GIORGIO PAOLUCCIO, Migranti. «Io, vescovo d’Albania, che a 16 anni sono arrivato in Italia su un barcone» — AVVENIRE.IT — GIOVEDI’  23 MARZO 2023 –

 

 

AVVENIRE.IT — GIOVEDI’  23 MARZO 2023 –https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/io-vescovo-d-albania-che-a-16-anni-sono-arrivat

 

Migranti. «Io, vescovo d’Albania, che a 16 anni sono arrivato in Italia su un barcone»

 

Giorgio Paolucci

 

La storia di Arjan Dodaj, che oggi guida l’arcidiocesi di Tirana-Durazzo. In gommone fino in Puglia; i lavori di saldatore e giardiniere. Poi l’incontro con il Vangelo fra Cuneo e Medjugorie

 

Arjan Dodaj, arcivescovo di Tirana-Durazzo

Arjan Dodaj (  (Laç21 gennaio 1977), arcivescovo di Tirana-Durazzo – Collaboratori

 

    • Aveva sedici anni quando, nel 1993, salì su un motoscafo insieme a quaranta connazionali per venire in Italia, l’Eldorado sognato da tanti albanesi in fuga da una terra segnata dalla dittatura comunista e da una devastante crisi economica. Trent’anni dopo si ritrova a essere arcivescovo della diocesi di Tirana-Durazzo e a guidare una Chiesa che conosce una nuova fioritura. La storia di monsignor Arjan Dodaj sembra davvero segnata da un disegno provvidenziale che ha molto da insegnare a tutti noi.

Dopo l’approdo sulle coste pugliesi, il trasferimento a Cuneo dove con l’aiuto di alcuni connazionali comincia a lavorare: saldatore, giardiniere, muratore, tutto ciò che è utile per campare.

Poi l’incontro con alcuni giovani della Casa di Maria, una comunità di preghiera particolarmente devota alla Madonna, con i quali nasce «un’amicizia sincera e gratuita che mi ha fatto riscoprire il volto amico di Dio – racconta –. Un volto che da piccolo avevo solo intuito, vedendo mia nonna che ogni sera si affacciava alla finestra e guardava la stalla di fronte a casa tenendo in mano una catenina con noccioli di ulivo. Solo più tardi capii che era una corona del Rosario senza segni religiosi e venni a sapere che al posto della stalla, prima del comunismo, c’era la chiesa del paese. Ricordo anche che la nonna mentre si occupava delle faccende domestiche canticchiava sottovoce, e quando sono venuto in Italia ho riconosciuto le parole di alcune preghiere. Era un modo per conservare nel segreto ciò che aveva imparato a memoria da ragazza, ed è così che i nostri vecchi ci hanno trasmesso la certezza che Dio è sempre presente, anche quando le circostanze costringono a tenere nascosta la fede».

Insieme ai giovani della comunità incontrata a Cuneo, Arjan conosce l’esperienza di Medjugorie e sente crescere il fascino per il cristianesimo, fino a maturare la decisione di intraprende il percorso verso il Battesimo che riceve nel 1994. «Mi sentivo letteralmente afferrato da Cristo, e intuivo che come il Signore aveva donato tutto se stesso per l’uomo, anche a me veniva chiesta una donazione totale a Lui».

Nel suo cuore nasce la vocazione alla vita religiosa, coltivata nella Fraternità dei Figli della Croce a Roma, fino all’ordinazione sacerdotale nel 2003 per le mani di Giovanni Paolo II. Negli anni successivi svolge il suo servizio come parroco e cappellano della comunità albanese a Roma, opera nella borgata del Trullo finché nel 2017 torna nella sua terra come sacerdote fidei donum su richiesta dell’arcivescovo di Tirana-Durazzo, George Frendo, ne diventa poi vicario e nel 2021 suo successore.

La Chiesa in Albania ha radici molto antiche: un villaggio vicino a Tirana è intitolato a san Pietro in ricordo del suo passaggio; nella Lettera ai Romani san Paolo ricorda la sua opera di evangelizzazione in Illiria, il primo vescovo della diocesi di Durazzo fu san Cesare, uno dei 72 discepoli di Gesù, che conobbe la morte nel martirio. Dopo i secoli di dominazione ottomana, seguiti dalla dittatura comunista che aveva proclamato e attuato l’ateismo di Stato, la Chiesa cattolica sta conoscendo una primavera segnata dalla presenza di tanti giovani.

«Le nuove generazioni hanno una sana curiosità nei confronti della fede e, a differenza dei loro genitori, possono esercitarla nella libertà. Se incontrano una proposta che parla al loro cuore sono disponibili a seguirla, senza pregiudizi e sovrastrutture. L’anno scorso nella notte di Pasqua in duecento hanno ricevuto il Battesimo nelle quattro parrocchie di Tirana, più della metà provenivano da famiglie di tradizione musulmana: questo è possibile anche per il clima di amicizia e dialogo presente tra le diverse fedi, che papa Francesco nel suo viaggio apostolico del 2014 ha citato come esempio di cooperazione fraterna».

Molte sono le occasioni di collaborazione con musulmani e ortodossi negli ambiti della cultura, delle donne, della carità e dei migranti: su questo fronte l’arcivescovo Dodaj è impegnato anche come presidente della Caritas albanese, che in questi anni ha affrontato gli arrivi di migliaia di profughi siriani, afghani e iracheni lungo la rotta balcanica.

«Il nostro popolo conosce bene l’esperienza della migrazione, che purtroppo continua e ha determinato l’emorragia di risorse giovani e la perdita di tanto capitale umano. Le autorità devono intervenire responsabilmente per favorire l’istruzione e varare provvedimenti che inducano i giovani a restare. E anche chi investe nel nostro Paese non deve farlo all’insegna dello sfruttamento: penso alle tante persone che lavorano per troppe ore e con retribuzioni inadeguate nei call center delocalizzati in Albania. La Caritas è molto impegnata sul fronte della povertà, la Chiesa nelle sue articolazioni si misura con la sfida di permettere a tutti di incontrare un Dio vivente, venendo incontro alle necessità della gente e testimoniando che Cristo è il volto della salvezza. Come è accaduto a me quando a sedici anni sono arrivato in Italia per cercare una vita migliore».

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lin hillside @linjianyangbe – 9.32 — 25 marzo 2023 — grazie !

 

Long-tailed Shrike (棕背伯劳, Lanius schach)
feeds the young. credit 森林八哥

 

 

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L’IMMENSA FIORITURA DELLA ZONA DI FURANO, AL CENTRO DELL’ISOLA HOKKAIDO, LA PIU’ SETTENTRIONALE DELLE ISOLE, VICINA ALLA RUSSIA — DOVE VIVE ANCORA UNA TRIBU’ INDIGENA, GLI AINU, SCONOSCIUTA AGLI STESSI GIAPPONESI ( DA AVVENIRE, Stefano Vecchia – 2020 )

 

 

 

 

 

LE IMMAGINI SONO DI SHUTTERSTOCK.COM/IT/ SEARCH/ FURANO

https://www.shutterstock.com/it/search/furano

 

campi di fiori estivi di hokkaido - furano foto e immagini stock

 

Un’area vicino al centro di Hokkaido. Ci sono bellissime colline intorno a Biei, famose fattorie di lavanda intorno a Furano e maestose gole intorno a Sounkyo. Shikisai-no-oka a Biei e Farm Tomita a Furano sono alcuni dei giardini più grandi della zona, con uno scenario da cartolina. Le verdure fresche della zona e il vino e il formaggio di Furano sono alcune specialità culinarie da cercare.

L’aeroporto di Asahigawa è il modo più rapido per spostarsi nella zona, ma poiché l’area è a sole 2 o 3 ore di auto da Sapporo, sono possibili anche gite di un giorno. Sounkyo è famosa come destinazione termale, con stabilimenti balneari per escursioni giornaliere e locande termali dove è possibile fare il bagno e godersi allo stesso tempo gli splendidi burroni della zona.

 

TESTO DA : 
https://livejapan.com/en/in-hokkaido/in-pref-hokkaido/in-furano_biei_sounkyo/

 

giardini panoramici dei fiori collina shikisai a biei, giappone - furano foto e immagini stock

 

 

 

tappeto a fiori - furano foto e immagini stock

 

 

 

 

campo di irodori, fattoria tomita, furano, giappone. - furano foto e immagini stock

 

 

 

biei in autunno, hokkaido, giappone - furano foto e immagini stock

 

 

A Flower Farm in the Furano district of Hokkaido, Japan. - 2309816

 

 

Beautiful flower field on the hill at Furano, Hokkaido, Japan. - 34834665

FOTO  SOPRA

https://it.123rf.com/photo_22297579_campo-di-lavanda-con-cielo-blu.html

 

 

 

LA CAMPAGNA  INTORNO  A FURANO
Adam Jones from Kelowna, BC, Canada – COMMONS.WIKIPEDIA.ORG/WIKI

 

 

 

L’ISOLA IN ROSSO E’ HOKKAIDO, E FURANO SI TROVA PROPRIO AL CENTRO

 

DA : ALAMY

 

 

Hokkaidō - Localizzazione

FURANO  AL CENTRIO DELL’ISOLA DI HOKKAIDO

 

Hokkaido è la più settentrionale delle quattro isole principali che compongono il Giappone, nei pressi della  Russia e la meno sviluppata. Il termine “Hokkaidō” letteralmente significa “via per il mare settentrionale”, ma originariamente veniva chiamata Ezo ed era abitata principalmente dagli indigeni Ainu.

 

NOTA:

GLI AINU DI HOKKADO

 

 

AVVENIRE.IT

Stefano Vecchia venerdì 29 maggio 2020

https://www.avvenire.it/agora/pagine/gli-indigeni-del-giappone-ora-gli-ainu-riemergono

 

Antropologia. Gli indigeni del Giappone: ora gli Ainu riemergono

 

Una minoranza perlopiù ignota agli stessi giapponesi sta vivendo un processo di pieno riconoscimento legale. Oggi apre un museo a Shiraoi su Hokkaido

Un matrimonio tradizionale Ainu

Un matrimonio tradizionale Ainu – WikiCommons

In Giappone una minoranza perlopiù ignota agli stessi giapponesi sta vivendo quello che potrebbe essere un processo di rivalutazione e, soprattutto, di pieno riconoscimento legale. Un effetto diretto della legislazione introdotta nel febbraio 2019 che per la prima volta ha identificato gli Ainu come “popolazione indigena”. La serie di consultazioni tra autorità e rappresentanti della comunità si erano concluse due anni fa con la richiesta di maggiori diritti sui terreni pubblici, più fondi per l’insegnamento della lingua e della cultura Ainu e le scuse formali del governo per la persistente discriminazione. Nulla di concreto ne era uscito, se non il riconoscimento della loro esistenza. Era stato lo stesso funzionario responsabile dell’Ufficio per la politica onnicomprensiva giapponese per gli Ainu, Hiroshi Koyama, a dovere ammettere «non possiamo fare qualcosa che non sarà attuabile». Restituire agli Ainu le foreste che sono state per lungo tempo loro rifugio e fonte di sostentamento «sarebbe accolto con difficoltà dal popolo giapponese», perché li porrebbe davanti a responsabilità storiche e anche perché sarebbe visto come un insulto verso i coloni che negli ultimi secoli hanno popolato la grande isola di Hokkaido, ultimo lembo settentrionale dell’arcipelago giapponese, consentendone sfruttamento, sviluppo e integrazione nel Paese. Facendo di quella che fu a lungo “il selvaggio West”, terra di avventurieri, disperati e esiliati, la “nuova frontiera” economica, per la ricchezza di risorse, le possibilità offerte allo sviluppo turistico e la posizione a ridosso di aree contese dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale che la Russia rivendica come proprie ma ancora soggette a trattative.

In questo contesto, cedere alle richieste dei leader Ainu, ricordava ancora Koyama «porterebbe a focalizzare l’attenzione sulle negatività del passato e non sul futuro». Le vicende, le poche tracce storiche e la storiografia ufficiale hanno fatto anche del passato di questa popolazione un vuoto o un mito a seconda delle prospettive. D’altra parte, le caratteristiche fisiche, culturali e religiose che porterebbero a un’analisi sommaria ad avvicinarla alle popolazioni siberiane ma che studi antropologici connettono anche alla diffusione verso settentrione di popolazioni originarie di aree meridionali del Giappone, hanno dato luogo a diverse teorie sull’origine senza arrivare a conclusioni definitive, lasciando gli Ainu in una sorta di sospensione tra origini continentali e autoctone. Con ogni probabilità, se non in modo esclusivo, la concentrazione di questa popolazione nell’Hokkaido deriva dalla migrazione dall’isola di Honshu, sotto la pressione di gruppi centrali nell’evoluzione storica e culturale del Giappone e oggi ampiamente maggioritari, almeno dal XIV secolo e di poco successivo fu l’avvio del loro stanziamento anche nell’odierna Sakhalin e nell’arcipelago delle Kurili.

