. Un programma ricco dunque, nel ricordo di un artista ricco di umanità.

 

 

** il blog: ci fermiamo qui per stanchezza di ricerche difficili da trovare, ma riprenderemo piano piano—Per noi è tutto nuovo, è troppo poco che siamo stabili a Sanremo, pur essendoci nata, brù
*** dobbiamo aprire le finestre ! e magari anche la porta.. ciao

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ANSA.IT —5 giugno 2026 — MEDIO ORIENTE — Ultime notizie :::: dal 5 giugno- 10.27 — al 4 giugno — 10.46 — + 2 ” altro “, per chi mai..

 

 

 

ANSA.IT — 5 GIUGNO 2026
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/mediooriente.shtml

 

 

Medio Oriente

 

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+++ ALTRO

 

1.

apri qui

 

DATE UN’OCCHIATA ALLA VALLE DEL BEQAA, IN LIBANO — PROPRIO QUELLA PRESA DI MIRA DALL’ESERCITO ISRAELIANO – ** all’inizio c’è qualche foto di Baalbeck     IL MANIFESTO  DEL 31  AGOSTO 2024 https://ilmanifesto.it/fuga-da-baalbek-lantica-citta-trema-sotto-i-colpi-israeliani

 

 

 

2.

 

MARIA SERENA NATALE — CORRIERE — LITANI, IL FIUME DELLA GUERRA TRA ISRAELE E IL LIBANO– OTTOBRE 2024

video, 3.18 minuti

NOTA SUL VIDEO–
   • Visto da Vicino  — programma di M. S. Natale;
   / @corrieredellasera  

 

 

 

 

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Persepolis di Marjane Satrapi, ” morta oggi di tristezza ” a 56 anni per la morte del marito. – 5 pezzetti, grazie a Giulia van Belt, in italiano + notizie da Vatican News / linnk sotto

 

 

 

Giulia van Belt  / link /  ne ha pubblicato alcuni pezzi in italiano, grazie !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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video, 26.38 min. INVICTA PALESTINA PUBBLICA UNA CONVERSAZIONE DI SHLOMO SAND SULL’INVENZIONE DEL POPOLO EBRAIO-

 

 

 

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Giovedì 4 giugno 2026 –SENIGALLIA, SEDE ANPI, VIA CHERUBINI – ORE 18 —-LA REPUBBLICA ITALIANA E IL SUO LUNGO CAMMINO 1946-2026 + ANPI 1946 / 2026

 

 

 

 

 

 

COPERTINA DEL LIBRO
EDIZIONI 1797

 

Giovedì 4 giugno alle ore 18 nella sede dell’ANPI Senigallia di via Cherubini 4, ANPI Senigallia in collaborazione con Scuola di Pace “V. Buccelletti” e Associazione Storia Contemporanea presenta il libro “La Repubblica italiana e il suo lungo cammino, 1946-2026” , 1797 Edizioni, a cura di Marco Severini e Lidia Pupilli, con ospite lo storico e docente di UNIMC, Marco Severini.
Con la moderazione di Marco Pettinari, un incontro che ripercorre gli 80 anni della Repubblica, in un volume che illustra una panoramica dell’Italia uscita dalla guerra, ancora devastata dal ventennio fascista e dall’occupazione nazifascista.
Ingresso gratuito.

 

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ANPI 1946 -2026 –

” E’ TEMPO DI REPUBBLICA”

 

 

.. Perché il ricordo deve unirsi all’attualizzazione dei principi e dei valori che mossero tutte e tutti coloro che si sono battuti per la libertà, la democrazia, la pace. Per questo, oggi più che mai, ” E’ TEMPO DI REPUBBLICA ” .

 

 

ANPI  —

 

ASSOCIANI NAZIONALI PARTIGIANI D’ITALIA

 

https://www.anpi.it/la-repubblica-italiana-e-il-suo-lungo-cammino-1946-2026

 

 

2 giugno: festeggiamo e attualizziamo l’80° anniversario della Repubblica e del voto delle donne

Perché il ricordo deve unirsi all’attualizzazione dei principi e dei valori che mossero tutte e tutti coloro che si sono battuti per la libertà, la democrazia, la pace. Per questo, oggi più che mai, è tempo di Repubblica 

 

 

**********

 

 

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ELISA BUSON, ANSA.IT / SCIENZA- 3 GIUGNO 2026 – 7.27 :: Nel cervello le tracce dei traumi vissuti nell’infanzia. Influenzano sviluppo e comportamento

 

 

 

 

ANSA.IT / CANALE SCIENZA / BIOTECH — 3 GIUGNO 2026- 7.27
ww.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2026/06/03/nel-cervello-le-tracce-dei-traumi-vissuti-nellinfanzia_ef28a375-96f3-4c20-afd5-08d2a84498d6.html

 

 

 

Nel cervello le tracce dei traumi vissuti nell’infanzia.

 

Influenzano sviluppo e comportamento

di Elisa Buson

 

Rappresentazione grafica di attività neurale (fonte: Picryl) - RIPRODUZIONE RISERVATA

 Rappresentazione grafica di attività neurale (fonte: Picryl) –

 

I traumi vissuti in momenti cruciali della vita, in particolare dall’infanzia ai primi anni dopo l’adolescenza, possono influenzare in modo duraturo lo sviluppo del cervello e il comportamento in età adulta: a incidere maggiormente non è tanto la natura dell’esperienza traumatica, quanto l’età in cui viene vissuta.

Lo dimostra lo studio condotto dall’Istituto Italiano di Tecnologia in collaborazione con l’Irccs Istituto Giannina Gaslini a Genova, grazie al supporto del Fondo Italiano per la Scienza (Fis Advanced) del ministero dell’Università e della Ricerca.

I risultati, pubblicati sulla rivista Cell Reports Medicine, potrebbero aprire la strada a trattamenti personalizzati per comportamenti disfunzionali derivanti da traumi, come aggressivitàdepressioneansia deficit d’attenzione.

Studiando modelli murini e combinando i dati con l’analisi di un campione di pazienti, i ricercatori hanno dimostrato che un trauma vissuto in età infantile può dare origine a problemi di socialità, mentre un trauma durante l’adolescenza induce a comportamenti aggressivi e dominanti. Un problema di ansia è stato invece osservato in tutti i casi.

