*** Julie Jordan, una grande poetessa e critica letteraria di origini africane — spiega a noi come possa essere stata ” mal intesa ” Phillis Wheatley sia per come negasse la sua storia e il suo colore, sia per essersi lasciata plagierela dalla lingua dei bianchi e dai suoi valori

 

 

*** dai un’occhiata al post seguente, se vuoi

*** finisco di aggiustarlo domani, appena posso, è un saggio per me meraviglioso; in seguito, conosceremo la persona Julie Jordan — tutto a piccoli passi e ” con lentezza “, grazie e mille. Adesso  nanna e nanna

 

SITO ACOMA

  • Sito Ufficiale Ácoma Rivista: Il portale della Rivista Internazionale di Studi Nord-Americani, una pubblicazione digitale focalizzata su letteratura, storia e cultura degli Stati Uniti.

 

 

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PHILLIS WHEATLEY : ALLE ORIGINI DELLA NASCITA DELLA POESIA AFRO-AMERICANA — nata nel 1753 circa in Senegal o Gambia

 

 

 

Phillis Wheatley

 

” Libera dai limiti la mente e colmala del tuo fuoco ”

(Phillis Wheatley)

 

circa 1770: American poet Phillis Wheatley (c.1753 – 1784), who was bought as a slave by Mr John Wheatley of Boston. She quickly became an accomplished reader and in 1773 published a volume entitled ‘Poems on Various Subjects, Religious and Moral’. (Photo by Stock Montage/Stock Montage/Getty Images)

 

 

Phillis Wheatley
DA––Adi el Grande @icardo8 / link X di Adi

 

“Fu chiamata Phillis, perché così si chiamava la nave che l’aveva portata, e Wheatley, che era il nome del mercante che l’aveva comprata. Era nata in Senegal. A Boston, i negrieri la misero in vendita: —Ha sette anni! Sarà una buona giumenta! Fu palpata, nuda, da molte mani. A tredici anni, già scriveva poesie in una lingua che non era la sua. Nessuno credeva che fosse lei l’autrice. A vent’anni, Phillis fu interrogata da un tribunale di diciotto gentiluomini colti con toga e parrucca. Dovette recitare testi di Virgilio e Milton e alcuni passaggi della Bibbia, e dovette anche giurare che le poesie che aveva scritto non erano plagiati. Da una sedia, sostenne il suo lungo esame, finché il tribunale la riconobbe: era donna, era nera, era schiava, ma era poetessa.” Phillis Wheatley fu la prima scrittrice afroamericana a pubblicare un libro negli Stati Uniti.

 

 

Purtroppo ho trovato un’unica poesia tradotta in italiano:

da : Poetesse: Donna Da Ricordare

Phillis Wheatley: da schiava a poetessa

 

Twas mercy brought me from my Pagan land,
Taught my benighted soul to understand
That there’s a God, that there’s a Savior too:
Once I redemption neither sought nor knew
Some view our sable race with scornful eye,
“Their color is a diabolic die.”
Remember, Christians, Negroes, black as Cain
May be refin’d, and join the angelic train.

Misericordia mi condusse
dalla mia terra Pagana,
Insegnò alla mia anima ottenebrata
a comprendere
Che c’è un Dio, e anche un Salvatore:
Un tempo redenzione non cercavo né conoscevo
Alcuni giudicano la nostra scura razza con sprezzo
“Il loro colore è un marchio diabolico.”
Ricordate, Cristiani, i Negri, neri come Caino,
Possono essere affinati, e unirsi alle schiere angeliche.

(poesia dal sito Acoma)

 

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” PIANO CASSA ” –IL MANIFESTO 8 OTTOBRE 2026 — vignetta Maicol.. mah !

 

 

Cinque mesi dopo la sua approvazione, neanche un alloggio pubblico è stato recuperato dal piano casa del governo e tanti passeranno alla gestione privata. Salvini per non fare «alla spagnola» promette miliardi che non ha. Ma per i fondi immobiliari gli incentivi si trovano.

il manifesto del 08 ottobre 2026

 

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* al fondo immagini — ANSA.IT — 6  ottobre 2026 — 9.38 :: Onu, ‘crisi abitativa per 3,4 miliardi persone, 1 miliardo vive in baraccopoli. / IL MANIFESTO, Michele Gambirasi, 7 ottobre-” Sfratti veloci.. “

 

 

ANSA.IT — 6  ottobre 2026 — 9.38
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2026/10/06/onu-crisi-abitativa-per-34-miliardi-persone-1-miliardo-vive-in-baraccopoli_958df3fe-920b-44e9-8e93-d41b3836df4d.html

 

 

Onu, ‘crisi abitativa per 3,4 miliardi persone, 1 miliardo vive in baraccopoli.

 

‘Un alloggio adeguato non è un lusso. È il fondamento di una vita dignitosa’

ROMA, 06 ottobre 2026, 09:38

 

Redazione ANSA

 

ANSACheck

 

 

 

 

© ANSA/EPA

© ANSA/EPA

 

Il tema dell’emergenza abitativa approda all’Onu.

Riuniti a Muscat, in Oman, in occasione della Giornata Mondiale dell’Habitat , rappresentanti di governi, società civile e mondo accademico hanno chiesto un intervento immediato di fronte alla crisi abitativa che colpisce quasi 3,4 miliardi di persone.
“Un alloggio adeguato non è un lusso.

 

È il fondamento di una vita dignitosa e di città sostenibili”, ha affermato la direttrice esecutiva di UN-Habitat, il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani.

 

Anacláudia Rossbach che ha aggiunto “l’edilizia abitativa deve essere considerata una priorità pubblica, alla pari della terra e dei servizi essenziali”, auspicando un rafforzamento della cooperazione tra autorità pubbliche, settore privato e società civile.
Nel suo messaggio ai partecipanti il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha detto che un alloggio adeguato per tutti è “il fondamento della dignità, della sicurezza e delle opportunità per ogni individuo”. Invece, ha sottolineato “oltre tre miliardi di persone nel mondo sono ancora private di questo diritto umano universale”.

 

 

“Più di un miliardo di persone vive in insediamenti informali e baraccopoli, e molte altre sono senzatetto o sono state sfollate a causa di conflitti, disastri e cambiamenti climatici”, ha aggiunto.

 

 

Il presidente dell’Assemblea di UN-Habitat, Nga Kor Ming, che è anche ministro dell’edilizia abitativa e del governo locale della Malesia, ha parlato di famiglie che vivono in alloggi senza servizi igienici di base o acqua potabile, e i cui figli soffrono di malattie prevenibili. “Una casa senza acqua potabile, senza sicurezza né garanzie legali non è una casa. È una trappola che chiude le persone nella povertà”, ha affermato.

 

Secondo il quadro di riferimento delle Nazioni Unite sui diritti umani, un alloggio è adeguato quando soddisfa sette criteri, tra cui la disponibilità di servizi, l’abitabilità, il costo, l’ubicazione e l’accessibilità. Per questo Guterres ha insistito sulla necessità di

“investire in alloggi dignitosi e trasformare gli insediamenti informali per ridurre la povertà, combattere la disuguaglianza, rafforzare la resilienza climatica e promuovere società pacifiche e inclusive”.

 

 

 

IL MANIFESTO  7  OTTOBRE  2026
https://ilmanifesto.it/sfratti-veloci-la-destra-chiede-un-registro-degli-inquilini-morosi

 

 

Sfratti veloci, la destra chiede un registro degli inquilini morosi.

 

 

 

 

 


Sit in per il diritto all’abitare a Montecitorio – Imagoeconomica

 

Un registro nazionale degli inquilini morosi, pagamenti a cottimo per gli ufficiali giudiziari, sgravi fiscali ed esenzioni per i proprietari di case. Alla presentazione degli emendamenti al ddl Sfratti, all’esame della commissione Giustizia del Senato, la maggioranza ha presentato il proprio pacchetto di modifiche al testo che mira a velocizzare le procedure di sfratto.

 

 

LA MAGGIOR PARTE delle proposte di modifica ricalcano i suggerimenti emersi nel corso delle audizioni dell’ultimo. A queste, non molte nonostante la delicatezza del tema, hanno preso parte per lo più associazioni di categoria che rappresentano i proprietari, a partire da Confedilizia. E le richieste, stando agli emendamenti depositati, sono state esaudite. Una proposta di modifica presentata separatamente da Fratelli d’Italia e dal’Udc introduce un «Registro nazionale degli inquilini morosi», una banca dati custodita dal ministero della Giustizia che registra chiunque si trovi in ritardo con il pagamento dell’affitto. Questo «al fine di tutelare i proprietari immobiliari dal rischio di morosità», grazie alla «certificazione del livello di affidabilità economica e sociale dell’inquilino». Una sorta di Grande fratello degli affitti, dove i precedenti di un inquilino posso diventare motivo di preclusione nel trovare un’abitazione.

 

LA PROPOSTA è stata caldeggiata in particolare dalla Fimaa-Confcommercio, che rappresenta gli agenti di affari, e ne ha chiesto l’introduzione durante le consultazioni a Palazzo Madama. Il motivo, a detta loro, è che la diffidenza dei proprietari lascerebbe fuori dal mercato tra i 5 e i 6 milioni di immobili attualmente vuoti. Complessivamente le case disabitate sono oltre 9 milioni in tutta Italia, quasi un quarto del patrimonio complessivo. In modo simile un altro emendamento depositato da tutti i gruppi di maggioranza e dal Pd propone la creazione di una «Banca dati nazionale del merito locatizio», contenente tutti gli tutti relativi alle procedure di sfratto (dalla convalida per morosità all’avvenuta esecuzione, o alla regolarizzazione del debito) per «favorire una più consapevole valutazione dell’affidabilità contrattuale delle parti». Un registro pubblico simile in Italia non esiste, sebbene sperimentazioni siano state già avviate dalle grandi piattaforme di intermediazione immobiliare: Idealista, il colosso spagnolo di annunci, gestisce una banca dati simile creata attraverso segnalazioni private, per «promuovere trasparenza e fiducia».

 

Ieri il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa ha ringraziato l’esecutivo per aver «intrapreso la strada giusta» sulle politiche abitative, a differenza «interventismo illiberale» proveniente da Madrid, Berlino e Bruxelles. E nel tessere le lodi del governo Meloni ha avanzato anche nuove richieste: «dimezzamento dell’aliquota della cedolare secca per le locazioni a canone concordato» e «incrementare la riduzione del 25% dell’imposta dovuta in caso di utilizzo degli affitti calmierati». Come per magia le richieste erano già prontamente esaudite: due emendamenti chiedono la riduzione al 50% dell’Imu per gli immobili affittati a canone concordato. I mancati proventi nelle casse dei comuni verrebbero sanati grazie a 176 milioni annui, dal 2028, prelevati dal Fondo per le esigenze indifferibili. Altri due emendamenti di FdI e Udc propongono invece l’esenzione completa dal pagamento dell’Imu per gli immobili dove sia stata notificata un’ingiunzione di sfratto.

 

ALTRO CAPITOLO riguarda gli ufficiali giudiziari. Il ddl di fatto apre alla possibilità che gli sfratti vengano eseguiti anche da società private tra quelle registrate al ministero della Giustizia per gestire o vendere immobili confiscati. Un aspetto contestato anche dall’associazione degli ufficiali giudiziari, che pochi giorni fa ha incontrato a via Arenula il sottosegretario di Fdi Alberto Balboni. La norma che introduce una forma di «privatizzazione degli sfratti» è rimasta, ma alcuni emendamenti di maggioranza mirano a introdurre nuove forme di compenso per gli ufficiali giudiziari. È una modalità di pagamento a cottimo: ogni ricerca telematica su beni da pignorare corrisponderebbe a 50 euro; ogni notifica tramite Pec varrebbe dieci euro e ogni verbale di constatazione (compreso quello che viene redatto al termine di uno sfratto) sarebbe pagato almeno 200 euro o l’1% del valore dell’immobile.

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MANIFESTIVAL  2026

Immagine per manifestival

Scopri la manifestival 2026

Dal 9 all’11 ottobre torna a Roma la manifestival. Tre giorni di eventi a ingresso gratuito.

Leggi il programma

 

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MALESIA — .. ce ne prendiamo una vista per decidere dove andare.. solo un’occhiata.

 

David Nga Kor Ming ( Nga è nato a Kota Bharu , Kelantan , Malesia /nel 1972 / è un politico a avvocato maltese )– altre cariche vedi sopra

 

 

La Malaysia è un paese del Sud-est asiatico, situato appena a nord dell’Equatore, costituito da due regioni non contigue: la Malaysia Peninsulare (Semenanjung Malaysia), chiamata anche Malaysia Occidentale (Malaysia Barat), che si trova nella penisola malese, e la Malaysia Orientale (Malaysia Timur), situata nell’isola del Borneo.

La capitale malese, Kuala Lumpur, è situata nella parte occidentale della penisola, a circa 40 km dalla costa; il centro amministrativo, Putrajaya, si trova circa 25 km a sud della capitale.

 

 

UNA SOLO IMMAGINE ( torneremo ) della città administrativa:

 

Malaysia Daily Life And Tourism

questa va bene, ma ce n’è un’altra per fare  ” due “:

 

entrambe da Getty Images / nel link trovate immagini bellissime !

 

 

 

***Il Borneo (AFI: /ˈbɔrneo/[1]) è un’isola di 743107 km² (terza del mondo per superficie) nel Sud-est asiatico, divisa tra Malaysia (Stati di Sabah ( NORD ) e Sarawak ( CENTRO SUD )

e Brunei nella parte settentrionale : PICCOLO STATO– in confronto –  SUL MARE regione NORD 

e Indonesia nella parte meridionale (regione del Kalimantàn e province).

 

 

QUALCHE IMMAGINE DI KUALA LUMPUR

capitale della Malesia– da GETTY IMAGES

 

Malaysia, Kuala Lumpur, the Petronas Towers at dusk, elevated view.

 

 

 

 

July, 2025. Kuala Lumpur, Malaysia. Putra mosque with garden landscape design and Putrajaya Lake, Putrajaya. The most famous tourist attraction in Kuala Lumpur.

 

 

 

 

 

Malaysia, Kuala Lumpur, the Petronas Towers at dusk, elevated view.

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UN PIUMINO MORBIDO TUTTO VERDE CHE E’ UN GAROFANO ! Si chiama : ” Dianthus Barbatus Green Ball /o Rick ” _ secondo la grandezza

 

 

 

Il dianthus barbatus green trick è un meraviglioso ibrido di garofano verde da reciso che abbiamo coltivato e proposto nel duemiladodici duemilatredici. Il brevetto era in possesso all'azienda hilverdakooij

Dianthus barbatus green trick

 

Oltre dieci anni fa, una nuova mutazione di Dianthus Barbatus è stata scoperta nei campi di coltivazione dell’azienda floricola Ball . Una varietà che inizialmente era stata scartata dai ricercatori nei campi di prova, perché priva di veri fiori. Un errore della natura? No! Siamo felici che la Ball abbia intuito il potenziale per i floral designer; così è nato il Dianthus Barbatus Green Ball , disponibile sul mercato floricolo globale dal 2011.

Ci lasciò tutti a bocca aperta con la sua simpaticissima, buffa e molto ornamentale forma a palla piumosa verde

In brevissimo tempo si vide sempre più frequentemente come fiore reciso in allestimenti floreali.

E’ una varietà che ci capita spesso di avere in assortimento nel nostro shop per gli amanti del fiore reciso da coltivare in giardino.

 

da :

Un colore originale ed insolito. Il Garofano verde!

 

 

 

The World-Renowned Green Ball Dianthus - And What Do You ...

