Barabàn – Il Sirio (Il tragico naufragio del vapore Sirio)
Barabàn – Gorizia
Barabàn – Fuoco e mitragliatrici/ Valzer dei disertori
Barabàn – Canta di Matteotti
Fra le canzoni dedicate a Matteotti è particolarmente ricco il filone delle “cante” alcune delle quali hanno assorbito la melodia de “Il maschio di Volterra” uno dei più noti canti di carcere della tradizione popolare italiana. La “Canta di Matteotti” eseguita da Barabàn deriva da due diverse versioni raccolte da Ernesto De Martino, nei primi anni Cinquanta, nel Ravennate.
Il brano è stato registrato a Muggiò (MB), Cascina Faipò, il 10 giugno 2024 durante il concerto UN CANTO PER GIACOMO, nel Centenario del rapimento e dell’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato del Partito Socialista Unitario, da parte di una squadra fascista al servizio di Benito Mussolini.
CANTA DI MATTEOTTI
Cari signori, se ascoltar mi state
canto il delitto di quei galeotti che
con gran rabbia vollero trucidare
il deputato Giacomo Matteotti.
Eran tanti, Viola, Rossi e Dumin, il capo della banda,
Benito Mussolin.
Dopo che Matteotti avea scovato, affari di petrolio ed altre tresche
venne su di una macchina caricato da quei vigliacchi della banda nera.
In mezzo a un bosco, fu trasportato allor e quei vili assassini, gli disser con furor:
«Tu che il fascismo hai sempre odiato, ora dovrai morir qui sull’istante»
e dopo averlo tanto bastonato di pugnalate gliene dieder tante.
Così, per mano, di quei vili traditor, moriva Matteotti, capo dei lavorator.
Ed ora dopo tanti patimenti da noi tutti dev’esser ricordato
da quei fascisti vili e delinquenti Giacomo Matteotti va vendicato
Così, per mano, di quei vili traditor, moriva Matteotti, capo dei lavorator.
a noi vecchietti senza memoria c’è sembrato ” nuovo ” questo gruppo, ma abbiamo scoperto che l’abbiamo già messo varie volte: volevo mettere il link, ma naturalmente non lo trovo, c’era anche un po’ la storia di questo grandissimo gruppo.. pazienza, diceva Pastorelli !
Prova a prenderli Cgil: domani manifestazione per la coesione sociale. Pd: «Non finiremo ostaggio della violenza nichilista né della retorica delle destre»
Milano, vetrine rotte in via Dante – Foto di Massimo Alberico / LaPresse
Milano come la calamita di una periferia infinita che da piazza Duomo si estende per tutta la Pianura padana. La città-vetrina (come la chiamavano i No Expo 10 anni fa) diventata oggi città delle vetrine infrante, del milione di danni stimati da Confcommercio, delle serrande abbassate in via Montenapoleone, la via dei brand del lusso, in un normale lunedì pomeriggio che normale non poteva essere; Milano palcoscenico della rivolta di una generazione invisibile che forse chiede di essere vista, prima ancora che ascoltata.
UNA GENERAZIONE a cavallo tra i più grandicelli della Gen Z e i più piccoli della Gen Alpha, nati tra il 2006 e il 2014. Una generazione invisibile, ma iper visibile su Tik Tok, l’unico media che racconta la realtà senza alcuna mediazione politica, sociale o intellettuale, e che ha trasmesso i riot in diretta, spesso dai profili personali di chi stava sfasciando una vetrina o la pensilina di un tram. Milano davanti a un bivio: alzare le difese e dichiarare guerra alla periferia infinita, oppure trovare il modo di avvicinarsi a questi suoi figli. Il Pd milanese ha parlato di una Milano che non si farà schiacciare: «Non finiremo ostaggio della violenza nichilista e predatoria e non finiremo ostaggio della retorica inquietante delle destre». La Cgil ha lanciato per domani una piazza per la «coesione sociale», ma di chi? Con chi? Gli espulsi dalla città vetrina rientrano in questa idea di coesione sociale? Chi è stato costretto a mollarla Milano per andare a vivere nella periferia infinita della provincia lombarda, può farne parte?
CHI ERA IN PIAZZA a Milano sabato e domenica è sia figlio della città, che della sua provincia. Lo sa Milano, che ogni giorno accoglie in città un milione di lavoratori e studenti che arrivano da fuori, che ogni sera attrae migliaia di persone che vogliono divertirsi e che ritroverà nelle biografie di chi ha sfasciato le vetrine e si è scontrato con la polizia proveniente da tutta la Lombardia e oltre. Nelle cronache di questi due giorni di scontri c’è un aspetto forse poco raccontato: la gioia sul volto di quei ragazzi. La felicità di essere in gruppo e di stare facendo quello che stavano facendo (spaccare, scontrarsi, razziare) tutti insieme. La voglia di fare il massimo del casino possibile, senza forse comprendere le conseguenze penali. Come in un grande gioco, dove politica e istituzioni sono distanti, se non su un altro pianeta. C’è una fetta di società che ha preso le distanze dalla politica che oggi prende le distanze da loro, e Milano “accogliente” non fa eccezione.
NELLA CRONACA di ieri pomeriggio lungo la periferia infinita che dalle vetrine infrante del centro di Milano arriva nel resto della Lombardia si possono annotare scontri e proteste a Legnano, Brescia, Bergamo, Treviglio e altri comuni, a riprova di una forma di rivolta diffusa. A Legnano un presidio studentesco è degenerato in scontri vicino all’istituto Bernocchi. Duecento giovani, fumogeni, un corteo verso la sede del commissariato, dove è scattato un fitto lancio di pietre contro la polizia.
Nel bresciano 40 identificati davanti a un istituto di Iseo, tutti minorenni; 30 minorenni identificati anche a Bergamo, dove ci sono stati lanci di oggetti e petardi. Studenti delle superiori in strada anche a Treviglio, dove ci sono stati furti in una Coop.
LE VETRINE INFRANTE hanno aperto uno squarcio su questa generazione, la destra evoca nuove strette repressive, la sinistra balbetta. Tra i figli di Milano – che questi ragazzi conoscono – c’è il rapper Marracash che sui social ha scritto un lungo post tenendo insieme le vetrine rotte di Milano e la protesta per il caro benzina nel sud Italia: «Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose». Ad accompagnare il post la foto di un tricolore nella nebbia dei lacrimogeni di Milano e un camion bloccato con uno striscione sul muso davanti: «Non è solo lo sciopero del trasporto… ma anche del popolo».
In Giappone c’è un uomo che viene pagato per non fare assolutamente nulla. E la cosa incredibile è che migliaia di persone hanno avuto bisogno di lui. Si chiama Shoji Morimoto e nel 2018 ha avuto un’idea apparentemente assurda: mettersi in affitto per offrire soltanto la propria presenza. Non pulisce, non cucina, non dà consigli. Semplicemente c’è. Una donna lo ha chiamato per non mangiare da sola. Qualcuno lo ha voluto accanto durante un momento difficile. Altri gli hanno chiesto soltanto di ascoltare, senza fare domande e senza giudicare. Morimoto ha trasformato tutto questo in un lavoro, ricevendo migliaia di richieste. Ma la parte più sorprendente della sua storia non è che qualcuno venga pagato per non fare nulla. È che, in una società dove siamo tutti connessi, ci siano così tante persone disposte a pagare pur di avere qualcuno accanto. Forse la vera povertà del nostro tempo non è la mancanza di denaro. È la mancanza di qualcuno che ci sia, anche senza dire una parola.
Frenkie l’abbiamo già ospitato qui, il 14 settembre 2026-di nuovo grazie !
Il testo fa esplicito riferimento anche alla celebre battaglia dell’Ebro, in cui si canta la determinazione a non arrendersi nemmeno se i ponti fossero crollati (“Aunque me tiren el puente… me verás pasar el Ebro en un barquito de vela”)
UNA FAMOSA INTERPRETAZIONE E’ QUELLA DI ROBERTO ALARCON ( incisa nel 1968 )*** notizie del cantante al fondo + una canzone : Ay Carmela !
Los moros que trajo Franco
en Madrid quieren entrar.
Mientras queden milicianos
los moros no pasarán.
Mientras queden milicianos
los moros no pasarán.¡No pasarán! ¡No pasarán!Aunque me tiren el puente
y también la pasarela
me verás pasar el Ebro,
en un barquito de vela.
Me verás pasar el Ebro,
en un barquito de vela.
¡No pasarán! ¡No pasarán!
Diez mil veces que los tiren,
diez mil veces los haremos.
Tenemos cabeza dura
los del Cuerpo de Ingenieros.
Tenemos cabeza dura
los del Cuerpo de Ingenieros.
¡No pasarán! ¡No pasarán!
En el Ebro se han hundido
las banderas italianas
y en los puentes sólo quedan
las que son republicanas.
Y en los puentes sólo quedan
las que son republicanas.
Traduzione italiana / Traducción italiana / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös: Riccardo Gullotta
NON PASSERANNO
I Mori [1] che Franco ha portato
A Madrid vogliono entrare.
Finché rimarranno miliziani
I Mori non passeranno.
Finché rimarranno miliziani
I Mori non passeranno.
Non passeranno! Non passeranno!
Anche se buttano giù il ponte
e anche la superficie
mi vedrai attraversare l’Ebro, [2]
in una barchetta a vela.
Mi vedrai passare l’Ebro,
in una barchetta a vela.
Non passeranno! Non passeranno!
Potrebbero buttarli giù diecimila volte
E diecimila volte li rifaremo.
Abbiamo la testa dura
noi del Corpo dei Genieri.
Abbiamo la testa dura
noi del Corpo dei Genieri.
Non passeranno! Non passeranno!
Sono affondate nell’Ebro
le bandiere italiane
e sui ponti sono rimaste solo
quelle repubblicane.
E sui ponti sono rimaste solo
quelle repubblicane.
Non passeranno! Non passeranno!
Non passeranno! Non passeranno!