Le analisi omiche e proteomiche, capaci di esaminare contemporaneamente migliaia di geni e proteine, dimostrano che l’impatto del trauma viene registrato nel cervello in modo duraturo, modificando il funzionamento di specifiche regioni: nel momento in cui si verifica, infatti, si attivano dei processi biologici che cambiano il cervello, come per esempio morte cellulare programmatastress ossidativo o produzione di vescicole da membrane cellulari. Un trauma precoce colpisce soprattutto l’amigdala, l’ippocampo e l’ipotalamo, mentre un trauma tardivo interessa maggiormente la corteccia prefrontale.

Grazie a questo studio, il gruppo di ricerca ha potuto identificare un potenziale bersaglio terapeutico: si tratta della proteina BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), un regolatore chiave della plasticità cerebrale. Modulando la sua via di segnalazione, si potrebbero attenuare gli effetti del trauma che si verifica nella giovane età adulta.

Questi risultati suggeriscono l’esistenza di finestre critiche dello sviluppo durante le quali il cervello è particolarmente vulnerabile al trauma, ma anche potenzialmente più responsivo a interventi terapeutici mirati. L’auspicio è che tali scoperte possano guidare a un trattamento dei disturbi psichiatrici derivanti da eventi traumatici in modo più preciso, introducendo una medicina personalizzata basata sull’età del trauma.

 

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SERGIO RIZZO -L’ESPRESSO / INCHIESTE / 28 FEBBRAIO 2024 : La famiglia La Russa, una dinastia al potere da 52 anni

 

 

 

 

L’ESPRESSO / INCHIESTE / 28 FEBBRAIO 2024

https://lespresso.it/c/inchieste/2024/2/28/la-famiglia-la-russa-una-dinastia-al-potere-da-52-anni/50131

 

 

La famiglia La Russa, una dinastia al potere da 52 anni

Da 52 anni in Parlamento c’è sempre stato un La Russa. Talvolta anche due. Il papà Antonino al Senato e il suo primogenito Vincenzo alla Camera. O il secondogenito Ignazio alla Camera e il primogenito Vincenzo al Senato. Nemmeno nello stesso partito: uno nella maggioranza, il democristiano Vincenzo, “pecora bianca” in una famiglia votata al nero, e uno all’opposizione missina. Papà o fratello minore.

Bersagliati inaspettatamente, un bel giorno, anche dal fuoco amico: «In un certo mondo finanziario che passa attraverso Ursini e arriva a Ligresti, c’è una presenza costante di un senatore del Msi, Antonino La Russa. In questa famiglia ci sono un senatore missino, un ex deputato dc, Vincenzo, e un uomo di spicco del Msi che è Ignazio La Russa. A Milano questa situazione ha impedito, almeno psicologicamente, al partito, di svolgere la sua opposizione».

 

Corre l’anno 1989, sindaco di Milano è Paolo Pillitteri.

PAOLO PILLITERI
FOTO DA: MILANO POST- 6 DICEMBRE 2020 / link

È socialista e cognato del leader del Psi Bettino Craxi, che ha un rapporto speciale con Ligresti che a sua volta ha un rapporto speciale con La Russa senior. Ergo, il Msi a Milano avrebbe le polveri bagnate (METAFORA MILITARE).

 

Tomaso Staiti, il fascista playboy che è restato all’opposizione

Tommaso Staiti di Cuddia delle Chiuse. Milano, 6 Aprile 2005.
foto di Fulvia Pedroni Farassino, Buena Vista

 

Chi lancia questa micidiale accusa contro i suoi stessi camerati in una intervista all’Europeo risponde al nome di Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse. Deputato missino dal 1979 al 1992 è per tutti il «barone nero». Un battitore libero. Sfida Giorgio Almirante per la segreteria del partito e poi si schiera contro Gianfranco Fini. Tifa Pino Rauti, è sempre elegantissimo, ma odia i fascisti in doppiopetto.

 

 

Salvatore Ligresti

 

Ha la lingua tagliente e la mano pesante. Schiaffeggia Giovanni Goria alla Camera e racconta di aver schiaffeggiato anche La Russa, ma chissà com’è andata veramente. Il fatto è che Staiti ha un posto in Parlamento e pure nel comitato centrale del partito. È stato segretario provinciale a Milano e, per quanto impenitente, estremista, minoritario e manesco, le sue parole non sono quelle di uno che passa di lì per caso.

 

«C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami fra la famiglia La Russa e i Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo», ricorda velenoso quasi un quarto di secolo dopo in un’altra intervista, a Silvia Truzzi e Gianni Barbacetto del Fatto Quotidiano.

 

nota

se vuoi –
INTERVISTA BARBACETTO E STRUZZI
VEDI:  IL FATTO QUOTIDIANO / 2 MARZO 2017 —

 

Tomaso Staiti di Cuddia: “La politica oggi è per morti di fame spirituali. Da 20 anni il ‘tumore’ sono i Ligresti e La Russa”

Intervista del 2012 al “Barone Nero” – Raccontava del “combinato disposto tra politica e affarismo che ha provocato metastasi”, di quando schiaffeggiò Ignazio La Russa e dei voti della ‘ndrangheta a Milano. E della Santanché diceva: “È un altro dei regalini di La Russa. I due hanno siglato un patto politico-mondano-commerciale”

APRI QUI
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/02/tomaso-staiti-di-cuddia-la-politica-oggi-e-per-morti-di-fame-spirituali-da-ventanni-il-tumore-sono-i-ligresti-e-la-russa/3426407/

FINE NOTA

 

Da cosa derivi tanto astio non si è mai capito fino in fondo. Ma quando il barone nero dice che «a Milano, per vent’anni, tutto un mondo è stato nelle mani della famiglia La Russa: da Virgillito a Ursini, fino a Ligresti», passa dal giudizio politico alla cronaca.

 

 

Nel 1938, durante la fase più brutale del regime, Antonino La Russa, classe 1913, è il giovane federale di Paternò. Fascista a trazione integrale, nel 1953 cerca di farsi eleggere alla Camera, quando l’inibizione quinquennale al seggio repubblicano imposta agli ex gerarchi è ormai scaduta. Ma invano.