Dianthus Barbatus Green Ball – Foto di @lanuovafloricoltura

 

 

Dianthus Barbatus Green Ball – foto di @blithwold_mansion –

 

 

Il dianthus a sfera verde famoso in tutto il mondo

La storia dei garofani – il nome più accreditato per questo tipo di fiore – risale a più di 2000 anni fa. È una delle più antiche varietà di fiori coltivate. Già i Greci e i Romani lo usavano. Il nome latino ‘Dianthus’ significa ‘Fiori degli Dei‘. Conosciuto anche come il garofano del poeta. Nell’arte e nelle composizioni floreali, come le iconiche ghirlande. Al giorno d’oggi, due millenni dopo, i garofani sono ancora altamente desiderabili. Ma più di dieci anni fa, una nuova mutazione di Dianthus Barbatus è stata scoperta nei campi di allevamento dell’allevatore di fiori Ball : Sfera verde Dianthus Barbatus è nato ed è disponibile per il mercato globale dei fiori dal 2011.

 

THURSD.COM

https://thursd.com/articles/the-world-renowned-green-ball-dianthus-and-what-do-you-think-of-the-new-punky-ball-and-cocoa-ball

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Donovan – Catch the wind–testo e traduzione : una canzone d’amore della ragazza e del vento che si fa cacciare–

 

 

 

Donovan 1969.JPG

 

Donovan, pseudonimo di Donovan Phillips Leitch (Glasgow, 10 maggio 1946), è un cantautore e musicista britannico.

 

Si fece conoscere presso il grande pubblico con Catch the Wind, partecipando a numerosi programmi televisivi come Ready, Steady, Go!. Grazie al successo del brano si esibì anche in America in alcune apparizioni televisive e al Newport Folk Festival del 1965, dove duettò con Joan Baez nella sua Colours. Fu lanciato come “risposta britannica” a Bob Dylan, sebbene con l’album Sunshine Superman, dalle forti tinte psichedeliche, abbia dimostrato di saper andare al di là di questo cliché.

continua.. nel link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Donovan

 

 

Catch The Wind

Donovan

In the chilly hours and minutes

Nelle fredde ore e minuti

Of uncertainty,

Dell’incertezza

I want to be

Io voglio essere

In the warm hold of your loving mind

Nel caldo abbraccio della tua amorevole mente

To feel you all around me

Sentirti tutt’intorno a me

And to take your hand

E prendere la tua mano

Along the sand

Lungo la spiaggia

Ah, but I may as well try and catch the wind

Ah, ma posso anche tentare di acciuffare il vento

When sundown pales the sky

Quando il tramonto impallidisce il cielo

I want to hide a while

Voglio nascondere un attimo

Behind your smile

Dietro il tuo sorriso

And everywhere I’d look your eyes I’d find

E ovunque guarderei, troverei i tuoi occhi

For me to love you now

Per me amarti ora

Would be the sweetest thing ‘twould make me sing

Sarebbe la cosa più dolce e mi farebbe cantare

Ah, but I may as well try and catch the wind

Ah, ma posso anche tentare di acciuffare il vento

Di di di di, di di di di

Di di di di, di di di di

Di di di di, di di di di

Di di di di, di di di di

Di di di

Di di di

When rain has hung the leaves with tears

Quando la pioggia ha tappezzato di lacrime le foglie

I want you near

Ti voglio vicino

To kill my fears

Per uccidere le mie paure

To help me to leave all my blues behind

Per aiutarmi a lasciare tutta la mia depressione alle spalle

For standin’ in your heart

Perché stare nel tuo cuore

Is where I want to be

É dove io voglio essere

And long to be

E desidero essere

Ah, but I may as well try and catch the wind

Ah, ma posso anche tentare di acciuffare il vento

Ah, but I may as well try and catch the wind

Ah, ma posso anche tentare di acciuffare il vento

 

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LA 7 – OTTO E MEZZO –2 OTTOBRE 2026 :: Ddl Antisemitismo — ANNA FOA E FIANO

 

 

 

 

Ddl antisemitismo, Anna Foa: “Se questa legge passerà, Israele sarà l’unico Paese al mondo che non si potrà criticare”

 

Ddl antisemitismo, Fiano: “È una legge di prevenzione, non contiene reati né pene”

 

 

LA 7 – OTTO E MEZZO –2 OTTOBRE 2026

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/ddl-antisemitismo-anna-foa-se-questa-legge-passera-israele-sara-lunico-paese-al-mondo-che-non-si-02-10-2026-660081

 

 

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IL MANIFESTO 27 SETTEMBRE 2026

https://ilmanifesto.it/da-italiani-e-da-ebrei-diciamo-no-al-ddl-antisemitismo

 

 

Da italiani e da ebrei diciamo no al ddl antisemitismo

Presidio contro il DDL Antisemitismo a Milano – Foto di Marco Ottico/Lapresse

 

Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.

Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.

Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei, fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.

Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.

 

L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione «dell’uomo sull’uomo»: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.

 

Presidio contro il DDL Antisemitismo
Milano – Italia – Cronaca
Mercoledì, 09 Settembre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse)
Presidium against the DDL Anti-Semitism
Milan – Italy – News
Wednesday, 09 September, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

 

https://www.ilpost.it/2026/10/01/ddl-antisemitismo-definizione-ihra-gerusalemme-pd/

 

 

 

 

Lea-Laboratorio ebraico antirazzista
Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace
Tikkun-Diaspora ebraica decoloniale
Nora Aghion, Deborah Arbib
Guido Bassano, David Calef
Giorgio Canarutto
Paola Canarutto
Raya Cohen
Renata Colorni
Andrea Damascelli
Lucio Damascelli
Roberto Della Seta
Deborah Di Cave
Micol di Nepi
Anna Foa
Saby Fresko
Bice Fubini
Nicoletta Gandus
Shmuel Gertel
Siegmund Ginzberg
Lisa Ginzburg
Bella Gubbay
Sveva Haertter
Joan Haim
Francesca Incardona
Helena Janeczek
Amy Kabat

Irene Kajon
Yael Laibel,
Gad Lerner
Daniel Levi
Giorgina Levi
Stefano Levi Della Torre
Bruno Montesano
Giacomo Ortona
Olga Dalia Padoa
Martina Piperno
Valentina Pisanty
Matteo Pucciarelli
Annalisa Ravenna
Annalisa Salerno
Renata Sarfati
Stefano Sarfati
Gadi Schoenheit
Eva Schwarzwald
Susanna Sinigaglia
Alessandro Soria
Widad Tamimi
Jardena Tedeschi
Claudio Treves
Adriana Valabrega
Maya Vetri
Marco Vigevani

 

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Marcello Campo, Bolsonaro a un passo dalla presidenza, Trump: una ‘grande vittoria’. A Lula servirà un miracolo. La destra conquista il Parlamento, annus horribilis della sinistra sudamericana – ANSA.IT  5 ottobre 2026– 21.49

 

 

 

ANSA.IT  5 ottobre 2026– 21.49

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/10/05/bolsonaro-a-un-passo-dalla-presidenza-a-lula-servira-un-miracolo_bef2f600-8fd3-4a6b-8402-5f40da9c9da1.html

 

Bolsonaro a un passo dalla presidenza, Trump: una ‘grande vittoria’

A Lula servirà un miracolo. La destra conquista il Parlamento, annus horribilis della sinistra sudamericana

BRASILIA, 05 ottobre 2026, 21:49

di Marcello Campo

ANSACheck
Media, Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 25 ottobre - RIPRODUZIONE RISERVATA

Media, Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 25 ottobre –

 

Il risultato di Flavio Bolsonaro alle elezioni in Brasile è stata una “grande vittoria”.Lo ha detto Donald Trump.

 

Bolsonaro è a un passo dalla vittoria. Tra venti giorni il Brasile, il Paese più importante e ricco del Sudamerica, molto probabilmente entrerà nell’orbita trumpiana, sancendo l’affermazione della cosiddetta Dottrina Donroe in tutta la regione. La sua affermazione cambierebbe le cose in Brasile ma anche al livello globale.


 

Flavio ha già annunciato che indulterà il padre Jair, oggi ai domiciliari, condannato per il golpe del 2023, che ridurrà la spesa pubblica e userà il pungo duro contro il crimine. Novità anche sul fronte dell’ambiente: a suo giudizio “i vincoli limitano lo sviluppo dell’economia” e il riscaldamento globale è “un evento ciclico”. Tutte cattive notizie per i difensori dell’Amazzonia, il polmone verde del pianeta, e per chi combatte il cambio climatico, qui come nel resto del mondo. Con lui presidente il Brasile entrerà poi nello Scudo delle Americhe, l’alleanza politico-militare regionale promossa dagli Usa. E l’avvicinamento a Washington potrebbe raffreddare i rapporti di Brasilia con Pechino, come con Bruxelles e mettere in difficoltà l’attuazione dell’accordo appena siglato tra l’Ue e il Mercosur.

 

 

 

video, min. 1.17

Brasile, Bolsonaro Jr. batte Lula e vola al ballottaggio da favorito

 

Il voto decisivo ci sarà al ballottaggio il 25 ottobre. Lula è indietro di circa 2 punti percentuali, ma gli altri candidati, che valgono insieme il 7%, sono molto più vicini alla destra che a Lula.

Insomma all’anziano leader progressista servirebbe un miracolo politico per poter ribaltare la situazione: sarà molto molto difficile, ma non impossibile.

Farà un appello a chi non è andato a votare – l‘astensione è stata alta ma non altissima – e a chi ha votato bianca o nulla. Punterà sulla paura di riavere un Bolsonaro alla guida del Brasile.

Ma anche se ci dovesse riuscire, il suo quarto mandato sarebbe un calvario, condizionato da una Camera dominata dalle destre e da un Senato in grado di nominare giudici supremi a lui ostili.

La probabile sconfitta di Lula segnerebbe il culmine di questo ‘annus horribilis’ per la sinistra latinoamericana che in pochi mesi è stata travolta dall’internazionale reazionaria: prima il Cile, poi il Perù, la Colombia, tutti i leader progressisti sono caduti come tessere di un domino sulla spinta di esponenti della destra trumpiana.

La grande affermazione del figlio diJair è figlia di una grande voglia di cambio. Tra gli oltre 56 milioni di brasiliani che lo hanno scelto tantissimi lo hanno fatto non tanto per premiare il suo programma, quanto per farla finita con Lula che perde ovunque nel Paese, sia tra i ceti deboli sempre più indebitati, sia tra le classi medie che in questi anni si sono sentite tradite da una politica fortemente assistenziale. Un atteggiamento che è stato battezzato “antipetismo”, avversione al Pt, il partito di Lula. Non ha caso le prime parole di Flavio dopo la vittoria sono state: “Oggi finisce l’era del Pt”.


Insomma, l’impressione è che Lula sia apparso, stanco, forse troppo istituzionale, non più il sindacalista figlio del popolo, ma un uomo dell’establishment non più in grado di combattere le profonde ingiustizie che esistono nel Paese. Per cui è diventato l’obbiettivo dello scontento, di chi ha tanto e ha paura di perderlo, di chi teme le rapine, malgrado il tasso di omicidi sia calato. Ma anche di chi ha poco o nulla e vede i programmi sociali del governo, voluti dall’anziano presidente, insufficienti a migliorare le sue condizioni materiali.


Sul fronte opposto, hanno avuto grande successo alcuni giovani candidati, a metà strada tra politici e influencer, allergici al dibattito ma capacissimi di usare i loro social per attrarre l’attenzione. Con un linguaggio diretto promuovono un attivismo digitale rabbioso e molto efficace. Una di loro Eduarda Campopiano, 23 anni, eletta a San Paolo con 1,95 milioni di voti, ha scandalizzato tutti rivendicando l’intervento coloniale e sminuendo la cultura indigena. Interventi che sono diventati virali e l’hanno resa popolarissima.

Da non perdere

 

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Il candidato trumpiano – Flàvio Bolsonaro, il figlio di Jair – avanti su Lula, 47% contro il 45%, il 25 ottobre ci sarà il ballottaggio.

 

 

 

ANSA.IT   5 OTTOBRE 2026 – 11.17
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/10/05/bolsonaro-avanti-su-lula-47-contro-il-45-il-25-ottobre-ci-sara-il-ballottaggio_bef2f600-8fd3-4a6b-8402-5f40da9c9da1.html

 

Bolsonaro avanti su Lula, 47% contro il 45%, il 25 ottobre ci sarà il ballottaggio.

 

Il Partito liberale (Pl), principale forza del campo bolsonarista, si avvia a essere protagonista del rinnovato Senato brasiliano

 

Media, Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 25 ottobre RIPRODUZIONE RISERVATA

Media, Lula e Bolsonaro andranno al ballottaggio il 25 ottobre

 

Flavio Bolsonaro batte Lula al primo turno e si lancia come favorito nel ballottaggio del 25 ottobre che deciderà chi sarà il 40esimo presidente del Brasile.

Il candidato trumpiano ha ottenuto il 47,14 % dei voti, il presidente uscente il 45.03 %, con una differenza tra i due di circa 2 milioni e mezzo di voti. Gli altri candidati minori, esclusi dal secondo turno, tutti di centrodestra, hanno raggiunto insieme circa il 12%. Schede nulle al 2,93%, bianche 1,84%. L’affluenza è stata del 79%, in linea con le ultime elezioni.

 

 

 

Il Partito liberale (Pl), principale forza del campo bolsonarista, si avvia a essere protagonista del rinnovato Senato brasiliano. Con oltre l’85% delle urne scrutinate, la formazione è in testa in 20 dei 54 seggi in palio, davanti al Movimento democratico brasiliano (Mdb), con sette, e al Partito dei lavoratori (Pt) del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, con sei.

Le nuove elezioni riguardano due terzi dei seggi della Camera alta, composta da 81 membri. I risultati dovranno essere sommati a quelli dei 27 senatori eletti nel 2022, il cui mandato prosegue fino al 2031. Tra questi, otto appartengono al Pl, cinque a Uniao Brasil, quattro al Pt, tre al Partito progressista (Pp), due ciascuno al Partito socialdemocratico (Psd) e ai Repubblicani. Completano il gruppo un senatore del Partito socialista brasiliano (Psb), uno dell’Mdb e uno del Partito sociale cristiano (Psc).

Con 28 senatori, il Partito liberale (Pl) di Jair Bolsonaro si affermerebbe come il gruppo più numeroso della Camera alta. Il nuovo equilibrio parlamentare sarà determinante per i rapporti di forza tra governo e opposizione nella prossima legislatura, rafforzando la posizione del campo conservatore nelle battaglie politiche e istituzionali, comprese quelle relative alle richieste di impeachment dei giudici della Corte suprema, al centro di scandali di corruzione.

 

VIDEO

 

La giornata di ieri:

Il prossimo presidente del Brasile dovrebbe essere deciso al ballottaggio del 25 ottobre: quando è stato scrutinato circa il 40% dei voti, questo è il dato più probabile. Flavio Bolsonaro è al 50,4% circa dei voti, Lula al 41,4. Uno scarto molto ampio che però difficilmente rimarrà tale alla fine del conteggio. Tuttavia, al momento, il candidato trumpiano appare il favorito per la vittoria finale.