[1] Sono le Fuerzas Regulares Indígenas, i Regulares, unità di fanteria d’assalto marocchine
[2] Battaglia dell’Ebro tra luglio e novembre 1938
Era figlio di una maestra elementare e di un minatore. Da bambino, la sua famiglia si trasferì dalla città di Sewell —allora una città mineraria situata nel comune di Machalí , 150 km a sud di Santiago e 64 km dalla città di Rancagua —a Chillán , dove trascorse gran parte della sua istruzione fino a laurearsi in insegnamento presso la Scuola Normale della città. Eccelleva musicalmente come pianista e negli anni ’50 arrivò a Santiago, dove insegnò alla Scuola n. 62 Pedro Aguirre Cerda nel comune di Estación Central e in altre scuole superiori pubbliche della capitale.
La sua carriera artistica iniziò nel 1955. In seguito a uno dei workshop estivi tenuti da Margot Loyola all’Università del Cile, nacque il gruppo folk Cuncumén , con Alarcón come direttore artistico. Mantenne l’incarico per sette anni, durante i quali il gruppo si esibì a lungo in Cile e in Europa e registrò tre album.
Con l’ensemble Cuncumén, di cui fu il primo direttore e dove rimase fino al 1963, lasciò un’impronta estetica negli arrangiamenti strumentali e vocali che la stragrande maggioranza dei gruppi di proiezione folcloristica mantiene ancora oggi.
Wikipedia:Dopo un lungo tour con il cast del gruppo folk Chile ríe y canta (Il Cile ride e canta) , il suo cuore cedette mentre cercava di spingere un autobus sulla tratta Matadero-Palma che trasportava il cast del gruppo. Una vecchia ulcera causò un’emorragia interna e morì per arresto cardiaco durante un intervento chirurgico per l’ulcera all’Hospital del Salvador nel 1973, sette mesi prima del colpo di stato .( Nel 1972 era stato nominato consigliere musicale del Ministero dell’Istruzione .)
ultima canzone di Roberto — per oggi !
(El paso del Ebro, o ¡Ay Carmela!)
Canto repubblicano della guerra di Spagna
(1936)
¡Ay Carmela! ¡Ay Manuela! ¡Ay Marina!
Marina Ginestà, miliziana repubblicana e militante della Juventud Comunista, Barcellona, 1936.
(Alessandro)
El Ejército del Ebro
rumba la rum ba ba
una noche el río pasó
ay Carmela, ay Carmela.
Y a las tropas invasoras
rumba la rum ba ba
buena paliza les dió
ay Carmela, ay Carmela.El furor de los traidores
rumba la rum ba ba
lo descarga su aviación
ay Carmela, ay Carmela.
Pero nada pueden bombas
rumba la rum ba ba
donde sobra corazón
ay Carmela, ay Carmela.Contrataques muy rabiosos
rumba la rum ba ba
deberemos resistir
ay Carmela, ay Carmela.
Pero igual que combatimos
rumba la rum ba ba
prometemos resistir
ay Carmela, ay Carmela.
Versione italiana di Riccardo Venturi
L’ESERCITO DELL’EBRO
(Il passaggio dell’Ebro, o Ay Carmela)L’Esercito dell’Ebro
Rumba la rumba la rumbambà,
Una notte ha passato il fiume,
Ay Carmela, ay Carmela.
E alle truppe degli invasori
Rumba la rumba la rumbambà,
Ha dato delle belle legnate
Ay Carmela, ay Carmela.La furia dei traditori,
Rumba la rumba la rumbambà,
La scarica la loro aviazione,
Ay Carmela, ay Carmela.
Però niente posson le bombe,
Rumba la rumba la rumbambà,
Dove rimane del cuore,
Ay Carmela, ay Carmela.
A contrassalti assai rabbiosi,
Rumba la rumba la rumbambà,
Noi dovremo resistere,
Ay Carmela, ay Carmela.
Ma allo stesso modo in cui combattiamo
Rumba la rumba la rumbambà,
Promettiamo di resistere,
Ay Carmela, ay Carmela.
L‘Ascensione di Maometto detta anche Isrāʾ e Miʿrāj (inaraboالْإِسْرَاء وَٱلْمِعْرَاج?, al-isrāʾ wa al-miʿrāj «viaggio notturno e ascensione») secondo la tradizione islamica fu un evento avvenuto intorno al 621 d.C., allorché il profeta Maometto venne condotto in volo in un viaggio notturno (Isrāʾ) dalla Mecca a Gerusalemme, e da lì ascese al cielo (Miʿrāj), incontrando i profeti e avendo modo di assistere rispettivamente alle pene infernali dei dannati e alle delizie paradisiache di cui godono i beati, giungendo infine al mistico incontro con Dio, Il Quale diede al profeta stesso l’ordine di istituire le cinque preghiere giornaliere che costituiscono oggi uno dei cinque pilastri dell’islam.
Ora alcune poche miniature del Cinquecento ( o di origine turca o persiana ) che illustrano il viaggio di Maometto
The David Collection, Copenhagen: ” si aprono le porte dell’inferno davanti a Maometto ” ( che è sulla destra )
questa è veramente misteriosa– riporto cosa c’è scritto sotto:
” miniature-mao-3-Miʿraj_by_Muhammad_Zaman. ”
Gerusalemme- Torre di Babele Bukvoed – Opera propria
Sopra le nuvole c’é il sereno
ma il nostro amore non appartiene al cielo.
Noi siamo qui tra le cose di tutti i giorni
i giorni e i giorni grigi.
Aria di neve sul tuo viso, le mie parole
sono parole amare senza motivo.
Prima o poi tra le nostre mani
più niente resterà.
E’ una vita impossibile
questa vita insieme a te.
Tu non ridi non piangi non parli più
e non sai dirmi perché.
Lungo la strada del nostro amore
ho già inventato mille canzoni nuove per i tuoi occhi.
Più di mille canzoni nuove
che tu non canti mai
E anni dopo (1966), durante il tour italiano, dopo avere abbastanza disgustato ed esasperato Fernanda Pivano a Milano, la quale forse si aspettava un “altro” eroe della Beat Generation, più educato, più addomesticato, più malleabile, più pulitino, più conveniente e sobrio, Kerouac a Roma diventa un sacco di stracci ubriaco e pestato a sangue in pieno centro – di fronte al Bar Taddei ‒ che viene raccattato da Franco Angeli — pittore- (Roma, 14 maggio 1935 – Roma, 12 novembre 1988) (Franco Angeli non sa una parola di inglese), portato a casa e accudito –poi i due realizzano un capolavoro di arte vernacolare che è La deposizione di Cristo (due cristi che dipingono insieme, trovando un linguaggio comune di comprensione e fiducia reciproca) – il quadro verrà in seguito acquistato da Gian Maria Volonté.
STEFANO ACCORSI — PARLA DEL LIBRO DI JACK KEROUAC – video, 4.31
Emergency, a Gaza entro dicembre 1,4 milioni in grave insicurezza alimentare.
Mancano cibo e acqua pulita. ‘Servono tende e rifugi prima dell’inverno’
Gli alimenti disponibili a Gaza sono inadeguati a garantire alle persone l’apporto nutrizionale di cui hanno bisogno.
L’ong, presente nell’area con due cliniche di assistenza ad al-Qarara e al-Mawasi, cita i dati dell’ Integrated Food security phase classification secondo cui entro dicembre saranno 1.4 milioni le persone in condizione di grave insicurezza alimentare.
Alla scarsità di cibo si aggiunge la difficoltà di accesso all’acqua pulita. “Una cosa che come ostetrica mi tocca particolarmente è ad esempio la preparazione del latte in polvere – spiega Giulia Folci, ostetrica -. Purtroppo, in alcuni casi è necessario che il bambino lo prenda e questo è molto difficile da preparare con dell’acqua sporca ed espone i bambini ad altissimi rischi”.
Secondo le stime più recenti, dall’annuncio del cessate il fuoco sarebbero oltre 1.400 le vittime e più di 4.700 i feriti. Gli aiuti umanitari continuano a incontrare forti difficoltà all’ingresso, anche a causa delle limitazioni nell’entrata di materiali e beni dal valico di Kerem Shalom con l’Egitto. I prezzi di cibo e beni essenziali sono aumentati in media del 207% rispetto a prima della guerra e, stando agli ultimi dati riportati dalle Nazioni Unite, il numero di camion di aiuti umanitari effettivamente scaricati nella Striscia è sceso dal 77% al 70%.
“Le persone non sanno più dove rifugiarsi. Ci sono state le prime piogge della stagione che hanno colto la maggior parte della popolazione in tende ormai fatiscenti – ha aggiunto Jacopo Intini, coordinatore programma Emergency a Gaza -.
Periodicamente si verificano incendi perché le persone bruciano l’immondizia per cucinare. Ci avviciniamo all’autunno e all’inverno, piogge e basse temperature porteranno a una situazione di ulteriore sovraffollamento e di precarietà. È ormai urgente che entrino i materiali necessari a riparare le tende o costruire ripari più sicuri”.
Il Forum Disuguaglianze e Diversità insieme alla CGIL e più di 100 organizzazioni, movimenti e attori del civismo attivo hanno definito un’alleanza dal nome “La via maestra” che ha organizzato insieme la manifestazione del 7 ottobre 2023 a Roma e del 25 maggio 2024 a Napoli e continua a lavorare insieme per affermare i valori espressi dalla Costituzione e l’urgenza della lotta alle disuguaglianze quale presupposto di uno sviluppo giusto
Il Forum Disuguaglianze e Diversità, su decisione del suo Coordinamento e indicando Andrea Morniroli, co-coordinatore del ForumDD come referente interno, fa parte delle oltre 100 organizzazioni, movimenti e attori del civismo attivo che, insieme alla Cgil, promuovono il percorso La Via Maestra: un modo per tenere insieme in un’alleanza tutte le realtà che credono nel pieno riconoscimento ed esigibilità dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione; in un lavoro che sia stabile, libero, di qualità; nel diritto alla salute e un Servizio Sanitario Nazionale e un sistema socio sanitario pubblico, solidale e universale; nel diritto all’istruzione; nel contrasto a povertà e diseguaglianze; nel diritto a un ambiente sano e sicuro in cui vengono tutelati acqua, suolo, biodiversità ed ecosistemi; e in una politica di pace. Un percorso che ha visto il suo avvio nell’ottobre 2021 durante la Giornata della Partecipazione, e che si è strutturato nei mesi successivi, arrivando a due momenti pubblici importanti.