Poi incontra Michelangelo Virgillito.

 

Michelangelo Virgillito nato a Paternò
foto da: Etna News 24

 

 

Anche lui è di Paternò ma ha passato più tempo a Milano, dove ha fatto un sacco di soldi in una borsa valori ancora senza regole. In pochi anni mette le mani sulla Liquigas e il gruppo tessile Lanerossi e l’avvocato La Russa diventa il suo uomo di fiducia, in tandem con un personaggio ancora più spericolato di Virgillito.

È il calabrese Raffaele Ursini ( Roccella Ionica / R. Calabria24 agosto1926 – Losanna7 aprile2008), che ben presto ne raccoglie il testimone. Sono anni facili per chi sa giocare ai tavoli del Far West dell’economia italiana. Ci sono un sacco di soldi pubblici, quelli della Cassa del Mezzogiorno e delle banche d’investimento statali, e come giocatore d’azzardo Ursini non ha rivali. Dopo la Liquigas conquista la Pozzi-Ginori e la Sai della Fiat. Ma si è indebitato fino al collo, così deve vendere e nel Far West trova uno ancora più svelto di lui. Salvatore Ligresti è di Paternò come Virgillito e La Russa. Della Sai ne fa un sol boccone, ma deve dire grazie ad Antonino La Russa se riesce anche a respingere la controffensiva di Ursini.

 

 

Da allora il sodalizio fra i due è a prova di bomba. Nulla può metterlo in crisi, neppure la politica. La Russa è un senatore del Msi, partito che considera Mediobanca e il suo patron Enrico Cuccia poco meno che nemici. Nel 1985 chiede addirittura con una risoluzione parlamentare di mandarlo a casa: «A parte il problema dell’età, va considerato che Cuccia ha gestito per 40 anni Mediobanca talvolta partorendo anche dei mostri».

 

 

Si dà il caso che uno di questi sia proprio Ligresti, il sodale di La Russa senior. Legatissimo, per giunta, a Craxi. Ma di fronte al potere degli affari anche la fede politica passa in secondo piano. E qui siamo al cospetto di un rapporto che travalica le semplici relazioni professionali. Ecco allora che nel consiglio di amministrazione della Fondiaria-Sai, la compagnia nata dalla fusione fra la Sai e la Fondiaria conquistata da Ligresti con l’aiuto di Mediobanca, si installa per 14 anni Vincenzo La Russa, il figlio democristiano di Antonino. Proprio mentre papà Antonino è consigliere di Premafin, la holding di Ligresti. Ci resta fino alla sua morte, nel 2004, e allora gli subentra il nipote Antonino Geronimo La Russa, primogenito di Ignazio.

 

 

Un cantiere in piazza Udine a Milano

 

Il futuro presidente del Senato è parlamentare e non ha incarichi nella galassia di Don Salvatore, che dopo la morte di Cuccia già comincia a scricchiolare. Non lesina però l’assistenza legale. Nel 2013 salta fuori da una verifica ispettiva dell’Isvap che Ignazio La Russa ha incassato fra il 2008 e il 2009 parcelle per 451 mila euro da FonSai e Milano assicurazioni. In quel momento lui è ministro della Difesa nell’ultimo e disastroso governo di Silvio Berlusconi e precisa che si tratta di onorari per attività svolte prima di assumere l’incarico di governo.

 

 

Morto Cuccia e morto pure il suo successore Vincenzo Maranghi, l’impero Ligresti sommerso dai debiti si sgretola. Ma la famiglia La Russa non segue quel destino: di sponsor nel fu salotto buono adesso ne può fare a meno. A Milano e in Lombardia ormai comandano loro. Dopo una legislatura al Parlamento europeo il fratello minore Romano La Russa è assessore regionale della giunta di Roberto Formigoni. Qualche anno dopo di nuovo in quella di Attilio Fontana, ed è francamente difficile dire chi dei due conti di più.

 

 

Il capo indiscusso però è Ignazio, imbattibile nel tenere insieme i fili degli affari e della politica. E la sua nomina a ministro della Difesa nel 2008 rappresenta senza dubbio una svolta. Forse decisiva per la successiva scalata al potere. Entra al ministero accompagnato da due sottosegretari ben ferrati in materia. Uno è Guido Crosetto, che fonderà Fratelli d’Italia con il ministro e Giorgia Meloni, ma sarà pure presidente dell’Aiad, l’associazione delle imprese della difesa. L’altro è Giuseppe Cossiga, il figlio dell’ex presidente della Repubblica: quando Crosetto diventa ministro prende lui il suo posto al timone della lobby delle industrie militari. Una staffetta così studiata da escludere coincidenze.

 

Filippo Milone - Il Fatto Quotidiano

Filippo Milone (Milano, 29 maggio 1952) 

Ma c’è una terza persona che segue La Russa al ministero.Si chiama Filippo Milone e sembra l’anello di congiunzione fra i due mondi: quello politico e quello degli affari. Consigliere del ministro della Difesa, non è uno sconosciuto nella galassia Ligresti. È presidente di Quintogest, impresa controllata da Fondiaria Sai. Nonché consigliere della Sviluppo Centro est, società fra Ligresti, Toti e i costruttori Santarelli.Nel crepuscolo della prima Repubblica gestisce la Grassetto, impresa di costruzioni di Ligresti poi finita nel vortice delle inchieste di Tangentopoli.

E lui s’immola. A partire dal tintinnio delle manette fino ai processi per corruzione subisce tutte le traversie di quella stagione. Sperimentando ogni brivido che la ruota della giustizia sa offrire, dalla sospirata prescrizione allo zuccherino della riabilitazione.

 

Milone però non è soltanto questo. Con La Russa condivide anche la fede politica. Prima e dopo la nascita del suo partito. Oggi è presidente del Secolo d’Italia, consigliere di Italimmobili (l’immobiliare del partito) e della Fondazione Alleanza nazionale (la cassaforte del partito) nonché componente della commissione di disciplina e garanzia di Fratelli d’Italia.

