The Shâhnâmeh (Book of Kings) is major epic work of persian poetry “Ferdowsi Tousi”. “Bayasanghori Shâhnâmeh” was made in 1430 for Prince Bayasanghor (1399-1433), the grandson of the legendary Central Asian leader Timur (1336-1405). – http://portal.unesco.org/ci/photos/showgallery.php/cat/793
Una battaglia tra i padroni di casa dell’Iran e Turan durante il regno di Kay Khusraw
Faramarz, figlio di Rostam, piange la morte di suo padre e di suo zio, Zavareh.
The Shâhnâmeh (Book of Kings) is major epic work of persian poetry “Ferdowsi Tousi”. “Bayasanghori Shâhnâmeh” was made in 1430 for Prince Bayasanghor (1399-1433), the grandson of the legendary Central Asian leader Timur (1336-1405). – http://portal.unesco.org/ci/photos/showgallery.php/cat/793
Bizhane riceve un invito dalla nutrice di Manizheh
All’attacco dell’Iran. La guerra si fa sempre più sporca. Non solo per gli incendi di raffinerie e depositi di carburante, un’aria irrespirabile per le piogge acide, con un cielo nero di giorno e fiammeggiante di notte a Teheran e nel Golfo, come nella Baghdad di Saddam Hussein
La guerra si fa sempre più sporca. Non solo per gli incendi di raffinerie e depositi di carburante, un’aria irrespirabile per le piogge acide, con un cielo nero di giorno e fiammeggiante di notte a Teheran e nel Golfo, come nella Baghdad di Saddam Hussein che ho vissuto nel 2003: l’acqua da decenni scorre già inquinata dall’Eufrate al Tigri al Litani in Libano, segno di un disastro ambientale di tutto il Medio Oriente.
E che nessuno vuole vedere perché per noi conta solo il petrolio, non i popoli e la loro fonte di vita. Siamo come il colonialista britannico Lord Curzon: ogni goccia di petrolio, diceva, vale una goccia di sangue. Poi fingiamo che questa non è la nostra guerra e che non ci schieriamo. Siamo già schierati.
È UNA GUERRA sempre più sporca perché gli obiettivi di Trump e Netanyahu – al di là delle dichiarazioni talora non verificabili del presidente americano – diventano sempre più opachi ogni giorno che passa. Tra i due l’unico con le idee chiare è Netanyahu che lo ha trascinato in guerra: per lui più i conflitti durano più si sente saldo al potere. Il premier israeliano ha due obiettivi: radere al suolo il Sud del Libano – diventerà come Gaza ha detto un suo ministro – e annichilire l’apparato militare del regime iraniano.
Danny Citrinowicz, analista israeliano citato dal Financial Times, ha esemplificato così la situazione: «Se ci sarà un colpo di stato, tanto meglio. Se le persone scenderanno in piazza, tanto meglio. Se ci sarà una guerra civile, tanto meglio. Israele se ne frega del futuro e della stabilità dell’Iran».
Per Netanyahu l’importante è disgregare il Medio Oriente, fare l’Iran a pezzi e imporre il suo primato a tutta la regione: se gli arabi del Golfo un giorno entreranno nel Patto di Abramo lo faranno da sudditi e colonizzati.
Ma tutto questo lo sapevamo già, altrimenti Netanyahu non sarebbe andato a Washington a convincere Trump a fare la guerra mentre ancora si stava negoziando. La guerra è sporca perché nasce sporca, contro il diritto internazionale: alla diplomazia sono stati dati degli ultimatum non spazi per trattare.
È STATO QUESTO il primo errore della superpotenza americana quando ha mosso aerei, missili e navi da guerra: avrebbero dovuto servire non ad accendere un nuovo conflitto ma a spegnerlo. Se Trump avesse dimostrato un decimo della pazienza che mostra con Putin, oggi scriveremmo un’altra cronaca. Non è forse un caso che abbia telefonato al Cremlino non tanto per chiedere dell’Ucraina ma magari per informarsi da Putin, amico del regime iraniano e di Netanyahu, su come trovare una exit strategy dal Medio Oriente.
Il capo della Casa Bianca ha invece commesso un errore di valutazione clamoroso. Netanyahu, che è molto più astuto di lui, gli ha fatto balenare davanti il colpo grosso: facciamo fuori la Guida Suprema Alì Khamenei e poi mettiamo nel sacco la repubblica islamica come hai già fatto con Maduro e il Venezuela. Il presidente Usa deve averci visto il segno del destino del giocatore d’azzardo: del resto l’unica volta che Donald Trump andò nell’Iran pre-rivoluzionario fu nel 1978 al casino di Teheran dove una foto lo ritrae sorridente con Jack Nicholson e Warren Beatty.
Nel suo discorso dell’altra notte dove dice che la guerra sta per finire è ancora lì che cita, insistendo, la soluzione alla venezuelana. Dopo l’uccisione di Khamenei, l’ayatollah di Mar-a-lago si è esaltato al punto di pretendere persino di nominare la nuova Guida Suprema. E vederlo dirsi deluso quando l’Assemblea degli Esperti, con una riunione virtuale (per la prima volta nella storia della repubblica islamica), ha eletto il figlio di Khamenei Mojtaba ha fatto quasi pena. Quasi, perché la sua ignoranza è pari soltanto alla sua arroganza. Diremmo del tutto dissennato se non sapessimo che prima di tutto per lui c’è il business e che suo figlio sta entrando sul mercato americano dei droni da guerra, insieme a un società di golf e a una compagnia israeliana.
QUESTA COMPAGNIA di affaristi arrivata al potere a Washington prende la guerra, gli stati e i popoli come un’occasione per fare soldi: sono animati dall’avidità e da una straordinaria follia.
C’è solo un momento in cui Trump riprende lucidità, quando scorre i sondaggi sulle elezioni di midterm e percepisce l’irritazione crescente della sua stessa base elettorale che ha condotto in un’avventura militare irrazionale e sconsiderata, le stesse che lui imputava a Bush, Obama e Biden.
Il problema è che dall’altra parte c’è l’Iran non il Venezuela, un Paese che ha combattuto mille guerre dal 1979.
Quando l’Iran è attaccato da fuori prevale in parte della popolazione e soprattutto nei capi, pur delegittimati da una repressione sanguinosa, l’antico istinto nazionalista e di sopravvivenza.
LA LEADERSHIP della repubblica islamica quando ha visto che Netanyahu aveva convinto Trump a far esplodere il caos in Medio Oriente ha imboccato la stessa strada martellando le monarchie del Golfo, i vicini di casa con basi Usa e chiudendo Hormuz.
Ha colpito anche Cipro, diventata con gli accordi militari e sul gas con Tel Aviv una sorta di colonia israeliana come del resto la Grecia. Cose per altro prevedibili e risapute, visto che come la Siria il Mediterraneo orientale è un campo di battaglia, ancora virtuale ma non troppo, tra la Turchia e lo stato ebraico.
Bisogna dirlo a Trump che il numero due della lista del Mossad è Erdogan. Forse al prossimo giro, se non riesce a fare l’ayatollah in Iran, si propone come Sultano.
La fine della guerra, quando sarà, intanto la decidono i Pasdaran e Netanyahu.
“Vorrei dedicare questa nostra conversazione a un fatto accaduto domenica notte di cui non ci sarà traccia su nessun giornale”. Massimo D’Alema mostra lo schermo del telefonino: ci sono una donna sorridente, il velo islamico e coprirle i capelli, il cellulare in mano, le sopracciglia disegnate con cura. È circondata da due bambini e una bambina che la abbracciano felici. “E’ morta con uno di loro in un bombardamento israeliano sul campo profughi di Nuseirat, a Gaza. Amal Hamad Shamali era una delle ultime giornaliste palestinesi rimaste”.
Qualche giorno fa un soldato israeliano ha raccontato che un ufficiale, mentre erano in pattuglia, ha visto un bambino palestinese che giocava, si è fermato, è sceso, gli ha spezzato le braccia, le gambe, lo ha finito a calci e lo ha lasciato agonizzante in mezzo alla strada”.
Si è parlato del quattordicenne ucciso in modo altrettanto barbaro.
“A quel ragazzino hanno sparato al ventre e lo hanno lasciato morire dissanguato impedendo i soccorsi. La notizia è uscita perché l’ha riportata la Bbc. Sono centinaia di fatti che ci fanno capire cosa stia succedendo dentro Israele, dove si è instaurato qualcosa di simile a un totalitarismo razzista e suprematista in cui il disprezzo della vita degli altri, l’assassinio sistematico delle famiglie, dei bambini, tutto questo non è casuale, è un target della guerra di Netanyahu”.
Sono d’accordo con quel che diceva papa Francesco: la guerra in Ucraina nasce da una corresponsabilità. È vero che Putin è l’aggressore, ma è anche vero che la politica occidentale nei confronti della Russia è stata sbagliata”.
Trump sta sovvertendo il regime statunitense. I comandanti americani spiegano il conflitto con Teheran in termini religiosi alle proprie truppe, in consonanza con gli ultrareligiosi di Israele. Ma l’improvvisa virata verso il compromesso sarebbe nello stile del tycoon e di Netanyahu.
Aggiungo, anche se tagliata, per leggereil nome a fianco dei vari colori
Penultime da casa Trump: l’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali.
In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso sedato, Corte suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance).
Trump sta sovvertendo la liberaldemocrazia a stelle e strisce. E siccome siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana si autoproclama in missione celeste. Confermata dalle preghiere per il presidente taumaturgo amministrate nello Studio Ovale dal predicatore di giornata.
NOTA
Il video ( 0.48 min. ) di Trump che prega con i pastori- tg la 7– 6 marzo
Assistiamo alla nazionalizzazione di Gesù Cristo secondo canoni apocalittici di stampo evangelicale. Il 6 marzo trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del dipartimento della Difesa – non Guerra, definizione ufficiale, perché a rivoluzione in corso ognuno si chiama come gli pare – per denunciare il catechismo da crociata imposto alla truppa da alcuni comandanti.
Costoro spiegano che “gli attacchi americani e israeliani accelerano il ritorno di Gesù Cristo” perché rispondono al “piano di Dio”. In linea con l’interpretazione del governo che “presenta pubblicamente la politica americana in Medio Oriente in termini esplicitamente religiosi”. La guerra all’Iran è scritta nella Bibbia.
La Fondazione per la libertà religiosa dei militari americani cita dozzine di analoghe denunce da parte di interi reparti: “Stamattina il nostro comandante ha aperto il rapporto sullo stato della preparazione al combattimento raccomandandoci di non farci spaventare da quanto ci sta succedendo al fronte. Ci ha ordinato di dire alle nostre truppe che ‘è tutto parte del piano divino di Dio’ con specifico riferimento al Libro dell’Apocalisse sull’Armageddon e l’imminente ritorno di Gesù Cristo.” Gran finale: “Il presidente Trump è stato scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”.
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video (inserito da Limes nell’articolo )
MAPPA MUNDI – 6 marzo 2026
La guerra in Iran vista da Stati Uniti e Cina. L’obiettivo di Trump e le opportunità per la Cina
Federico Petroni, Giorgio Cuscito e il conduttore Alfonso Desiderio
segue Caracciolo:
Proclamare “Dio è con noi” non porta fortuna.Rivela però il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo/Amalek. Eppure sei mesi fa lo stesso Trump aveva riunito la crema dell’ufficialità nazionale per mobilitare le Forze armate contro il “nemico di dentro”. Intanto i media diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa.
La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Tempo scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi alla finestra. Ma se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti perché cadresti in terrene tentazioni.
Quale che sia l’esito bellico della crociata contro la “teocrazia iraniana” – lo specchio di Trump non l’ha avvertito che a Teheran comandano i pasdaran, non i teologi imamiti – resta che la Casa Bianca è in perfetta consonanza escatologica con l’ultradestra ebraica. Salvo non trascurabile differenza: molti fra gli evangelicali a stelle e strisce sono fieri antisemiti.
Adesso sappiamo qual è il fine di questa guerra: la fine del mondo. Trump è profeta di Dio, insieme a Netanyahu. Mentre le guerre di Bibi incrinano il filo-israelismo genetico degli States e ne spaccano la diaspora ebraica, la sintonia fra gli ultrareligiosi delle due sponde forgia l’alleanza da Dio benedetta. Inscalfibile? Dubitiamo.
Le biografie dei due condottieri ne escludono la vocazione al martirio (proprio, non l’altrui). Non stupiremmo se virassero d’improvviso dalla guerra fine del mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna del giugno scorso. Se così non fosse, gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.
CARTINA PARZIALE DI LAURA CANALI – 2025- AL FONDO INTERA
*** La mappa illustra gli obiettivi politico-militari dello Stato ebraico dentro e fuori la Repubblica Islamica: i vertici del regime teocratico, i gruppi paramilitari affiliati, le piattaforme missilistiche, le raffinerie, i terminal petroliferi, le infrastrutture nucleari..
I fini e le connotazioni strategiche della “guerra dei dodici giorni” sono trattati nell‘editoriale del numero diLimes “Corsa alla Bomba”: Limes 6 / 2025 – lugli0
❝ Ogni impero è impero a suo modo. Ma tutti modulano la propria strategia attorno al principio per cui ci si difende il più lontano possibile dal nucleo. La protezione della patria necessita di estenderla. La difesa è attacco e viceversa. Dipende da dove la guardi. Nel caso, ciò che per Teheran è difensivo, Gerusalemme classifica aggressivo.
Di qui la tattica dei cuscinetti territoriali, spazi che danno profondità al limes canonico, vietati al nemico, subappaltati a soci più o meno fedeli. Buffer (non-) States in gergo strategico. Ne discende nevrosi geopolitica che induce l’impero a integrare volta per volta i cuscinetti instabili. A crearne altri, sempre più periferici, dunque meno governabili. Deriva compulsiva che da fuori pare marcia allo zenit, salvo coglierne da dentro a tempo scaduto l’inclinazione verso il nadir. Se pensiamo al cuore dell’impero come massima densità di colore, la verniciatura semiautomatica di periferie remote equivale alla diluizione della tinta originaria. Infine ridotta a bianco sporco. La grandiosa architettura imperiale cede per gradi. Poi di schianto, per la sorpresa quasi generale.
Nel caso degli imperi persiani, di cui la Repubblica Islamica è estrema quanto ridotta filiazione, tale stratagemma si declina a partire dalla geografia e dalla storia opportunamente mitizzata della propria civiltà. Cultura che non è solo pedagogia forzosa ma placenta entro cui da secoli si anima la vita delle comunità di vario tono incorniciate nel quadro iranico.Unicum persiano-sciita osteggiato nella regione da popoli arabi di islamismo sunnita e potenze per secoli rivali – Turchia e Russia oggi travestite da partner, insieme all’incombente Cina – minacciato di morte da Stati Uniti e Israele.
Teheran ha costruito nei decenni l’asse della resistenza. In ossequio alla logica dei cuscinetti affidati in comodato non gratuito a soci statuali, parastatuali o facsimili. Esteso dall’Afghanistan al Libano, dallo Hindu Kush al Mediterraneo orientale, cui si aggiungono Gaza, Cisgiordania e lo Yemen degli ḥūṯī capace di strozzare l’imbocco meridionale del Mar Rosso. Spina dorsale, il corridoio imperiale che via Teheran corre da Herat a Beirut. Sistema in parte disarticolato da Israele dopo il 7 ottobre. Prematuro però decretarne la fine.
RIPETO LA CARTINA DELL’INIZIO PER VEDERE ” IL CORRIDOIO IMPERIALE ” DA HERAT A BEIRUT – ( 2019 )
A proteggere l’Iran resta la geografia. Israele dista quasi duemila chilometri in linea d’aria. Le caratteristiche del territorio disegnano una fortezza naturale. Uno sguardo corsivo all’orografia di questo paese, che al suo interno (1,6 milioni di kmq) potrebbe contenere più di cinque Italie, subito individua lo scudo offerto dall’altipiano iranico, coronato dai monti Alborz e Zagros.
Le vette che superano i 4 mila metri sono oltre un centinaio, il Damavand tocca quota 5.610. Nell’area due ampi deserti, Dasht-e Lut e Dasht-e Kavir o Grande Deserto Salato, ricco di paludi. Chi controlla l’acrocoro persiano domina la regione. L’Iran non potrebbe trovare rocce e grotte migliori per nascondervi missili e laboratori atomici o chimici. Le coste affacciate sul Golfo Persico, piuttosto montuose, sconsigliano operazioni anfibie di potenziali invasori, mentre l’affaccio sullo Stretto di Hormuz consente l’estrema opzione di bloccare il flusso di gas e petrolio che alimenta un quinto del mercato globale. Omicidio-suicidio.
La storia è per i persiani carburante patriottico. Fierezza di appartenere a tanto lignaggio e crisi del regime vigente innescano corto circuito: ideologia e religione non motivano a sufficienza i combattenti, soprattutto la popolazione che deve sostenerli. Il Nezam (sistema) deve sacrificare tratti della sua retorica al sentimento diffuso. Basti un dettaglio. Nella comunicazione ufficiale finora preceduta dal distico «In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso» si scivola verso il laico-patriottico «In nome del glorioso popolo iraniano».
Fin qui la grammatica materiale e identitaria. Determinante la sintassi geopolitica. Spesso difetta in noi occidentali.. ❞
SIGNIFICATO Pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae i cui semi sono commestibili
ETIMOLOGIA attraverso il latino sesamum, il greco sésamon e l’arabo simsim, da una radice semitica (forse accadica, forse babilonese o forse fenicia) che veicola il significato di grasso, oleoso.
«Apriti, sesamo!»
‘Apriti, sesamo!’ è una frase che si impara molto velocemente quando si è piccoli e assetati di storie fantastiche come quella di Alì Babà e i quaranta ladroni, che tradizionalmente viene considerata facente parte del ciclo de Le mille e una notte, sebbene sia stata aggiunta alla silloge dai traduttori occidentali nel corso del Settecento e Ottocento.
Le mille e una notte è una raccolta che contiene storie e leggende proprie di culture orientali disparate – Persia, Egitto, India, Mesopotamia, Arabia – raccontate dalla celeberrima Principessa Sheherazade al re Shahryar il quale, ferito dal tradimento della prima moglie, ogni giorno prende in sposa una ragazza e la fa uccidere al termine della prima notte di nozze. La giovane, intelligente, utilizza la sete di storie e racconti del re a proprio vantaggio e ogni sera narra una leggenda diversa, rimandando alla sera successiva il finale di ciascuna, evitando così la morte.
La prima traduzione di questa raccolta la si deve al francese Antoine Galland, orientalista del XVIII secolo che volse in Sésame ouvre-toi! l’arabo iftaḥ yā simsim.
Non è chiaro il motivo che sta dietro questa parola magica. Come può l’umile sesamo, una piantina semplice dai semini profumati, alla base di golose ricette di pasticceria araba, aprire porte di caverne incantate? La risposta breve è ‘boh’. Quella lunga è costituita da una serie di ipotesi affascinanti che includono la cabala ebraica e l’utilizzo di olio di sesamo in rituali magici orientali.
Ora, relativamente all’etimologia della parola, non è possibile sbilanciarsi verso alcuna ipotesi, anche se l’idea dell’olio è evocativa, e non perché ci possa suggerire una lubrificazione dei cardini della porta segreta sul dorso della montagna. La radice semitica che si cela dietro simsim può avere a che fare con il concetto di ‘grasso’, di ‘unto’ (in arabo una delle parole per dire ‘grasso’ èsam).
Sappiamo che in Oriente, tra le altre cose, era uso ungere il capo dei re (da cui la nozione di Messia e Cristo) e il seme di sesamo è all’origine di un olio molto nutriente, sia dal punto di vista cosmetico che da quello alimentare. Forse era un unguento utilizzato davvero per compiere magie e prodigi, e qui allora entra in gioco il potere creativo delle parole, rappresentato al meglio da un passo della Genesi in cui «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.»
Anche senza aver con sé del sesamo magico, o dell’olio, nella storia di Alì Babà basta la parola per compiere il sortilegioe sbloccare il varco verso un antro immenso pieno di tesori di ogni tipo. ‘Le parole non descrivono la realtà, la creano’. Alcune aprono pure le porte.
Illustrazione di Cassim ( fratello o padre di Alì, secondo la versione- qui nella favola che segue si parla del fratello. ) nella caverna, parte della storia di Alì Babà e i quaranta ladroni da Le mille e una notte
ALÌ BABÀ E DI QUARANTA LADRONI STERMINATI DA UNA SCHIAVA.
La sultana Scheherazade, svegliata dalla vigilanza della sorella Dinarzade, raccontò al consorte la storia ch’egli aspettava.
— Possente sultano,» diss’ella, «in una città della Persia, sui confini degli stati di vostra maestà, vivevano due fratelli, uno de’ quali chiamato Cassim o l’altro Ali Baba. II padre aveva lasciato loro scarsi beni, ed essendoseli egualmente divisi, pare che eguali esser dovessero le loro fortune; ma il caso dispose altrimenti.
«Cassim sposò una donna la quale, poco dopo il matrimonio, ereditò una bottega ben fornita, un magazzino pieno di merci ed alcune terre, che lo posero d’improvviso in grande agiatezza, costituendolo uno de’ più ricchi negozianti della città.
«Ali Baba, per lo contrario, avendo sposata una donna povera al par di lui, era meschinamente alloggiato, né aveva altra industria, per guadagnarsi il vitto, e mantener sé ed i propri figliuoli, se non di andarla a far legna in una selva vicina, venendo a venderla alla città, caricata su tre somari, che formavano tutto il suo patrimonio.
«Trovavasi un giorno Ali Baba nella foresta, e finiva di tagliarvi legna bastante all’incirca per caricarne le sue bestie, allorché scorse una densa polvere sollevarsi in aria ed avanzarsi dritto al luogo dov’egli stava. Guardò allora attentamente, e distinse una numerosa comitiva di gente a cavallo che veniva di trotto.
«Benché nel paese non si parlasse di ladroni, non ostante venne ad Ali Baba il pensiero che tali esser potessero quei cavalieri, e senza considerare cosa sarebbe accaduto de’ suoi asini, pensò a mettersi in salvo. Salito sur un grosso albero, i cui rami, a poca altezza, spartivansi in cerchio, sì vicini l’un all’altro, da non essere se non da piccolo spazio disgiunti, vi s’appiattò nel bel mezzo, con tanta maggior sicurezza, che potea vedere senza essere veduto; ergevasi l’albero appiè d’una rupe isolata da tutte le parti, molto più alta dell’albero stesso, e scoscesa in modo che per niun verso vi si poteva salire.