In queste aree ostili e selvagge, gli Ainu affinarono le tecniche di caccia e di pesca, le loro particolarità culturali e religiose; in buona sostanza, la loro “diversità” dai giapponesi storicamente vincitori che, quando nel XIX avviarono la conquista e colonizzazione di Ezochi (Hokkaido), imposero loro un’emarginazione che includeva la proibizione dell’uso della lingua e della manifestazione delle loro caratteristiche culturali che fu codificata nella Legge per la protezione degli ex aborigeni del 1899. Una situazione a cui formalmente mise fine la Legge per la promozione della cultura Ainu del 1997, che aboliva quella precedente. In realtà, come sottolineato dallo studioso Hiroshi Maruyama, «la nuova iniziativa, che avrebbe dovuto sanare le sofferenze dovute alla politica di assimilazione, non stipulava né le origini locali degli Ainu né i loro diritti alla lingua e alla cultura ed è rimasta di fatto in vigore anche dopo il riconoscimento ufficiale nel 2008 degli Ainu come popolazione indigena del Giappone settentrionale e la firma l’anno successivo da parte del governo giapponese della Dichiarazione Onu sui Diritti dei popoli indigeni».

Nel 2017 una ricerca governativa ha portato a individuare meno di 13mila Ainu nell’Hokkaido. Più che una certezza demografica, una conferma della loro emarginazione. Sarebbero in numero molto maggiore quelli che preferiscono non evidenziare le proprie origini o che sono migrati altrove in Giappone in cerca di opportunità dato che, mostrano ancora dati ufficiali, i giovani Ainu hanno una possibilità inferiore della metà rispetto ai coetanei giapponesi di accedere a livelli di studio superiori e i loro genitori hanno redditi sensibilmente inferiori.

«La società nel suo insieme non ha mai accettato gli Ainu, costringendo molti a celare la propria identità. Sono tanti gli ‘Ainu silenti’», segnala Mai Ishihara, antropologa dell’Università dell’Hokkaido che solo all’età di 12 anni ha scoperto di avere radici in questa popolazione. Il dibattito sui diritti e sull’identità Ainu è tutt’altro che esaurito, ma a livello ufficiale è affrontato ancora in modo poco più che simbolico, con due eventi concomitanti in corso di attuazione. Il primo riguarda l’inserimento degli Ainu in 35 testi per le scuole medie medie utilizzati dal prossimo anno.

Una decisione in linea con gli indirizzi ufficiali che porterà a 85 complessive le pagine dedicate a questa minoranza sui libri di geografia, storia, educazione civica, con un’attenzione maggiore agli aspetti identitari. Di rilievo nei testi, il riconoscimento di Yukie Chiri, deceduta giovanissima nel 1922, che tramandò l’essenza dell’epica Ainu, o di Yoko Kawakami, artista oggi impegnata a recuperare e eseguire i canti della propria tradizione. Elementi culturali e etnografici che troveranno spazio nell’“Upopoy” (nome che richiama i canti comunitari della minoranza), il Museo e parco nazionale degli Ainu la cui apertura, rinviata dal 24 aprile, avverrà oggi.

Edificato sulla sponda del lago Poroto, presso la città di Shiraoi in Hokkaido, quello che è ufficialmente indicato come «spazio simbolico per l’armonia etnica» e che avrebbe dovuto far parte dei percorsi culturali in occasione delle Olimpiadi estive ora posticipate al 2020, è costato finora 200 milioni di euro. Ne faranno parte un museo, la replica di un villaggio Ainu e un memoriale della comunità, con ossa di centinaia di individui finora disperse tra le università del Paese. L’opera ha visto non pochi contrasti anche all’interno della comunità Ainu. Se un’organizzazione che ha circa 2.000 aderenti ha approvato l’azione governativa per i possibili benefici sul turismo e sull’economia locale, molti avrebbero preferito l’impegno a ricordare le politiche di assimilazione forzata del passato e a restituire agli Ainu luoghi di culto e diritti sulle terre ancestrali.

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video, 1 h ca — ALESSANDRO BARBERO:: I Partigiani. L’Attentato di via Rasella — 23 marzo 1944, Roma / Fosse Ardeatine, 24 marzo ’44

 

testo sotto il video-

L’attentato di via Rasella fu un’azione della Resistenza romana condotta il 23 marzo 1944 dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito Comunista Italiano, contro un reparto delle forze d’occupazione tedesche, l’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen”, appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d’ordine) e composto da reclute altoatesine. Fu il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l’Europa occidentale.

 

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marco d’onghia ⚜️ @mad737 – 16.23 –24 marzo 2023 — Christian Joore – Venezia per due – grazie caro Marco, mi spiace non aver trovato l’artista.

 

Christian Joore 

Venezia per due

 

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ANPI III Municipio Roma “Orlando Orlandi Posti” @ANPIRomaPosti ::: ore varie del giorno 24 marzo 2023

 

 

ALCUNE VITTIME DELLE FOSSE ARDEATINE

( continua sul sito Twitter : https://twitter.com/ANPIRomaPosti )

 

PUBBLICATE DALL’ANPI III MUNICIPIO ROMA ” ORLANDO ORLANDI POSTI ” @ANPIROMAPOSTI

 

 

Maresciallo di Artiglieria, dopo l’#Armistizio #MarioHopel aderì alla #Resistenza entrando a far parte del “Fronte Militare Banda Fossi”; arrestato il #14marzo 1944, finì nel gruppo dei fucilati alle #FosseArdeatine all’indomani dell’attentato di via Rasella.

 

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Capitano dei

dopo l’#Armistizio, #GensericoFontana prese parte alla Guerra di #Liberazione nelle file della #Resistenza romana.Arrestato su delazione subì inumane sevizie senza tradire i suoi compagni.Morì alle #FosseArdeatine il #24marzo 1944.Aveva 26 anni.

 

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Reduce di #Grecia, #GerardoSergi dopo l’#Armistizio entrò nel Fronte della #Resistenza militare, attivo nella Capitale. Caduto nelle mani dei nazifascisti fu condotto in Via Tasso, sottoposto a tortura ed infine fucilato alle #FosseArdeatine il #24marzo 1944. Aveva 26 anni.

 

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Durante la #Resistenza #UgoBaglivo,avvocato penalista, fu responsabile militare della I zona di #Roma per le formazioni di #GL.Arrestato su delazione venne torturato brutalmente dalla #Gestapo in via Tasso. Morì, senza tradire i suoi compagni il #24marzo 1944 alle #FosseArdeatine.

 

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Maresciallo di Artiglieria, dopo l’#Armistizio #MarioHopel aderì alla #Resistenza entrando a far parte del “Fronte Militare Banda Fossi”; arrestato il #14marzo 1944, finì nel gruppo dei fucilati alle #FosseArdeatine all’indomani dell’attentato di via Rasella.

 

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Veterano dei #Balcani dove ebbe gravi danni alla gamba sinistra, nonostante le difficolta motorie, #AlbertoFancantone dopo l’#Armistizio militò a nella “Banda Neri”.Arrestato su delazione fu torturato in via tasso dalla #Gestapo prima di essere fucilato alle #FosseArdeatine.

 

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#FidardoDeSimoni, evangelico pentecostale, perseguitato dal #fascismo grazie alla circolare del #9aprile 1935 a firma di #BuffariniGuidi, venne arrestato su delazione dai tedeschi e fucilato alle #FosseArdeatine il #24marzo 1944 per aver dato ospitalità a due soldati inglesi.

 

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Sottotenente della C.R.I appartenente alla #DC, #GuidoCostanzi fu arrestato a causa dei suoi sentimenti antitedeschi manifestati durante la degenza all’ospedale “Leoniano” e ai rapporti che aveva stabilito con #PadreMorosini.Morì il #24marzo 1944 alle #FosseArdeatine.

 

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Reduce di #Jugoslavia e #Russia, dopo l’#Armistizio #GaetanoForte entrò nel Fronte clandestino di Resistenza dei #Carabinieri del Generale #Caruso.Arrestato su delazione venne torturato brutalmente dalla #Gestapo.Morì trucidato alle #FosseArdeatine il #24marzo 1944 .

 

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ANSA.IT — 24 MARZO 2023 – 17.51 :: Le Borse europee in rosso. Timori per Deutsche Bank. Scholz, ‘non c’è motivo di preoccuparsi’

 

 

ANSA.IT — 24 MARZO 2023 – 17.51
https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/03/24/le-borse-europee-in-rosso.-timori-per-deutsche-bank-_ef639ac8-8c66-4c1e-bbb3-e2e73291bf96.html

 

Le Borse europee in rosso. Timori per Deutsche Bank.

Scholz, ‘non c’è motivo di preoccuparsi’

 

 

 

Borse europee in forte ribasso dopo l’avvio in rosso di Wall Street mentre le banche sono bersagliate dalle vendite, con Deutsche Bank finita nel mirino degli investitori dopo aver deciso il rimborso anticipato di alcuni bond subordinati.

Chiusura in forte calo per Piazza Affari in una seduta difficile per tutte le Borse europee, finite sotto pressione per il timore di nuove situazioni di fragilità nel comparto bancario.

L’indice Ftse Mib ha terminato le contrattazioni in calo del 2,23% a 25.892 punti.

Chiusura pesante anche per le Borse europee.

Parigi ha terminato le contrattazioni in calo dell’1,74%,
Francoforte dell’1,66%
e Londra dell’1,26% con le banche ancora una volta finite nell’occhio del ciclone, in scia alle preoccupazioni di cui è stata vittima Deutsche Bank.

Le rassicurazioni arrivate dal cancelliere tedesco Olaf Scholz e dalla Bce sullo stato di salute del colosso tedesco e delle banche europee non bastano a calmare i nervi scoperti degli investitori, con l’indice Stoxx del comparto bancario che cede il 3,5% e quello dell’energia che perde il 3,2%, in scia alla flessione del petrolio (-2%).

L’avversione al rischio spinge gli investitori verso l’oro, in rialzo dello 0,8% a 1.993 dollari l’oncia, e verso i titoli di Stato, dove il Bund decennale riduce il rendimento di 9 punti base al 2,097% mentre si allarga a 189 punti base lo spread con il Btp, il cui rendimento scivola appena sotto il 4%, al 3,98%. 

Il petrolio apre con un tonfo a New York a 67,84 dollari
Il petrolio apre con un tonfo a New York dove le quotazioni perdono il 3,03% a 67,84 dollari al barile.

 

 

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marco d’onghia ⚜️ @mad737 – 16.36 – 24 marzo 2023 — PIET MONDRIAN – 1900/1 — una meraviglia, grazie !

 

– Piet Mondrian

A Farm Building, 1900

 

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COMMENTO DA FACEBOOK, I 1000 quadri più belli di tutti i tempi
https://www.facebook.com/1000quadri/posts/2832772016741760

 

 

un’altra foto dal Facebook, molto simile

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Nel dipinto proposto possiamo intravedere lo sviluppo dello stile di Mondrian, quel passaggio verso un astrattismo geometrico che si realizzerà impetuosamente alcuni anni dopo, sul finire del decennio.

Due aspetti colpiscono in questo paesaggio rispetto agli sviluppi futuri. Il senso del ritmo e la cadenza geometrica che si fanno strada, tra gli alberi e i riflessi sul fiume. Poi colpisce la sintesi coloristica; Mondrian si concentra su pochi colori, seppure ancora non puri

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+++ video, 11.49 — ALESSANDRO BARBERO, L’ECCIDIO DELLE FORZE ARDEATINE + ANSA.IT – 24 MARZO 2023 — 17.03 : Fosse Ardeatine, Meloni: “335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani”. Anpi e opposizioni attaccano. Mattarella ha reso omaggio alle vittime nel giorno del 79esimo anniversario dell’eccidio

 

 

 

video, 11.49 — ALESSANDRO BARBERO — L’ECCIDIO DELLE FORZE ARDEATINE

 

 

 

ANSA.IT – 24 MARZO 2023 — 17.03
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2023/03/24/79/mo-anniversario-delleccidio-delle-fosse-ardeatine_78ddf31a-a638-41e4-83b4-6ea126c93600.html

 

Fosse Ardeatine, Meloni: “335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani”. Anpi e opposizioni attaccano.

Mattarella ha reso omaggio alle vittime nel giorno del 79esimo anniversario dell’eccidio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seguito dal ministro della Difesa Guido Crosetto, ha reso omaggio alle vittime nel giorno del 79esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

video, 3.37- Ansa

È così iniziata la cerimonia, alla presenza del Capo dello Stato.

 

Sul palco, tra gli altri, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, la vice presidente della Regione Lazio, Roberta Angelilli.

 

video Ansa — 1.24

 

 

Nell’assoluto silenzio, con molta commozione dei familiari presenti, sono stati scanditi tutti i 335 nomi delle vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine durante la cerimonia al Mausoleo. Sullo schermo i volti in bianco e nero dei martiri. Il silenzio è poi esploso, alla termine della lettura del lungo elenco, in un applauso. Mattarella, con le altre istituzioni presenti, ha deposto una corona di alloro sulla lapide in omaggio ai martiri e, alla conclusione della cerimonia, ha visitato le grotte e il sacrario.

Ma è polemica sulle parole del messaggio della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Oggi l’Italia onora le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Settantanove anni fa 335 italiani sono stati barbaramente trucidati dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia dell’attacco partigiano di via Rasella – ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un messaggio nell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine -. Una strage che ha segnato una delle ferite più profonde e dolorose inferte alla nostra comunità nazionale: 335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani. Spetta a tutti noi – Istituzioni, società civile, scuola e mondo dell’informazione – ricordare quei martiri e raccontare in particolare alle giovani generazioni cosa è successo in quel terribile 24 marzo 1944. La memoria non sia mai un puro esercizio di stile ma un dovere civico da esercitare ogni giorno”.