Il secondo è stata la manifestazione di Napoli lo scorso 25 maggiocon l’appello “Per un’Italia capace di futuro. Per un’Europa giusta e solidale”, cui abbiamo convintamente aderito, per denunciare i rischi di una guerra generalizzata nel mondo e di una corsa al riarmo, di una transizione ecologica non governata, di un’Europa che ha smesso di essere fattore di pace e di progresso, e in Italia, di un attacco all’unità del paese con l’autonomia differenziata e il premierato, alla libertà di manifestare e dissentire, ai diritti sociali e civili.
Il percorso de La Via Maestra é attualmente organizzato in tre gruppi di lavoro:
quello sul welfare (co-coordinato da Andrea Morniroli, Co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità),
La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica
di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi
Forum Disuguaglianze e Diversità Giugno 2026
Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni
Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia
di Fabrizio Barca, Caterina Manicardi e Marta Perrini
Forum Disuguaglianze e Diversità Maggio 2026
NUOVI EQUILIBRI
Esplora il nostro glossario per comprendere le molteplici sfaccettature delle disuguaglianze, smontare pregiudizi e costruire significati. Scopri come puoi fare la differenza!
Corteo a Milano, lancio di sassi contro la polizia. La Via maestra in piazza a Roma: ‘Lavoro, pace, Costituzione’.
Corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, chiude Landini
LA VIA MAESTRA IN PIAZZA BROLETTO, LAVORO, PACE, COSTITUZIONE
LA VIA MAESTRA IN PIAZZA ROMA, ‘ LAVORO, PACE, COSTITUZIONE ‘
ROMA
Fabio Ormea / link Facebook , nostro amico e compagno sanremasco è a Roma ! grazie, ci sei anche per noi oltre che per te !
Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”: sotto questo slogan si prepara a partire la manifestazione nazionale a Roma promossa dalla Cgil e dalle oltre cento associazioni laiche e cattoliche che fanno capo alla Via maestra. Il corteo partirà da piazza della Repubblica, intorno alle 14, diretto a piazza del Popolo, dove si alterneranno gli interventi dal palco.
A chiudere il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
La manifestazione rilancia diverse proposte e rivendicazioni: da più salari e meno precarietà ad un fisco “davvero giusto”; dalla sanità e istruzione pubbliche per tutte e tutti all’accesso alla casa; dal lavoro e l’ambiente insieme, alla pace, dicendo no al riarmo e all’aumento della spesa militare; dalla libertà di dissenso alla difesa e attuazione della Costituzione.
Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”: sotto questo slogan si prepara a partire la manifestazione nazionale a Roma promossa dalla Cgil e dalle oltre cento associazioni laiche e cattoliche che fanno capo alla Via maestra. Il corteo partirà da piazza della Repubblica, intorno alle 14, diretto a piazza del Popolo, dove si alterneranno gli interventi dal palco.
A chiudere il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
La manifestazione rilancia diverse proposte e rivendicazioni: da più salari e meno precarietà ad un fisco “davvero giusto”; dalla sanità e istruzione pubbliche per tutte e tutti all’accesso alla casa; dal lavoro e l’ambiente insieme, alla pace, dicendo no al riarmo e all’aumento della spesa militare; dalla libertà di dissenso alla difesa e attuazione della Costituzione.
Corteo a Milano, lancio di sassi contro la polizia
Una fitta sassaiola è partita in direzione della Polizia in via Broletto, in centro a Milano, all’altezza di via San Tomaso dove si è bloccato il corteo di ” Italia in piazza “ a cui partecipano oltre cinquemila manifestanti.
La polizia in tenuta antisommossa ha messo in atto una carica di alleggerimento. Il corteo si è spezzato in due, e gruppi di giovani si sono diretti in via Bossi.
Danneggiate pensiline atm le vetrate ai primi piani di alcuni palazzi storici. Sono state lanciate alcune bombe carta e fuochi pirotecnici. C’è molta confusione anche tra i ragazzi.
via Broletto – da piazza Duomo a Piazza Cordusio
foto da Instagram
La diretta video del corteo contro il carovita a Milano: scontri con la polizia
Schlein: “In piazza lo spirito del referendum, costruiamo l’alternativa insieme”.
“Vogliamo farlo con tutti quelli che vogliono contribuire”
In questo piazza ritrovo tanto dello spirito che ci ha portato insieme a vincere il referendum costituzionale che secondo tutti avevamo già perso e invece la straordinaria mobilitazione delle forze civiche e della società civile ha fatto la differenza.
È di questo che abbiamo bisogno”.
Lo ha detto la segretaria Dem Elly Schlein arrivata alla manifestazione della Cgil.
“Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di costruire l’alternativa insieme di riuscire ad andare noi da queste persone che si sono mobilitate. Vogliamo costruire l’alternativa non da soli ma con tutti quelli che vogliono contribuire e in questa piazza ce ne sono tante”.
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Questa mattina, in occasione delle celebrazioni del Comune di Roma per l’anniversario del rastrellamento che i nazifascisti operarono il 16 ottobre 1943 deportando 1022 ebrei romani, la delegazione dell’ANPI di Roma (presente come sempre alla commemorazione) è stata fatta oggetto di un’aggressione verbale con minacce e insulti ad opera di membri della comunità ebraica.
Un’aggressione annunciata nei giorni scorsi dalle grossolane dichiarazioni del presidente Fadlun ( foto sotto ) e puntualmente verificatasi con tanto di successiva imbarazzante rivendicazione che non fa che qualificare lo spessore dell’autore.
I fatti di questa mattina confermano tre elementi fondamentali:
1) L’ANPI di Roma è rimasta nella piazza della celebrazione insieme alle altre associazioni presenti e non si è fatta intimidire dall’uso della violenza che grazie alle forze dell’ordine presenti è rimasta solo verbale. Continueremo non solo a presenziare nei luoghi della Resistenza ma come sempre ad essere il motore di tutte le iniziative pubbliche (a partire dal 25 aprile) legate al nostro impegno civile nel nome degli ideali della Lotta Partigiana Antifascista e della Costituzione Repubblicana. Gli stessi valori su cui le centinaia di migliaia di donne e uomini della Resistenza hanno fondato l’ANPI.
2) All’interno della comunità ebraica di Roma guidata da Fadlun si manifesta, ormai da tempo, una difficoltà di fondo a ripudiare le forme di violenza e ad accettare metodi e condotte democratiche. Fortunatamente altre donne e uomini ebrei italiani hanno dimostrato in questi mesi (con appelli e manifesti) sensibilità pubblica, cultura e senso della storia in relazione al tema dei crimini di guerra compiuti in Palestina dall’esercito dello Stato d’Israele.
3) Proprio l’aver denunciato i crimini di guerra in Palestina e l’aver sostenuto la popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania rappresentano «la colpa» dell’ANPI agli occhi di Fadlun e di chi ha anche oggi ha insultato e aggredito verbalmente la nostra delegazione. Costoro sappiano che in nome dei valori dei padri e delle madri partigiane e costituenti, l’ANPI continuerà a rivendicare libertà, autodeterminazione, democrazia e Stato per la Palestina ed il suo popolo.
L’ANPI di Roma sarà presente in forme consone al significato della ricorrenza a differenza di quanto accaduto il 25 aprile del 2024 a Porta San Paolo quando, alla presenza del presidente della comunità ebraica di Roma Fadlun circa duecento persone si presentarono in forma aggressiva e minacciosa nella piazza (contenuti a fatica dalle stesse forze dell’ordine) che celebrava la Liberazione d’Italia.
Lo farà ripudiando ogni forma di violenza; una violenza di cui l’Anpi è stata oggetto lo scorso 25 aprile quando due iscritti all’associazione vennero colpiti da proiettili sparati da un’arma ad aria compressa. Un episodio per il quale è in corso un iter processuale nei confronti di un aggressore che si è autodefinito appartenente alla “brigata ebraica”.
Un episodio per cui l’ANPI di Roma aspetta ancora fiduciosa la solidarietà, alle persone colpite e alla nostra associazione, nonché la condanna tanto dell’atto quanto della violenza da parte di Fadlun e dei vertici della comunità ebraica romana. Che la drammatica condizione del Medioriente (dove il popolo palestinese da oltre due anni subisce crimini di guerra da parte delle forze militari dello Stato d’Israele) sia utilizzata strumentalmente per attaccare chi come l’ANPI sostiene il diritto alla vita alla libertà e all’autodeterminazione della Palestina, restituisce la misura del “pudore” e della “sensibilità” invocata da chi vorrebbe escludere i rappresentanti dell’associazione delle donne e degli uomini della Resistenza da uno dei luoghi simbolo della lotta alla dittatura del popolo italiano
All’alba del 16 ottobre, reparti delle SS e della Ordnungspolizei tedesche al comando del tenente colonnello Herbert Kappler rastrellarono nell’area dell’antico ghetto ebraico e in tutta la città di Roma uomini, donne, bambini e anziani di religione ebraica, precedentemente censiti a seguito di un decreto di Mussolini. Internati al Collegio Militare in Via della Lungara, dopo appena due giorni furono avviati ai campi di sterminio.
Se i nazisti li catturarono e li deportarono, furono i fascisti italiani ad indicare loro dove abitavano e dove andarli a prendere.
In più di mille arrivarono ad Auschwitz, solo sedici sopravvissero; tra di essi un’unica donna, Settimia Spizzichino. Nessun bambino sopravvisse.
L’immagine è tratta dal film “L’oro di Roma” di Carlo Lizzani.
nota del blog:
Victor Fadlun confermato presidente della Comunità Ebraica di Roma
Alta affluenza ai seggi, pari al 45%: “C’è molto da fare” il primo commento
— Victor Fadlun confermato presidente della Comunità Ebraica di Roma
*** Gli 883 sono stati un gruppo musicalepop rockitaliano formatosi a Pavia nel 1988 e composto inizialmente da Max Pezzali e Mauro Repetto, e successivamente da Pezzali e altri musicisti sino al 2002, quando Max Pezzali decise di continuare la propria carriera come solista. Con i primi due album, Hanno ucciso l’Uomo Ragno e Nord sud ovest est, gli 883 si sono distinti nel panorama pop italiano per i testi giovanili e originali, diventati un’icona degli anni ’90 italiani.