«I cavalieri, grandi, robusti, tutti ben montati e meglio armati, giunsero presso la rupe, ove smontarono; ed Ali Baba, contatine quaranta, dal loro aspetto e dall’equipaggio non dubitò non fossero ladroni. Nè s’ingannava: erano infatti malandrini, i quali, senza far alcuna violenza nei contorni, andavano ad esercitare le loro ruberie assai lontano, tenendo convegno in quel luogo; e ciò ch’ei li vide fare, confermollo nella sua opinione. Ogni cavaliere, sbrigliato il palafreno, lo legò ad un albero, gli passò al collo un sacco pieno d’orzo che portava in groppa, e tutti poi caricaronsi delle loro valige, la maggior parte delle quali parvero ad Ali Baba cosi pesanti, ch’ei le giudicò piene d’oro e d’argento.
«L’uomo più appariscente, carico come gli altri della sua valigia, che Ali Baba prese pel capo dei ladroni, si accostò alla rupe, assai vicino alla grossa pianta su cui stava ricoverato, e schiusosi il varco framezzo alcuni cespugli, pronunciò queste parole: «Sesamo, apriti!» cosi distintamente, che Ali Baba poté intenderle. Appena il capo de’ ladroni ebbele pronunziate, si apri una porta; ed egli, fatti passare prima gli altri, introdotti che furono tutti, entrò anch’egli, e la porta si richiuse.
«I ladroni rimasero a lungo entro lo scoglio, ed Ali Baba, il quale temeva che qualcuno di loro, o tutti assieme ne uscissero, s’egli abbandonava il suo posto per fuggire, fu costretto a restare sull’albero, aspettando con pazienza. Si sentì però tentato di scenderne per impadronirsi di due cavalli, balzare su d’uno, condur l’altro per la briglia, e correre in città, cacciandosi innanzi i tre somari; ma l’incertezza dell’evento l’indusse ad appigliarsi al partito più sicuro.
«Finalmente si riaprì la porta, i quaranta ladroni ne sortirono, ed il capitano, entrato per l’ultimo, uscì pel primo, e dopo averseli veduti sfilare davanti, Alì Baba udì che faceva chiudere la porta, pronunciando queste parole: «Sesamo, rinchiuditi.» Tornò ciascuno al suo cavallo, gli ripose la briglia, attaccò di nuovo la valigia alla sella, e vi salì. Quando in fine il capitano vide che tutti erano pronti alla partenza, si mise alla testa, e ripigliò con essi la strada d’ond’erano venuti.
«Alì Baba non discese però subito dall’albero. — Possono essersi dimenticata qualche cosa,» pensò fra se, «che li costringa a tornare indietro, ed io, se ciò accadesse, mi troverei accalappiato.» Li seguì dunque coll’occhio sinchèé li ebbe perduti di vista, e non discese, per maggior sicurezza, se non molto tempo dopo. Avendo tenuto a memoria le parole in forza delle quali il capitano de’ ladroni aveva fatto aprire e chiudere la porta, fu curioso di provare se, pronunziandole, farebbero il medesimo effetto. Passato in mezzo ai cespugli, e veduta la porta che nascondevano, vi si presentò davanti, e disse: «Sesamo, apriti!» Sull’istante la porta si spalancò.»
Ali Baba, Copertina / Cover Design for a proposed edition of The Forty Thieves, 1897.
Artist Aubrey Beardsley. (Photo by Shirley Markham Collection/Heritage Images via Getty Images)
ALI’ BABA ENTRA NELLA CAVERNA, Racconti popolari mediorientali, dei Fratelli Dalziel. Illustrazione d’epoca – GETTY IMAGES
— Sire, Alì Baba erasi aspettato di vedere un luogo di tenebre e d’oscurità, ma fu maravigliatissimo trovandone uno ottimamente rischiarato, vasto e spazioso, scavato dalla mano degli uomini, a volta altissima, che dall’alto della rupe riceveva la luce per un’apertura al modo medesimo praticata. Quivi scorse grandi provvigioni da bocca, balle di ricche merci accumulate, stoffe di seta e di broccato, tappeti di gran valore, e soprattutto oro ed argento monetato a mucchi, ed in sacchi o grandi borse di cuoio le une sulle altre; al vedere le quali cose, gli parve non fossero lunghi anni, ma secoli che quella grotta servisse di rifugio a ladroni succedutisi l’un l’altro.
«Non titubò Alì Baba sul partito da prendere: s’introdusse nella grotta, ed appena vi fu entrato, la porta si rinchiuse; ma non n’ebbe alcuna inquietudine, conoscendo il segreto di riaprirla. Non si attaccò alle monete d’argento, ma bensì all’oro, particolarmente a quello dei sacchi, e levatone in più volte quanto ne potea portare, in quantità sufficiente per formare il carico de’ suoi tre asini, raccolse le bestie ch’eransi disperse, le fece avvicinare alla rupe, le caricò de’ sacchi, e per nasconderli, vi accomodò sopra la legna in modo che non si potessero scorgere. Si presentò quindi dinanzi alla porta, e non ebbe appena pronunziate le parole: «Sesamo, rinchiuditi!» che quella si chiuse; essendosi chiusa da se ogni volta ch’eravi entrato, e rimasta aperta ogni volta ch’erane uscito.
«Ciò fatto, Alì Baba ripigliò la via della città, e giunto a casa, fece entrare gli animali in un cortiletto, chiudendone con gran cura la porta; poi, deposta la poca legna che copriva i sacchi, li portò in casa, ponendoli ed accomodandoli davanti a sua moglie, seduta sur un sofà.
«Apri la donna quei sacchi, ed accortasi ch’erano pieni di danaro, sospettò non il marito li avesse rubati; dimodoché, allorché questi ebbe finito di portarli, non poté trattenersi dal dirgli: — Alì Baba, sareste mai tanto sciagurato per… —
«Alì Baba l’interruppe. — Zitto, moglie, non allarmatevi; io non sono ladro, a meno che non sia esserlo il togliere ai ladri. Cesserete d’avere questa sinistra opinione di me quando vi avrò narrata la mia buona ventura. —
«Vuotò quindi i sacchi, che formarono un grosso mucchio d’oro, dal quale sua moglie rimase abbagliata; poi, le fece l’esposizione del fatto dal principio alla fine, e, terminando, le raccomandò sopra ogni altra cosa di conservare il segreto.
«La donna, rinvenuta dal suo spavento, si rallegrò col marito della loro fortuna, e volle contare pezzo per pezzo tutto l’oro che stavale davanti.
«— Moglie,» le disse Alì Baba, «non avete giudizio; cosa pretendereste fare? quando avrete terminato di contarlo? Corro a scavare una fossa per nascondervelo; non abbiamo tempo da perdere.
«— Ma pure è meglio,» rispose la moglie, «sapere almeno all’incirca la quantità che ve n’ha. Vado a cercare nel vicinato una piccola misura, e mentre lo misurerò, voi scaverete la fossa.
«— Donna,» ripigliò Alì Baba, «quello che volete fare non serve a nulla, e ve ne asterrete, se vorrete darmi ascolto. Nonostante, fate ciò che vi piace; ma ricordatevi di conservare il segreto. —
«Per soddisfarsi, la donna esce di casa, e va da Cassim, suo cognato, che non abitava molto lontano. Cassim non trovavasi in casa, ed in mancanza di lui, essa si volge alla moglie, pregandola di prestarle per alcuni momenti una misura; chiestole dalla cognata se la volesse grande o piccola, la moglie di Alì Baba ne domandò una piccola.
«— Volentieri,» disse la cognata; «aspettate un momento, che ve la porto subito. —
«La cognata va a cercare la misura e la trova; ma conoscendo la povertà di Alì Baba, curiosa di sapere che sorta di grano volesse misurare la donna, immaginò di applicare destramente sotto alla misura un po’ di sego, e così fece. Tornò quindi, e presentandola alla cognata, scusossi di averla fatta aspettare, dicendo che aveva penato molto a trovarla.
«La moglie di Alì Baba tornò a casa, pose la misura sul mucchio d’oro, la empi e votolla un po’ più lontano sul sofà, e per più volte, sinché ebbe finito, e contenta del buon numero di misure trovato, partecipollo al marito, il quale aveva allora finito di scavare la fossa.
«Mentre Alì Baba nascondeva sotterra l’oro, ella, per dimostrare alla cognata la sua esattezza e diligenza, le riportò la misura, ma senza osservare esservisi attaccata sotto una moneta d’oro.
«— Cognata,» le disse, rendendogliela, «vedete che non ho tenuto molto tempo la vostra misura; ve ne sono gratissima, e ve la restituisco. —
John D. Batten-La congnata scopre la moneta d’oro rimasta attaccata al recipiente Fairy tales from the Arabian nights. E. Dixon [ed.] J. D. Batten [ill.] New York : G.P. Putnam’s Sons. c.1915
«Appena la moglie di Alì Baba ebbe volta la schiena, la moglie di Cassim guardò sotto alla misura, e non potremmo esprimere il suo stupore trovandovi attaccata una pezza d’oro. L’invidia s’impadronì sul momento del suo cuore.
«— Come!» sclamò; «Alì Baba ha dell’oro da misurare! dove l’ha egli preso, quel miserabile? —
«Cassim, suo marito, non era in casa, come abbiam detto, ma trovavasi alla sua bottega, d’onde non doveva tornare se non la sera; tutto il tempo ch’egli si fece attendere, le parve un secolo, tanto era la di lei impazienza di dargli una nuova, che non avrebbelo sorpreso meno di lei medesima.»
Schahriar e Dinarzade avrebbero voluto che la notte fosse stata meno corta, per udir più a lungo la continuazione d’un racconto si interessante; ma il giorno venne a por fine a codesto piacere.
L’indomani, la sultana delle Indie ripigliò in codesti sensi:
— All’arrivo del marito a casa: — Cassim,» gli disse la donna, «voi credete di essere ricco, ma v’ingannate; Alì Baba lo è infinitamente più di voi: egli non conta il suo oro, ma lo misura. —
«Domandò Cassim spiegazione dell’enimma, ed ella ne diede lo schiarimento, istruendolo dell’astuzia di cui erasi servita per fare la scoperta, e gli mostrò la moneta trovata attaccata sotto alla misura, moneta tanto antica, da essergli ignoto il nome del principe che vi stava inciso.
«Lungi dal mostrarsi lieto della fortuna che poteva essere toccata al fratello per cavarsi dalla miseria, Cassim ne concepì un’invidia mortale, talché passò quasi tutta la notte senza dormire. Alla domane si recò da lui, mentre il sole non era ancor sorto, e non trattandolo da fratello, nome ormai dimenticato sin dacché ebbe sposata la ricca vedova: — Alì Baba,» gli disse, «siete ben riservato nei vostri affari; fate il povero, il miserabile, il pitocco, e poi misurate l’oro!
«— Fratello,» rispose Alì Baba, «non so di che cosa volete parlarmi. Spiegatevi.
«— Non fate l’ignorante,» riprese Cassim. E mostrandogli la moneta d’oro consegnatagli dalla moglie: «Quante pezze avete,» soggiunse, «simili a questa che mia moglie trovò attaccata sotto la misura che la vostra venne ieri a chiederle in prestito? —
«A tal discorso, Alì Baba conobbe che Cassim e la moglie di lui (per l’ostinazione della propria consorte) sapevano già ciò ch’egli aveva tanto interesse a tener celato; ma il fallo era commesso, né si potea riparare. Senza dar al fratello il minimo segno di stupore, né di dispiacere, gli confessò il fatto, o raccontò pure per qual caso avesse scoperto l’asilo dei ladroni ed in qual sito, offerendogli quindi, se volesse conservare il segreto, di fargli parte del tesoro.
«— Lo pretendo anche,» ripigliò Cassim con fiero accento; «ma,» soggiunse, «voglio sapere dove sia precisamente il tesoro, i segni, gl’indizi, e come possa entrarvi anch’io, se me ne venisse voglia; altrimenti corrò a denunziarvi alla giustizia. Se ricusate, non solo dovrete sperarne più nulla, ma ben anco perderete ciò che ne prendeste, mentr’io, per avervi denunziato, ne avrò la mia parte. —
«Alì Baba, piuttosto per buona indole, che intimidito dalle minacce insolenti d’un barbaro fratello, lo istruì pienamente di quanto desiderava, come anche delle parole di cui bisognava servirsi per entrare nella grotta ed uscirne.
«Cassim non ne chiese di più. Lasciò il fratello, risoluto di prevenirlo, e pieno di speranza d’impossessarsi egli solo del tesoro, parte il giorno dopo di buon mattino, prima dello spuntar dell’alba, con dieci muli carichi di grandi forzieri, ch’ei si propone di riempire, riservandosi di condurne un numero maggiore in un secondo viaggio, secondo i carichi che avrebbe trovato nella grotta. Prende dunque la via insegnatagli da Alì Baba, e giunto presso alla rupe, e riconosciuti i segni e la pianta su cui erasi nascosto Alì Baba, cerca la porta, la trova, e per farla aprire, pronunzia le parole: «Sesamo, apriti.» Spalancasi la porta, egli entra, e quella tosto si richiude.
un’altra illustrazione ( non capiamo di cosa ) di: John D. Batten– Fairy tales from the Arabian nights ( Racconti fiabeschi da Notti Arabe ) . E. Dixon [ed.] J. D. Batten [ill.] New York : G.P. Putnam’s Sons. c.1915
Esaminando la grotta, stupisce altamente vedendo ricchezze molto maggiori che non avesse immaginato dal racconto di Alì Baba, e la sua ammirazione crebbe a seconda ch’egli andava esaminando ad una ad una partitamente le cose. Avaro ed amante delle ricchezze qual egli era, avrebbe passato la giornata a pascere gli occhi nella vista di tanto oro, se non avesse pensato d’esser venuto per levarlo e caricarne i dieci suoi muli. Presone adunque un numero di sacchi, quanti ne poteva portare, e venuto alla porta per farla aprire, pieno l’animo d’ogni altra idea fuor di quella che maggiormente importava, avviene ch’egli ha dimenticata la parola necessaria, ed invece di Sesamo, dice: «Orzo, apriti.» Allora si maraviglia che la porta, lungi dall’aprirsi, rimanga chiusa. Nomina egli varie altre sorta di grani, fuor di quello che bisognava, e la porta non si spalanca.
«Cassim non si attendeva simile avvenimento. Nell’estremo pericolo in cui si vede, lo spavento s’impossessa di lui, e più fa sforzi per ricordarsi del vocabolo Sesamo, più s’imbroglia la memoria, ed in breve quella parola diventa per lui come se mai non ne avesse assolutamente udito parlare. Getta a terrai sacchi ond’erasi caricato, percorre a gran passi la grotta ora da una parte, or dall’altra, né più lo movono tutte le ricchezze dalle quali si trova circondato. Lasciamo Cassim deplorare la sua sorte, ch’ei non merita compassione.
«I ladroni tornarono alla grotta verso mezzodì, e quando ne furono a poca distanza, vedendo intorno alla rupe i muli di Cassim carichi di forzieri, inquieti di tale novità, inoltrarono a briglia sciolta, mettendo in fuga i dieci animali che Cassim avea trascurato di legare alle piante, e che pascevano liberamente; di modo che si dispersero qua e là per la selva, tanto lungi che in breve li ebbero perduti di vista.
«I malandrini non si presero la briga di correre dietro ai muli, viemaggiormente importando ad essi di trovarne il padrone. Mentre alcuni girano per cercarlo intorno alla rupe, il capitano smonta cogli altri, e correndo colla sciabola in pugno verso la porta, pronunzia le parole, e quella si apre.
«Cassim, il quale, dal centro della grotta, poté udire il calpestio de’ cavalli, non dubitò dell’arrivo de’ ladroni e della vicina sua perdita. Risoluto almeno di fare uno sforzo per isfuggir loro di mano e salvarsi, si dispone a slanciarsi fuor della porta appena quella si aprisse; quando la vide schiudersi, dopo aver udito pronunciare la fatal parola, sfuggitagli dalla memoria, si gettò fuori così precipitosamente, che rovesciò il capitano; ma non iscampò dagli altri ladroni, i quali, avendo tutti la scimitarra sguainata, gli tolsero all’istante la vita.»
— Questo malvagio fratello non s’ebbe se non quello che meritava,» disse la buona Dinarzade alla sorella, che l’alba aveva allora interrotto; «quanto ammiro ne’ tuoi racconti, cara sorella, è che sempre la morale vi si nasconde sotto il maraviglioso, dimodochè se ne ha istruzione insieme e diletto; spero che il sultano nostro signore ti permetterà di continuare.»
E Scheherazade fecelo l’indomani e le notti seguenti.
NOTTE CCCLXVI
— Prima cura de’ masnadieri, dopo quell’esecuzione, fu di entrare nella grotta; trovarono presso alla porta i sacchi che Cassim aveva principiato a movere per portarli via e caricarne i muli, e li riposero a’ loro luoghi, senza avvedersi di quelli tolti in prima da Alì Baba. Tenendo consiglio e deliberando su quell’avvenimento, compresero come Cassim non avesse potuto uscire dalla grotta, ma non seppero immaginare come vi fosse entrato. Cadde loro in mente che potesse essere disceso dall’alto della caverna; ma l’apertura d’onde veniva la luce era così elevata, e la cima della roccia tanto inaccessibile al di fuori, oltre che nulla loro significava averlo egli fatto, che unanimemente confessarono ciò esser fuori della loro penetrazione. Ch’entrato fosse per la porta, non se lo potevano persuadere a meno che posseduto non avesse il segreto per farla aprire; ma tenevano per fermo d’essere i soli a conoscerlo, benché in ciò s’ingannassero, ignorando d’essere stati spiati da Alì Baba, il quale così lo sapeva.
«In qualunque modo fosse avvenuta la cosa, siccome trattavasi di porre le ricchezze comuni al sicuro, convennero di fare in quattro quarti il cadavere di Cassim, e metterli accanto alla porta, al di dentro della grotta, due per parte, onde spaventare chiunque avesse l’audacia di tentare un’impresa consimile; salvo il non tornare alla grotta se non dopo qualche tempo che esalato fosse il puzzo del cadavere. Presa tale risoluzione, la eseguirono, e quando non ebbero più nulla che li trattenesse, lasciarono il loro ricovero ben chiuso, e risaliti a cavallo, andarono a battere la campagna sulle strade frequentate dalle carovane, per attaccarle ed esercitare le consuete ruberie.
«La moglie di Cassim intanto stava in vivissima inquietudine, vedendo già calata la notte, e che il marito non era ancor di ritorno. Andò a casa di Alì Babà tutta agitata, egli disse: — Cognato, voi non ignoratela quanto credo, che Cassim, vostro fratello, è andato nella selva, e per qual motivo. Non n’è ancora tornato, ed ecco inoltrata la notte; temo gli sia accaduta qualche disgrazia. —
«Alì Baba aveva dubitato del viaggio del fratello, dopo il discorso tenutogli, ed appunto per questo erasi astenuto di andare quel giorno alla foresta, onde non dargli ombra. Senza farle verun rimprovero di cui ella potesse offendersi, e neppure suo marito, se avesse vissuto, le disse, che non doveva intimorirsi, e che probabilmente Cassim aveva stimato a proposito di non rientrare in città se non molto innanzi nella notte.
«La moglie di Cassim lo credette pure, e tanto più facilmente, considerando quanto fosse importante, che suo marito facesse le cose in segretezza. Tornò dunque a casa, ed aspettò pazientemente sino a mezza notte. Ma dopo quell’ora le sue smanie raddoppiarono con tanto più sensibile dolore, perché non poteva sfogarlo, né sollevarsi colle grida, delle quali ben s’avvide che la cagione dovea restare nascosta al vicinato. Allora, se il suo fallo era irreparabile, si pentì della pazza curiosità avuta, per una riprovevole invidia, di penetrare negli affari dei cognati. Passò la notte in pianti, ed appena spuntato il giorno, corse da loro annunziando il motivo che la guidava piuttosto colle lagrime che colle parole.
«Non aspettò Alì Baba che la cognata lo pregasse di prendersi il disturbo d’andar a vedere cosa fosse avvenuto di Cassim; ma parti sul momento co’ suoi tre asini, e raccomandatole di moderare l’angoscia, recossi alla selva.
Nell’accostarsi alla rupe, non avendo per istrada veduto né il fratello, né i dieci suoi muli, rimase colpito dal sangue che vide sparso presso alla porta, e ne concepì cattivo augurio. Presentatosi quindi dinanzi alla porta, e pronunziate le parole, quella si aprì, ed ei fu atterrito al tristo spettacolo del corpo del fratello squartato in quattro. Non esitò allora sul partito da prendere onde render al fratello gli ultimi uffizi, dimenticandone il poco fraterno affetto. Trovato nella grotta l’occorrente, fece coi quattro pezzi due fardelli, ne caricò uno de’ somari insieme ad alquanta legna per nasconderli, e caricati gli altri due di sacchi d’oro e di legna come la prima volta, appena ebbe finito e comandato alla porta di chiudersi, ripigliò la via della città, senza perder tempo, usando peraltro la precauzione di fermarsi all’uscire della foresta uno spazio di tempo bastante per entrarvi sol di notte. Arrivato, non introdusse in casa se non i due asini carichi d’oro, e quindi, lasciato alla moglie il pensiero di scaricarli, ed in brevi parole partecipatale l’infelice sorte di Cassim, condusse l’altro somaro dalla cognata.
«Bussò il buon uomo alla porta, che gli fu tosto aperta da Morgiana: era questa una schiava destra, intelligente e feconda d’invenzioni per far riuscire le cose più difficili, ed Alì Baba per tale ben la conosceva.
Entrato pertanto nel cortile, e scaricato l’asino della legna e de’ due involti, presa la schiava in disparte: — Morgiana,» le disse, «la prima cosa che ti chiedo è un inviolabile segreto: comprenderai subito quanto esso sia necessario alla tua padrona ed a me. Ecco in que’ due fardelli il corpo del tuo padrone; si tratta di seppellirlo come se fosse morto naturalmente. Fammi parlare colla tua padrona, e sta attenti a quello ch’io le dirò. —
«Morgiana avvertì la padrona, ed Alì Baba, che li seguiva, subito entrò.
«— Ebbene, cognato,» gli domandò la donna con grande impazienza, «che nuova recate di mio marito? Non iscorgo nulla sul vostro volto che mi debba consolare.
