Al processo #Cutro su 94 morti niente riprese autonome, video muti e limitati, audio non disponibile in tempo reale Ma che cazzo di Paese siamo diventati?
C’è un processo di cui giornali e tv non parlano: è quello per il naufragio di Cutro. E c’è un’altra tragedia dimenticata: l’Ong Mem Med denuncia la scomparsa di 200 migranti partiti dall’Algeria.
Allo stesso modo delle api, i bombi raccolgono il nettare e il polline per nutrizione. Sono tra gli insetti impollinatori più importanti e utili per l’ecosistema.
Bombus sylvarum Ivar Leidus – Opera propria Keila, Northwestern Estonia ( vedi immagini al fondo ). foto da :it. wikipedia
Generalmente più grandi delle comuni api, i bombi sono caratterizzati da una livrea gialla e nera, a bande di varia larghezza a seconda della specie; ne esistono delle specie tutte nere o con bande arancioni.
La principale caratteristica di questi imenotteri è la soffice peluria, detta pubescenza.
I bombi sono decisamente poco aggressivi; le regine e le operaie sono però in grado di pungere e il loro pungiglione, non avendo seghettatura (a differenza delle api mellifere), permette loro di pungere ripetutamente.
Bombus hypnorum- maschio André Karwath aka Aka– Opera propria
foto da : it. wikipedia
I bombicostituiscono delle colonie simili a quelle delle api, anche se il numero di individui che compongono la comunità è sensibilmente inferiore, sia perché i bombi non creano colonie che durano più di una stagione, sia perché la femmina fecondata si limita a costruire un piccolo nido per l’inizio della comunità.
I bombi ( come quello sotto ) sono utilizzati sempre più spesso in agricoltura per l’impollinazione di molte piante da frutto e ortaggi. Molto spesso solo i bombi sono in grado di impollinare efficacemente alcune piante, come il pomodoro, che altrimenti risulterebbero molto difficili da impollinare. Sempre più produttori si attrezzano creando appositi spazi nelle serre per ospitare delle arnie di bombi in modo da aumentare la resa della coltivazione. Essendo però i bombi molto sensibili ai fitofarmaci ed agli insetticidi, è necessario utilizzarli in colture dove l’uso di queste sostanze è ridotto al minimo o mancante del tutto.
The most common of all the eastern Bumblebees, Bombus impatiens, is something of the cow/chicken/pig of the non-honeybee world. Now used throughout the continent to fertilize plants in greenhouse cultivation. Note the whitish rather than yellowish light colored hairs and that the first segment of the abdomen has light hairs, but remainder are black. Collected during the BioBlitz at Pickering Creek Audubon Sanctuary near Easton, Maryland in Talbot County. A queen at that.
L’utilizzo dei bombi è limitato all’impollinazione poiché essi, non sopravvivendo all’inverno, accumulano scarse quantità di miele e non sono quindi utilizzati per tale produzione.
Kelia, era un comune rurale dell’Estonia centrale. Dal 2017 fa parte del nuovo comune rurale Lääne-Harju; oltre al capoluogo, il comune comprende tre borghi (in estone alevik), Karjaküla, Klooga e Keila-Joa, e 19 località (in estone küla)-
NOTA–
***Il borgo di Klooga durante l’occupazione nazista dell’Estonia, nella seconda guerra mondiale, è stato sede di un sottocampo di lavoro forzato dipendente dal campo di concentramento di Vaivara.
Prigionieri di guerra tedeschi seppelliscono i morti del campo di concentramento di Klooga in Estonia, 1944.
*** Qui si vede bene la famosa KALINIGRAD, dove è nato Immanuel Kant ( fino al ’46 era Königsberg ), enclave tra la Polonia e la Lituania, che Stalin riuscì a ottenere dopo la seconda guerra mondiale. E’ uno dei maggiori porti del Baltico
La città vecchia canta il nome di un uomo che non c’è più, sotto la pioggia Taranto si è stretta per Sako Bakary Scritto da Pierpaolo D’Auria 14 Maggio 2026
Foto Studio Ingenito
La manifestazione, promossa dal Coordinamento Libera Taranto, dall’Associazione Babele APS, da Mediterranea Saving Humans Taranto e dalla Comunità africana di Taranto e provincia, ha raccolto il mondo dell’associazionismo, i sindacati, rappresentanti delle istituzioni e soprattutto le tante associazioni di cittadini africani che vivono e lavorano nel territorio. C’era anche don Emanuele Ferro, parroco della cattedrale di San Cataldo, che nei giorni scorsi aveva parlato con parole dure e insieme cariche di civismo, ricordando che Taranto è anche accoglienza, relazione, responsabilità.
Tra la folla, in silenzio, c’era il fratello di Bakary. Scosso, incapace di parlare. «Non ci sono più parole», ha sussurrato a chi gli era vicino.
Remo Pezzuto, coordinatore di Libera Taranto: «Siamo qui per interrogarci come comunità. Che cosa sta diventando Taranto? E soprattutto: che cosa vogliamo che diventi?». Ha ricordato Bakary come «un uomo di 35 anni, un bracciante agricolo del Mali, che si alzava all’alba per andare a lavorare. Aveva scelto la strada più difficile e dignitosa: quella della fatica e della responsabilità». Eppure quella vita «è stata spezzata con una violenza brutale». Le indagini, ha detto, «ci stanno raccontando una verità che fa ancora più male: dietro questo omicidio ci sono giovanissimi ragazzi». Per Pezzuto, questa non è solo una vicenda criminale: «È una sconfitta collettiva, il segno di una ferita sociale, educativa e culturale profondissima».
Ha parlato di un limite che si è rotto: «Si è rotto il rispetto della vita umana, il valore dell’altro». E ha denunciato l’abbandono sociale in cui crescono tanti ragazzi: «La violenza nasce nell’assenza di opportunità, nella povertà educativa, nella solitudine».Ha ricordato che quando una persona «smette di essere vista come un essere umano e diventa solo uno straniero, un immigrato, un altro, allora diventa più facile colpirla. E più facile accettare persino l’orrore». Bakary, ha detto, «non era un numero, non era uno slogan. Aveva sogni, paure, affetti, dignità. Aveva il diritto di vivere e di sentirsi al sicuro in questa città».
Per questo, ha insistito, il presidio «deve essere più di una commemorazione: deve essere una scelta collettiva». Una scelta che dica chiaramente che «a Taranto non c’è spazio per il razzismo, non c’è spazio per la violenza, non c’è spazio per la cultura criminale che ruba il futuro ai giovani»
Ha citato una frase del Teatro degli Orrori: «È nell’indifferenza che un uomo muore davvero» «Noi oggi siamo qui per rifiutare l’indifferenza. Per dire che la vita di Bakary conta »
Il segretario generale della Cgil di Taranto, Giovanni D’Arcangelo – citazioni
Tutto malgrado gli appelli, gli allarmi, e mentre si continua a sottostimare un fattore molto più rischioso dell’emigrazione, ovvero il disagio sociale, l’abbandono delle periferie, la fragilità di un tessuto urbano che ormai scricchiola sotto i colpi inferti dalla crisi, dalla disoccupazione e dalla povertà. Anche in questo caso, non serve il cordoglio e la solidarietà, servono le azioni concrete.”