 

 

ANSA.IT- – PHOTOGALLERY

Il Brasile al voto, scintille ai seggi tra Lula e Bolsonaro

https://www.ansa.it/sito/photogallery/primopiano/2026/10/04/il-brasile-al-voto-scintille-ai-seggi-tra-lula-e-bolsonaro_a8e50955-32f0-4ef8-bb79-dbe5bb4c57d8.html

 

 

 FOTO

 

Il Brasile al voto

 

 

Flavio Bolsonaro e Luiz Inacio Lula da Silva RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/EPA

 

 

Brasile al voto RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/AFP

 

 

Flavio Bolsonaro RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/AFP

 

 

Lula RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/AFP

 

 

Brasile al voto RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/EPA

 

 

Il Brasile al voto RIPRODUZIONE RISERVATA © ANSA/AFP

 

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PAOLO MASTROLILLI, Parolin: “Per fermare le guerre uscire dalla logica del dominio e porre fine alle disuguaglianze”

 

 

 

REPUBBLICA 4 OTTORE 2026

https://www.repubblica.it/esteri/2026/10/04/news/parolin_
intervista_papa_guerra_gaza_iran_ucraina-425624329/

 

Parolin: “Per fermare le guerre uscire dalla logica del dominio e porre fine alle disuguaglianze”

 

 

Parolin: “Per fermare le guerre uscire dalla logica del dominio e porre fine alle disuguaglianze”
(reuters)

Il segretario di Stato della Santa Sede: “A Gaza, in Ucraina e in Iran la gente soffre. Kiev ha il diritto di difendersi, per la pace si torni ai valori umani fondamentali”

 

NEW YORK – “Uscire da una logica del dominio”. Sarebbe il primo passo da compiere, secondo il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, per fermare le guerre che minacciano l’umanità intera.

(agf)

 

Il mondo vive un momento di profonda instabilità e conflittualità, che sembra riportarci agli orrori del secolo scorso. Che impressioni ha ricavato durante la sua missione all’Assemblea Generale dell’Onu, perché ci troviamo in queste condizioni e come potremmo venirne fuori?

“Le Nazioni Unite rimangono ancora un foro dove ogni Paese, piccolo o grande che sia, può far sentire la sua voce, ma ho l’impressione che, in molti casi, queste voci non facciano altro che ribadire la propria posizione, spesso intransigente, senza nessuna apertura alle posizioni dell’altro. In fin dei conti, si tratta di quella crisi del multilateralismo che, purtroppo, caratterizza oggi i rapporti interazionali. E ciò dà adito a un diffuso pessimismo, che mi pare si respirava anche negli ambienti dell’Onu. In positivo, segnalo che ho sentito insistenti richiami al ritorno ai principi del diritto internazionale, quali la prevenzione delle guerre, la composizione pacifica dei conflitti attraverso la diplomazia e il dialogo, la protezione dei diritti umani, lo sviluppo integrale di tutti, la promozione del bene comune. Credo che ciò possa avvenire a due condizioni: da una parte, di fronte alla crescente prevalenza di interessi egoistici che soppiantano l’impegno collettivo a costruire in mondo più giusto e pacifico, valgono le parole di Papa Leone XIV nella lettera enciclica Magnifica Humanitas, dove sostiene che una vera riforma del sistema multilaterale richiede una ripresa dei valori umani fondamentali. La seconda condizione è la riaffermazione della volontà politica di ogni protagonista della vita interazionale, che è sempre stata alla base del funzionamento del sistema multilaterale”.

 

leggi anche:

 

Il multilateralismo è in crisi ed è stato apertamente criticato dal presidente Trump. Quali sono i rischi per l’umanità di questa tendenza e quali potrebbero essere i rimedi?

“La crisi del multilateralismo non è un fenomeno recente; essa si manifesta nella difficoltà a raggiungere un consenso e a offrire risposte comuni efficaci. A ciò si aggiungono l’aggravarsi delle emergenze umanitarie già in corso e la comparsa di nuove emergenze. Vedo nella perdita della fiducia reciproca la causa principale di tale situazione. Affrontare tali criticità è un compito complesso, che è stato al centro di vari interventi durante la settimana di Alto livello dell’81.ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Le proposte spaziano dalla riforma del Consiglio di Sicurezza a una revisione più ampia del funzionamento delle Nazioni Unite. Non pretendo di offrire una risposta esaustiva a una questione tanto complessa. Bisogna, in ogni caso, tenere conto che il mondo di oggi è profondamente mutato rispetto al periodo post-bellico del secolo scorso, quando sorsero le organizzazioni interazionali per prevenire il ripetersi delle guerre e tutelare gli interessi collettivi, stabilendo un foro in cui ogni Nazione avesse una voce e venisse ascoltata.

 

Oggi l’equilibrio delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale è venuto meno; i grandi progressi economici e gli sviluppi tecnologici – come, per esempio, l’intelligenza artificiale – non offrono soltanto all’umanità un potenziale senza precedenti, ma, nello stesso tempo, la pongono davanti a nuove sfide imprevedibili, che richiedono risposte aggiornate. Inoltre, con l’affermarsi di grandi imprese transnazionali e di altri attori non statali, gli Stati non sono più gli unici poli di influenza. Solo un processo di riforma continua, capace di valutare l’efficacia delle strutture attuali alla luce delle mutate circostanze, può dare vita a un multilateralismo rinnovato e adeguato alle sfide geopolitiche odierne”.

 

Cosa pensa di quanto accade in Iran e a Gaza, e quali soluzioni per la pace propone la Santa Sede?

“Una convinzione che ho più volte richiamato, anche nel mio intervento all’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite di pochi giorni fa, è che le disuguaglianze, l’esclusione, la negazione dei diritti fondamentali e la mancata capacità di riconoscere l’altro come fratello e non come rivale, restano tra le cause profonde dei conflitti; ed è per questo che è necessario innanzitutto uscire da una “logica del dominio”.

In quella stessa occasione ho toccato anche la situazione della regione del Golfo. Fino ad oggi i vari colloqui tra gli attori interessati non sono ancora giunti a una soluzione durevole, e guardo con attenzione ai contatti indiretti, nella speranza che possano aprire uno spiraglio, pur nella consapevolezza di quanto il momento resti fragile. È una situazione che continua a destare grande apprensione, soprattutto per il prezzo che ne paga la popolazione civile; per questo la Santa Sede non si stanca di richiamare tutte le parti a preferire la via del dialogo e del negoziato a quella della forza”.

 

A Gaza continuano gli scontri. Come giudica quanto sta accadendo?

“A Gaza la situazione umanitaria resta estremamente difficile per due milioni di palestinesi che necessitano di tutto. Negli ultimi anni si sono succedute varie iniziative diplomatiche, con il proposito di individuare soluzioni politiche adeguate. La soluzione che la Santa Sede continua a sostenere è quella dei due Stati, per garantire sia al popolo palestinese che a quello israeliano il diritto a vivere in pace nella propria terra. Qualche giorno fa a Gaza City è stata riaperta la scuola del Patriarcato Latino, accogliendo oltre 1.000 studenti: un vero miracolo tra le macerie e un segnale di speranza che la Chiesa vuole offrire a tutti, in Medio Oriente come altrove, per curare le ferite della guerra e ricostruire pazientemente la fiducia reciproca”.

 

 

se vuoi, leggi anche:

 

La guerra continua ormai da oltre quattro anni in Ucraina. La Santa Sede ritiene che Kiev abbia il diritto di difendersi e vada aiutata, e quale soluzione di lungo termine suggerite, anche attraverso i colloqui che avete condotto?

“Dopo più di quattro anni di guerra in Ucraina il numero delle vittime continua a crescere. È un’autentica tragedia! La situazione dell’intero Paese è molto preoccupante, aggravata dalla prospettiva dell’imminente inverno. Certamente, non si può negare ad un popolo il diritto di difendersi – in questo senso la dottrina della Chiesa è chiara – ma la Santa Sede sottolinea la necessità di mettere fine alle ostilità, per cui incoraggia ogni iniziativa intesa a raggiungere un cessate-il-fuoco immediato, completo ed effettivo. In questo senso, anche nei recenti colloqui condotti con le due Parti, essa ha ribadito la sua disponibilità ad aiutare in qualunque modo possa essere ritenuto utile. Un altro punto che alla Santa Sede sta particolarmente a cuore è la stretta osservanza del diritto umanitario internazionale, di fronte all’intensificarsi di attacchi con missili e droni che causano ingenti danni alle infrastrutture civili e provocano la morte di persone innocenti.

Non vanno infine sottovalutate le iniziative di carattere umanitario, che, oltre al valore che rivestono in sé stesse, possono facilitare una composizione pacifica del conflitto. Mi riferisco, ad esempio, allo scambio di prigionieri o al ritorno dei bambini, questioni sulle quali la Santa Sede si è impegnata e resta aperta a continuare a farlo. Una soluzione di lungo termine non può prescindere da un rinnovato impegno per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Occorre ricostruire condizioni che permettano ai popoli di vivere in una pace giusta e duratura, senza il timore di nuove aggressioni”.

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PRIMA PAGINA DI REPUBBLICA OGGI, 4 OTTOBRE 2026

 

 

 

 

DA

LINK X DI REPUBBLICA

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Mauro Biani @maurobiani / LINK FACEBOOK sotto — 4 ottobre 2026 — 16.36 *** grazie carissimo Mauro

 

 

 

 

link Facebook Mauro Biani

Mauro Biani @maurobiani

 

 

No. “Soluzione con le armi è imbroglio. (…) Laudato sì per #Francesco che
continua a insegnarci a essere operat. pace. Spogliato di tutto,
disarmato. Non cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario:
Francesco disarma lupo chiamandolo frate.”
#Zuppi

Oggi per @repubblica

 

 

 

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Prima pagina de IL MANIFESTO– 4 ottobre 2026 — + vignette di Maicol + altro

 

 

Tutti a casa. ” Abbiamo le chiavi di tutta la Spagna “.

 

Tutti a casa

 

 

 

MAIKOL & MIRKO

 

30 SETTEMBRE

 

 

1° OTTOBRE

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se vuoi leggere, apri qui

 

 

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Nicola Perugini ( 1973 ), La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio, un camouflage umanitario, la violenza ricodificata nel linguaggio del diritto internazionale. IL MANIFESTO  2 ottobre 2026.

 

 

 

IL MANIFESTO  2 ottobre 2026
https://ilmanifesto.it/la-risposta-dellesercito-a-naza-legalizza-il-genocidio

 

La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio.

 

 

 

 

 

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La risposta dell’esercito israeliano a Naza è, prima ancora che una smentita, un esercizio non sollecitato di autodifesa giuridica. Di fronte alle accuse che emergono dalle testimonianze di suoi stessi soldati, l’esercito non si limita a contestare singoli fatti. Nel suo lungo comunicato stampa, l’esercito costruisce una barriera di categorie legali per spiegare la violenza genocidiaria che ha sferrato su Gaza: «danno collaterale», «proporzionalità», «precauzioni», «mitigazione del rischio», «obiettivi militari», «presenza di civili», «scudi umani», «minaccia immediata».

 

È attraverso queste categorie che l’esercito cerca di trasformare la sua guerra di eliminazione della popolazione palestinese in una “guerra normale”, in una discussione sulle procedure con cui la violenza sarebbe stata autorizzata e controllata, senza alcun rapporto con gli effetti.

 

QUESTA OPERAZIONE produce quello che possiamo chiamare camouflage umanitario: non la negazione della violenza, ma la sua ricodificazione attraverso il linguaggio del diritto umanitario internazionale, applicato a un’offensiva che sta violando la Convenzione del 1948 sul genocidio.

 

La morte dei civili diventa «danno collaterale» calcolato secondo «standard degli eserciti occidentali»; il rischio per la popolazione diventa una variabile da mitigare; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come obiettivo militare; la presenza dei civili viene trasformata in un problema di targeting.

 

Il linguaggio del diritto viene utilizzato per offuscare la totale distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di distribuzione degli aiuti umanitari, chiese, moschee e l’uccisione di oltre 74mila persone, almeno, tra cui 20mila bambini, senza contare le decine di migliaia di morti indirette causate e ancora in corso come risultato della distruzione delle infrastrutture che sorreggono la vita a Gaza.

 

L’operazione di offuscamento è particolarmente significativa perché, nei toni, riflette le argomentazioni che l’esercito ha utilizzato di fronte alla Corte internazionale di Giustizia sin dall’inizio del 2024 per giustificare la violazione della Convenzione del 1948.

 

IL DOCUMENTARIO di Abraham e Szor diventa allora un continuum del procedimento giudiziario. Per l’esercito, Naza – con la voce di soldati israeliani che hanno partecipato e osservato da vicino al crimine dei crimini – apre un altro spazio di contestazione: non una corte, ma un forum pubblico. E la risposta dell’esercito interviene come davanti a una corte.

 

Il danno civile non viene negato in quanto tale: viene riclassificato. Una morte diventa incidental harm ( danno incidentale ); la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come military objective; la presenza di civili diventa una variabile nella valutazione di proporzionalità; l’uccisione nei pressi della distribuzione degli aiuti viene trasformata in una questione di immediate threat ( minaccia ) di presunti combattenti mischiati ai civili, di cui l’esercito non fornisce alcuna prova.

Questo lessico da burocrazia legale-militare serve a negare lo sterminio; le terminologie del diritto cercano di riportare il tutto a una normale conversazione sulle procedure.

Gli effetti – Gaza rasa al suolo, due milioni di sfollati, la maggioranza del governo che invoca l’espulsione di massa dei palestinesi – scompaiono dietro al linguaggio sterile della «mitigazione del rischio».

 

Questo è anche il ruolo politico della categoria degli «scudi umani», categoria centrale utilizzata dall’esercito nel suo comunicato per difendersi dalle accuse di Naza.

Sulla scia delle contro-insurrezioni coloniali e imperiali che, dall’Algeria al Vietnam, hanno giustificato l’uccisione di massa di civili come responsabilità dei gruppi armati anticoloniali che si «fanno scudo della popolazione», l’esercito israeliano sposta le responsabilità della sua distruzione totale sul nemico.

La densa presenza dei civili nelle aree bombardate con ordigni da 900 chili diventa uno «scudo umano di Hamas». La presenza stessa di civili nell’area più densamente popolata del mondo, sottoposta a decenni di assedio e attacchi, diventa un presunto indice di illegalità.

 

È QUI CHE LO SCUDO UMANO diventa anche uno scudo legale. Israele, non diversamente da altri Stati coloniali, dalla guerra in Libano negli anni Ottanta passando per le due Intifada e sempre di più nelle guerre di Gaza che hanno preceduto il genocidio, usa la categoria di scudo umano per proteggersi dalla pressione politica internazionale contro le sue atrocità di massa. Lo scudo umano diventa il principale strumento di negazione del genocidio.

Scompare il contesto. Scompaiono le condizioni in cui combattono i gruppi armati palestinesi. Scompaiono le condizioni geomorfologiche in cui i palestinesi si difendono, senza montagne ove nascondersi e da cui combattere, costantemente sotto la sorveglianza dall’alto.

In ultima istanza, la risposta dell’esercito al documentario è una risposta negazionista.

Quando Naza introduce la parola «genocidio», la risposta dell’esercito non entra nel merito delle testimonianze: contesta la competenza stessa degli intervistati a usare quella categoria e sostiene che le loro opinioni non possano stabilire l’esistenza di un intento genocidario. Chi è stato coinvolto nella macchina di distruzione non può parlare di genocidio: questa la singolare linea del comunicato dell’esercito.

 

NEL PASSAGGIO più grottesco, il comunicato dice che lo slogan «non ci sono civili non coinvolti a Gaza» – slogan che trasforma l’intera popolazione in obiettivo militare – non fa parte della cultura dell’esercito.

Peccato che quella espressione sia stata postata all’infinito dai soldati nei loro video, spruzzata con lo spray sulle case di Gaza, cantata come un inno, e usata dal presidente di Israele per dare il via alla campagna di distruzione iniziata tre anni fa e ancora in corso.

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Federico Zatti, Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro, Piemme 2026 + altro + video

 

 

Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro - Federico Zatti - copertina

Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro

 

Descrizione ( IBS ) / link

 

Un libro che riscrive l’ “affare Moro” e che getta una nuova luce su un episodio che ha cambiato per sempre il corso della storia, non solo politica, del nostro Paese. Una rivelazione che farà molto discutere per le implicazioni della scoperta.