«— Cognata,» rispose Alì Baba, «non posso dirvi nulla, se prima non mi promettiate d’ascoltarmi dal principio alla fine senza aprir bocca, essendo non meno a voi che a me importantissimo di servare, su ciò ch’è accaduto, la maggior segretezza pel vostro bene e riposo.
«— Ahi» sclamò essa senza alzare la voce; «questo preambolo mi fa comprendere che mio marito più non esiste; ma nello stesso tempo intendo la necessità del segreto che mi chiedete. Ben veggo che bisogna farmi violenza; parlate: vi ascolto. —
«Raccontò Alì Baba alla cognata tutto l’esito del viaggio sino al proprio arrivo col corpo di Cassim, e:
«— Cognata,» soggiunse, «ecco per voi un motivo di dolore tanto più grande quanto meno ve lo aspettavate. Sebbene il male sia senza rimedio, se v’ha nondimeno cosa alcuna capace di consolarvi, vi esibisco di unire al vostro il poco di bene che Dio mi ha concesso, collo sposarvi, assicurandovi che mia moglie non sarà gelosa, e vivrete insieme in buona armonia. Se la proposizione vi garba, bisogna pensare ad agir in modo che mio fratello sembri spirato di morte naturale; è questo un pensiero, del quale mi pare potete riposare su Morgiana, mentr’io, dal mio lato, vi contribuirò a tutto potere. —
«Qual miglior partito poteva prendere la moglie di Cassim fuor di quello che Alì Baba le proponeva, essa che, coi beni che le rimanevano per la morte del primo marito, ne trovava un altro più ricco di lei, ed il quale, per la scoperta del tesoro, poteva diventarlo ancora di più? Non ricusò dunque l’offerta, ma la riguardò anzi come un motivo ragionevole di consolazione; asciugate adunque le lagrime, che aveva cominciato a versare in copia, e sopprimendo le acute grida consuete alle donne che abbiano perduto il consorte, dimostrò bastantemente ad Alì Baba che accettava la di lui proposta.
«Lasciò questi la vedova di Cassim in tale disposizione, e raccomandato a Morgiana di far bene le sue parti, tornò sull’asino a casa «Morgiana non si smarrì d’animo; uscì nello stesso tempo di Alì Baba, e recatasi da uno speziale che dimorava in quelle vicinanze, bussa alla bottega, le aprono, ed ella domanda una specie di pastiglie efficacissime nelle malattie più pericolose. Lo speziale gliene consegnò pel denaro presentato, domandandole chi fosse malato in casa del suo padrone.
«— Ah!» diss’ella con un profondo sospiro; «è Cassim medesimo, il mio buon padrone! Non si capisce nulla del suo male: non parla e non può mangiare.» Ciò detto, portò via le pastiglie, di cui Cassim veramente non era più in grado di far uso.»
— Sire, » proseguì la sultana delle Indie, «alla domane, Morgiana tornò dallo stesso speziale, e chiese, colle lagrime agli occhi, un’essenza che solevasi amministrare agl’infermi nell’ultima estremità, più non avendosi speranza de’ loro giorni, se quell’essenza non li faceva guarire,
«— Aimè!» diss’ella con grandissima afflizione, ricevendola dalle mani dello speziale; «temo assai che questo rimedio non faccia miglior effetto delle pastiglie! Ah, che perdo un buon padrone! —
«D’altra parte, siccome Ali Baba e sua moglie furono veduti tutto il giorno andare e venir più volte in aspetto assai mesto alla casa di Cassim, niuno si maravigliò all’udire verso sera le lamentevoli grida della moglie di questo, e soprattutto di Morgiana, annunziatili com’egli fosse spirato.
«Il giorno appresso, di buon mattino, Morgiana, la quale sapeva esservi sulla piazza un ciabattino, onesto e buon vecchio, che apriva ogni giorno la sua bottega molto tempo prima degli altri, esce, ed andatolo a ritrovare, dandogli il buon giorno appena, lo vide, gli mise in mano una moneta d’oro.
«Baba Mustafà, conosciuto da tutti sotto questo nome, Baba Mustafà, dico, uomo naturalmente allegro e sempre pronto a ridere, guardando la moneta, perché non era ancor ben chiaro, e scorgendo ch’era d’oro: — Buon augurio!» disse; «di che si tratta? Eccomi pronto a servirvi.
«— Baba Mustafà,» gli disse Morgiana, «prendete l’occorrente per cucire, e venite subito con me; ma colla condizione che, quando saremo in un tal sito, vi benderò gli occhi, —
«A tali parole, il ciabattino fece il restio. — Oh, oh!» rispose; «volete dunque farmi fare qualche cosa contro la mia coscienza o contro l’onor mio? —
«Mettendogli in mano un’altra pezza d’oro: — Dio mi guardi,» ripigliò Morgiana, «e all’esigere da voi cosa che non possiate fare con tutta onestà! Venite dunque, e non temete nulla. —
Morgiana con Mustafà bendato che lo accompagna al cadavere di rimettere insieme
«Baba Mustafà si lasciò persuadere, e Morgiana, avendogli bendati gli occhi col fazzoletto nel sito indicato, lo condusse in casa del defunto suo padrone, e non gli levò la benda se non nella camera ove aveva collocato il cadavere con ogni quarto al suo posto. Quando glie l’ebbe tolta: — Baba Mustafà,» diss’ella, «vi ho condotto per farvi cucire i pezzi che qui vedete, non perdete dunque tempo, e finito che avrete, vi darò un’altra pezza d’oro. —
«Ultimata l’operazione del ciabattino, Morgiana tornò a bendargli gli occhi nella medesima stanza, e datagli la terza moneta d’oro promessa, e raccomandatogli il segreto, lo ricondusse sino al luogo di prima; e colà, levandogli nuovamente il fazzoletto, lo lasciò andare a casa, accompagnandolo coll’occhi sinché più non lo vide, onde togliergli la curiosità di tornar indietro ad osservare lei medesima.
«Morgiana aveva fatto scaldare un po’ d’acqua per lavare il corpo di Cassim; talché Alì Babà, giunto nel momento ch’essa tornava a casa, poté lavarlo, profumarlo d’incenso ed acconciarlo colle cerimonie d’uso. Il falegname portò il feretro già ordinato per cura di Alì Baba, ed affinché questi non si potesse accorgere di nulla, Morgiana ricevé la cassa alla porta, e pagatolo, lo rimandò, andando quindi ad aiutare Alì Baba a collocarvi il cadavere; quando questi vi ebbe ben inchiodate le assi al disopra, recossi la schiava alla moschea ad avvertire che tutto era pronto per le esequie. Allora le persone della moschea, destinate a lavare i morti, esibirono di venir a compiere la loro funzione; ma essa rispose essere già eseguita ogni cosa.
«Morgiana era appena tornata a casa quando, giunti l’imano e gli altri ministri della moschea, quattro vicini, a ciò chiamati, caricaronsi sulle spalle la bara, e seguendo l’imano, che recitava le preci, la portarono al cimitero. Morgiana, tutta in lagrime, come schiava del defunto, li seguiva colla testa scoperta, mandando alte grida, battendosi a gran colpi il petto e strappandosi i capelli; Alì Baba veniva dopo, accompagnato dai vicini, i quali staccavansi a vicenda tratto tratto per sollevare ed assistere gli altri che portavano il feretro, sinché giungessero al cimitero.
«La moglie di Cassim, intanto, rimase in casa, desolandosi e gettando lamentevoli grida colle donne del vicinato, le quali, secondo l’uso, accorsero durante la cerimonia della sepoltura, ed unendo le loro lamentazioni alle sue, empirono di mestizia tutto il quartiere.
«Per tal modo, la morte di Cassim fu nascosta e dissimulata fra Alì Baba, sua moglie, la vedova di Cassim e Morgiana, con tal industria, che niuno della città, lungi dall’averne cognizione, non ne concepì pur il minimo sospetto.
«Tre o quattro giorni dopo i funerali di Cassim, Alì Baba trasportò i pochi suoi mobili, col denaro tolto dal tesoro dei ladroni, portandolo però soltanto la notte, nella casa della vedova, onde stabilirvisi; il che fece conoscere il nuovo suo matrimonio colla cognata. E siccome siffatti sponsali non sono straordinari nella nostra religione, ninno ne rimase maravigliato.
«Quanto alla bottega di Cassim, Alì Baba avendo un figliuolo, il quale da qualche tempo avea finito il suo garzonato presso un altro mercante all’ingrosso, ch’erasi sempre esternato favorevolmente sulla di lui condotta, gliela diede, promettendogli che, laddove continuasse a diportarsi con saviezza, non istarebbe molto ad ammogliarlo vantaggiosamente secondo il suo stato.»
Sindbad the Sailor & Ali Baba and the Forty Thieves (London: Lawrence & Bullen, 1896), to face page 199, showing Ali Baba with his donkeys
Joseph Benwell Clark (1857-1938) – The Arabian nights’ entertainments, Henry Altemus Company, Philadelphia, ca. 1896
NOTTE CCCLXVIII
— Sire, lasciamo Ali Baba godere del principio della sua buona ventura, e parliamo dei quaranta ladroni. Tornati costoro al nascondiglio della selva nel tempo convenuto, non è a dire la loro maraviglia più non trovando il cadavere di Cassim, e quanto si accrebbe avvedendosi della diminuzione de’ sacchi d’oro.
«— Siamo scoperti e perduti,» disse il capitano; «e se non pensiamo a mettervi un pronto riparo, perderemo insensibilmente tante ricchezze che i nostri antecessori e noi, con tali stenti e fatiche, abbiamo accumulate. Quello che possiamo argomentare dal danno recatoci, è che il ladro, da noi sorpreso, ebbe il segreto di farsi aprire la porta, e che noi giungemmo felicemente nel punto che stava per uscirne. Ma egli non era solo, ed un altro lo deve come lui possedere. Il suo corpo involato ed il nostro tesoro diminuito ne sono segni incontrastabili; or non essendovi apparenza che più di due persone posseggano questo segreto, dopo aver fatto perir l’uno, è d’uopo far parimente perire anche l’altro. Che cosa ne dite, bravi compagni? siete voi pure del medesimo mio sentimento,? —
«La proposizione del capitano de’ ladroni fu trovata sì ragionevole dalla masnada, che tutti l’approvarono, e convennero unanimi che bisognava abbandonare ogni altra impresa per attaccarsi unicamente a quella, non dipartendosene se non quando vi fossero riusciti.
«— Io non mi aspettava meno dal vostro coraggio e dal valor vostro,» riprese il capitano; «ma prima di tutto, fa d’uopo che alcuno di voi, ardito, destro ed intraprendente, vada alla città, senz’armi ed in abito da forestiero, ed adopri l’ingegno in guisa di scoprire se non vi si parli della morte strana di colui che noi trucidammo come meritava, chi ei fosse, ed in qual casa dimorasse. È ciò che c’importa sapere anzi tutto, onde non far nulla di cui avessimo poi a pentirci, scoprendoci da noi medesimi in un paese dove siamo da tanto tempo sconosciuti, e nel quale abbiamo interesse di continuare ad esserlo. Ma, onde animare chi di voi si offrirà ad incaricarsi di tale commissione, ed impedirgli d’ingannarsi, venendoci a fare un falso rapporto, che potesse cagionare la nostra rovina, vi domando se non istilliate a proposito che, in tal caso, ei si sottometta alla pena di morte? —
«Senza. attendere che gli altri dessero i loro suffragi: — Io mi ci sottopongo,» disse un masnadiere, «e mi glorio di esporre la vita, incaricandomi della commissione. Se non riesco, vi ricorderete almeno che non avrò mancato nè di buon volere, né di coraggio pel bene comune. —
«Il malandrino, ricevute molto lodi dal capitano e da’ compagni, si travesti in modo che niuno avrebbelo potuto riconoscere per quello ch’era, e separatosi dalla banda, parti di notte tempo, prendendo sì bene le sue misure, che entrò nella città mentre appena cominciava a spuntar l’aurora. Inoltrassi egli sino alla piazza, ove vide aperta una sola bottega, ch’era quella di Baba Mustafà.
«Stava il ciabattino seduto sulla seggiola, colla lesina in mano, in atto di lavorare al suo mestiere, quando il ladrone se gli accostò augurandogli il buon dì, ed avvistosi della grave sua età: — Galantuomo,» gli disse, «cominciate assai di buon’ora a lavorare; non è possibile che ci vediate ancor bene, vecchio come siete; e quand’anche fosse chiaro, dubito assai abbiate gli occhi abbastanza buoni per cucire.
«— Chiunque siate,» rispose Baba Mustafà, «bisogna che non mi conosciate. Vecchio qual sono, ho vista eccellente, e non ne dubiterete neppur voi quando saprete non esser molto che ho cucito un morto in un luogo dove non faceva certo più chiaro di adesso. —
«Altissima gioia provò il ladrone di essersi, arrivando, rivolto ad un uomo, il quale subito, com’ei non ne dubitava, gli dava da per sè notizia di ciò che avevalo colà condotto, senza domandarglielo.
«— Un morto!» ripigliò con maraviglia; e per farlo parlare: «Perchè cucire un morto?» soggiunse. «Volete probabilmente dire che cuciste il lenzuolo nel quale stava avvolto. — No, no,» riprese Baba Mustafà; «so benissimo quello che voglio dire. Vorreste farmi cianciare, ma non ne saprete di più. —
«Non ebbe il masnadiero bisogno di maggiori schiarimenti per esser persuaso di avere scoperto ciò ch’era venuto cercando. Trasse di tasca una moneta d’oro, e mettendola in mano al ciabattino, gli disse: — Non ho nessuna voglia di conoscere il vostro seguito, benché possa assicurarvi che, se doveste confidarmelo, non lo divulgherei certo. La sola cosa di cui vi prego è di farmi la grazia d’insegnarmi o venirmi a mostrare la casa nella quale cuciste quel morto. —
Quand’anche avessi la volontà di soddisfare alla vostra domanda,» rispose Baba Mustafà, tenendo la moneta in mano come per restituirla, «vi assicuro che non potrei farlo: dovete credere alla mia parola. Ed eccone la ragione: fui, cioè, condotto sino in un certo luogo ove mi si bendarono gli occhi, e di là mi lasciai guidare sin nella casa, da cui, eseguitovi ciò che dovea farvi, mi ricondussero nella medesima guisa allo stesso luogo. Vedete l’impotenza in cui sono di potervi servire.
«— Almeno,» riprese il ladrone, «dovete ricordarvi all’incirca della strada che avrete percorsa cogli occhi bendati. Venite, ve ne prego, con me; vi benderò gli occhi in quel tal sito, e cammineremo insieme per la medesima strada e le stesse giravolte che potranno tornarvi in mente; e siccome ogni fatica merita premio, eccovi un’altra pezza d’oro. Venite, fatemi il piacere che vi domando.» Sì dicendo, gli diede la moneta.
«Le due pezze tentarono Baba Mustafà; le guardò alcun tempo in mano senza aprir bocca, consultando fra sé che cosa dovesse fare. Si cavò finalmente dal seno la borsa, e ripostevele: — Non posso assicurarvi,» disse al malandrino, «di ricordarmi precisamente della strada che mi fecero fare; ma poiché cosi volete, farò il possibile per rammentarmene.»
ITZHAK PERLMAN — MENDELSSOHN — CONCERTO PER VIOLINO IN MI MINORE, OP. 64– Lipsia, 1845.
Ha avuto una vita molto tormentata dalle malattie.
Allegretto non troppo – Allegro molto vivace (circa 6 minuti)
NOTTE CCCLXIX
— Baba Mustafà, con grande contento del masnadiero, si alzò, e senza chiudere la bottega, dove non eravi nulla di prezioso da perdere, condusse il ladrone sino al luogo nel quale Morgiana avevagli ben dati gli occhi. Giunti colà: — Qui,» disse Baba Mustafà, «qui è dove mi posero la benda, ed era voltato come mi vedete.» Il bandito, il quale aveva preparato il fazzoletto, glielo legò sugli occhi, e gli camminò allato, parte conducendolo, e parte lasciandosi da lui guidare, finché si fermò.
«— Mi pare,» disse Baba Mustafà, «di non essere andato più innanzi.» E si trovò precisamente davanti alla casa di Cassim, dove allora dimorava Alì Baba. Prima di levargli il fazzoletto, il ladrone fe’ prestamente, con un po’ di gesso che teneva in mano, un segno sulla porta; e quando glie l’ebbe tolto, chiesegli se sapeva a chi appartenesse la casa. Baba Mustafà rispose non essere di quel quartiere, e perciò non poteva dirgli nulla.
«Quando il masnadiero vide che non poteva ricavar altro dal ciabattino, lo ringraziò dell’incomodo recatogli; e lasciatolo tornare alla sua bottega, ripigliò la via della selva, persuaso di trovarvi buonissima accoglienza.
«Poco tempo dopo che il ladrone ed il ciabattino si furono separati, Morgiana uscì dalla casa di Alì Baba per non so qual affare; e tornando, notato il segno fatto dal ribaldo, si fermò per osservarlo.
— Cosa significa quel segno?» disse fra sé; « vorrebbe qualcuno male al mio padrone, oppure l’hanno fatto per divertirsi? In qualunque intenzione abbiano potuto farlo,» soggiunse, «è meglio cautelarsi contro ogni evento. —
«Prende dunque tosto del gesso, e siccome le due o tre porte prima di quella erano simili, le segna tutte nel medesimo modo, e rientra in casa senza parlare dell’accaduto ai padroni.
«Il masnadiero intanto, che continuava il suo cammino, giunse alla selva, e raggiunta in brev’ora la compagnia, fece il rapporto del buon esito del suo viaggio, esagerando la fortuna avuta di aver subito trovato un uomo, da cui sapere il fatto ond’era venuto ad informarsi, che niuna fuor di colui avrebbegli potuto indicare. Fu ascoltato con alta soddisfazione, ed il capitano, prendendo a parlare per tutti, dopo averlo lodato per la sua diligenza: — Compagni,» disse, volgendosi alla masnada, «non abbiamo tempo da perdere; partiamo ben armati senza che ciò apparisca, e quando saremo entrati nella città separatamente, l’un dopo l’altro, per non dare sospetto, la piazza maggiore sia il luogo di riunione, gli uni da una parte, gli altri dall’altra, mentr’io andrò a riconoscere la casa, insieme al nostro collega, latore della buona novella, affinché io possa giudicare del partito che sarà per meglio convenirci. —
«Il discorso del capitano fu dai ladroni applaudito, e fra breve trovaronsi in istate di partire. Sfilarono a due a due, a tre a tre, e camminando a ragionevole distanza gli uni dagli altri, s’introdussero nella città senza destar sospetto, entrandovi per gli ultimi il capitano e quello ch’era venuto alla mattina. Condusse costui il capo nella contrada dove avea segnato la casa di Alì Baba, e giunto davanti ad una delle porte marcate da Morgiana, gliela fece notare, dicendogli esser quella. Ma continuando la strada senza fermarsi, per non dar sospetto, com’ebbe il capitano osservato che la porta seguente portava un segno eguale e nel medesimo sito, lo indicò alla guida, chiedendo se fosse quella o la prima. Il conduttore, confuso, non seppe cosa rispondere, ed ancor meno quand’ebbe veduto che le quattro o cinque porte successive erano anch’esse marcate nella stessa guisa. Giurò egli al capitano di averne segnala una sola, e:
— Non so,» soggiunse, «chi possa aver marcate le altre con tanta somiglianza; ma in questa confusione, confesso di non poter distinguere il mio segno. —
«Il capitano, vedendo il suo disegno andato a vuoto, recatosi alla piazza maggiore, fece dire a’ suoi, dal primo in cui incontrossi, d’aver perduta la fatica e fatto un viaggio inutile, e che non avevano altro partito fuorché di riprendere la via del comune rifugio. Ne diede anzi l’esempio, e tutti lo seguirono nel medesimo ordine ond’erano venuti.»
Edmund Dulac – Stories from the Arabian nights, Laurence Housman transl. Edmund Dulac illustr. New York: Hodder and Stoughton. 1907
NOTTE CCCLXX
Questa notte, Scheherazade, ripigliando la parola:
— Adunata che fu la banda nella selva, il capitano spiegò la ragione per cui li aveva fatti tornar indietro; in conseguenza la guida fu tosto dichiarata degna di morte ad una sol voce, e colui vi si condannò da sé medesimo, riconoscendo che avrebbe dovuto prender meglio le sue precauzioni, e presentò con fermezza il collo a quello che uscì dalle file per mozzargli il capo.
«Siccome trattavasi, per la conservazione della masnada, di non lasciar invendicato il torto a lei fatto presentasi un altro ladrone, il quale promette dì riuscir meglio dell’altro allora punito, e domanda la preferenza. Viene esaudito: egli parte, corrompe Baba Mustafà, come corrotto lo aveva il predecessore, e colui gli fa, cogli occhi bendati, conoscere la casa di Alì Baba. La segnò il ladro di rosso nel sito meno apparente, contando fosse quello un mezzo sicuro per distinguerla dall’altre già marcale di bianco.
«Ma poco tempo dopo, Morgiana uscì di casa come il giorno precedente, e quando fu per rientrarvi, quel segno rosso non isfuggì ai vigili suoi sguardi; sicché fatto lo stesso raziocinio della prima volta, non mancò di praticare lo stesso segno alle altre porte vicine e nel medesimo luogo.
«Il masnadiero, di ritorno a’ suoi compagni nella foresta, non lasciò di decantare la presa precauzione, infallibile, come asseriva, per non confondere la casa di Alì Baba colle altre. Il capitano ed i ladri credono colui che la cosa debba riuscire.
Recansi pertanto alla città nello stesso ordine e colle medesime precauzioni di prima, armati pure nella stessa guisa, disposti a fare il colpo che meditavano; ed il capitano col malandrino vanno direttamente alla contrada di Alì Baba; ma quivi trovano la medesima difficoltà della prima volta. Pieno di sdegno è il capitano, e l’altro coperto d’una confusione non minore di quella dei suo predecessore in tale intrapresa.
«Per tal modo, costretto il capitano a ritirarsi anche in quel giorno colla sua gente, tutti malcontenti come il dì innanzi, il ladrone, quale autore dell’equivoco, subisce similmente il castigo, cui si era volontariamente assoggettato.