 

 

Quando cade l’ultimo governo Berlusconi e arriva Mario Monti è l’unico, assieme a Vittorio Grilli, a venire promosso: da consigliere dell’ex ministro a sottosegretario, nientemeno. A differenza di Grilli, per meriti squisitamente politici. La Russa riesce incredibilmente a ottenere che resti alla Difesa. Anche a dispetto dell’opportunità. Il giorno seguente al giuramento dei sottosegretari Fiorenza Sarzanini racconta sul Corriere della Sera che «durante l’interrogatorio di fronte al pm Paolo Ielo a Borgogni è stato chiesto di chiarire a che titolo avrebbe versato soldi a Filippo Milone, ex capo della segreteria di La Russa». Borgogni è Lorenzo Borgogni, manager di Finmeccanica, la principale industria della Difesa, all’epoca sotto inchiesta assieme all’amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini.

 

 

Enrico Cuccia

 

Ma illazioni a parte, una ragione concreta per la permanenza di Milone al ministero in realtà c’è, eccome. L’ultimo atto della gestione La Russa è la costituzione di una società per azioni, Difesa servizi spa. E bisogna sorvegliare che non venga soppressa nella culla dai nuovi arrivati. La società è un’idea del sottosegretario Crosetto, che la realizza con l’aiuto del suo consigliere Luca Andreoli, ufficiale dei carabinieri.

Al di là dei numeri (67 milioni di fatturato e 6 di utili netti nel 2022) è una società strategica per la gestione del potere nel settore militare. Oltre alla valorizzazione economica delle caserme, si occupa della formazione del personale specializzato per l’uso degli armamenti e della sperimentazione militare. Per non parlare delle sponsorizzazioni e della pubblicità. È una delle poche società pubbliche non dipendenti dal Tesoro, perché l’azionista è il ministero della Difesa. Che dunque procede anche alle nomine senza interferenze esterne.

 

 

E chi è oggi l’amministratore delegato e direttore generale? Luca Andreoli. L’ha nominato Crosetto a pochi mesi dal suo ritorno al ministero, al posto di Pier Fausto Recchia, ex deputato del Pd insediato al vertice della società dalla ministra dem Roberta Pinotti. A dimostrazione del fatto che la lottizzazione non conosce confini di partito.

 

Poi, però, con l’occasione del rinnovo, si era assistito all’occupazione politica totale delle poltrone. Presidente è stato nominato Gioacchino Alfano: ex Pdl e Nuovo centrodestra, è sottosegretario alla Difesa al posto di Milone con i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Gli altri tre consiglieri sono l’ex deputato del Ccd (e poi Margherita) Mauro Fabris, l’ex senatrice forzista passata alla Lega Anna Carmela Minuto e la vicepresidente della Provincia di Trento Francesca Gerosa, di Fratelli d’Italia.

 

 

Un assaggio del nuovo corso si è avuto ben presto, con il calendario 2024 dell’Esercito prodotto da Giunti su licenza di Difesa servizi e il contributo di Leonardo, Iveco veicoli militari e Beretta. «Per l’Italia sempre», recita il titolo, con  la precisazione che «sempre» significa «prima e dopo l’8 settembre 1943». Interpretabile senza troppi sforzi in una specie di riabilitazione subliminale del periodo fascista. Sponsor del singolare slogan, la sottosegretaria Isabella Rautidell’esecutivo di Fratelli d’Italia, figlia del fondatore di Ordine nuovo Pino Rauti.

Clamoroso il contrasto con il calendario del 2023, progettato prima dell’arrivo della destra al governo, che diceva invece «A testa alta…da Porta San Paolo a Mignano Monte Lungo i 98 giorni che portarono alla riscossa». Quale riscossa? Quella dell’esercito italiano dopo l’8 settembre 1943 contro gli invasori nazisti.

 

 

da :

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DONATELLA, NONCENTRANIENTISSIMO ::: LE ODI DI ORAZIO ( scritte a partire dal 30 a.C. raccolte in 4 libri- ) + altro– Venosa ( pr. Potenza )

 

 

 

 

 

*** NON C’ENTRA NIENTE/ NIENTISSIMO– UN TEMPO RUBRICA DI DONATELLA

 

 

Orazio legge davanti al circolo di Mecenate (I sec. a. C.), dipinto di Stefano Bakalovich1863

 

 

Noncentranientissimo, la cui redazione  ( io ) ha scoperto, a più di duemila anni dalla nascita, la poesia di Orazio, grazie al libro del fisico teorico Carlo Rovelli intitolato ” L’ordine del tempo”. Le cose più accessibili del libro sono state per me gli incipit con cui l’Autore apre ogni capitolo. I versi sono tratti dalle Odi di Orazio e mi hanno rimandato, con estrema dolcezza e nostalgia, ai grandi lirici greci:

 

 

Danze d’amore intrecciano
fanciulle dolcissime
illuminate dalla luna
di queste limpide notti (I, 4)

 

Anche le parole che ora diciamo
il tempo nella sua rapina
ha già portato via
e nulla torna (I, 11)

 

Si apre
a questo vento dolce
di primavera
il chiuso gelo dell’immobile
stagione
e le barche tornano al mare…
Adesso dobbiamo intrecciare
corone
e ornarcene il capo (I, 4)

 

E quell’onda
navigheremo tutti
quanti ci nutriamo
dei frutti della terra (II. 14)

Tu non chiedere
l’esito dei miei, dei tuoi giorni,
Leuconoe
– è un segreto sopra di noi-
e non tentare calcoli astrusi (I, 11)

 

 

 

 

se qualcuno avesse tempo di leggere la vita, è piuttosto inaspettata..

apri qui

Quinto Orazio Flacco, più noto semplicemente come Orazio (in latino Quintus Horatius FlaccusVenosa8 dicembre 65 a.C. – Roma27 novembre 8 a.C.), è stato un poeta romano. ( Muore a 57 anni, se non mi sono sbagliata. Era tanto o poco in quell’epoca ? )

https://it.wikipedia.org/wiki/Quinto_Orazio_Flacco

 

 

 

Quinto Orazio Flacco in un ritratto immaginario di Giacomo Di Chirico

 

 

 

 

 

NOTA:

Giacomo Ernesto Eduardo Di Chirico (Venosa27 gennaio 1844 – Napoli26 dicembre 1883) è stato un pittore italiano. Nonostante la sua breve carriera fu, assieme a Domenico Morelli e Filippo Palizzi, uno dei più importanti pittori di scuola napoletana dell’Ottocento.