“La presidente del Consiglio ha affermato –  nota il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo  – che i 335 martiri delle Fosse Ardeatine sono stati uccisi ‘solo perché italiani’. È opportuno precisare che, certo, erano italiani, ma furono scelti in base a una selezione che colpiva gli antifascisti, i resistenti, gli oppositori politici, gli ebrei. È doveroso aggiungere che la lista di una parte di coloro che, come ha affermato Giorgia Meloni, sono stati ‘barbaramente trucidati dalle truppe di occupazione naziste’, è stata compilata con la complicità del questore Pietro Caruso, del ministro dell’interno della repubblica di Salò Guido Buffarini Guidi, del criminale di guerra Pietro Koch, tutti fascisti”.

No presidente Meloni: 335 persone non furono trucidate dai nazifascisti alle Fosse Ardeatine solo perché erano italiani – ha scritto su Twitter il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra -. Perché erano italiani ed antifascisti, ebrei, partigiani. Un giorno o l’altro riuscirà a scrivere quella parola? ANTIFASCISTA”.

Su Twitter Chiara Braga, deputata Pd e segretaria di Presidenza della Camera, che scrive: “335 martiri in una cava poco lontano dalle case. Non perché italiani ma perché partigiani, politici, ebrei, dissidenti, insieme a tante donne e uomini liberi, uccisi per rappresaglia. La notte più buia della violenza nazifascista. Mai più”.

“Le 335 vite spente alle Fosse Ardeatine erano di italiani, certamente, trucidati dalle truppe d’occupazione naziste alleate di altri italiani rinserrati a Salò, sede della Repubblica sociale guidata da Benito Mussolini. Quelle vite erano state prelevate da un braccio di Regina Coeli dove erano stati rinchiusi antifascisti, liberali, ebrei, dissidenti. È la storia. Rimuoverla o distorcerla equivale a negarla. La presidente Meloni ha perso un’altra occasione per pacificare e pacificarsi. Gli rimane il 25 aprile, ma, ancora di più, il 2 giugno, che del 25 aprile fu il frutto più maturo e rigoglioso. Provi qualche volta a sostituire la Nazione con la Repubblica: scoprirà tutta un’altra storia’, afferma la deputata di Azione ( Calenda, Renzi )  Daniela Ruffino.

Da Bruxelles, al vertice Ue, la premier risponde ad una domanda sulle polemiche: “Li ho definiti italiani, che vuol dire che gli antifascisti non sono italiani? Sono stata onnicomprensiva…”.

Gualtieri: “C’è il dovere di coltivare la memoria”
“Una cerimonia toccante. Uno degli eccidi più drammatici e tragici della nostra storia in cui tutta la violenza del nazifascismo si è scatenata contro cittadini di cui abbiamo visto i nomi e i volti scorrere con le loro foto. È stato un momento davvero toccante”: così il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, a margine della cerimonia in ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine al 79esimo anniversario dell’eccidio. “Abbiamo il dovere di coltivare e praticare la memoria, di onorare i caduti della tragica pagina delle stragi del nazifascismo – ha sottolineato Gualtieri -. Oggi la presenza del Capo dello Stato ha dato un grandissimo rilievo. Noi come amministrazione siamo impegnati nella cura di questo luogo: una politica arriva dalla memoria”.

La Russa: “Tra le pagine più brutali della storia”
“Oggi l’Italia rende omaggio a 335 vite spezzate dalla furia nazista. Ricordare e tramandare la memoria dell’eccidio delle Fosse Ardeatine è un dovere di tutti perché quanto avvenne il 24 marzo 1944 rappresenta una delle pagine più brutali e vergognose della nostra storia”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa.

 

Tajani: “Tenere viva la memoria combattendo l’odio”
“79 anni fa, 335 italiani tra prigionieri politici, dissidenti, ebrei e militari vennero uccisi per rappresaglia dai nazisti. Teniamo viva la memoria di quel martirio continuando a combattere odio, violenza e discriminazioni”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

 

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JOSE’ CARRERAS — UNA FURTIVA LACRIMA ( DONIZETTI, ELISIR D’AMORE )– CONSERVATORIO DI MOSCA, 1992 + Mosca

 

 

 

 

 

 

SALONE DEL CONSERVATORIO DI MOSCA ( Conservatorio Statale Ciajkovskij di Mosca )

https://meloman.ru/hall/bolshoj-zal-konservatorii/#

 

 

Foto aerea dell’edificio del Conservatorio di Mosca (Russia).

 

MOSCA – I GRATTACIELI –

DA : https://getbybus.com/it/blog/cosa-vedere-a-mosca/

 

Urban Skyline Of Moscow At Evening Dawn

VECCHI E NUOVI EDIFICI A MOSCA- GETTY IMAGES

 

Tipico di Mosca city skyline con illuminazione notturna

MOSCA DI NOTTE ILLUMINATA

 

 

Seven Sisters skyscraper and Moscow International Business Center

CENTRO AFFARI E FINANZA

 

 

Inverno paesaggio urbano al tramonto. Veduta aerea

MOSCA AL TRAMONTO

 

 

Rainy Mosca, Russia

MOSCA IN UN GIORNO PIOVOSO

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REPUBBLICA – 23 MARZO 2023 – Atletica, le donne transgender escluse dalle gare femminili

 

REPUBBLICA – 23 MARZO 2023 –https://www.repubblica.it/sport/vari/2023/03/23/news/atletica_donne_trans_escluse-393422480/

 

Atletica, le donne transgender escluse dalle gare femminili

 

Sebastian Coe, n. 1 della Word AthleticsSebastian Coe, n. 1 della Word Athletics

La decisione della Word Athletics. “Vale per chi ha attraversato la pubertà maschile”. Restano ancora fuori russi e bielorussi, ma la Federazione di Mosca è stata “ripristinata” dopo il caso doping

Le donne transgender che hanno attraversato la pubertà maschile saranno esclude dalle competizioni femminili. Lo ha deciso World Athletics e a darne comunicazione è stato il presidente dell’atletica leggera mondiale, Sebastian Coe: “Il Consiglio ha accettato di escludere a partire dal 31 marzo gli atleti transgender che hanno vissuto la pubertà maschile e hanno completato la transizione da uomo a donna”. Il nuovo regolamento entrerà in vigore a partire dal prossimo 31 marzo.

Cosa cambia

Il Council di World Athletics si è pronunciato su due “categorie” di atleti: quelli inseribili nella categoria DSD (atleti con sviluppo delle caratteristiche sessuali atipico) e quelli nella categoria Transgender (atleti che hanno completato la transizione da un sesso all’altro).

 

Per gli atleti DSD (il caso più noto è quello della velocista sudafricana Caster Semenya), i nuovi regolamenti richiederanno a tutti gli atleti interessati di ridurre i propri livelli di testosterone al di sotto di un limite di 2,5 nanomoli per litro per un minimo di 24 mesi per competere a livello internazionale nella categoria femminile in qualsiasi evento, non solo nelle gare dai 400m al miglio, come specificato nella normativa precedente. Saranno introdotte disposizioni provvisorie per quegli atleti che stanno già gareggiando in quelli che erano gli eventi senza restrizioni (distanza inferiore a 400 metri superiori a un miglio, più i concorsi). Queste disposizioni includono l’obbligo di abbassare i loro livelli di testosterone al di sotto di 2,5 nmol/L per un minimo di sei mesi, prima che possano competere di nuovo. Il periodo di sei mesi è coerente con i regolamenti precedenti, che richiedevano sei mesi di soppressione del testosterone (inferiore a 5 nmol/L) per gli atleti DSD. Le disposizioni provvisorie non si applicano agli eventi precedentemente limitati (da 400 m a un miglio) in cui saranno necessari due anni di soppressione del testosterone prima che l’atleta in questione sia idoneo a competere.

 

 

Per quanto riguarda gli atleti transgender, il Consiglio ha deciso di escludere dal 31 marzo 2023 gli atleti transgender, che hanno vissuto la pubertà maschile, dalle gare femminili. World Athletics ha condotto un periodo di consultazione con varie parti interessate nei primi due mesi di quest’anno, tra cui le federazioni affiliate, la Global Athletics Coaches Academy e la Commissione degli atleti, il CIO. È parso evidente, spiega World Athletics “che c’era poco sostegno all’interno dello sport per l’opzione che richiedeva agli atleti transgender di mantenere i loro livelli di testosterone al di sotto di 2,5 nmol/L per 24 mesi per essere idonei a competere a livello internazionale nella categoria femminile”. In termini di regolamenti DSD, World Athletics ha più di dieci anni di ricerca e prove dei vantaggi fisici che questi atleti portano alla categoria femminile. Il Consiglio ha deciso comunque di istituire un gruppo di lavoro per 12 mesi per esaminare ulteriormente la questione dell’inclusione dei transgender.

 

Atletica, russi e bielorussi ancora fuori

Gli atleti russi e bielorussi ancora esclusi della competizioni internazionali di atletica leggera anche nel “prossimo futuro” a seguito dell’invasione militare di Mosca in Ucraina. Anche questa decisione è stata comunicata da Coe in conferenza stampa. Il nuovo no della federazione internazionale è un ostacolo non solo politico ma anche pratico, in vista delle qualificazioni. D’altra parte, World Athletics ha inoltre stabilito di formare un gruppo di lavoro sul tema dell’esclusione di russi e bielorussi, riammessi alle gare invece, ad esempio, ai Mondiali di boxe femminili di New Dehli.

 

L’atletica russa “ripristinata” dopo il caso doping

Sempre il Consiglio di Word Athletics ha preso un’altra importante decisione: la Federazione russa di atletica leggera (RusAf) è stata ripristinata dal movimento mondiale dopo lo scandalo doping attuato su larga scala. L’atletica leggera russa era sospesa dal novembre del 2015 per grave incongruenze e violazioni al Codice mondiale antidoping. Il ripristino della Federazione russa non influisce, però, sul ritorno alle competizioni internazionali degli atleti russi: resiste il divieto di partecipazione, provvedimento legato all’intervento militare di Mosca in Ucraina.

 

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ANSA.IT — 24 MARZO 2023 – 8.07 :: Siria: raid Usa dopo attacco con drone attribuito a Iran. Ong, 8 miliziani filo-iraniani uccisi in raid Usa

 

ANSA.IT — 24 MARZO 2023 – 8.07
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2023/03/24/siria-raid-usa-dopo-attacco-con-drone-attribuito-a-iran-_8946833e-8f59-46e4-a538-101e2794945d.html

 

In Siria pattugliamento russo-turco al confine con Turchia

 

Siria: raid Usa dopo attacco con drone

attribuito a Iran.

Ong, 8 miliziani filo-iraniani uccisi in raid Usa

 

Una serie di attacchi aerei è stata sferrata nella notte in Siria dalle forze statunitensi, in risposta ad un attacco con drone nel nordest, attribuito alle forze di elite iraniane, che ha ucciso un contractor e ferito altre 6 persone.

L’intelligence Usa ritiene che il drone fosse di origine iraniana.

 

 

Tajani: “Italia attenta sul rispetto dei diritti umani in Iran”

 

 

Almeno otto miliziani filo-iraniani sono stati uccisi nel raid, scrive l’Osservatorio siriano per i diritti umani. 

“I raid Usa hanno preso di mira dei depositi di armi nella città di Deir Ezzor, dove sono stati uccisi sei combattenti filo-iraniani, altri due dei quali sono stati uccisi da attacchi che hanno colpito il deserto di Moyadine e le vicinanze di al-Boukamal”, scrive l’Ong.

 

 

 

DEIR EZ-ZOR —

LA STORIA DI QUESTO DISTRETTO DELLA SIRIA

https://euaa.europa.eu/country-guidance-syria/deir-ez-zor

 

 

“Sotto la direzione del presidente Biden, ho autorizzato le forze del comando centrale degli Stati Uniti a condurre attacchi aerei di precisione stasera nella Siria orientale contro strutture utilizzate da gruppi affiliati al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran (Irgc)”, ha dichiarato il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III.

“Gli attacchi aerei sono stati condotti in risposta all’attacco di oggi, nonché a una serie di recenti attacchi contro le forze della coalizione in Siria da parte di gruppi affiliati all’Irgc”.

Questi attacchi di precisione hanno lo scopo di proteggere e difendere il personale statunitense. Gli Stati Uniti hanno intrapreso azioni proporzionate e deliberate volte a limitare il rischio di escalation e ridurre al minimo le vittime. “Come ha chiarito il presidente Biden, prenderemo tutte le misure necessarie per difendere il nostro popolo e risponderemo sempre in un momento e in un luogo a nostra scelta”, ha affermato il segretario Austin. “Nessun gruppo colpirà impunemente le nostre truppe”. “I nostri pensieri sono con la famiglia e i colleghi del contractor che è stato ucciso e con coloro che sono stati feriti nell’attacco di oggi”, ha detto il segretario. Due soldati feriti sono stati curati sul posto, mentre altri tre componenti e l’appaltatore statunitense sono stati evacuati dal punto di vista medico presso le strutture mediche della Coalizione in Iraq.