«Il capitano intanto, vedendo la masnada scemata già di due bravi soggetti, temé di vederla viemaggiormente diminuita se continuava a fidarsi in altrui, onde essere informato al vero della casa di Alì Baba; resa edotto, dal loro esempio, che tutti i suoi non erano capaci se non pei colpi di mano, ed inetti ad agire di testa nelle occasioni, s’incaricò in persona della bisogna, e venuto alla città, coll’assistenza del ciabattino, il quale gli rese lo stesso servigio, come ai due altri deputati della congrega, non pensò a far segni onde conoscere la casa di Alì Baba; ma esaminolla tanto bene, non solo considerandola con attenzione, ma ben anco passandovi e ripassandovi più volte davanti, ch’eragli omai impossibile prenderne abbaglio.
«Contento il capitano dei masnadieri del suo viaggio, ed istruito di quanto desiderava, tornò al bosco; giunto nella grotta, dove i compagni lo attendevano: — Camerati,» disse loro, «nulla ormai c’impedirà di prendere piena vendetta del danno recatoci, conoscendo ora con certezza la casa del colpevole, sul quale dev’ella cadere. Ho già pensato, per istrada, ai mezzi di fargliela sentire così destramente, che niuno potrà aver cognizione del nostro ricovero, né del tesoro, tale essendo lo scopo cui mirar dobbiamo nella nostra impresa; altrimenti, invece di esserci utile, ne tornerebbe funesta. Per giungere a tal fine, ecco dunque cosa ho immaginato: quando ve l’avrò esposta, se alcuno si avvisi di spediente migliore, potrà comunicarlo. —
«Allora egli spiegò in qual modo intendeva governarsi, e riscossa la generale approvazione, li incaricò che, spargendosi ne’ borghi e ne’ villaggi circonvicini ed anche nelle città, facessero acquisto di muli, in numero di diciannove, e di trentotto grandi vasi di cuoio da trasportar olio, uno pieno e gli altri vuoti.
«In due o tre giorni, i ladroni fecero tal provvista. Siccome i vasi vuoti erano un po’ stretti d’imboccatura per l’esecuzione del suo disegno, il capitano li fece alquanto allargare; e fatto entrare in ciascuno di essi uno de’ suoi uomini colle armi opportune, lasciando aperto ciò che aveva fatto scucire per lasciar loro libera la respirazione, li chiuse in modo che parevano pieni d’olio; ed a meglio mascherarli, li unse d’olio all’esterno, prendendone dal vaso pieno.
«Così disposte le cose, quando i muli furono carichi dei trentasette ladroni, non compreso il capitano, ciascuno nascosto in un otre, e dell’altro pieno d’olio, il capo, qual condottiero, prese la via della citta nel tempo divisato, e vi giunse sull’imbrunire, circa un’ora dopo il tramonto, com’erasi proposto. Entra, e si avvia direttamente alla casa di Alì Babà, col pensiero di bussare alla di lui porta e chiedere di passarvi la notte co’ muli, col beneplacito del padrone. Ma non ebbe la briga di bussare, trovando Alì Baba sulla soglia, dove prendeva il fresco dopo cena; fermati allora i suoi muli, e voltosi a lui: — Signore,» gli disse, «vengo assai da lontano coll’olio che vedete, per venderlo domani al mercato, ed a quest’ora non so dove andar ad alloggiare. Se non vi fosse d’incomodo, fatemi il favore di ricevermi in casa vostra onde passarvi la notte: ve ne sarò molto grato.
—
«Benché Alì Baba avesse veduto nella selva colui che gli parlava, ed intesane anche la voce, come avrebb’egli potuto riconoscerlo pel capo de’ quaranta masnadieri, sotto il suo travestimento da mercadante d’olio?
«— Siate il ben venuto,» gli disse; «entrate.» Sì dicendo, gli fe’ largo per lasciarlo passare coi muli, com’egli infatti eseguì.
«In pari tempo Alì Baba chiamò uno schiavo che aveva, e gli comandò, che quando i muli fossero scaricati, li mettesse non solo al coperto nella scuderia, ma lor porgesse anzi fieno ed orzo. Si prese poi anche il disturbo d’andar in cucina ad ordinare a Morgiana di allestir subito da cena per l’ ospite allora giunto, e preparargli il letto in una camera.
«Ali Baba fece anche di più: per festeggiar l’ospite colla miglior accoglienza, quando vide che il capitano dei ladroni ebbe scaricate le sue bestie, che queste erano state condotte nella stalla com’egli aveva ordinato, e ch’ei cercava un sito per passare la notte a ciel sereno, andò a prenderlo per farlo entrare nella sala in cui soleva ricevere gli amici, dicendo non permetterebbe mai che dormisse in corte. Se ne scusò vivamente il capitano, sotto pretesto di non voler essergli d’incomodo, ma invero per aver modo di eseguire con maggior libertà il piano che meditava; né cedette alle gentilezze di Ali Baba se non dopo pressantissime istanze.
«Non contento Alì Baba di tener compagnia all’uomo che mirava a togliergli la vita, finché Morgiana avesse servita la cena, continuò a discorrere di varie cose che credè potessergli piacere, e non lasciollo se non quando ebbe finito il pasto con cui avevalo trattato.
«— Vi lascio qui padrone,» gli disse; «non avete che a domandare le cose di cui potreste aver bisogno; non v’ha nulla in casa mia che non sia a vostra disposizione.»
Dinarzade stava si attenta al racconto della sultana, ch’essa non s’avvide dell’alba; ma Scheherazade avverti il consorte esser tempo di alzarsi; ciò ch’ei fece, aspettando con impazienza la notte susseguente.
Morgana che danza per distrarre Ali Babà dal suo ospite che vuole assassinarlo, 1890
Henry Justice Ford (1860-1941)
NOTTE CCCLXXI
— Sire,» ripigliò l’indomani la sultana, «il capitano de’ malandrini, alzatosi in pari tempo di Ali Baba, lo accompagnò sino alla porta, e mentre questi entrava in cucina per parlare con Morgiana, egli uscì nella corte, col pretesto di andar a vedere nella scuderia se nulla mancava a’ suoi muli.
«Alì Baba, raccomandato nuovamente alla schiava di aver cura dell’ospite, e non lasciarlo mancare di cosa alcuna: — Morgiana,» soggiunse, «ti avverto che domattina vado al bagno prima di giorno; abbi cura che la mia biancheria sia pronta, dandola ad Abdalla (era il nome del suo schiavo), e preparami un buon brodo da prendere al mio ritorno.» Dopo tali ordini, si ritirò per coricarsi.
«Il capitano de’ ladri intanto, all’uscire dalla stalla andò a dare alla sua gente l’ordine di quanto dovevano fare, e cominciando dal primo otre sino all’ultimo, disse a ciascheduno: — Allorché mi sentirete gettar sassolini dalla stanza dove sarò alloggiato, non mancate di farvi largo, tagliando l’otre da cima a fondo col coltello del quale siete muniti, e di uscirne subito: in breve sarò da voi. —
«Il coltello del quale ei parlava era aguzzo ed affilato a tal uopo. Fatto questo, ei tornò in casa, e presentatosi alla porta della cucina, Morgiana, preso un lume, lo condusse alla camera per lui preparata lasciandovelo, non senza prima domandargli se avevi bisogno di qualche altra cosa. Onde non destar sospetti, il capitano spense il lume poco tempo appresso, e si coricò bell’e vestito, pronto ad alzarsi dopo il primo sonno.
«Morgiana, non dimenticando gli ordini di Alì Baba, gli prepara le biancherie per il bagno, le consegna allo schiavo Abdalla, il quale non era andato ancor a dormire, e posta al fuoco la pentola per fare il brodo, mentre sta schiumandolo, si spegne la lucerna. Non v’era più olio in casa, e mancavano anche le candele. Che cosa fare? Essa ha bisogno di lume per ischiumar la pentola, e ne dimostra il suo imbroglio ad Abdalla.
«— Mi sembri imbarazzata,» le disse Abdalla. «Va a prender olio in uno dei vasi che sono là in corte. —
«Morgiana ringrazia Abdalla del suggerimento, e mentre questi va a coricarsi presso alla camera del padrone per seguirlo al bagno, essa prende l’ampolla dell’olio, e scende in corte. Accostatasi al primo otre che trova, ecco il ladro, che vi stava celato, domandarle sottovoce: — È tempo? —
«Benché colui avesse parlato a voce bassa, non dimeno Morgiana fu colpita dal suono, tanto più facilmente perchè il capitano dei masnadieri, appena scaricati i muli, aveva aperto, non solo questo, ma ben anche tutti gli altri vasi, per dar aria alla sua gente, la quale d’altronde stava malissimo, senza però essere priva della facoltà di respirare.
«Qualunque altra schiava fuor della nostra, sorpresa com’ella fu, trovando un uomo nell’otre invece dell’olio che cercava, avrebbe fatto un fracasso capace di produrre gravi disgrazie. Ma Morgiana era molto superiore alle sue eguali: comprese in un attimo l’importanza di custodire il segreto; l’urgente pericolo in cui versava Alì Baba, la sua famiglia, ed anche sè medesima; la necessità di mettervi un pronto riparo senza schiamazzo; e colla sua intelligenza ne avvisò subito i mezzi. Riarmasi tosto dalla sorpresa e dal terrore, senza dimostrare la menoma commozione, facendo le veci del capitano dei ladri, rispose alla domanda, e disse: — Non ancora, ma fra poco.» Accostossi al vaso seguente, e senti farsi la medesima domanda, e così di seguito, sinché giunse all’ultimo ch’era pieno d’olio; ed alla stessa domanda, diede a tutti la risposta medesima.
«Per tal modo Morgiana conobbe che il suo padrone, credendo dar ricetto in casa propria ad un mercante d’olio, vi aveva invece accolto trentotto ladroni, compresovi il falso mercante loro capitano.
Riempita dunque in fretta la sua ampolla d’olio che prese dall’ultimo otre, torna in cucina, e riaccesa la lampada, prende un’ampia caldaia, va in corte e la riempie coll’olio del vaso. La porta in casa, la pone sul fuoco, e v’ammucchia sotto la legna, perchè quanto più presto bollirà l’olio, tanto più presto avrà eseguito ciò che contribuir deve alla salvezza comune della casa, che non ammette ritardo. L’olio finalmente bolle; essa prende la caldaia, e va a versare in ciascun otre, dal primo sino all’ultimo, tanto olio ardente quanto basta per soffocarli e privarli di vita, come in fatti loro la tolse.
«Eseguita senza strepito codesta azione, degna del coraggio di Morgiana, come aveva progettalo, torna la schiava nella cucina colla caldaia vuota, e chiusa la porta, estingue il gran fuoco acceso, non lasciandovene se non quanto bisognava per cuocere il brodo ordinato da Ali Baba. Spegne poscia la lucerna, e sta in profondo silenzio, risoluta di non coricarsi se non avesse prima osservato cosa sarebbe accaduto, da una finestra della cucina che guardava sulla corte, per quanto poteva permetterlo l’oscurità della notte.
«Non era scorso un quarto d’ora che Morgiana attendeva, quando il capitano si svegliò. S’alza, guarda per la finestra che apre, e non vedendo alcun lume, e sentendo una gran quiete e profondo silenzio in tutta la casa, dà il segnale gettando i sassolini, parecchi dei quali caddero sugli otri, com’ei non poté dubitarne dal suono che gliene giunse agli orecchi. Porge ascolto, e non ode, né scorge nulla che faccia comprendere mettersi la sua gente in moto.
S’inquieta, getta altri sassolini per la seconda e la terza volta: cadono sui vasi; eppure nessuno de’ ladroni dà il minimo segno di vita, né egli può comprenderne la cagione. Tutto agitato, scende nel cortile col minore strepito fattibile; si accosta in egual modo al primo otre, e mentre vuol chiedere al ladrone, cui crede vivo, se dorme, sente un odore nauseabondo d’olio caldo e di bruciato esalante dal vaso, d’onde rileva che la sua impresa contro Alì Baba, per ammazzarlo, spogliare la casa, e riprendersi, se poteva, l’oro tolto alla sua comunità, era fallita. Passa al vaso seguente ed a tutti gli altri l’un dopo l’altro, e trova che la sua gente era perita della medesima sorte; e dalla diminuzione dell’olio nell’otre che avea portato pieno, comprese la maniera adoperata onde privarlo del soccorso ch’ei ne attendeva. Disperato d’aver fallito il colpo, corse alla porta del giardino di Alì Baba, che metteva nel cortile, e di giardino in giardino, scavalcando i muri, fuggì.
«Allorchè Morgiana non udì più rumore, nè vide più tornare il finto negoziante, dopo averlo buona pezza aspettato, non dubitò del partito preso da colui, piuttosto che tentar di salvarsi per la porta di strada, chiusa a doppia chiave. Soddisfatta e lietissima per essere così ben riuscita a porre in salvo tutta la casa, andò finalmente a letto, e si addormentò.
«Alì Baba, frattanto, uscito innanzi giorno, andò al bagno, seguito dallo schiavo, senza saper nulla del maraviglioso avvenimento accaduto in casa sua mentre dormiva, a proposito del quale Morgiana non avea stimato di destarlo, con tanta maggior ragione in quanto che essa non aveva tempo da perdere nell’istante del periglio, e ch’era affatto inutile turbarne il riposo dopo averlo stornato.»
Walter Paget (1863-1935)
NOTTE CCCLXXII
— Quando tornò dal bagno, entrando in casa che già il sole era alzato, Alì Baba stupì talmente di vedere ancora al loro posto gli otri, e che il mercatante non si fosse recato co’ muli al mercato, che ne chiese la ragione a Morgiana, la quale era venuta ad aprirgli la porta, ed aveva lasciato tutte le cose nello stato in cui il padrone le vedeva, per offrirgliele in ispettacolo, e spiegargli più sensibilmente ciò ch’ella aveva fatto per la di lui conservazione.
« — Mio buon padrone,» disse Morgiana, rispondendo ad Alì Baba, «Dio vi conservi, voi e tutta la vostra casa! Intenderete meglio ciò che desiderate sapere, quando avrete veduto ciò che debbo mostrarvi: abbiate il disturbo di venire con me. —
«Alì Baba segui Morgiana, la quale, chiusa la porta, e condottolo al primo vaso, gli disse: — Guardate dentro, e ditemi se c’è olio. — «Alì Baba guardò, e vedendo seduto nell’otre un uomo, balzò indietro tutto spaventato, mandando altissimo strido.
« — Non temete nulla,» gli disse Morgiana: «l’uomo che vedete non vi farà alcun male; ne ha fatto, ma non è più in caso di oprarne, né a voi, né a verun altro: non ha più vita.
«— Morgiana,» sclamò Ali Baba, «che vuol dir ciò? Spiegati.
«— Ve lo spiegherò,» riprese Morgiana; «ma moderate la vostra maraviglia, e non destate la curiosità de’ vicini su d’una cosa ch’è importantissimo di tener occulta. Guardate prima di tutto gli altri vasi.
— «Alì Baba guardò ad uno ad uno tutti gli altri vasi, dal primo sin all’ultimo, in cui era l’olio, e nel quale notò che il liquido era notabilmente scemato; e rimase come estatico, or volgendo gli occhi sui vasi, ora guardando Morgiana, senza aprir bocca, tanto era il suo stupore. Alla fine, come se gli fosse tornata la favella: — E del mercante,» domandò, «cosa n’è stato?
«— Quel mercante,» rispose Morgiana, «lo era tanto com’ io sono mercantessa. Vi dirò chi è, e cosa fu di lui. Ma udrete tutta la storia più comodamente nella vostra stanza, essendo tempo, pel bene della vostra salute, che, dopo essere uscito dal bagno, beviate il brodo. —
«Mentre Alì Baba recavasi nella propria stanza, Morgiana, andata in cucina a prendere il brodo, glielo recò; ma prima di sorbirlo, Alì Baba le disse: — Or via, comincia a soddisfare alla mia impazienza, e narrami una storia tanto strana con tutte le sue circostanze. —
«Morgiana, per obbedire al padrone, così cominciò: — Signore, ier sera, quando voi vi foste ritirato per andarvene a letto, preparai le biancherie pel bagno, come mi comandaste, e lo consegnai ad Abdalla. Poscia, posta al fuoco la pentola del brodo, mentre l’andava schiumando, la lucerna, per mancanza d’olio, si spense d’improvviso, nè ve n’era una goccia nell’ampolla. Cercai qualche moccolo, e non ne trovai neppur uno; Abdalla, vedendomi imbarazzata, mi ricordò i vasi pieni d’olio che stavano in corte, com’ei non ne dubitava più di me, e come anche voi credevate. Presi l’ampolla, e corsi all’otre più vicino; ma quando vi fui presso, ne uscì una voce che mi chiese: — È tempo?»
Non mi spaventai, e compresa sul momento la malizia del falso mercante, senza esitare risposi tosto: — Non ancora, ma fra poco.» Passai al vaso susseguente, ed un’altra voce mi fece la medesima interrogazione, alla quale io risposi in egual modo. Andai quindi dagli altri tutti, un dopo l’altro, ed a simile domanda, risposta eguale, né trovai olio se non nell’ultimo otre, ove riempii l’ampolla. Quand’ebbi considerato esservi in corte trentasette ladroni, i quali attendevano soltanto il segnale od il comando del loro capo, preso da voi per un mercatante, e cui avevate fatto sì care accoglienze, per mettere in combustione tutta la casa, non perdei tempo: riportai in cucina l’ampolla, accesi il lume, e presa la caldaia più grande, andai ad empirla d’olio; postala quindi al fuoco, allorchè fu ben ardente, corsi a versarne in ciascun otre, ove stavano i ladroni, quanto ne occorreva per impedirli tutti dall’eseguire il pernicioso disegno che li aveva guidati.
Finita così la faccenda nel modo già mentovato, tornai in casa, spensi il lume, e prima di andarmene a letto, mi misi ad esplorare tranquillamente, dalla finestra, qual partito avrebbe preso il falso mercante d’olio.
In capo a qualche tempo, intesi che, per segnale, gettava dalla finestra alcuni sassolini, i quali caddero su gli otri; ne gettò una seconda ed anche una terza volta, e non iscorgendo, nè vedendo alcun movimento, discese, e lo vidi andare di vaso in vaso sino all’ultimo; poi l’oscurità della notte me lo fece perdere di vista. Stetti ancora ad osservare per qualche tempo, e veduto che più non tornava, non dubitai non fosse fuggito pel giardino, disperato della mal riuscita della sua impresa. Persuasa adunque che ormai la casa fosse sicura, mi coricai. —
«Terminando, Morgiana soggiunse: — Ecco la storia che mi chiedeste, ed io sono convinta ch’essa sia la conseguenza d’un’osservazione da me fatta da due o tre giorni, e di cui non credetti dovervi parlare. Una volta, tornando di buon mattino dalla città, vidi che la porta di casa era stata marcata di bianco, ed il giorno dopo di rosso, vicino al segno bianco; ed ogni volta, senza sapere a qual fine fossero stati fatti quei segni, io aveva marcato nella stessa guisa e nel sito medesimo due o tre porte de’ nostri vicini, al di sopra e al di sotto della nostra. Se voi connettete ciò con quanto è ora accaduto, troverete che ogni cosa venne macchinata dai ladroni della foresta, de’ quali non so perché la banda sia scemata di due. Comunque sia, eccola ridotta a tre al più. Ciò dimostra che avevano giurato la vostra ruina, e che sarà bene tenervi in guardia, sinchè sia certo che ne resti qualcuno al mondo. Io intanto non dimenticherò nulla per vegliare, come vi sono obbligata, alla vostra conservazione. —
«Allorché Morgiana ebbe finito il suo discorso, Alì Baba, commosso per la grande obbligazione che le doveva, disse: — Io non morrò se non t’abbia ricompensata come meriti. Ti devo la vita; e per cominciare a darti un segno di riconoscenza, ti dò sin da questo istante la libertà, aspettando di mettervi il colmo nella maniera che mi propongo. Convengo con te che i quaranta ladroni m’abbiano tese queste insidie. Iddio me ne liberò per tuo mezzo, e spero vorrà continuare a preservarmi dalla loro malvagità, e terminando di sviarla dal mio capo, liberare il mondo dalle loro persecuzioni e dalla maladetta loro genìa. Or ne resta a sotterrare al più presto i cadaveri di questa peste del genere umano, con tanto segreto, che niuno sospettar possa del loro destino; io corro a lavorarvi con Abdalla. —
— Sire,» ripigliò la domane Scheherazade, «il giardino di Alì Baba era di molta lunghezza, e terminato da piante altissime. Senza differire, andò egli dunque sotto quelle piante, col suo schiavo, a scavare una fossa lunga e larga in proporzione de’ cadaveri che vi dovevano seppellire; il terreno era facile a smuovere, e non misero molto tempo a finirla. Trassero allora fuor degli otri i morti, e poste a parte le armi ond’eransi muniti i ladroni, li trasportarono nel giardino, disponendoli nella fossa, e copertili colla terra che ne aveano levata, ne dispersero il resto nei dintorni, per modo che il terreno apparve eguale come prima. Alì Baba fece poi nascondere diligentemente i vasi dell’olio e le armi, e quanto ai muli, non avendone allora bisogno, li mandò a più riprese al mercato, ove li fece vendere per mezzo del suo schiavo.
«Mentre Alì Baba prendeva tutte queste misure per togliere alla cognizione del pubblico il mezzo pel quale erasi in sì poco tempo arricchito, il capitano de’ quaranta masnadieri era tornato alla selva pieno d’inconcepibile amarezza; e nell’agitazione o piuttosto confusione che lo dominava per la sgraziata riuscita dell’impresa, tanto contraria alle sue speranze, rientra nella grotta, senza aver potuto fermarsi, per via, ad alcuna risoluzione su ciò che dovesse tentare contro Alì Baba. «La solitudine da cui trovossi circondato in quella tetra dimora, gli parve tremenda.
«— Brava gente,» sclamò, «compagni delle mie veglie, delle mie corse e delle mie fatiche, dove siete? Che posso io fare per voi? Vi aveva io adunati e scelti onde vedervi perire tutti in una volta, per un destino si fatale ed indegno del vostro coraggio? Meno amaro sarebbe il mio cordoglio se foste morti colla sciabola in pugno da valorosi. Quando avrò io raccolta una nuova masnada di gente destra come voi? E quando pur il volessi, potrei intraprenderlo, e non esporre tanto oro, tanto argento, tante ricchezze, in preda a colui che se n’è già arricchito in parte? Non posso, né devo pensarvi, se prima non l’abbia tolto di mezzo. Ciò che non ho potuto fare con soccorso possente, lo tenterò io solo; e quando avrò per tal guisa provveduto acciò il tesoro non sia più esposto al saccheggio, allora lavorerò a fare che non rimanga senza successori, né padroni dopo di me, e che si conservi ed accresca per tutta la posterità. —
«Presa tale risoluzione, ei non fu imbarazzato a cercare i mezzi di effettuarla; allora, pieno di speranza, e collo spirito tranquillo, passò chetamente la notte.