 

«È stato scritto di tutto sul caso Moro. Una vita intera non basterebbe per leggere la mole di documenti che si sono accumulati negli anni tra indagini, atti giudiziari e sentenze; o per seguire l’incessante pubblicazione di nuovi saggi, scritti complottisti e autobiografie. Per avere l’ardire di aggiungere qualcosa di originale bisogna inciampare in un elemento nuovo. È ciò che è accaduto a me quando ho visto il disegno diventato l’oggetto di questa inchiesta. Un documento autentico che sembra indicare il luogo della detenzione di Aldo Moro e può cambiare radicalmente quel che sappiamo della sua prigionia».

 

nota da Piemme:

Federico Zatti. Giornalista Rai. Attualmente lavora a Rai News 24. È autore dell’inchiesta Una strana nebbia. Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince (Mondadori, 2021).

 

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Dal Facebook di Federico Zatti / link- trascrivo un
*** commento di Ennio Matano:

Il grande merito di Federico Zatti, giornalista di Rai News, è quello di aver portato alla luce, con evidenze documentali, come nella vicenda del rapimento Moro abbiano operato anche figure interne o molto vicine alla Chiesa. In particolare, emergono legami con ambienti riconducibili alla Loyola University di John Felice, in Via dei Massimi 114A, aggiungendo un nuovo e significativo tassello a una delle pagine più complesse della nostra storia recente.

La lettura del suo libro mi ha riportato alla memoria una figura meno conosciuta ma estremamente rilevante in quel periodo storico: padre Felix Morlion. Come John Felice, anche Morlion nel 1945 – con il sostegno di monsignor Montini, futuro Paolo VI – fondò l’Università Internazionale di Studi Sociali Pro Deo, oggi LUISS. Oltre a essere un religioso devoto, Morlion è stato indicato come un importante punto di riferimento per l’intelligence statunitense.

Già nel 1930 aveva creato un’agenzia di stampa, la “Pro Deo”, che negli anni della Guerra Fredda si strutturò come un vero e proprio sistema informativo articolato in tre ambiti: pubblicitario, informativo e universitario.

Quest’ultimo, in particolare, sviluppò una capillare rete di proselitismo tra i giovani, mentre negli anni Cinquanta fu significativa l’azione svolta in funzione anticomunista, anche all’interno del PCI.

Un documento della Questura di Milano, datato 9 ottobre 1952, ricostruisce nel dettaglio i rapporti tra la Pro Deo e i circoli culturali vicini al Partito Comunista, evidenziando come l’acquisizione di informazioni rappresentasse uno degli strumenti principali dell’azione politica. Tra i nomi citati compare anche il gesuita padre Enrico Rovesenda, legato a Morlion, attivo tra Torino e Milano e in contatto con intellettuali marxisti come Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo.
Nell’ottobre 1968, il settimanale nuovo Mondo d’Oggi, per cui lavorava il giovane Mino Pecorelli, annunciò un’inchiesta destinata a coinvolgere “la CIA americana e il Vaticano”. Quel numero, tuttavia, non venne mai pubblicato: la rivista chiuse e dell’inchiesta non si seppe più nulla.
Padre Morlion morì a New York nel 1987.
Negli anni successivi, il gesuita Robert Graham, tra i maggiori studiosi di storia dello spionaggio, affermò senza esitazioni: «padre Felix Morlion era della CIA, un importante punto di riferimento per l’intelligence americana».
Una posizione che trovò eco anche nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Nel 1991, il portavoce della CIA, Mark Mansfield, dichiarò: «non confermiamo né smentiamo che Morlion sia stato un nostro agente -semplicemente, non commentiamo».
Ma chi era Robert Graham per esprimere un giudizio tanto netto?
Gesuita californiano, Graham fu una figura centrale negli equilibri informativi della Santa Sede, considerato una delle massime autorità in materia di controspionaggio vaticano. Un ambito che ufficialmente non esiste, ma che nella pratica ha saputo operare con straordinaria discrezione ed efficacia, attraverso una rete informativa tra le più sofisticate al mondo.
Chiamato a Roma da Paolo VI nel 1964, Graham avviò anche un’attività interna alla Compagnia di Gesù per individuare eventuali infiltrazioni di agenti dei Paesi dell’Est.
Il suo lavoro culminò, nell’autunno del 1978, in un rapporto consegnato alla Segreteria di Stato: “Rapporto sulle spie dell’Est presenti in Vaticano”.
In quegli anni, tra gli agenti attivi per Varsavia, vi era anche un giovane novizio gesuita – in realtà maggiore dei servizi segreti polacchi – infiltrato nel 1977.
Operava sotto il nome in codice “Dzierżoń” (codice rapporti n. 10682), ma il suo vero nome era Tomasz Turowski. La sua missione era ottenere documenti riservati della NATO; e, considerato che in Italia molti cappellani NATO erano gesuiti, infiltrare la Compagnia rappresentava la via più efficace.
Turowski riuscì a eludere la rete del controspionaggio e restò attivo a Roma fino al 1980.
In un’intervista successiva rivelò che in Vaticano operavano non solo agenti dell’Est, ma anche agenti cinesi e statunitensi.
Inoltre, dichiarò di sospettare un possibile doppio gioco da parte di alcuni italiani.
Secondo le sue informazioni, diversi religiosi erano legati ai servizi dell’Est, tra cui uno noto con il nome in codice “Russo” molto vicino ai Pontefici.

 

 

 

 

 

FEDERICO ZATTI  –

IL DISEGNO CHE RISCRIVE IL CASO MORO

PIEMME, 2026

 

 

video, 59.22

pubblicato da:

DarkSide - Storia Segreta d'Italia

** DarkSide – Storia Segreta d’Italia è il format di informazione indipendente promosso dall’Associazione Culturale DarkSide per raccontare gli angoli bui della storia contemporanea d’Italia.

 

Un documento rimasto nell’ ombra riapre uno dei capitoli più oscuri della storia italiana. Un’indagine che torna sull’affare Moro con uno sguardo rigoroso e investigativo, mettendo in discussione certezze consolidate. Al centro, un disegno che potrebbe dare nuove indicazioni sul luogo della prigionia di Aldo Moro.. Ne abbiamo parlato con Federico Zatti autore del libro “Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro” edito da Piemme.

tutto dal link sopra di  Darkside
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Fabrizio Coticchia, Sulla difesa una discussione trasparente per risposte “strategiche”. La deterrenza–IL MANIFESTO  3 OTTOBRE 2026 + due link

 

 

 

 

IL MANIFESTO  3 OTTOBRE 2026

https://ilmanifesto.it/sulla-difesa-una-discussione-trasparente-per-risposte-strategiche

 

 

Sulla difesa una discussione trasparente per risposte “strategiche”.

 

Il dibattito sulla Difesa.  Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale?

 

 

 

 

 

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Illustrazione di Gillian Blease – Ikon Images

 

 

I recenti articoli di Strazzari e Vignarca  ( vedi sotto il link ) su queste pagine hanno avuto il merito di contribuire a rilanciare il dibattito su difesa e sicurezza in Europa, illustrando come una critica al processo di riarmo non venga certo indebolita dalla consapevolezza di una minaccia, ma ne esca al contrario rafforzata.

 

Comprendere questa minaccia ed elaborare una risposta – alternativa alla mera (re)militarizzazione – è infatti più utile che rimuovere o minimizzare ciò che avviene alle porte dell’Europa.

 

La disciplina delle Relazioni Internazionali è nata proprio per capire la guerra, dopo i massacri del primo conflitto mondiale. Credo sia quindi rilevante fornire a questo dibattito anche una chiave di lettura “strategica”, non grazie a mappe colorate o a carri armati sui plastici (come ahimè avviene nei nostri media) ma valutando, anche all’epoca del riarmo, la coerenza tra mezzi e fini. A tal proposito, tre aspetti centrali meritano di essere messi in discussione.

 

Il primo è il ritorno al tradizionale paradigma di “difesa territoriale e deterrenza”, condiviso prima dalla Nato, poi da molti stati membri, e infine richiamato anche dalla Commissione europea. Più che una Commissione Geopolitica servirebbe però maggiore trasparenza e una discussione politica aperta, nelle società e nei parlamenti, informando l’opinione pubblica. Lo sappiamo bene in Italia, dove i temi della Difesa sono costantemente rimossi dal dibattito pubblico (Quali armi mandiamo in Ucraina? Non si può sapere. Davvero spendiamo il 2%? Beh, dipende. Quali missioni militari approviamo? Mah, ne parliamo poco e male prima della pausa estiva delle Camere. Per quale “emergenza di sicurezza” i nostri soldati sono impiegati da quasi 20 anni nella inutile operazione Strade Sicure? La “criminalità diffusa”. Quando è stato pubblicato l’ultimo Libro Bianco della Difesa? Nel 2015. Quale è la nostra Strategia di Sicurezza Nazionale? Non l’abbiamo ma ci stiamo lavorando…).

 

Vogliamo quindi sposare un nuovo paradigma che «ci prepari alla guerra convenzionale in Europa»? Davvero? Il minimo sarebbe parlarne in modo approfondito, almeno nelle sedi istituzionali, a Roma come a Bruxelles.

 

Il secondo aspetto riguarda proprio la “deterrenza”. Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale? Diversi studiosi hanno messo in dubbio la reale efficacia di un approccio fondato esclusivamente sulla deterrenza, evidenziando i rischi costanti di una escalation, ben oltre il recupero di determinate capacità militari. Anche se Mosca continua a rigettare ogni dialogo, bombardando quotidianamente i civili ucraini, non vuole dire che gli sforzi diplomatici siano inutili, che la comunicazione – pur riconoscendo le minacce (più o meno “ibride”) poste dal Cremlino – sia da mettere da parte, scommettendo pericolosamente solo sulla dimensione militare, della vittoria e della sconfitta. Si può rafforzare la difesa in molti modi e la recente Campagna per una Difesa civile non armata e nonviolenta, ne è un esempio.

 

Il focus sul paradigma di difesa e deterrenza rischia poi di distogliere risorse e competenze da importanti attività di cooperazione e “gestione delle crisi”.

Viviamo in anni segnati da una crescita dei conflitti armati e dalla grave crisi delle operazioni di peacekeeping e delle Nazioni Unite. La ricerca ci insegna tuttavia che tali operazioni, in determinate condizioni, sono efficaci per ridurre la violenza. Perché avallare il tentativo di smantellare tutto questo, al netto di difetti e problemi? Dobbiamo accodarci alla distruzione del sistema multilaterale, promossa da una amministrazione americana ostile all’Europa ma desiderosa di mantenerne viva la dipendenza con Washington?

 

Il terzo aspetto riguarda infine il riarmo. La discussione politica, in Italia e non solo, si concentra sull’aumento delle spese militari. Il concetto di “riarmo”, però, va ben oltre questo elemento. Attiene anche al paradigma di difesa, all’organizzazione delle forze, al rapporto con la società. Emerge allora una forte contraddizione. Se gli investimenti in armamenti sono cresciuti esponenzialmente in Europa, dettati dall’«urgenza della deterrenza», i dilemmi relativi alla struttura delle forze armate non sono stati pienamente affrontati: in molti paesi europei gli europei non si vogliono arruolare e non hanno alcuna intenzione di combattere (come ampiamente confermato, per quanto riguarda l’Italia, da un sondaggio realizzato per conto dell’Università di Genova).

La possibilità di evitare il dibattito ed eludere il controllo parlamentare consente ai leader di sottrarsi ai costi di assunzione di responsabilità di fronte agli elettori, magari riluttanti a riarmarsi.

 

È fondamentale, specialmente da una prospettiva progressista, approfondire la riflessione pubblica ed ampliarla, fornendo una base di legittimità alle scelte. Ricordando che l’impiego (o meno) delle forze armate è uno strumento di politica estera, assieme ad altri. E la politica estera dell’Unione europea (e di molti suoi stati membri) permane inadeguata, proprio come il suo constante doppio standard, dai massacri di Gaza al rapporto speciale con autocrazie varie.

 

 

 

sotto link dei due articoli citati sopra: 

Francesco Strazzari + Francesco Vignarca

 

 

 

Kiev e difesa europea, le ambiguità e i bersagli sbagliati

 

 

se vuoi leggere Strazzari, apri sotto

IL MANIFESTO    27  settembre 2026

https://ilmanifesto.it/armi-a-kiev-e-difesa-europea-le-ambiguita-e-i-bersagli-sbagliati

 

 

IL MANIFESTO — 29 settembre 2026

Ucraina, l’unica sicurezza possibile è alternativa al pensiero bellico.

 

La «pace positiva» La pace vera non arriva solo quando si smette di sparare. Ma quando si smette di avere motivi per ricominciare e tutti si sentono più tutelati da un sistema di pace

 

 

 

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Il dipinto ” La Grande Famiglia ” di René Magritte

 

 

se vuoi leggere l’articolo di Vignarca, apri qui

https://ilmanifesto.it/ucraina-lunica-sicurezza-possibile-e-lalternativa-al-pensiero-bellico

 

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Giovanni Ioppolo ( 1932 – 1999 ) racconta : ” Egitto: così salvai i monumenti di File ” . ARCHEOLOGIAVIVA.IT- n. 58 – luglio/agosto 1996 / pp. 42-57 / link sotto +++ LA CIVILTA’ EGIZIA/ link sotto + al fondo- due video + autore

 

 

**E’ POSSIBILE CHE TROVIATE FOTO RIPETUTE

 

ARCHEOLOGIAVIVA.IT  – 

 

Egitto: così salvai i monumenti di File.

I grandi interventi per l’archeologia

 

 

 

DAVID ROBERTS,  1838 — L’isola di File come appariva ai viaggiatori europei nel’Ottocento. Il tempio di Iside in primo piano, poco distante il Chiosco di Traiano

 

 

 

 

 

 

DAVID ROBERTS, 1838

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Ioppolo al tavolo da disegno, 1997

1997

di Giovanni Ioppolo ( 1932 – 1999 ), supervisore per quello che competeva alle ditte italiane 

 

Sono passati vent’anni e pochi ricordano la grandiosa operazione grazie a cui il santuario di Iside a File venne trasportato dall’isola originaria sulla vicina Agilkia per essere sottratto alle acque del Nilo. Fu un successo della sensibilità internazionale ma anche delle maestranze italiane ed egiziane che sotto la direzione dell’architetto Giovanni Ioppolo smontarono restaurarono e ricostruirono l’intero complesso monumentale

 

 

 

 

 

DAVID ROBERTS, 1838

 

 

 

 

Il turista che risale il Nilo e da Luxor giunge ad Assuan per visitare il Santuario di Iside viene puntualmente informato dalle guide sulla colossale opera di spostamento di questo complesso cultuale, ma solo in parte può immaginare le difficoltà e l’impegno occorsi per documentare e smontare i monumenti dall’isola di File, restaurarli e ricostruirli in seguito sulla vicina isola di Agilkia.

 

 

Roberts (David, RA)

Vista sotto il Gran Portico, Philæ,

FG Luna,  1847.

DAVID ROBERTS, 1838

 

 

La costruzione della prima diga di Assuan nel 1902 aveva, infatti, gravemente compromesso l’isola e i suoi templi: il Santuario di File, visibile per poco più di un mese all’anno, era costantemente sommerso dalle acque con conseguente grave danno all’insieme delle costruzioni e perdita del cromatismo delle pareti decorate. Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli inglesi H. G. Lyons e John Ball eseguirono lavori di restauro e protezione delle varie strutture per limitare i danni causati dall’azione delle acque.

 

 

 

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tempio di Isidea Philae da sud-ovest –
Roland Unger, 1998

 

 

 

Nel 1964, l’iniziativa di costruire un secondo sbarramento (la cosiddetta Grande Diga di Assuan) sette chilometri più a sud dell’isola di File portò alla programmata perdita dei fertili territori nubiani e al rischio di lasciare per sempre all’oblìo l’intero patrimonio storico di monumenti presenti da millenni lungo le sponde del Nilo.