 

 

qualcosa su Venosa:

 

 

Iscrizione funeraria del I sec. d.C., relativa alla sepoltura di una coppia di liberti

 

 

 

SS. Trinità, Venosa (PZ), La Chiesa Incompiuta

D.N.R. – Opera propria

 

 

 

 

Concattedrale di Sant’Andrea
Generale Lee – Opera propria

 

 

 

 

 

casa d
D.N.R. – Opera propria

Cosiddetta casa di Orazio Flacco (in effetti trattasi dei resti di ambienti termali di una domus romana), Venosa (PZ)

 

 

 

 

 

Fontana Angioina
Generale Lee – Opera propria

 

 

 

 

 

Fontana di San Marco
Generale Lee – Opera propria

 

 

 

 

Castello Aragonese
Generale Lee – Opera propria

 

 

 

 

Parco Archeologico
Generale Lee – Opera propria

 

 

 

SEGUE DA:

Raffigurazione di una Chanukkiyah nelle Catacombe ebraiche di Venosa
Daniel Ventura – he.wikipedia.org 10:11, 23 April 2007

 

 

Catacombe ebraiche di Venosa

 

 

Scoperto nel 1853, il complesso sepolcrale di Venosa è fra le più importanti testimonianze della florida presenza ebraica nella città e nell’Italia meridionale. L’analisi delle oltre settanta iscrizioni rinvenute, non datate ad eccezione di una del 521, colloca l’utilizzo del sito sepolcrale fra i secoli IV e VI d.C. A quest’epoca risalgono le prime notizie certe di presenza ebraica nella regione. Le catacombe si articolano in una rete di percorsi ipogei scavati nella roccia tufacea, nell’area extraurbana della collina della Maddalena. Vi si trovano sepolture a loculo disposte lungo le pareti o a terra; altre tumulazioni sono organizzate in cubicoli (tombe a camera con molteplici sepolture) e arcosoli (loculi ricavati in un nicchia sormontata da un arco). Alcune aree presentano ricche decorazioni ad affresco caratterizzate da simboli della tradizione ebraica, come la menorah, il lulav e lo shofar. Epigrafi in greco, latino e ebraico, talvolta bilingui, attestano l’alto livello di integrazione con la società non ebraica, oltre a costituire un importante strumento di conoscenza dell’organizzazione comunitaria dell’epoca, con riferimento a cariche e ruoli, anche ricoperti all’esterno del mondo ebraico. Notizie d’epoca successiva riprenderanno in particolare nel IX secolo grazie al materiale epigrafico rinvenuto nel complesso dell’Incompiuta.

 

 

viaggio virtuale

 

 

TESTO E VIDEO DA:

 

 

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nel link di Wikipedia – Venosa- volendo, trovate informazioni sulle varie foto sopra— prese  da qui

https://it.wikipedia.org/wiki/Venosa

 

 

 

CARTINE A CHI INTERESSANO..

 

cartina della Basilicata ( Lucania )

Basilicata - Wikipedia

La Basilicata ha per capitale Potenza ed è divisa in due province:
Potenza e Matera:

 

 

 

 

LA BASILICATA ( LUCANIA )

**  è una lettura appassionante di scoperte..

https://it.wikipedia.org/wiki/Basilicata

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Donatella D’Imporzano, Canzone + Liszt

 

 

 

 

CANZONE

 

 

 

Quando sugli alberi

della notte

fiorisce la mia canzone,

profili di colli lontani

io vedo

ed aria pura

trasparente come vetro.

Frutti maturi

di generosa estate

profumano di bellezza

la terra scura

e dolcemente

si addormenta

il mare

 

 

 

LISZT, CONSOLAZIONE n. 3

 

 

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IL LAVORO DEL LUTTO/ DIFFERENZA DALLA DEPRESSIONE PROFONDA — da : LUTTO E MELANCONIA DI SIGMUND FREUD ( 1915 / pubblicato 1917 ) — fonti varie ( vedi sotto, con i vari link )

 

 

 

 

*** per chi avesse interesse o anche bisogno.. quizàs quizàs

 

 

ALCUNE PREMESSE PER CHI MAI…

 

PER ILTESTO INTEGRALE DI FREUD APRI QUI

Per una lettura integrale: http://www.idipsi.it/it/wp-content/uploads/2014/09/lutto-e-malinconia.-S-Freud.pdf

 

 

 

** DEFINIZIONE LIBIDO –DA TRECCANI

Il termine latino libido, “desiderio”, è usato in psicoanalisi con accezioni diverse: in Freud, indica una forma di energia vitale che rappresenta l’aspetto psichico della pulsione sessuale, suscettibile di venire investita, ossia diretta, verso sé stessi o un oggetto esterno;  SEGUE NEL LINK SOPRA

 

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Aggiunta::

 

A partire dal 1920, dalla pubblicazione del testo,  Al di là del principio del piacere, accanto all’Eros ( questo il nome della libido ) viene teorizzato Thanatos, o principio di distruzione o di morte.

«Empedocle di Agrigento, nato all’incirca nel 495 a.C., si presenta come una figura fra le più eminenti e singolari della storia della civiltà greca […] Il nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle che si avvicina talmente alla dottrina psicoanalitica delle pulsioni, da indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche se non fosse per un’unica differenza: quella del filosofo greco è una fantasia cosmica, la nostra aspira più modestamente a una validità biologica. […] I due principi fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione» . ( Umberto GalimbertiEnciclopedia di psicologia, Garzanti, Torino, 2001, p. 802.)