“L’agguato in cui è morto Bakary Sako è la terra emersa di un disagio più profondo – commenta ancora D’Arcangelo –, di un fenomeno crescente di disagio giovanile e non solo che noi abbiamo documentato con il continuo assalto agli autobus di trasporto pubblico, con l’aggressione al personale sanitario, con le botte agli operatori del 118, con i piani sociali di zona che vanno affrontati come strumento utile e necessario”.
“Come Cgil conosciamo benissimo il tema del lavoro bracciantile, lo stesso che svolgeva con grande rigore e dignità Bakary Sako – termina D’Arcangelo – e per questo ci rivolgiamo agli organi istituzionali affinché aprano finalmente, con tutte le parti rappresentative del territorio, lavertenza Tarantoin maniera più estesa e coordinata”.
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un altro articolo di cui il titolo:: se vuoi apri il link per leggere
Nasce la piattaforma “Taranto è Italia”. Cgil, Cisl e Uil rilanciano la battaglia sindacale sulle enormi crisi aperte: “Non più solo una questione di indicatori economici. Qui intaccato il tessuto sociale, le relazioni umane, la fiducia verso il futuro”
Tribunale Usa sospende le sanzioni di Trump contro Francesca Albanese.
La relatrice speciale Onu sulla Palestina: “Ringrazio quanti hanno fornito aiuto”
WASHINGTON, 14 maggio 2026, 07:26
Redazione ANSA
BRUSSELS, BELGIUM – APRIL 22: Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian Territory, Francesca Albanese delivers a speech during the Global Sumud Parliamentary Congress in Brussels, Belgium on April 22, 2026. Bringing together lawmakers, representatives of political parties and public institutions, UN rapporteurs and prominent figures from around the world, the congress has begun as the Global Sumud Flotilla that set off for Gaza on April 12 continues its journey. (Photo by Dursun Aydemir/Anadolu via Getty Images)
Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che
un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall’amministrazione Trump.
In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che “tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico”, ringraziando la figlia e il marito “per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora” in base alla considerazione che “insieme siamo Uno”.
Il giudice distrettuale Richard Leon ha stabilito che l’amministrazione Trump ha probabilmente violato i diritti di Albanese garantiti dal ‘Primo Emendamento’ quando le ha imposto sanzioni nel luglio 2025, con misure sembravano prendere di mira direttamente le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Israele, decidendo di sospenderle in via temporanea.
Albanese ricopre il ruolo di relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi dal 2022, il cui recente lavoro si è concentrato sulla campagna militare israeliana contro Hamas a Gaza. Ha accusato Israele di aver commesso “genocidio” e violazioni dei diritti umani a Gaza, e ha segnalato alcuni funzionari israeliani alla Corte Penale Internazionale (Cpi) per un eventuale processo, tra cui il premier Benjamin Netanyahu.
Il marito di Albanese, Massimiliano Cali,ha intentato la causa a febbraio agendo per conto proprio, della moglie e della loro figlia, sostenendo che le sanzioni del Dipartimento di Stato del 2025 violassero i diritti di libertà di espressione della consorte.
Leon, giudice nominato dall’ex presidente George W. Bush, ha rilevato che “se Albanese si fosse invece opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203″, in un parere motivato di 26 pagine. “Pertanto, l’effetto della designazione di Albanese è quello di ‘punire’ e, di conseguenza, di ‘reprimere le espressioni sgradite'”.
Il giudice ha inoltre stabilito che Albanesegodeva della tutela della Costituzione americana, malgrado risiedesse al di fuori del Paese, ritenendo che possedesse legami “sostanziali” con gli Usa, sufficienti a far valere i diritti garantiti dal Primo Emendamento.
Gli oppositori di Albanese l’hanno accusata di riprendere le argomentazioni di Hamas su Israele: rilievi negati dalla relatrice Onu, a partire da quelli sul sostegno ai gruppi terroristici, insieme al rigetto dell’equiparazione delle sue critiche verso Israele con l’antisemitismo.
Massimiliano Calì
Economista senior, Banca Mondiale
Massimiliano Cali è economista senior presso la Banca Mondiale per la regione Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan e Pakistan (MENAAP). Presso la Banca Mondiale, ha coordinato attività di consulenza macroeconomica e fiscale in Tunisia; consulenza e finanziamenti in materia di commercio e competitività in Indonesia; e analisi su commercio, povertà e conflitti all’interno del team per il commercio globale. Prima di entrare a far parte della Banca, è stato ricercatore presso l’Overseas Development Institute e economista presso l’Ambasciata italiana in Bolivia, e ha svolto attività di consulenza per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito (UK Department for International Development) e la Banca Asiatica di Sviluppo (ASBD). La sua ricerca più recente si concentra su come le politiche industriali e commerciali influenzino i mercati del lavoro e le dinamiche aziendali nelle economie in via di sviluppo, nonché sulle cause e conseguenze economiche dei conflitti. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Geografia Economica presso la London School of Economics and Political Science.
Stampa del 1703; all’epoca la città era denominata semplicemente Ariano e nel suo stemma compariva unicamente la lettera A
Francesco Cassiano de Silva – Giovan Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva (1703), Parte Prima F
Veduta prospettica dal piano della Croce, alle falde del castello di Ariano; in primo piano si nota la medievale Croce longobarda. Originale: Henrico D. – [1]
Ariano Irpino è un comune italiano di 20 600 abitanti (dati, febbraio 2026) della provincia di Avellino in Campania. «Il Paese di Ariano di Puglia siede in cima all’Apennino; il suo territorio estendesi sui due fianchi della catena.» (William Paget Jervis, I tesori dell’Italia sotterranea). La sua posizione si trova a metà tra l’Adriatico e il Tirreno.
Il centro cittadino si sviluppa in posizione dominante su tre alti colli (Castello, Calvario e San Bartolomeo), da cui il soprannome diCittà del Tricolle.
Alle prime genti appenniniche subentrano gli Irpini(Hirpini), una bellicosa tribù italica di etnia sannitica e di lingua osca stanziatasi sul territorio in epoca preromana. A tale civiltà appartiene infatti il variegato vasellame artistico (anche del tipo kántharos) racchiuso nei corredi delle piccole necropoli locali e ascrivibile alla cosiddetta cultura di Casalbore-Castelbaronia (secoli VI-V a.C.), tipica dell’area nord-irpina.
A Tricolle si stabilisce il ducato di Benevento ( Longobardi ). Con la conquista normanna dell’Italia meridionale, Ariano assume un ruolo di primaria rilevanza: RUGGERO IISI INSEDIA AD ARIANO E PROMULGA ( Assise di Ariano ) UNA SERIE DI LEGGI CHE SARANNO CHIAMATE COSTITUZIONE DI MELFI ( FEDERICO II, 1231 ) che, insieme alla Magna Charta inglese, fa parte delle prime Cosituzioni.
