Barabàn è un gruppo folk nato a Milano nel 1982 — tuttora sulla scena — apprezzato in Europa – America- Australia ecc.-

 

 

 

***  BARABAN WIKIPEDIA

SITO UFFICIALE : https://baraban.it/web/ 

Associazione culturale Barabàn

Voci libere 2026. Regione Lombardia approva il progetto. Oltrepo’ pavese
agosto-dicembre 2026

 

 

 

 

FUOCO E MITRAGLIATRICI

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità;
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già!

Trincea dei razzi, maledizione,
quanti fratelli son morti lassù !
Finirà dunque ‘sta flagellazione?
Di questa guerra non se ne parli più.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Da monte Nero a monte Cappuccio
fino all’altura di Doberdò,
un reggimento più volte distrutto:
alfine indietro nessuno tornò.

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità,
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già !

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

 

 

La versione, molto bella, eseguita dai Barabàn in “Canzoni Italiane.

I Barabàn

 

I canti della grande guerra” (Fratelli Fabbri Editore, 1994); a sua volta ripresa dall’incisione nell’album Naquane. Differisce da quella raccolta da Leydi a Alfonsine ( Ra ) in alcuni punti, per la disposizione delle strofe (e per la mancanza di una); al termine della canzone i Baraban eseguono il valzer sulla melodia della canzone, tipico delle Quattro Province.

L’ impegno civile di Barabàn si manifesta spesso nell’esecuzione di canti contro la guerra e brani antimilitaristi della tradizione popolare italiana. Nel video Barabàn riesegue Fuoco e mitragliatrici, nota canzone di protesta contro la Prima Guerra Mondiale, raccolta da Roberto Leydi ad Alfonsine (RA), seguita da “Valzer dei disertori”, brano tratto dal repertorio del “piffero” delle Quattro province. La melodia di entrambi i brani proviene dalla canzonetta napoletana Sona chitarra (parole di Libero Bovio, musica di Ernesto De Curtis) stampata a Napoli nel 1913 e portata dai fanti sul fronte dell’Isonzo.

 

Sulla Grande guerra Barabàn porta in scena lo spettacolo “Voci di trincea”: http://www.baraban.it/index.php?optio...

 

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MARIO DI VITO, I poliziotti dentro, gli occupanti fuori. E una promessa: «Non finisce così». C’è ancora time. Una «zona temporaneamente autonoma» a Roma. IL MANIFESTO 8 agosto 2026

 

 

 

DA :: https://spintime.net/

 

Il tasso di dispersione scolastica dentro Spin Time è dello 0%, a fronte del 10,7% su Roma. Il 67% dei minori partecipano ad attività extrascolastiche. Questi dati non solo hanno un valore assoluto molto positivo, ma se messi in relazione all’estrazione socio-economica delle famiglie e dei minori rappresentano forse il più grande successo del modello Spin Time. L’esistenza di tale scenario positivo è giustificabile da tre principali fattori: la presenza dello stabile in un Municipio centrale, la folta rete di relazione sociali in cui sono inseriti i nuclei familiari e la presenza di un’attiva comunità educante interna.

 

 

IL MANIFESTO  8 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/i-poliziotti-dentro-gli-occupanti-fuori-e-una-promessa-non-finisce-cosi

 

 

I poliziotti dentro, gli occupanti fuori. E una promessa: «Non finisce così»

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Presidio a SpinTime – Foto Renato Ferrantini

Dopo otto giorni e nove notti in mezzo alla strada, nella centralissima via Santa Croce in Gerusalemme, la buona notizia è che resta valida e fondata la possibilità che un altro mondo sia possibile. «E necessario» sta scritto sull’insegna all’ingresso di SpinTime, lo stabile occupato dal 2013 che nel cuore di una bollente estate romana ha trovato la sua gloria ma, ecco, anche la sua fine.

LA GLORIA è nella possibilità di cui sopra. La fine è dettata dal fatto che agli occupanti cacciati fuori da un incendio la settimana scorsa e mai più rientrati verrà data una sistemazione dal Comune. Ottimo, in fondo quando tutto incominciò l’obiettivo era quello. Ma è inutile nascondere la delusione: il collettivo politico non sarà più quello di prima. Diventerà «come gli altri», quando qui tutti hanno ritenuto SpinTime qualcosa di speciale.

PUÒ ESSERE vero. Chi altri sarebbe stato capace di fare al centro di Roma una Taz, una zona temporaneamente autonoma come da teoria di Hakim Bey? Tende per dormire, gazebo per l’assistenza e per conservare le provviste, giganteschi condizionatori, generatori di corrente che ruggiscono, aree per concerti, proiezioni, incontri di vario genere e varia natura. La strada bloccata ai due ingressi. Niente traffico. Centinaia di persone che, per giorni e giorni, sotto un sole implacabile solo in parte mitigato dai teloni legati ai rami gli alberi per fare ombra, si sono date da fare in tanti modi diversi. Per Spin, «perché ci si crede». C’è chi ha pianto quando è arrivata la notizia che la proprietà aveva rifiutato l’offerta del comune.

ALCUNE SCENE. Don Mattia Ferrari, il cappellano dello stabile e della ong Mediterranea, che imperturbabile dietro i suoi occhiali da sole a specchio sgrana il rosario inginocchiato davanti al cancello chiuso del palazzo. I poliziotti che il primo giorno, a fine turno, bevono una grappa al bar insieme agli occupanti e ad alcuni ragazzi dei collettivi. Che li rimproverano: «Ci sono 400 persone in strada, vi pare il caso di festeggiare?». L’agente della digos che una sera si mette davanti allo schermo a guardare il Pinocchio di Garrone, «meglio di quello di del Toro».

Bambini che si bagnano nelle piscinette gonfiabili o giocano a pallone intorno ai capannelli in cui si discute di qualsiasi cosa, non sempre con criterio, ma l’importante per migliaia di persone in questa settimana era esserci. Perché la sensazione è che stesse accadendo qualcosa.

C’È UN’IPOTESI politica in questa Taz: l’unione tra movimenti, migranti, pezzi di Chiesa, il sindacato, i gruppi civici, gli antichi militanti che intervengono ma solo fino a un certo punto perché sanno di parlare «dal pulpito di mille sconfitte», i non politicizzati che hanno intravisto forse addirittura meglio di tutti i contorni di qualcosa che non esiste ancora ma potrebbe esistere poi. E pure i partiti, che in realtà sono stati molto timidi: chi se la accolla più un’occupazione? «Comunque è illegale», rispondono. E sai già che è inutile spiegare. Però ci sono stati pure loro, in qualche modo. E va bene: il cuore di SpinTime è sempre stato il suo desiderio di allargare, di includere e di prendersi carico delle contraddizioni che inevitabilmente sorgono quando si è in tanti e tanto diversi.

 

IERI, all’attesissima assemblea pubblica dopo il tracollo della trattativa di giovedì sera, la promessa è stata fatta: «Non finisce così». Tornerà SpinTime. Qui o altrove. Intanto si aspetterà che tutti gli occupanti avranno un alloggio quantomeno provvisorio. Poi chissà. Forse a settembre sarà convocata una manifestazione. L’atteggiamento dei presenti in queste giornate campali dice il resto. I poliziotti sono stati parte del paesaggio della protesta. Nessuno li ha scacciati né tenuti a distanza. Manco ci si è guardati in cagnesco, come da prassi in certe circostanze. Dieci agenti dentro lo stabile e quattrocento occupanti fuori, ma «non è uno sgombero». Altrove sarebbe finita in assedio, qui no.

 

MA IN MEZZO alle ferie, sotto i teloni che coprono dal sole e creano una cappa di calore da sentirsi male, all’esito fallimentare di una trattativa fortemente condizionata dal Viminale – che in un anno ha incassato la resa del Leoncavallo, di Askatasuna e ora di Spintime, qui senza nemmeno dover usare la forza – non siamo alla raccolta dei cocci e dei rottami. Questa strada, al momento, è l’attestazione dell’esistenza di un mondo parallelo. Che potrebbe diventare convergente.

UN «MODELLO» direbbero quelli bravi, ma è meglio stare alla larga da certe parole usate spesso in circostanze che francamente nessuno vuole rivivere. Si vedrà. Senza sapere cosa, senza sapere quando e senza sapere dove. Non è un problema. Il dubbio, anche esistenziale, non è mai un ostacolo. Perché nella sicurezza si muore ed è l’incerto il vantaggio dei vivi.

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Prima pagina de Il Manifesto, 8 agosto :: NON SMANTELLARE L’ESPERIENZA DI SPINTIME, IL COMUNE VUOLE ACQUISTARE L’IMMOBILE, MA LA PROPRIETA’ E’ UN MURO DI GOMMA.. + vignetta carina di Micol

 

 

 

C’è ancora Time. Dare una casa alle famiglie, non smantellare l’esperienza di SpinTime. A Roma la sfida degli attivisti che resistono da 10 giorni continua e il Comune la raccoglie: vogliamo acquistare l’immobile. Ma la proprietà è un muro di gomma: così vogliono le destre al governo

 

 

 

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Ricordiamo Guccini con questo vecchio video, con Dalla e Vecchioni ( 1977 ) + la canzone ” Bologna “, 1980 — per Giorgio Loreti ( Anpi Bordighera )

 

 

 

 

 

una foto magnifica di Guccini e il suo gatto.. ‘ occhi negli occhi ‘

da link X di:
Casa Lettori @CasaLettori– #Guccini– 7 agosto, h. 15.58

#AssociazioniLibere a #CasaLettori

che ringraziano  !

 

 

 

** i bicchieri di Dalla !

il video è postato da Pino Greca

 

Porta Romana bella,
Porta Romana ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno,
prima la buonasera e poi la mano.
“E gettami giù la giacca ed il coltello
che voglio vendicare il mio fratello,
e voglio vendicare il mio fratello,
e gettami giù la giacca ed il coltello.
La via a San Vittore è tutta sassi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi.
la via a San Vittore è tutta sassi.
La via Filangeri è un gran serraglio,
la bestia più feroce è il commissario,
la bestia più feroce è il commissario,
la via Filangeri è un gran serraglio.
In via Filangeri c’è una campana:
ogni volta suona è una condanna,
ogni volta suona è una condanna,
in via Filangeri c’è una campana.
Prima faceva il ladro e poi la spia,
e adesso è delegato di Polizia,
e adesso è delegato di Polizia,
prima faceva il ladro e poi la spia.
O luna che rischiari le quattro mura
rischiara la mia cella ch’è tanto scura,
rischiara la mia cella ch’è tetra e nera:
la gioventù più bella morì in galera.
O luna, luna, luna che fai la spia
bacia la donna d’altri, ma non la mia.
Amore, amore, amore, amore un corno,
di giorno mangio e bevo, di notte dormo.
Ci sono tre parole in fondo al cuore:
la gioventù, la mamma ed il primo amore.
La gioventù la passa, la mamma muore
e resti come un deficiente col primo amore.”
Porta Romana bella, porta Romana,
ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno:
prima la buonasera e poi la mano…

 

*****

testo ” Bologna “da ROCKIT.IT
https://www.rockit.it/francescoguccini/canzone/bologna/125706

 

 

 

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l’ umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…

Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all’ aperto, bistrots, della “rive gauche” l’ odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’ assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.

Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie…
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna…

Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d’ amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita…

Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli… e salami in vetrina,
che sa che l’ odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura.

Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
Oh quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente,
cantando canzoni che è come cantare di niente…

Bologna è una strana signora, volgare matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna “busona”,
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m’ hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato…

dall’Album ” Metropolis “, 1980

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Mario De Vito intervista Franco Gabrielli, ex capo della polizia. Franco Gabrielli : «L’ordine pubblico funziona solo se è garantito il dissenso» IL MANIFESTO 7 agosto 2026 + due libri

 

 

 

 

IL MANIFESTO 7 agosto 2026

https://ilmanifesto.it/franco-gabrielli-lordine-pubblico-funziona-solo-
se-e-garantito-ildissensofbclid=IwdGRjcATijKNjbGNrBOKMm3Bkb2YBZXh0
bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEeUAiHLniFL-ImfHqngrHYIjJmVZ-wD_6Z7WLErIhXivmOURL1xKiUGtVCbqQ_aem_6v2CKPJp
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Franco Gabrielli: «L’ordine pubblico funziona solo se è garantito il dissenso»

 

 

 

 

 

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Franco Gabrielli, ex capo della polizia – Lapresse ( 1- libro )

 

Franco Gabrielli, 66 anni, un curriculum da brividi: capo della polizia, direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto di Roma, sottosegretario alla presidenza del consiglio, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. In gioventù fu militante della Dc. Di recente ha scritto un libro, con Carlo Bonini, per Feltrinelli: Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica ( 1- libro ).

Fama da «sbirro buono», come si dice nei romanzi noir, dove nulla è come sembra. Malgrado le apparenze. O forse proprio come le apparenze. «Poliziotto democratico» è la versione ufficiale. Si fa il suo nome come ministro degli interni – almeno – di un ipotetico governo del campo largo. Troppo presto per parlarne, comunque. Adesso, piuttosto, si parla molto di un tema che conosce bene: l’ordine pubblico. Gli scontri in Val di Susa, i fatti di Bologna, il caso SpinTime a Roma. Situazioni diverse, gestioni diverse. Problemi ovunque.

 

Partiamo dalla Val di Susa.

La Val di Susa ci accompagna da tempo. Lì c’è una protesta animata da persone che abitano quei luoghi e che è assolutamente pacifica. Poi ci sono delle derive violente, come abbiamo visto con l’ultimo episodio, un attacco compiuto con modalità che definirei militari. Io credo che in una situazione di dittatura opporsi a un regime anche con la forza abbia un suo fondamento e lo abbiamo visto nella nostra storia, ma qui viviamo in democrazia e non credo sia il caso di offrire giustificazioni ai violenti. Anche perché sono loro che poi finiscono per fare i titoli dei giornali, oscurando le ragioni delle proteste. E anche altri fatti: in Val di Susa si è dimostrato che provvedimenti come il fermo preventivo non servono a niente.

 

Sul fermo preventivo ci torniamo. Ma andiamo un attimo avanti: a Bologna ci sono stati dei tafferugli di natura diversa. Meno organizzati e più spontanei.

A Bologna è successo un fatto grave, la morte di Abderrahim Fakir, e il sindaco ha, credo correttamente, convocato una piazza. E poi, anche lì, una frangia violenta si è resa protagonista di scontri con le forze dell’ordine. La manifestazione era stata ampiamente e significativamente pacifica, ma poi i titoli, appunto, sono stati altri e si è scatenata una dura campagna contro Lepore. Alla fine credo che i violenti siano i migliori alleati di chi vuole la deriva securitaria.

 

A Roma, invece, da giorni c’è una strada in centro piena di persone, di tende, di iniziative: è il presidio davanti a SpinTime. La polizia è presente ma è integrata nel paesaggio della protesta. Nessuno scontro.

Ci sono a Roma responsabili dell’ordine pubblico il cui obiettivo è conciliare interessi diversi e considerano l’uso della forza come soluzione estrema. Del resto l’ordine pubblico dovrebbe servire a garantire il dissenso e questo succede quando è fatto di dialogo e comprensione reciproca.

Il fermo preventivo? Pericoloso e inutile, lo abbiamo visto con gli scontri in Val di Susa. Il governo fa propaganda ma la realtà lo smentisce: così si producono rabbia e paura

Però non sempre è così. Lo scorso autunno, con le manifestazioni per la Palestina, abbiamo avuto piazze molto simili in tutta l’Italia ma a volte ci sono stati scontri e altre no. Perché?

Prendiamo la famosa partita di basket tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, ne parlo anche nel libro: in quella situazione addirittura è stata pubblicamente sconfessata dal governo l’autorità di pubblica sicurezza locale, che aveva provato a dialogare, soltanto per affermare un principio fine a se stesso. In 21 anni di carriera in polizia ne ho passati 15 in piazza ad occuparmi di ordine pubblico e ho sempre pensato che andava bene quando nessuno si faceva male e le ragioni della protesta erano garantite.

 

Ma c’è chi invece cerca la deriva securitaria e produce in continuazione norme sempre più stringenti sull’ordine pubblico. Prima diceva dell’inutilità del fermo preventivo…

Torniamo in Val di Susa. Lì per me la verità è che se tutti avessero condannato le violenze ora saremmo qui a parlare di altro, cioè magari del merito di alcuni provvedimenti, come il fermo preventivo. Ricordiamo che questa norma venne proposta dopo le proteste per Askatasuna a Torino e ci era stato detto che con questa non si sarebbero più verificati episodi del genere.
Ma la realtà si è incaricata ancora una volta di dimostrare la fallacia della propaganda: se non si applica questo fermo preventivo là dove si prevedono incidenti e si sa pure da dove provengono, significa non avere la più pallida idea di come si gestisce l’ordine pubblico.

 

Ma dove si dovrebbe applicare questo fermo preventivo?

Forse semplicemente dovremmo prendere atto che oltre ad essere pericoloso è anche inutile.

Intanto continuano a uscire provvedimenti sulla sicurezza.

Ormai abbiamo perso il conto. Vediamo tanti arresti mentre la popolazione carceraria è arrivata a quota 65.000 persone che vivono in condizioni disumane. Ma del carcere non se ne parla mai, se non quando ci finisce qualcuno noto alle cronache…

 

Parliamone.

Chi aumenta le pene e il numero di detenuti rende il carcere la sentina della nostra cattiva coscienza, quando in realtà è l’elemento che qualifica una civiltà. Se non vogliamo prenderla in maniera così idealistica, comunque, possiamo dire che buttare le persone in prigione sapendo che ne usciranno peggiori è controproducente. Serve solo a produrre insicurezza.

Lei sarebbe favorevole a un qualche provvedimento di clemenza per i detenuti?

Bisogna assolutamente deflazionare la situazione carceraria, magari a cominciare da chi ha pene residue molto basse. Questo al di là dei provvedimenti generalizzati. Non solo per un fatto ideale, l’articolo 27 della Costituzione parla chiaro, ma proprio per un fattore di sicurezza.

 

Però?

Però perdiamo molto tempo. Abbiamo passato mesi a parlare della separazione delle carriere della magistratura, ignorando i problemi della giustizia. A partire dai suoi tempi. Le sembra normale che certe volte le pene vengano eseguite a distanza di anni, quando magari la persona interessata ha già intrapreso un altro percorso di vita?

 

A me no.

Neanche a me. E il punto è che tutto questo produce solo paura e rabbia.

I decreti sicurezza hanno aumentato il numero dei detenuti. Nelle carceri si vive in modo disumano e chi ci entra poi ne esce peggiorato

 

La paura che genera domande forse eccessive di sicurezza. La rabbia nelle piazze e sui social.

Le cito tre dati per darle l’idea di quanto sia tossico il dibattito in questo momento. Due italiani su tre approvano il comportamento del gioielliere Mario Roggero, anche se chiunque veda i video di quello che ha fatto capisce quello che è successo: un comportamento che non è consentito nemmeno alle forze di polizia, praticamente un’esecuzione. Poi: più del 50% considera gli stranieri una minaccia. E infine: al referendum dell’anno scorso sulla cittadinanza, che serviva non a renderla più accessibile ma solo a ridurre i tempi per chiederla, il 40% ha votato no. Persone che tendenzialmente dovrebbero essere più sensibili a certi temi, visto che la destra aveva invitato i suoi elettori ad andare al mare…

 

Questo cosa significa?

Che c’è una narrazione tossica che si alimenta della strumentalizzazione dei casi di cronaca. Non è un caso che tutti o quasi i provvedimenti sulla sicurezza degli ultimi anni siano arrivati sull’onda di un fatto mediatico.

 

In esergo al suo libro leggiamo una frase di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».

È il tema del nostro tempo. Si rincorrono gli umori più che i ragionamenti. Ma questo non vuol dire prestare attenzione ai bisogni. È una modalità fraudolenta di fare politica. Ci sarebbe bisogno d’altro, cioè di una politica che contribuisca a riconnettere la pancia con il cervello, per così dire.

 

Come si fa?

Se parliamo di sicurezza, a me piace dire che serve un approccio strabico: un occhio sul presente e uno sul futuro. Non mi piace sentir parlare di percezione, perché le paure esistono di per sé e bisogna attrezzarsi a rispondere. Non basta citare le statistiche per dire che certi timori sono infondati. Prendiamo questo governo: avevano promesso il blocco navale sugli sbarchi ma la ricetta è rimasta quella di prima e il lavoro sporco continuano a farlo i paesi di imbarco, con tutte le variabili dei loro equilibri instabili. Bisognerebbe lavorare sui canali di ingresso legale e con i paesi d’origine, ma questo richiede tempo e la propaganda non può mai aspettare.

 

E adesso?

Adesso il governo si vanta dei suoi numeri sugli sbarchi, frutto di condizioni che non siamo in grado di governare, e allo stesso tempo si riparla del blocco navale. Perché c’è paura di Vannacci e perché le elezioni si avvicinano. Non si pensa quindi a governare i problemi, ma a rilanciare parole d’ordine che risultano gradite alla pancia.

 

( 1 ) LIBRO

FRANCO GABRIELLI, CARLO BONINO

 

Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica - Carlo Bonini,Franco Gabrielli - ebook

FELTRINELLI 2026

 

Rimettere la sicurezza al centro della democrazia vuol dire sottrarla alla propaganda e restituirla alla responsabilità pubblica. “La sicurezza non è il privilegio dei più forti, ma il diritto dei più deboli.” La sicurezza è diventata il terreno su cui questa destra ha costruito egemonia politica. Un campo simbolico e materiale abbandonato troppo a lungo dalle forze progressiste, consegnato a una narrazione semplificata, muscolare, fondata sulla paura e sulla costruzione del nemico. Ma è davvero inevitabile che sicurezza significhi repressione, esclusione, riduzione dei diritti? Carlo Bonini e Franco Gabrielli partono da qui: dalla necessità di strappare la sicurezza al monopolio culturale della destra. Perché una sicurezza democratica non solo esiste, ma è l’unica in grado di tenere insieme libertà e protezione, diritti e ordine, coesione sociale e legalità. Una sicurezza che non nega la complessità, non alimenta il rancore, non trasforma la paura in consenso. Attraversando i nodi più controversi del presente – migrazioni, città, ordine pubblico, carcere, uso della forza, cybersicurezza –, questo libro smonta il paradigma securitario dominante e ne mostra le contraddizioni: una macchina politica che promette sicurezza ma produce insicurezza, che moltiplica le norme senza risolvere i problemi, che divide la società mentre pretende di difenderla. Contro la paura è insieme un’analisi e un manifesto. Un atto d’accusa verso le politiche delle destre di governo, ma anche verso le ambiguità di un campo progressista che ha rinunciato a elaborare una propria idea di sicurezza. Qui prende forma un’alternativa: una sicurezza democratica e relazionale, fondata sulla responsabilità pubblica, sulla trasparenza, sulla prevenzione e sulla capacità di tenere insieme le persone invece di contrapporle. Perché la vera sfida non è scegliere tra sicurezza e libertà. È costruire una sicurezza che non le metta mai in alternativa.