“E ora le pulsioni nelle quali crediamo si dividono in due gruppi: quelle erotiche, che vogliono convogliare la sostanza vivente in unità sempre più grandi, e le pulsioni di morte, che si oppongono a questa tendenza e riconducono ciò che è vivente allo stato inorganico. Dall’azione congiunta e opposta di entrambe scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la morte. Forse scrollerete le spalle: ‘Questa non è scienza della natura, è filosofia, la filosofia di Schopenhauer‘. E perché mai, Signore e Signori, un audace pensatore non dovrebbe aver intuito ciò che una spassionata, faticosa e dettagliata ricerca è in grado di convalidare? ”  ( S. Freud Introduzione alla psicoanalisi, Edizioni Boringhieri 1978, p. 509. )

 

CITAZIONI DA: 

WIKIPEDIA, AL DI LA’ DEL PRINCIPIO DEL PIACERE  DI FREUD
https://it.wikipedia.org/wiki/Al_di_l%C3%A0_del_principio_di_piacere

 

 

il blog– voglio fare una citazione del testo che mi aveva colpito anni fa e che trovo assolutamente realistica nel senso che è così che avviene all’interno di noi.

 

” Orbene, in cosa consiste il lavoro svolto dal lutto? Non credo di forzare le cose se lo descrivo nel modo seguente: l’esame di realtà ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e comincia a esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso con tale oggetto. Contro tale richiesta si leva un’avversione ben comprensibile; si può infatti osservare invariabilmente che gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica, neppure quando dispongono già di un sostituto che li inviti a farlo. Questa avversione può essere talmente intensa da sfociare in un estraniamento dalla realtà e in una pertinace adesione all’oggetto, consentita dall’instaurarsi di una psicosi allucinatoria di desiderio. La normalità è che il rispetto della realtà prenda il sopravvento. Tuttavia questo compito non può esser realizzato immediatamente. Esso può essere portato avanti solo poco per volta e con grande dispendio di tempo e di energia d’investimento; nel frattempo l’esistenza dell’oggetto perduto viene psichicamente prolungata.

Tutti i ricordi e le aspettative con riferimento ai quali la libido era legata all’oggetto

vengono evocati e sovrainvestiti uno a uno,

e il distacco della libido si effettua in relazione a ciascuno di essi.

 

testo da: http://www.idipsi.it/it/wp-content/uploads/2014/09/lutto-e-malinconia.-S-Freud.pdf

 

 

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finite le premesse, cominciamo la lettura

DA:

IL FOGLIO PSICHIATRICO  —

COMMENTO A LUTTO E MELANCONIA DI FREUD

 

di Raffaele Avico, psicoterapeuta – specializzato nella cura dei disturbi post-traumatici

 

Il saggio breve Lutto e Melanconia di Freud rappresenta un eccezionale documento ed esempio di lucidità descrittiva intorno al tema che porta in oggetto, oltre essere una testimonianza unica del talento narrativo di Sigmund Freud.

L’autore apre facendo una breve descrizione della differenza tra il lutto e la melanconia. Freud descrive il lutto come:

“la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la libertà, o un ideale o così via”,

che ha come conseguenze

“un doloroso stato d’animo, la perdita d’interesse per il mondo esterno – fintantoché esso non richiama alla memoria colui che non c’è più- , la perdita della capacità di scegliere un qualsiasi nuovo oggetto d’amore (che significherebbe rimpiazzare il caro defunto), l’avversione per ogni attività che non si ponga in rapporto con la sua memoria”.

Freud spiega inoltre come per compiere il lavoro del lutto debba essere effettuato uno spostamento di investimento libidico su un altro oggetto che non siano l’oggetto perso. Strutturalmente, tuttavia, l’uomo pare essere portato a mantenere per più tempo possibile l’adesione libidica verso l’oggetto (“gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica”), e quindi il lavoro del lutto richiede tempo e richiede dei passaggi (per esempio, Freud sottolinea, il sovra-investimento di tutti i ricordi e le aspettative connesse all’oggetto perduto, che devono essere uno per uno abbandonati). Solo allora, Freud scrive, “l’Io ridiventa in effetti libero e disinibito”.

Per quanto riguarda invece la melanconia, Freud sottolinea che i pazienti melanconici paiono soffrire del lutto (intenso come perdita) per un qualcosa che però rimane “enigmatico”. Ovvero, sembra che il lavoro del lutto venga svolto al di sotto del livello della coscienza. Si sa che qualcosa si è perso, ma non si capisce bene cosa. Questo avviene in altri termini quando la perdita è “inconsapevole”. Le conseguenze di questo lavoro di elaborazione del lutto a livello sub-cosciente, Freud afferma, sono un progressivo svuotamento del senso dell’Io: in questo caso non è tanto il mondo a essersi svuotato di qualcosa (come nel lutto), quanto il senso dell’Io.

Freud afferma:

“ll quadro di questo delirio d’inferiorità (prevalentemente morale) è completato da insonnia, rifiuto del nutrimento e da un tratto notevolissimo sotto il profilo psicologico, ossia dal superamento di quella pulsione che costringe ogni essere vivente a restare fortemente attaccato alla vita“.

Freud prosegue notando come nel paziente melanconico esista una grande lucidità nel descrivere il suo stato interiore, come una limpidezza acquisita che gli consente ora di osservare dentro di sé la natura più psicologica e morale del suo essere. In questo caso, Freud dice, avviene una divisione verticale dell’Io, che si configura ora come scisso, e con una parte che critica l’altra: la coscienza (che rappresenta una delle parti dell’Io diviso) interviene a giudicare l’Io stesso da un punto di vista morale:

“Nel quadro morboso della melanconia emerge in primo piano, rispetto alle altre rimostranze, la riprovazione morale nei confronti del proprio Io; la valutazione di sé si basa assai più raramente su imperfezioni fisiche, bruttezza, debolezza, inferiorità sociale; solo l’impoverimento assume una posizione di rilievo fra i timori o le dichiarazioni del malato“

Inoltre, Freud sostiene, questo meccanismo di auto-accusa proverrebbe, a sua volta, da un atteggiamento di “rivolta” verso qualcosa di esterno, messo in piedi dal soggetto, solo in seguito rivolto a sé. A ben guardare la sintomatologia del paziente melanconico, Freud sottolinea, si nota che il soggetto melanconico rivolge a sé delle accuse che in realtà vorrebbe indirizzare all’esterno di sé:

“tutto ciò è possibile soltanto perché il loro modo di reagire continua a derivare da una costellazione psichica di rivolta, la quale poi, in virtù di un determinato processo, è evoluta fino a trasformarsi in contrizione melanconica“

Il processo citato in questo passaggio, Freud lo descrive come un passaggio anomalo dell’investimento libidico del paziente: trovandosi a dover abbandonare l’oggetto d’amore iniziale, e non riuscendo a investire in tempo breve su un altro oggetto, il soggetto melanconico sarebbe stato obbligato a far ricadere su di sé l’investimento libidico (lasciato “libero di fluttuare”), con però la conseguenza dell’instaurarsi di una “identificazione” con l’oggetto perduto (da qui la famosa espressione “l’ombra dell’oggetto [abbandonato] cade così sull’Io”).