L’Italia meridionale nel XII secolo, l’epoca di massimo splendore per la città di Ariano User:MapMaster
La facciata cinquecentesca della basilica cattedrale di Ariano Irpino, dedicata all’Assunzione di Maria Santissima Francesco Fiorellini – Opera propria
La villa comunale, il giardino del castello Francesco Fiorellini
Gli Stati Uniti e la Cina “dovrebbero essere partner, non rivali”.
Lo ha detto il presidente cinese Xi Jinping all’omologo Usa Donald Trump accogliendolo alla Grande sala del popolo. Xi ha detto inoltre a Trump di essere “felice” per la visita in un momento in cui il mondo si trova a un “bivio”.
Il presidente degli Stati Uniti ha elogiato il “fantastico rapporto” che ha con il presidente cinese Xi Jinping durante i saluti iniziali del bilaterale e ha detto di avere “grande rispetto” per Xi e la Cina, lodandolo come un “grande leader”. Trump ha detto a Xi che l’incontro è “un onore come pochi altri che abbia mai avuto” e “avremo un futuro fantastico insieme”.
Xi Jinping ha avvertito Trump che Stati Uniti e Cina potrebbero “entrare in conflitto” se la questione di Taiwan venisse gestita in modo errato. Nel corso dei colloqui in corso Xi Jinping ha sottolineato che “la questione di Taiwan è il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti” e che “se gestita correttamente, le relazioni tra i due Paesi possono mantenere una stabilità generale”, ma “se non gestita correttamente, i due Paesi potrebbero scontrarsi, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa”.
Gli Stati Uniti hanno espresso “un chiaro e fermo sostegno” a Taiwan. Lo ha dichiarato ai giornalisti la portavoce del governo di Taiwan, Michelle Lee, come riferito dai media di Taiwan. “La parte statunitense ha ripetutamente ribadito il proprio chiaro e fermo sostegno a Taiwan”, ha dichiarato Lee.
Xi Jinping, durante i colloqui ha dichiarato che si aspetta che il 2026 sia un “anno storico e di svolta” che aprirà un nuovo capitolo nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti, sottolineando che i due Paesi hanno più interessi comuni che divergenze. Il successo di uno è un’opportunità per l’altro, e una relazione bilaterale stabile è un bene per il mondo, ha aggiunto Xi, sottolineando che Cina e Stati Uniti dovrebbero essere partner anziché rivali e che i due Paesi dovrebbero aiutarsi a vicenda per avere successo e prosperare insieme, e trovare il modo giusto affinché i grandi Paesi possano andare d’accordo nella nuova era.
“Attendo con interesse le nostre discussioni sulle questioni fondamentali importanti per i nostri due Paesi e per il mondo, e di lavorare insieme a voi per tracciare la rotta e guidare la gigantesca nave delle relazioni sino-americane, in modo da rendere il 2026 un anno storico e di riferimento che apra un nuovo capitolo nelle relazioni sino-americane”, ha detto Xi.
I legami economici tra Cina e Stati Uniti sono reciprocamente vantaggiosi e di natura vantaggiosa per entrambe le parti ha affermato il presidente cinese Xi. “Ieri, i nostri team economici e commerciali hanno raggiunto risultati nel complesso equilibrati e positivi. Si tratta di una buona notizia per i cittadini dei due Paesi e per il mondo”, ha dichiarato Xi. I fatti hanno dimostrato più volte che le guerre commerciali non hanno vincitori, ha osservato. “Laddove esistono disaccordi e attriti, la consultazione su un piano di parità è l’unica scelta giusta”, ha affermato Xi, invitando le due parti a sostenere congiuntamente il buon slancio che hanno lavorato duramente per creare.
La Cina si “aprirà ancora di più” al mondo ha affermato Xi Jinping. “Le porte della Cina verso il mondo esterno si apriranno sempre di più.” e “le aziende americane godranno di prospettive ancora più rosee in Cina”, ha affermato Xi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono stretti la mano all’arrivo del leader della Casa Bianca alla Grande sala del popolo di Pechino ( foto sotto ). Dopo aver ascoltato gli inni di entrambi i Paesi, il tycoon e Xi hanno camminato prima davanti alla parata militare ( foto sotto ) e poi davanti a centinaia di bambini ( foto sotto ) festanti che hanno sventolato i fiori simbolo di entrambi i Paesi. Insieme al presidente Usa, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Guerra, Pete Hegseth e i Ceo della Silicon Valley, inluso Elon Musk. Dopo la cerimonia di benvenuto, Trump ha detto di essere stato “particolarmente colpito da quei bambini” che lo hanno salutato con entusiasmo all’esterno della Grande sala del popolo di Pechino. “Erano felici. Erano bellissimi”, ha detto Trump. “Quei bambini erano fantastici e rappresentano così tanto”.
Taiwan, la Cina è l’unico rischio per la pace e la stabilità regionali
Il ministero degli Esteri di Taiwan ha dichiarato che la Cina rappresenta l'”unico rischio” per la pace e la stabilità regionali, dopo che il presidente cinese Xi Jinping aveva avvertito il suo omologo statunitense Donald Trump che la questione di Taiwan potrebbe sfociare in un conflitto. “Le autorità di Pechino rappresentano attualmente l’unico rischio per la pace e la stabilità della regione”, ha affermato il ministero in una dichiarazione, sottolineando come prova le “provocazioni militari” della Cina e le attività nella zona grigia intorno a Taiwan e nella regione, e aggiungendo che “Pechino non ha alcun diritto di avanzare rivendicazioni su Taiwan a livello internazionale”.
Anche il nostro Didì fa ogni tanto delle facce da strappar le lacrime al mondo, ma in lui è tutta una scena per avere coccole, o anche qualcosa godurioso da mettere in bocca, ma soprattutto carezze: starebbe ore a farsi dire, mentre lo accarezzi : ” povera gioia, povero povero.. ” con tutte le diverse variazioni, tipo : ” sei il cane più bello del mondo “, ” sei fiero, ardito “, ” sei straordinario “, e qui è quando scodinzola di più..
E’ un attore consumato, queste faccine da derelitto le fa soprattutto quando lo sgridi per qualcosa che lui sa di aver sbagliato, come adesso — è vecchietto e le sue funzioni di scarico hanno scelto la libertà – Ho appena visto – che ha fatto due volte la pupù in sala e la pipì in cucina: tutto in una volta ! La faccia che mi ha fatto è proprio del cane abbandonato senza neanche un collare, l’ultimo del mondo.. E chi non lo terrebbe abbracciato per sempre, soprattutto oggi che ci ha lasciato da qualche anno ?
Come sempre accade con le morti, l’unica consolazione che resta è che lo abbiamo letteralmente ” adorato “. Mi viene in mente, poverino, che gli ultimi mesi ogni due passetti doveva fare la pipì, se lo tenevo in braccio non la faceva. Amore per il braccio ma anche affetto per me, non vi pare ? Ho bisogno di sentirmi perdonata.
Non voglio dire strampalatezze: ma lui era il ” mio tu ideale “, con lui stavo sempre bene, lo amavo e lui anche. Una vera reciprocità continua che non è di questo mondo. Ce l’hai con alcuni rarissimi amici o, anche con alcuni familiari, ma con gli uni non ci abiti, e con gli altri, si tratta di momenti rari. Con Didì era ” sempre “: forse perché io ho un’anima da cane, lui si è trovato bene con un altro suo simile e si è rassegnato che non avessimo la stessa faccia. A me , la sua, è sempre parsa bellissima.