«Alla domane, il capitano de’ masnadieri, destatosi di buon’ora, com’erasi proposto, si vesti civilmente, conforme al disegno meditato, venne alla città, prese alloggio in un khan, ed aspettandosi che quanto era accaduto in casa di Alì Baba potesse aver fatto rumore, domandò al custode, per modo di conversazione, se non ci fosse qualche cosa di nuovo nella città; colui gli parlò d’ogni altra cosa fuor di quella che importavagli di sapere.
Giudicò egli di qui che la ragione, per la quale Alì Baba custodiva l’importante segreto, provenisse perché questi non voleva fosse divulgata la cognizione, cui solo possedeva, del tesoro e del mezzo di entrarvi, e perché non ignorava essere questa cognizione la causa per cui si attentava alla sua vita. La qual cosa animollo vie maggiormente a nulla trascurare per disfarsi di lui per la medesima via del segreto.
«Provvidesi egli allora d’un cavallo, di cui si servì per trasportare al suo alloggio varie sorta di preziose stoffe e tele fine, facendo ripetuti viaggi alla foresta, colle precauzioni necessarie per tenere nascosto il luogo dove andava a prenderle. Per ismerciar quindi le mercanzie, ammassata che n’ebbe quantità sufficiente, cercò una bottega, e trovatala, la prese in affitto, la empi delle sue robe, e venne a stabilirvisi. Li bottega trovossi per caso rimpetto a quella appartenuta a Cassim, ed occupata da poco dal figliuolo di Alì Baba.
Illustrazione dalle Notti Arabe- William Strang (1859-1921) –
«Il capitano de’ ladroni, il quale aveva preso il nome di Kodjah Hussain, non mancò, come nuovo venuto, di fare le sue civiltà; secondo l’uso, ai mercanti vicini. Ma siccome il figlio di Alì Baba era bel giovane, né mancante di spirito, ed aveva più di sovente occasione di parlargli ed intertenersi seco lui che non cogli altri, si legò in breve d’amicizia con esso. Si diede anzi a coltivarlo più assiduamente, quando, tre o quattro giorni dopo ch’erasi colà stabilito, potè riconoscere Alì Baba, il quale, venuto a trovare il figliuolo, si fermò a conversare con lui, come soleva fare di tempo in tempo, ed ebbe dal figlio medesimo saputo, dopo la partenza di questi, essere suo padre. Crebbe quindi di sollecitudini presso di lui; lo accarezzò, gli fece alcuni regalucci, ed invitollo più volte a pranzo.
«Il figlio di Alì Baba non volle aver tante obbligazioni a Kodjah Hussain senza rendergli la pariglia. Ma egli era alloggiato non troppo agiatamente, e non aveva gli stessi comodi per trattarlo come desiderava; parlò del suo disegno al padre, facendogli osservare non sarebbe stata cosa urbana di rimaner più a lungo senza contraccambiare le gentilezze di Kodjah Hussain.
«Ali Baba incaricossi con piacere del trattamento.
«— Figliuolo,» gli disse, «domani è venerdì, ed essendo giorno nel quale i mercanti all’ingrosso, come Kodjah Hussain e voi, tengono chiuse le botteghe, andate con lui al passeggio, e tornando, fate in modo di passare da casa mia ed indurlo ad entrarvi. Sarà meglio far così, che non invitandolo nelle forme. Vado intanto ad ordinare a Morgiana di allestire la cena, e tenerla preparata. —
«Il venerdì, il figliuolo di Alì Baba e Kodjah Hussain trovaronsi il dopo pranzo nel sito del convegno, ed andati al passeggio, nel ritornarne, siccome il primo avea cercato di far passare il finto mercante per la contrada nella quale dimorava il padre, giunti davanti alla sua porta, lo fermò, e bussando: — È questa,» gli disse, «la casa di mio padre, il quale, dall’esposizione che gli feci dell’amicizia onde mi onorate, m’incaricò di procurargli il vantaggio della vostra conoscenza. Vi prego di aggiungere questo piacere a tutti gli altri, de’ quali vi son debitore. —
«Sebbene Kodjah Hussain fosse così pervenuto allo scopo propostosi, ch’era di poter entrare in casa di Alì Baba, e togliergli la vita senza arrischiare la propria, non facendo strepiti, non tralasciò nondimeno di scusarsi e fingere di congedarsi dal figliuolo; ma siccome lo schiavo di Ali Baba aveva già aperta la porta, il giovane lo prese cortesemente per mano, ed entrando pel primo, lo tirò seco, forzandolo, in certo modo, ad entrare suo malgrado.»
NOTTE CCCLXXIV
— Alì Baba ricevette Kodjah Hussain a viso aperto, e colla più buona accoglienza che potesse mai desiderare. Lo ringraziò della bontà usata al figlio, e: — L’obbligo,» soggiunse, «ch’ei ve ne deve e che vi professo anch’io, è di tanto maggiore, in quanto che egli è un giovine inesperto ancora degli usi del mondo, e voi non isdegnate di contribuire a formarlo. —
«Hussain rese ad Ali Baba complimento per complimento, assicurandolo che se suo figlio non aveva ancora acquistata l’esperienza dell’età, aveva però un buon senso che tenevagli luogo dell’assennatezza di molti vecchi.
«Dopo un dialogo di breve durata sopra altri argomenti indifferenti, volea Kodjah Hussain partire; ma Alì Baba, fermandolo: — Dove volete andare, signore?» gli disse. «Vi prego di farmi l’onore di cenar con me; il pasto che voglio darvi è molto inferiore ai vostri meriti, ma qual è, spero lo gradirete con altrettanto buon cuore quanta è la mia intenzione di offrirvelo.
«— Signor Alì Baba,» riprese Kodjah Hussain, «sono persuasissimo del vostro buon cuore, e se vi domando in grazia che non vi dispiaccia se me ne vado senza accettare la vostra cortese esibizione, vi supplico a credere che nol faccio per inciviltà, né per disprezzo, ma sol perchè ne ho una ragione, cui approvereste se vi fosse nota.
«— E quale può esser mai questa ragione, o ]signore?» rispose Alì Baba. «È lecito domandarvela? — Posso dirla,» replicò Kodjah Hussain, «ed è che non mangio carne, né intingolo ove sia sale; arguite voi stesso la trista figura che farei alla vostra tavola.
— Se non avete altra ragione,» insistè Alì Baba, «essa non deve privarmi dell’onore di possedervi a cena, a meno che non lo vogliate assolutamente. In primo luogo, non v’ha sale nel pane che si mangia in casa mia; e quanto alle carni ed agl’intingoli, vi prometto che non ve ne sarà in ciò che vi verrà posto davanti; corro a darne l’ordine. Fatemi dunque la grazia di trattenervi; sono subito da voi. —
«Alì Baba andò in cucina, ed ordinò a Morgiana di non metter sale sulle carni che dovea servire in tavola, e preparare in fretta due o tre intingoli tra quelli che avea già comandati, in cui non fosse sale.
«Morgiana, la quale stava per mettere in tavola, non seppe frenarsi dal dimostrare il suo malcontento a quel nuovo ordine, e dallo spiegarsene chiaro col padrone. — Chi è dunque,» gli disse, «quest’uomo tanto difficile, che non mangia sale? La vostra cena non sarà più buona se ritardo a servirla.
«— Non andar in collera, Morgiana,» rispose Alì Baba; «è un galantuomo. Fa quello che ti dico. —
«Obbedì Morgiana, benchè mal volentieri, e venuta in curiosità di conoscere l’uomo che non mangiava sale, quando ebbe terminato, ed ammannita da Abdalla la tavola, lo aiutò a recare le vivande; ma guardando Kodjah Hussain, lo riconobbe subito, adonta del suo travestimento, pel capitano de’ masnadieri, ed esaminatolo con attenzione, si avvide che celava sotto l’abito un pugnale.
— Non mi maraviglio più,» disse allora fra sè, «che lo scellerato non voglia mangiar sale col mio padrone! è il suo più fiero nemico, e vuol assassinarlo; ma io ne l’impedirò.
—«Finito ch’ebbe Morgiana di servire in tavola e di farla servire per mezzo di Abdalla, colse il tempo mentre cenavano, e fece i preparativi necessari per l’esecuzione d’un colpo de’ più arditi; avea già compita ogni cosa, allorché Abdalla venne ad avvertirla che attendevansi la frutta. Reca le frutta, e quando lo schiavo ebbe levato quanto stava sulla tavola, ve le dispone.
Poscia mette accanto ad Ali Baba un tavolo, e su questo il vino con tre tazze; ed uscendo, conduce seco Abdalla come per andar a cenare insieme, e lasciar ad Alì Baba, secondo l’uso, la libertà di conversare e divertirsi piacevolmente coll’ospite, e farlo ber bene.
«Stimò allora il falso Kodjah Hussain, o piuttosto il capitano de’ quaranta ladroni, giunta l’occasione di togliere la vita ad Alì Baba. — Ora,» disse fra sé, «ubbriacherò il padre ed il figlio, e questi, al quale pur voglio lasciare la vita, non m’impedirà di piantare il pugnale nel cuore di suo padre; indi fuggirò pel giardino, come già feci l’altra volta, mentre la cuoca e lo schiavo non avranno ancor finito di cenare, oppure si saranno addormentati in cucina. —
«Invece di cenare, Morgiana, penetrando il pensiero del finto Kodjah Hussain, non gli diede il tempo di mettere in esecuzione la sua perfidia; vestitasi di un abito graziosissimo di ballerina, e presa un’acconciatura conveniente, si cinse una cintura d’argento dorato, alla quale attaccò un pugnale con fodero e manico dello stesso metallo, «quindi coprissi il volto con una maschera. Così travestita, disse allo schiavo: — Abdalla, prendi il tuo tamburello, ed andiamo dal padrone a dare all’ospite, all’amico di suo figliuolo, il divertimento che talvolta diamo a lui stesso. —
«Prende Abdalla lo strumento, comincia a suonarlo camminando dinanzi a Morgiana, e presentasi in sala, mentre questa, entrando dietro a lui, fa una profonda riverenza con aria franca, come per domandar licenza di mostrare la propria abilità.
«Siccome Abdalla vide che il padrone voleva parlare, cessò di battere il tamburello, e questi: — Entra, Morgiana, entra,» le disse; «Kodjah Hussain giudicherà di quello onde sei capace, e ce ne dirà il suo parere. Almeno, o signore,» soggiunse, volgendosi al finto negoziante, «non crediate ch’io entri in ispese per darvi questo bel divertimento. Me lo trovo in casa, e vedete che sono il mio schiavo e la mia cuoca e spenditrice a un tempo, quelli che me lo danno. Spero che non vi spiacerà. —
«Kodjah Hussain non si attendeva che Alì Baba fosse per aggiungere quel divertimento alla cena onde l’onorava, e ciò gli fece temere di perdere l’occasione ch’ei credeva aver trovata. Ad ogni evento però, si consolava della speranza di poterla rinvenire in breve, continuando a coltivare l’amicizia del padre e del figlio. Laonde, benchè avesse preferito che Alì Baba si fosse compiaciuto di non darglielo, finse nondimeno di mostrategliene grato, ed ebbe la condiscendenza di dichiarargli che se ne sarebbe divertito anch’egli.
«Allorché Abdalla vide che Alì Baba e Kodjah Hussain avevano cessato dai loro discorsi, ricominciò a suonare lo strumento ed accompagnarlo colla voce sopra un’arietta da ballo; e Morgiana, la quale non la cedeva a veruna danzatrice di professione, ballò in modo da farsi ammirare, anche da tutt’altra compagnia di quella alla quale dava tale spettacolo, ed in cui forse non eravi che il falso Kodjah Hussain che vi facesse poca attenzione.
«Ballate ch’ebbe varie danze colla stessa grazia e la forza medesima, trasse finalmente dal fodero il pugnale, e tenendolo in mano, ne ballò una in cui giunse a superar sè medesima per le figure diverse, i leggeri movimenti, i salti sorprendenti con gli sforzi maraviglisi con cui seppe accompagnarla, ora brandendo il pugnale come per ferire, ora fingendo di piantarselo nel seno.
«Infine, come fuor di respiro, strappò ad Abdalla il suo tamburello colla sinistra, e brandendo sempre colla destra il pugnale, andò a presentare l’istrumento dalla parte concava ad Alì Baba, ad imitazione dei ballerini e ballerine di mestiere, che usano così per sollecitare la liberalità degli spettatori.
«Alì Baba gettò nel tamburello di Morgiana una moneta d’oro; colei si volse quindi al giovane, che seguì l’esempio del padre. Kodjah Hussain, vedendo ch’essa stava per presentarsi anche a lui, avea già tratta dal seno la borsa per farle il suo regalo, e vi metteva la mano, allorchè Morgiana, con un coraggio degno della fermezza e risoluzione sin allora spiegate, gli ficcò nel cuore il pugnale tanto addentro, che non lo ritrasse se non dopo averlo spento.»
NOTTE CCCLXXV
Il giorno già stava per ispuntare, quando Dinarzade destò la sorella. — Per fortuna,» disse la sultana, «siamo alla fine del racconto, e credo d’aver il tempo di finirlo.» E voltasi al consorte:
— Sire,» continuò, «Alì Baba ed il figlio di lui, spaventati da quell’azione, mandarono un altissimo grido. — Ah, sciagurata!» sclamò il primo; «che cosa hai fatto? È forse per rovinar me colla mia famiglia? «— Non già per rovinarvi,» rispose Morgiana; «il feci per la vostra salvezza. —
«Aprendo allora la veste di Kodjah Hussain, e mostrando ad Alì Baba il pugnale ond’era armato: — Guardate,» disse, «qual fiero nemico è costui, e fissatelo ben in volto: in lui riconoscerete il falso mercante d’olio ed il capitano de’ quaranta ladroni. E non considerate anche ch’ei non volle mangiar sale con voi? Ci voleva di più onde persuadervi dell’iniquo suo disegno? Era già entrata in sospetto sin dal momento in cui mi faceste conoscere di avere un simile convitato. L’ho poi veduto, e ben iscorgete che mal fondato non era il mio sospetto. —
«Alì Baba, riconoscendo il nuovo obbligo che doveva alla donna, per avergli salvata una seconda volta la vita, l’abbracciò, e le disse: — Morgiana, ti ho data la libertà, ed allora ti promisi che la mia riconoscenza non si sarebbe limitata a ciò, e vi avrei fra poco posto compimento. Il tempo è venuto, ed io ti faccio mia nuora.» Poi, volto al figlio: «Giovane,» proseguì, «io vi credo abbastanza buon figliuolo per non trovare strano ch’io vi dia in moglie Morgiana senza consultarvi. Voi non le dovete minori obbligazioni di me. Vedete che Kodjah Hussein non avea ricercata la vostra amicizia se non nella mira di riuscir meglio a togliermi la vita col tradimento; e se vi fosse riuscito, non dovete dubitare che avrebbe sacrificato anche voi alla sua vendetta. Considerate di più che, ammogliandovi a Morgiana, sposate il sostegno della mia famiglia finché vivrò, e l’appoggio della vostra sino alla fine dei vostri giorni. —
«Il figlio, ben lungi dall’attestarne verun malcontento, dimostrò com’ei consentisse a quel matrimonio, non tanto per obbedire al padre, quanto per esservi indotto dalla propria inclinazione.
«Si pensò poi a’ sotterrare il corpo del capitano accanto a quelli dei trentasene ladroni, e ciò pur si fece con tal segretezza, che non fu saputo se non dopo molti anni, quando niuno più era interessato nella pubblicazione di questa memorabile storia.
«Pochi giorni appresso, Alì Baba celebrò le nozze del figliuolo con Morgiana con grande solennità, dando una splendida festa, accompagnata da danze, da spettacoli e dai consueti divertimenti; ed ebbe la soddisfazione di vedere che i suoi amici ed i vicini da lui invitati, senza conoscere i veri motivi di quel matrimonio, ma che d’altronde non ignoravano le belle e buone qualità di Morgiana, lo lodavano altamente della sua generosità e del suo buon cuore.
«Dopo il matrimonio, Alì Baba, astenutosi di tornare alla grotta, sin da quando ne aveva tratto il cadavere del fratello Cassim sopra uno de’ suoi tre asini, coll’oro ond’erano carichi, temendo di trovarvi i ladroni od esservi sorpreso, se ne astenne ancora dopo la morte de’ trentotto masnadieri, compresovi il capitano, nella supposizione che i due altri, de’ quali eragli ignoto il destino, fossero tuttora in vita. Ma scorso un anno, e visto che non erasi tentata alcuna cosa per inquietarlo, ebbe la curiosità di farvi un viaggio, prendendo le precauzioni necessarie per la propria sicurezza. Montato dunque a cavallo, e giunto vicino alla caverna, prese buon augurio non accorgendosi di vestigio alcuno d’uomini, né di cavalli. Messo piede a terra, attaccò ad un albero il destriero, e presentandosi davanti alla porta, pronunciò le parole: «Sesamo, apriti!» da lui non dimenticate. La porta spalancossi, egli entrò, e lo stato in cui trovò tutte le cose, gli fecero giudicare niuno esservi entrato dal tempo circa che il falso Kodjah Hussain era venuto ad aprir bottega nella città, e che così la masnada de’ quaranta ladroni era scomparsa.
Edizione: Anonimo. Le Mille ed una Notti, Novelle arabe. Livorno, Giacomo Antonelli e C., 1852. Fonte: Internet Archive
(USA 1977, Guerre stellari, colore, 121m, 125m nell’edizione del 1997); regia: George Lucas; produzione: Gary Kurtz per Lucasfilm; sceneggiatura: George Lucas; fotografia: Gilbert Taylor; effetti speciali: John Dykstra; montaggio: Paul Hirsch, Marcia Lucas, Richard Chew; scenografia: John Barry; costumi: John Mollo; musica: John Williams.
In un lontano futuro, in un luogo remoto dello spazio, durante una guerra civile alcuni ribelli hanno trafugato i piani di difesa della Morte Nera, una base spaziale appena costruita dall’Impero Galattico e in grado di distruggere interi pianeti. Capitanate da Lord Darth Vader, le truppe imperiali fanno prigioniera la principessa ribelle Leia, che tuttavia fa in tempo ad affidare i piani rubati (e un messaggio di aiuto) a una coppia di robot. Sfuggiti all’Impero, i due sono catturati da un gruppo di mercanti e finiscono in possesso del giovane Luke Skywalker. Quando uno dei robot si allontana, Luke lo insegue ma, aggredito da alcuni predoni, si salva per intervento del vecchio eremita Ben Kenobi, che si rivela il destinatario del messaggio della principessa. Kenobi spiega a Luke di essere un cavaliere Jedi, antico difensore di una Repubblica che l’Impero ha rovesciato, gli racconta che suo padre è stato ucciso dall’ex Jedi Darth Vader e lo convince a unirsi a lui per portare i piani su Alderaan, pianeta ribelle. I due assoldano Han Solo, un avventuriero spaziale, per farsi accompagnare sul luogo; durante il viaggio, Kenobi inizia Luke alla Forza, il potere mistico degli Jedi. Ma i capi militari dell’Impero inaugurano la Morte Nera distruggendo il pianeta, e costringono la principessa a rivelare l’ubicazione della base ribelle. L’astronave di Han viene risucchiata dalla Morte Nera: Han e Luke liberano la principessa e grazie al sacrificio di Kenobi ‒ che sembra avere la peggio in un duello con Darth Vader ‒ riescono a fuggire e a raggiungere i ribelli. Forti delle informazioni contenute nei piani, gli oppositori dell’Impero lanciano un attacco disperato alla Morte Nera, che si accinge ad attaccare anche il loro pianeta, e Luke, con la copertura di Han, riesce appena in tempo a distruggerla. La navicella di Darth Vader si perde nello spazio e i due eroi vengono celebrati con una cerimonia trionfale.
A quasi tre decenni dalla sua prima proiezione, Star Wars mantiene nella storia del cinema una posizione che invece di affievolirsi tende a consolidarsi nel tempo. Accolto trionfalmente dal pubblico (che gli ha garantito per anni una stabile supremazia nelle classifiche d’incasso) e con divertita benevolenza dalla critica (che compilerà dettagliate esegesi delle fonti di ispirazione del suo autore), il film è diventato rapidamente un fenomeno globale la cui influenza si espande intrecciandosi in mille applicazioni commerciali, complice anche la preveggenza di George Lucas nell’accettare dalla 20th Century-Fox, che ha distribuito il film, un compenso ridotto in cambio di tutti i diritti sul merchandising e sulla possibilità di realizzare sequels.
Se l’infinita congerie di giocattoli, fumetti, romanzi, film televisivi, videogiochi, dischi e via dicendo ridefinisce rapidamente una visione del cinema come generatore di trademarks da sfruttare orizzontalmente (una pratica sin qui riservata all’impero Disney e, con modalità e penetrazioni diverse, alla saga di James Bond), il film di Lucas ha imposto all’industria cinematografica nuovi standard tecnologici per il sonoro e la creazione degli effetti speciali (dando vita addirittura a una società specializzata ‒ la Industrial Light and Magic‒ destinata a un lungo e lucroso monopolio).
A ciò si affiancano nuove tattiche di distribuzione: il successo abnorme della pellicola impone la prassi di svuotare la sala fra uno spettacolo e l’altro (rinunciando a una tradizione che consentiva agli spettatori di rivedere il film più volte di seguito con un solo biglietto), avviando lo sviluppo inesorabile della filosofia del blockbuster.
Le novità non mancano anche nella strategia su cui si fonda la serializzazione successiva: se è vero che i sequels dei maggiori successi sono una tradizione inveterata del cinema commerciale, Lucas è il primo ad applicare al lungometraggio l’ideologia dei serial anni Trenta, annunciando un piano produttivo pluridecennale che articola la narrazione su ben sei pellicole, tre delle quali sono ambientate in un’epoca cronologicamente anteriore ai fatti narrati da Star Wars.