Sebbene siano principalmente classificati come un gruppo di musica pop, la loro carriera musicale ha attraversato anche altri generi come il rap, la dance e il rock.
intervista a Max Pezzali – 14 min. ca — CHE TEMPO CHE FA – 2025
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ISRAELE – ARABIA SAUDITA
Grazie alla mediazione degli Stati Uniti di Donald Trump, il primo ministro di Israele Binyamin Netanyahu cerca di ottenere l’approvazione del governo di Riyad affinché lo Stato ebraico possa unirsi all’Arabia Saudita nella campagna militare contro gli huthi in Yemen. Al momento, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si oppone per il timore di suscitare reazioni negative nell’opinione pubblica del Regno. Gli sforzi del premier israeliano puntano inoltre a rafforzare i rapporti con la monarchia del Golfo allo scopo di preparare il terreno per un futuro accordo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due potenze del Medio Oriente.
La carta a colori 8 descrive il terremoto geopolitico derivato dall’attacco americano e israeliano all’Iran e dalle sue conseguenze. Specie dalle perturbazioni avviate in settembre dopo che gli Stati Uniti avevano appena ripristinato, il 12 luglio, il blocco contro l’Iran. Il giorno dopo il governo yemenita, supportato dall’Arabia Saudita, colpisce la pista dell’aeroporto di Ṣan‘ā’ per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano di ritorno dal funerale dell’ex Guida Suprema, Ali Khamenei, con a bordo i capi di Anṣār Allāh, l’organizzazione politico-militare degli ḥūṯī.
Come prima misura di ritorsione, il 20 luglio costoro proclamano il blocco dello Stretto di Bāb al-Mandab contro le navi saudite. Prodromo dei rivolgimenti maggiori, svoltisi tra il 10 e l’11 settembre (data quest’ultima significativa per gli Stati Uniti, memoria dell’attacco alle Torri Gemelle di New York organizzato da parte saudita e derubricato a iniziativa di al-Qa‘īda, capeggiata da Osama bin Laden). I miliziani ḥūṯī conquistano in un’offensiva lampo, supportata militarmente e logisticamente dall’Iran, la costa occidentale dello Yemen. Fino a raggiungere il porto storico di al-Mukhā e l’isola di Perim.
L’attacco costringe alla ritirata le truppe del governo yemenita sostenute dall’Arabia Saudita e schierate nel Sud dello Yemen. Al-Mukhā e Perim consentono il controllo totale dello Stretto di Bāb al-Mandab. In questo modo l’Iran dispone via Hūṯī di una robusta leva per premere su Washington, da aggiungersi al controllo dello Stretto di Hormuz.
L’11 settembre, durante l’offensiva degli Hūṯī sulla costa sud-occidentale del Mar Rosso, droni lanciati dal governatorato iracheno di Maysān, poco a nord di al-Nāṣiryya – area a forte presenza sciita quasi al confine con l’Iran – colpiscono tre stazioni di pompaggio dell’oleodotto e del gasdotto saudita East-West, fondamentale arteria di commercializzazione degli idrocarburi che funziona da via preferenziale per aggirare il blocco degli stretti della Penisola Arabica. L’11 settembre quella infrastruttura altamente strategica viene chiusa.
Il 15 casa Sa‘ūd emette un’allerta di sicurezza in diverse aree del territorio, ma soprattutto per La Mecca e per la città portuale di Gedda, sulla costa del Mar Rosso, vicina alla città santa. Droni ḥūṯī minacciano queste località ma sono intercettati prima di colpire gli obiettivi. Quanto basta per screditare la casa regnante saudita, custode di due delle città sante dell’islam.
L’attacco alla Mecca e a Gedda rende il cuore dell’Arabia Saudita vulnerabile agli occhi del mondo. Nuvole si addensano su futuri eventi cari al Regno, dall’Expo del 2030 ai Mondiali di calcio del 2034. Per tacere dei costi sul fronte energetico.
La reazione saudita è immediata grazie all’avvio repentino di un corridoio da nave a nave per trasportare il greggio verso Cina e Corea del Nord.
I danni inflitti alla produzione di gnl e greggio dalla guerra contro l’Iran hanno colpito gravemente tutti i paesi del Golfo. Il Qatar informa che per riparare i guasti del terminale di Ra’s Laffān saranno necessari tre anni. Gli Emirati Arabi Uniti, avversari dell’Arabia Saudita, sono anch’essi in affanno. Negli Emirati e in Bahrein sono stati danneggiati due cloud di Amazon che non verranno ripristinati. La crisi si è estesa ai prodotti raffinati a causa dei danni alle infrastrutture colpite dalla guerra. La Cina profitta del momento favorevole per giocare su due fronti speculari: acquista petrolio a prezzi scontati e rivende i prodotti raffinati con margini record ai suoi fornitori di materie prime.
Alla luce di queste crisi cambiano alcuni scenari europei. I giacimenti offshore del Mediterraneo orientale diventano indispensabili nell’orizzonte dei futuri approvvigionamenti di gas per il mercato europeo. La francese TotalEnergies ha approvato il primo progetto di estrazione di gas a Cipro, mentre l’inglese Bp ha venduto una quota del 15% dei suoi giacimenti di Kirkūk, nel Kurdistan iracheno, alla compagnia petrolifera nazionale turca Turkish Petroleum: un investimento sulla sicurezza della produzione in quell’area molto instabile. Ankara può infatti offrirvi una robusta tutela in quanto parte della sua sfera d’influenza.
L’arteria saudita che collega Ra’s Tannūra, porto affacciato sul Golfo Persico, a Yambu‘ sul Mar Rosso è oggi riaperta ma a capacità ridotta. Intanto gli ḥūṯī trattano direttamente con le massime compagnie del commercio marittimo i premi assicurativi e le garanzie di navigazione attraverso lo Stretto di Bāb al-Mandab, d’intesa con Teheran.
carta di Laura Canali 2026
NATO VS RUSSIA
Il comandante supremo delle potenze alleate in Europa (Saceur) Alexus Grynkewichha illustrato un piano per scoraggiare la Federazione Russa dall’intraprendere una guerra aperta contro la Nato. Il generale dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti ha deciso di esporre la parte essenziale del piano per incrementare la fiducia reciproca dei 32 paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Il Saceur ha informato che la nuova dottrina trae direttamente insegnamento dalle esperienze maturate sui campi di battaglia in Ucraina e in Medio Oriente: combinare armi di precisione con grandi quantità di sistemi autonomi, droni e strumenti di guerra elettronica, progettati per sostenere un conflitto prolungato di logoramento. La strategia del “bloccare, fiaccare e spezzare” illustrata da Grynkewich è concepita per fermare un’invasione sul nascere, senza cercare di conquistare il territorio nazionale del nemico.
Due navi mercantili sono state colpite da droni presumibilmente russi al largo delle coste della Bulgaria. Una è affondata, rendendo necessarie immediate operazioni di soccorso nella speranza di mettere in salvo l’equipaggio. Il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha comunicato che un marinaio è stato salvato, senza fornire però dettagli sulla sorte delle altre persone che si trovavano a bordo. I soccorritori sono riusciti a evacuare con successo tutti i 15 membri dell’equipaggio della seconda nave, la Chelsea battente bandiera maltese. Radev ha definito gli attacchi “assolutamente inaccettabili” e ha chiesto assistenza ai partner della Nato e dell’Unione Europea. Il governo di Sofia ha affermato di non disporre al momento di prove certe per identificare i responsabili.
Testa di una statua acrolitica rappresentante una dea. Fu trovata nel 1857 nell’Odeion di Erode Atticus presso l’acropoli di Atene. La statua è probabilmente una copia di un’opera criselefantina del V o IV secolo. a.C. e forse raffigura Afrodite.
La parte superiore della testa ha un taglio obliquo ed è lavorata in modo da ricevere un ulteriore pezzo probabilmente di legno che sarebbe stato saldamente fissato con tasselli nelle scanalature presenti sulla parte superiore. I capelli sono colorati con vernice rossa che è servita come base per la sua doratura finale con fini foglie d’oro. Il marmo del viso è stato altamente lucidato per assomigliare all’avorio; gli occhi erano fatti con avorio intarsiato, le iridi con pietra nera e le ciglia di bronzo. L’ossidazione delle ciglia ha prodotto le macchie esistenti sulle guance che sono scese dagli occhi come se fossero lacrime.
Un acrolito (dal greco akròlithos, composto da ákros – “estremità” – e líthos – “pietra”) è un tipo di statua antica in cui solo le parti nude del corpo — come testa, mani, braccia e piedi — venivano realizzate in materiali pregiati come marmo, pietra o avorio
criṡelefantino (o criṡoelefantino) agg. [dal gr. χρυσελεϕάντινος, comp. di χρυσός «oro» e ἐλέϕας -αντος «avorio»]. – Fatto d’avorio e d’oro, secondo una tecnica scultoria usata dai Greci per ottenere effetti di policromia: il corpo della statua veniva intagliato in avorio, mentre le vesti e gli ornamenti erano costituiti da lamine d’oro.
**** nel link di Google trovate tanti esempi di statue di avorio e oro, specie Art Déco
Altra memorabile performance fu data, nel 1984, dalla cantante Greca Nana Mouskouri, di ritorno sulle scene del proprio Paese dopo vent’anni di assenza.
settembre 1993
Yanni – “Santorini”…Live At The Acropolis, 25th Anniversary!…1080p Digitally Remastered & Restored
per chi volesse sentire questa grandissima cantante greca, NANA MOUSLOURI (13 ottobre 1934 –età 92 anni–, La Canea, Grecia ) — il disco è del 1984 – dal concerto ad Atene al Teatro Erode Attico– esistono dei video, ma non ho trovato niente remasterizzato-
Il brano “Βάλε τον ήλιο σύνορο” ( Vale Ton Ilio Synoro ) tradotto in italiano da Overview dell’AI è stato composto da Stavros Xarchakos con i testi di Nikos Gatsos.