A questo punto, si instaura secondo Freud un conflitto tra la parte critica dell’Io e l’Io stravolto dall’identificazione con l’oggetto abbandonato. In questo senso la melanconia si rivela essere il risultato di un investimento sull’Io di tipo narcisistico (che aiuta in qualche modo a preservare il legame con l’oggetto perduto, portando tutto “in casa dell’Io”)

Freud scrive:

“Quando l’amore per un oggetto si è rifugiato nell’identificazione narcisistica –ma si tratta di un amore a cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all’oggetto stesso – accade che l’odio si metta all’opera contro questo oggetto sostitutivo oltraggiandolo, denigrandolo, facendolo soffrire e derivando da questa sofferenza un sadico soddisfacimento”.

Freud dunque vede la melanconia come una distorsione del lutto, la quale prevede un ritiro narcisistico dell’energia libidica, energia poi riflessa sull’Io e che lo conduce, quando troppo potente, a comportamenti anche apertamente anti-conservativi come il suicidio (l’odio verso l’oggetto perduto viene riflesso sull’Io): in questo senso paragona la malattia melanconica ad una ferita aperta che attira su di sé “da tutte le parti energie di investimento e svuota l’Io fino all’impoverimento totale”.

A proposito invece dei sintomi della malattia melanconica, Freud cita l’insonnia (prodotta da un eccesso di investimento energetico rivolto su di sé) e il curioso fenomeno di riduzione della portata dei sintomi nelle ore serali. In conseguenza di questo, passa poi a descrivere lo stato contrapposto alla melanconia, ovvero la mania, che avviene in questo modo:

“in questi casi avviene qualcosa che fa sì che un grande spiegamento di energia psichica, sostenuto a lungo o trasformatosi in abitudine, a un certo momento diventi superfluo, talché questa energia è resa disponibile per molteplici impieghi e possibilità di scarica. Ciò si verifica ad esempio quando un povero diavolo è sollevato improvvisamente –perché gli piove addosso una grande quantità di denaro –dalla cronica preoccupazione per il pane quotidiano; o quando una lotta lunga e difficile è coronata infine dal successo; o quando, d’un tratto, riusciamo a liberarci da una pesante costrizione o da una posizione falsa in cui avevamo indugiato a lungo; e così di seguito. Tutte queste situazioni sono caratterizzate da un umore allegro, dai segni di scarica dati da un affetto gioioso e da un’accresciuta disponibilità a compiere ogni sorta di atti proprio come nella mania, e in assoluto contrasto con la depressione e l’inibizione tipiche della melanconia. Possiamo azzardarci a dire che la mania non è altro che un trionfo di questo genere, solo che anche questa volta l’Io ignora quali prove ha superato e perché sta cantando vittoria”

Come si nota, la mania rappresenta una cambio di posizione psichica in termini economici: le risorse vengono spese, reindirizzate, altrove, spostandosi dall’Io verso l’esterno, e producendo un senso di trionfo e di alleggerimento. Freud, tuttavia, conclude il breve saggio rimandando ad ulteriori approfondimenti che possano chiarire perché alla melanconia segua spesso una fase di mania, e non così, invece, nella fase di risoluzione del semplice lutto

 

 

 

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SPI

 

 

SpiPedia

 

 

 

 

 

Lutto (Il lavoro del)

 

 

 

 

Tania Bruguera, 2018

Tania Bruguera, 2018

 

 

IL LAVORO DEL LUTTO

 

A cura di Daniela Battaglia

 

Definizione del concetto

 

In Lutto e Melanconia, ( scritto nel 1915, ma pubblicato nel 1917 ), Freud afferma che il lutto è la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto; ad esempio la patria o un ideale. Comporta uno stato d’animo doloroso, la perdita d’interesse per il mondo esterno e della capacità di scegliere un nuovo oggetto d’amore, e anche l’avversione per ogni attività che non sia in relazione con l’oggetto d’amore perduto. Freud (1915) aggiunge che nel lutto è presente anche un distacco dai consueti interessi ma sottolinea che, dopo un ragionevole periodo di tempo, il lutto può essere superato.

 

 

Ma come accade che questo stato doloroso, che comporta un’inibizione e una limitazione dell’Io, venga superato?

 

Freud ricorda che è necessario un vero e proprio lavoro psichico e nello stesso testo introduce l’espressione “lavoro del lutto”. Questo concetto ha già in se stesso una portata innovativa in quanto inserisce nella comprensione del lutto un fatto nuovo, cioè che la graduale attenuazione del dolore a seguito di una perdita è il risultato di un’elaborazione psichica dinamica e niente affatto scontata.  Può, infatti, anche andare incontro a un insuccesso, come osserviamo nel lutto patologico.

 

Secondo Freud il lavoro del lutto inizia quando il soggetto si trova costretto, sotto la pressione dell’esame di realtà, a prendere atto della inesorabilità della perdita e della conseguente necessità di iniziare un progressivo ritiro dell’investimento libidico da ciò che riguarda l’oggetto perduto.

 

La difficoltà delle persone ad abbandonare una posizione libidica precedentemente assunta (resistenza al cambiamento) rende difficile e lento questo processo e determina, in una prima fase, un estraniamento dalla realtà e una tenace adesione all’oggetto perduto. L’Io s’identifica parzialmente con l’oggetto in attesa di un nuovo equilibrio e di una ridistribuzione degli investimenti libidici. Nelle situazioni normali l’esame di realtà ha il sopravvento e quando il lavoro del lutto è giunto al termine, l’Io ridiventa libero superando le inibizioni legate al lutto stesso.