Un contractor statunitense è stato ucciso e cinque soldati più un altro professionista sono rimasti feriti dopo che un drone ha colpito una base militare nel nord-est della Siria: lo ha riferito il Pentagono.

“Un contractor statunitense è stato ucciso e cinque membri dei servizi statunitensi e un altro mercenario statunitense sono rimasti feriti dopo che un veicolo aereo senza pilota kamikaze ha colpito una struttura di manutenzione in una base della coalizione vicino ad Hasakah, nel nord-est della Siria“, ha affermato il Dipartimento della Difesa in una nota. L’intelligence statunitense ritiene che il drone fosse “di origine iraniana”, ha aggiunto la dichiarazione.

 

 

HASAKA, la vedi nella cartina – è la capitale del distretto

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PIER PAOLO PASOLINI ( Bologna, 1922 – Roma, 1975 ) — ” La Resistenza e la sua Luce ” + IL FRATELLO ” ERMES “

 

 

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie  su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce ….

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile …
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

 

P.P.Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W.  Siti, vol. I, “Meridiani” Mondadori, Milano 2003, pp.944-947).

 

 

CENTRO STUDI P.P. PASOLINI DI CASARSA, 25 APRILE 2015

http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/la-resistenza-e-la-sua-luce-di-pier-paolo-pasolini/

 

 

Pier Paolo Pasolini (Bologna5 marzo 1922 – Roma2 novembre 1975)

FOTO : SteveR2

https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini

 

 

Guido Alberto Pasolini

Guido Alberto Pasolini

nome di battaglia “Ermes” (Belluno4 ottobre 1925 – Cividale del Friuli12 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano. Morì appena diciannovenne nei fatti legati all’eccidio di Porzûs, tragico e controverso episodio della Resistenza Italiana in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da un gruppo di partigiani comunisti appartenenti alle Brigate Garibaldi, per motivazioni politiche non legate alla lotta contro il nazifascismo.

 

Il problema del rapporto fra osovani e garibaldini era stato esplicitato da Guido in una celebre lettera al fratello del 27 novembre 1944 (il testo è riportato per estratto, con la punteggiatura ed eventuali errori originali secondo il metodo della trascrizione diplomatica):

 

 

LETTERA A PIER PAOLO DEL 27 NOVEMBRE 1944 — morì il 12 febbraio 1945

 

«Pier Paolo Carissimo: (…) ti metto senz’altro al corrente della nostra situazione come si presenta alla data di oggi 27 novembre. (…) Si riorganizza la brigata: in breve tempo raggiungiamo i 600 uomini nella vallata Attimis-Subit. Si entra in contatto con i mandanti delle 2 brigate Garibaldi che fiancheggiano il nostro schieramento: si forma la divisione Garibaldi-Osoppo, si firma un patto di amicizia con gli sloveni che, slealmente hanno cominciato la propaganda slovena nel territorio da noi occupato. (…) In quegli stessi giorni giunge una missione slovena inviata da Tito: si propone l’assorbimento della nostra divisione da parte della Armata slovena: ci fanno capire fra l’altro che qualora facessimo parte dell’esercito sloveno eviteremmo il disarmo. Il comandante di divisione Sasso (un garibaldino) tentenna, il vice comandante Bolla (Osoppo) pone un energico rifiuto. Gli sloveni se ne vanno scontenti. Il comandante Sasso promette solennemente a Bolla (…) che della questione non si sarebbe più parlato. (…) I presidi garibaldini fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolore (A [Memino] un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere “Uomini liberi”, e che ragionava come un federale fascista [infatti nelle file garibaldine si è “liberi” di dire bene del comunismo], altrimenti sei trattato come “Nemico del proletario” (Nientemeno!) oppure “Idealista che succhia il sangue del popolo” (senti che roba!)) A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo “straccio” russo. (…) Gli sloveni frattanto approfittano della situazione ed entrano in trattative col comando garibaldino (si riparla dell’antico progetto di assorbimento delle nostre formazioni da parte slovena) Bolla strepita: ma oramai non ha più l’autorità che novecento uomini pronti a tutto gli davano … Il delegato sloveno fa comprendere a Bolla che la sua presenza non è gradita ai colloqui, Bolla raccoglie i suoi uomini e si allontana dignitosamente. Raggiungiamo la zona Prosenicco-Subit-Porzus e quivi ci riorganizziamo. Passano una ventina di giorni. Frattanto Enea (lasciato a Codromaz come osservatore) ci fa sapere che i garibaldini lo hanno rassicurato (la notizia dell’accordo con gli sloveni viene solennemente smentita) … Ci raggiunge a Porzus: siamo al 2 novembre. Il giorno dopo giunge al nostro comando il comandante della divisione “Garibaldi” Sasso. Ha un lungo colloquio con Bolla (smentisce di nuovo solennemente la notizia dell’accordo con Tito e promette che mai più ne riparlerà) tenta di riconciliarsi con la brigata Osoppo oramai riorganizzata… Il 7 novembre, anniversario della rivoluzione russa per tutti i reparti garibaldini si festeggia l’avvenuta unione con le truppe slovene. L’accordo era stato firmato prima delle famose solenni smentite!!! Gran parte però dei garibaldini non voleva l’accordo (deciso da pochi uomini) molti piangono di rabbia e non vogliono sostituire la stella rossa alla stella tricolore. Alcuni ottengono di passare nelle file dell’Osoppo e ci raccontano che i commissari garibaldi hanno iniziato una propaganda di intimidazione fra i reparti… Una delle clausole dell’accordo con gli sloveni è la seguente: I reparti garibaldini si impegnano di effettuare una leale propaganda in favore degli sloveni e di mobilitare la popolazione maschile nelle zone sotto il loro controllo. I mobilitati non possono far parte di formazioni italiane ma devono entrare in reparti sloveni! Quattro giorni fa si presenta al nostro comando il famigerato commissario Vanni: dichiara al nostro comandante Bolla: “Per ordine del maresciallo Tito la prima brigata Osoppo deve sgomberare la zona (territorio di influenza slovena) a meno che non acconsenta ad entrare nelle formazioni slovene” Siamo arrivati dunque al vertice della parabola: come andrà a finire? Udine è a 12-16 km di distanza. La nostra parola d’ordine per ora è di rispondere ad una sleale propaganda anti-italiana con una propaganda più convincente.(…) dovresti scrivere qualche articolo che fa al caso nostro (…) con qualche poesia magari, in italiano e friulano (…) Negli articoli cerca appena di sfiorare gli argomenti suaccennati: devi essere un italiano che parla agli italiani. Mi dimenticavo: i commissari garibaldini (la notizia ci giunge da fonte non controllata) hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per un la bolscevizzazione dell’Italia!! Ti mando una copia del programma del partito d’azione al quale ho aderito con entusiasmo (…) è bene che tu sappia com’è la situazione anche perché ho bisogno se non altro dei tuoi consigli. Comprendo perfettamente che molto probabilmente tu non hai avrai né tempo né voglia di compilare gli articoli su accennati comunque se hai intenzione di farli: falli al più presto (…) Se non altro almeno scrivi a me qualche riga … Ti bacio con grandissimo affetto. Guido (…)»

 

Guido Pasolini al fratello Pierpaolo, 27 novembre 1944

DA : 

https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Pasolini

 

 

 

 

 

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Trafalgar, spiaggia — Spagna- Territorio andaluso di Barbate — ” GIGLIO DI MARE ” e molti altri nomi / v. Wikipedia

 

 

Azucena de mar (Pancratium maritimum) en Trafalgar (Cádiz)

 

 

 

cartina da :
https://www.turismobarbate.es/que-visitar/costa-trafalgar

 

da :

wikipedia : https://it.wikipedia.org/wiki/Capo_Trafalgar

 

Capo Trafalgar (in spagnolo cabo Trafalgar, dall’arabo ﻃﺮﻒ ﺍﻟﻐﺮﺐ, tarf al-gharb, “capo d’occidente”) è un promontorio in Spagna sull’oceano Atlantico a nord-ovest dello stretto di Gibilterra, del quale è considerato dai geografi l’estremo occidentale.

Amministrativamente si trova nel territorio del comune andaluso di Barbate.

È principalmente conosciuto per la cosiddetta battaglia di Trafalgar, svoltasi il 21 ottobre 1805, che vide la sconfitta della flotta franco-spagnola da parte di quella britannica, comandata da Horatio Nelson.

 

Costa del Sol, Costa de la

REGIONE DELL’ANDALUSIA

 

 

BARBATE, BELLISSIMO PORTO DELL’ANDALUSIA

 

 

BARBATE, A SUD EST DOPO TARIFA  ( sulla punta sud-est )

 

da Pinterest – Mappa dellAndalusia
https://www.pinterest.it/pin/803681495985722203/

 

 

 

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Giglio di mare

PaestumCampaniaItaly
User:Stemonitis – Fotografia autoprodotta

 

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NEW YORK CAFE –IN PIENO CENTRO A BUDAPEST– ” Il più bel caffè del mondo ” –+++ video– Twitter : Miguel Calabria @MiguelCalabria3, 16.59 – 23 marzo ’23 — grazie e mille!

 

 

 

7 marzo ore 10.53

https://www.facebook.com/photo?fbid=517210723927133&set=a.491366596511546&locale=it_IT

 

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso

21 febbraio

 

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso

13 gennaio a colazione

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso

13 ottobre 2021

 

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso e il seguente testo "NYUGAT BÁR"

il bar — 30 agosto 2021

 

 

 

 

23 agosto 2021

 

 

 

 

8 giugno 2021

 

 

 

 

 

26 aprile 2021

 

 

 

 

il bar  5 marzo 2021

 

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

26 ottobre 2020 —

il link delle foto sopra  è sempre lo stesso: https://www.facebook.com/NewYorkCafeBudapest?__tn__=-UC*F

 

 

DA BUDAPEST.ORG  – link subito sotto

 

Il Cafè New York, situato in pieno centro città in Vorosmarty Ter, è uno dei locali storici di Budapest, tra atmosfere dell’800 e piatti tipici. –
L’armonioso Cafè New York, conosciuto oggi con il nome di Boscolo Budapest, è stato costruito tra il 1891 e il 1895 in un eclettico stile italiano rinascimentale con tocchi gotici: vi si riconoscono influssi stilistici architettonici neobarocchi, rinascimentali e rococò.
Al Cafè New York si riunivano i personaggi più prestigiosi della vita culturale di Budapest, che fossero artisti, scrittori o editori.

Considerata un tempo la più bella sala da caffè al mondo, dopo la seconda guerra mondiale cadde in rovina ma dal 2006 i nuovi proprietari del locale hanno fatto numerosi sforzi per riconquistare la vecchia patina e il suo originale splendore, il tutto in un’atmosfera magica inebriata da antichi sapori e piatti tipici. –

DA https://www.budapest.org/cosa-vedere-budapest/new-york-cafe/

 

 

+++

Miguel Calabria

@MiguelCalabria3

 

VIDEO, 0.09

 

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ANSA.it — 23 marzo 2023 — 13.35 :: Amministrative: il 14 e 15 maggio 791 comuni al voto, 18 capoluoghi Oltre sei milioni di persone chiamate alle urne

 

 

ANSA.it — 23 marzo 2023 — 13.35
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/03/23/amministrative-il-14-e-15-maggio-791-comuni-al-voto-18-capoluoghi_13312451-155f-467f-9625-91cd9eaee4aa.html

 

Amministrative: il 14 e 15 maggio 791 comuni al voto, 18 capoluoghi

Oltre sei milioni di persone chiamate alle urne

 

 

Saranno in tutto 791 i comuni al voto nella prossima tornata amministrativa che si svolgerà il 14 e il 15 maggio (con eventuali ballottaggi il 28 e il 29 maggio), di cui 107 con popolazione superiore ai 15mila abitanti.

Lo ricorda l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni, che ha realizzato un vademecum esaustivo con tutte le informazioni sulle scadenze amministrative del 2023.

Secondo i dati forniti dal Viminale gli elettori che a maggio potranno recarsi alle urne saranno 6.314.913.

I seggi si apriranno in 18 comuni capoluogo di provincia:

Ancona, Brescia, Brindisi, Catania, Imperia, Latina, Massa, Pisa, Ragusa, Siena, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Udine e Vicenza.

Di questi uno è anche capoluogo di Regione (Ancona), uno è capoluogo di Città Metropolitana (Catania) e 7 superano i 100mila abitanti (Ancona, Brescia, Catania, Latina, Siracusa, Terni, Vicenza). 

Questa tornata elettorale contempla anche municipi che andranno per la prima volta al voto: Moransengo-Tonengo (Asti) e Bardello con Malgesso e Bregnano (Varese). Il comune più piccolo al voto è quello di Bergolo (in provincia di Cuneo, soltanto 67 abitanti), quello più grande è invece Catania, con 293.902 abitanti.

In totale a maggio saranno eletti 10.150 consiglieri e nominati 2.933 assessori.

 

Il calendario

Diversamente da quanto accade nelle regioni a statuto ordinario, in Friuli-Venezia Giulia le amministrative saranno accorpate alle elezioni regionali e si voterà domenica 2 e lunedì 3 aprile, con eventuali ballottaggi domenica 16 e lunedì 17 aprile.

Nella regione Siciliana, peraltro, si voterà domenica 28 e lunedì 29 maggio 2023, mentre gli eventuali ballottaggi si svolgeranno domenica 11 e lunedì 12 giugno.