Ho dentro una gran pena: di averlo lasciato solo nella notte in cui è morto.
Stava male, il veterinario ci ha consigliato una clinica per cani ad Imperia- mi pare. Arrivati lì, la visita; poi ci hanno detto che dovevamo lasciarlo lì tutta la notte, ho chiesto di portarlo a casa: non era possibile perché doveva rimanere immobile fino al mattino quando avrebbero fatto l’intervento. L’ho tenuto molto tempo in braccio, gli ho parlato, poi mi sono dovuta rassegnare. Alla mattina alle 7 mi chiamano di andare subito che sta morendo– Siamo andati subito, grazie ad un amico, ma era già morto. Era la prima volta che stava da solo, senza famiglia, e questo deve aver affrettato le cose.
Questa pena me la porterò sempre dentro.
*** Noi tutti che parliamo dei migranti (contro i migranti, per i migranti) siamo remoti dai migranti. Tra noi e loro c’è un abisso esistenziale, prima ancora che sociale. Abbiamo destini diversi: avuti in sorte senza alcun merito. Ogni volta che provo a misurare la distanza che ci separa, vengo inghiottito dalla vertigine di una ingiustizia infinita. Senza possibile rimedio. Penso che un Dio di giustizia e di amore debba esserci anche solo per questo: per pareggiare i conti, almeno di là. Lo penso con sollievo, per loro. Con terrore per noi: per me. La destra xenofoba, fascista e razzista che ci governa li usa per conquistare il potere: e prima o poi qualcuno gliene chiederà conto. Ma nemmeno noi, noi che la pensiamo al contrario, siamo innocenti: come possiamo, noi, continuare a vivere “nelle nostre tiepide case: noi che troviamo, tornando a casa, cibo caldo e visi amici”?
L’ultimo libro di Maurizio Pagliassotti (La guerra invisibile. Un viaggio sul fronte dell’odio contro i migranti, oggi in libreria per Einaudi) ci costringe a non distogliere lo sguardo. È il mestiere del giornalista, del reporter: e Pagliassotti lo fa davvero.
Percorrendo, in buona parte a piedi, i seimila chilometri che vanno da Ventimiglia al confine tra Turchia e Iran: la rotta balcanica, l’altro Mediterraneo in cui spariscono i migranti. Guardando, e raccontando. È un fronte bellico, dice Pagliassotti: i suoi occhi vedono una guerra, la sua scrittura la fa vedere anche a noi. Una guerra “sconosciuta a molti attori del dibattito pubblico e politico, che parlano e twittano sulla base di slogan e luoghi comuni”.
Una guerra contro i migranti: per tenerli fuori dalla fortezza Europa. Una guerra che non potremo tenere per sempre lontana da noi. Perché in realtà, scrive, “riguarda noi. Soprattutto quel vastissimo mondo di mezzo che non sa come schierarsi e si dibatte tra un compassionevole ‘Poveretti’ e un preoccupato ‘Ma sono troppi, come facciamo a prenderli tutti. Aiutiamoli a casa loro’. Questo libro vorrei che fosse letto proprio da costoro, ma non per scatenare un senso di pena o un cedimento umanitario, sentimenti a cui non credo più, bensì per dire loro che la ferocia che c’è al di là di Trieste prima o poi vi raggiungerà”. È difficile, questo discorso: perché – scrive ancora Pagliassotti – ormai “la parola stessa ‘migrante’ provoca resistenza, perché ormai segregata dentro un cliché semantico che la rende debole e lontana. Ho visto la guerra che stiamo combattendo e vincendo contro i migranti, sebbene con grande fatica e sperpero di risorse, per questo ho deciso di chiamarli nemici in queste pagine. Ma ora, al termine di questo racconto in cui io stesso ho ondeggiato, qualcosa mi appare più chiaro. L’Italia e l’Europa, mi appaiono in questo settembre 2022 lanciate verso un futuro fatto sempre più di rancore mal represso, perché la guerra alla povertà è stata soppiantata dalla guerra ai poveri”. È questa la guerra mondiale: quella dei ricchi contro i poveri.
Ma allora almeno proviamo a guardarli in faccia, questi nostri nemici. Come quelli che Maurizio incontra chiusi in una cantina di Edirne, città turca subito dopo il confine con la Grecia, cioè con noi. “Apro la porta della cantina – scrive – e vengo assalito da un fetore che prende alla gola e mi provoca un conato di vomito, ma resisto e riesco a vedere in una piccola stanza larga due metri e mezzo e lunga tre, dei corpi di alcuni esseri umani seminudi. Ricordo che non ho pensato subito che fossero uomini, bensì un ammasso di stracci dal colore beige, indefinito: c’era poca luce e una singola lampadina era accesa in un angolo. Non hanno scarpe, non hanno pantaloni, alcuni indossano solo delle mutande o una calza, altri sono rannicchiati nudi in un angolo di fianco alla stufa elettrica che emette il calore necessario per non morire assiderati. (…) Tutte le bocche sono sdentate, circondate da labbra secche e spaccate dal freddo. Quello che vedo è l’uomo allo stato bestiale, che si getta sul cibo, pronto a divorare il suo vicino pur di avere un tozzo di pane: sono sporchi, luridi, hanno gli occhi scavati e le barbe lunghe, le mani sono nere e coperte di fango. I loro corpi stanno marcendo da vivi, sono dei morti che vivono in una catacomba, dei morti che ostinatamente non vogliono prendere coscienza della loro condizione. Si rifiutano di uscire da molti giorni, da quando hanno subito la pedagogia del terrore della frontiera turco-greca. Poi gli uomini morti mi vedono meglio e allora si avvicinano come un plotone di zombi mentre masticano e con le mani reggono il cibo che non riescono a spingere in bocca. Allora capita una cosa che non mi era mai successa: vogliono che li fotografi”.
Sull’umiliazione e sulla paura vince la dignità: ché almeno noi europei siamo costretti a vedere il prezzo della nostra vittoria sui migranti. Un prezzo mostruoso.
LIBRO DI MAURIZIO PAGLIASSOTTI
2023
Passaggi Einaudi
pp. XVI – 240
€ 18,00
2023
Un viaggio sul fronte dell’odio contro i migranti
L’Europa conduce contro i migranti una guerra invisibile e silenziosa. Maurizio Pagliassotti ha viaggiato per seimila chilometri lungo questo fronte dell’odio. Perché il mondo deve sapere.
Dalla rotta alpina italo-francese al confine turco-iraniano, Maurizio Pagliassotti, un brillante scrittore dalla penna acuminata, affronta un viaggio lungo seimila chilometri, in parte a piedi. E va alla scoperta dell’altro fronte di guerra interno, tra Europa e Asia minore: quello contro i migranti. Un fronte di lunga durata, ben piú di quello ucraino, ma molto piú nascosto o del tutto invisibile. Una guerra vittoriosa perché il nemico, il migrante, alla fine è battuto, ridotto a vivere nascosto e braccato in piccoli gruppi lungo la rotta dei Balcani o in Turchia. Il coraggioso progetto dell’autore è essere migrante tra i migranti, trafficante tra i trafficanti, anarchico tra gli anarchici: per raccontare aspirazioni, astuzie, sconforti e per dare un’idea molto da vicino di cosa sia il cuore oscuro dell’Europa. Un’idea sconosciuta a molti attori del dibattito pubblico e politico, che parlano e twittano sulla base di slogan e luoghi comuni.