Poiché tale annuncio fa di Star Wars il quarto episodio della saga prospettata, il film viene riproposto vent’anni dopo in una Special Edition col titolo modificato in Star Wars Episode IV: A New Hope. Si tratta di una operazione di ritocco che si estende nello stesso 1997 agli altri due episodi già realizzati (The Empire Strikes Back ‒ L’impero colpisce ancora, Irvin Kershner 1980, e Return of the Jedi ‒ Il ritorno dello Jedi, Richard Marquand 1983), modificati in alcuni dettagli tecnici e arricchiti di nuovi effetti speciali e scene tagliate al montaggio.
Al di là di tutti questi fattori ‒ imprescindibili per la valutazione della sua portata storica ‒Star Wars va considerato soprattutto come film-pioniere, decisivo nello sdoganamento di generi cinematografici da tempo relegati alla serie B e da questo momento destinati a dominare il mercato. Frutto dichiarato dell’amore di Lucas per i miti avventurosi della sua infanzia, il film sa canalizzare la nostalgia evitando deliberatamente i rischi di uno sterile citazionismo e puntando invece alla palingenesi del mito: la vena di ironia che pure accompagna il racconto non ne mina affatto le fondamenta, intrise di un misticismo che suona come precisa reazione ai toni problematici e talora cinici della fantascienza del decennio precedente. Ma il film è anche uno straordinario contenitore di suggestioni culturali, per la gioia degli esegeti puntigliosi, che non si accontentano di lasciarsi sopraffare dalla cristallina fluidità dell’avventura e dalla grandiosità dello spettacolo: Lucas lascia affiorare, dietro un escapism ( nota 1. al fondo ) a tutt’oggi incontrastato, una cultura fiabesca che coinvolge tradizioni russe, occidentali e greco-romane, romanzi cavallereschi, fumetti, cinema di genere. Tutto ciò contribuisce a fare di Star Wars il capostipite del film post-moderno d’avventura.
Interpreti e personaggi: Mark Hamill (Luke Skywalker), Harrison Ford (Han Solo), Carrie Fisher (principessa Leia Organa), Peter Cushing (Grand Moff Tarkin), Alec Guinness (Ben ‘Obi-Wan’ Kenobi), Anthony Daniels (See Threepio ‘C3PO’), Kenny Baker (Artoo Detoo ‘R2D2’), Peter Mayhew (Chewbacca), David Prowse (Lord Darth Vader), Jack Purvis (Chief Jawa), Eddie Byrne (generale Willard).
1. Esacapism – escapismo escapism, (escape from reality)- sfuggire, evadere dalla realtà
L’evasione è una distrazione mentale dagli aspetti spiacevoli della vita quotidiana , in genere attraverso attività che coinvolgono l’immaginazione o l’intrattenimento . L’evasione può anche essere utilizzata per occupare se stessi e allontanarsi da persistenti sentimenti di depressione o tristezza generale.
L’ Oxford English Dictionary ha definito l’evasione come “La tendenza a cercare, o la pratica di cercare, la distrazione da ciò che normalmente deve essere sopportato”.
Interi settori industriali sono sorti per favorire una crescente tendenza delle persone a sottrarsi ai rigori della vita quotidiana, soprattutto nel mondo digitale. C.S. Lewis amava osservare con umorismo che i soliti nemici dell’evasione erano i carcerieri e riteneva che, usato con moderazione, l’evasione potesse servire sia a rinfrescare che ad espandere i poteri immaginativi. Oltre alla letteratura, anche la musica e i videogiochi sono stati visti e apprezzati come mezzi artistici di evasione. Freud considera una quota di fantasia evasiva un elemento necessario nella vita degli esseri umani: “Non possono sopravvivere con la scarsa soddisfazione che possono estorcere dalla realtà.” Alan Brinkley , autore di Culture and Politics in the Great Depression , racconta come l’evasione divenne la nuova tendenza per affrontare le difficoltà create dal crollo della borsa del 1929 : riviste, radio e film, tutti miravano ad aiutare le persone a sfuggire mentalmente alla povertà di massa e alla crisi economica. Si diceva che la rivista Life , che divenne estremamente popolare negli anni ’30, contenesse immagini che “non danno alcuna indicazione che esistesse una cosa come la depressione; la maggior parte delle immagini ritraggono bellezze al bagno, vari di navi, progetti edilizi ed eroi sportivi – quasi tutto tranne che povertà e disoccupazione”
Una nuova opera della street artist Laika dal titolo “War Is Patriarchy” (La Guerra è Patriarcato) è apparsa a Roma alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna.
Il poster, affisso in via Boncompagni, a pochi passi dall’Ambasciata Usa, raffigura una militante transfemminista ( 1 al fondo ) che spezza in due un missile con un calcio.
L’artista spiega che questa giornata di lotta arriva in un momento terribile per l’umanità, in cui “venti di guerra su larga scala soffiano sempre più forte”. “Una guerra voluta da leader dispotici, che – afferma in una nota – se ne infischiano del diritto internazionale e si rendono responsabili della morte di migliaia di vite, spesso donne e bambini, solo per i propri interessi economici e per le loro dinamiche di potere”.
Secondo Laika “la guerra è patriarcato’ perché del patriarcato è l’espressione più estrema. Con la logica del dominio, della violenza e della sottomissione, la guerra applica su scala globale la gerarchia patriarcale, dove la forza, la violenza e il controllo prevalgono su diplomazia, cooperazione e diritti”.
Per poi aggiungere: “Guerra è anche quella che il nostro governo ha deciso di fare alle donne, alle soggettività femminilizzate, alle persone trans e non binarie attraverso il Ddl Bongiorno, che ha come obiettivo minare la credibilità di chi subisce violenza e tutelare chi abusa, aggravando la vittimizzazione nei tribunali”.
L’artista conclude con un appello: “Oggi più che mai è importante scendere in piazza domenica 8 marzo e partecipare allo sciopero di lunedì 9 marzo. Essere contro guerra e patriarcato significa stare dalla parte giusta della storia”.
*** Espressione del femminismo degli inizi del terzo millennio che, rispetto a quelle storiche degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, rifiuta il binarismo di genere e, a partire dalle esperienze e dalle posizioni politiche dei movimenti delle donne trans, accoglie come proprie le lotte di liberazione contro il patriarcato espresse da soggettività diverse, note e nuove. ◆ Una parola è stata quindi messa in circolo per rispondere all’esigenza di trovare nuove espressioni linguistiche per dire nuove forme di esperienza e nuovi modi di abitare gli spazi di conflitto. “Transfemminismo” è un termine che dà la possibilità comunicativa e politica di significare un diverso modo del femminismo di stare in relazione innanzitutto con sé stesso. Esso indica, in un senso, un percorso di attraversamento dei femminismi e si assume, in un altro senso, come un movimento in divenire che assorbe le trasformazioni del suo presente e delle soggettività che lo attraversano facendone le condizioni del proprio rinnovamento. (Sara De Falco, Diotimafilosofe.it, “Per amore del mondo”, n° 15, 2017/2018)
• Il transfemminismo è prima di tutto un movimento fatto da e per le donne trans che riconoscono che la propria liberazione è intrinsecamente legata alla liberazione di tutte le altre donne, e delle altre soggettività. È, infatti, un movimento aperto alle persone queer, intersex, agli uomini trans, alle donne non-trans, agli uomini non-trans e a tutt* coloro che siano solidal* nei confronti dei bisogni delle donne trans, e che considerino l’alleanza con le donne trans come una parte essenziale della loro stessa liberazione. Storicamente, gli uomini trans hanno dato un contributo maggiore al femminismo rispetto alle donne trans. Crediamo sia imperativo che più donne trans inizino a partecipare al movimento femminista a fianco di tutt* le/gli altr*, per realizzare la nostra liberazione. (Feminoska, Lesbitcheswordpress.com, 13 luglio 2018, Manifesto transfemminista)
• L’avevano preparata prima che le scuole tornassero in Dad, la mostrano con un video: è la performance delle studentesse (e due ragazzi) dell’istituto Mattei di San Lazzaro (Bologna) per la Giornata contro la violenza alle donne. Indossano scarpe rosse, le colorano, mettono vestiti e borse dello stesso colore o fucsia, srotolano gli striscioni “Transfemminismo” e “Non una di meno”. Una installazione e azione collettiva a cura del gruppo di lavoro Progetto uguaglianza – con cinque docenti – per riflettere sui temi della violenza contro le donne e sugli stereotipi di genere. (Linda Rigotti, Repubblica.it, 25 novembre 2020, Video/Bologna)
• Valentina Gastaldi, studentessa di 22 anni all’università di Bologna, osserva: «Sull’ambiente qualcosa sta cambiando, ma si sta andando veramente troppo piano rispetto all’urgenza». Chi voterà? «Verdi Sinistra, gli unici che hanno un programma decente su queste cose. Anche se sono vicina a Possibile (la formazione di Civati, anche loro nella coalizione, ndr): parlano di transfemminismo, gli unici davvero a usare questi concetti». (Thomas Bendinelli, Corriere della sera, 24 settembre 2022, p. 3, Primo piano)
• Una scuola resa permeabile al transfemminismo attraverso un’educazione sessuale e affettiva volta alla consapevolezza del ruolo determinante che la sessualità svolge nella vita di relazione, potrebbe e dovrebbe promuovere un’alleanza liberatoria collettiva, un’emancipazione generale e personale di tutt* e di ciascun*. (Francesca Romana Recchia Luciani, Manifesto.it, 16 settembre 2023, Alias)
• Il transfemminismo rivendica quindi la necessità di unire le lotte senza dare la priorità ad una in particolare. Questo non vuol dire appropriarsi delle lotte dell* altr*, che magari non conosciamo, ma anzi dar voce proprio a chi quell’oppressione la vive ogni giorno, e porsi in ascolto senza salire su di un piedistallo. Di conseguenza, non esiste una forma di lotta contro il patriarcato che non sia transfemminista, come non esiste una pratica che renda una persona un* transfemminista migliore di un altr*. La rete che si crea di conseguenza permette di comprendere sfaccettature complesse di questioni per le quali lottiamo (ad esempio violenza di genere, aborto, diritti delle persone transgender, delle persone disabili o migranti) e aiuta ogni persona a non sentirsi isolata nella sua battaglia per i propri diritti, senza che questo comporti la scissione di aspetti che la interessano. (Scilla Dylan, T-magazine.it, 4 marzo 2024, Post).
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se vuoi, guarda il video dell’8 marzo 2024 a Roma :
08 MARZO 2024 – ATTUALITA’ , ROMA TRANSFEMMINISMO ..
Il capolavoro «King and Queen» di Henry Moore all’asta per 15 milioni di sterline
La scultura viene offerta per la prima volta sul mercato, a Londra. Dopo oltre settant’anni nella stessa collezione britannica, è l’unico esemplare ancora in mani private.
Riccardo Deni
Sarà uno dei momenti più attesi della stagione internazionale delle aste. Il 5 marzo 2026, a Londra, Christie’s presenterà «King and Queen» 1952-53, uno dei massimi capolavori dello scultore Henry Moore, in occasione della 20th/21st Century London Evening Sale.
L’opera, stimata tra i 10 e i 15 milioni di sterline, viene offerta per la prima volta sul mercato dopo oltre settant’anni nella stessa collezione privata britannica, ed è l’unico esemplare ancora in mani private.
Concepita tra il 1952 e il 1953 e fusa in un’edizione di quattro esemplari più una prova d’artista, la scultura occupa un posto centrale nella produzione postbellica di Moore. Tanto che gli altri esemplari dell’opera sono oggi custoditi in importanti istituzioni pubbliche come il Moa Museum of Art di Atami, l’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, il Middelheim Museum di Anversa e il Norton Simon Museum. Due ulteriori fusioni furono realizzate successivamente per la Tate nel 1957 e per la The Henry Moore Foundation nel 1985.
Definita nel 1954 dal critico Robert Melville come «il più grande risultato di Moore dal dopoguerra, e probabilmente la più aggraziata tra le sue opere», «King and Queen» incarna i temi centrali della ricerca dell’artista, tra potere, intimità e presenza umana. L’opera nasce nello studio di Henry Moore nei primi anni Cinquanta, in una fase in cui lo scultore abbandona progressivamente i disegni preparatori per modellare direttamente la cera e il gesso, lavorando poi in bronzo.
Diversamente dai gruppi familiari della fine degli anni Quaranta, la genesi di «King and Queen» fu spontanea. Sperimentando con un frammento di cera, Moore scoprì una forma che suggeriva una testa. Nel modellarla emersero elementi simili a corna o corone e da quel processo intuitivo presero vita due figure regali e archetipiche, senza un progetto preordinato.
Il Re, slanciato e composto da piani scavati e angolosi, appare come un ibrido tra umano e animale. La Regina si sviluppa attraverso un percorso più graduale e il volto si risolve in una linea fluida e raffinata, definita da una minuscola apertura per l’occhio. «King and Queen» dialoga con la scultura gotica medievale e con i doppi ritratti dell’antico Egitto, fondendo riferimenti storici in una presenza senza tempo.
Il contrasto tra dettagli naturalistici, come le mani delicatamente intrecciate della Regina, e forme stilizzate accentua la tensione tra grazia umana e l’idea arcaica di regalità. Le due figure, sedute fianco a fianco ma separate da un sottile varco, comunicano insieme intimità e autonomia. Il Re appare più disteso e rilassato mentre la Regina mantiene una postura eretta e composta, con una presenza psicologica distinta.
Per Orlando Rock, presidente di Christie’s UK, e Philip Harley, Senior Director per l’arte moderna britannica e irlandese, «King and Queen» rappresenta «un’opera cardine dell’arte britannica del dopoguerra e un traguardo fondamentale nella carriera di Moore». Katharine Arnold, Vice Chairman 20/21 della maison, sottolinea che l’apparizione sul mercato costituisce «un’opportunità eccezionalmente rara per acquisire un capolavoro di uno degli scultori più influenti del XX secolo».
Henry Moore a Forte dei Marmi, nel suo studio in Toscana, nel giugno del ’75
In Gran Bretagna nel suo studio il 28 settembre 1977
chiara: smetto con fatica di pubblicare lui e le sue opere perché anche se lo conosco poco, pochissimo, lo amo molto–lo faccio perché ho pena di chi passa di qui – sapendo che se guarda, magari fino alla fine ( un santo aureolato ) si regge tutte le mie sbrodolate..
” Pazienza “, diceva il nostro compagno di scuola Ivo Pastorelli quando il prof. di lettere, al ginnasio, si ostinava a ” leggere ” sul libro che nelle steppe crescono erbe ( in genere graminacee ), arbusti e gli alberi sono praticamente assenti .. come Donatella ricorda bene, è stato il suo ” primo amore “..
Amami me che sono
re non posso amarti tengo marì
Tuo marito fallo morire t’insegnerò come devi far
Vai nell’orto del tuo buon padre taglia la testa di un
serpentin
Prima la tagli e poi la schiacci e poi la metti dentro nel vin
Ritorna a casa il marì dai campi Donna Lombarda oh che gran sé
Bevilo bianco bevilo nero bevilo pure come vuoi tu
Cos’è sto vino così giallino sarà l’avanzo di ieri
ser
Ma un bambino di pochi mesi sta nella culla e vuole parlar
O caro padre non ber quel vino Donna Lombarda l’avvelenò
Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi morirai
E per amore del Re di Spagna io lo berrò e poi morirò
La prima goccia che lei beveva lei malediva il suo bambin
Seconda goccia che lei beveva lei malediva il suo marì
*** QUESTA VERSIONE E’ DI GUALTIERI – ce ne sono altre ( 1 in fondo)
Donna lombarda è un canto popolare antichissimo, considerato fra i più diffusi nell’Italia settentrionale, ma conosciuto anche in quella centro–meridionale. Narra la storia di una donna che viene invitata dall’innamorato ad uccidere il marito con del veleno cavato da un serpente, ma un bambino (di “pochi anni” o “pochi mesi”, a seconda della versione), denuncia a colui che chiama “caro padre” il tentato assassinio e questi obbliga la donna a bere anche lei l’intruglio.
Costantino Nigra studiò il canto nel suo Canti popolari del Piemonte (1888). Basandosi sugli scritti di Paolo Diacono e Gregorio di Tours, Nigra fece risalire le origini del testo al VI secolo d.C., identificando la protagonista nella regina dei LongobardiRosmunda, che avvelenò il marito Elmichi, istigata dal prefetto bizantino Longino. Autori più recenti riscontrano alcune incongruenze di carattere storico e linguistico nell’analisi di Nigra
O Venezia che sei
la più bella
E te di Mantova che sei la più forte
Gira l’acqua d’intorno alle porte
Sarà difficile poterti pigliar
Un bel giorno entrando in Venezia
Vedevo il sangue scorreva per terra
E i feriti sul campo di guerra
E tutto il popolo gridava pietà
O Venezia ti vuoi maritare
Ma per marito ti daremo Ancona
E per dote le chiavi di Roma
E per anello le onde del mar
Ballata di autore ignoto diffusa in diverse versioni in tutta Italia. Secondo la ricostruzione di Nigra 1888, § 1 l’episiodio narrato rimanda all’avvelenamento da parte della regina longobarda Rosemunda del suo nuovo compagno Elmechi, grazie al quale si era sbarazzata del precedente marito Alboino. Nella Storia dei Longobardi Paolo Diacono (720-799) racconta: «Ella, propensa com’era ad ogni iniquità, e mirando a divenire signora di Ravenna, diede il suo consenso alla perpetrazione di un così orribile delitto, e anzi, dopo che Elmechi aveva fatto un bagno, e usciva dall’acqua, gli offrì una tazza di veleno, dicendo che gli avrebbe giovato alla salute. Come Elmechi si accorse che aveva bevuto la coppa della sua morte, snudata la spada sopra Rosemunda, la costrinse a bere ciò che vi restava. Così per volontà di Dio onnipotente i due malvagi assassini morirono nello stesso istante».
Il primo embrione del gruppo si forma nel 1964. Nanni Svampa ha appena inciso il suo primo disco, Nanni Svampa canta Brassens, ed ha iniziato a frequentare l’ambiente musicale milanese. Ha l’occasione di conoscere il jazzista Lino Patruno, diventandone amico ed iniziando a collaborare con lui. Tra i due s’iniza a discutere della possibilità di allestire spettacoli di cabaret concerto. L’idea prende forma definitiva in seguito all’incontro con Roberto Brivio e Gianni Magni: i quattro decidono di fondare il gruppo “I Gufi”. Il primo album dei Gufi ha il marchio di fabbrica di Svampa: s’intitola infatti Milano canta (assumerà il numero 1 in seguito all’uscita di altri due album con lo stesso titolo). Nato e vissuto nei quartieri popolari di Milano, caratterizzati dai cortili, dalle case di ringhiera e da quell’intensa umanità che aveva fatto sì che si parlasse di Milan cont el coeur in man, Svampa aveva subìto il fascino della cultura popolare fino al punto da effettuare una scrupolosa ricerca filologica ed archivistica al fine di conservare e tramandare il patrimonio plurisecolare della canzone meneghina. L’alchimia funziona bene: Nanni Svampa, detto il cantastorie, è il cantore della Milano dialettale che va scomparendo. Lino Patruno, il cantamusico, un jazzista di vaglia, tuttora attivo sui principali palcoscenici. Gianni Magni, l’unico prematuramente scomparso nel 1992, è detto il cantamimo: di famiglia circense, è un mimo capace di posture grottesche e di cantare con voce quasi bianca. Roberto Brivio, appassionato d’operetta è l’autore dei testi più originali del gruppo, che gli valgono il soprannome di cantamacabro. A questo si aggiunga che l’ambiente culturale milanese del tempo è vivo e stimolante: negli stessi anni si muovono su quella scena altri artisti che affondano nella cultura popolare la loro stessa ragion d’essere: Dario Fo ed Enzo Jannacci, presto affiancati da Giorgio Gaber, tanto per citare i più famosi. Il loro luogo d’elezione è il Derby, luogo di ritrovo dei maggiori comici e artisti del capoluogo lombardo. Con l’andar del tempo e l’accrescersi della sua fama, il quartetto inizia a girare prima la Lombardia, poi l’Italia, portando una ventata di comicità surreale ed anticonvenzionale in un’Italia che, tacitati i morsi della fame, cominciava ad interrogarsi su se stessa, prestando orecchio agli stimoli provenienti dall’estero. In Francia ci sono Brassens, Brel, Vian, oltremanica è partita la swingin’ London e, di là dall’oceano ci sono Bob Dylan e gli altri figli della contestazione studentesca.
È arrivato l’ultimo sondaggio Ipsos sul Referendum.
Ed è un clamoroso e consolidato sorpasso del No sul Sì.
Quasi 5% in più: 52,4% contro il 47,6% in caso di affluenza bassa, e assai probabile, attorno al 42%.
Ma – ed è qui la parte ancora più clamorosa – anche in caso di affluenza al 49% il No guadagna il 2,5% ed è praticamente ormai appaiata al Sì (50,2% vs 49,8%).
Solo due mesi fa il No era indietro di oltre il 10%.
Oggi, a due settimane dal Referendum, è addirittura avanti con punte del 5%.
Significa che in 60 giorni ha guadagnato tra il 10 e il 15%.
Vorrei ringraziare la campagna gratuita per il No di esimi testimonial per il Sì come Nordio, Meloni, Bocchi** e compagnia.
Ma anche i cittadini, che si stanno informando e hanno capito la posta in palio che c’è in gioco e che va molto oltre la finta separazione delle carriere.
Avanti così, non fermiamoci ora !
Ne parlerò, di Referendum, venerdì 13 marzo ore 18 a Forlì con il magistrato Rocco Maruotti.
Vi aspetto. Qui tutte le date.
nelle altre date penso che parli dei suoi libri, ch.
Con la sua prosa chiara e semplice, Orsini pone, ancora una volta, la teoria sociologica al servizio della libertà di critica e di espressione.
Alessandro Orsini descrive la corruzione del sistema dell’informazione in Italia sulla politica internazionale e spiega il suo funzionamento. Parlando di Ucraina e Palestina, dei bombardamenti tra Iran e Israele, della caduta di Assad in Siria, del rapporto Meloni-Trump, ma anche del Presidente della Repubblica, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, di “Porta a Porta”, “Report”, del Festival di Sanremo e di molti altri temi attualissimi come la santificazione di Zelensky e la mostrificazione di Putin, il libro analizza le regole e i trucchi di un sistema dell’informazione corrotto. Orsini mette a nudo il modo in cui i conduttori televisivi e radiofonici più famosi d’Italia, e i loro colleghi della grande stampa, disinformano i cittadini sulla politica internazionale per compiacere il potere politico. La società giornalistica italiana dichiara di essere libera di dire tutto quel che vuole. Orsini, richiamandosi al metodo del sospetto di Marx, Nietzsche e Freud, sospetta che non sia vero. Il capitolo finale ricostruisce la promessa della Nato a Gorbachev di non espandersi verso la Russia. Questo libro è un viaggio dissacrante nell’informazione di uno Stato costretto a dare conto a una potenza straniera di tutto quel che dice.