I comuni del Trentino-Alto Adige andranno al voto domenica 21 maggio

e il comune di Valtournenche, in Valle d’Aosta, domenica 21 maggio, con turno di ballottaggio domenica 4 giugno.

 

Nelle regioni a statuto ordinario saranno 598 i comuni chiamati al voto, di questi la stragrande maggioranza (463) ha un numero di abitanti compreso tra i tremila e i diecimila. I comuni con maggior numero di abitanti al voto saranno soltanto 13 e hanno una popolazione tra i 100.001 e i 250mila abitanti.

Nelle regioni a statuto speciale le urne si apriranno in 193 comuni, di cui: 1 in Valle d’Aosta, 24 in Friuli Venezia Giulia, 2 nella Provincia Autonoma di Trento, 2 nella Provincia Autonoma di Bolzano, 128 in Sicilia e e 37 in Sardegna.

In particolare, in Sardegna le elezioni amministrative si svolgeranno il 28 e 29 maggio. Il via libera era arrivato nei giorni scorsi dal vertice di maggioranza convocato dal governatore Christian Solinas proprio per decidere la data delle prossime comunali. In totale nell’Isola andranno alle consultazioni 38 Comuni.

 

Il vademecum dell’Anci
L’Associazione dei Comuni ha realizzato uno scadenzario degli adempimenti del procedimento elettorale, fornendo anche una panoramica sulle più recenti normative in materia, con pareri del Ministero dell’Interno e con la più recente giurisprudenza. Si tratta dunque, viene sottolineato, “di uno strumento operativo per orientarsi, ad esempio, sul numero di sottoscrizioni necessarie per la presentazione delle liste e gli atti che possono essere adottati dopo l’indizione dei comizi elettorali”. Completa il quadro una tavola sinottica delle disposizioni su operazioni elettorali, comunicazione istituzionale e propaganda.

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+++ ATLANTIDE DI ANDREA PURGATORI, LA 7 — 22 marzo 2023 – UCCIDETE PECORELLI ! — 1. Intervista a d Antonio Padellaro ( 5.58 m. ) ++ 2. Intervista alla giornalista Laura Fanelli – + 3. puntata intera ( 2h e mezza ca )

 

 

 

  1. INTERVISTA AD ANTONIO PADELLARO  – 5.58 minuti


https://www.la7.it/atlantide/video/andreotti-e-cossiga-il-rapporto-tra-pecorelli-e-la-classe-politica-della-prima-repubblica-22-03-2023-477139

 

 

2. SEGUE:  RAFFAELLA FANELLI

L’intervista di Andrea Purgatori a Raffaella Fanelli, giornalista ed esperta del caso Pecorelli: “Sapeva che il dossier che Andreotti consegna ai magistrati sul golpe borghese era incompleto. Nel delitto di Moro era a conoscenza di lettere mai divulgate e di particolari ancora inediti. Pecorelli indagava sulle stragi”

 

3. Atlantide – Uccidete Pecorelli! Indagine su un delitto — video, 2h 38 ca —

 22/03/2023

https://www.la7.it/atlantide/rivedila7/atlantide-uccidete-pecorelli-indagine-su-un-delitto-23-03-2023-477146

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IL TERZO SEGRETO DI SATIRA. LA PARANZA ( combriccola ) DEI BUONISTI– LONGANESI, 2020 + ALCUNI VIDEO DELLA ” COMBRICCOLA “–

 

 

La paranza dei buonisti. Manuale di sopravvivenza per il ventennio sovranista

Longanesi, 2020

Per voi che, nell’era dell’odio e degli slogan urlati, con i vostri toni pacati il più delle volte finite per essere zittiti e tacciati di «buonismo radical chic». A voi vogliamo trasmettere un messaggio importante: inutile opporsi, ridimensionate le ambizioni e pensate, piuttosto, a sfangarla!

«Posto a confronto con la frase ’chiudiamo i porti’, un buonista si riconosce subito perché inizia a sudare, mostra segni di disagio e tenta di articolare ragionamenti complessi (eccedenti le tre parole). Nel frattempo il sovranista convince almeno tre persone (se è al bar; trecentomila, se è sui social) a raffiche di slogan. Pulito, veloce, efficace, e capita che ci vinci pure le elezioni.»

Siete stanchi di argomentare con gli urlatori, ragionare con gli odiatori, mantenere la calma con folle di sovranisti isterici? Avvertite un senso di nausea ogni qualvolta aprite un social network, sfogliate un giornale, ascoltate la radio o uscite per strada? Attenzione, siete chiaramente dei buonisti sull’orlo di una crisi di nervi e questo manuale è stato scritto apposta per voi. Per voi che, nell’era dell’odio e degli slogan urlati, con i vostri toni pacati il più delle volte finite per essere zittiti e tacciati di «buonismo radical chic». A voi vogliamo trasmettere un messaggio importante: inutile opporsi, ridimensionate le ambizioni e pensate, piuttosto, a sfangarla! Dal lavoro all’amore al tempo libero, in questo manuale troverete storie esemplari da cui prendere ispirazione (oppure no), strategie pratiche da mandare a memoria, editoriali controversi, giochi di dubbio gusto e test di autovalutazione per mettere alla prova le vostre effettive probabilità di sopravvivenza al ventennio che ci si prospetta: razzista, misogino, populista, autoritario. In una parola, sovranista. Vi sembra che stiamo esagerando? Immaginate se mai si arrivasse a una situazione tale da costringere, per dire, una novantenne, scampata alla guerra, alla persecuzione nazista e ai campi di concentramento, a fronteggiare le minacce di un manipolo di leoni da tastiera sovranisti. Immaginate se quella novantenne dovesse essere messa sotto scorta, per questo. Una roba da pazzi, no?

 

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ALCUNI VIDEO DI PROPAGANDA DEL LIBRO

IL BUONISTA COL MITRA

 

 

SE VI PIACCIONO SU YOUTUBE  CE NE SONO ALTRI ..

 

 

TIPO QUESTO–

Ce lo ha Chiesto l’Europa – Il Terzo Segreto di Satira

https://www.youtube.com/watch?v=Eus-oFzDa_I

 

 

 

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La storia nascosta. Gli Uhlfelder, una famiglia ebraica berlinese a Bari negli anni della persecuzione, di Pasquale B. Trizio- editore Gelso Rosso, 2015

 

 

La storia nascosta. Gli Uhlfelder, una famiglia ebraica berlinese a Bari negli anni della persecuzione - Pasquale B. Trizio - Libro Gelsorosso 2015, Origani | Libraccio.it

 

Durante una ricerca effettuata presso l’Archivio di Stato di Bari, su un argomento di tutt’altro interesse, l’autore s’imbatte per caso in un nome a lui ben noto, che ricorda sin da bambino perché apposto su una lapide, situata accanto a quella dei suoi genitori nel cimitero della Città, che gli suscita un immediato interesse sino a indurlo a ricostruirne la storia, “nascosta” sino ad oggi dietro una fredda epigrafe. Il nome, il luogo e le date di nascita e di morte, i soli riferimenti in suo possesso, sono quelli di Berthold Uhlfelder, avvocato ebreo e consigliere di Corte di Appello di Berlino, originario di Norimberga che, con la sua famiglia, fugge dalla Germania nazificata per rifugiarsi a Bari nel 1936 e che, invece, cade vittima delle famigerate leggi razziali che il fascismo emana nel 1938, finendo per essere internato con la moglie Helene per circa quattro anni in uno sperduto paesino dell’Abruzzo. È una storia fatta di ansie, paure, privazioni e umiliazioni, ma anche di profondi sentimenti che emergono da una poesia che Berthold, prima di morire, dedica alla sua Helene e che rappresenta un manifesto della tragedia degli ebrei di tutta Europa negli anni della persecuzione.

 

QUOTIDIANO DI BARI 

Gli Uhlfelder: una famiglia ebraica berlinese a Bari negli anni della persecuzione

 

Si è svolta ieri a Bari, presso l’auditorium dell’Archivio di Stato, la presentazione del volume di Pasquale B. Trizio, “La Storia nascosta. Gli Uhlfelder: una famiglia ebraica berlinese a Bari negli anni della persecuzione”, edito dalla Gelsorosso Editore del capoluogo pugliese. Il volume è il risultato di una approfondita ricerca svolta dall’autore presso l’Archivio di Stato di Bari, per ricostruire la “storia nascosta” della famiglia dell’avvocato Berthold Uhlfelder, consigliere di Corte d’Appello a Berlino, fuggita nel 1936 dalla Germania nazista e rifugiatasi a Bari, dove cadrà vittima delle leggi razziali emanate in Italia nel 1938.

l volume è stato presentato dal Prof. Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (IPSAIC), che ha  voluto sottolineare anche lo spirito di accoglienza della popolazione pugliese nei confronti di quel drammatico periodo bellico. Nell’incontro, moderato dalla Direttrice dell’Archivio Dr.ssa Antonella Pompilio, che ha gentilmente messo a disposizione i documenti fondamentali per la ricerca, è stato ricostruito il drammatico percorso della famiglia tedesca, ma di origine ebraica, Uhlfelder : essa, fuggita come tante altre dalla Germania a causa delle persecuzioni antisemite hitleriane, si era rifugiata in Italia, che negli anni ’30 era tra i principali punti di riferimento per gli ebrei in fuga. Nel nostro Paese essi tentavano di ricostruire non solo la propria esistenza, ma anche il proprio percorso di studi, e l’Università di Bari era divenuta un oasi di cultura non solo per gli studenti, ma anche per i grandi scienziati e medici ebreo-tedeschi, che qui insegnarono e ottennero grande fama, specialmente nel dopoguerra, come nel caso del celebre psicologo Max Meyer.

Purtroppo le speranze dei fuggiaschi si spensero nel 1938 -ma i segni premonitori si erano già avuti l’anno prima -, annus horribilis in cui furono promulgate le famigerate leggi razziali: Mussolini infatti, che precedentemente si era tenuto lontano da quegli infami provvedimenti, aveva in seguito deciso di abbracciare totalmente la follia totalitaria e antisemita di Adolf  Hitler. Così i docenti furono costretti a mandare al macero libri scritti da ebrei, e i bambini di religione non cattolica, allontanati dalle scuole, e a cui fu proibito persino di giocare nei cortili con i propri coetanei, furono i primi a subire quella brutale discriminazione. Molti ebrei furono deportati nei campi di concentramento che, seppur meno famosi di quelli tedeschi – come Dachau – erano presenti anche in Puglia: basti ricordare quello delle isole Tremiti, dove furono imprigionati zingari, pentecostali, omosessuali, parroci che nelle loro omelie si erano opposti alla brutalità nazifascista e persino personalità celebri come il futuro Presidente Sandro Pertini.

L’autore del volume ha dunque ricostruito, in particolare, la storia degli Uhlfelder, il cui capofamiglia, Berthold, prestigioso avvocato di Norimberga, è stato seppellito, nel 1946, proprio accanto alla tomba del padre di Pasquale Trizio, e questi, incuriosito dal leggere sulla lapide il nome e la località in tedesco, si è interessato alle vicende di questo sfortunato nucleo familiare. Nell’ambito della manifestazione è stato infine proiettato un video, realizzato da Giannini, in cui si assiste ai momenti più commoventi e salienti della vita del protagonista, deportato in seguito all’Aquila, città in cui contrasse una grave malattia, e ritornò poi a Bari dove morì in un appartamento in via Dalmazia al rione Madonnella, proprio nelle vicinanze della casa natale dell’autore, come un’ulteriore singolare coincidenza. Da menzionare una profonda poesia scritta dal legale a sua moglie, che ha suscitato grandi emozioni anche ai presenti. All’incontro di ieri era presente anche l’Assessore alla Cultura della civica Amministrazione barese Silvio Maselli. Nutrita anche la presenza degli studenti dei licei baresi Flacco, Bianchi Dottula, Margherita. Da segnalare, infine, l’inaugurazione, presso la Sezione di Archivio di Stato di Trani, della mostra fotografica Auschwitz: i luoghi della Memoria, a cura di Vincenzo Catalano in collaborazione con il Comune di Trani. Il curatore ha realizzato un reportage fotografico sui luoghi della Memoria e sui siti pugliesi che furono campi di concentramento e di passaggio degli ebrei verso lo Stato di Israele.