Scrittore e giornalista, ha scritto per Il Manifesto. In due libri di denuncia (Chi comanda Torino e Sistema Torino sistema Italia) si è occupato del degrado e della cattiva amministrazione del capoluogo piemontese. Per Bollati Boringhieri si è occupato di migrazioni internazionali, nel libro del 2019 Ancora dodici chilometri. Migranti in fuga sulla rotta alpina. Negli ultimi anni ( dal 2020 ) ha scritto per il quotidiano ” Domani ”
1912
50x 60 cm Kunstmuseum Moritzburg Halle – Germania
Sulla copertina del nuovo numero di Limes ci sono due gatti arrotolati insieme che paciosamente dormono.
L’idea era quella di rappresentare la Germania ancora divisa in due nonostante l’unificazione. Attraverso le lenti dell’economia e della statistica, si può ben vedere come non sia affatto un paese amalgamato. Inoltre la Germania oggi risulta essere sonnacchiosa e pigra, proprio come i due morbidi gatti.
Normalmente le copertine di Limes sono frutto della mia immaginazione ma stavolta, per trovare l’immagine che serviva, ho voluto omaggiare un artista tedesco che dipingeva animali molto colorati, con i quali costrinse persino Adolf Hitler a fare un passo indietro.
L’artista di cui parlo si chiamaFranz Marc, nato a Monaco di Baviera l’8 febbraio del 1880.
Franz Marc è morto molto giovane, a soli 36 anni, sul campo di battaglia di Verdun in Francia, durante la prima guerra mondiale. Era il 4 marzo del 1916 e si trovava per la precisione a Braquis, a est di Verdun; era in ricognizione proprio su un cavallo, il suo animale preferito anche nell’arte. Una scheggia partita da chissà dove e da chissà quale esplosione lo ferì mortalmente. Il caso ha voluto che proprio in quel giorno il governo tedesco avesse fatto recapitare una lettera di esonero che lo avrebbe portato via dal fronte per meriti artistici. Marc era partito volontario per la prima guerra mondiale, voleva essere accanto al suo paese e lottare per i comuni ideali. Anche durante la guerra però, non aveva mai smesso di disegnare; teneva sempre con sé un libretto per appunti. Da ragazzo aveva studiato teologia e filosofia, prima di lasciar convergere i suoi sforzi solo nell’Accademia di Monaco. La religione infatti, è stata un elemento dominante sia nella sua vita che nella sua arte. Nella fase iniziale come pittore, la bellezza della natura era il suo modello preferito.
Era il 1900 e il 1906 la sua vita ha un percorso a zig-zag, non solo dal punto di vista pittorico ma anche da quello sentimentale. Un umore altalenante lo rende molto instabile. Nell’estate del 1907 il suo primo matrimonio viene dichiarato sciolto e Franz Marc decide improvvisamente di fare un viaggio a Parigi. Qui avviene una svolta nella sua vita artistica. Conosce Paul Cézanne, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh. Le opere di Van Gogh lo folgorano perché riguardano la natura. Sono paesaggi anche comuni, ma trasportati dalla forza del colore e interpretati dall’energia poetica dell’artista stesso. Risultato, un paesaggio naturale che lascia trasparire l’animo umano con tutte le sue contraddizioni.
“Van Gogh è il pittore più autentico, il più grande, il più commovente che conosca. Dipingere un po’ della natura più ordinaria, mettendo tutta la propria fede in esso – questo è il risultato supremo… Ora dipingo… solo le cose più semplici… e il mistero della natura si trova”.
Franz Marc
Franz Marc aveva già utilizzato gli animali come soggetti dei suoi quadri, perché li considerava più puri delle persone. Ma prima del 1908 dipingeva animali domestici in posizioni placide, proprio come i gatti in copertina. Dopo il 1908 cambia modo di utilizzare il colore e attraverso di esso dona ai suoi animali spiritualità. Costruisce un codice del colore dove il blu rappresenta la spiritualità e la virilità, il giallo rappresenta la femminilità e la sensualità, mentre invece il rosso è la materialità terrestre, che non deve mai prevaricare gli altri colori. Con questo senso del colore, il suo lavoro si avvicina a quello del grande artista russo Wassily Kandinsky, studioso di forme e di colori che servivano a infondere spiritualità nell’arte. In questo incrocio di grandi forze creative, i due pittori fondano una rivista dal nome Der Blaue Reiter, “Il cavallo azzurro”.
“Il nome, Der Blaue Reiter, lo trovammo, Marc e io, davanti a una tazza di caffè sotto il pergolato di Sindelsdorf: a entrambi piaceva il blu. E a Marc piacevano i cavalli, a me i cavalieri. E così il nome venne fuori da solo.”
Era il dicembre del 1911 e attorno a questa rivista – che rappresentava anche un nuovo movimento artistico – si agganciano altri importanti artisti come Paul Klee, August Macke, Gabriele Münter (la compagna di Kandinsky), Alexej von Jawlensky e Alfred Kubin. Il movimento Der Blaue Reiter organizzò molte mostre in Germania, fino allo scoppio della prima guerra mondiale. In quei prolifici anni, Franz Marc dipinse il suo capolavoro dal nome La torre dei cavalli azzurri. E qui la storia si riallaccia alla morte dell’artista: sì, perché la sua morte innesca una catena di eventi che ancora non si è chiusa. Proprio come nei versi di una canzone di Fiona Apple.
Stavo urlando nel canyon Nell’istante della mia morte L’eco che ho provocato Ha sovrastato il mio (ultimo) respiro La mia voce ha provocato una valanga E ha sepolto un uomo che non avevo mai conosciuto E quando lui è morto la sua vedova sposa Ha incontrato tuo padre e loro ti hanno generato Io ho solo una cosa da fare ed è Essere l’onda che io sono e Scomparire nell’oceano
Quando Franz Marc muore, “l’onda dell’Oceano” si mette in cammino.
La Torre dei Cavalli Blu ( in tedesco : Der Turm der blauen Pferde ) –
1913
olio su tela
200 cm × 130 cm È considerata una delle sue opere migliori, ma è andata perduta nel 1945.
Schizzo del 1912/13 su una cartolina indirizzata a Else Lasker-Schüler. Lo schizzo preliminare a inchiostro e guazzo è sopravvissuto sotto forma di cartolina di Capodanno per quell’anno alla poetessa Else Lasker-Schüler , una delle 28 cartoline dipinte che l’artista le inviò e a cui lei rispose con lettere illustrate utilizzate in seguito nel suo romanzo Malik .
La Galleria nazionale tedesca di Berlino nel ’16 acquista La torre dei cavalli azzurri, l’opera di spicco di tutta la collezione.