 

DA : 

IBS.IT

 

 

 (2 )

 

ultimo libro, Laterza – 2025

 

 

Dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, Roma è sconvolta dalla violenza politica. I Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di Mambro e Fioravanti, espressione della galassia neofascista, si distinguono per l’efferatezza delle loro azioni e per i collegamenti con i servizi segreti e la banda della Magliana. A indagare su di loro è un magistrato, Mario Amato. Solo e isolato, verrà ucciso, perché aveva intuito molte verità scomode.

Roma, 23 giugno 1980. Il sostituto procuratore Mario Amato sta aspettando sotto casa sua l’autobus che dovrebbe portarlo al lavoro, in tribunale. La macchina è rotta, la scorta non è disponibile e lui non può fare altro che servirsi dei mezzi pubblici. All’improvviso un ragazzo si avvicina a lui, gli punta una pistola alla testa e apre il fuoco. Amato muore così, in mezzo alla strada, da solo. A sparare è stato Gilberto Cavallini, mentre il suo complice, il giovanissimo Luigi Ciavardini, lo attende a bordo di una moto. I due fanno parte dei Nuclei armati rivoluzionari, la formazione terroristica di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che sta mettendo a ferro e fuoco Roma tra omicidi efferati, rapine e loschi traffici. Su queste vicende Amato stava indagando, intuendo quella che lui stesso definì «una verità d’assieme». In procura però era isolato, i suoi capi lo ignoravano e alcuni colleghi addirittura cercavano di delegittimarlo e di sabotare il suo lavoro. Mettendo insieme la biografia di questo sostituto procuratore e la storia delle sue indagini, andate avanti anche dopo la sua morte, il libro segue il percorso del filo che collega la lotta armata nera degli anni ’70 ai giorni nostri, tra personaggi ricorrenti, legami indissolubili e uno spirito che continua ad abitare le istituzioni ai suoi livelli più alti.

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ELISA BUSON, Ottenuta la prima lattuga che produce una proteina chiave della carne. Si aprono nuovi scenari per un’alimentazione più sostenibile

 

 

 

tutti vegetariani, basta terrificanti allevamenti ! quando sarà ?

 

ANSA.IT    7 agosto 2026 — 8.37

https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2026/08/07/ottenuta-la-prima-lattuga-che-produce-una-proteina-chiave-della-carne_57570494-0f6b-4789-8531-8dd63fd0c125.html

 

 

di Elisa Buson

 

 

Ottenuta la prima lattuga che produce una proteina chiave della carne.

Si aprono nuovi scenari per un’alimentazione più sostenibile

 

 Una pianta di lattuga (fonte: Picryl) –

 

Piante di lattuga tabacco sono state geneticamente modificate per produrre la mioglobina, una proteina animale che contribuisce al colore e al gusto della carne oltre che al suo contenuto di ferro.

Il risultato, pubblicato sulla rivista Frontiers in Plant Science dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, apre la strada all’utilizzo di questi vegetali come biofabbriche per la produzione sostenibile di alimenti alternativi a quelli di origine animale.

I ricercatori hanno ottenuto le piante transgeniche utilizzando una tecnica chiamata biolistica, che consiste nel bombardare i cloroplasti (gli organelli delle cellule vegetali in cui avviene la fotosintesi) con dei microproiettili ricoperti da versioni ottimizzate del gene della mioglobina suina.

Dopo aver verificato il corretto inserimento del Dna, le piante sono state coltivate fino all’età adulta e hanno prodotto semi: le analisi hanno confermato che il gene della mioglobina è stato trasmesso anche alla generazione successiva.

Sebbene la mioglobina si leghi al gruppo eme, una molecola importante coinvolta in molti aspetti del metabolismo vegetale, le piante trangeniche sono rimaste sanefertili non hanno mostrato alcuna compromissione significativa della fotosintesi.
Le piante hanno prodotto circa 810 milligrammi di mioglobina per chilogrammo di peso secco nella lattuga e 800 milligrammi per chilogrammo nelle piante di tabacco.

Sebbene il contenuto sia ancora circa dieci volte inferiore a quello del tessuto muscolare animale, gli autori della ricerca sottolineano che l’elevata produttività delle colture vegetali potrebbe consentire rese per ettaro comparabili, o persino superiori, a quelle dell’allevamento, con minori consumi di acqua suolo meno emissioni di gas serra.

Secondo i ricercatori, la mioglobina potrebbe essere estratta dalle foglie e utilizzata come ingrediente per migliorare colore, gusto e valore nutrizionale dei prodotti vegetali che imitano la carne. In alternativa, la lattuga geneticamente modificata potrebbe essere consumata direttamente come alimento fresco.

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IL FATTO QUOTIDIANO, il 6 agosto 2026 — PUBBLICA UN VIDEO SULL’INTERO INTERVENTO DI GALEAZZO BIGNAMI –*** per noi la parte più importante inizia intorno al min. 6.00 su Borsellino

 

 

video, 10 min. ca–

 

 

 

La foto circolava 5 anni fa: il giovane Bignami in divisa da nazista a una festa

una foto di Galeazzo Bignami nel 2016  ad una festa

ARTICOLO DI :

da REPUBBLICA BOLOGNA – 25 AGOSTO 2021

 

 

per chi mai volesse leggere una biografia di Paolo Borsellino, a me è sembrata fatta bene, ma .. chissà.

COMUNE DI CINISELLO BALSAMO:

Comune di Cinisello Balsamo

” Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio ! Tolstoj

https://www.comune.cinisello-balsamo.mi.it/pietre/spip.php?article323

 

 

CENTRO DI CINISELLO BALSAMO — se qualcuno vuole dare un’occhiata..

IL PROGETTO / link qui

Per informazioni scrivi a: cds@comune.cinisello-balsamo.mi.it

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Mauro Biani @maurobiani / link X sotto– 5 /6 agosto 2026 — grazie caro Mauro !

 

 

Immagine

dal:_
link X di Mauro Biani

 

 

 

 

#clima #cambiamenticlimatici #guerra #droni #Ucraina etc.
Attizzare il fuoco.
Oggi per  
@repubblica

 

 

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Giovanni Paparella — Facebook – 4 agosto – 17.16 / link sotto – il Porto vecchio di Sanremo e il nuovo- ++31 luglio 7.18 –grazie e mille caro Giovanni !

 

 

link di Giovanni e della Famija Sanremasca

Giovanni Paparella — Facebook

per  Famija Sanremasca

 

seconda metà dell’ Ottocento

 

oggi

 

 

———

 

 

metà Novecento

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Porto vecchio nel 1944

 

e oggi

 

 

per chi volesse vedere  tutta la  Storia del porto di Sanremo mettiamo questo link con varie foto .. piccole, però:

https://www.sanremostoria.it/it/la-citta/il-porto/la-storia-del-porto/154-storia-del-porto.html

(fonte informazioni dal Sito Web Marina di Portosole)

https://www.dailynautica.com/webcam-liguria/

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ALBERTO NEGRI, Regno del Marocco. Una storia di disperazione e di spie. Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani– Il Manifesto 4 agosto 2026 +altro

 

 

 

 

 

IL MANIFESTO 4 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/una-storia-di-disperazione-e-di-spie

 

 

Una storia di disperazione e di spie

 

 

 

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Migranti in fila per l’acqua distribuita dai militari spagnoli a Ceuta – Foto Ap

 

 

 

Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani.

 

Il re del Marocco Mohammed VI (Dinastia Alawide, al trono-  1999 )–
durante una cerimonia nel Palazzo Reale di Rabat il 28 ottobre 2024.
© Ludovic Marin/AFP–DA : https://www.africaintelligence.com/

 

 

E, come sempre, tutto quel che accade in Marocco ruota intorno a re Mohammed VI, massima autorità politica e religiosa. Il Comandante dei credenti, suo titolo ufficiale, possiede con la sua corte il 70-80% dell’economia, della finanza e delle terre arabili. Monarca costituzionale sì, ma senza dubbio padrone assoluto del Paese.

Le autorità marocchine della vicenda di Ceuta sapevano già in anticipo. Perché da decenni milioni di marocchini e africani sono le vittime non solo della loro povertà ma di manovre politiche, economiche e di potere. È da metà luglio che centinaia di persone cercavano di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta.

 

Fino agli ultimi giorni del mese Rabat ne ha bloccato una parte ma il 30 luglio qualcosa è cambiato mentre a migliaia si sono gettati in mare.

 

La frontiera è collassata, si può dire, sotto gli occhi del sovrano mentre arrivava il festoso messaggio di Trump al re: «Gli Stati uniti sono chiari: riconosciamo la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale» ( 1) 

 

Nello stesso giorno, quando è iniziata la marea dei migranti, il re infatti si trovava a celebrare la Festa del Trono a M’Diq località a poco più di 20 chilometri da Ceuta, circondato da uno sciame di autorità, compreso Abdelatif Hammouchi capo dei servizi segreti Dgst  ( 2 ).

Figuriamoci se il re e i suoi uomini non ne fossero informati. Hammouchi è colui che gestisce il software spia Pegasus della società israeliana Nso, utilizzato contro dissidenti, giornalisti e alleati stranieri, e fa parte della collaborazione militare con lo stato ebraico.

 

Secondo i documenti pubblicati dal consorzio giornalistico Forbidden Stories ( 3 ), il Marocco usa Pegasus monitorando segretamente la Guardia Civil di Madrid e gli ufficiali spagnoli che addestrano i servizi di Rabat ( 4 ). A Ceuta è successo qualche cosa che i marocchini sapevano ma non gli spagnoli che pure avevano incontrato Hammouchi settimane prima degli eventi e lo avevano persino insignito della Gran Croce di Malta della Guardia Civil.

 

Questo non è il primo problema tra Madrid e Rabat. Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat. Qui, dove è stata girata l’Odissea di Nolan con i sussidi marocchini, c’è un consolato Usa a Dhakla e un’autostrada dedicata a Trump.

 

La crisi diplomatica tra i due Paesi si era concretizzata in una crisi migratoria orchestrata dai servizi marocchini a Ceuta, sfociando con un drammatico massacro di migranti africani, in questo caso al confine tra Melilla (Spagna) e Nador (Marocco) nel giugno 2022. Dopo gli ultimi eventi di Ceuta il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha evitato lo scontro con le controparti marocchine descrivendo il Paese come un «amico» e un «partner strategico». Parole mielate poco credibili.

 

Secondo un rapporto dell’intelligence spagnola, l’apertura della frontiera nel 2021 era stata coordinata dal consigliere reale Fouad Ali El Himma insieme al ministro degli esteri Nasser Bourita e ai vertici dei servizi marocchini. L’intelligence di Rabat avrebbe poi spiato allora i cellulari di Sánchez e di diversi suoi ministri con Pegasus. La diffidenza tra Spagna e Marocco è palpabile.