Piero Ferrarese

 

Pubblicato il 29 Gennaio 2016

 

 

 

se vuoi, nel link trovi la storia del libro ben raccontata:

 

BARI INEDITA- mercoledì 15 marzo 2023

Gianluigi Columbo

 

La “storia nascosta” di Berthold Uhlfelder: ebreo deportato la cui tomba giace nel cimitero di Bari

 

LINK DELLA GALLERIA DI IMMAGINI RACCOLTE CON IL REGISTA DEL  VIDEO/ DOCU

https://www.barinedita.it/gallery/la-storia-nascosta-di-berthold-uhlfelder_f2706

 

LINK GENERALE

https://www.barinedita.it/storie-e-interviste/n4846-la-

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Era De Maggio — Napulantica –+ Renzo Arbore e l’Orchestra italiana -+ Roberto Murolo- poesia di Salvatore di Giacomo con la musica di Mario Costa. Risale al 1885 + testo e traduzione

 

 

 

Testo

Era de maggio e te cadéano ‘nzinoA schiocche a schiocche, li ccerase rosseFresca era ll’aria, e tutto lu ciardinoAddurava de rose a ciento passeEra de maggio, io no, nun mme ne scordoNa canzone cantávamo a doje voceCchiù tiempo passa, e cchiù mme n’arricordoFresca era ll’aria e la canzona doce

E diceva, “Core, coreCore mio, luntano vajeTu mme lasse, io conto ll’oreChisà quanno turnarraje”Rispunnev’io, “TurnarraggioQuanno tornano li rroseSi stu sciore torna a maggioPure a maggio io stóngo ccáSi stu sciore torna a maggioPure a maggio io stóngo ccá”

E só’ turnato e mo, comm’a na votaCantammo ‘nzieme la canzona anticaPassa lu tiempo e lu munno s’avotaMa ‘ammore vero no, nun vota vicoDe te, bellezza mia, mme ‘nnammurajeSi t’arricuorde, ‘nnanz’a la funtanaLl’acqua, llá dinto, nun se sécca majeE ferita d’ammore nun se sana

E te dico, “Core, coreCore mio, turnato io sóTorna maggio e torna ‘ammoreFa’ de me chello che vuó’Torna maggio e torna ‘ammoreFa’ de me chello che vuó'”

 

 

Era di maggio e ti cadevano in seno,
A ciocche, a ciocche, le ciliegie rosse.
Fresca era l’aria e tutto il giardino
Odorava di rose da cento passi.

Era di maggio; io, no, non me dimentico,
Una canzone che cantavamo a due voci!
Più tempo passa e più me ne ricordo,
Fresca era l’aria e la canzone dolce.

E diceva: “Cuore, cuore!
Cuore mio, lontano vai!
Tu mi lasci, io conto le ore.
Chissà quando tornerai!”

Rispondevo io: “Tornerò
Quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio,
Anche a maggio io sarò qua!

Se questo fiore torna a maggio,
Anche a maggio io sarò qua!”

E sono tornato ed ora, come una volta,
Cantiamo insieme la canzone antica.
Passa il tempo ed il mondo cambia,
Ma l’amore vero, no, non cambia vicoli!

Di te, bellezza mia, mi innamorai,
Se ti ricordi, davanti alla fontana.
L’acqua, là dentro, non si secca mai,
E ferita d’amore non si guarisce!

Non si guarisce, perché se guarita
Si fosse, gioia mia,
Tra quest’aria imbalsamata,
A guardarti io non starei!

E ti dico: “Cuore, cuore!
Cuore mio, io sono tornato!
Torna maggio e torna l’amore.
Fa’ di me quello che vuoi!

Torna maggio e torna a me.
Fa’ di me quello che vuoi!”

 

TESTO E TRADUZIONE
https://www.le3.it/cc/canto.php?idCanti=3668

 

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Naples ’44 ( Italia ) — 84 min— RAIPLAY — DAL LIBRO DI NORMAN LEWIS, NAPOLI ’44 — ADELPHI + RECENSIONE DEL LIBRO DI DONATELLA D’IMPORZANO

 

 

 

 

Seconda Guerra Mondiale. Nel 1943 la Quinta Armata fa il suo ingresso in una Napoli appena liberata dai tedeschi. Testimone oculare è Norman Lewis, un giovane sottoufficiale inglese: ciò che lo colpisce e lo incanta è la presenza di un magma sociale vivo e pulsante nonostante gli orrori della guerra. Norman non può fare a meno di innamorarsi di quella terra e di quella gente, e più inizia a posare il suo lucido sguardo sulla cruda miseria umana e materiale di Napoli, più le pagine dei suoi diari si riempiono di una molteplicità di storie e personaggi.

 

https://www.raiplay.it/video/2019/04/Naples-44-b8ab161f-3b7b-41d9-b36f-0cc4cf2013e2.html

 

Naples ’44 è un film documentario italiano del 2016 diretto da Francesco Patierno. È tratto dall’omonimo testo di Norman Lewis. È stato presentato in anteprima al Festival internazionale del film di Roma il 18 ottobre 2016.

 

Il documentario trae spunto dal filo narrativo dell’omonimo testo di Norman Lewis, ufficiale britannico di stanza nell’Italia meridionale durante il periodo della liberazione e divenuto poi un famoso scrittore. Il regista Francesco Patierno, avvalendosi di filmati d’epoca (Istituto Luce CinecittàNational Archives and Records AdministrationImperial War MuseumGetty Images) miscelati a film come La pelle di Liliana Cavani e Le quattro giornate di Napoli di Nanny Loy, fa rivivere l’atmosfera della Napoli disperata ma viva e pulsante dell’immediato dopoguerra.

 

Il regista ha voluto svelare quale è stata la genesi del film in una dichiarazione alla stampa: «Tutto è nato dal racconto di mio padre che un giorno mi parlò di come fosse sopravvissuto a un bombardamento solo perché si trovava sul lato giusto della strada. Mi disse che per capire come abbia vissuto la città in quel periodo dovevo assolutamente leggere Naples ’44 di Norman Lewis. Cosa che ho fatto adorandolo».

 

 

DEL LIBRO ” NAPOLI 44 ” CE NE HA PARLATO DONATELLA D’IMPORZANO, POCHI GIORNI FA

Donatella ci parla di un libro bello :: ” Napoli 44 ” di Norman Lewis – Adelphi + altro sull’autore

 

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22 Marzo – Giornata mondiale dell’acqua– mario bardelli

 

 

 

 

 

 

 

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VITTORIO NISTICO’ ( Soverato- Catanzaro, 1919 / Roma, 2009 ), direttore del famoso giornale L’Ora di Palermo – Fonti varie — link sotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell'«Ora» di Palermo

SELLERIO, 2001

Vittorio Nisticò

Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo

Nota di Marcello Sorgi

Gli anni ruggenti del «L’Ora» di Palermo, nel racconto del suo direttore, con il significativo apparato dei «pezzi» più importanti, delle più clamorose campagne. Un frammento di storia d’Italia dalla rovente scrivania di una redazione militante.

«Comunicare la notizia, ma anche l’emozione». Era questo, secondo il giudizio di un suo giornalista, la formula dello stile (e del successo) di un giornale siciliano, antigovernativo per nascita e vocazione, restato nella memoria e nella storia.

«L’Ora» quotidiano della sera, era nato a inizio del ‘900, organo della nuova borghesia antiprotezionistica emersa a seguito della fortuna dei Florio; aveva poi attraversato il Fascismo, divenendo, fortuitamente ma inesorabilmente, un centro di viva opposizione fino a che aveva potuto.

Ma la stagione di gloria venne nel dopoguerra, dopo la lunga depressione del Fascismo. La Sicilia giocava la carta della sua rinascita. L’autonomia regionale, la riforma agraria, la tentata industrializzazione, il poco di miracolo economico precipitato nell’isola:

«L’Ora» ebbe la capacità e l’opportunità di connettersi a quel rinnovamento, divenendo voce di tutti gli ambienti che esprimevano desiderio di novità, e si aggrappavano al giornale come alla fonte di una libertà di parola riacquistata dopo tempi di silenzio vissuti come immemorabili; collocandosi anche nella prima linea della polemica contro la faccia negativa di quel rinnovamento: la nuova Mafia, l’emergere del sistema di potere clientelare, la nascita dei nuovi potentati economici abbarbicati alla spesa regionale e meridionalistica, la resistenza dei ceti feudali.

1955-1975: un ventennio di giornale in mano a un solo direttore, Vittorio Nisticò, che seppe circondarsi di tre generazioni di collaboratori, rappresentanti forse il meglio dell’intellettualità, oltre che del giornalismo siciliano: e il loro elenco rende semplicemente riassunto di un fetta importante della storia della cultura e della stampa nazionali fino ad oggi. Essi fecero del loro giornale il portatore di due primati.

 

Uno tragico: il maggior numero di giornalisti uccisi nella storia forse della stampa.

Uno frivolo: il foglio di informazione più cinematografato. Attraverso gli editoriali del direttore, una cronologia ed un elenco ragionato dei principali servizi giornalistici dell’intero ventennio, questo libro ricostruisce la storia anche più intima dell’«Ora». Che diventa in realtà, come sempre quando si racconta della vita di un giornale, documento di riflessione del nostro passato, recente e già in pericolo di entrare nella zona grigia dell’oblio. La storia, cioè, attraverso la notizia, ma anche l’emozione.

 

 

L’AUTORE

 

L'ora, la storia del primo giornale che parlò di mafia: Vittorio Nisticò è il vero Antonio Nicastro

 

 

 

Vittorio Nisticò, calabrese e siciliano di elezione, direttore per oltre venti anni de «L’Ora» di Palermo. Ritornò (dopo una breve parentesi romana alla direzione di «Paese sera»), ma stavolta per un incarico molto diverso e in un momento molto drammatico: presiedere la cooperativa costituita dai suoi ex redattori per salvare il giornale dalla chiusura assumendosene la gestione diretta. Di Nisticò questa casa editrice ha pubblicato L’Ora dei ricordi (2004).

 

 

 

SOVERATO IN CALABRIA

https://it.wikipedia.org/wiki/File:Map_of_comune_of_Soverato_%28province_of_Catanzaro,_region_Calabria,_Italy%29.svg

 

Classe 1919, Vittorio è nato a Soverato, in provincia di Catanzaro. Giovanissimo si avvicina al Partito Comunista a Bari in occasione della campagna referendaria del 1946 per la Repubblica. Parallelamente alla sua attività politica, Nisticò si forma come giornalista muovendo i primi passi in diversi quotidiani di area comunista facendosi apprezzare e conoscere nella redazione del Paese diretto da Tommaso Smith. All’età di 35 anni la svolta: l’editore Amerigo Terenzi decide di affidargli la direzione de “L’Ora” di Palermo, la testata giornalista fondata dalla famiglia Florio.

Dopo la chiusura de “L’Ora” di Palermo, Nisticò fonda e dirige per diversi anni “Euros”, un mensile di cultura e politica mediterranea. Nel 2002 gli fu viene assegnato il Premio Saint-Vincent di giornalismo alla carriera e nel 2003 Carlo Azeglio Ciampi lo nomino’ grande ufficiale al merito della Repubblica.

 

da : https://www.ilsussidiario.net/news/vittorio-nistico-chi-e-fu-direttore-de-lora-di-palermo-storia-vera-antonio-nicastro-lo-fu-per-20-anni/2354841/

 

L'Ora dei ricordi

 

Vittorio Nisticò

L’Ora dei ricordi

Nota di Marcello Sorgi

«Ognuno di noi giornalisti ha la sua storia personale (banale ovvero straordinaria), ma sono pochi quelli la cui storia personale si intreccia con la Storia» (Igor Man).

Verso la metà degli anni Sessanta a Palermo, nel Borgo Vecchio, il quartiere marinaro che abbracciava con i suoi vicoli e i suoi catoi ( Nota : dal greco, sotto-giù — ” sotterranei “, appartamenti piccolissimi ) l’umanità brulicante appena discesa dalle navi di un grande porto mediterraneo ancora in piena attività di traffici, fu uccisa a coltellate nel suo letto una prostituta e il suo innamorato algerino. Un fatto di sangue e di amore, scabrosissimo per i tempi che ancora credevano di mascherare col termine «mondana» la vergogna del mestiere. Il caso della «mondana del Borgo» Maddalena, così si chiamava, fu raccontato dal giornale «L’Ora» con tutto il clamore della cronaca nera e scandalosa. Ma anche con una tenerezza, con un’umanità, con un’assenza di moralismo e di pregiudizio, con una poesia, insomma, che chi era ragazzino allora sentì fresca come il preannuncio di un nuovo vento di libertà: quel vento che pochissimo dopo avrebbe corso le canzoni di De André.

Il giornale «L’Ora» di Palermo, quotidiano del pomeriggio, era anche questo: oltre le battaglie e le campagne contro la politica locale più vergognosa dell’Italia del tempo, oltre le prime denunce contro la Mafia impronunciabile perfino del nome, oltre i celebri reportage, oltre le rubriche tenute da intellettuali pronti a diventare tra i più influenti del paese. Vittorio Nisticò, il leggendario direttore di allora, in queste pagine racconta il pathos di quegli anni. Sono pagine estratte da un volume più vasto uscito anni fa, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo: una storia del giornale con una raccolta antologica di articoli, dove avevano funzione di introduzione. E sono pagine che meritano lo spazio proprio e la riconferma di una pubblicazione a parte, di questo libretto, perché contengono qualcosa di più di una cronaca, per quanto con tutto l’interesse dell’autobiografia. Riescono a rappresentare la gioia di esserci, la sete di nuovo della gente di un’epoca nuova che si apriva. Hanno, cioè, la forza immaginativa del romanzo.