Nel 1937 la tela viene requisita dai nazisti perché era stata inserita nella mostra di Arte Degenerata voluta da Hitler; tutti gli artisti del movimento Der Blaue Reiter erano visti come Arte Degenerata. All’inaugurazione della mostra però ci furono molte proteste da parte dei visitatori e soprattutto dei commilitoni del reggimento di cui faceva parte Franz Marc a Verdun. Franz Marc era morto sul campo di battaglia, aveva dato la vita per la Germania e non poteva essere infangato così. Hitler dovette far rimuovere l’opera dalla mostra. Hermann Göring però la requisì e così La torre dei cavalli azzurri entrò nella collezione privata del principale luogotenente del Führer.
Göring aveva accumulato opere d’arte di valore inestimabile durante il nazismo e molte di queste sono state rintracciate grazie alle vendite effettuate; purtroppo, per La torre dei cavalli azzurri non c’è traccia di alcuna transazione economica. Il quadro è stato visto l’ultima volta in una casa di Berlino Est nel1947.Dopo più niente. Sparito nel nulla. Oggi quella casa è diventata una galleria d’arte.
Negli ultimi anni, un’equipe di artisti tecnologicamente attrezzati ha riprodotto l’opera dopo un attento studio del colore. Il risultato è commovente e sprigiona la forza che Franz Marc ha impresso alla tela. Sicuramente l’energia dell’onda blu non si fermerà e prima o poi spunterà per essere condivisa dal mondo intero.
L’arte non è altro che l’espressione del nostro sogno; più ci arrendiamo ad essa più ci avviciniamo alla verità interiore delle cose, alla nostra vita da sogno, alla vita vera che disprezza le domande e non le vede.
Ben Gvir è parte del partito estremista religioso Otzma Yehudit, ma le sue radici politiche – come quelle del suo partito – affondano nel Kach, l’organizzazione politico-militare fondata dal rabbino Meir Kahane, messa fuori legge in Israele nel 1994 dopo aver sostenuto un massacro di palestinesi riuniti in preghiera a Hebron. Oggi molti membri del Kach militano nelle fila di Otzma Yehudit, e nel 2004 Ben Gvir ha pregato sulla tomba di Baruch Goldstein, l’estremista di destra autore di quel massacro.
— la bandiera del Kach, movimento fondato dal Meir Kahane, il rabbino fondatore del movimento e coniatore del termine, che vede lo Stato d’Israele come il centro universale dell’ebraismo vedendo quindi promulgata la cittadinanza ai soli ebrei, formando una costituzione teocratica istituita secondo la Halakhah e indicando la guerra come unica soluzione per risolvere problemi quali la questione palestinese e l’antisemitismo dei paesi musulmani. Sebbene illegale, negli ultimi vent’anni si è diffuso nella società israeliana e dal ’22 è al governo con Ben Gvir.
Lavorano per l’istituzione di uno stato teocratico governato secondo la Halakhah espanso da Israele a parte del Medio Oriente, dando possibilità di voto esclusivamente alle persone di religione ebraica, cosa che potrebbe indebolire fortemente le politiche di paesi vicini come Palestina, Iraq, Egitto, Giordania, Siria e Libano
1.
MICROMEGA, CHRISTIAN ELIA- 27 FEBBRAIO 2024
A 30 anni dalla strage di Hebron: quella violenza suprematista oggi al timone di Israele
30 anni fa la strage di Hebron(al-Khalil), in Cisgiordania, perpetrata da Baruch Goldstein, colono estremista, israeliano di origine americana.
Israele: il kahanismo è tornato. E questa volta vuole restare
Dopo quarant’anni dalla messa al bando del movimento di Meir Kahane, la sua ideologia è oggi al centro della politica israeliana, trasformandosi da frangia eversiva a forza di governo al fianco di Netanyahu.
Buona serata, e speriamo che non piova “. ROSSELLA
“La notte di Gaza è buia se non per i bagliori
dei missili; tranquilla se non per il rumore
delle bombe; terrificante se non per la tranquillità
delle preghiere;
nera se non per la luce dei martiri. Buona notte, Gaza”
Hiba Kamal Abu Nada (in arabo هبة كمال أبو ندى; La Mecca, Arabia Saudita, il 24 giugno 1991, da una famiglia immigrata – Khan Yunis, 20 ottobre 2023) è stata una poetessa e romanziera palestinese.
È cresciuta a Gaza e ha studiato all’Università Islamica di Gaza, dove ha conseguito una laurea in biochimica, e in seguito un master in nutrizione presso l’Università al-Azhar.
Nel 2017 siè classificata al secondo posto nello Sharjah Award for Arab Creativity con il romanzoOxygen is not for the dead (L’ossigeno non è per i morti).
Durante l’assedio di ottobre 2023 hapubblicato alcune memorie e poesie.
L’obiettivo principale della risposta iraniana al quadro proposto dagli Stati Uniti è la “cessazione immediata della guerra” e il “ripristino della sicurezza marittima” nel Golfo Persico e nello strategico Stretto di Hormuz.
Lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Isna, gestita principalmente da studenti universitari.
Secondo l’attuale roadmap proposta, i negoziati in questa fase rimangono strettamente dedicati ai meccanismi per porre fine alle ostilità e risolvere la crisi regionale. La consegna di questo documento è considerata uno sviluppo cruciale negli sforzi diplomatici in corso per stabilizzare le acque della regione e porre fine all’attuale conflitto militare.
Netanyahu, ‘la guerra all’Iran non è finita, c’è l’uranio da portare via’.
Premier Israele alla Cbs: ‘Ci sono ancora siti di arricchimento da smantellare’
Le scorte di uranio arricchito in possesso dell’Iran devono essere “rimosse” prima della conclusione della guerra di Usa e Israele contro Teheran.
Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu in un’intervista alla Cbs.
La guerra “non è finita, perché c’è ancora materiale nucleare, l’uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran. Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati”, ha aggiunto Netanyahu in un estratto di intervista del programma ’60 Minutes’. “Si interviene e lo si porta via”, ha rincarato il leader israeliano, rispondendo alla domanda su come l’uranio potesse essere rimosso.
UNRWA ( Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) è un’agenzia ONU istituita nel 1949 per fornire assistenza, istruzione, sanità e servizi sociali a oltre 5 milioni di rifugiati palestinesi a Gaza, Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria.
Il campo di Askar, fondato nel 1950, confina con il comune di Nablus nella parte settentrionale della Cisgiordania. La popolazione del campo crebbe significativamente tra il 1950 e il 1960. Alcuni residenti si stabilirono successivamente in un’area a un chilometro di distanza, oggi nota come New Askar. Gli abitanti di New Askar inizialmente utilizzavano molte delle strutture presenti nel campo di Askar.
Tuttavia, con l’aumento della popolazione di rifugiati a New Askar, l’UNRWA ha iniziato a fornire servizi di istruzione e sanitari in questa località. Dopo gli Accordi di Oslo, il campo di Askar è passato sotto il controllo palestinese (Area A), mentre New Askar è passata sotto il controllo congiunto palestinese e israeliano (Area B).