 

Elaborare il lutto significa, dunque, poter pensare a un dopo, pensare a qualcosa che sembrava impensabile e iniziare a rappresentarsi qualcosa che sembrava irrappresentabile. Pensare a un dopo apre alla speranza, al nuovo, alla possibilità di immaginare che vi sia qualcosa che non conosciamo e che vale la pena di essere conosciuto. Il superamento del lutto ci mette a confronto con la nostra capacità di rimanere vivi emotivamente in un mondo “impoverito” (è il termine usato da Freud) dall’assenza dell’oggetto d’amore. La nascita di una nuova speranza origina da una spinta vitale, che ha a che fare con la capacità di tollerare e accettare la separazione e la perdita.

 

Il normale processo di elaborazione del lutto, che esita nell’investimento di un altro oggetto significativo, non può avvenire nel melanconico, nel quale la relazione narcisistica e ambivalente con l’oggetto ostacola il normale svolgimento di superamento del lutto.

 

Freud individua alcuni elementi chiave che distinguono la melanconia dal lutto fisiologico.

Il primo consiste in un disturbo della considerazione di sé, presente nella melanconia ma non nel lutto: nella prima si riscontra una mortificazione del sentimento di sé che si esprime in auto rimproveri e auto accuse  e culmina nell’attesa delirante di una ritorsione.   Inoltre, mentre nel lutto il soggetto avverte il mondo impoverito e svuotato, nella melanconia è l’Io stesso a essere percepito come impoverito e svuotato. In altri termini, a seguito della perdita dell’oggetto, si realizza in questo caso un mutamento del sé di cui il soggetto non è completamente consapevole.

 

 

Nel corso dello sviluppo sano del bambino avviene un processo che conduce a una differenziazione tra la libido dell’Io e la libido oggettuale.  Non si tratta di operare uno spostamento di amore da se stesso verso l’oggetto, ma piuttosto di un processo per cui il bambino raggiunge una capacità di percepire l’oggetto separato, questo permette una relazionalità con gli oggetti che vengono sperimentati come esterni a sé, fuori dal regno dell’onnipotenza infantile e dotati di vita autonoma e quindi potenzialmente capaci di abbandono. Nel paziente melanconico questo passaggio non ha avuto luogo, per cui di fronte a una perdita o una delusione, egli non riesce a sganciarsi dall’oggetto perduto e regredisce dalla relazione oggettuale narcisistica alla identificazione narcisistica. In questo modo l’oggetto viene preservato nella forma di una identificazione con esso, che ostacola la possibilità di evolvere e interferisce con l’esame di realtà.

 

L’impossibilità del melanconico di impegnarsi in forme di relazionalità oggettuale non narcisistiche sembra essere l’ostacolo fondamentale all’istaurarsi del lavoro del lutto, come sottolinea Ogden in una interessante lettura del testo freudiano (Ogden 2012). In un certo senso si tratta di un espediente (fallimentare, in realtà) per aggirare l’esperienza del dolore della perdita e della propria impotenza rispetto al fatto che se un oggetto è sentito come altro può abbandonarci mettendo in luce   la nostra non onnipotenza.

Il prezzo che il soggetto paga è altissimo: in cambio della fuga dal dolore della perdita chi non accede al lavoro del lutto sperimenta un senso di mancanza di vita dovuta al fatto che si trova immerso in una realtà congelata, senza possibilità di elaborare la perdita nella realtà esterna e di entrare in contatto autentico con le proprie emozioni.

Inoltre l’impossibilità di padroneggiare il dolore e il tentativo di metterlo da parte potrebbe trasformare un sentimento di delusione, solitudine, rabbia, in qualcosa che somiglia a “gioia, esultanza e trionfo” e immergere il paziente in uno stato in cui predomina il pensiero onnipotente fino ad esitare in una franca reazione maniacale.

 

Non va trascurato il peso dell’ambivalenza nella dinamica che stiamo osservando: da una parte l’ambivalenza esistente verso l’oggetto, dall’altra l’ambivalenza legata al desiderio di restare vivo, contrapposto al desiderio di essere una cosa sola con l’oggetto perduto. Riguardo al primo aspetto dobbiamo considerare che l’ambivalenza verso l’oggetto, insita nella relazione d’amore, viene esacerbata dalla perdita e che, a causa della regressione del soggetto verso l’identificazione narcisistica, accade che l’odio verso l’oggetto o la situazione deludente e/o abbandonante si riversi sull’Io (le autoaccuse feroci del melanconico) e che il soggetto tragga da queste sofferenze un soddisfacimento di tipo sadico .

L’altra particolare forma di ambivalenza presente nel lutto riguarda la lotta tra il desiderio di vivere, sopportando il dolore della perdita, e il desiderio di essere una cosa sola con i propri oggetti interni morti. La persona capace di fare il lutto, a differenza del melanconico, riesce a elaborare questo conflitto. La nascita di una nuova speranza originata da una spinta vitale, che inevitabilmente ha a che fare con la capacità di tollerare e accettare la separazione e la scomparsa dell’oggetto amato.

Nel libro “La perdita” Rossanda e Fraire (2008) indagano questo aspetto illustrando come la possibilità di intraprendere un “nuovo viaggio” con noi stessi ma senza l’altro, il potersi sentire creativi e liberi dopo un lutto sia intrinsecamente connesso all’attraversamento del dolore profondo per la perdita e mai da esso completamente disgiunto.

 

In estrema sintesi, il lutto può avvenire se e quando si è riusciti ad instaurare una reale relazione oggettuale con un oggetto sentito come altro da sé, perché solo allora si può accedere ad una separazione, sperimentarla e elaborarla.

 

 

 

PER CHI VOLESSE NEL LINK, CHE RIPETO, SEGUE:

 

Ulteriori evoluzioni del concetto
+ Bibliografia

 

 

NEL LINK

Lutto (Il lavoro del)

 

 

 

 

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