 

 

 

REPUBBLICA : 19 GIUGNO 2012
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/19/il-giornale-che-racconto-altra-sicilia.html

 

Il giornale che raccontò l’ altra Sicilia

 

FRANCO NICASTRO

 

«CI RIVEDIAMO a Palermo», mi promise al telefono. Doveva essere l’ estate del 2007.Lo spirito era sempre gagliardo, l’ umore fresco ma il timbro della voce era molto affaticato. E l’ ironia di una volta svelava adesso una vena sottile di rassegnazione. Quasi di disarmo. Da quel momento fu solo Jole a rispondere e io non riuscivo più a chiamare per sapere quello che in fondo era abbastanza chiaro. Con Vittorio Nisticò si è chiusa la stagione irripetibile di un giornalismo che coniugava tensione morale, coraggio, curiosità intellettuale, rigore professionale: era questo il cemento ideale che ha tenuto insieme sin dall’ inizio tre generazioni di giornalisti. Qualcuno non c’ è più ma tanti altri sono in giro per il mondo e nelle redazioni delle grandi testate. DOVE continua il percorso di un’ esperienza che è cominciata e si è consolidata nello stanzone a vetri del palazzetto di piazza Napoli, il cuore pulsante del giornale L’ Ora. Quando vi entrai in punta di piedi avvertivo un senso di inadeguatezza rispetto alla sfida che avevo davanti. Per me, che venivo dall’ estremo lembo della Sicilia orientale, Palermo era il centro del mondo. E L’ Ora il punto di incontro con una realtà immaginifica, misteriosa, affascinante. Mi chiedevo continuamente: saprò mai superare la prova e questo sacro terrore del mito? Eppure non potevo considerarmi proprio un estraneo. Ricordo ancora l’ emozione che mi prese a 19 anni quando, aprendo il giornale appena arrivato nelle edicole di Vittoria,

Vittoria è una città del sud della Sicilia

VITTORIA – PROVINCIA DOI RAGUSA– http://www.pavonerisorse.it/cacrt/intbim/vittoria.html

 

vidi che un mio articolo sui costi umani per la salute del lavoro nelle serre occupava più di mezza pagina e portava in testa come un marchio di fabbrica la formula fatidica: “Dal nostro corrispondente”. E c’ era pure, nella prima edizione, il richiamo in prima pagina. Mi sentivo già di casa. Le selezioni dei nuovi arrivati che speravano di diventare “biondini”, cioè precari invisibili ma sempre presenti e preziosi, erano spietate. E tutti quelli della mia generazione siamo passati attraverso le forche caudine di esami senza appello e di adattamenti di ruolo pur di restare aggrappati a una zattera perennemente vagante e in procinto di andare a fondo al minimo soffio di vento. Presto trovai però i miei punti di riferimento e il passo giusto per calarmi nel clima di un giornale che era prima di tutto un collettivo straordinario e poliedrico dove ognuno riusciva alla fine a trovare il posto più adatto. Le differenze contavano, eccome se contavano, e anche le gerarchie. Ma c’ era in tutti noi una forte spinta ideale, il senso di una missione che coincideva con l’ idea di un giornalismo di opposizione: schierato, orgoglioso, arrogante, nemico del conformismo e del potere. E perciò libero, e perciò autonomo. Questa era la lezione che il gruppo storico del giornale (Mario Farinella, Aldo Costa, Marcello Cimino, Giuliana Saladino, Etrio Fidora, Gianni Lo Monaco, Kris Mancuso, Salvo Licata, e mi scuso per le omissioni) ci affidava giorno per giorno, anche se in certi casi non potevi sottrarti a una subalternità pedagogica. Sembrava che quel giornale prendesse forma nella frenetica routine quotidiana ma in realtà tutto era pensato, organizzato e controllato nella stanza che Nisticò presidiava come un fortino. Lui era il burbero padre-padrone che ti chiedeva tutto e non ti concedeva nulla, che ti spiegava in forma didascalica come cercare e trattare la notizia, come scovarla usando ogni risorsa critica negli anfratti dell’ ufficialità e dietro le versioni accomodate. In quei colloqui surreali, nei quali dicevi sempre sì, ci diede gli strumenti e il metodo di un giornalismo moderno, laico, impegnato nelle battaglie civili e politiche, aperto al confronto e pienamente coinvolto nel dibattito culturale. Noi ragazzi eravamo testimoni partecipanti di quella temperie ma solo dopo che la bottega artigianale di Nisticò ha chiuso i battenti abbiamo avuto una consapevolezza più precisa di ciò che ha rappresentato il giornale L’ Ora di quegli anni. Il vero riconoscimento del suo prestigio veniva prima di tutto dagli altri: dagli intellettuali che scrivevano e venivano cercati, coinvolti, intervistati, dagli inviati della grande stampa che arrivavano in redazione a compulsare, curiosi e ammirati, l’ archivio del giornale per ripescare e raccontare quello che era stato già scritto. La storia di quel piccolo grande giornale che da Palermo riusciva a parlare all’ Italia intera ha affascinato anche il cinema. E per noi era un’ emozione indicibile incrociare nel corridoio o nella stanza della cronaca personaggi dello spettacolo, registi come Francesco Rosi, artisti come Renato Guttuso e Bruno Caruso, scrittori come Leonardo Sciascia che veniva timido e compunto a portare il pezzo da pubblicare con la firma in testa in corpo 18, miti del giornalismo nazionale e internazionale, mostri sacri della cultura, apostoli delle lotte non violente come Danilo Dolci. E noi giovanotti pieni d’ entusiasmo eravamo pronti a rendere omaggio a tutti in ogni ruolo, anche quello di autista come mi capitò quando a casa di Marcello Cimino e Giuliana Saladino, dove ero appena arrivato, mi fu chiesto di accompagnare in albergo un certo Norman Lewis del quale sul momento mi era sfuggito il nome pronunciato in un inglese molto stretto. E solo alla fine, salutandoci davanti all’ hotel delle Palme, riuscii a collegarlo allo scrittore inglese che aveva voluto un intervento di Marcello nel suo libro L’ onorata società, uno dei primi a raccontare e ricostruire il collegamento tra la mafia e la società meridionale. Quest’ incontro risale magari a qualche anno dopo – era il 1989 e Marcello non usciva più di casa aspettando il congedo dal mondo – ma certi curiosi percorsi e certi straordinari incroci venivano da lì, dal palazzetto di piazza Napoli. Nisticò ci ha lasciato tanti ricordi e anche l’ eredità ingombrante di quella che Vincenzo Consolo, un altro caduto nelle grinfie di quel “mostro”, chiama la “bella stagione”. Lui ne condivise un lungo tratto come firma della cultura e per un po’ si fece trascinare nel territorio della cronaca con il compito di arricchirne la narrazione con i suoi resoconti corsari. E meno male che Nisticò ci ha lasciato anche un bel libro di memoria per raccontarci ciò che in quegli anni accadeva in Sicilia dentro, fuori e attorno a L’ Ora.

Accadeva che una rivolta autonomista aveva portato al governo della regione Silvio Milazzo mandando la Dc all’ opposizione. In quella operazione, comunque la si voglia giudicare, il giornale ebbe un peso determinante e molto esposto: la sfida della modernità passava attraverso l’ idea che la “rivolta” di Milazzo offrisse finalmente un approdo democratico alla travagliata stagione autonomistica, una via d’ uscita all’ immobilismo centrista, una risposta ai sogni di uno sviluppo in chiave siciliana. Accadeva che la mafia stava cambiando pelle. Lasciava il feudo e si trasferiva in città per collegarsi alle cosche e agli uomini che già la presidiavano e si davano battaglia per controllare i grandi traffici e i grandi mercati. Entrava nel mondo degli affari, promuoveva con Salvo Lima e Vito Ciancimino il “sacco” di Palermo e abbatteva le ville liberty per dare spazio alla speculazione del cemento. Dietro si lasciava una scia di sangue e di terrore. L’ Ora seppe riconoscere subito trasformazioni, obiettivi, capi emergenti. Parlava di mafia e ne raccontava l’ esercizio quotidiano della violenza mentre altri ne negavano l’ esistenza anche nei sacri palazzi. Oppure prendevano la scorciatoia dell’ indifferenza. E ne ricavò segnali terrificanti. Come la bomba che nell’ ottobre 1958 arrivò nel pieno di una memorabile campagna giornalistica: la prima vera inchiesta sulla mafia che dava, e ancora dà, “pane e morte”. La risposta fu secca e coraggiosa. Si legge nel titolo del 20 ottobre 1958: “La mafia ci minaccia, l’ inchiesta continua”. E sarebbe continuata per tanto tempo ancora. Oggi lo chiameremmo, con qualche cedimento nostalgico, giornalismo d’ inchiesta. In realtà era un giornalismo che non ha bisogno di alcuna qualificazione perché corrisponde al modello classico di un’ informazione che non è liquida, resta ancorata ai fatti e ne coglie il senso andando oltre la superficie e le apparenze. Ma soprattutto non si appiattisce sull’ egemonia delle fonti. Per questa coerenza che oggi è molto difficile spiegare e ancora più difficile comprendere L’ Ora pagò un costo intollerabilmente alto. Il potere scaraventò su Nisticò ogni sorta di ostilità.Ma ne era così colpito, e addirittura intimidito, che qualche volta veniva a rendergli omaggio direttamente nella tana del lupo. Le querele arrivarono a decine. Etrio Fidora fu l’ unico giornalista a subire, e il ‘ 68 c’ era già stato, non solo una condanna ma anche la sospensione dalla professione. “Sentenza assurda e contro l’ etica di questo mestiere” la giudicò Indro Montanelli. Ma c’ è chi pagò un prezzo ancora più duro. Nel 1960 il corrispondente da Termini Imerese, Cosimo Cristina, fu eliminato con modalità straordinariamente simili a quelle usate per uccidere Peppino Impastato. Nel 1970 scomparve Mauro De Mauro. E due anni dopo fu assassinato Giovanni Spampinato che aveva trasferito in provincia il modello giornalistico dell’ Ora. L’ eco di quelle tragedie si ritrova nelle prime pagine del giornale. Aiutateci invocò dopo la scomparsa di De Mauro. Ucciso perché cercava la verità titolò per denunciare l’ eliminazione di Spampinato. L’ Ora era un giornale di battaglia che aveva nel più grande partito di sinistra il suo editore di riferimento. Apparteneva alla schiera dei giornali “fiancheggiatori”, come Paese Sera e il Nuovo Corriere, che avrebbero esaurito il loro ruolo proprio a metà degli anni Settanta (il Nuovo Corriere anche prima) quando la direzione di Nisticò, cominciata nel 1954, arrivò al capolinea. Ma l’ autonomia della linea editoriale era un connotato molto forte di quell’ esperienza. E Nisticò la difendeva con brutale fermezza anche nei confronti dei dirigenti del Pci. La sua libertà, e quella della redazione, era fondata, come ci ha ricordato nel suo libro, sulla «assoluta priorità del ruolo professionale e dei valori del giornalismo». Ma forse quel senso orgoglioso di autonomia professionale, costantemente e ostinatamente esercitato, si accompagnava a processi più complessi e perfino più ricchi di stimoli intellettuali. A Michele Perriera, uno dei giovani di seconda generazione, apparivano cruciali almeno altri tre fattori: «il sentimento della propria necessità politica e culturale; il sentimento della propria missione sociale; il sentimento della unicità dell’ esperienza siciliana, intesa non come fenomeno marginale e provinciale, ma come frontiera di un vastissimo orizzonte di trasformazione e di riscatto». Di quel processo L’ Ora era un punto di riferimento per il cambiamento nel quale la sinistra aveva investito tante energie. E l’ impegno antimafia non esprimeva “solo” un grande valore civico ma la consapevolezza che nella società siciliana e in quella meridionale il potere mafioso, con il suo devastante reticolo di interessi intrecciati con la politica, fosse un grave ostacolo per lo sviluppo e per il futuro di una Sicilia moderna. Questo ruolo il giornale esprimeva senza le scorciatoie moralistiche ma con il linguaggio concreto della cronaca, dell’ inchiesta e, perché no, della denuncia. Tutto questo era la scuola di Nisticò: la bottega artigianale dove si modellava un giornalismo che ha portato la Sicilia in un quadro nazionale. Dove il rapporto con le fonti passava attraverso un filtro critico così rigoroso che a volte rischiava di diventare uno schermo ideologico. Si può dire che in quegli anni l’ immagine dell’ Ora era molto vicina al ruolo di contropotere rivendicato dal giornalismo americano ma proprio per questo il potere rovesciò su quel grillo parlante della periferia italiana un fiume di veleni, incredibili teoremi, perfino macchinazioni poliziesche. Il culmine arrivò con il caso De Mauro. Si mise in moto un’ operazione a tenaglia: da un lato si cercò di riportare dentro il giornale la responsabilità di quella misteriosa scomparsa, quasi che l’ avesse ordinata il direttore,e dall’ altro i servizi segreti non esitarono a reclutare giornalisti di nome, personaggi in cerca d’ autore e avvocati a libro paga per promuovere una colossale opera di depistaggio. Com’ era accaduto nel 1958 anche allora il giornale seppe raccogliere la sfida, e uscirne quasi indenne. La sua indipendenza era salva ma la sua sopravvivenza ormai compromessa. Il declino inesorabile era appena cominciato. Aveva tante cause, non ultima il disastro gestionale di un’ impresa che non era mai diventata azienda. Ma il valore di quella scuola e di quella formidabile esperienza è facile riconoscerlo. Oggi più che mai.