Il campo profughi di Askar è tra i più densamente popolati della Cisgiordania. Il sovraffollamento e la disoccupazione sono tra i problemi più gravi. Le abitazioni fatiscenti e le condizioni di vita anguste non offrono alcuna privacy ai residenti, aggravando il loro stress fisico e psicologico. Nonostante le difficoltà, il campo di Askar vanta una vivace società civile con numerose organizzazioni di base presenti al suo interno.
Dal 7 ottobre 2023, l’escalation di tensione, violenza e le crescenti restrizioni alla libertà di movimento e di accesso hanno rappresentato sfide e ostacoli significativi per la risposta umanitaria in tutti i campi profughi.
Tutti i dati presentati sono dati annuali dell’UNRWA per il 2023
Mentre viveva in Palestina, fece parte del movimento studentesco e in seguito del movimento di solidarietà internazionale. Arrivato in Spagna, continuò il suo attivismo e si unì alla Comunità Palestinese della Catalogna e al Sindacato Alternativo della Catalogna come segretario per le relazioni internazionali . In seguito a questa posizione, divenne coordinatore della Rete Europea dei Sindacati per la Giustizia in Palestina e mantiene i legami con la Conferenza Popolare dei Palestinesi all’Estero (CPPE).
Nel 2025, in qualità di coordinatore della Coalizione Internazionale contro l’Occupazione Israeliana, organizzò la Marcia Globale a Gaza, che doveva essere una marcia a piedi verso Rafah . Tuttavia, in Egitto , fu arrestato e torturato per tre giorni e dovette tornare inCatalogna.
Nello stesso anno, fece parte del comitato di coordinamento della Global Sumud Flotilla , insieme a figure , insieme a figure come Greta Thunberg , Nadir Al-Nuri e Kleoniki Alexopoulou . Abbandonò il viaggio al largo della costa italiana per precauzione. In qualità di direttore della società di navigazione di comodo Cyber Neptune, gestì l’acquisizione delle navi che facevano parte della spedizione.
Abukeshek poco prima di salpare per la Global Sumud Flotilla il 12 aprile 2026 a Barcellona.
ph. Aniol – Opera propria
In questi giorni- dal 12 aprile
Nel 2026, partecipò alla seconda Global Sumud Flotilla, su una nave osservatrice, con l’intento di fornire supporto logistico all’operazione e sbarcare prima di raggiungere le acque israeliane . Tuttavia, le autorità israeliane intercettarono le navi vicino a Creta e lo rapirono insieme a Thiago Ávila, portandoli in Israele. È accusato di diversi crimini, tra cui il sostegno al nemico in tempo di guerra e l’appartenenza a un’organizzazione terroristica. Sotto il controllo delle forze israeliane, entrambi denunciarono torture e maltrattamenti e intrapresero uno sciopero della fame in segno di protesta fino al loro rilascio. In risposta al rapimento, fu organizzata una manifestazione con circa 500 partecipanti davanti alla sede del Parlamento europeo di Barcellona, sul Passeig de Gràcia . I due detenuti sono stati posti in detenzione preventiva presso la prigione di Shikma ad Ashkelon , con l’assistenza legale di Adalah, e accusati di collaborare con Hamas a causa del loro collegamento con la flottiglia. Il 5 maggio, un giudice israeliano ha esteso la loro detenzione per altri sei giorni.
Il 10 maggio, sia Saif Abu Keshek che Thiago Ávila furono rilasciati e mandati via da Israele. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, confermò il rilascio dell’attivista spagnolo e dichiarò che questi “stava tornando liberamente in Spagna”.
Verme marino (Bispira volutacornis). Area naturale marina protetta Porto Cesareo (Q3622036). Immersione nello specchio di acqua compreso tra Torre Lapillo e Torre Chianca, nella zona della Cattedrale. Roberto Strafella – Opera propria
Le pivieresse sono le rappresentanti più robuste di questa famiglia di limicoli. Appartengono ai pochi migratori artici su lunghe distanze che si possono incontrare praticamente su tutto il globo terrestre. Mentre questi uccelli, durante il periodo di nidificazione, abitano la tundra artica attorno al Polo Nord, in inverno si possono incontrare soprattutto lungo coste marittime pianeggianti.
Sabella pavonina, Hippocampus hippocampus Romano Gianluca – Opera propria
Il verme pavone (Sabella pavonina Savigny, 1822), vive su fondali mobili, sabbiosi o fangosi, da pochi metri fino a oltre 30. Vive all’interno di un tubo di consistenza molle, prodotto dall’animale, dentro cui ritira in caso di pericolo. Nel caso si trovi su fondali sabbiosi il tubo è totalmente infossato. È munito nella zona cefalica di branchie filiformi ricoperte di cilia e di ghiandole mucose, la cui funzione è di invischiare le particelle alimentari. Queste branchie hanno una colorazione che alterna azzurro-bianco e nero, con striature di colore viola. Si nutre di plancton e detrito in sospensione.
Sabella pavonina. Mediterraneaneo Waielbi – Opera propria
I cento passi è un film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e all’omicidio di Peppino Impastato, attivista impegnato nella lotta a Cosa nostra nella sua terra, la Sicilia.
Il titolo prende il nome dal numero di passi che occorre fare a Cinisi per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti.
Il film rese note al grande pubblico la storia e la tragica fine di Peppino Impastato, che fino ad allora erano passate praticamente inosservate in quanto Impastato era stato ucciso il 9 maggio 1978, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in via Caetani a Roma, e la tragedia nazionale mise in ombra la vicenda dell’attivista siciliano.
da:
CASA MEMORIA PEPPINO IMPASTATO E FELICIA BARTOLOTTA
Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa.
Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato.
Forze dell’ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrive: “Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”. La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l’attentatore era un suicida. I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell’attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l’esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave. Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: “Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia”. Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini. L’11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato. La mattina dello stesso giorno si svolge un’assemblea alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, con l’intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell’attentato e del suicidio. Nel pomeriggio dell’11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto. In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini. Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria. Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”. Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti. Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all’Associazione Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” e all’Associazione “Peppino Impastato”. Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio. Nell’aprile del 2012 esce una nuova edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio.
DJANGO RHYTHM –– TRIO — JO ABBOT – – ANDY PRICE – BRYAN KARAHASAN
Valse de Niglos è ” Valzer dei ricci ” -. È un famoso brano strumentale di Gypsy Jazz (jazz manouche) e musette, composto da Gusti Malha e reso celebre da Pierre “Baro” Ferret nel 1939.
Niglos è un termine della lingua romaní (manouche) che significa “ricci”. È un classico del repertorio jazz manouche, spesso suonato al violino o alla chitarra.
edizione resa famosa nel 1939
Valese des Niglos — trascrizione per chitarra– PIERRE ” BARO ” FERRET —
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NOTA — LINGUA ROMANI
La lingua romaní o romanes (nome nativo rromani ćhib) è una lingua indoeuropea parlata da alcune comunità rom e sinti.
Studi di linguistica e di filologia hanno individuato moltissimi termini della lingua romaní che derivano dal persiano, dal curdo, dall’armeno, dal greco, che testimonierebbero del tragitto percorso dalle popolazioni rom, dal subcontinente indiano fino in Europa, in un periodo storico compreso tra l’VIII ed il XII secolo d.C
I linguisti e gli studiosi, basandosi sulla sistematicità dei cambiamenti fonetici attestati in queste lingue, ritengono con ragionevole certezza che tutti questi nomi derivano dal termine indiano ḍom.