Là dove vai Ragazzo amareggiato Metti il sole come confine E quando scompare Tieni gli occhi aperti E a mezzanotte Bussa alla porta chiusa
Bacia la terra tre volte E parlami
Là dove vai Ragazzo amareggiato Fatti amico Caronte (la morte) E a cavallo Attraversa le montagne E torna di nuovo Come una pioggerellina di luna
Il presidente dello Yemen riconosciuto a livello internazionale è Rashad al-Alimi, capo del Consiglio di direzione presidenziale dal 7 aprile 2022. Nominato per sette anni prorogabile. La capitale provvisoria è Aden- Il Presidente precedente è stato: ‘Ali ‘Abd Allah Saleh dal 1978 fino al 2012.
Nel 2011 il vento delle Primavere arabe arriva anche in Yemen, provocando sommosse di piazza contro il presidente Saleh, a cui gli Houthi ( 1 vedi sotto ) partecipano attivamente. Negli anni successivi, gli Houthi percorrono attivamente la via della lotta armata e di fatto prendono il controllo di importanti pezzi del paese, in primis il natio governatorato di Sa’da ( nord del paese ).
Il presidente Saleh viene deposto e sale al governo Abd Rabboh Mansur Had.
È in questa fase (biennio 2014-15) che inizia a cristallizzarsi in Yemen uno scenario politico-militare bipolare: da una parte gli Houthi sostenuti dall’Iran, paese guida dei movimenti politico-militari sciiti, dall’altra il governo riconosciuto dalla comunità internazionale spalleggiato, in modo istituzionalizzato a partire dal 2015, da una Coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita. L’esecutivo guidato da Hadi, tuttavia, lascia la capitale San’a per trasferirsi nella città portuale di Aden.
( 1) GLI HOUTHI
Nato all’inizio degli anni Novanta, il movimento degli Houthi è composto principalmente di combattenti della confessione zaydita, una branca minoritaria dell’islam sciita, ma non mancano anche elementi di altri gruppi religiosi. Nel 1992 viene fondata la “Gioventù credente” nel governatorato di Sa’ada, nel nord dello Yemen, il cui obiettivo è quello di portare avanti la rinascita dello zaydismo nel paese (la cui popolazione è a maggioranza sunnita), farne cessare l’emarginazione politico-religiosa e arrivare all’autonomia delle terre del nord. Si tratta del nucleo iniziale da cui nascerà il movimento Houthi vero e proprio.
Il gruppo assume posizioni marcatamente anti-USA e anti-Israele soprattutto dopo l’invasione americana del 2003 in Iraq. La violenza degli slogan e vere e proprie manifestazioni contro gli americani portano gli Houthi a uno scontro aperto con il regime di Ali Abdallah Saleh, presidente e dittatore dello Yemen dal 1978 al 2012 , che dopo un tentativo di conciliazione attua una brutale repressione. Ne segue una vera e propria rivolta degli Houthi (“le guerre Sa’da”), proseguita dal 2004 a fasi alterne fino a un debole cessate il fuoco nel 2010.
Fonti militari governative hanno riferito che quattro persone sono morte nell’attacco missilistico attribuito ai ribelli Houthi contro il palazzo presidenziale del governo yemenita ad Aden, capitale provvisoria del Paese.
Le forze governative hanno inoltre riferito che gli Houthi hanno lanciato “diversi missili balistici” contro la città di Marib.
Nel raid sono inoltre rimaste ferite 10 persone.
Media affiliati agli Houthi hanno dichiarato che l’obiettivo dell’attacco era “il quartier generale delle operazioni militari, dirette da ufficiali sauditi”.
Il vero obiettivo degli Houthi (e dell’Iran) è la leadership di Bin Salman
di Federico Fubini
In tre anni l’Arabia Saudita ha speso duecento miliardi di dollari per la difesa. Eppure gli Houthi hanno messo in ginocchio l’aeroporto di Riad.
Tra il 2024 e il 2025 l’Arabia Saudita del principe Mohammed Bin Salman ha speso 163 miliardi di dollari nella propria difesa. L’esercito rappresenta la prima voce del bilancio di Riad, capace di assorbire oltre un quinto delle enormi uscite del regno.
Dei sistemi antimissile in particolare mancano i resoconti, ma l’impegno è colossale: Riad ha contratti da nove miliardi di dollari per comprare Patriot Pac-3 americani e da 3,2 miliardi di dollari per i Cheongung-II sudcoreani, oltre a somme mai rese pubbliche ma cospicue per i sistemi americani Thaad (Terminal High Altitude Area Defense). Risultato: l’aeroporto internazionale di Riad è appena stato colpito dal cielo quattro volte in quattro giorni per mano degli Houthi dello Yemen, con 18 morti, centinaia di feriti e la paralisi di tutti i voli attorno alla capitale della principale economia del Medio Oriente.
L’altra notte poi un missile balistico, di nuovo lanciato dalla milizia yemenita alleata dell’Iran, ha attraversato la penisola arabica fino alla costa del Golfo e centrato i principali impianti di Saudi Aramco a Dhahran. Un missile con un raggio di almeno 1.300 chilometri, con effetti devastanti: Saudi Aramco, controllata dalla famiglia regnante ma quotata in borsa, è la più grande azienda dell’energia al mondo per valore di mercato e delle attività reali.
Eppure la sua base era indifesa da parte di un Paese che nell’ultimo triennio ha speso oltre duecento miliardi di dollari in apparati militari. Con un solo lancio gli Houthi, una milizia irregolare e relativamente priva di risorse, hanno distrutto greggio ed equipaggiamenti per miliardi di dollari. Difficilmente la sequenza poteva essere più umiliante per Mohammed bin Salman.
Gli attacchi degli Houthi ormai prendono di mira non solo gli snodi strategici dell’Arabia Saudita, ma ancora di più la credibilità del suo leader. La spesa militare non è servita a mettere al riparo le sue infrastrutture critiche; la modernizzazione non lo aiuta a prevalere nello stato di belligeranza sempre più esplicito con l’Iran (e i suoi satelliti); su Bin Salman e la credibilità dei suoi sogni di emancipazione dell’economia saudita dal petrolio, già costati centinaia di miliardi di dollari, si stendono ombre mai così vistose.
Perché l’obiettivo degli Houthi e dell’Iran non è più solo frenare l’export di greggio saudita. È soprattutto minare le basi del potere di Bin Salman stesso e creare le condizioni per un cambio di regime — magari all’interno stesso della famiglia regnante — a favore di fazioni più disposte a riconoscere il potere sul Golfo dei guardiani della rivoluzione di Teheran.
Sarebbe un paradossale ribaltamento delle sorti in una guerra scatenata da Donald Trump, sulla carta alleato di Riad, in nome del cambio di regime a Teheran. Ed è difficile prevedere se la manovra della Repubblica islamica possa riuscire — probabilmente no — ma mai come in questi giorni il quarantunenne leader saudita è apparso debole e velleitario.
Fulcro del secessionismo del Sud e specchio delle fratture interne, la città èoggi disputata tra sauditi ed emiratini. Le glorie precoloniali e il lascito britannico. L’importanza per le rotte del greggio e la variabile ḥūṯī. Da qui passa il futuro del paese.
Immagine del dio Bes Steve F-E-Cameron (Merlin-UK) – Opera propria
Dendera- Egitto
**nota:
Bes è una divinità del pantheon egizio, diffusa come amuleto in tutto il bacino del Mediterraneo e accolta con favore dalla cultura fenicia e punica.
Il dio Bes è rappresentato come un nano deforme dai tratti animaleschi, possiede un volto barbuto, spesso accompagnato da un ghigno con lingua pendente, indossa sul capo una corona di piume ed è associato alla protezione delle nascite, dei bambini e della maternità.
Era considerato un dio benevolo, legato al sonno ma anche alla musica e alla danza, lo troviamo raffigurato come suonatore di tamburello, elemento che richiama le ben note e frequenti suonatrici raffigurate sulle stele del tofet sulcitano.
testo sopra e foto sg:
dal Parco Storico Archeologico di Sant’Antioco- Sardegna
Sant’Antìoco è un comune italiano di 10 344 abitanti della provincia del Sulcis Iglesiente, nel Sulcis. Il comune sorge sui resti di Sulki, una delle città più antiche del Mediterraneo occidentale. È il principale comune dell’omonima isola
Tra il fiume e il mare. Per una terra condivisa L’evento al Teatro Elfo Puccini di Mai Indifferenti– Voci ebraiche per la pace con LeaLaboratorio Ebraico Antirazzista è stato una nuova tappa di un percorso che va avanti da tre anni.
Un percorso nutrito dall’urgenza di attivarsi da parte delle persone che vi partecipano e si mettono in gioco sul palco – ebree ed ebrei italiani, palestinesi in Italia, israeliani che si oppongono da fuori e da dentro – ma anche dalla partecipazione delle 500 persone che per due ore ascoltano dalla platea.
Con l’apertura da parte di Joan Haim e la conduzione di Matteo Pucciarelli, ascolterete nella prima parte:
le poesie della poetessa ventenne Batool Abu Akleen ( vedi al fondo ) registrate a Gaza durante i bombardamenti.
il punto di vista di Stefano Levi Della Torre sulla degenerazione di Israele e sul ruolo della diaspora ebraica.
la visione sul presente e sul futuro di Emad Qaisi, ingegnere e tra i fondatori della Comunità Palestinese di Lombardia e di Walid Barakat, imprenditore palestinese cristiano, che ha anche letto una sua poesia – composta in arabo classico per la serata – sulla necessità di guardare al futuro ripartendo dal punto in cui tutto ha iniziato a rompersi.