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La Marsigliese del film Casablanca — in onore della lotta del popolo francese oggi – + FILIPPO ORTONA DA PARIGI-IL MANIFESTO 22 MARZO 2023

 

 

 

 

IL MANIFESTO — 22 MARZO 2023 –

https://ilmanifesto.it/citta-francesi-in-rivolta-ora-le-pensioni-poi-lavoro-salari-fiscalita

 

Città francesi in rivolta. «Ora le pensioni. Poi lavoro, salari, fiscalità»

 

L’IRA DI FRANCIA. A Parigi place de la République invasa dai manifestanti. Dure accuse alla polizia per le violenze. La France Insoumise: «Stiamo con le piazze»

Città francesi in rivolta. «Ora le pensioni. Poi lavoro, salari, fiscalità»

Una donna vicino a una barricata nella città francese di Nantes durante le proteste – Ap

I manifestanti sono arrampicati sul monumento alla Repubblica, che occupa il centro dell’omonima piazza nel mezzo della rive droite della capitale. Sotto la scritta liberté qualcuno ha piazzato un cartello che dice: «Macron dégage!». Cioè «Vattene». Sotto la scritta fraternité un uomo con un gilet giallo tiene il pugno alzato, illuminato dai fumogeni rossi dei ferrovieri, accorsi a rimpolpare la manifestazione chiamata dai sindacati.

 

IL CONCENTRAMENTO è stato organizzato dall’intersindacale in lotta contro la riforma delle pensioni. «Sta accadendo qualcosa di storico», dice François Xavier, autista sulla linea 3 della metro parigina e membro del sindacato Solidaires-Ratp. «L’autoritarismo di Macron sta spingendo i lavoratori all’estremo, alla violenza, alla rivolta… ed è bene così!», esclama. Per lui questo governo ha dimostrato di comprendere un solo linguaggio: l’émeute, la rivolta. «La responsabilità è soltanto loro, di questo governo ultra-liberale». E ora che cominciano ad avere paura, sostiene, «è il momento di bloccare la riforma delle pensioni, poi di andarci a prendere il resto: salari, fiscalità, lavoro».

 

L’ALTRO IERI SERA migliaia di giovani hanno appiccato fuoco alla spazzatura che si accumula per le strade parigine, complice lo sciopero degli spazzini e il blocco degli inceneritori attorno alla capitale. Una dinamica ormai comune a quasi tutti i centri urbani francesi: a Lione, Rennes, Nantes, persino in città tradizionalmente meno «attive» come Strasbourg e Nizza, migliaia di giovani hanno percorso le vie del centro facendo impazzire le rispettive polizie, scatenate ma impotenti.

LA VIOLENZA della repressione, dopo quella istituzionale del 49.3, ha scatenato un’ulteriore ondata d’indignazione. In questi giorni, solo a Parigi, oltre a decine di feriti sono stati recensiti più di 400 arresti, ma solo un’infima frazione di questi ha portato a un procedimento giudiziari. Quasi tutti sono stati liberati senza conseguenze. Amnesty International ha denunciato il «ricorso eccessivo alla forza e agli arresti abusivi», mentre il relatore speciale dell’Onu sulla libertà di associazione Clement Voule ha dichiarato di «seguire da molto vicino le manifestazioni in corso». A Nantes quattro studentesse hanno fatto causa alla polizia venerdì per «violenza sessuale», affermando di aver subito molestie e insulti sessisti durante il loro arresto.

 

LA REDAZIONE CONSIGLIA:«Dobbiamo fargli paura, ora». Barricate di giovani e operai

 

PROPRIO IERI MATTINA allo stabilimento petrolifero di Fos-sur-Mer (vicino Marsiglia) l’antisommossa ha caricato gli operai in picchetto davanti allo stabilimento. Protestavano contro le requisizioni operate dal governo. «Un attentato al diritto di sciopero», ha detto il segretario della Cgt regionale Olivier Mateau, intervistato dai media francesi. Le immagini hanno fatto il giro del paese, aggiungendosi a quelle dei giorni scorsi, dove si erano visti i cordoni della polizia caricare gli spazzini parigini. «Hanno tirato lacrimogeni sui lavoratori senza alcuna ragione», ha aggiunto Mateau infuriato. «Il deposito ce lo ripigliamo, celerini o meno, la loro riforma se la devono mangiare!».

DEFINIRE LA SITUAZIONE esplosiva è ormai un eufemismo. Sulla place de la République, una nutrita delegazione di parlamentari della France Insoumise non sembra farci caso. La deputata Clémence Guetté discute con l’europarlamentare Manon Aubry, ironizzando sull’ultima schermaglia con un editorialista di destra. «Macron ha detto che l’iter democratico della riforma va rispettato, ma ormai è chiaro che forzano tanto sul piano istituzionale che su quello della repressione, in particolare del diritto di sciopero», dice Guetté al manifesto.

«CHE SIA A PARIGI o nelle altre città, vogliono far paura alle persone, stanno resuscitando le peggiori pratiche poliziesche del periodo dei gilet gialli». Violenza o meno «noi stiamo coi lavoratori ai picchetti e sui blocchi, per portare sostegno e numero, così come stiamo in tutte le mobilitazioni popolari. Lo sciopero è un rapporto di forza – afferma – e noi sosteniamo la costruzione di questo rapporto di forza». Secondo lei è l’unico modo per far capire a Macron «che deve offrire una via d’uscita politica. Se non lo fa, la tensione aumenterà ancora».

POCO DOPO cominciano i primi fuochi: qualcuno è riuscito ad appiccare il fuoco a uno di quei motorini in sharing. La folla esulta. Dei ragazzi intonano la marsigliese, altri urlano: «Acab». Rapidamente la polizia carica in mezzo alla folla. Dei fuochi d’artificio esplodono ai piedi dei poliziotti, che rispondono con i lacrimogeni. Migliaia di giovani si lanciano verso il nord della città, bruciando i cassonetti che trovano. È iniziata un’altra notte di fuochi.

 

 

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bob dylan — blowing in the wind– 1963

 

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The Beatles – OH DARLING! (Get back sessions 2)

 

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TG LA7 — 21 MARZO 2023 — +++ min. 8.52 — Min. esteri Gran Bretagna decide di inviare a Kiev -proiettili con uranio impoverito — cui risponde la Russia..

 

 

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tg la7 — lunedì 20 marzo 2023 — varie- sondaggi — ++ Milena Gabanelli

 

 

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video, 35 min — OTTO E MEZZO- LA 7 — 20 marzo 2023 — Ospiti di Lili Gruber : Silvia Borrelli ( Financial Times ), Marco Travaglio, Giovanni Floris, Alfredo Giuli ( dir. Maxxi, Roma )

 

 

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GIANDOMENICO TIEPOLO ( Venezia, 1727 – Venezia, 1804 ), figlio e costante collaboratore del padre, Giambattista Tiepolo– CA’ REZZONICO, VENEZIA — GLI AFFRESCHI DI PULCINELLA

 

 

NOTA INIZIALE SUGLI AFFRESCHI DI CA’ REZZONICO:

 

Zianigo è un piccolo centro prossimo a Mirano, nella campagna a ovest di Venezia. La villa viene costruita nel 1688, con una pianta simile all’attuale. L’aspetto esteriore, invece, era in origine più semplice e l’interno più basso. Giambattista Tiepolo l’acquista nel 1757, fa innalzare il livello dei solai e modificare le aperture della facciata. La lascia poi in eredità a Giandomenico, che vi risiede a lungo, decorandola con la celebre serie di affreschi, di cui solo una piccola parte è ancora in loco. Dopo la sua morte, la villa subisce vari passaggi di proprietà. Nel 1906 appartiene ad Angelo Duodo che vende la quasi totalità degli affreschi all’antiquario veneziano Antonio Salvadori, che ne commissiona lo strappo. Anche la villa è in seguito venduta e passa negli anni per mani diverse. Un incendio distrugge nel 1921 l’ala sul lato destro, che viene sostituita da un porticato tuttora esistente e varie sono le modifiche apportate in più riprese anche all’interno. Viene infine attentamente restaurata, con il patrocinio dell’Ente per le Ville Venete (1975-76), a cura degli attuali proprietari.

Gli affreschi di Zianigo possiedono almeno due elementi di eccezionalità: innanzitutto hanno la rarissima caratteristica di non essere stati realizzati dal pittore per un committente, ma per se stesso, in assoluta libertà d’ispirazione; poi di essere stati prodotti nell’arco di un quarantennio, dal 1759 fino al 1797 almeno.
Costituiscono perciò un’irripetibile occasione per cogliere lo sviluppo della sua arte, dalle prove ancora giovanili, legate all’insegnamento paterno, fino alle espressioni più intense e personali della maturità.

Nel 1906 gli affreschi vengono venduti all’antiquario veneziano Antonio Salvadori, che li fa strappare dal restauratore Franco Steffenoni allo scopo di venderli in Francia. Il fatto viene reso noto con grande rilievo dalla stampa che evidenzia il rischio di un nuovo, gravissimo depauperamento del patrimonio artistico nazionale. Gli organi competenti intervengono tempestivamente e ciò consente che gli affreschi vengano recuperati e in gran parte acquistati, fin dal 1908, dalla Città di Venezia e dallo Stato Italiano per essere destinati ai Musei Civici. Prima esposti al Museo Correr, trovano definitiva collocazione a Ca’ Rezzonico dal 1936, con un allestimento che tenta di ricostruirne la disposizione originaria. Qui sono stati nuovamente ricollocati dal 2001, anno di riapertura del Museo.

TESTO SOPRA DA : https://correr.visitmuve.it/it/mostre/archivio-mostre/satiri-centauri-e-pulcinelli-gli-affreschi-restaurati-di-giandomenico-tiepolo-conservati-a-ca-rezzonico/2011/10/4202/la-villa-di-zianigo/

Visita il Museo Correr

 

Ca’ Rezzonico (Venice)

 

 

Ca’ Rezzonico– Venezia Facciata di Giorgio Massari
Didier Descouens – Opera propria

 

 

 

 

 

 

 

          

 

 

 

 

File:Ca' Rezzonico - Altalena dei pulcinelli - Giandomenico Tiepolo.jpg

 

DA https://it.wikipedia.org/wiki/File:Ca%27_Rezzonico_-_Altalena_dei_pulcinelli_-_Giandomenico_Tiepolo.jpg

 

 

 

 

LE BELLISSIME IMMAGINI CHE SEGUONO DELLA ” STANZA DI PULCINELLA ” SONO DEL LINK :

 

GUIDEDTOURSINVENICE.COM/
https://www.guidedtoursinvenice.com/blog/i-pulcinella-a-ca-rezzonico/166

 

 

La stanza dei Pulcinella 

 

 

 

 

 

 

 

Pulcinella innamorato

 

 

 

 


Pulcinella ed i saltimbanchi  ( DETTAGLIO )

 

 

 

La Partenza (dettaglio)

 

 

 

 

La Partenza (dettaglio) 

 

 

 

L’ Altalena

 

 

 

 

 

 

RIPETIAMO E RINGRAZIAMO QUESTO PREZIOSO LINK :

GUIDEDTOURSINVENICE.COM/BLOV/I-PULCINELLA-A-CA.REZZONICO
https://www.guidedtoursinvenice.com/blog/i-pulcinella-a-ca-rezzonico/166

 

 

 

Giambattista Tiepolo, Pulcinella che defeca alla presenza di altri due Pulcinella, Trieste, Civici Musei di Storia e Arte

 

 

 

 

” Il giovane Tiepolo seguì le avventure di Pulcinella per quasi cento disegni..”

 

 

 

 

 

 

Giambattista Tiepolo, Due Pulcinella ei postumi della Festa degli Gnocchi ( 1725-1750)

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella (1797)

 

ULTIME DUE IMMAGINI DA :
http://www.zibaldoni.it/2013/09/12/poteva-andare-diversamente/

 

 

London, British Museum Pulcinella kidnapped by the centaur, by Giandomenico Tiepolo , pen and ink, watercolor on paper.

London, British Museum Pulcinella kidnapped by the centaur, by Giandomenico Tiepolo (1727-1804), pen and ink, watercolor on paper. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

 

 

 

SE QUALCUNO E’ CURIOSO DI VEDERE QUALCOSA DEL PADRE, GIAMBATTISTA TIEPOLO, PUO’ APRIRE IL LINK SOTTO CHE E’ FATTO MOLTO BENE, COME SEMPRE DA ” FINESTRE SULL’ARTE “


Giambattista Tiepolo (Venezia, 1696 – Madrid, 1770) è stato probabilmente il più grande artista rococò nell’Italia del Settecento. Veneziano, aperto a tutte le suggestioni che riceveva (dal tenebrismo di Giovanni Battista Piazzetta e Federico Bencovich alle luminose atmosfere di Ludovico Dorigny), Giambattista Tiepolo maturò uno stile chiaro e arioso, nel quale veniva stravolto il significato delle conquiste della pittura barocca: l’illusionismo prospettico, con Giambattista Tiepolo, non è più un mezzo per coinvolgere lo spettatore e renderlo partecipe di una visione, ma è un mezzo per creare una realtà fittizia e quasi astratta in una società in piena decadenza quale era quella della Venezia del XIX secolo. Un’arte fortemente teatrale in cui i personaggi non sono più realistici, ma sembrano quasi attori in una recita, per uno stile che Tiepolo da Venezia diffuse poi in tutta Europa, da Würzburg a Madrid.

 

SEGUE QUI:

https://www.finestresullarte.info/arte-base/giambattista-tiepolo-vita-opere-pittore-rococo-settecento

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