Il 20 luglio scorso Sánchez ha ricucito le relazioni diplomatiche con l’Algeria, in crisi dal 2022 per il sostegno spagnolo a Rabat. E questo non è certo piaciuto ai marocchini: dentro si sono infilati gli israeliani, irritati dalle posizioni di Sánchez contro il genocidio a Gaza, e gli americani, furibondi per l’ostilità del premier spagnolo alla guerra contro l’Iran. Usa e Israele se potessero toglierebbe Ceuta, strategica per il controllo dello stretto di Gibilterra, a Madrid per darla al Marocco.

 

Con inaudita sfrontatezza l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon ha scritto: «La Spagna, che non perde mai l’occasione di fare la morale a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi sulla sua politica migratoria. Forse è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa». Mentre al Congresso Usa in primavera esponenti repubblicani, in una relazione della Camera, avevano definito Ceuta e Melilla come situate «in territorio marocchino», mettendo in discussione la sovranità spagnola.

 

Se è vero che le migrazioni sono sempre state una valvola di sfogo per Rabat che conta un 40% di giovani disoccupati e oltre la metà sottoccupati, le autorità tengono tutto sotto controllo, dai media, alla dissidenza, alle ondate migratorie. Da ( 5 ) Capo Spartel a Tangeri la costa europea di Gibilterra si può quasi toccare tanto è vicina, ma da questo orizzonte, carico per molti di sogni e speranze, si capisce anche quanto l’Europa sia lontana. Quello che si è visto a Ceuta è il simbolo di come miseria e disperazione diventino nel regno del Comandante dei credenti lo strumento di una lotta geopolitica che va dal Medio oriente al Nordafrica al cuore del Sahara.

 

 

 (1 )

CARTINA DEL MAROCCO SENZA LA ZONA SUD DEL CONTESTATO
SAHARA OCCIDENTALE 

 

CARTINA DEL MAROCCO + SAHARA OCCIDENTALE ( LIMITE PUNTEGGIATO )

 

 

 

( 2 )

 

Abdellatif Hammouchi, direttore generale della Sicurezza nazionale e della Sorveglianza territoriale del Marocco, ha ricevuto la più alta onorificenza dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale (Interpol), che ha tenuto a Marrakech  ( MAROCCO ) la propria assemblea generale ( DICEMBRE 2025 )

DA : AFRICA RIVISTA 

 

 

( 3 ) 

Forbidden Stories  è una rete internazionale di giornalisti investigativi. Il suo scopo principale è completare e pubblicare le inchieste di cronisti minacciati, rapiti o uccisi.  E’ una organizzazione non governativa nata nel 2017. Prende il via dopo l’omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia.  Riporta alla luce inchieste bloccate dalla censura o dalla violenza. Ha coordinato importanti inchieste globali come il Pegasus Project e Story Killers.

DA : AI Overview

 

 

SEGUE DA :

ORIENT XXI

https://orientxxi.info/marocco-giornalisti-spiati-gia-prima-di-pegasus,5779
Alexandre Garnier Eliott Aubert 

 

L’inchiesta di Forbidden Stories ha portato alla luce il crescente impiego dello spyware israeliano Pegasus per tenere sotto controllo la stampa indipendente in Marocco. Ma è da decenni che i giornalisti marocchini vengono sorvegliati e perseguitati grazie anche ai software forniti da aziende italiane e francesi.

Rabat, 10 luglio 2021. Manifestazione per la liberazione di Suleiman Raissouni, direttore del quotidiano Akhbar al-Youm condannato a cinque anni di carcere
Fadel Senna/AFP

*** MOLTO INTERESSANTE DA LEGGERE TUTTO L’ARTICOLO NEL LINK SOPRA — APRE VARI PAESAGGI

 

( 4 )

  • Le autorità spagnole (inclusi reparti della Guardia Civil e istruttori militari) collaborano e interagiscono da anni con le controparti marocchine a Rabat per la gestione dei flussi migratori e la lotta al terrorismo.

 

 

( 5 )

 

Cap Spartel- 12-15 km a ovest di Tangeri

DA :   TRIPADVISOR- link sotto

Il Capo Spartel è un famoso promontorio roccioso nel nord del Marocco, situato a circa 12-15 chilometri a ovest di Tangeri. È celebre perché segna il punto in cui l’Oceano Atlantico incontra il Mar Mediterraneo e rappresenta l’estremità nord-occidentale dell’Africa continentale.
Si affaccia sullo Stretto di Gibilterra. E’ situato sulla costa atlantica del Marocco

da : AI Overview- Google

 

 

******

SEGUE  da :

ARTRIBUNE 

LINK  SOTTO:

La nuova Tangeri: la città marocchina tra mito e metamorfosi  

 

TANGERI 

 

 

Il nuovo rendering mostra il progetto immobiliare Tanja Waterfront a Tangeri, Marocco, sviluppato da Eagle Hills. La struttura si trova lungo l’Avenue Mohammed VI, offrendo viste sul mare.

 

da :  https://www.immoworld.ma/fr/property/tanja-waterfront

 

 

Tangeri, la città che accolse Matisse e Bowles, ma anche Burroughs, Capote, Tennessee Williams, i beat erranti, jazzisti come Randy Weston e Dizzy Gillespie e, più tardi, lo sguardo elegante di Yves Saint Laurent, conserva ancora quel fascino sottile da soglia del mondo. Per molti rimane un mito fatto di letteratura, disobbedienza e luce mediterranea. Eppure, arrivando oggi, la sorpresa è dietro l’angolo. Accanto alle tracce dei suoi habitué d’antan, Tangeri si offre come un laboratorio contemporaneo: gallerie d’arte, fondazioni per la fotografia, librerie, cinema, restaurati, progetti urbanistici che stanno ridisegnando il porto e il lungomare e che fanno parlare di una “nuova Dubai. Il suo magnetismo non è svanito: si sta trasformando.

Certo le pagine di Il tè nel deserto di Paul Bowles resteranno per sempre, ma oggi si possono leggere anche quelle di Souleiman Berrada, che ha appena presentato a TV5 Monde Maghreb Orient Express il suo libro Le Bagneur. Berrada lavora alla Fondation pour la Photographie ed è sempre disponibile per conversare e dare consigli sulla nuova Tangeri.

La Fondazione, voluta nel 2018 dal fotografo francese Daniel Aron e da sua moglie Françoise, occupa un edificio bianco praticamente nascosto tra i cipressi inglesi, sulla collina della città, un punto d’incontro per vedere mostre, seguire eventi, sfogliare i libri della biblioteca di arti visive.

Un altro polo culturale che esce dai sentieri battuti è la Libreria Les Insolites con il suo ricco calendario di incontri con gli autori, mostre con artisti che lavorano la carta e libri che parlano d’Africa, Maghreb, studi postcoloniali, letteratura contemporanea mediterranea. Ha ricevuto il Prix de la Librairie hors de France, assegnato da Livres Hebdo, per la promozione della lettura tra il pubblico marocchino. Non c’è, quindi, da stupirsi se si trova su ogni libro una scheda scritta a mano con la recensione personale del volume fatta dai librai o da chi lo ha letto, per andare oltre quello che si trova sulla copertina.

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A MEDIA LUZ — FISARMONICA : ROBERTO SCAGLIONI – Teatro “Petrella” di Longiano (FC _ Forlì-Cesena ) + Castello + Niccolò Nisivoccia, Tito Balestra, poeta – IL MANIFESTO, 11 novembre 2023

 

 

 

DONATELLA

Geniale, struggente, appassionata questa musica immortale, violenta e dolce allo stesso tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Petrella - Comune di Longiano (FC)

TEATRO PETRELLA A LONGIANO

 

 

DAL  FAI —  https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-longiano?ldc=

 

 

CASTELLO DI LONGIANO

 

 

 

 

Il Castello Malatestiano domina, assieme alla Torre Civica, il centro storico di Longiano. Di origini altomedioevali, dal XIII al XV secolo il Castello è stato residenza dei Malatesta, che lo ampliarono e fortificarono. In seguito, papa Leone X diede Longiano in feudo perpetuo ai conti Rangoni di Modena, che modificarono radicalmente l’esterno dell’edificio. Nel XIX secolo gran parte degli interni furono ristrutturati. Il castello è costituito da numerose stanze, una grande Sala dell’Arengo, due torrioni, un’elegante loggetta,una terrazza che domina la pianura fino al mare Adriatico e una suggestiva corte interna con l’antica torre civica., Il Castello è stato, nei secoli, sede del governo della città. Fino al 1989, infatti, ospitò gli uffici comunali, poi dai primi anni Novanta, divenne sede della Fondazione Tito Balestra onlus, importante collezione d’arte che annovera artisti del Novecento italiano quali Guttuso, Morandi, De Pisis, Sironi, Mafai e numerosi altri, e anche una piccola ma significativa selezione di opere di Chagall, Goya, Matisse, Kokoschka, Rouault.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FONDAZIONE, PIAZZA MALATESTIANA 1– dal: 

FAI-   link

 

La Fondazione è legata al nome di Tito Balestra (Longiano 1923-1976), Poeta fra i maggiori del Novecento italiano. Tito Balestra ha assemblato la collezione nel corso del lungo periodo durante il quale ha vissuto a Roma: essa comprende più di duemila opere, fra dipinti, sculture e grafiche, alcune delle quali particolarmente importanti per la storia dell’arte italiana del XX secolo. Il 30 dicembre del 1989 la Fondazione Tito Balestra ottenne il riconoscimento giuridico dal Presidente della Repubblica. La collezione si trova all’interno del Castello Malatestiano di Longiano e negli adiacenti spazi espositivi. Gran parte delle opere che costituiscono la originaria collezione di Tito Balestra, sono firmate da Mino Maccari (ben 1903 “pezzi” fra olii e grafica); la raccolta inoltre include opere di Mafai, Rosai, De Pisis, Morandi, Guttuso, Vespignani, Bartolini, Zancanaro, Ziveri, Campigli, Fantuzzi, Sironi, Vangelli ed altri maestri del Novecento italiano.

Una sala inoltre è interamente dedicata alle opere di artisti stranieri fra cui Chagall, Kokoschka, Matisse ed Heckel. La collezione è nata grazie ai numerosi rapporti di “scambio”, di amicizia e di interessi culturali fra Tito e il mondo artistico del secondo dopoguerra.

La Fondazione Tito Balestra / Castello Malatestiano è visitabile tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 (nel mese di agosto ore 16.00-20.00). Ingresso a pagamento. Info: tel. 0547 665850

 

 

 

tito balestra

 

IL MANIFESTO  11 novembre 2023

https://ilmanifesto.it/tito-balestra-la-sua-stagione-rivelatrice-in-due-soli-libri-tra-satira-e-malinconia

 

 

Tito Balestra, la sua stagione rivelatrice in due soli libri, tra satira e malinconia.

 

 

 

 

Al di là di una plaquette composta da appena undici poesie e pubblicata in appena cinquantadue esemplari (Le gambe del serpente, L’Arco Edizioni d’Arte, 1975), Tito Balestra è stato un poeta di una brevissima stagione, e di due soli libri: Quiproquo, uscito da Garzanti nel 1974, e Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, uscito prima, in poche copie, nello stesso 1974 e poi, sempre da Garzanti, nel 1979.