Segue
in video un’intervista alla scrittrice e giornalista di Haaretz Amira Hass, con il suo punto di vista disilluso sulle elezioni in Israele e su ciò che il mondo dovrebbe fare nell’immediato – fare pressione sui governi perché intervengano anche con sanzioni verso Israele e avviare dei gemellaggi diretti di gruppi/comunità con i villaggi palestinesi in Cisgiordania per proteggerli e denunciare ciò che accade in ogni singolo luogo
una lettura distopica e utopica di Lea ( Laboratorio Ebraico Antirazzista ) su che cosa deve ancora succedere perché qualcuno faccia qualcosa, che è culminata alla fine nell’alzata da parte del pubblico di cartelli con la scritta “Sanzioni per Israele, quando?”.
In conclusione
la scrittrice e attivista Widad Tamimi, che, con le sue radici nei due popoli, ha parlato della necessità di posizionarsi dalla parte di chi subisce senza smettere di prendersi dolorosamente “cura di entrambi” – un intervento dell’israeliano “emigrato ideologico” Hagai Agmon-Snir, studioso e attivo da vent’anni nel lavoro interculturale per la pace a Gerusalemme che ha lasciato il Paese per non essere complice e per agire da fuori
Gad Lerner, che ha parlato dell’importanza di opporsi e testimoniare come hanno fatto i registi Yuval Abraham e Rachel Szror con Naza, e al contempo continuare a essere “traditori” delle narrazioni fuorvianti, e ha ribadito la ferma opposizione al DDL Antisemitismo, Legge speciale che eleverebbe gli ebrei al di sopra di altre minoranze e produrrebbe antisemitismo invece che contrastarlo.
In chiusura alcune domande dal pubblico e un momento corale tra ospiti e organizzatori sul palco.
Un’altra tappa del percorso che vuole agire per un cambiamento nella politica italiana, inerte e connivente di fronte a ciò che sta succedendo, e costruire forze per fermare il genocidio, la pulizia etnica e l’apartheid e immaginare un futuro di co-esistenza giusta tra il fiume e il mare.
Grazie a Elio de Capitani, alle tecniche e ai tecnici dell’Elfo, grazie a tutte e tutti, andiamo avanti
AGGIUNTA DEL BLOG:
Batool Abu Akleen è una poetessa e traduttrice palestinese di Gaza City.
Questa poesia, tradotta in italiano da Cristina Viti e letta da Francesca Acquaviva fa parte della sua raccolta di debutto “48 kg” pubblicata in UK da tenementpress
La nostra casa editrice Mille Gru sta curando, insieme a Cristina Viti, la pubblicazione dell’edizione italiana del libro.
La poesia di Batool Abu Akleen ci arriva potente e limpida, e vogliamo dare fiato alla sua voce.
Lo faremo leggendo le sue poesia già tradotte e pubblicate online su www.poetrytherapy.it dove potete ascoltare anche le letture in lingua originale con la voce dell’autrice.
Foto recuperata dalla Germania: sul retro si legge in tedesco solo la frase “un mercato a Sanremo”. Si riconosce piazza Eroi Sanremesi con il campanile di San Siro: qualcuno riesce a ipotizzare l’anno dello scatto? Si tratta di una foto stereoscopica: foto intera in commenti.
Non oltre la fine dell’Ottocento, tieni conto che la fotografia stereoscopica è iniziata con Dancer e la Ferrier intorno al 1852, poi ha avuto il boom ma a fine 800 stava già subendo la fase di declino. Quindi ipotizzerei una datazione per questa foto tra gli anni sessanta e gli anni 90 dell’800. So che è una forbice temporale molto grande, ma fotograficamente parlando, on riesco a essere più precisa di così
è giornalista dal ’68 –abita a Rosario, in Argentina, la grande
città dove è nato Che Guevara e- per gli sportivi – Messi
come sei bello in questa foto ! ciao, così bello e bravo, ti voglio proprio bene ! Andrà tutto bene, ne sono sicura. Si vede dal tuo sguardo. E dall’enorme tifo che tutto il mondo, anche le stelle lassù, e i santi – anche quelli quaggiù – fanno per te ! Come farebbero a perdere così tante moltitudini che ti pensano, ti voglio bene, pregano per te- tutti tutti.
Il tuo sguardo dice tante cose che neanche tu puoi sapere, tante cose tutte belle.. per me che ti guardo in questo momento mi trasmetti una tenerezza infinita, così come per l’intero mondo che ha fede nel bello, nella bontà, si astiene e si controlla quando è arrabbiato e si sente cattivo.. che grande bellezza il tuo parlare di pace, di negoziati, di patti in cui uno cede un po’ e l’altro anche. Lo che tu queste cose le sai, ma me li ripeto con te perché abbiano più forza, un abbraccio grande grande come il mare– se posso ? brù
Il flan alle prugne (Far Breton) è un dolce francese, tipico della regione della Bretagna.
Il flan alle prugne (Far Breton) è una torta di densa crema composta da latte, panna, farina e zucchero che viene arricchita con gustose prugne secche denocciolate e poi cotta al forno.
Il flan alle prugne (Far Breton) viene tradizionalmente preparato anche al naturale, senza prugne, oppure arricchito con mele o albicocche.
Questo gustoso dolce è molto semplice da preparare ed è perfetto per una colazione gustosa o a merenda per accompagnare un buon thé.
Per preparare il flan alle prugne (Far Breton) iniziate setacciando la farina, il lievito e il sale in una ciotola 1. Aggiungete quindi lo zucchero, i semi della bacca di vaniglia e amalgamate il tutto. Incorporate poi le 4 uova intere 2 e mescolate con un cucchiaio di legno 3.
Mettete la panna e il latte in un pentolino, aggiungete il bicchierino di rum 4, scaldate il tutto a fuoco dolce a incorporate le prugne secche denocciolate per farle ammorbidire 5. Terminata questa operazione con un colino passate il composto per eliminare eventuali residui delle prugne e versate il latte e la panna nell’impasto della torta 6, che risulterà molto liquido.
Imburrate una tortiera dal diametro di circa 26 cm 7 e versatevi l’impasto. Aggiungete in ultimo le prugne 8 spargendole uniformemente nella tortiera 9. Infornate il flan di prugne (Far Breton) 15 minuti a 240 gradi in modo che si formi una patina color nocciola in superficie, abbassate poi la temperatura a 180°C e continuate la cottura per altri 20/25 minuti circa fino a che, inserendo uno stecchino all’interno della torta questi non risulterà asciutto. Il flan alle prugne (Far Breton) è ottimo consumato freddo e può essere eventualmente guarnito con dello zucchero a velo.
«Accade che le tre fasi della vita, giovinezza, maturità, vecchiaia, siano in realtà due: quella in cui, consapevolmente, ci si allontana dalla matrice, e quella in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, vi si ritorna».
In una villa nella campagna piemontese che assomiglia a una dacia russa, ed è insieme casa delle illusioni e delle disillusioni, una famiglia si riunisce per rievocare il tempo e le persone che non ci sono più. Soprattutto Jean e Lisín, che si incontrano e si innamorano nella Sanremo degli anni Venti. Lui, fascinoso e tormentato, rimarrà sempre un “émigré” alle prese con i suoi «giorni neri». Lei, testarda e saggia, di salde radici valdesi, cercherà per tutta la vita di sciogliere i nodi. Ma «fare memoria» non è semplicemente ricordare. È dare vita a chi l’ha perduta, rallegrarsi, affliggersi, chiedere scusa quando è il caso. È cercare di capire, senza giudicare. Quando i fratelli Zagrebelsky vengono convocati dalle proprie figlie nella casa di famiglia, lo scopo è quello di ripercorrere il tempo perduto, scambiarsi aneddoti, rinsaldare un sentimento comune. I soggiorni al mare col nonno vestito di lino, i viaggi in macchina e la guida non proprio ortodossa, il cono gelato e le mani appiccicose, le notti nel letto con la nonna per vincere la paura del buio. Ma per chi si avvicina alla vecchiaia quei ricordi sono dettagli di un quadro più ampio, che forse oggi è possibile ricostruire facendosi finalmente le domande scansate nella giovinezza. È il terzo fratello, Gustavo, l’unico a portare un nome legato al ramo materno della famiglia, ad assumersi la responsabilità di raccontare, partendo non solo da un tempo lontano, ma anche da terre e vicende lontanissime. Perché Jean e Lisín – suo padre e sua madre – hanno alle spalle le storie di due minoranze per molti versi opposte: da un lato gli esuli russi, per i quali l’uguaglianza era stata la rovina, dall’altro i valdesi, per cui l’uguaglianza era stata la conquista. Sorpresi dallo scoppio della Prima guerra mondiale durante una vacanza a Nizza, gli Zagrebelsky (tra cui il padre appena cinquenne dell’autore) non torneranno mai più a casa, e in un appartamento di due stanzette a Sanremo, con vista sugli orti e sul gasometro, coltiveranno la nostalgia per il paese delle origini e il rimpianto per i privilegi perduti. È lì che nel 1926 Jean incontra Lisín, dolce e rocciosa insieme, figlia di un valdese tanto dedito al lavoro che persino sulla sua tomba compare il titolo di ingegnere. Come acque diverse riunite nello stesso fiume, i caratteri di Jean e Lisín scorrono paralleli, a due livelli diversi. Lui sempre convinto che le tempeste arrivino a sorpresa e che occorra tenersi pronti a parare i colpi. Lei invece sicura che la vita sia un gomitolo da districare, sempre capace di guardare oltre, perché ogni cosa «poi passa». Se nella vita non è stato difficile, per figli e nipoti, scegliere da che parte stare, questa «ricapitolazione critica» diventa l’occasione per comprendere più a fondo, e con più affetto, la figura di un padre forse non «sradicato» ma di certo «spaesato», che nonostante il passaporto italiano rimarrà nell’intimo per sempre apolide, anche dentro la sua famiglia.