Il problema trovò una soluzione grazie alle iniziative personali di Madame De Roche Noblecourt (all’epoca direttrice della sezione egiziana del Louvre) che riuscì a far varare il Programma per il salvataggio dei monumenti della Nubia. Il contributo economico dei paesi membri dell’Unesco permise di salvare numerose testimonianze dell’esteso territorio nubiano compreso tra Assuan e Abu Simbel (più di 400 km).

 

 

l’isola di Agilka con il tempio ricostruito di Iside
Olaf Tausch – Opera propria

 

 

 

 

Tuttavia, l’isola di File con tutti i suoi millenari monumenti rimase esclusa da questa prima fase dei lavori a causa del completamento dell’Alta Diga dedicata a Nasser e rimase sommersa quasi completamente dall’invaso creatosi tra il vecchio e il nuovo sbarramento. L’importanza del complesso monumentale, già noto come Perla del Nilo, mèta di studiosi e turisti, ammirato nelle bellissime stampe del Roberts e ricordato per la struggente descrizione fatta da Pierre Loti nella sua opera letteraria Mort de Phile, portò a un ulteriore impegno dei paesi membri dell’Unesco che bandirono una gara internazionale per un progetto finalizzato al salvataggio dei monumenti di File.

 

 

Prevalse la soluzione offerta da un consorzio di progettisti egiziani, che proponeva lo smontaggio delle novantacinque strutture monumentali presenti nell’isola e la loro ricostruzione in una sede più elevata di 12,40 m, da ricavare con lo spianamento del vicino isolotto di Agilkia. L’appalto per l’esecuzione dei lavori fu affidato dall’Unesco nel 1974, tramite il Ministero egiziano della cultura, a due ditte italiane, la Condotte Acque di Roma e la Mazzi Estero di Verona, in seguito consociate nella Condotte-Mazzi Estero S.p.A.

 

Le due ditte ebbero il compito di documentazione, smontaggio e restauro del complesso monumentale di File e del suo trasferimento e ricostruzione nella nuova sede dell’isola di Agilkia; a una terza ditta egiziana, la High Dam Company, quella che aveva realizzato l’Alta Diga di Assuan, fu assegnato il prosciugamento del sito monumentale originario e il compito di predisporre le fondazioni in cemento armato e il land-scaping, cioè la sistemazione finale, di Agilkia.

 

Allo scrivente fu affidata la supervisione e la responsabilità di tutte le operazioni di competenza della consociata italiana. […]

 

 

 

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Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts (testi di Fabio Bourbon, fotografie di Antonio Attini). Ediz. White Star

 

 

 

Egitto e Terra Santa ieri e oggi. Litografie di David Roberts R. A. - Fabio Bourbon - copertina

IBS – 10 euro

 

 

 

SEGUE DA : 

 

 

Dettaglio pittorico della dea avvoltoio Nekhbet ( dea protettrice dell’Alto Egitto) proveniente dal Tempio funerario della regina Hatshepsut (se vuoi, video sotto) a Deir el-Bahari, Luxor

 

 

video, 36 min. 

PASSATO E PRESENTE —

Hatshepsut, Regina d’Egitto

https://www.raiplay.it/video/2025/02/Passato-e-Presente—Hatshepsut-Regina-dEgitto—03032025-2f90aeb5-eec4-42e4-80a8-24e55cffb71c.html

 

 

 

dallo stesso link / vedi subito sotto::

 

nota *** il link sotto è molto più ricco di testo ed immagini soprattutto di quanto abbiamo pubblicato

 

LE LITOGRAFIE DI DAVID ROBERTS

 

 

 

 

 

 

Sul far della sera, Roberts raggiunse nuovamente l’isola di File ove si fermò per due giorni per eseguire una serie di raffigurazioni dei templi che tanto lo avevano ammaliato meno di tre settimane prima. Le prime due tavole, qui descritte, ritraggono rispettivamente una magnifica veduta dell’intero complesso colto dall’alto della vicina isola di Bigeh e le rovine del tempio qui ubicato. Le tavole realizzate dall’artista costituiscono una preziosa testimonianza di quello che era l’aspetto dell’isola di File (o Philae, secondo la denominazione greco-romana), prima che la maggior parte delle strutture venisse trasferita sulla vicina isola di Agilka, distante circa 550 metri.

 

 

 

Il tempio che vediamo ritratto nella veduta generale (Immagini n. 1-2) era consacrato alla dea Iside e a suo figlio Harpocrate, una forma locale di Horus. Sorge sul luogo di un santuario precedente, il cui edificio più antico, del quale restano solo poche fondamenta, va fatto risalire al faraone nubiano Taharqa ( ? – 664 a.C. XXV Dinastia). Il primo sovrano, a cui sono attribuibili vestigia datate, è invece Nectanebo I (380-362 a.C. XXX Dinastia). Il complesso è costituito da elementi eterogenei e di epoche diverse, sebbene la maggior parte delle strutture risalga al periodo tolemaico-romano.

 

 

 

 

Immagine n. 1 All’estrema destra della litografia sono presenti il chiosco di Nectanebo ed il vicino obelisco, entrambi datati al IV secolo a.C. Di fronte ad essi si allungano le due ali del colonnato fatto erigere da Augusto. Attiguo al primo pilone è visibile il portale di Tolomeo II, evidente resto di un edificio precedente, mentre in secondo piano è raffigurato il chiosco di Traiano. Tra i due piloni si apre un ampio cortile il cui lato prospiciente il fiume è chiuso da un “mammisi” del quale si scorge la facciata posteriore. Sulla banchina, affacciato sul Nilo vi è il grande portale di Adriano. Oltre il secondo pilone, si sviluppa il tempio vero e proprio costituito da un atrio e dal “naos”, circondato da diversi ambienti secondari. In primo piano l’isola di Bigeh, con le rovine del suo tempio (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.106-107).

Immagine n. 2 Un’immagine moderna del complesso templare di File, dopo la sua ricostruzione sulla vicina isola di Agilka, avvenuta tra il 1977 e il 1979 (© ph. Przemyslaw “Blueshade” Idzkiewicz, fonte Wikipedia).

Nell’antichità nessuno, a parte i sacerdoti della vicina File, poteva calcare il suolo dell’isola di Bigeh (Immagine n. 3), sacra ad Hathor. In questo luogo, infatti si trovava il celebre Abaton in cui era stata sepolta una parte di Osiride, dopo che il suo corpo fu smembrato dal fratello Seth. Il tumulo, il cui nome deriva dal greco e significa grosso modo “luogo inaccessibile”, dimorava al centro di un boschetto e attorno ad esso erano disposti 365 altari sui quali ogni giorno, a rotazione, doveva essere versato del latte come offerta libatoria. In tal modo lo spirito vitale del dio, sotto forma di uccello, poteva nutrirsene *.

 

 

 

 

 

 

 

IL TEMPIO INTERO ( FOTO )

 

 

 

UN DETTAGLIO AMPLIATO

Immagine n. 3 A Bigeh, dove bisognava rispettare il silenzio assoluto per non disturbare il sonno di Osiride, già durante la XVIII Dinastia era stato eretto un santuario, poi ricostruito verso il 245 a.C. da Tolomeo III Evergete. L’edificio fu ulteriormente ampliato da Tolomeo XIII che fece anche erigere un grande portale di accesso, a cui in seguito venne aggiunto un arco che dava accesso ad una scalinata che conduceva dalla banchina sul Nilo al santuario(© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.108-109).

Ogni dieci giorni, dal vicino tempio di File, il simulacro di Iside veniva trasportato sull’isola a bordo di una barca affinché potesse far visita al consorte. Inoltre, una volta all’anno e nell’ambito di una festa solenne, la dea veniva affiancata nel suo pellegrinaggio dal figlio Harendotes (“Horus che difende il padre”).

 

 

NOTA

* A tal proposito, a chi volesse saperne di più, consiglio caldamente la visione dell’interessantissima conferenza realizzata da Andrea Vitussi su YouTube e raggiungibile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=NcY9wwRk1-U

 

( VEDI IN FONDO IL TRAILER E LA CONFERENZA INTERA )

 

 

File, 17-19 novembre 1838. I templi visti da sud.

Roberts fu completamente rapito dalla stupefacente suggestione determinata dalla scenografia che offriva il complesso di File, da qualsiasi angolazione lo si osservasse; si può ben immaginare quale fascino doveva suscitare nei pellegrini dell’epoca richiamati dall’esoterica devozione che nutrivano per la dea Iside. Questa divinità, figlia di Ra e sposa e sorella di Osiride, godeva di estrema popolarità e di una posizione privilegiata nel pantheon egizio in quanto, tra le altre sue caratteristiche, era a conoscenza di potenti sortilegi. Le sue arti magiche, infatti, le permisero di resuscitare il divino consorte dopo che il fratello Seth ne aveva fatto a pezzi il corpo. Inoltre, veniva rappresentata come dea-madre creatrice nella regione delle cataratte. Quando nel VII secolo a.C. una dinastia nubiana si insediò a Tebe, il suo culto si diffuse e si accrebbe così tanto da superare i confini dell’Egitto. In epoca tolemaica, e successivamente romana, la devozione nei confronti di questa divinità ricevette un ulteriore grande impulso e il tempio di File raggiunse l’apice del suo splendore: storpi ed ammalati vi giungevano da ogni parte del paese e dalle diverse province dell’Impero confidando nei favori della dea. In epoca cristiana la feroce repressione fu proporzionale alla celebrità di cui godeva Iside e i seguaci della nuova fede si accanirono con cieco furore contro i rilievi che adornavano il tempio che fu poi trasformato in chiesa. (Immagini n. 1 -2).

 

 

Immagine n. 1: I templi di File visti da sud, 18 novembre 1838. Questa litografia ci mostra il complesso di File come lo vide Roberts osservandolo da sud. Nonostante l’accanimento l’ accanimento del quale fu oggetto a partire dall’epoca cristiana, le suppliche e le preghiere scolpite in numerose parti del santuario attestano che l’ isola rimase ancora per un certo tempo l’ultimo baluardo della millenaria tradizione cultuale egizia (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.110-111).

 

 

Immagine n. 2: I templi, ripresi dalla medesima angolazione, come appaiono oggi dopo la ricostruzione sulla vicina isola di Agilka (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pag.110).

 

Il grande colonnato davanti al tempio di Iside.

 

 

I fedeli che si recavano in pellegrinaggio ai templi, approdavano sull’estremità meridionale dell’isola. Una volta sbarcati venivano accolti non da Iside, ma da un’altra divinità femminile: la benevola Hator dalle orecchie bovine. Si trovavano, infatti, al cospetto del cosiddetto “Chiosco di Nectanebo” i cui capitelli, erano scolpiti con l’effigie di questa dea della bellezza, dell’amore e del divertimento. L’edificio fu restaurato da Tolomeo II Filadelfo che lo spostò dalla sua posizione originaria (tuttora ignota). Oltre questo padiglione si sviluppa, con eccezionale impatto scenografico, “il grande colonnato” il cui versante occidentale, orientato lungo la linea costiera, si estende per circa cento metri. Trentadue colonne sorreggono altrettanti capitelli dalle forme molto elaborate e ispirate al mondo vegetale. Sul soffitto che rappresenta la volta celeste, sono raffigurati astri e avvoltoi, mentre sulla parete di fondo compaiono rilievi che ritraggono Ottaviano e Nerone le cui sembianze stilizzate mettono in risalto l’origine divina dei nuovi sovrani dell’Egitto. Sulle colonne, l’imperatore Traiano si fece ritrarre mente reca offerte alle divinità del luogo.

 

Sul lato opposto, il portico orientale non fu mai portato a termine: delle diciassette colonne presenti alcune sono prive di decorazioni e undici sono sovrastate da capitelli incompleti. A circa un terzo della spianata, nei pressi del lato lungo, per mezzo di una scala sotterranea, si accedeva al nilometro (1 sotto ). Simili pozzi, sulle cui pareti veniva valutato il livello delle acque del fiume, erano elementi comuni a moltissimi templi egizi. Quantificare ritmi e volumi delle piene era infatti indispensabile sia da un punto di vista economico, sia sociale in quanto permetteva di presumere l’entità del raccolto e, di conseguenza, le relative tassazioni. Era ai sacerdoti che spettava l’ esclusivo privilegio di rendere noti i responsi del nilometro.

(1) —Nilometro è il nome dato alle strutture – solitamente scale o pozzi – usate nell’antico Egitto per misurare l’altezza delle piene del fiume Nilo e poter così prevedere gli andamenti dei raccolti. I nilometri più famosi si trovano nell’isola Elefantina (presso Assuan), e nell’isola di Roda (Il Cairo). Meno famoso è il nilometro del Tempio di Mandulis a Kalabsha.

Wikipedia — nel link, se sei curioso, trovi tre foto dello strumento

 

 

 

Immagine n. 1: I templi di File visti da sud, 18 novembre 1838. Questa litografia ci mostra il complesso di File come lo vide Roberts osservandolo da sud. Nonostante l’accanimento l’ accanimento del quale fu oggetto a partire dall’epoca cristiana, le suppliche e le preghiere scolpite in numerose parti del santuario attestano che l’ isola rimase ancora per un certo tempo l’ultimo baluardo della millenaria tradizione cultuale egizia (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.110-111).
Immagine n. 2: I templi, ripresi dalla medesima angolazione, come appaiono oggi dopo la ricostruzione sulla vicina isola di Agilka (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pag.110).

L’elaborato impianto prospettico (Immagini n. 3-4), si chiude sul fondo con lo spettacolare grande pilone del tempio di Iside. Fu iniziato da Tolomeo II e completato dal successore Tolomeo III, mentre la decorazione continuò anche nelle epoche successive. Sulle due torri è raffigurato Tolomeo XII che offre a Iside la sottomissione dei suoi prigionieri e nei registri superiori il sovrano lo ritroviamo al cospetto della dea, accompagnata dal figlio Horus e dalla sorella Nefti. Il portale è sormontato dal disco solare alato.

 

 

File, 17-19 novembre 1838. Parte terza: l’interno del tempio di Iside

 

Già nella precedente visita Roberts era rimasto particolarmente colpito dalle meravigliose proporzioni del tempio e dagli splendidi bassorilievi che ne adornavano gli ambienti interni. L’artista aveva notato che lo stato di conservazione era eccellente e nel suo diario, il 30 ottobre aveva annotato: “Sono rimasto rapito dalla splendida composizione dei suoi colori; si direbbero appena stesi e, perfino nei punti in cui sono più esposti all’implacabile luce del sole, hanno conservato la loro smagliante freschezza”

 

 

Immagine n. 1: dal diario di David Roberts, 19 novembre << Oggi ho eseguito alcuni disegni dell’interno del tempio e ho copiato parecchie delle figure che tappezzavano le pareti, tutte in eccellenti condizioni e dai colori brillanti>>. La scelta prospettica operata dall’artista permette, tra l’altro, di comprendere con chiarezza la successione dei vari ambienti. (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.114-115).

Le illustrazioni di Roberts (Immagini n. 1-2), raffigurano la sala ipostila del tempio propriamente detto, ripresa da due diverse angolazioni, posta immediatamente dopo il secondo pilone che è di dimensioni minori rispetto al primo. L’ambiente, che presenta un soffitto sostenuto da otto colonne, è preceduto da un cortile scoperto sui cui lati più corti si sviluppano due brevi porticati, retti ognuno da una colonna centrale, che li fanno apparire come dei prolungamenti della sala ipostila. Seguono alcuni vestiboli ed infine il naos, circondatoda stanze minori. Le pareti e le colonne sono ricchissime di iscrizioni e rilievi raffiguranti sovrani della dinastia tolemaica e gli imperatori romani Augusto, Tiberio e Antonino Pio ritratti in scene di offerta ad Iside o nell’atto di compiere uffici religiosi. Probabilmente il cortile doveva avere un sistema di copertura costituito da un velario manovrato per mezzo di funi, i cui fori di scorrimento sono ancora visibili sulla modanatura rivola verso il pilone.