Entrambi erano introvabili da tempo, e dunque va reso merito alla Nave di Teseo per averli ora ripubblicati, in un volume unico (pp. 290, euro 20): ed è un merito da celebrare, perché questa nuova edizione ci restituisce praticamente nella sua interezza, per quanto così esigua, un poeta fra i più grandi in assoluto del nostro secondo Novecento.

Balestra era nato a Longiano, sulle colline intorno a Cesena, nel 1923; e a Longiano è morto, a soli cinquantatré anni, nel 1976, dopo aver vissuto a lungo a Roma. Era stato partigiano, e per un certo periodo, dopo la guerra, proprio a Longiano aveva ricoperto l’incarico di assessore e di vicesindaco.

 

A ROMA, dove si era trasferito per seguire i corsi del Centro di educazione professionale per assistenti sociali diretti da Guido Calogero e dove aveva conosciuto Anna Maria De Agazio, che sarebbe diventata sua moglie, perlopiù si era occupato d’arte, curando mostre presso la Galleria La Vetrina (in via del Babuino). A Roma aveva anche stretto amicizia con pittori e scrittori. Era una persona discreta, non gli interessava la ribalta. Oggi, prima di questa nuova edizione delle sue opere, era stato quasi dimenticato, nonostante il fatto che Elisabetta Sgarbi alcuni anni fa avesse intitolato un film a ciascuna delle sue due raccolte e che, più di recente, la rivista Laboratori critici gli abbia dedicato una retrospettiva.

 

ESSENDO COSÌ poche le sue poesie, menzionarne qui alcune a discapito di altre è molto difficile e perfino doloroso, perché si potrebbe dire che non c’è poesia, fra quelle che aveva pubblicato, che non sia perfetta e rivelatrice. E quindi, se è vero che le preferenze di ciascuno sono sempre il frutto anche di una geografia sentimentale, nel caso di Balestra questo è vero a maggior ragione. Ciò che si può aggiungere è che la sua poesia sembra retta da un criterio di equilibrio fra due registri, spesso mischiati e sovrapposti uno all’altro: uno più satirico (implacabile e fulminante, per rimandare a parole a suo tempo usate da Attilio Bertolucci), l’altro più dolce e malinconico, talvolta al limite della rassegnazione.

 

 

Un esempio del primo di questi due registri può essere dato dai versi di Parassita:

 

«Eternamente loda/
eternamente dice/
rapidamente mangia/
e posa ad infelice».

 

 

UN ESEMPIO DEL SECONDO è invece nei versi rivolti alla moglie, semplici nella forma com’è semplice il sentimento che incarnano, come può essere semplice l’amore:

 

«Anna, ho comprato un pezzo di terra,/
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere/
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla/
oppure un altro, un sogno più piccolo,/
io e te insieme abitiamo una stanza/
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia/
e un cuscino un po’ grande che basta per due;/
guardami in faccia ho gli occhi castani».

 

Ma sono solo esempi, appunto. E comunque esiste lungo tutte le poesie di Balestra, pur fra i due registri che le connotano, anche un elemento comune (oltre agli elementi formali): ed è un certo senso di saggezza che sempre ne promana.

Ma è una saggezza mai moralistica, mai altezzosa: è una saggezza che Balestra non elargiva ad altri che a sé.

 

E basterebbe leggere versi come questi:

 

«Come un albero saggio/
che non muore e non vive/
sei d’ingombro a chiunque/
la tua ombra non piace./
Delicati di bocca
/grassi bruchi ti spolpano,/
è un piacere da saggi/
il sentirsi mangiato».

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Jsarema Zafferini 4 agosto 2026 · h 17.00 ca — ci fa sentire questa cantante grandissima ::: CESARIA EVORA in ” Tiempio y silencio “– testo

 

 

 

🧐 🧐🧐 🧐…È per l’ora delle ombre lunghe

 

 

 

 

 

Testo Tiempo Y Silencio

Una casa en el cielo
Un jardin en el mar
Una alondra en tu pecho
Un volver a empezar

Un deseo de estrellas
Un latir de gorrion
Una isla en tu cama
Una puesta de sol

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto

Nacer en tu risa
Crecer en tu llanto
Vivir en tu espalda
Morir en tus brazos

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto

Una casa en el cielo
Un jardin en el mar
Una alondra en tu pecho
Un volver a empezar

Un deseo de estrellas
Un latir de gorrion
Una isla en tu cama
Una puesta de sol

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto…

 

 

Lyrics powered by LyricFind

da : https://www.angolotesti.it/C/testi_canzoni_cesaria_evora_20553/testo_canzone_tiempo_y_silencio_958978.html

 

NOTA:

 

 

 

 

 

Le ombre lunghe che coprono il mondo

QUALCOSA SI DICE NEL LINK SULLE OMBRE LUNGHE

https://ilresto.eu/italiaemondo/le-ombre-lunghe-che-coprono-il-mondo/

( L’articolo mi pare che sposi la tesi che la Russia stia per invadere l’Europa, cosa che non credo, ma ” cosa c’è dietro l’angolo non si sa “- diceva mia nonna.. )

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verso metà +++ notizie sulla CINA — Dalla RIVISTA PANDORA, un’intervista a Fabrizio Maronta di Alessandro Trabucco sulla gobalizzaz. e deglob. –

 

 

 

RIPUBBLICHIAMO UNA PARTE DEL POST DI FABRIZIO MARONTA PER LE NOTIZIE SULLA CINA, PER NOI, ABBASTANZA NUOVE.

 

FABRIZIO MARONTA–  Roma, 1979

Redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes.

 

foto da:

 

 

LIBRI :

 

Deglobalizzazione. Se il tramonto dell'America lascia il mondo senza centro - Fabrizio Maronta - copertina

 

HOEPLI, 2024

 

SEGUE PARTI PRESE DALL’INTERVISTA SU LA RIVISTA PANDORA — LINK SOPRA E SOTTO

 

ALESSANDRO TRABUCCO INTERVISTA FABRIZIO MARONTA SULLA GLOBA/ DEGLOBALIZZAZIONE

 

Quali sono le origini lontane e profonde della globalizzazione? 


Fabrizio Maronta: Quella che viviamo oggi è ciò che gli storici chiamano “seconda globalizzazione”La prima consegue alla seconda Rivoluzione industriale, quindi all’avvento dell’elettricità e di tutte le tecnologie rese possibili da essa come il telegrafo, il telefono, l’illuminazione pubblica, la moderna produzione manifatturiera. Insomma, un mondo industriale molto più simile a quello che conosciamo oggi rispetto a quello della prima Rivoluzione industriale, che si sviluppa durante il Settecento e la prima parte dell’Ottocento in Inghilterra e in alcune parti del Nord Europa. Tra secondo Ottocento e primo Novecento, molti comparti cruciali come la chimica e la metallurgia fanno salti notevoli, permettendo ad esempio la costruzione di navi alimentate a petrolio e con scafi d’acciaio. Questo dà forte impulso alla navigazione, specie a quella transoceanica, ponendo le premesse delle interconnessioni attuali. Inoltre, siamo al culmine degli imperi coloniali europei, specie quello britannico che copre il globo. Ciò consente un maggiore apporto di materie prime e l’apertura di sbocchi commerciali anche per l’industria dei Paesi europei più avanzati, in misura storicamente inedita. L’Impero britannico già prima commerciava, ma non su questa scala. L’Impero romano o altre civiltà marittime precedenti avevano commerciato via mare e scambiato prodotti, ma niente di simile. Per questo si parla di prima globalizzazione. Convenzionalmente si fa terminare questa fase con la Prima guerra mondiale.

 

La guerra comporta infatti lo sconvolgimento delle logiche commerciali, così come interruzioni fisiche dei flussi e dell’interscambio. Il commercio presuppone pace, o comunque la presenza di un soggetto che sia in grado di assicurare l’apertura delle rotte commerciali, garantendo un ordine minimo necessario affinché le attività di produzione e di scambio si esplichino. Questo viene in gran parte meno durante la Prima guerra mondiale.

 

Durante il periodo interbellico il commercio riprende. L’Europa, però, nel frattempo sopporta gli sconvolgimenti dovuti alla caduta dei grandi imperi centrali. Bisognerà aspettare il secondo dopoguerra affinché si ricreino le premesse per una ripresa duratura degli scambi in condizioni di stabilità, sebbene armata, quali quelle della Guerra fredda. In questo caso, però, i flussi commerciali non sono più inscritti nella cornice del rapporto tra madrepatrie e colonie, poiché dagli anni Cinquanta in poi quel rapporto viene progressivamente meno con la decolonizzazione.

 

La globalizzazione che conosciamo oggi è dunque figlia soprattutto della graduale integrazione commerciale dei Paesi di nuova indipendenza che avviene, in particolar modo, dagli anni Settanta in poi.

 

 

Possiamo tratteggiare un modus operandi della globalizzazione? La nota azienda americana Apple, citata più volte nel volume, può assurgere a esempio di tale modus operandi? 

Fabrizio Maronta: Sì, ma non dobbiamo circoscrivere l’idea e il fenomeno della “nostra” globalizzazione al solo aspetto economico-commerciale. Il problema del termine “globalizzazione” è che viene usato e abusato in modo parziale, non esaustivo, per identificare l’integrazione commerciale e industriale: un fenomeno di natura economica che comporta anche alcune forme di integrazione culturale.

 

Marshall McLuhan ha parlato negli anni Sessanta e Settanta di “villaggio globale”, fortunata definizione di un mondo in cui gli stili di vita diventano sempre più uniformi. È stato così, anche se non nella misura totalizzante che spesso mediaticamente si vuole raffigurare. La globalizzazione però è stata molto altro.

È stata anche e soprattutto l’estrinsecarsi dell’egemonia geopolitica degli Stati Uniti. Questo è il punto fondamentale. Spesso non ce ne accorgiamo perché ci siamo nati o cresciuti, però il nostro mondo “globalizzato” è figlio di circostanze storico-strategiche ben precise. Queste circostanze possono essere riassunte nella definizione del Novecento come secolo americanoUn secolo che nasce europeo, con l’Europa centro strategico del mondo: i suoi imperi coloniali coprono il pianeta, le sue economie sono le più sviluppate, le sue società e le sue università sono le più avanzate. Un’Europa che produce economia, demografia, cultura, egemonia militare e tecnologica. Il Novecento finisce però come secolo americano, perché gli Stati Uniti ne vincono tutti i confronti fondamentali: la Prima e la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda.

Quest’ultima non è solo un confronto militare, ma anche culturale e ideologico tra sistemi socioeconomici e politici per molti aspetti antitetici, anche se nati entrambi dalla comune matrice della cultura europea. Dal terremoto del 1989-1991 gli Stati Uniti escono vincitori incontrastati, inaugurando quel “momento unipolare” che giunge alla prima metà degli anni Duemila. In questa fase l’America, oltre alla superpotenza militare, esprime un’egemonia sociale, economica e politica vista come modello ineluttabile. Da qui la famosa teoria di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” intesa come raggiungimento di un modello socioeconomico definitivo, tutt’al più perfettibile ma senza reali alternative.

 

+++  CINA  — NOTIZIE

Gli Stati Uniti decidono di gestire questa vittoria integrando attraverso la sfera commerciale e produttiva i Paesi dell’ex blocco comunista.

 

La Russia e molti Paesi asiatici, nonché i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, entrati nella NATO e nell’Unione Europea – cioè nella sfera di sicurezza militare ed economica occidentale – tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila.