In varie regioni dell’India, gruppi conosciuti come ḍom sono caste di nomadi dediti al commercio. In questi documenti i ḍom sono descritti come una casta di basso status, le cui attività tipiche sono di uomini di pulizia, spazzini, musicisti, cantanti, giocolieri, lavoratori del ferro e canestrai, in alcune aree anche come lavoratori stagionali.
Jannette ” (Yvette Horner) – e (on accordion Bogdan Romański)- Gus Viseur 1938
Bogdan Romański – akordeon arr.
Mateusz Walach Sound live – Mateusz Sołtysik MS Acoustic tr.
Erwin Żebro alt sax i flet poprzeczny –
Wojtek Lichtański tenor sax – Jakub Chojnacki I skrz. –
Łukasz Krusz II skrz. – Magdalena Warmińska violin – Ola Badura celo –
Nikol Latocha gitary – Witek Góral piano – Jarek Kmieć double bass – Paweł Wszołek dr. – Łukasz Romański perc. – Patryk Zakrzewski II acc. Janusz Korczyk
Il lavoro del nostro fotografo vincitore del Premio Pulitzer da Gaza.
Il fotografo Saher Alghorra ha documentato il conflitto di Gaza sopportando le terribili condizioni che le sue immagini ritraevano.
I palestinesi sfollati hanno iniziato a tornare nel nord di Gaza dopo che l’esercito israeliano ha annunciato l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Saher Alghorra per il New York Times
Saher Alghorra ha vinto il Premio Pulitzer 2026 per la fotografia di cronaca, per aver documentato il bilancio degli attacchi israeliani a Gaza. Poiché ai giornalisti internazionali era vietato l’accesso al territorio senza scorta israeliana, Alghorra, fotografo palestinese, ha svolto un ruolo cruciale.
Ecco una selezione di lavori per i quali il signor Alghorra è stato premiato.
Una donna con suo figlio, colpito da un proiettile mentre cercava di ottenere aiuto nella zona di Zikim a Gaza nell’agosto del 2025.
Alcune cose non cambiano, anche se tutto il resto è cambiato. E così, in questo Ramadan di dolore, la famiglia Shafei non ha potuto fare altro che osservare i rituali. Stasera hanno banchettato. Domani avrebbero digiunato. E c’era sempre la speranza di altri banchetti in futuro.
Palestinesi nel campo profughi di Al-Mawasi in attesa di ricevere un pasto gratuito. I leader di 20 organizzazioni umanitarie hanno rilasciato una dichiarazione nel settembre 2025 accusando Israele di ostacolare gli sforzi di consegna degli aiuti a Gaza “in ogni fase”.
Naeema Abu al-Foul con il figlio di 2 anni, Yazan, a Gaza City nel luglio 2025. La loro famiglia non riusciva a trovare cibo a sufficienza per nutrirlo e gli ospedali avevano comunicato loro di non poter fornire assistenza ospedaliera.
Il fotoreporter di Gaza, vincitore del premio Bayeux lo scorso anno, ha ricevuto il prestigioso premio Pulitzer il 5 maggio per il suo lavoro sulle conseguenze degli incessanti bombardamenti a Gaza.
Migliaia di chiese sono oggi inaccessibili, saccheggiate, pericolanti. Altre sono trasformate in attrazioni turistiche a pagamento. Oggi non sappiamo cosa farcene, di tutto questo «ben di Dio», e bene pubblico: mancano visione, prospettiva, ispirazione. Ma è anche lí che si potrebbe costruire un futuro diverso. Umano.
Le antiche chiese italiane ci chiedono di cambiare i nostri pensieri. Con il loro silenzio secolare, offrono una pausa al nostro caos. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura a tutti, contraddicono la nostra paura delle diversità. Con la loro dimensione collettiva, mettono in crisi il nostro egoismo. Con il loro essere luoghi essenzialmente pubblici sventano la privatizzazione di ogni momento della nostra vita individuale e sociale. Con la loro viva compresenza dei tempi, smascherano la dittatura del presente. Con la loro povertà, con il loro abbandono, testimoniano contro la religione del successo. Possiamo decidere che anche questi luoghi speciali che arrivano dal passato devono chinare il capo di fronte all’omologazione del pensiero unico del nostro tempo. O invece possiamo decidere di farli vivere: per aiutarci a vivere in un altro modo.
Tomaso Montanari
1971, Firenze– qui è un bimbo bello–
ULTIMI LIBRI:
FELTRINELLI –2026
FELTRINELLI –2025
EINAUDI – 2023
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VIDEO, 1h ca– MUSEO EGIZIO, TORINO– 7 febbraio 2022
** nel video, c’è la possibilità di aprire la trascrizione
INCONTRI CON GLI AUTORI | Presentazione del libro Chiese Chiuse di Tomaso Montanari
Tomaso Montanari dialoga con Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose. Introduce Evelina Christillin ( Presidente del Museo Egizio ); modera Christian Greco ( direttore del Museo Egizio).
dopo qualche minuto, inizia Evelina Christillin; ** segue Christian Greco;
al minuto 27 parla Tomaso Montanari
–– al minuto 36, 30 ca – Christian Greco si rivolge a Enzo Bianchi che parla al minuto 38. 30
— al min. 57 Christian Greco interrompe Enzo Bianchi per fare una domanda a Montanari che rispomde al min. 59
— al min. 1h 08 minuti– Si rivolge a Enzo Bianchi per un commento alle proposte di Tomaso Montanari sull’uso delle chiese vuote
al min. 1h 19 una domanda dal pubblico a Montanari –che risponde
al min. 1h 24 min. un’altra domanda del pubblico a Tomaso Montanari
Chiude Tomaso Montanari con una citazione di Cesare Brandi, il grande storico dell’arte : Piazza Navona appena liberata dalle auto.
Cesare Brandi riesce così a definire con straordinaria precisione la funzione di una piazza storica italiana: «Ecco la mia giornata, arrivata a sera col vestito grinzoso, le scarpe impolverate, la camicia sudata: giungo qua e mi siedo, guardo la piazza e quasi non la vedo è come se fossi in un’infusione di riposo. Questo riposo mi penetra e il silenzio mi fascia di bende invisibili. Torno a vedere, e vedo Sant’Agnese del Borromini […] vedo quello che sopravvive dell’uomo che vive nell’uomo, senza corrompersi e senza tradimento. Sento il mio cuore come se battesse non in me, ma al centro della piazza. E i suoi battiti mi giungessero come vibrazioni terrestri e il mio respiro fosse quasi l’aria che mi sforza respirarla entrando dentro di me come l’acqua che si rovescia in una cascata. Ritrovo l’unisono con una natura che è passata attraverso l’uomo e attraverso la storia, odo il respiro di questa natura perché non odo nulla, e non vedo che l’aria limpida e serena».
da:
IL PONTE – 24 agosto 2011 – articolo di Tomaso Montanari