 

 

 

Immagine n. 2 Questa tavola è una tra le più suggestive dell’intera opera di Roberts sia per l’inquadratura di grande effetto, sia la cura quasi maniacale con la quale sono stati riprodotti i dettagli decorativi. Faraoni e divinità ripetono all’infinito i loro gesti ieratici, mentre le immense colonne sembrano sbocciare nel lussureggiante tripudio di forme e colori dei capitelli. Esse sostengono senza alcuno sforzo apparente le possenti trabeazioni lungo le quali navigano le barche sacre. Sui soffitti spiccano le lunghe teorie di avvoltoi dalle ali spiegate. Sono visibili anche alcune croci copte, scolpite sui fusti delle colonne, e i resti di un altare che attestano la trasformazione del tempio in chiesa cristiana. Un’iscrizione recita: “questo buon lavoro fu compiuto sotto il vescovo Teodoro all’epoca dell’imperatore Giustiniano e della regina Teodora nel VI secolo. Un’altra epigrafe, ancor oggi visibile commemora la “spedizione archeologica” qui inviata da papa Gregorio XVI nel 1841. Queste manomissioni arrecarono notevoli danni al santuario, il cui fascino è però rimasto intatto come ai tempi del massimo splendore di Iside (© Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts, pag. 116).

 

Il fatto che l’artista avesse deciso di fermarsi una seconda volta a File impegnando l’intera giornata del 30 novembre nel ritrarre gli interni del tempio, è stata per noi una vera e propria fortuna. Nel 1902, infatti fu realizzata la vecchia diga di Aswan (poi rialzata per due volte tra il 1907 e il 1912 e tra il 1929 e il 1933) che provocò la parziale scomparsa dell’isola di File ed il conseguente allagamento dei templi, che restavano all’asciutto soltanto tra luglio e ottobre nel periodo di apertura delle chiuse (Immagine n. 3).

 

 

 

Immagine n. 3 Questa foto, scattata nel 1905, testimonia la drammatica situazione del sito di File allorquando, da giugno ad ottobre l’isola veniva quasi completamente sommersa dalle acque del Nilo in conseguenza della realizzazione della prima diga di Aswan, nel 1902. Nonostante gli edifici fossero molto resistenti, gli splendidi colori dei bassorilievi, che si erano conservati per millenni, si dissolsero in breve tempo. Negli anni sessanta del secolo scorso l’UNESCO avviò un programma di salvataggio che riguardò un gran numero di monumenti. A partire da 1974, a File si diede inizio ai lavori con una serie di rilievi topografici. Successivamente fu realizzato uno sbarramento artificiale attorno all’isola e, grazie anche all’utilizzo di pompe idrovore, il sito ritornò all’asciutto. A questo punto l’intero complesso fu smontato per essere trasferito nella vicina isola di Algika. La sola ricostruzione richiese tre anni, ma finalmente, Il 10 marzo 1980, veniva inaugurata la nuova File (© ph. H.W Dunning, fonte Wikipedia)

 

 

File, 17-19 novembre 1838. Quarta e ultima parte. Il salvataggio dei monumenti.

Le tavole realizzate da Roberts costituiscono un’impagabile documentazione dell’aspetto originario del sito. Quest’ ultima litografia ci offre una visone del complesso dell’isola di File ripresa al tramonto (Immagine n. 1).

 

 

Immagine n. 1 Il 19 novembre 1838, David Roberts ritrasse questa incantevole veduta dell’isola di File colta al tramonto. Di particolare suggestione, a mio avviso, è l’atmosfera trasognata e romantica che l’artista riesce a trasmettere. (© EgittoIeri e Oggi, Litografie di David Roberts, pagg.118-119).-

Il luogo era rimasto pressoché immutato nel tempo, finché, come già accennato in precedenza, a seguito della costruzione della Prima Diga di Aswan nel 1902, ebbe inizio il calvario per i suoi monumenti. La loro condizione subì un altro duro colpo, a partire dal 1934, allorché lo sbarramento fu innalzato di diversi metri causando la quasi totale sommersione del complesso (Immagine n. 2).

 

 

 

Immagine n. 2 Prima della costruzione della diga di Assuan i templi dell’isola di File rimanevano parzialmente sommersi per vari mesi l’anno. Nell’immagine, il Nilo ricopre il chiosco di Traiano (© ph. Bridgeman/Aci, fonte National Geographic).

 

 

 

L’ARTICOLO SEGUE NEL LINK SOTTO–

— continua a raccontare la ricostruzione con foto

 

—Il Tempio di Kom Ombo, 20-21 novembre 1838.–


—Il Tempio di Edfu, 22-24 novembre 1838. Parte seconda.

 

 

—Le rovine del tempio di Hermonthis, 26 novembre 1838

 

 

pubblico solo da questo tempio ( sopra )  questa splendida litografia di  Roberts

 

 

ripeto il link per chi volesse guardare fino in fondo

 

 

LE LITOGRAFIE DI DAVID ROBERTS

 

 

 

Tebe. Parte prima: I templi di Karnak visti da sud, 27 novembre 1838


Tebe. Parte seconda: vedute della grande sala ipostila nel tempio di Karnak, 27-29 novembre 1838

 

Tebe. Parte terza: altre vedute del tempio di Karnak, 29 novembre 1838

 

Tebe. Parte quarta: le rovine del tempio di Medamud nei pressi di Karnak, 30 novembre 1838

 

Tebe. Parte quinta: Luxor, la facciata del grande tempio di Amon e l’obelisco di Ramses II, 1° dicembre 1838.

 

Tebe. Parte sesta: Luxor, uno dei colossi di Ramses II e il colonnato di Amenhotep III, 1° dicembre 1838.

 

segue fino alla parte tredicesima e poi oltre

**** ci sono delle immagini straordinarie di questo autore, spero di riprenderle come semplici immagini al di fuori di un contesto archeologico– chissà

 

 

 

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video,  3 min. ca — TRAILER DELLA CONFERENZA

ABATON – Philae, Bigeh e i misteri di Iside e Osiride

 

 

 

 

ABATON. Philae, Bigeh e i misteri di Iside e Osiride, a cura di Andrea Vitussi.

 

SOCIETA’ FRIULANA DI ARCHEOLOGIA

 

Il 19 marzo 2021, online, nell’ambito del ciclo “ANTICO EGITTO 2021 “

 

CONFERENZA INTERA.

 

 

 

 

 

 

 

 

qualcosa sull’autore delle litografie :

DAVID ROBERTS

 

Il pittore David Roberts in una foto del 1844

Hill & Adamson

 

 

David Roberts (Stockbridge (Edimburgo ), 24 ottobre 1796 – 25 novembre 1864) è stato un pittore britannico.

Nato a Stockbridge, presso Edimburgo, iniziò la propria attività unendo un lungo periodo di apprendistato presso un decoratore ad un intenso studio serale della storia dell’arte, soprattutto degli impressionisti e dei romantici. Nel 1822 si trasferì a Londra, dove lavorò come scenografo per il Coburg Theatre.

Dieci anni dopo iniziò i suoi viaggi in Spagna e specialmente a Tangeri, da cui tornò nel 1833 con un consistente portfolio di disegni, schizzi e studi. Da questi bozzetti, trasse alcune delle sue opere più popolari.

Qualche anno più tardi, su pressione di Turner, abbandonò la pittura di paesaggio e il 31 agosto 1838 partì per l’Egitto con l’intenzione di raccogliere materiale per futuri dipinti.

Giunse in oriente nel 1838 e realizzò sul posto numerosi disegni ed acquerelli che vennero venduti in patria ancora prima del suo ritorno, oltre agli schizzi preparatori di quelle che sarebbero state le sue più famose litografie.

Venne ricevuto dal Muhammad Ali Pasha ad Alessandria il 16 maggio 1839, poco prima del suo ritorno a Londra.

Nel 1851, e successivamente nel 1853, si recò in Italia dove realizzò dove dipinse il Palazzo Ducale di Venezia, acquistato da Lord Londesborough, gli Interni della Basilica di San Pietro a Roma nel Natale del 1853, e Roma dal Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, donato alla Royal Scottish Academy.

Passò gli ultimi anni della sua vita in patria, realizzando alcune vedute di Londra e del Tamigi: morì di un colpo apoplettico nella cattedrale di San Paolo mentre stava realizzando un dipinto del suo interno.

 

 

 

notizie da:

https://it.wikipedia.org/wiki/David_Roberts

 

*** nel link sopra si trovano altre opere  molto belle di
posti qua e là nel mondo antico

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1./ oggi 2 ottobre :: 45 Lula / 40% Bolsonaro 2 /- 18 settembre :: Brasile, per Datafolha Lula al 39% e Flávio Bolsonaro 36% al primo turno Al ballottaggio il presidente progressista è al 46%, il senatore di destra al 44%–

 

  1. dati certi

2 ottobre 2026 –Folha de Sao Paulo / link sotto

Sondaggio Datafolha: Lula ha il 45% e Flávio Bolsonaro il 40% dei voti validi al primo turno

  • Il calcolo esclude le schede bianche e nulle, come fa la Corte Elettorale per determinare i risultati elettorali; il 17% afferma di poter ancora cambiare il proprio voto.

 

2.  dati provvisori

ANSA.IT —BRASILIA, 18 settembre 2026, 00:29

Redazione ANSA

ANSACheck

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/18/brasile-per-datafolha-lula-al-39-e-flavio-bolsonaro-36-al-primo-turno_e51e0b50-fc2a-43c1-bdba-a28dda579a7f.html

 

 

 

 

 

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video, 5.52 m. –Kalinigrad – qualcosa– Ansa.it / 2022 + Daniele Fiori, Il Fatto quotidiano- 16 -04-2022

 

 

video, 5.52 min.
di  4K Cities by Adnan @4KCitiesbyAdnan / link Youtube

 

 

 

*** invasione Ucraina — febbraio 2022

 

ANSA.IT  18 agosto 2022 : 

 

La Russia schiera missili ipersonici a Kaliningrad – Politica
https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/politica/2022/08/18/la-russia-schiera-missili-ipersonici-a-kaliningrad_8428c11d-ee31-41b8-b348-c0f18c962e04.html

 

 

 

segue da   Wikipedia

 

KALINIGRAD, RUSSIA TRA LITUANIA E POLONIA

 

 

Oblast’ di Kaliningrad.

 

L’oblast’ di Kaliningrad (in russo: Калининградская область?, traslitterato: Kaliningradskaja oblast’) è un’oblast’ della Russia con un’estensione di 15.125 km² e con una popolazione di 1.018.624 abitanti, comprendente un territorio pianeggiante e uniforme, exclave della Federazione russa tra la Lituania e la Polonia.
Dal 1952 la città è il quartier generale della Flotta del Baltico. Grazie al clima favorevole dell’area, a oggi Kaliningrad e Baltijsk sono gli unici due porti russi sul Mar Baltico a non ghiacciare per tutto l’anno, ciò li rende di conseguenza gli unici dove poter mantenere la flotta per l’intero anno.

La città si affaccia sul mar Baltico ed è attraversato dai fiumi Pregolia e Neman. Con l’allargamento dell’Unione europea del 1º maggio 2004 confina interamente con Stati membri dell’Unione europea.

L’oblast’ di Kaliningrad comprende all’incirca il terzo settentrionale dell’antica regione storica tedesca della Prussia orientale (escluso il territorio di Memel, passato alla RSS Lituana nel 1945).

 

storia

Quando nel corso della propria offensiva verso Berlino alla fine della seconda guerra mondiale cominciò a occupare la Prussia orientale, l’Armata Rossa trovò un territorio quasi completamente spopolato a causa della fuga della popolazione autoctona tedesca, che temeva rappresaglie ed episodi di pulizia etnica da parte dell’Armata Rossa. La regione, precedentemente abitata da tedeschi per la quasi totalità e con piccole minoranze lituane, in pochi giorni si era letteralmente svuotata. Ben presto le autorità sovietiche ribattezzarono dapprima la regione “oblast’ di Kenigsberg” (Kenigsbergskaja oblast), per poi introdurre la denominazione attuale in seguito alla nuova denominazione del capoluogo Königsberg in Kaliningrad.
Circa 2 280 località non vennero più ripopolate e sono pertanto o scomparse o ridotte a cumuli di rovine, mentre le rimanenti 2 520 vennero ripopolate con persone provenienti da varie regioni dell’Unione Sovietica, in gran parte russi, e ribattezzate con nomi russi spesso senza alcuna correlazione con gli antichi toponimi originari, né tedeschi né lituani.
Vivono nell’oblast’ di Kaliningrad solo 8 340 tedeschi (lo 0,87% della popolazione), i quali hanno un proprio quotidiano in lingua tedesca, il Königsberger Express.

 

La Russia e l’exclave di Kalinigrad

 

La capitale Kaliningrad (430.300 abitanti), sita presso la foce del fiume Pregolja, è un grande porto commerciale unito da un canale al mar Baltico. Per la sua importanza strategica fu “fortissimamente voluta” dai sovietici durante la seconda guerra mondiale.

 

 

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segue:: 

 

 

IL FATTO QU:OTIDIANO DEL 16 APRILE 2022 

 

 

Guerra in Ucraina |

Da Kaliningrad parte la minaccia nucleare di Putin all’Europa: cosa sappiamo della base russa sul mar Baltico

Guerra in Ucraina | Da Kaliningrad parte la minaccia nucleare di Putin all’Europa: cosa sappiamo della base russa sul mar Baltico

vedi spiega  sotto  ( altra foto in fondo )

 

L’exclave tra Lituania e Polonia è l’avamposto dal quale Mosca può colpire il cuore del Vecchio Continente: da anni è certa la presenza dei missili Iskander, armabili con testate nucleari, che con la loro gittata possono arrivare fino a Berlino. E proprio la stampa tedesca si interroga sull’effettiva capacità dell’Europa di difendersi da un eventuale attacco atomico.

di Daniele Fiori | 16 APRILE 2022

 

 

 

Manfred Weber apre all'espulsione di Orban dal Ppe: "Basta parole, è ora di agire. Covid ha bloccato la decisione prevista per settembre" - Il Fatto Quotidiano

MANFRED WEBER, PRES.PARTITO POPOLARE EUROPEO  -IL FATTO QUOTIDIANO

 

 

Il primo avvertimento è arrivato oltre un mese fa: “L’Europa ha bisogno del proprio scudo nucleare“. È il titolo della riflessione che Manfred Weber ha scritto per il quotidiano tedesco Die Welt.

Il 49enne presidente del partito popolare europeo nella sua preoccupata analisi evidenziava due punti cruciali: come l’Europa può offrire un valore aggiunto alla difesa del Continente e come può organizzare una deterrenza nucleare di lungo periodo. La crescente apprensione della Germania di fronte a un possibile allargamento del conflitto e alla minaccia nucleare più volte prospetta da Mosca ha una ragione principale: l’exclave russa di Kaliningrad.

 

Un pezzo di terra vasto 15mila km quadrati, bagnato dal Mar Baltico e incastonato tra Lituania e Polonia: in altre parole, l’avamposto dal quale Vladimir Putin può potenzialmente attaccare il cuore dell’Europa. Kaliningrad dista in linea d’aria appena 530 km da Berlino.

Questa settimana, in risposta all’accelerazione di Svezia e Finlandia per l’adesione alla Nato, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia, Dmitrij Medvedev, ha commentato: “Ci si può dimenticare dei Baltici non nucleari“.

In altre parole, alla base militare di Kaliningrad arriveranno armi atomiche.

Dichiarazioni che però sono state liquidate come “niente di nuovo” dal primo ministro della Lituania, Ingrida Simonyte.