In prospettiva però, la scommessa maggiore l’America la fa con la Cina. La fa ben prima che finisca la Guerra fredda, con il patto suggellato dalla storica visita di Richard Nixon nel 1972 a Pechino, dove un anziano Mao Zedong – che di lì a sei anni passerà il testimone a Deng Xiaoping, il leader delle riforme economiche – apre la Cina al capitale e alle tecnologie occidentali, soprattutto statunitensi, come viatico di modernizzazione e affrancamento dalla mal sopportata tutela sovietica.

In cambio gli Stati Uniti ottengono il progressivo “sganciamento” di Pechino da Mosca, ma anche la possibilità di produrre in un Paese con una manodopera enorme e un sistema politico che reprime il dissenso quando il capitalismo, pure abbracciato con entusiasmo da una popolazione povera e bramosa di benessere, mostra il suo volto più spietato.

Apple è un esempio lampante. Azienda statunitense tra i grandi campioni della Silicon Valley, ha fatto un salto quantitativo divenendo un gigante mondiale dell’elettronica di consumo grazie all’ambiente produttivo eccezionale che trova in Cina. Ci sono due grandi impianti situati nella fascia industriale cinese, quella sudorientale, noti come “iPhone City” e “iPad City”: si tratta di vere e proprie città di operai, sia per estensione che per popolazione, dedite quasi esclusivamente a produrre i due best seller di Apple.

Grazie alla “globalizzazione”, la Cina diventa dunque un Paese capitalista cui gli Stati Uniti e poi l’Occidente in generale si legano a doppio filo, finendo per dipendere dalla capacità cinese di produrre a costi bassi in quantità prima inimmaginabili. Apple adesso cerca di delocalizzare in India e in Vietnam, ma gli ecosistemi industriali di questi Paesi non sono (ancora?) lontanamente paragonabili a quello cinese.

 

Quali sono le necessità e gli obiettivi che hanno spinto la Cina a inserirsi nella globalizzazione americanocentrica? 

Fabrizio Maronta: La Cina negli anni Settanta è tremendamente arretrata, le sue spinte alla modernizzazione – il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale – hanno prodotto disastri e depauperato il Paese sotto il profilo materiale, ma anche umano.

La Rivoluzione culturale in particolare ha fatto strage delle classi più agiate ma anche produttive, come gli scienziati. Quelle politiche innestavano sul modello stalinista forme confuciane di disciplina collettiva, rafforzando l’insindacabilità del dettame di Mao e – per estensione – del partito-Stato.

Dal 1949, anno in cui Mao fonda la Repubblica Popolare Cinese, termina quello che i cinesi considerano ancora oggi “il secolo delle umiliazioni” apertosi nell’Ottocento con le Guerre dell’oppio: un secolo che vede i britannici e altri occidentali spartirsi le spoglie del glorioso impero Qing.

La Cina di Mao, orgogliosamente indipendente, patisce però la condizione di minorità nel blocco comunista rispetto alla Russia, di cui storicamente poco si fida. Negli anni Settanta le economie pianificate cominciano a dare segni di cedimento, che diventeranno ancor più palesi negli anni Ottanta.

La Cina non ha però risolto il suo problema fondamentale: è politicamente indipendente ma economicamente arretrata. Questo è moralmente e strategicamente inaccettabile, perché la espone alle dipendenze e al ricatto internazionale, in primis sovietico, rendendola ancora potenzialmente contendibile.

Per questo Pechino cerca il compromesso con l’America, dando vita a un esperimento ardito fin qui rivelatosi, pur con limiti e contraddizioni, sostanzialmente riuscito.
L’esperimento consiste nel coniugare un regime autoritario, fortemente dirigista e a partito unico con un’economia iper-capitalista. Specie nella prima fase, dagli anni Novanta fino ai primi anni Duemila, viene lasciata inedita libertà d’impresa ai cinesi che abbracciano convinti l’opportunità. Culturalmente i cinesi sono un popolo di mercanti con un diffuso spirito imprenditoriale, cui Deng Xiaoping fa appello lanciando la stagione delle modernizzazioni con lo slogan “arricchirsi è glorioso”.

Oggi, con Xi Jinping, assistiamo al fenomeno opposto: la “lotta alla corruzione” per ridimensionare il potere di governi regionali divenuti troppo forti e autonomi da Pechino, l’intervento per addomesticare aziende enormi come quella di Jack Ma, fondatore e proprietario dell’impero di Alibaba (l’Amazon cinese), che rischiano di fare ombra al partito-Stato.

Ma il modello non viene messo in discussione. Da un lato lo Stato cinese mantiene le leve fondamentali dell’economia e interviene con decisione se i privati diventano troppo ingombranti. Dall’altro sprona, sostiene e sovvenziona i privati per competere a livello interno e internazionale, onde rafforzare la base industriale e tecnologica del Paese.

 

 

E la Cina come sta reagendo? 

Fabrizio Maronta: La Cina reagisce con una valanga di sussidi per incentivare le produzioni nelle quali, in questo momento, è particolarmente forte: chip, batterie, veicoli elettrici e intelligenza artificiale, le quali hanno ovviamente necessità di tecnologie e infrastrutture fisiche. Inoltre, approfitta delle difficoltà della Russia per acquistarne a sconto idrocarburi, alimentando il proprio sviluppo e la propria competitività industriale senza creare troppa inflazione. Gli Stati Uniti non hanno questo problema perché, come la Russia, sono autosufficienti dal punto di vista energetico – oltre che alimentare.

La Cina reagisce poi con le Nuove vie della seta, progetto volto a proiettare influenza commerciale e militare verso Asia, Africa ed Europa per costruire una sfera d’influenza da cui interdire, nei limiti del possibile, l’America, anche grazie a un’avanzata marina da guerra utile a proteggere le rotte commerciali fin qui presidiate dalla marina statunitense. Insomma, è una sfida a tutto campo.

 

 

Nell’opporsi all’America, la Cina si erge a paladina del “Sud Globale”. È solo retorica o c’è della sostanza?

Fabrizio Maronta: Nel libro sposo una tesi controintuitiva ( 1 )  e, numeri alla mano, credo giusta. La Cina in questi quarant’anni si è accaparrata il semi-monopolio di tante funzioni produttive.

Un esempio tra molti: nel 2023 ha prodotto l’85% dell’acciaio e una quota simile del cemento a livello globaleInsomma: ha monopolizzato lo sviluppo del cosiddetto “Sud Globale”, sovente bloccando e sovvertendo i processi di industrializzazione di altre economie in via di sviluppo. Queste economie vengono messe fuori mercato dalla capacità, dalla competitività e dall’aggressività commerciale della Cina, quindi per molte di esse la globalizzazione è un bilancio in chiaroscuro.
Non è detto pertanto che alla lunga la seduzione cinese funzioni. Specie in Asia, dove molti Paesi sono divisi tra l’incerta ma insostituibile garanzia di sicurezza statunitense e la forza oggettiva di Pechino come partner economico.

 

In conclusione, possiamo parlare di fine della globalizzazione o, considerato il venir meno del binomio su cui essa si basava ma non dei due attori che la costituivano, sarebbe meglio parlare di avvento di tante “sottoglobalizzazioni”? 

Fabrizio Maronta: Ritengo più valida la seconda opzione.
Se per fine della globalizzazione intendiamo l’autarchia generalizzata, forse solo una guerra mondiale nucleare potrebbe generarla, ma in tal caso è inutile parlarne dati gli esiti per l’umanità. Fatti salvi scenari estremi, assistiamo a una segmentazione della globalizzazione. In alcuni ambiti siamo già molto avanti, come nel caso di Internet. La Rete è ormai fortemente segmentata per blocchi linguistico-geografici, complici i sistemi di censura di cui quello cinese è il caso più vasto ed eclatante. In Internet, peraltro, i dati viaggiano soprattutto attraverso cavi sottomarini che sono proprietari, cioè stesi e posseduti da privati come Google, Alphabet o Meta, o dagli equivalenti cinesi e di altri Paesi. Vi è quindi una segmentazione anche di tipo infrastrutturale.

Più in generale, come attestano pure i vari schemi russi, iraniani, nordcoreani o cinesi di elusione delle sanzioni americane e dei circuiti dominati dal dollaroa essere oggi in discussione è il mondo geostrategicamente – oltre che economicamente – americanocentrico seguito alla fine della Guerra fredda. Questa è la vera essenza della deglobalizzazione come la intendo e analizzo. Perché è così che la vedo.

 

 

Scritto da

Alessandro Trabucco

Studente del Master in Comunicazione Storica presso il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, ha conseguito, dopo un periodo di ricerche trascorso in Medio Oriente, la laurea magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche con una tesi dal titolo “Storia nazionale e memoria: la Guerra dei Sei Giorni in Israele e Giordania”. Autore e collaboratore per il Circolo Studentesco di Studi Militari Casus Belli – Arma Mater Studiorum e per l’Associazione Geopolis – Limes Club Bologna, è socio della Società Italiana di Storia Militare e ha collaborato con la rivista Nuova Antologia Militare (NAM)

 

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QUALCHE AFFRESCO DELL’ABBAZIA BENEDETTINA DI SAN SAVINO SUL FIUME GARTEMPE –DIPARTIMENTO DI VIENNE NELLA NUOVA AQUITANIA IN FRANCIA– FOTO GETTY IMAGES- LINK SOTTO

 

 

 

 

 

L’abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe
Remi Jouan – Photo taken by Remi Jouan
WIKIPEDIA

 

 

 

 

 

SEGUONO

FOTO DA GETTY IMAGES
https://www.gettyimages.it/search/2/image?phrase=saint+savin+sur+gartempe&tracked_gsrp_landing=https%3A%2F%2Fwww.gettyimages.it%2Fimmagine%2Fsaint-savin-sur-gartempe

 

 

 

L’affresco è del 11°/ 12° secolo e appartiene all’Abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe.

 

 

 

LA CHIESA DELL’ABBAZIA DI SAINT- SAVIN SU GARTEMPE, CHIAMATA ” LA CAPPELA SISTINA ROMANICA ” – INSERITA DALL’UNESCO TRA I PATRIMONI MONDIALI-  HA TANTI AFFRESCHI DELL’ XI-XII secolo

 

 

 

 

 

 

L’ARCA DI NOE’ — PARTCOLARE DELL’AFFRESCO PRECEDENTE

 

 

 

 

France, Hautes-Pyrenees, St Savin, Abbey Church of Saint-Savin-sur-Gartempe, 12th c.