L’appuntamento con Gustavo Zagrebelsky è nella nuova università torinese che accoglie Giurisprudenza e Scienze politiche. Il campus, dedicato a Luigi Einaudi, ha un’aria sinuosa e trasparente. Colpisce il tetto che sembra l’enorme guscio di una tartaruga. Il professore mi attende all’ingresso. Non c’è nulla di formale, come ci si aspetterebbe da un grande giurista. Noto che tra le mani stringe un libro: una raccolta di saggi dedicata al Grande Inquisitore. Mi informa che sull’argomento sta preparando un libro e che della tantissime interpretazioni che sono state offerte delle pagine di Dostoevskij quella che lo ha maggiormente convinto è del teologo Dietrich Bonhoeffer. Penso alla sua morte avvenuta in un campo di concentramento nazista per impiccagione. E al fatto che lì, in quell’aprile del 1945, l’inquisitore prese il volto di un tiranno folle e crudele che ne decretò la condanna a morte.
Questa sua predilezione per Dostoevskij da cosa nasce?
“Dal senso di inquietudine e di confessione che attraversa i suoi romanzi. Più mi addentro nei suoi personaggi e più resto turbato dall’impasto di abiezione e salvazione che essi restituiscono”.
È la duplicità della natura umana.
“Che non trovo per esempio in Tolstoj, il quale ci regala dei bellissimi monumenti classici, mentre in Dostoevskij si avverte un tormento continuo. Non credo sia secondario che egli scrivesse sotto l’assillo dei debiti”.
Detto da un giurista è curioso.
“Perché? Dostoevskij era attento non tanto alle dottrine generali ma alla condizione umana; seguiva i processi e descriveva i comportamenti degli avvocati, degli imputati e dei giudici. Anche un giurista non può ignorare la vita delle persone”.
Non dovrebbe occuparsi di norme generali e astratte?
“Certo, ma il diritto giusto non esiste in assoluto. Il suo dramma è che la norma pura e semplice può agire con violenza sulla condizione particolare, ma al tempo stesso la singolarità delle situazioni può distruggere la norma”.
E allora?
“La discussione resta aperta. Pascal diceva che alla legge si ubbidisce perché è legge”.
E se la legge è ingiusta?
“Se si introduce un elemento di valutazione di giustizia il rischio è la distruzione dell’ordine, perché ciascuno può dire: la legge è ingiusta e io non obbedisco. È una vecchia questione”.
Talmente antica da risalire ad Antigone?
“Quella tragedia è una delle grandi fonti di ispirazione del diritto. Antigone ne rappresenta il lato tradizionale, il sangue, il genos, gli dèi; mentre Creonte è la legge modernizzatrice e artificiale. Credo ci sia bisogno di entrambi gli aspetti. Se uno dei due si libera dell’altro, il diritto può diventare uno strumento pericoloso. Il compito del giurista si svolge lì in mezzo”.
Per fare esattamente cosa?
“Per difendere la duplicità. Mi sono formato in questa università e la mia impostazione era forgiata sui principi di Hans Kelsen. Mi sembrava un sistema perfetto. Ma le norme possono essere equivoche. Interpretabili. Ed ecco allora il bisogno di andare oltre Kelsen”.
E quindi oltre Bobbio?
“Bobbio fu un pilastro di questa università e vide in Kelsen un punto di riferimento fondamentale. Ma lui, che si definiva positivista aggiungeva che era un positivista inquieto”.
È stato uno dei suoi maestri?
“È stato un mio professore ammiratissimo e ricordo che le sue lezioni erano belle anche esteticamente. Però il mio vero maestro fu Leopoldo Elia, che insegnava diritto costituzionale”.
Perché ha scelto il mondo del diritto?
“Mi piacerebbe risponderle: per convinzione e decisione. In realtà fu per caso. L’iscrizione a giurisprudenza avvenne perché ritenevo fosse una facoltà non molto complicata e in grado di aprire molte strade. Mio padre voleva che prendessi ingegneria. Mi portò da un suo amico, un celebre fisico russo che abitava a Torino e si chiamava Gleb Wataghin. Aveva fatto costruire nel suo laboratorio un acceleratore di particelle. Era un ometto vulcanico. Davanti a quell’acceleratore restai muto. Non sapevo cosa chiedere. E Wataghin disse a mio padre: tutto, ma non la fisica!”.
Il caso ha governato spesso la sua vita? “Quasi sempre. È incredibile come io mi sia inserito nelle situazioni senza nessun particolare progetto. Devo aggiungere che ho avuto una vita professionale molto fortunata. E mi considero un uomo libero che, con un certo tormento, si illude di fare al momento la cosa giusta”.
E quali sono i suoi tormenti?
“Non essere abbastanza chiaro in quel che dico o scrivo. Poi ci sono i tormenti più personali. A me pesa moltissimo per esempio dire qualcosa che possa dispiacere a qualcuno col quale ho un buon rapporto. E questo tanto più, in quanto viviamo in un tempo in cui la gente si offende facilmente. Davanti a certe reazioni anch’io, a volte, non so trattenermi”.
Nel senso?
“Contrariamente a quello che si vede sono un iracondo. Però cerco di tenere sotto controllo gli scoppi d’ira. Ritrovo in me molto di mio padre. L’ira, insieme alla vodka e al gioco, è una caratteristica del popolo russo”.
Lei ha origini russe?
“La mia famiglia proveniva da San Pietroburgo. I miei nonni erano in vacanza a Nizza nel 1914 quando scoppiò la guerra e furono chiuse le frontiere. Mio padre era nato nel 1909, quindi all’epoca era un bambino. Poi, quando ci fu la rivoluzione in Russia il nonno, che era ufficiale a Mosca, riuscì a rientrare. Di lui per anni non avemmo più notizie. Salvo poi ricomparire con nostra sorpresa. Il regime sovietico lo espulse come persona inutile e non gradita”.
E suo padre cosa faceva?
“Per dare una mano alla famiglia all’inizio fece il garzone di un ciabattino. Poi nella comunità russa di Nizza ci fu una spaccatura. Noi emigrammo a San Remo. Circolava in famiglia la storiella che la nonna era convinta di aver trovato il sistema per sbancare il casinò. Naturalmente dilapidò quel poco di gioielli che ci era rimasto. Mio padre, al quale non mancavano le risorse, si mantenne agli studi di Economia e Commercio con una serie di lavoretti, tra cui la composizione di brevi racconti che spediva al Corriere Mercantile di Genova, spacciandoli come novelline di Gogol da lui tradotte”.
Iracondo e intraprendente.
“Era dotato di quel fascino russo che ha quasi sempre un fondo dissipativo. Di lui, una specie di gagà senza un soldo, si innamorò perdutamente mia madre, una valdese che veniva dalla Val Chisone”.
Cos’è l’ira?
“Spinoza la mette tra le passioni tristi. Per dirla con il mio amato Dostoevskij è la prova che il nostro impasto è fatto di cose belle e pessime”.
Un giurista non dovrebbe misurarsi più con Kafka che con Dostoevskij?
“Non dimentichi le mie origini. In entrambi troviamo l’angoscia, l’assurdo, il nulla, la spersonificazione. Ma mentre in Kafka sembra esserci la resa, in Dostoevskij c’è la resistenza. Kafka è già precipitato; Dostoevskij è sul crinale dell’abisso. Uno parla di una società minacciata dal nulla l’altro di una società vinta dal nulla. Come giurista mi interessa più Dostoevskij”.
Forse anche per la drammatizzazione del problema di Dio. Si nota in lei un interesse per i testi biblici.
“In effetti, ho una certa propensione. Ho perfino dedicato tre anni, nel tempo libero dall’attività alla Corte Costituzionale, alla traduzione di un grande testo di Chaim Cohn che ha studiato i resoconti evangelici dal punto di vista ebraico. Mi è servito come esercizio d’autodisciplina per resistere alla tentazione di trasformarmi in giurista tutto di un pezzo”.
Anche interessarsi di democrazia è un modo per uscire dallo specialismo giuridico?
“Un giurista non ha solo la legge di cui occuparsi. Un tempo si poteva teorizzare la democrazia come il miglior modo di convivenza, adesso si rischia di dire le stesse cose dando l’impressione di fare una predica”.
Evitando la predica, c’è un aspetto della democrazia al quale non possiamo rinunciare? “Credo che la sua essenza consista nell’allontanare giorno dopo giorno il momento dei coltelli. Parlando, discutendo, confrontandosi e anche confliggendo sugli interessi ma sempre fermandosi un attimo prima che si sfoderino i pugnali. Perciò abrogare l’idea di democrazia significa legittimare il sopruso”.
Vent’anni fa non si sarebbe posto il problema in questi termini.
“Non ne sarei così sicuro. È un paese il nostro che non ha quasi mai saputo discutere”.
Viviamo nell’età del disprezzo?
“Siamo passati dall’ammirazione per il potere all’invidia e alla conseguente frustrazione. Oggi non si invidia più ma si disprezza. La società si è divisa tra i molti che disprezzano e i pochi che sono disprezzati”.
Chi sono i pochi?
“Sono le oligarchie che un tempo erano nascoste e oggi sono percepite come tali”.
Ovvero gli inammissibili privilegi di cui ancora godono?
“Sono mondi – finanziari e politici – chiusi all’esterno e molto litigiosi al loro interno. Da qui ne consegue quello che per me è diventato il chiodo fisso: aprire il mondo dei piccoli numeri ai grandi numeri, immettere energie sociali nuove in questo mondo chiuso”.
La democrazia è ancora dubbio?
“Mi ribello all’idea che chi professa l’etica del dubbio sia un nichilista”.
Magari è solo un relativista.
“Non trovo sia un insulto, se relativismo significa atteggiamento non dogmatico e pluralistico, non sia cioè l’alternativa secca tra vero e falso, amico e nemico. L’etica del dubbio si fonda sulla premessa che la verità esiste ma che nessuno la può afferrare completamente e che però esistendo non è insensato cercarla”.
Un atto di fede.
“No, una dimensione terza che un tempo era Dio, poi lo Stato. Oggi quel terzo dobbiamo crearlo dal basso”.
Sembra affiorare l’anima russa.
“Non mi dispiacerebbe. Provengo da una famiglia con una lunga storia alle spalle. Noi, i figli, sappiamo poco anche di quella che, poi, è stata la vita di esuli, tra la Costa Azzurra e la riviera ligure. Sembra quasi che volutamente si sia steso un velo di oblio su vicende dolorose che sarebbe stato molto interessante cercare di riportare alla luce. In fondo, si è trattato d’una sia pur piccola scheggia di una grande storia europea”.