 

Mosca, infatti, ha già da tempo schierato testate nucleari nella sua exclave sul Baltico:

“Le attuali minacce russe sembrano piuttosto strane, quando sappiamo che già prima della guerra in Ucraina, i russi tengono le armi a 100 chilometri dal confine della Lituania. Le armi nucleari sono sempre state tenute a Kaliningrad. La comunità internazionale, i Paesi della regione, ne sono perfettamente consapevoli”, ha spiegato la premier lituana.

In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex premier svedese Carl Bildt ha espresso lo stesso concetto: “Le armi nucleari i russi le hanno già a Kaliningrad e nel Nord-Ovest del loro territorio. Ci conviviamo già“.

I timori della Germania (e dell’Europa) –

Se per i Paesi Baltici e Scandinavi quella di Medvedev è una minaccia vuota, dall’inizio del conflitto la stampa tedesca ha iniziato però a interrogarsi su un punto: quanto sarebbe preparata l’Europa per un attacco nucleare? E l’intervento di Weber su Die Welt non ha fatto altro che confermare i timori:

l’attuale ombrello difensivo della Nato si basa su una struttura di intercettori dislocata in Romania e in Polonia (Aegis Ashore).

Furono ufficialmente installati per proteggere l’Europa da un eventuale attacco nucleare iraniano, ma rimasero anche dopo l’accordo con Teheran del 2015. Per questo, l’anno successivo Putin cominciò a spostare a Kaliningrad i missili Iskander, armabili con testate nucleari.

Berlino è difesa da questa struttura ma, secondo un’analisi del settimanale Focus, il sistema non reggerebbe di fronte a una pioggia di missili. Inoltre, la capitale tedesca sarebbe vulnerabile in caso di attacco con armi convenzionali.

Infatti, a fine marzo una delegazione tedesca ha fatto visita a Israele, con l’obiettivo di studiare da vicino i dettagli del sistema missilistico “Arrow 3“, utilizzato dal 2017 per lo scudo “Iron Dome”.

 

Bunker atomici a Kalinigrad -Immagine scattata dal satellite Maxar nel 2022 – ©Google

 

L’avamposto di Kaliningrad –

Per la popolazione tedesca, la presenza dei missili russi a 500 km dalla sua capitale non aveva destato preoccupazioni, almeno fino all’invasione russa dell’Ucraina.

Eppure gli Iskander hanno una portata di circa 500 chilometri, quindi potrebbero colpire Berlino come altre capitali europee: Varsavia e Copenaghen, oltre a Vilnius e Riga. Eppure la minaccia esiste da tempo, almeno dal 2016.

Quell’anno infatti, oltre allo spostamento dei vettori deciso da Putin, le immagini satellitari nella regione di Kaliningrad mostrarono lavori intorno a uno dei tre bunker presenti vicini a Kulikovo, conclusi poi nel 2018.

Hans M. Kristensen, esperto della Federation of american scientist, all’epoca scrisse: “L’esercito russo ha effettuato un’importante ristrutturazione di quello che sembra essere un deposito di armi nucleari attivo nella regione di Kaliningrad, a circa 50 chilometri dal confine polacco”.

Sempre nel 2018, destò particolare preoccupazione in tutta Europa la conferma dello stanziamento permanente di missili Iskander nell’exclave russa:

“La Russia – disse allora il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov – non ha mai minacciato nessuno”.

Le provocazioni sono continuate anche successivamente: nel luglio 2020, ufficialmente per partecipare a una parata della Marina russa a San Pietroburgo, un sottomarino nucleare russo era entrato nel mar Baltico.

L’estate scorsa Mosca ha ripetuto la stessa mossa, muovendo addirittura tre sottomarini.

 

L’arsenale nucleare di Putin –

 

Oltre agli Iskander, Putin ha a disposizione anche i missili 9M729, il cui sviluppo provocò nel 2019 l’uscita degli Stati Uniti dal trattato Inf.

Se fossero lanciati da Kaliningrad, potrebbero colpire anche la Spagna e di conseguenza l’Italia.

In totale, oltre a Kaliningrad, la Russia ha altre due basi in grado di lanciare armi nucleari: una sempre a nord, a San Pietroburgo, l’altra a Rostov, che si trova invece a sud, vicino all’Ucraina.

 

Secondo i dati in mano allo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), Mosca possiede circa 6.250 testate nucleari, di cui circa 4.500 schierabili e 1.600 attualmente pronte a essere lanciate su missili, sottomarini o aerei.

Numeri che corrispondono a quelli diffusi a fine febbraio dal think tank Federation of American Scientist: secondo le stime, la Russia ha a disposizione 4.477 testate nucleari.

Nel dettaglio, circa 1.588 testate strategiche sono schierate su missili balistici e basi di bombardieri pesanti, mentre circa 977 testate strategiche aggiuntive, insieme a 1.912 testate nucleari tattiche, sono tenute in riserva.

 

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La Cia avverte: “Putin disperato, nessuno può prendere alla leggera il possibile uso di armi nucleari tattiche”

 

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Giuseppe Graviano: ‘Mio nonno fece una società con Berlusconi’. Incontri col Cav e carta privata- ANSA.IT / Firenze– 2  ottobre 2026 – 15.03 -+ IL FATTO DI OGGI

 

 

 

 

ANSA.IT / Firenze– 2  ottobre 2026 – 15.03
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/02/giuseppe-graviano-mio-nonno-fece-una-societa-con-berlusconi_fd295e4f-87bd-4e98-ba02-157182314b64.html

 

Giuseppe Graviano: ‘Mio nonno fece una società con Berlusconi’.

 

‘A fine anni ’60, lo seppi da lui dopo morte mio padre’. Incontri col Cav e carta privata

Redazione ANSA

ANSACheck

 

 

 

Giuseppe Graviano –

 

“Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone.

Lui mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell’investimento era di 20 miliardi di lire” dell’epoca. Lo ha detto il boss Giuseppe Graviano rispondendo ai pm come teste al processo Baiardo di Firenze. Graviano ha detto di aver saputo di questi investimenti dopo la morte di suo padre, nel 1982, dal nonno Quartararo che tra il 1982 e 1983 gli avrebbe fatto conoscere Berlusconi. “Ci fu un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, io, mio nonno e mio cugino Salvo”, “ricordo una carta privata”.

La testimonianza in video collegamento di Giuseppe Graviano è stata interrota per un problema all’audio, in modo da poter perfezionare il segnale di trasmissione. Prima dell’interruzione, sempre rispondendo al pm, il boss aveva sostenuto che “c’era una carta privata” riguardo agli investimenti, che ne attestava l’esistenza. “C’erano i nomi degli investitori?”, la domanda dei pm. “C’erano, ma non posso confermare bene”, ha risposto facendo comunque capire che gli risulta anche quello di Berlusconi.

“Il 20% delle ricchezze prodotte da questi investimenti sarebbero state ritornate agli investitori”, ha anche ricordato precisando che per la sua famiglia si occupava delle restituzioni dei profitti tratti dagli investimenti  “mio cugino Salvo”. “Io non ho mai ricevuto nulla da questi investimenti”. “Quando mio padre morì nel 1982 – ha aggiunto – mio nonno Filippo Quartararo mi racconta di questo investimento e mi chiede se potevo seguire questa cosa con mio cugino Salvatore. Mio padre non era interessato a questo investimento”.

Sempre secondo il racconto di Graviano, nel tempo ci sarebbero stati alcuni incontri con Berlusconi. Il pm Gestri ne chiede se li ricorda. “Uno ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano”, ha detto Giuseppe Graviano confermando quando dagli inquirenti gli fu mostrato un filmato con un appartamento individuato come luogo di questo incontro col Cav.

“C’era un residence con una piscina, era vicino a Milano. Il residence lo riconobbi ma l’appartamento no”, ha detto. Un altro incontro “può essere stato nel 1986, ero latitante. Berlusconi lo sapeva, ne parlavano tutti i giornali”.

Oggetto degli incontri? chiedono i pm. “Si parlava – la risposta – dei nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi”. Nell’incontro che Graviano fa risalire al dicembre 1993 “nell’appartamento c’ero io con mio cugino e con Berlusconi, accompagnato da una persona ma non mi ricordo chi era”. “Era un incontro per sistemare tutto” e per fissare una data “del febbraio 1994 per formalizzare i nomi delle persone che dovevano entrare nelle società”.

 

 

 

***  un racconto più lungo, con qualche minima differenza, lo trovate nel link de:

IL FATTO QUOTIDIANO DI OGGI, 2 OTTOBRE   2026   — 16.37

 

Il boss Graviano: “Mio nonno fece una società con Berlusconi, investì 4-5 miliardi di lire. E fu lui a presentarmi il Cavaliere”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/02/il-boss-graviano-mio-nonno-fece-una-societa-con-berlusconi-investi-4-5-miliardi-di-lire-e-fu-lui-a-presentarmi-il-cavaliere/8525698/

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Il Villaggio dell’Arcobaleno ( cinese :彩虹眷村; pinyin : Căihóng Juàncūn ) è un villaggio di militari che è stato convertito in arte di strada nel distretto di Nantun , Taichung , Taiwan da ” un nonno dell’arcobaleno “, una bella storia che ci fa bene al cuore anche perché è una bella favola

 

 

IMMAGINI DA GETTY IMAGES

LA STORIA E’ DA: NDTV.COM– 27 agosto 2025
https://www.ndtv.com/offbeat/the-rainbow-grandpa-
saving-a-taiwan-village-with-art-1211466

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

Finalmente, in ultimo, ho trovato dove si trova questo famoso Villaggio Arcolbaleno  DOVE ORMAI SIAMO DI CASA, MA COME ANDARCI-?- magari colo con l’immaginazione–

SULL’

 

ISOLA PRINCIPALE DI TAIWAN -IL VILLAGGIO SI TROVA NELLA ZONA CENTRO/ ORIENTALE PRESSO TAICHUNG

 

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

INIZIO DELLA STORIA CHE E’ PIU’ BELLA DI UNA FAVOLA– di cui tanti — azzardo tutti– abbiamo bisogno per trascinare i piedi lungo il cammino che ci tocca

Taichung, Taiwan:

Huang Yung-fu accoglie i visitatori del suo villaggio nel Taiwan centrale con le mani macchiate di vernice e le scarpe cosparse di schizzi di colore, segno del quotidiano lavoro artistico che gli ha permesso, da solo, di scongiurare l’arrivo dei bulldozer dei costruttori.

A 93 anni, l’ex soldato si alza ancora alle 3 del mattino ogni giorno per trascorrere quattro ore a dipingere le pareti del piccolo insediamento con figure colorate, da uccelli e animali a cantanti famosi e sportivi.

Conosciuto come il “Nonno Arcobaleno”, l’arte di Huang ha salvato il villaggio dalla demolizione dell’area circostante.

Cammina zoppicando leggermente e si rimbocca i pantaloni per mostrare un ginocchio
fasciato, livido per aver passato troppo tempo inginocchiato a terra a dipingere, dice.

“Cinque anni fa abbiamo ricevuto una lettera in cui si diceva che il governo voleva demolire tutto per costruire qualcosa di nuovo. Ci offrivano la possibilità di accettare un risarcimento o di trasferirci in un’altra casa”, ha detto Huang, elegante con un berretto blu scuro e una camicia dorata a collo alto in stile cinese.

“Ma non volevo andarmene. Questa è l’unica vera casa che abbia mai conosciuto a Taiwan”.

L’insediamento nel distretto di Nantun, nella città di Taichung, un tempo comprendeva 1.200 case per veterani e le loro famiglie.

( continua sotto )

 

Questa foto, scattata il 19 agosto 2015, mostra l’artista novantatreenne Huang Yung-fu in posa accanto a una sua opera nel Villaggio Arcobaleno, nel distretto di Nantun, nella città centrale di Taichung, a Taiwan. (AFP PHOTO / Sam Yeh)

 

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

la storia continua:

Ma con il degrado delle abitazioni, risalenti a decenni prima, i costruttori si sono accaparrati i terreni e ai residenti sono stati offerti 2 milioni di dollari taiwanesi (61.000 dollari statunitensi) di risarcimento o nuove case.

Huang vive lì da 37 anni, rimanendo anche dopo che i suoi vicini hanno abbandonato le loro case e ne erano rimaste solo 11.

È stato allora che ha deciso di dipingere.

“Ero l’unica persona rimasta nel villaggio e mi annoiavo”, ha detto.

“Mio padre mi ha insegnato a dipingere quando avevo cinque anni, ma non l’avevo più fatto da allora.

La prima cosa che ho dipinto è stato un uccello dentro casa mia.”

continua..

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

 

TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING
This photo taken on August 19, 2015 shows tourists walking past artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh
— RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)

 

la storia continua:

Huang ha decorato l’interno del suo bungalow con due camere da letto, poi i muri esterni e le case vicine che erano vuote.

L’opera d’arte, in continua espansione, è diventata una sfilata di cani, gatti, aerei e delle sue celebrità preferite, tra cui la leggenda del kung fu Bruce Lee.

Quando gli studenti universitari locali hanno scoperto il lavoro di Huang, hanno lanciato una campagna per salvare il villaggio e quattro anni fa le autorità hanno acconsentito alla sua conservazione.

Ora è una delle principali attrazioni turistiche della zona, attirando più di un milione di visitatori all’anno, per lo più provenienti dall’Asia.

“Il governo mi ha promesso che manterrà questa casa e questo villaggio”, ha detto Huang.

“Ero così felice e grato.”

Le autorità affermano di voler trasformare il “Rainbow Village” in un’area culturale designata.

 

 

TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING
This photo taken on August 19, 2015 shows a tourist taking a video of herself next to artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh
— RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)

 

 

 

TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING
This photo taken on August 19, 2015 shows tourists walking past artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh
— RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)

 

la storia..

“Il turismo è uno dei motivi per cui è importante preservarlo, ma la ragione principale è che i villaggi dei veterani sono molto speciali per Taiwan”, afferma Huang Ming-heng, segretario capo dell’ufficio per gli affari culturali di Taichung.

“Purtroppo la maggior parte di essi è stata demolita, quindi è importante preservare questa memoria storica”.

In una torrida mattinata di martedì, turisti di tutte le età si scattano selfie davanti ai murales.

“Penso che siano opere grafiche straordinarie: questo luogo dovrebbe essere preservato”, ha detto Hsiao Chi, 19 anni, studentessa di Taipei.

“I colori e i disegni sono davvero speciali”, ha aggiunto Ivy Ng, 30 anni, di Hong Kong, in visita a Taichung con la sua famiglia.

 

 

 

TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING
This photo taken on August 19, 2015 shows a general view of the settlement known as the Rainbow Village, decorated by artwork by 93-year-old artist Huang Yung-fu, in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh
— RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

fine della storia:::


Originario di Hong Kong, Huang si unì all’esercito nazionalista del Kuomintang (KMT) nel 1946 per combattere le truppe comuniste nella Cina continentale durante la guerra civile.

Quando il KMT fu sconfitto nel 1949, molte truppe seguirono il suo leader, Chiang Kai-shek, mentre fuggiva a Taiwan.

Furono alloggiati temporaneamente in centinaia di villaggi militari appositamente allestiti in tutta l’isola, una soluzione provvisoria mentre i nazionalisti si riorganizzavano.

Ma con l’inasprirsi del controllo comunista sulla terraferma, queste abitazioni temporanee divennero permanenti.

Il Ministero della Difesa Nazionale afferma che molti villaggi sono stati demoliti perché i residenti desideravano migliori condizioni di vita.

Ma alcuni lamentano la perdita delle vecchie comunità.

“Quando se ne vanno, le persone si sentono isolate”, ha detto Kang Han-ming, un ex marine che gestisce la fiorente attività del Villaggio Arcobaleno e si batte per proteggere gli insediamenti rimanenti.

 

TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)

 

 

conclusione della storia:

Sentono di non avere radici. Ecco perché molti veterani anziani che si trasferiscono in edifici nuovi si ammalano”.