 

 

 

 

DETTAGLIO DELL’AFFRESCO DI ABRAMO

 

 

 

 

LA COSTRUZIONE DELLA TORRE DI BABELE

 

 

 

FRANCIA, DIPARTIMENTO DI VIENNE

Vienne (dipartimento) - Wikipedia

WIKIPEDIA –

La Vienne è un dipartimento della Nuova Aquitania, la cui
capitale è POTIERS.
C’è anche l’Alta -Vienne che si trova a sud -est

 

 

 

 

AFFRESCHI DEL SOFFITTO DA:
https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Romanesque/961615/Arte-romanica:-interno-dell’Abbazia-di-Saint-Savin-sur-Gartempe-(Saint-Savin-sur-Gartempe)-a-Vienna-(Francia),-fondata-da-Carlo-Magno-(1060-1115).-Pittura-murale-sul-soffitto-intorno-al-1100.-Affresco..html

 

 

 

INTERNO DELLA CHIESA DELL’ABBAZIA

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ANSA.IT — NOTIZIE DAL MEDIO ORIENTE DEL 4 / 3 AGOSTO 2026

 

 

 

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**** LUCIO CARACCIOLO — PODCAST DI LIMES- video, 9.08 min. / 14 maggio2026 – ” LA DEVOLUZIONE DELLA SPECIE UMANA “

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA :: IL  DISCORSO DI PAPA LEONE, intero,
qui solo riportata una frase importante

 

segue DA: ROSSANO CARIATI.IT

DAL LINK ::https://www.rossanocariati.it/custodire-voci-e-volti-umani-il-messaggio-di-papa-leone-xiv-per-la-60-giornata-mondiale-delle-comunicazioni-sociali/

 

“Custodire voci e volti umani”. Il messaggio di Papa Leone XIV per la 60° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

 

Custodire voci e volti umani

Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

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PINTERST / LINK SOTTO :: 83 Zofia Kornaga —Descrizione Buenos Aires. 1962 r. Autor: Andre Kertesz

 

 

 

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Erik Petersen — Copenhagen, 1940

 

 

Erik Petersen

Copenhagen, 1940

 

 

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Andrea Stroppa 🐺 Claudius Nero’s Legion 🐺 @andst7 / LINK X SOTTO · 31 lug– Giorgia vs Giorgia By Grok + qualcosa su Andrea Stroppa e cosa è ” Hacking “e ” hacker “-

 

 

 

 

Immagine

immagini dal suo X

 

LINK DI ANDREA STROPPA  SU X

 

 

video di 1.12 MIN —  DI

ANDREA STROPPA : GIORGIA VS GIORGIA DI GROCK

https://x.com/andst7/status/2083155287448367532/video/1

 

 

CI APPROCIANO APPENA APPENA AD ANDREA STROPPA, solo per averne una vaga idea:

Andrea Stroppa, il braccio destro in Italia di Musk - RIPRODUZIONE RISERVATA

foto Ansa di Andrea Stroppa con Musk- 15 ottobre 2024

 

** a chi interessa nel link di Ansa trovare notizie  varie su di lui

link Ansa.it

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/10/15/andrea-stroppa-il-braccio-destro-in-italia-di-musk_03594a99-8b45-43aa-9c25-6974760ad33e.html

 

 

 

Annotiamo qualcosa su Andrea Stroppa da / link al fondo

 

Come riporta Fortune Italia, il referente di Elon Musk in Italia è nato a Roma nel 1994 e cresciuto nel quartiere romano di Torpignattara.

Il 32enne in adolescenza si sarebbe avvicinato al gruppo hacker Anonymous.

Con il tempo ha costruito un profilo professionale nel campo della cyber security, partecipando a conferenze internazionali e collaborando con importanti testate giornalistiche.

Negli ultimi anni la sua figura è stata associata in modo sempre più diretto alle attività di Elon Musk, in particolare dopo l’acquisizione di Twitter, oggi X.

Proprio in questo contesto si è consolidato un rapporto di fiducia che ha portato Andrea Stroppa a svolgere un ruolo di collegamento tra il miliardario sudafricano e interlocutori italiani, sia istituzionali sia politici, senza ricoprire alcun ruolo ufficiale.

Come riporta Il Messaggero, il 14 febbraio è stato indagato per omicidio stradale in relazione alla morte di Mirco Garofano, studente di 18 anni residente nel comune di Artena.

Diplomato perito tecnico, Andrea Stroppa oggi è esperto di hacking ( 1 nota in fondo ).

Fa parte di un team di ricercatori attivi tra Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

È membro dello staff della conferenza hacker HackInTheBox e partecipa a eventi internazionali dedicati alla sicurezza informatica e all’hacking.

Scrive di tecnologia e cyber security per il World Economic Forum e in passato ha collaborato con La Stampa e La Repubblica.

Le sue ricerche sono state citate da numerose testate internazionali, tra cui New York Times, CNN International, Washington Post, Forbes, Vanity Fair e The Verge.

Come riporta Il Fatto Quotidiano, Andrea Stroppa è inoltre fondatore di un progetto di civic engagement per il quale è stato premiato dal Presidente del Consiglio Romano Prodi.

È stato volontario presso Tor Project e ha collaborato con PRI.

 

 

( 1>) Hacking

L’hacking, che non va confuso con il cracking, è l’insieme dei metodi, delle tecniche e delle operazioni volte a conoscere, accedere e modificare un sistema informatico hardware o software.

Il termine, tuttavia, avendo accompagnato lo sviluppo delle tecnologie di elaborazione e comunicazione dell’informazione, ha assunto diverse sfumature a seconda del periodo storico e dell’ambito di applicazione. Sebbene venga usato principalmente in relazione all’informatica, l’hacking si riferisce più genericamente a ogni situazione in cui è necessario far uso di creatività e immaginazione nella soluzione di un problema.

 

ALTRO CHE NOI – FUORI — DOVREMMO IMPARARE A MEMORIA  O LASCIAR PERDERE– NEL LINK DI WIKIPEDIA: come ogni cosa si sa di lei attraverso la sua storia, per questo capire è lungo

https://it.wikipedia.org/wiki/Hacking

 

 

mettiamo anche il link di Treccani che è quasi sempre più chiara e più semplice:

https://www.treccani.it/vocabolario/hacker/

 

Esiste anche :

Hacker – Enciclopedia

 

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Meloni : ” M’ARROCCO ” — PRIMA PAGINA IL MANIFESTO 2 AGOSTO + due cartine + link di Repubblica . 31 luglio 2026- Leonardo Martinelli, Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

 

 

 

 

La mappa politica del Marocco senza la zona sud del contestato Sahara Occidentale
Utente:Xiquet– Wikipedia

 

 

 

 

 

Meloni ottiene la firma di 21 capi di governi europei per un vertice
di ministri degli interni contro l’emergenza Ceuta. 

I migranti se ne sono già andati tutti ( tranne 84 annegati ) e la crisi era fasulla, ma non importa: l’armata delle destre contro Sanchez è partita e l’Italia la guida.

 

 

 

**** non perdetevi la vignetta di Elle Kappa, 1 agosto su Repubblica,
apri sotto:

Ezio Mauro @eziomauro / link sotto di X –· 1 ago — una splendida vignetta di ELLE KAPPA — grazie Mauro !

 

 

 

 

La mappa politica del Marocco comprendente anche la zona sud del contestato Sahara Occidentale

********************

 

 

Per chi mai volesse sapere qualcosa di più dei rapporti / interessi Spagna-Marocco:

 

 

Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

 

Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

(afp)

 

Rabat è il più stretto alleato di Donald nell’area, mentre con Madrid è sempre forte la frizione per le sue posizioni sul Sahara Occidentale. La scintilla è stata la visita del premier spagnolo ad Algeri, il vecchio nemico. “Le autorità marocchine hanno spinto i giovani a passare il confine per mettere in difficoltà la Moncloa”

 

 

REPUBBLICA.IT / ESTERI /  31  LUGLIO 2026

https://www.repubblica.it/esteri/2026/07/31/news/marocco_ceuta_sanchez_trump_crisi_migranti-425504473/?ref=app_share

 

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La vignetta di Ellekappa: l’anniversario del 2 agosto – da Repubblica / link sotto —

 

 

 

 

REPUBBLICA.IT  2 AGOSTO 2026

https://www.repubblica.it/politica/2026/08/02/news/la_vignetta_di_ellekappa_l_anniversario_del_2_agosto-425507368/?ref=app_share

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Ezio Mauro @eziomauro / link sotto di X –· 1 ago — una splendida vignetta di ELLE KAPPA — grazie Mauro !

 

 

 

link X di EZIO MAURO

Ezio Mauro @eziomauro

 

 

 

 

 

 

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Fabio  🇵🇸✊🌈 #SinistraItaliana @fabcet – — IO NON DIMENTICO — BOLOGNA 1 AGOSTO 1980 – ORE 10.45 – grazie Fabio !

 

 

 

LINK DI FABIO – SINISTRA ITALIANA — SU X

 

 

Io non dimentico.
Non dimentico i morti innocenti.
Non dimentico l’odio.
Non dimentico i mandanti piduisti
Non dimentico gli esecutori FASCISTI.
Non dimentico che i governi di destra commemorano i gerarchi fascisti ma non gli italiani uccisi dal terrorismo fascista.

 

 

 

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Podcast, 12.12 min. / 30 luglio — Agnese Rossi — LIMES — : L’accordo nucleare saudo-americano: oltre la non proliferazione –

 

 

L’accordo nucleare saudo-americano: oltre la non proliferazione – di Agnese Rossi

Limes Rivista Italiana di Geopolitica

 

Perché gli Stati Uniti hanno accettato di aprire ai sauditi sull’arricchimento dell’uranio? L’intesa con Riyad e la transizione dalla non proliferazione atomica alla proliferazione controllata rivelano la crisi dell’ordine americano in Medio Oriente. Il ruolo di Israele e la competizione tecnologica con la Cina.

Il nuovo volume di Limes “Gli stretti indispensabili” sarà disponibile, in edicola e in libreria, da martedì 4 agosto.

Potete leggerlo direttamente sul nostro sito e via app, abbonandovi a Limesonline (https://shop.limesonline.com/limes/ab…)

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ANSA.IT  2 agosto 2026 — 7.49:: Trump: ‘Ritiro l’attacco sull’Iran su richiesta di Teheran e altri Paesi’. Il presidente Usa: ‘Ora rapido accordo su Hormuz e stop minaccia nucleare’ — fino a quando ?

 

 

 

ANSA.IT  2 agosto 2026 — 7.49

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/02/trump-ritiro-lattacco-sulliran-su-richiesta-di-teheran-e-altri-paesi_9627b960-bbbb-43e9-891a-e77a10e8b09e.html

 

 

 

Trump: ‘Ritiro l’attacco sull’Iran su richiesta di Teheran e altri Paesi’.

 

Il presidente Usa: ‘Ora rapido accordo su Hormuz e stop minaccia nucleare’

 

 

© ANSA/EPA

ANSA / EPA

 

 

l presidente americano Donald Trump ha detto di aver “accettato di ritirare l’attacco” sull’Iran su richiesta di Teheran “e di altri Paesi del Medio Oriente” a patto che si arrivi “ad un rapido accordo” sulla “totale apertura dello Stretto di Hormuz e sulla fine della minaccia nucleare da parte dell’Iran”.

“Gli Stati Uniti – scrive Trump su Truth – sono pronti a intervenire contro la Repubblica Islamica dell’Iran con livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda Guerra mondiale.

Nonostante ciò, ci è stato chiesto dall’Iran e da altri Paesi del Medio Oriente di sospendere qualsiasi attacco nei perimetri di un accordo che è stato raggiungo. Questo includerebbe la completa, totale e immediata apertura dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare dell’Iran. In base a questa richiesta, ho accettato, per il bene del futuro del mondo e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, a patto che si arrivi rapidamente a un accordo. Lo Stato di Israele si unisce a me in questo impegno. Mettetevi al lavoro, tutti, e portate a termine l’operazione”.

 

‘Colloqui del Qatar con l’Iran, l’Oman e gli Usa su Hormuz’

 

I mediatori del Qatar hanno avuto colloqui separati con il ministro degli esteri dell’Iran Abbas Araghchi, funzionari dell’Oman e l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff nel tentativo di trovare un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz. Lo riporta Axios citando alcune fonti, secondo le quali nelle trattative sono stati compiuti dei progressi ma non è chiaro se siano sufficienti a disinnescare la crisi.