Questo libro affronta le questioni più tragiche e attuali della politica internazionale, dal bombardamento di Gaza alla guerra tra Iran e Israele. Con la sua prosa semplice e dissacrante, Alessandro Orsini ci aiuta ad acquisire una conoscenza più profonda delle democrazie occidentali e della politica estera dell’Italia. Richiamandosi alla “scuola del sospetto” – Marx, Nietzsche, Freud – Orsini solleva molte domande invise all’uomo-massa: le democrazie occidentali sono moralmente superiori alle dittature? Giorgia Meloni ha difeso o ha affossato i palestinesi? Antonio Tajani ha protetto o ha avversato Netanyahu? Il primo capitolo ricostruisce il dibattito sul genocidio a Gaza. Il secondo capitolo espone la tesi dell’autore attraverso il «paradosso della violenza estrema», secondo cui il genocidio può avvenire anche senza spargimento di sangue. Il terzo capitolo analizza le decisioni politicamente più rilevanti di Giorgia Meloni verso Gaza nei giorni dello sterminio dei palestinesi. Il quarto capitolo confronta le decisioni dei leader europei che hanno sfidato Netanyahu con quelle di Meloni. Il quinto capitolo parla della penetrazione della Nato nelle università italiane per reclutare professori-propagandisti. Alessandro Orsini, richiamandosi alla lezione di Jung, costringe le democrazie occidentali a confrontarsi con la propria “ombra”, quella parte negativa della personalità rifiutata o proiettata sugli altri per i suoi contenuti inaccettabili. Questo libro contiene un attacco inesorabile all’uomo-massa: l’uomo che vive di pregiudizi e luoghi comuni sulla politica internazionale ripetuti pappagallescamente senza alcuno spirito critico.
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ULTIMO LIBRO DEL 2026
Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali
Questo è un libro terribile che restituisce nuova vita alla migliore tradizione del realismo politico italiano: Machiavelli, Mosca, Pareto e Michels. Ancora una volta, Orsini usa la teoria sociologica per attaccare il senso comune dell’uomo-massa dello Stato satellite.
Non è la Russia a manipolare gli italiani. È l’Italia stessa. Questa è la tesi dissacrante presentata in questo libro. Alessandro Orsini racconta e spiega le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica usate dal vertice della Repubblica italiana attraverso i mezzi di comunicazione di massa per creare consenso intorno alle guerre, ma anche per giustificare la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale da parte delle democrazie occidentali. Dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran al Venezuela, questo libro parla di una minoranza organizzata di italiani, la classe governante, che manipola una maggioranza disorganizzata di italiani, la classe governata, attraverso la menzogna, l’inganno, la dissimulazione, la disinformazione, la minaccia, la calunnia e la diffamazione. Ogni classe governante manipola la propria classe governata.
El nass a Napoli in del 1975, fioeul de l’Arturo Orsini, un psicanalista, e ‘l viv in del caploeugh campan fina a quindes agn, quand che ‘l fa San Michel con la fameja a Latina. El se diploma al licee classegh “Dant Ligher” con 40/60 e poeu el se laurea in sociologia a la Sapienza, cont el vot massim, e ‘l ciapa un dotorad a la Roma Tre.
— segue nel link
Oeuvere
Ripensare la nazione, Formello, SEAM, 2002, ISBN 88-8179-412-8, SBN IT\ICCU\RMS\0144479.
L’eretico della sinistra: Bruno Rizzi élitista democratico, Milano, Franco Angeli, 2004, ISBN 88-464-5286-0, SBN IT\ICCU\RMS\1031140.
In difesa della sociologia storica, Milano, Franco Angeli, 2005, ISBN 88-464-6520-2, SBN IT\ICCU\IEI\0232583.
Anatomia delle Brigate rosse: le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, ISBN 978-88-498-2853-5, SBN IT\ICCU\RMB\0750601.
Il rivoluzionario benestante. Strategie cognitive per sentirsi migliori degli altri, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, ISBN 978-8849827019, SBN IT\ICCU\RMS\2332586.
Gramsci e Turati. Le due sinistre, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, ISBN 978-8849832143, SBN IT\ICCU\RAV\1966089.
Isis. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli, Milano, Rizzoli, 2016, ISBN 978-8817087605, SBN IT\ICCU\ANA\0502463.
(EN) Sacrifice. My life in a fascist militia, Ithaca-London, Cornell University, 2017, ISBN 978-1501709838, SBN IT\ICCU\UBG\0000029.
L’ISIS non è morto. Ha solo cambiato pelle, Milano, Rizzoli, 2018, ISBN 978-8817099691, SBN IT\ICCU\RAV\2073103.
Corso di sociologia generale, Bologna, Il Mulino, 2019, ISBN 978-88-15-28537-9, SBN IT\ICCU\UBO\4416857.
Il terrorismo in Africa, LUISS University Press, 2019, ISBN 978-88-6105-437-0, SBN IT\ICCU\LO1\1775649.
Viva gli immigrati! Gestire la politica migratoria per tornare protagonisti in Europa, Milano, Rizzoli, 2019, ISBN 978-8817108942, SBN IT\ICCU\LO1\1750267.
(EN) Alessandro Orsini, Ethnography with Extremists: Living in a Fascist Militia, in Peter Krause e Ora Szekely (a cura di), Stories From the Field. A Guide to Navigating Fieldwork in Political Science, Columbia University Press, 2020.
Teoria sociologica classica e contemporanea, Novara, UTET, 2021, ISBN 978-8860086778, SBN IT\ICCU\USM\2031514.
Ucraina: critica della politica internazionale, PaperFIRST, 2022, ISBN 978-8831431873.
Alessandro Orsini è Professore associato di Sociologia generale e di Sociology of terrorism and political violence nel Dipartimento di Scienza politica della Luiss, dove ha fondato e diretto l’Osservatorio sulla sicurezza internazionale (2016-2022). È stato Visiting Scholar presso il Department of Political Science del Massachusetts Institute of Technology e poi Research Affiliate al MIT-Center for International Studies MIT dal 2011 al 2022. I suoi libri sono stati pubblicati dalle maggiori università americane e i suoi articoli sono apparsi sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali specializzate in studi sul terrorismo. È stato invitato a svolgere analisi sulla sicurezza internazionale presso la presidenza del Consiglio, il ministero degli Esteri, il ministero della Difesa, il Parlamento, il Comando generale delle capitanerie di porto, l’Istituto Alti Studi per la Difesa (IASD). È stato membro del comitato “Scenari Futuri” dello Stato maggiore della Difesa e membro dell’Editorial Board di “Studies in Conflict and Terrorism” (2013-2026). È stato invitato a presentare i suoi studi ad Harvard, MIT, Johns Hopkins, Brookings Institution, Trinity College, Boston College, Northeastern University, New York University (Paris), European University Institute (EUI), Vilnius University-Institute of International Relations, Centre Arabe de recherche et d’études Politiques di Tunisi. Il suo Anatomia delle Brigate rosse (Rubettino 2009), tradotto da Cornell University Press, è stato classificato da “Foreign Affairs” tra i libri più importanti apparsi negli Stati Uniti nel 2011, e tradotto in arabo (Dar Alca, Baghdad 2019). Per PaperFirst ha scritto i best seller Ucraina. (2022); Ucraina/Palestina (2024); Casa Bianca-Italia (2025). Ha ricevuto l’idoneità scientifica di Professore ordinario nel 2020.
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ULTIMO NOTIZIARIO MA IMPORTANTE — forse si può seguire su Internet
La violenza genera violenza.
Ucciso Bin Laden, venne l’Isis.
Dopo l’Isis, è venuto il Bataclan.
Dopo l’uccisione di Mohammed al-Tamimi, è venuto il 7 ottobre. Dopo l’uccisione di Gheddafi, è venuto il caos.
Dopo l’invasione dell’Afghanistan, è arrivata la sconfitta.
Nessun Netanyahu ha mai costruito un mondo migliore.
Nessun Trump ha mai costruito un mondo più libero.
E poi c’è la disinformazione in Italia per nascondere ciò che tutti sanno perché uno Stato satellite vive nella menzogna e nella manipolazione della coscienza dei cittadini: la violenza genera violenza. Il 9 marzo presenterò il mio nuovo libro alla Feltrinelli di Roma Largo Argentina: “Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali”. Sono un esponente del movimento pacifista italiano.
Autore di numerose storie brevi e graphic novel, ha fatto parte del collettivo “Super Amici” (con Ratigher, Tuono Pettinato, Dottor Pira e LRNZ), poi denominato Fratelli del Cielo, e ha acquisito grande notorietà sul web. con Gli scarabocchi di Maicol & Mirco, irriverenti e caustiche vignette su sfondo rosso.
L’attacco degli Usa all’Iran punta al rovesciamento degli ayatollah. Il Medio Oriente è in fiamme, ma gli Usa, in piena crisi interna, non hanno una strategia. E intanto il potere dei pasdaran, i pretoriani del regime iraniano, si rafforza. Il nuovo volume di Limes “L’Italia nella rivoluzione mondiale” è disponibile in edicola e in libreria. Potete leggerlo direttamente sul nostro sito e via app, abbonandovi a Limesonline (https://shop.limesonline.com/limes/ab…)
Ciao! Sono Giuseppe De Ruvo, classe 1998, e mi occupo di geopolitica, materia nella quale mi sono laureato avendo come relatore il direttore di Limes Lucio Caracciolo. Ho scritto un libro a cavallo tra la filosofia e la geopolitica del digitale e, al momento, oltre che con Geopop, collaboro proprio con Limes. Nel periodo attuale la geopolitica è sulla bocca di tutti: cerco di raccontarla nel modo più semplice e chiaro possibile.
giuseppederuvo1@gmail.com
Mario Bardelli (Genova, 1940) un astratto informale –fine anni 50/ inizio dei 60.
Più che di informale si tratterebbe di astratto organico. La forma, anzi, è fortemente strutturata, con palesi richiami al mondo vegetale e animale (m.b.)
mario bardelli, 1958, senza titolo, tempera su carta, 70×100 cm, Foto-0045
mario bardelli, 1959, senza titolo, chine colorate su carta, 100×70 cm. Foto-0028
mario bardelli, 1960, senza titolo, tempera su carta, 100×70 cm. IMG_4936
mario bardelli, 1961, senza titolo, tempera su carta, 70×100 cm. Foto-0015
mario bardelli, 1961, senza titolo, tempera su carta, 70×100 Foto-0051
mario bardelli, 1961, senza titolo, vernice industriale su carta,70×100 cm.IMG_4949
mario bardelli, 1961, senza titolo, tempera su carta, 100×70 cm.IMG_4937
mario bardelli, 1962, senza titolo, vernice industriale su carta, 70×100 cm.Foto-0038
mario bardelli, 1962, vernice industriale su carta, 70×100 cm.IMG_4946
mario bardelli, senza titolo, 1962, vernice industriale su carta, 70×100 cm.IMG_4942
mario bardelli,1961, senza titolo, tempera su carta, 100×70 cm.IMG_4935 picasa
mario bardelli, 1961, senza titolo, tempera su carta, 70×100 cm.IMG_4945 picasa
Prokofiev — Sur les prés la lune se promène
op. 65 n. 12
Jonny Hill ( nato nel 1940 ) è un cantante austriaco. È conosciuto soprattutto per le canzoni “Ruf Teddybär eins vier”, “Der alte Mann” e “30 Tonnen Kerosin”.
Canzoni country 1983
vol. 1 — CANZONI COUNTRY ( in tedesco ) E VECCHIE CANZONI TEDESCHE
DERNIÈRE MINUTE : Président du Brésil, Lula da Silva : « Mon message aux États-Unis, à Israël et à l’Iran est simple : le monde en a assez de vos conflits. La diplomatie n’est pas un signe de faiblesse ; c’est la plus haute expression de l’intelligence humaine. Ceux qui meurent ne sont pas ceux qui signent les ordres d’attaque à Washington ou à Tel Aviv ; ceux qui meurent sont les innocents. Le Brésil exige un cessez-le-feu immédiat et l’ouverture d’une table de négociation qui ne soit pas entachée par les intérêts du commerce des armes. »
traduzione: Il Presidente del Brasile, Lula da Silva: Il mio messaggio agli Stati Uniti, a Israele e all’Iran è semplice: il mondo ne ha abbastanza dei vostri conflitti. La diplomazia non è un segno di debolezza; è la massima espressione dell’intelligenza umana. Quelli che muoiono non sono coloro che firmano gli ordini di attacco a Washington o a Tel Aviv; quelli che muoiono sono gli innocenti. Il Brasile chiede un cessate il fuoco immediato e l’apertura di un tavolo negoziale che non sia contaminato dagli interessi del commercio di armi.
Non credo che i ragazzi possano offendersi se pubblico una magnifica edizione di DON RAFFAE’ CON FABRIZIO E ROBERTO MUROLO -+++ –e un magnifico accompagnamento !
” Fabrizio De Andrè e Roberto Murolo cantano alle 4 del mattino prima del concerto del Primo Maggio 1992 a Piazza San Giovanni “.
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal ’53
e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me
Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore cò ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’à piglia cò me
ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ò cafè
A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà
Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè
Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni
‘ndrento a ‘e roullotte ci alleva i visoni
voi vi basta una mossa una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
con rispetto s’è fatto le tre
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè
A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà
A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
preciso a mammà
Qui ci stà l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà
aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito non tiene pazienza
non vi chiedo la grazia pe’ me
vi faccio la barba o la fate da sé
Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi processo eravate ‘o chiù bello
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione
pe’ ‘ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pe’ fare presenza
io già tengo le scarpe e ‘o gillè
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè
A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà
A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà
Qui non c’è più decoro le carceri d’oro
ma chi l’ha mi viste chissà
chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità
don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘no santo
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà
A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto quaranta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
Eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè
Media Usa, iniziata un’offensiva di terra di migliaia di curdi in Iran.
I gruppi curdi sono considerati il segmento più organizzato della frammentata opposizione iraniana e si ritiene che dispongano di migliaia di combattenti addestrati.
Nuovi raid su Teheran. L’Iran lancia missili contro il quartier generale delle forze curde in Iraq – LIVE BLOG
Le autorità curde smentiscono l’ingresso di curdi-iracheni in Iran. Axios: ‘Non è chiaro se l’offensiva possa essere lanciata nelle prossime settimane’. Carney non esclude la partecipazione militare del Canada
ROMA, 05 marzo 2026, 09:08
Redazione ANSA
08:12
Il punto
La guerra nel Golfo continua ad allargarsi nella sesta giornata del conflitto.
Ieri un missile sparato dall’Iran verso lo spazio aereo turco è stato intercettato dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale. Una fregata iraniana è stata affondata da un sottomarino Usa al largo dello Sri Lanka: oltre 80 i morti. La risoluzione sostenuta dai dem per fermare la campagna militare di Trump è stata bocciata dal Senato americano. Sanchez sfida il tycoon, dopo l’attacco del presidente Usa a Madrid per non aver concesso le basi. “E’ così che iniziano i disastri dell’umanità”, dice il premier spagnolo. Nella notte nuovi lanci di missili incrociati tra Iran e Israele.
Gli 88 mujtahid (rappresentati religiosi e giuristi islamici) dell’Assemblea degli esperti dell’Iran si sono riuniti in due sessioni virtuali per nominare il successore di Ali Khamanei alla guida del regime teocratico dopo la sua uccisione per mano di America e Israele. L’alto clero avrebbe scelto il figlio secondogenito Mojtaba Khamenei, notoriamente legato ai pasdaran. Lo Stato ebraico non ha atteso l’annuncio ufficiale di Teheran della sua designazione, che per motivi di sicurezza potrebbe farsi attendere: “Deve essere eliminato!”.
A Teheran si prepara da tempo il post-Khamenei, delegittimato dalla guerra. Il cambiamento sarà morbido e dall’interno. Ma potrebbe portare svolte radicali. Rivoluzione democratica e guerra civile, scenari improbabili. L’ipotesi di un triumvirato.
Centro di Teheran, una donna in primo piano e un cartellone pubblicitario sullo sfondo che ritrae la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e recita in persiano “Canta, Oh Iran”. 8 luglio 2025, 14° giorno del cessate il fuoco con Israele. (Foto: Morteza Nikoubazl/NurPhoto via Getty Images).
1. Per pochi governi autoritari si sono scritti tanti epitaffi prematuri quanto quelli per la Repubblica Islamica. Il regime ha speso gran parte dei suoi 46 anni di esistenza in crisi, scarsamente legittimato e affamato di capacità sin dall’inizio della sua parabola. I suoi oppositori, interni ed esterni, e molti osservatori hanno auspicato e previsto la sua caduta innumerevoli volte. Finora, è sempre sopravvissuto. Ha scontato attacchi militari, campagne di pressione internazionali e di isolamento regionale, dissenso domestico e ripetute proteste di piazza. Eppure continua a governare l’Iran, le sue istituzioni si sono dimostrate assai resistenti, al potere ci sono state solo due Guide supreme e al comando c’è lo stesso uomo dal 1989, l’ayatollah Ali Khamenei.
In seguito ai drammatici attacchi israelo-americani di giugno, la questione della stabilità del regime è tornata ancora una volta alla ribalta. La guerra potrebbe portare alla caduta della Repubblica Islamica? Il conflitto, senza dubbio la sfida più difficile della sua storia, finora non ha distrutto il regime, nonostante l’uccisione di molti dei suoi vertici militari. Però ha indebolito lo status di Khamenei, dimostratosi un leader bellico inetto e criticato per un approccio che ha contribuito a portare l’Iran alla guerra. Il risultato è che i dibattiti sul dopo-Khamenei hanno acquisito nuova urgenza.
In base alle evidenze disponibili, è assai probabile che nel breve o medio terminel’Iran vivrà un cambio di regime morbido. Il grosso del cambiamento verrà dall’interno delle attuali élite. Potrà accadere in forme più o meno drammatiche. Ma le possibilità di un crollo generalizzato delle istituzioni o di una nuova rivoluzione sono più remote.
2. Osservare la continuità in Iran può essere fuorviante.
La Repubblica Islamica del 2025 non è il regime fondato nel 1979. Ha attraversato svolte drammatiche, sia nella sua composizione interna sia in politica estera e domestica. Nei tumultuosi anni dal 1979 al 1981, l’Iran era una società relativamente aperta con la promessa di qualche aspetto democratico.
Dal 1981 al 1988, è stato un brutale regime religioso in guerra, impegnato simultaneamente nel respingere l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein e nella repressione di ogni dissenso.
Negli anni Novanta, nel governo duale della nuova Guida suprema Khamenei e del presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, è stato un regime conservatore dal punto di vista culturale ma orientato alla ricostruzione postbellica con un affaccio su capitalismo e mercato libero.
Dal 1997 al 2013, è stato teatro di un’enorme battaglia politica tra i propositori di maggiore apertura e democrazia (come i riformisti del presidente Mohammad Khatami) e i loro oppositori dell’establishment (come gli ultraconservatori del presidente Mahmoud Ahmadi-Nejad). A vincere sono stati i secondi, soprattutto con la repressione dell’Onda verde del 2009, movimento di protesta nato in seguito alle accuse di frodi elettorali nel successo alle presidenziali di Ahmadi-Nejad.
Non è finita. Dal 2013 al 2019, il regime si è orientato ai negoziati con l’Occidente con l’obiettivo di rimuovere le sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare.
Dal 2019 al 2024, l’Iran è stato chiuso e repressivo come mai dopo gli anni Ottanta a causa di diverse ondate di proteste di massa, sempre schiacciate dalle forze di sicurezza.
Dallo scorso anno, il regime ha intrapreso altri cambiamenti per prepararsi alla prossima uscita di scena di Khamenei. L’ayatollah, a 86 anni e in non splendida salute, si avvicina alla morte, all’emarginazione o all’incapacità di svolgere appieno le proprie funzioni. Si è vista qualche lieve apertura sulle questioni sociali, è stato dato maggior potere alle componenti della classe dirigente più pragmatiche e rivolte all’Occidente e le frange più estreme sono state emarginate. Il tutto sempre sotto il controllo complessivo della Guida suprema.
La guerra israelo-americana ( 2025 ) ha dato una grande scossa al sistema e i processi in corso si sono ulteriormente complicati e accelerati. Ma sulla loro natura, direzione e portata è lecito dibattere.
Carta di Laura Canali – 2025
Nonostante tutte queste continue evoluzioni, alcune continuità dal 1979 sono innegabili.
Primo, il grosso del potere è rimasto nelle mani della Guida suprema. Secondo, anche se in certe occasioni le elezioni parlamentari e presidenziali sono state relativamente competitive e aperte, persino nei momenti migliori si sono giocate su poche scelte e questioni.
Solo candidati islamisti che giuravano lealtà alla Guida suprema sono stati autorizzati a presentarsi, anche nelle elezioni più aperte come le legislative del 2000.
Terzo,il regime ha coltivato imponenti apparati di sicurezza, diventati espressione stessa del potere, a cominciare dai Guardiani della rivoluzione islamica, corpo fondato nel 1979 e abituato a ritenersi al di fuori del quadro costituzionale.
Quarto, il regime ha mantenuto alcune politiche fisse come l’obbligo dello hijab per tutta la popolazione femminile e un ethos ufficiale anti-americano e anti-israeliano, benché ciò non abbia impedito a Iran e Stati Uniti di lavorare assieme all’occorrenza.
Tutti questi elementi si sono formati nella fase costitutiva della Repubblica Islamica negli anni Ottanta sotto la carismatica guida di Khomeini.
Dal 1989, il suo successore Khamenei li ha preservati ma al contempo ha cementato la sua leadership burocratizzando la sua carica e appoggiandosi ai pasdaran. Gli oppositoridella Repubblica Islamica puntano a queste continuità per sostenere la necessità di rovesciare il regime e per dare l’opportunità all’Iran di democratizzarsi o di cambiare politica estera.
3. La guerra israelo-americana ha reso ancor più incerto il futuro del regime e ha fatto emergere una possibilità prima impensabile: i cambiamenti internipotrebbero sorpassare di gran lunga quanto abbiamo visto finora nella storia della Repubblica Islamica. Potrebbero addirittura superare alcune delle costanti storiche. In tal caso, parleremmo di un cambio di regime morbido, senza una rivoluzione o un vero e proprio golpe ma comunque in grado di cambiare la forma fondamentale della Repubblica Islamica o persino la sua denominazione.