Il Ministero della Difesa si è ora impegnato a preservare gli ultimi 13 villaggi come aree culturali.

L’artista Huang dice di non stancarsi mai della routine mattutina che è servita a salvare la sua casa: un bungalow stipato di colori, pennarelli e cimeli.

Il Nonno Arcobaleno si siede su una sedia all’ombra e osserva la folla.

“Mi piace parlare con loro e mi dicono che i quadri sono bellissimi. Con tutti questi visitatori non mi sentirò mai solo.”

 

 

UNA RARA IMMAGINE DEL VILLAGGIO TROVATA PER CASO ALLA FINE:

 

 

QUI SI RACCONTA DI NUOVA LA STORIA DA PARTE DI:  Kiran Mehta.

DA:  un sito indiano che organizza  viaggi nel ”  RAIBOW VILLAGE ” — VILLAGGIO DELL’ARCOBALENO

 

se volete la storia la trovate qui sotto

https://timesofindia.indiatimes.com/travel/destinations/a-trip-to-the-rainbow-village-of-taiwan/articleshow/68849823.cms

 

ce ne sono altre – foto del paesino- che vorrei mostrarvi ma Cenerentola sta rotolando in una zucca direttamente nel lettino che la matrigna le ha assegnato. Domani quizàs.. ci saremo già scordati della Villagio Arcobaleno e del suo nonnino così ostinato a proseguire la sua lotta per mantenere in piedi e pieno di gente il suo villaggio: ” lui era sempre abitato lì e non capiva perché dovesse andarsene, ma voleva avere qualcuno con cui parlare. Adesso i turisti gli chiedono di raccontare la sua vita, ognuno almeno una volta e lui è ben felice. Così siamo felici an che noi.

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o̴g̴ @Yoda4ever/LINK YODA –La dose giornaliera di baci di Pupper.

 

 

 

LINK  X  YODA4EVER

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SICILIA, vicino a Palermo, comune di Partinico, un borgo dei Parrini ( sacerdoti ), meta oggi di turisti che..

 

 

 

*** LE FOTO SONO DI :  Superchilum – Opera propria

da:  https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Borgo_dei_Parrini?uselang=it

notizie da : https://it.wikipedia.org/wiki/Borgo_Parrini

 

 

 

Superchilum – Opera propria

 

 

 

 

mappa da Bergfez

 

Borgo dei Parrini è una piccola frazione rurale situata all’interno del comune di Partinico (PA) in Sicilia, Italia.

Borgo dei Parrini nasce agli inizi del ‘600, quando i sacerdoti della Compagnia di Gesù, detti in dialetto siciliano “parrini”, decisero di comprare dei terreni vicino a Partinico.

Agli inizi del 1700, i Gesuiti costruirono torrette di avvistamento, magazzini, case e una piccola chiesa dedicata a Maria Santissima del Rosario. L’Ordine dei Gesuiti fu soppresso e la proprietà passò al principe francese Henri d’Orléans.

 

 

 

Nel secondo dopoguerra la maggior parte della popolazione locale si trasferì nelle città, e di conseguenza il borgo rimase in parte abbandonato. Il degrado avvenuto perdurò fino alla fine degli anni Novanta, quando, per iniziativa dell’imprenditore Giuseppe Gaglio, ha lentamente preso il via un recupero “originale” che ha coinvolto il piccolo borgo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

casa gialla e casa blu

 

 

 

 

 

 

 

 

riproduzione di vari campanili sparsi per l’Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

una sola immagine di Partinico e  i suoi vigneti
— da Getty Images

 

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Mauro Biani @maurobiani · 6h #GiulioRegeni #Egitto #Italia #governo #Tajani #Diritto #DirittoInternazionale Fino. Oggi per @repubblica

 

 

stupenda.. !

 

 

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Jsarema Zafferini Facebook / link sotto — 12 ore fa – pubblica per noi ” Pietre. Alessandro Robecchi “, 30 settembre – Il Fatto

 

 

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Jsarema Zafferini Facebook– grazie cara Jsa !

 

Jsa in questo periodo–

 

 

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Tutto è ibrido. La parola di moda che serve al marketing della guerra

 

mercoledì, 30 Settembre 2026

 

Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.

Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un  aggettivo del presente.

Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.

E’ uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black out all’aeroporto, un maxitamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.

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“La verità sui civili uccisi a Gaza”: parla Tuly Flint, l’ex colonnello israeliano, oggi psicologo dei reduci dell’esercito / link sotto + altro

 

 

 

RAI  –

 

 

TRAILER ITALIANO DEL FILM NAZA ( =” danni collaterali “)
di Yuval Abraham, Rachel Szor (UK, 2026 )

 

https://www.youtube.com/@IWonderPictures

Durante conversazioni segrete che si svolgono di notte sui tetti di Tel Aviv, i meccanismi alla base dello sterminio di massa pianificata da Israele ai danni dei civili palestinesi a Gaza vengono svelati proprio da coloro che li hanno progettati e messi in atto.

28 – 29 – 30 SETTEMBRE AL CINEMA

Scopri di più sul film su https://iwonderpictures.it/naza/

 

 

un commento sotto il trailer del film Naza

La Russia durante la seconda guerra mondiale quando sconfisse il nazismo ed entro nei campi si concentramento si chiese come fosse possibile che nessuno sapesse cosa accadesse lì dentro, ragion per cui negli stessi treni in cui venivano deportati gli ebrei furono fatti salire i cittadini tedeschi e non solo e costretti a camminare nei campi si concentramento per vedere con i loro occhi cosa era stato capace di creare il nazismo e la barbarie umana.. noi oggi abbiamo assistito costantemente a quello che è successo in Palestina ma bisogna andarci di persona per vedere realmente cos’è tutto quello che raccontano in questo film –  dovremmo essere “ deportati” in questi luoghi per vedere la barbarie umana di cosa è capace perché soltanto così possiamo realmente indignarci e dire basta con le guerre…
un giorno saremo giudicati sul bene che non abbiamo fatto..
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Una lirica ‘ antica ‘ del grande poeta Roberto Rododendro: bellissima — da leggere e rileggere con piacere grande– b

 

 

 

Un giorno viaggerò per le strade
di una città dal selciato in rosso
giardini di salici, fontane con acqua che si sente
e panchine colorate

sarà sempre sera
e i lampioni a fiamma non morranno mai.

………………
……………..

Era nell’aria un profumo di clavicembalo
e Chopin suonava i suoi pezzi appena fusi
la verità nasceva dalle pietre lucide
e non c’erano parole.

 

 

 

Utopia
Sanremo
Marzo 1962

 

 

🌈 Taichung's famed attraction Rainbow Village is a guaranteed color  explosion. Now, imagine its bright, fun folk art coming to life: It's like  the personality-filled murals are ready to hop off the

un giorno viaggerò  ..   ..    una città dal selciato in rosso

 

Foto da Facebook, Raimbow Village, Taiwan

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DEE NICKERSON E’ UN ARTISTA INGLESE NATA NEL 1957 — i suoi quadri sembrano illustrazioni di favole.

 

 

 

Dee è nata il 10 giugno nel South Norfolk, a Spooner Row, Wymondham, Norfolk nel 1957.

 

Welcome To The Boars, Spooner Row

Spooner Row

 

 

NORFOLK

 

Le opere di Dee Nickerson esplorano la vita in campagna e le attività che le piacciono come cucire, andare in bicicletta, camminare e contemplare la vita. I ricordi di Dee di Norfolk hanno una grande influenza sulla sua opera d’arte.

Dee Nickerson utilizza più spesso acrilici e pastelli e sta valutando la possibilità di espandersi nella ceramica e nell’incisione.

Le piace piantare alberi e osservare gli uccelli.

testo da:
https://www.abingdongallery.co.uk/dee-nickerson

 

 

 

 

LE IMMAGINI SONO DAL SUO TWITTER :

dee nickerson @dEEN1cKers0n

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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UNA BELLA FOTO DI BRUGES – + ALTRE — “ Luca Campigotto. Wandering Europe ” — in mostra alle Gallerie d’Italia di Torino

 

 

 

 

Bruges, Belgio, 2022   © Luca Campigotto — vedi al fondo di Instagram

 

 

 

Dal 1° ottobre 2026 al 7 febbraio 2027, le Gallerie d’Italia – Torino ospitano “Luca Campigotto. Wandering Europe”, la mostra curata da Walter Guadagnini nell’ambito del progetto “La Grande Fotografia Italiana”, coordinato da Roberto Koch.

 

Oltre sessanta immagini per raccontare la geografia, la storia e le identità dell’Europa

 

SEGUE DA:

https://group.intesasanpaolo.com/it/sezione-editoriale/eventi-progetti/tutti-i-progetti/cultura/2026/09/mostra-luca-campigotto-wandering-europe#

 

 

 

Ani_Turchia_Campigotto – 2025  0X1080.jpg

 

 

 

 

 

Lampedusa_Italia_Campigotto / 2020_1920X1080.jpg

 

 

 

 

 

Praga_Campigotto / 2026_1920X1080.jpg

 

 

 

 

Sarajevo – >Bosnia_Campigotto / 2025 _1920X1080.jpg

 

 

 

 

 

Tbilisi_ Georgia — Campigotto / 2026 _1920X1080.jpg

 

 

 

 

Porto, Portogallo  _Campigotto   2026 _1920X1080.jpg

 

 

 

 

Pergamo_Turchia_Luca Campigotto / 2025   _1920X1080.jpg

 

 

 

 

Caprarola_Italia_Luca Campigotto  / 2015  _1920X1080.jpg

 

 

 

 

 

Siviglia, Spagna_ Luca Campigotto / 2026  _1920X1080.jpg

 

 

Nato a Venezia nel 1962, Luca Campigotto vive tra Milano e New York. Dopo la laurea in Storia Moderna, con una tesi sulla letteratura di viaggio nell’epoca delle grandi scoperte geografiche, si è dedicato alla fotografia di paesaggio, realizzando progetti in tutto il mondo. Ha esposto in numerosi musei e istituzioni internazionali, tra cui la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, la Somerset House di Londra, il Canadian Centre for Architecture di Montreal, il MART di Rovereto e il MAXXI di Roma, e ha partecipato a più edizioni della Biennale d’Arte di Venezia.

 

LUCA CAMPIGOTTO – INSTAGRAM

https://www.instagram.com/lucacampigotto/

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Silvana Logozzo, Missione di Netanyahu ad Abu Dhabi_ “Smentite di avermi avvisato sul 7 ottobre” – l’ex capo dello Shin Bet: “Lo avvertii del disastro”- ANSA.IT  28 SETTEMBRE 2026 –  21.53

 

 

 

ANSA.IT  28 SETTEMBRE 2026 –  21.53

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/28/media-7-ottobre-007-egitto-chiamarono-netanyahu-dopo-due-avvisi-inascoltati_57b11b8b-1489-4b89-b2da-cfb38c40f22d.html

 

Missione di Netanyahu ad Abu Dhabi_ “Smentite di avermi avvisato sul 7 ottobre”.

Scontro con l’ex capo dello Shin Bet che lo denuncia: “Lo avvertii del disastro”

 

di Silvana Logozzo

 

ANSACheck
Netanyahu - RIPRODUZIONE RISERVATA
NETANYAHU
Ronen Bar, ex capo dell'Agenzia per la sicurezza israeliana, 11 ottobre 2021
Ronen Bar, ex capo dell’Agenzia per la sicurezza israeliana, 11 ottobre 2021
foto da RAI NEWS.IT: https://www.rainews.it/articoli/2025/03/ronen-bar-capo-dello-
shin-bet-il-licenziamento-e-lombra-del-qatargate-f184a105-ddc0-457f-8e42-2646cae74883.html
 

 

A otto giorni dal terzo anniversario del massacro del 7 ottobre la responsabilità del fallimento delle forze di sicurezza e del governo israeliano restano il tema predominante dello scontro elettorale in Israele.

Con Benyamin Netanyahu al centro della bufera sui presunti avvertimenti ricevuti prima dell’attacco. Mentre il premier israeliano, riferiscono i media, sarebbe volato ieri negli Emirati per cercare di convincerli a smentire di averlo preallertato sull’operazione di Hamas, si consuma uno scontro anche con l’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar. Netanyahu continua ad attaccarlo per non averlo informato sugli allarmi da Gaza. Ma Bar rilancia e lo denuncia: “Lo avvertii di un disastro imminente di proporzioni senza precedenti, ma lui lo ignorò”. Channel 12 domenica sera ha rivelato una visita segreta, di sole poche ore, del premier ad Abu Dhabi per un colloquio privatissimo con il presidente Mohammed bin Zayed. E lunedì mattina di buon’ora l’Ap ha scritto che lo scopo dell’incontro era di chiedere al sovrano di negare pubblicamente di averlo avvertito, prima del 7 ottobre, sulle intenzioni di Hamas. Una richiesta legata all’inchiesta del quotidiano Haaretz degli inizi di settembre che rivelava una telefonata di avvertimento durata 45 minuti di bin Zayed a Netanyahu. Telefonata che l’ufficio del primo ministro smentì immediatamente, mentre Abu Dhabi, pur non commentando l’esistenza della chiamata, si limitò a parlare di canali di comunicazione diretti con Israele con la condivisione di “tutte le informazioni di intelligence rilevanti”. Abu Dhabi non ha negato il faccia a faccia, diversamente da come fece a marzo durante la guerra con l’Iran per un’altra visita super riservata del premier israeliano. Mentre l’ufficio di Netanyahu, a soli due minuti dall’inizio dei telegiornali delle 20 del lunedì, ha diffuso una nota annunciando una denuncia contro Channel 12, accusata di “aver messo in pericolo la vita del premier mentre era sul volo di ritorno a Tel Aviv”.

Il comunicato inoltre fornisce dettagli che finora non erano trapelati: “Della delegazione israeliana ad Abu Dhabi facevano parte anche il capo del Mossad, il capo del Consiglio di sicurezza, il generale Guy Markizano, il segretario militare, il capo della divisione per la sicurezza dello Shin Bet”.

In difesa di Bar è intervenuto intanto Gadi Eisenkot, principale avversario di Netanyahu alle urne: “Il premier ha perso la testa, sul 7 ottobre mente”.

Intanto, che sia vera o no la richiesta di Bibi all’amico bin Zayed di supportarlo e se vi sia stato un accordo, il dato di fatto è che le relazioni tra i due Paesi si sono di molto rafforzate dopo i bombardamenti di Teheran su entrambi gli Stati. Tanto che diplomatici emiratini hanno dichiarato a Ynet che la decisione israeliana di fornire un sistema di difesa Iron Dome (con operatori dell’Idf, ndr) in tempo di guerra “non sarà mai dimenticata”, ed “è importante sapere chi sono i tuoi amici nei momenti di bisogno e chi no”.

L’amicizia, che non esclude gli scambi di favori, è stata dimostrata platealmente anche nei giorni scorsi: con gli Emirati uno dei due Paesi arabi insieme al Bahrein che non ha abbandonato la sala dell’Assemblea Onu durante il discorso di Netanyahu.

Nel frattempo il Wall Street Journal ha riportato a galla notizie già emerse, riferendo che il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe telefonato a Netanyahu all’inizio di ottobre 2023 per avvertirlo dell’imminente attacco.

Il premier in un lungo post su X dichiara falsa la circostanza e incolpa della menzogna “Stati stranieri ostili, compresi Paesi arabi, che hanno l’obiettivo di far cadere il governo di destra e sostituirlo con uno di sinistra” a favore della Palestina.

Netanyahu da bin Zayed per discutere di relazioni bilaterali

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ha discusso delle relazioni bilaterali durante la visita di domenica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel Paese del Golfo: lo riporta l’agenzia di stampa statale emiratina Wam, prima conferma da parte degli Emirati Arabi Uniti della visita di Netanyahu. 

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