E cosa le fa venire in mente?
“Penso a nostro padre che riposa vicino a nostra madre nel piccolo cimitero di San Germano Chisone, in terra valdese. Chi si aspetterebbe mai di trovare lì, su una lapide, la croce ortodossa? Quante vicende, traversie, dolori, sradicamenti e nuovi radicamenti; quanta storia!”.
Quando dice figli allude a lei e a suo fratello?
“In realtà siamo in tre. Io, quello che una volta si diceva “il più piccolo”. Poi, Vladimiro, giurista anche lui, di tre anni più vecchio di me. Il più grande di tutti è Pierpaolo, non giurista, che ci protegge”.
NOTA : LA BASHIRIA O REPUBBLICA DEI BASHIRI è una repubblica della Federazione Russa, appartenente al Distretto Federale del Volga, comprendente parte degli Urali meridionali e delle pianure adiacenti. La sua capitale è Ufa. E’ una terra di foreste, di minerali, di laghi e di fiumi
Ultimo di cinque figli, Rudolf crebbe con la madre, le tre sorelle Rosa, Lilia e Razida, il fratello e un padre poco presente con cui sviluppò un rapporto molto conflittuale; i genitori provenivano da famiglie di cultura musulmana, ma non erano credenti.
Dopo Vladivostok la famiglia si trasferì a Mosca, ma nel 1941 venne sfollata in un piccolo villaggio nei pressi di Ufa, in Baschiria. In questi anni difficili, minati dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, la famiglia condusse una vita molto precaria e povera. Tuttavia a Ufa esisteva un teatro e, la sera del 31 dicembre 1944, Rudolf assistette a un balletto interpretato dall’étoile Zajtuna Nazretdinova; oltre alla sua predilezione per la musica e il pianoforte, Rudol’f capì in quel momento che la vera passione della sua vita sarebbe stata la danza.
La città è oggi una delle più importanti della Siberia. La sua fondazione risale al 1652 come avamposto commerciale per l’esazione dei tributi (pagati in pellicce) dalle tribù buriate della zona ( = della Rep. di Biriazia, / la maggiore minoranza etnica della Mongolia ); fu il capoluogo dell’omonimo governatorato.
I decenni e i secoli successivi videro il suo sviluppo come centro commerciale; Irkutsk raggiunse una certa prosperità che le portò notevoli migliorie urbanistiche che la portarono ad essere definita “la Parigi della Siberia”.
Analogamente a moltissimi insediamenti siberiani, anche Irkutsk ha una grossa componente della popolazione discendente da deportati, prima sotto il regime zarista, poi sotto quello stalinista.
The Pylypiv family, a month after the forced deportation to Siberia in the village of Ermakovka, Irkutsk region, 1951. The family was deported from the village of Hrabiv in the Carpathians (Ukraine). (Photo by Artur Abramiv/Getty Images)
La famiglia Pylypiv, un mese dopo la deportazione nel villaggio di Ermakovka, nella regione di Irkutsk, 1951. La famiglia è stata deportata dal villaggio di Hrabiv nei Carpazi in Ucraina. (Photo by Artur Abramiv/Getty Images)
In 1965, Ukrainian exiles were released from exile seen loading their suitcases on a narrow-gauge railway, Рavlovsk, Irkutsk region, 1966. (Photo by Artur Abramiv/Getty Images)
Ucraini che nel 1965 ritornano in Ucraina da cui erano stati deportati a Pavlovsk, nella regione di Irkusk
Children, exiled in Siberia, stand on a wooden ladder next to the wooden barrack where other 69 exiles lived, near Zima, Irkutsk region, 1951. Other children games in the background. (Photo by Artur Abramiv/Getty Images)
Altri bambini esiliati in Siberia, su una scala di legno appoggiata ad una baracca nella quale vivevano altri 69 esiliati, vicino a Zima, nella regione di Irkusk.
Children of exiled people from Western Ukraine in Siberia standing on the bank of the Chuna river, near their settlement at Veselyi, Irkutsk region, 1952. (Photo by Artur Abramiv/Getty Images)
Bambini figli di esiliati deportati dall’ovest dell’Ucraina sulla sponda del fiume Chuna vicino all’insediamento di Veselyi, regione di Irkusk
Siberia: The Alexandreffsky Central Prison, Near Irkutsk. (Photo by: Sepia Times/Universal Images Group via Getty Images )
La prigione centrale di Alexandreffsky, vicino a Irkutsk, una delle più importanti della Siberia che poteva contenere 2000 prigionieri. (Photo by: Sepia Times/Universal Images Group via Getty Images)
Chiesa del Salvatore ( 1706-1710 ), facciata sud –
(Photo by: HUM Images/Universal Images Group via Getty Images)
vista da sud-ovest – (Photo by: HUM Images/Universal Images Group via Getty Images)
IRKUSK — CATTEDRALE ORTODOSSA
CHIESA ORTODOSSA IN STILE BIZANTINO
L’attraversamento dell’Angara ( fiume ) a Irkutsk, come rappresentato da Nikolaj Dobrovol’skij
KVARTAL, un quartiere turistico appositamente creato con case restaurate dei secoli XVII-XIX. Il quartiere è pieno di bar, ristoranti, alberghi e musei.
CATTEDRALE DELLA SANTA CROCE
Davanti al quartiere storico di Kvartal troviamo una delle prime strutture in mattoni della Siberia, risalente alla metà del XVII secolo. La facciata presenta decorazioni in stile barocco, mentre all’interno sono presenti numerosi quadri ed affreschi. Durante l’inverno nel giardino circostante vengono modellate piccole statue di ghiaccio che rappresentano degli angeli
La Torre di Babele, dedica la nuova puntata a uno dei temi centrali della prossima campagna elettorale: le tasse. La puntata affronta il dibattito fiscale, tra accuse politiche, promesse di riduzioni ed evasione, dietro al quale si nasconde una realtà più profonda: un Paese sempre più povero, impaurito e arrabbiato, dove il disagio rischia di trasformarsi in conflitto sociale. In vista delle prossime elezioni, siamo di fronte a un passaggio decisivo per la sopravvivenza dello Stato sociale, la difesa della democrazia e della Costituzione? Corrado Augias cerca le risposte insieme a Milena Gabanelli ed Ezio Mauro, con il contributo del costituzionalista Michele Ainis.
Il New York Times ha rivelato che i negoziati geopolitici tra Stati Uniti e Russia (condotti dagli inviati dell’amministrazione Trump, tra cui Steve Witkoff e Jared Kushner) includono la discussione di un maxiaffare multimiliardario (circa 20-22 miliardi di dollari) legato a Lukoil.
Il piano fa parte di una serie di incentivi economici proposti per convincere Mosca a concordare un cessate il fuoco parziale o a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Ucraina
Secondo quanto riportato dal New York Times, gli inviati di Trump avrebbero offerto alla Russia lo sblocco dei beni congelati e un accordo con Lukoil.
Cessione degli asset internazionali: L’operazione punta alla vendita dell’intero pacchetto sussidiario estero di Lukoil (giacimenti petroliferi, raffinerie e stazioni di servizio sparsi nel mondo, compresi quelli in Europa e negli USA). Questi asset sono attualmente quasi azzerati nel valore
Il New York Times riporta che i funzionari ucraini sono rimasti sorpresi dalla portata delle proposte avanzate da Kushner e Witkoff alla Russia.
Secondo fonti ufficiali a conoscenza dei negoziati, gli americani hanno offerto tre incentivi economici per persuadere Mosca ad accettare un cessate il fuoco limitato, riguardante le infrastrutture energetiche o la navigazione marittima.
Citazione dal NYT: / link ” Washington ha ventilato l’ipotesi di sbloccare miliardi di dollari di beni sovrani russi immobilizzati in Occidente. Il denaro, secondo i funzionari, sarebbe stato visto come un incentivo iniziale per tregue parziali, non come una ricompensa per la loro entrata in vigore. Ciò ha rilanciato una proposta dello scorso anno per sbloccare fondi a favore della Russia. All’epoca, si parlava di sbloccare fino a 100 miliardi di dollari. “
Gli investitori coinvolti: A rilevare la quota sarebbe una cordata internazionale guidata da investitori del Medio Oriente e dal miliardario americano Todd Boehly. Diverse figure coinvolte hanno legami commerciali con gli stessi Witkoff e Kushner (sebbene il NYT specifichi che non ci sono prove di un profitto diretto per i due inviati USA).THE NEW YORK TIMES– LINK
Sblocco delle sanzioni: Con il passaggio di proprietà a entità non russe approvato dal Tesoro USA, le attività verrebbero rimosse dalle sanzioni, riacquistando istantaneamente valore di mercato. I fondi pagati a Lukoil rimarrebbero temporaneamente congelati in conti bancari blindati negli Stati Uniti per evitare di finanziare direttamente lo sforzo bellico del Cremlino.TNY- link
La posizione di Putin: Il presidente russo Vladimir Putin ha discusso personalmente la proposta in un incontro al Cremlino a settembre 2026, vedendola come un modo per dimostrare internamente che la Russia può ancora fare affari di alto livello con gli Stati Uniti.REUTERS / LINK
Gli altri sviluppi collegati
La rinuncia di Carlyle: Inizialmente il fondo d’investimento statunitense Carlyle Group aveva firmato un accordo preliminare per l’acquisto, ma ha ufficialmente ritirato la sua candidatura lasciando spazio alla cordata Boehly-Medio Oriente. REUTERS
Il parallelo accordo sul diesel: Negli stessi giorni di ottobre 2026, Donald Trump ha annunciato un’intesa bilaterale separata con Putin per l’immissione immediata sul mercato globale e statunitense di 300.000 tonnellate di gasolio russo (estendibili fino a oltre 1,8-4,5 milioni a regime) in cambio della sospensione temporanea per 6 mesi delle sanzioni USA sul diesel di Mosca. Questa mossa è mirata ad abbattere i prezzi dei carburanti, ma ha sollevato forti critiche da parte dei leader dell’Unione Europea e di diversi esponenti del Congresso americano https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/10/11/8057465/
Riccardo Gullotta