Qualunque dibattito sulla traiettoria iraniana dovrebbe iniziare da una constatazione:
la maggior parte delle élite non condivide più gli ideali rivoluzionari di Khomeini del 1979, una declinazione di islamismo e anti-occidentalismo. Le reti militari, finanziarie, politiche e tecnocratiche hanno un approccio e degli interessi molto più pragmatici. Il loro principale obiettivo è preservare i rispettivi privilegi. Molti ritengono l’ethos rivoluzionario di Khamenei dannoso dal punto di vista tecnocratico. Preferiscono di gran lunga innescare lo sviluppo economico. Nella misura in cui hanno un’ideologia, è centrata sul nazionalismo iraniano, un tentativo di costruire un paese potente e prospero, in grado di giocare le sue carte nel mondo multipolare. È molto probabile che mentre pianificano il dopo-Khamenei si stiano già allontanando dalle sue principali politiche.
Lo scenario dell’ascesa delle componenti pragmatiche potrebbe svolgersi in vari modi.
La posizione della Guida suprema potrebbe passare a una figura simpatetica come l’ex presidente Hassan Rohani. L’Assemblea degli esperti, l’organo incaricato di supervisionare Khamenei e di sostituirlo se necessario, è assai conservatrice e difficilmente sceglierebbe Rohani. Anzi, l’ex presidente lo scorso anno ha addirittura perso il suo seggio nell’organismo. Ma se le élite militari e finanziarie si coalizzassero dietro di lui, è possibile che, con la proverbiale pistola puntata alla tempia, l’Assemblea sia costretta a nominarlo. Dopotutto, il clero è anziano e ha da tempo perso gran parte del suo potere e della sua autorità.
Un’altra eventualità è un mezzo golpe, con Khamenei estromesso e uno come Rohani nominato vicecomandante in capo, titolo assunto da Rafsanjani negli anni Ottanta quando guidava lo sforzo bellico contro l’Iran.
Carta di Laura Canali – 2025
È anche possibile che entri in gioco una sezione della costituzione spesso trascurata.
Se l’Assemblea degli esperti non fosse in grado di individuare immediatamente un successore alla Guida suprema, in caso di suo decesso o rimozione, a prendere temporaneamente le redini del paese sarebbe un comitato di tre persone: il presidente, il capo del potere giudiziario e un membro del clero del Consiglio dei guardiani espresso dal Consiglio del discernimento.
Se ciò avvenisse oggi, il triumvirato consisterebbe di Masoud Pezeshkian (riformista aperto all’Occidente), Gholamhossein Mohseni Ezhei (potenziale alleato dei tecnocrati e non amico degli estremisti) e una figura clericale scelta dall’attuale capo del Consiglio del discernimento, Sadeq Larijani, proveniente da un’importante famiglia di religiosi attualmente alleati con i centristi. Facilmente, un comitato così composto consoliderebbe le quotazioni dei tecnocrati. Il processo potrebbe prendere altre forme, per esempio il potere potrebbe passare a organismi come il Consiglio di sicurezza nazionale o a iniziative ad hoc come riunioni dei capi delle tre branche dello Stato (Pezeshkian, Ezhei e il presidente del parlamento, Bagher Ghalibaf, altro centrista).
L’avvento di questa nuova dirigenza potrebbe essere considerato un cambio di regime, per quanto morbido, solo se mutasse almeno alcune delle quattro costanti menzionate in precedenza.
Potrebbe voler dire una modifica alla costituzione per abolire la figura della Guida suprema o per fonderla con la presidenza. Potrebbe includere cambiamenti ai Guardiani o al loro status extracostituzionale anche se, visto il potere delle milizie, questa riforma dovrebbe essere invocata dai loro stessi comandanti. Le elezioni potrebbero essere allargate, con cautela ma comunque in modo ampio, forse persino permettendo ad alcuni oppositori all’estero di rientrare e prendervi parte. Infine, e più facilmente, verrebbero cambiate alcune politiche di vecchia data: abolizione dell’obbligo dello hijab, rinuncia agli slogan anti-americani, accordi di pace con gli Stati Uniti che permettano l’integrazione dell’Iran con le economie occidentali.
4. Non è ovviamente scritto da nessuna parte che gli elementi centristi e pragmatici riescano a prendere il potere in seguito all’uscita di scena di Khamenei. Restano almeno altre due possibilità distinte.
Una è l’emersione di un successore che voglia continuare le posizioni islamiste più estreme della Guida suprema. Non è uno scenario probabile perché questi approcci sono sia impopolari sia infattibili. Quasi nessuna figura importante del regime iraniano ci crede davvero. Un leader di continuità sarebbe qualcuno come Mohammad Mahdi Mirabaqeri,un influente religioso che siede nell’Assemblea degli esperti e guida una rete informale del clero estremista, nota come Accademia. I suoi sostenitori lo imploravano di candidarsi alla presidenza lo scorso anno ma lui ha rifiutato.
***** Un’altra possibilità è che il timone passi a Mojtaba Khamenei, figlio dell’attuale Guida suprema che però è una sorta di scatola nera. Avendo avuto assai poca visibilità in pubblico finora, è difficile coglierne e valutarne gli orientamenti e il possibile approccio. Ma è vicino ai servizi di sicurezza e i suoi sostenitori stanno attivamente tentando di venderlo come una rottura con lo status quo, potenzialmente in linea con la stessa corrente aperturista descritta poc’anzi. Lo paragonano spesso al principe ereditario saudita Muḥammad bin Salmān, suggerendo il suo potenziale modernizzatore. La sua sponsor più sorprendente è Faezeh Hashemi, popolare ex parlamentare e figlia di Rafsanjani. Fiera oppositrice di Khamenei, sostenitrice dei diritti umani e delle donne, nonché critica della politica estera che ha condotto alla guerra con Israele, di recente ha destato scandalo per aver appoggiato apertamente Mojtaba ancor prima di conoscere le sue posizioni politiche.
È anche possibile ovviamente che un cambio di regime non segua il solco costituzionale. Una serie di figure a cavallo tra le Forze armate e i Guardiani potrebbe prendere le redini del paese per un certo periodo. Alcuni ex comandanti dei Guardiani attualmente collocati in alti incarichi politici, come Ghalibaf o Ali Shamkhani, potrebbero prendere parte al golpe. Un’altra figura chiave potrebbe essere l’ammiraglio Habibollah Sayyari, sessantanovenne ex comandante delle forze navali. È fra i pochi ufficiali di alto livello a essersi addestrato prima della rivoluzione del 1979 e ci tiene a sfoggiare una retorica patriottica. Si è scontrato in passato con i pasdaran, dimostrando ambizioni di leadership.
Sotto Mojtaba o sotto il comando diretto dei militari, è possibile che la nuova dirigenza, benché più pragmatica e meno ideologica, sia anche più bellicosa del prudente Khamenei.
CONCLUSIONI AUT-AUT ::
Dal momento che il patriottismo iraniano sarà facilmente uno dei pilastri fondamentali del nuovo regime, quest’ultimo potrebbe optare per un atteggiamento militarizzato e forse per risposte persino più forti agli Stati Uniti e a Israele, ove necessario. Difettando però dell’approccio dottrinario di Khamenei, potrebbe in realtà trovare un modo di normalizzare con gli americani e lo Stato ebraico.
PROSEGUE NEL LINK SOPRA CHE RIPETO: 4 paragrafi corti..
La Giornata di Quds (in italiano: Giornata di Gerusalemme), ufficialmente conosciuta anche come Giornata internazionale di Quds (inpersianoروز جهانی قدس, Ruz Jahâni Quds), è un evento annuale pro-palestinese che si tiene l’ultimo venerdì del mese sacro islamico di Ramadan per esprimere sostegno ai palestinesi e opporsi a Israele e al sionismo. Prende il nome dall’appellativo arabo di Gerusalemme: al-Quds.
L’evento, fu celebrato per la prima volta nel 1979 in Iran, poco dopo la Rivoluzione iraniana. La giornata nacque anche in contrapposizione alla Giornata di Gerusalemme israeliana, celebrata dagli israeliani dal maggio 1968 e dichiarata festa nazionale dalla Knesset nel 1998.
Khomeini dichiarò che la “liberazione” di Gerusalemme era un dovere religioso per tutti i musulmani:
«Invito i musulmani di tutto il mondo a consacrare l’ultimo venerdì del mese sacro di Ramadan come Giornata di al-Quds e a proclamare la solidarietà internazionale dei musulmani in sostegno dei legittimi diritti del popolo musulmano di Palestina. Per molti anni ho avvertito i musulmani del pericolo rappresentato dall’usurpatore Israele che oggi ha intensificato i suoi attacchi feroci contro i fratelli e le sorelle palestinesi e che, in particolare nel sud del Libano, bombarda continuamente le case dei palestinesi nella speranza di schiacciare la lotta palestinese. Chiedo a tutti i musulmani del mondo e ai governi musulmani di unirsi per recidere la mano di questo usurpatore e dei suoi sostenitori. Invito tutti i musulmani del mondo a scegliere come Giornata di al-Quds l’ultimo venerdì del mese sacro di Ramadan — che è esso stesso un periodo decisivo e può determinare anche il destino del popolo palestinese — e attraverso una cerimonia che dimostri la solidarietà dei musulmani di tutto il mondo, annunciare il loro sostegno ai legittimi diritti del popolo musulmano. Chiedo a Dio Onnipotente la vittoria dei musulmani sugli infedeli» — Ruhollah Khomeyni, 1979.
In un sermone per la Giornata di Quds del 23 gennaio 1998,
Rafsanjāni ( 1934 -2017 )
l’ex presidente della Repubblica, l’iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani affermò che Israele era “molto peggio di Hitler”. Mise in dubbio il numero delle vittime dell’Olocausto, sostenendo che Hitler avesse ucciso “solo 200 000 ebrei”, e liquidò la cifra di sei milioni come “un atto di propaganda dei sionisti”. In un sermone del 2007, dichiarò che l’obiettivo primario di Hitler era “liberare l’Europa dai mali del sionismo”, attribuendo ai sionisti i disordini politici e il controllo dei media in Europa. Sostenne che le politiche naziste fossero una risposta all’influenza sionista, presentando l’Olocausto come conseguenza del comportamento ebraico
Secondo la BBC, sebbene l’idea originale della Giornata di Quds fosse quella di raccogliere tutti i musulmani contro l’esistenza di Israele, l’evento non si è sviluppato al di là dell’esperienza iraniana. A parte le manifestazioni, solitamente finanziate e organizzate dall’Iran stesso in varie capitali, il rituale non ha messo radici tra i musulmani in generale
L’amministrazione Trump sa di non poter coinvolgere l’America in crisi in una guerra vera. Il rischio di un intervento agita il Medio Oriente, da Israele alle monarchie del Golfo. L’Art of the Deal militarizzata serve ad allineare Teheran.
Dettaglio di una carta di Laura Canali. La versione integrale in fondo al testo.
Una grandiosa Armada a stelle e strisce si aggira nei pressi delle coste iraniane.Trump minaccia fuoco e fiamme. Tutti aspettano l’attacco alla Repubblica Islamica, membro fondatore dell’“asse del male”, slogan inventato da George Bush figlio per bollare perfidi regimi da rovesciare in nome della democrazia e della libertà.
Forse Trump si è convertito alla fede rivoluzionaria dei neoconservatori? O Bush junior era un trumpista avanti lettera? Vale la pena scavare nell’apparente paradosso. Insomma, che cosa vuole l’America, da sé e da noi?
Trump ha costruito la sua doppia scalata alla Casa Bianca, con intermezzo para-golpista, sull’America First. Offerta come scelta, di fatto obbligata. La crisi della nazione a stelle e strisce è troppo profonda per lanciarsi in avventure destinate a redimere umanità sofferenti. Una nazione così divisa non può permettersi guerre vere, figuriamoci se in lontane regioni che non eccitano l’America profonda di cui Trump si erge portabandiera.
Vero che la guerra gli americani l’hanno nel sangue. Quasi nevrosi: 400 interventi militari circa in 250 anni (1776-2026). La metà dopo la seconda guerra mondiale, un quarto dopo la proclamata fine della guerra fredda, alla faccia dei dividendi della pace cantati da Clinton. Eppure l’amministrazione al timone, certo non una banda di suicidi, sembra consapevole dell’emergenza che sconsiglia impegni bellici, per di più ravvicinati. Maduro era sul menù di gennaio, Khamenei sarà servito in febbraio? Massima la confusione sullo scopo dell’impresa. Autolegittimata quale punizione per la strage di manifestanti antiregime, poi virata in attacco al programma atomico e missilistico dei pasdaran (ma non ci avevano detto che era stato distrutto?).
Carta di Laura Canali – 2025
In attesa di scoprire se l’attacco ci sarà, per quali obiettivi e con quali esiti, cerchiamo una ratio in un’operazione che sta mettendo in subbuglio le petroligarchie del Golfo e agitando l’intero Medio Oriente. A cominciare da Israele, minacciato di robusta rappresaglia persiana. Allarmati anche gli ex alleati europei, ancor più cinesi e russi.
Tutti temono effetti domino a cascata se si arrivasse al blocco dello Stretto di Hormuz, da cui scorre un quarto del petrolio consumato nel mondo. Il comandante in capo sembra indeciso sul da farsi. A meno che non abbia mobilitato l’Armada per libidine militare, memoria dei soldatini di piombo. La psicologia conta, soprattutto in chi è dominato da un ego tanto espanso da muovere a compassione.
L’unica logica che resiste a queste premesse è la guerra economica. Per sottrarre risorse energetiche e minerarie al rivale cinese e al quasi amico russo. Per dividerli, quindi indebolirli nel quadro di un negoziato permanente all’ombra delle ultratecnologiche portaerei americane. Militarizzazione dell’Art of the Deal, la tecnica degli affari che tanto appassiona Trump, giusto il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1987. La pressione militare non serve a cambiare il regime avverso ma a fargli cambiare idea per allinearsi con gli interessi trumpiani, intesi americani. Poker a-strategico, ad altissimo rischio.
Che succederebbe se qualcosa andasse storto e l’America dovesse impegnarsi in guerra per salvarsi la faccia o quel che ne resta? Nel caso, quale reggente potrebbe imporre Washington a Teheran e che garanzie potrebbe costui dare sull’atomica? E se le fiamme toccassero Israele, potenza atomica in piena isteria bellica, con un leader azzoppato, volontario ostaggio dei coloni e degli ultrasionisti religiosi?
Fossimo ai tempi della guerra fredda, quando sovietici e statunitensi avevano stretto un patto di ferro che escludeva lo scontro diretto mentre ammetteva le guerre per procura nel Terzo Mondo, saremmo meno inquieti. Però primo, il mondo delle ex colonie ha oggi più di una fiche da giocare al tavolo dei Grandi.
Secondo, Stati Uniti, Cina e Russia non vogliono farsi guerra. Ma allo stato delle tecnologie attuali, la guerra può farsi da sola. Basta una scintilla. Agitare candelotti accesi a ridosso dei pezzi di guerra mondiale è sport rischioso anche per Trump. A meno che l’amore del gioco non lo spinga ad affidarsi al lancio della medaglietta omaggiatagli dalla signora Machado, che lo incorona primo Nobel di seconda mano.
Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran di Antonio Mazzeo – 3 marzo 2026
Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra USA-NATO. Sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati Uniti è decollato dallo scalo siciliano per dirigersi verso il Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato il brutale attacco di USA ed Israele contro l’Iran. Il “Poseidon” viene impiegato di norma da US Navy per le operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”. Grazie a sofisticate sonoboe e al sistema radar APY-10 è in grado di intercettare sottomarini in immersione.
Attrezzature secretate. Anche se le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature sono secretate, il velivolo può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una distanza di più di 220 miglia. Il P-8A può anche disturbare i radar annullandone i segnali. Il P8-A“Poseidon” può essere impiegato anche per operazioni di attacco con missili antinave AGM-84 Harpoon e siluri Mark 54. La sua presenza nello scacchiere di guerra mediorientale durante il raid contro Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli obiettivi da colpire. I P-8A “Poseidon” di Sigonella sono già stati utilizzati in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev. I pattugliatori realizzati dal colosso industriale Boeing operano stabilmente dal settembre 2016 dalla grande base militare siciliana sotto il comando e il controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy appositamente trasferito in Sicilia da Jacksonville, Florida.
A confermare il ruolo chiave di Sigonella nella campagna di guerra USA-israeliana contro l’Iran va altresì rilevato che sempre sabato 28 febbraio è atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in dotazione a US Navy.
Missione di intelligence. Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Il 24 febbraio, in particolare, è stata tracciato il volo del drone sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere.
Un drone MQ-4C “Triton” di Sigonella ha partecipato alle operazioni di guerra di USA ed Israele contro l’Iran la notte del solstizio d’estate 2025. Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, il velivolo senza pilota di US Navy ha sorvolato lo spazio aereo dello Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi, probabilmente per monitorare le reazioni di Teheran all’attacco dei bombardieri B-2.
L’MQ-4C “Triton” è un velivolo a lungo raggio prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il drone gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. Dal 23 febbraio la base di Sigonella, congiuntamente alle due basi della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e Catania, opera a supporto logistico-operativo della grande esercitazione aeronavale della NATO “Dynamic Manta”. Si tratta della più importante esercitazione che l’Alleanza Atlantica svolge annualmente per la lotta anti-sottomarina e “neutralizzazione” delle unità da guerra “ostili”.
Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
3 marzo 2026
Voli Usa da ricognizione sono partiti da #Sigonella prima dell’attacco all’#Iran. La giurista: “Non si può” Nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio, a poche ore dall’attacco israelo-statunitense all’Iran.
foto Antonio Mazzeo X
” Nemmeno con l’ok delle Camere potrebbero usare le basi in Italia per una guerra di aggressione ! Alice Riccardi- Prof. di Diritto Intrnazionale
Giornalista e peace-researcher ecopacifista ed antimilitarista, ha pubblicato saggi sui temi della pace e dei diritti umani e sulla criminalità mafiosa.
La città di Niscemi frana metro dopo metro, inghiottendo le case e le speranze della popolazione. Ci si chiede di chi siano colpa e responsabilità, puntando il dito su urbanistica o cementificazione. Ci si dimentica, però, che l’area ospita importantissime installazioni militari americane e che tutta la costa, recentemente colpita dal ciclone, è sottoposta a servitù militare statunitense e occupata da basi e scali dei marines, utilizzati nell’attuale conflitto in Ucraina, per il controllo dell’Artico e come copertura del genocidio in Palestina. Cosa sta davvero accadendo in Sicilia? Ne parliamo con il giornalista e attivista ecopacifista Antonio Mazzeo. Intervista a cura di Clara Statello.
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3.
LIBRO DI ANTONIO MAZZEO DEL 2013
Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo
A Niscemi (Caltanissetta) sta per essere installato uno dei quattro terminali terrestri mondiali del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare Usa. Si tratta di uno dei progetti chiave per le guerre globali e automatizzate del XXI secolo, dai devastanti effetti sul territorio, l’ambiente, la salute delle popolazioni. Il MUOStro di Niscemi incarnerà tutte le contraddizioni della globalizzazione neoliberista: ucciderà in nome della pace e dell’ordine sovranazionale, dilapiderà risorse umane e finanziarie infinite, arricchirà il complesso militare-industriale transnazionale e le imprese siciliane in odor di mafia, esproprierà democrazia e priverà di spazi di agibilità politica. L’imposizione del MUOS in Sicilia è la storia di raggiri e soprusi di Stato. Ma è pure la narrazione di una vasta mobilitazione popolare contro le logiche di morte e contro il paradigma dell’Isola fortezza armata e grande lager per detenere indiscriminatamente rifugiati e migranti.
‘Apriti, sesamo!’ è una frase che si impara molto velocemente quando si è piccoli e assetati di storie fantastiche come quella di Alì Babà e i quaranta ladroni, che tradizionalmente viene considerata facente parte del ciclo de Le mille e una notte, sebbene sia stata aggiunta alla silloge dai traduttori occidentali nel corso del Settecento e Ottocento.
Le mille e una notte è una raccolta che contiene storie e leggende proprie di culture orientali disparate – Persia, Egitto, India, Mesopotamia, Arabia – raccontate dalla celeberrima Principessa Sheherazade al re Shahryar il quale, ferito dal tradimento della prima moglie, ogni giorno prende in sposa una ragazza e la fa uccidere al termine della prima notte di nozze. La giovane, intelligente, utilizza la sete di storie e racconti del re a proprio vantaggio e ogni sera narra una leggenda diversa, rimandando alla sera successiva il finale di ciascuna, evitando così la morte.
La prima traduzione di questa raccolta la si deve al francese Antoine Galland, orientalista del XVIII secolo che volse in Sésame ouvre-toi! l’arabo iftaḥ yā simsim.
Non è chiaro il motivo che sta dietro questa parola magica. Come può l’umile sesamo, una piantina semplice dai semini profumati, alla base di golose ricette di pasticceria araba, aprire porte di caverne incantate? La risposta breve è ‘boh’. Quella lunga è costituita da una serie di ipotesi affascinanti che includono la cabala ebraica e l’utilizzo di olio di sesamo in rituali magici orientali.
Ora, relativamente all’etimologia della parola, non è possibile sbilanciarsi verso alcuna ipotesi, anche se l’idea dell’olio è evocativa, e non perché ci possa suggerire una lubrificazione dei cardini della porta segreta sul dorso della montagna. La radice semitica che si cela dietro simsim può avere a che fare con il concetto di ‘grasso’, di ‘unto’ (in arabo una delle parole per dire ‘grasso’ è sam).
Sappiamo che in Oriente, tra le altre cose, era uso ungere il capo dei re (da cui la nozione di Messia e Cristo) e il seme di sesamo è all’origine di un olio molto nutriente, sia dal punto di vista cosmetico che da quello alimentare. Forse era un unguento utilizzato davvero per compiere magie e prodigi, e qui allora entra in gioco il potere creativo delle parole, rappresentato al meglio da un passo della Genesi in cui «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.»
Anche senza aver con sé del sesamo magico, o dell’olio, nella storia di Alì Babà basta la parola per compiere il sortilegio e sbloccare il varco verso un antro immenso pieno di tesori di ogni tipo. ‘Le parole non descrivono la realtà, la creano’. Alcune aprono pure le porte.