 

 

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Nana Mouskouri & Donovan – Colors –

 

 

 

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video, 10 min.ca *** Roberto Saviano, Trump e Cosa nostra — ” vedere l’orrore del nostro mondo “

 

 

 

 

 

 

 

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una parola al giorno.it / 18-09-2022 :: — FANTASIA —+ altro

 

 

 

6.50 min. CLAUDIO ARRAU SUONA IL PRIMO MOVIMENTO DELLA SONATA DI BEETHOVEN ” AL CHIARO DI LUNA “

 

Claudio Arrau León (Chillán6 febbraio 1903 – Mürzzuschlag9 giugno 1991) è stato un pianista cileno allievo del maestro Martin Krause. È considerato uno dei maggiori interpreti del XX secolo.

segue in wikipedia 

 

 

 

 

DA :

una parola al giorno.it

https://unaparolaalgiorno.it/significato/fantasia

 

 

fan-ta-sì-a

 

 

SIGNIFICATO Immaginazione; prodotto dell’immaginazione. In musica: composizione dalla struttura libera, non sottoposta a schemi formali precostituita.

ETIMOLOGIA dal latino phantàsia, prestito dal greco phantasía immaginazione, letteralmente ‘apparizione’, da phaínomai apparire;  derivati dal verbo phaínō (mostrare, far luce, rendere visibile).
dal latino: per mostrare la forza con cui la mente mostra a se stessa cose reali o inventate.

Evoluzione del termine

  • Antichità: indicava l’atto di far apparire un’immagine interiore o un pensiero visibile agli occhi della mente.
  • Significato moderno: la capacità creativa di inventare e immaginare mondi, storie o idee libere dalla realtà

 

 

Esempio :  “Solo la fantasia di un visionario poteva concepire una tecnologia innovativa alla portata di tutti.

” Nulla forse si realizzerebbe senza la fantasia.”

Non è né intelligenza né sentimento, ma permette di collegare, per esempio, elementi apparentemente lontani o incongrui, aprendo la mente a una visione alternativa di ciò che potrebbe accadere.

Arte, tecnologia, scienza, e persino la società civile, devono molto alla fantasia, all’immaginazione, alla creatività, all’inventiva.

 

 

TRECCANI – VOCABOLARIO

 

fantasìa s. f. [dal lat. phantasĭa, gr. ϕαντασία, der. di ϕαίνω «mostrare»]. –

1. a. Facoltà della mente umana di creare immagini, di rappresentarsi cose e fatti corrispondenti o no a una realtà: trascorrereriandare con la f. rivivere nella f.

1. b. L’attività del fantasticare: lavorare di fantasia.
immaginare o supporre, o anche sospettare, situazioni prive di realtà, lasciando libero corso alla fantasia;

2. a.   In musica, componimento di solito strumentale, dapprima (sec. 17°) ecc.

b. Falsa invenzione, bugia.

3. Bizzarria, capriccio, voglia

4. Presso alcune popolazioni primitive dell’Africa settentr. e dell’Etiopia, celebrazione di qualche fausto avvenimento della vita familiare o tribale, mediante danze e canti o parate a cavallo, durante le quali i cavalieri spingono il destriero a un furioso galoppo, urlando e sparando in aria con i loro fucili.

 

Nell’arte dei suoni, questo termine indica innanzitutto, come nelle altre arti, la facoltà che precede l’atto creativo. Come avrebbero fatto Dante, Michelangelo o Beethoven a concepire i loro capolavori senza la fantasia?

 

segue da:

L’Unicorno dal corno d’oro e la fantasia dei bambini

 

L’Unicorno dal corno d’oro

di Sylvaine Nahas, Illustrazioni di Bimba Landmann, Edizioni Arka 2021 – Età di lettura dai 3 anni

La storia è quella di Nicolò, un bambino che sogna di incontrare, un giorno, l’unicorno dal corno d’oro. Gli adulti però gli ricordano che non c’è tempo per fantasticare: bisogna andare a scuola, studiare, giocare con gli altri bambini. Soltanto il nonno si trova in disaccordo e lo invita a sognare, a cercare e a mantenere sempre vivi i suoi desideri. Solo il nonno capisce quanto sia importante, per un bambino, sapere che c’è un unicorno, da qualche parte, che aspetta solo di essere trovato e accarezzato.

La fantasia

L’etimologia della parola fantasia si ricollega al latino phantasia, dal greco φαντασία (phantasia) = apparizione, manifestazione che deriva, a sua volta, da ϕαίνω (phaino) = mostrare. Pertanto, la parola fantasia indica la facoltà della mente di rappresentarsi, di mostrare, di far apparire a sé stessa, in piena libertà, immagini, scene, fatti, storie, a prescindere se siano reali o credibili.

fantasia
l’unicorno dal corno d’oro di Sylvaine Nahas, Illustrazioni di Bimba Landmann, Edizioni Arka 2021:

E la storia di oggi parla proprio di questo, della necessità dei bambini di lasciarsi andare alla fantasia, di immaginare mondi e storie, possibili e impossibili. La fantasia ha un ruolo fondamentale nella crescita di tutti i bambini e spetta a noi adulti assecondare e non soffocare i loro slanci creativi, magari immaginando insieme a loro di volare su di un unicorno alato. In fondo, lo diceva anche Rodari: prima ancora che pensare, bisogna insegnare ai bambini ad inventare. Un bambino riuscirà a lottare per costruire un mondo migliore solo se sarà capace di immaginare cose che non esistono.

fantasia
L’UNICORNO DAL CORNO D’ORO DI SYLVAINE NAHAS, ILLUSTRAZIONI DI BIMBA LANDMANN, EDIZIONI ARKA 2021

E in molti illustratori per l’infanzia questa grande capacità immaginativa permane anche in età adulta. E le illustrazioni di Bimba Landmann fanno proprio questo, ci trasportano in luoghi e mondi lontani, concedendoci l’opportunità di compiere un viaggio fantastico. La stessa illustratrice si confessa:
Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.

Bimba Landmann

 

 

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segue la fantasia nella musica:

da : 

una parola al giorno.it  18-09-2022

https://unaparolaalgiorno.it/significato/fantasia

 

L’accezione che ci interessa in questa sede è però quella relativa alla forma omonima. In Italia le prime fantasie musicali che portano proprio questo nome compaiono nel 1536 in un’antologia intitolata Intabolatura de leuto. Si tratta di intavolature liutistiche di vari autori, tra cui alcune del ‘divino’ Francesco da Milano, virtuoso del liuto e compositore di questa fantasia.

 

Si narra di lui che alla fine di un magnifico banchetto a cui partecipava, si appartò e cominciò a pizzicare le corde del suo strumento, come se stesse ‘cercando una fantasia’. I commensali conversavano animatamente ma, non appena sentirono le prime note, a uno a uno tacquero, rapiti in un’estasi che aveva sospeso tutti i loro sensi, fuorché l’udito.

 

Lasciando tanto spazio all’inventiva, la fantasia ha avuto un’esistenza longeva ed è stata praticata da innumerevoli compositori d’ogni epoca. Infatti, nel Settecento Johann Sebastian Bach, suo figlio Carl Philippe e poi Mozart continuano a comporre bellissime fantasie. Nel 1808 Beethoven scrive la sua ‘Fantasia corale’.

 

Quando è solistica, la Fantasia si piega alle esigenze dello strumento, sfruttandone le caratteristiche peculiari. Per la sua natura libera e mutevole, la ‘forma Fantasia’ è difficile da definire. Mentre la sonata o la fuga presentano dei criteri strutturali di base, che fungono da impalcatura portante, ogni Fantasia ha un’architettura a sé, concepita dal suo creatore con grande libertà. A volte, addirittura, assume le sembianze di un’improvvisazione, quasi come se la musica sgorgasse lì per lì dall’estro del momento.

 

Proviamo ora con qualche ascolto a chiarire meglio le idee. In epoca rinascimentale e protobarocca l’incipit espositivo è spesso polifonico, come una sorta di ricercare (l’antenato della fuga).
Lo spiega con somma autorevolezza Gioseffo Zarlino: «Et tal modo di comporre, li Prattici dimandano Comporre di fantasia: ancoraché si possa eziandio nominare Contrapuntizare, o Far contraponto».
Le sue parole si rispecchiano nella musica di due prattici dell’epoca, uno italiano e l’altro irlandese: la Fantasia terza, sopra un soggetto solo, di Girolamo Frescobaldi, e la Fantasia settima di John Dowland.

 

Questa è invece la Fantasia e fuga in Do minore BWV 537 di Johan Sebastian Bach.

 

In epoca classica, Ludwig van Beethoven compose la celeberrima Sonata al chiaro di luna, con la didascalia ‘Sonata quasi una fantasia’.

 

 

 

 

 

 

Gli amanti del progressive forse ricorderanno l’album Fantasia Lindum degli Amazing Blondel, che negli anni Settanta si ispirarono alla musica antica per introdurre nuovi elementi nel linguaggio pop.

 

E quanti di noi hanno volato sulle ali della fantasia grazie al celebre cartone disneyano? Godiamoci allora il finale della Pastorale beethoveniana.

 

Testo originale pubblicato su: https://unaparolaalgiorno.it/significato/fantasia

 

 

LANG LANG — SOGNO D’AMORE n. 3  DI FRANZ LISZT

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01 agosto 2026 — LUCIO CARACCIOLO E ALFONSO DESIDERIO – LIMES A MAPPA MUNDI : Da Hormuz al Mar Rosso e all’Italia. Gli Stretti indispensabili / 1 ++ Limes 7 /26 — esce il 6 agosto

 

 

 

 

Prima parte della puntata dedicata al volume di Limes “Gli Stretti indispensabili”, in edicola, libreria e sul sito per gli abbonati digitali da martedì 4 agosto 2026. Da Hormuz al Mar Rosso e alla Sicilia. Il Medioceano si chiude intorno a noi. Come l’Italia può salvarsi dal collasso.

Registrata il 30 luglio

 

 

Copertina a cura di Laura Canali - 2026

 

ll numero 7/2026 di Limes si intitola “Gli stretti indispensabili” e sarà disponibile da martedì 4 agosto in edicola e in libreria.

Potete leggerlo direttamente sul nostro sito, abbonandovi a Limesonline e cliccando sui titoli dei singoli articoli. Presto disponibile anche in PDF e – fuori dall’abbonamento a Limesonline – in ebook e su Kindle.

 

Di cosa tratta

La nuova fiammata del conflitto iraniano porta di nuovo alla ribalta fragilità e indispensabilità degli esigui tratti di mare che connettono mari e oceani, da cui dipendono commercio e prosperità mondiali. Questi colli di bottiglia, oggi al centro dei principali conflitti combattuti a ridosso dello spazio mediterraneo (e non solo), fanno la differenza tra apertura e chiusura del “nostro” mare. Dunque, tra possibilità o meno per l’Italia di tenere aperti i cruciali canali di sbocco e approvvigionamento che ne fanno funzionare l’economia.

Nella prima parte del numero si passano in rassegna, con la consueta ricchezza cartografica, tensioni e problematiche che attualmente investono gli stretti del Mediterraneo: Gibilterra, Otranto, Canale di Sicilia, ovviamente Suez e da lì gli stretti di Bab al-Mandab e Hormuz, parte di un sistema interconnesso lungo le cruciali direttrici Europa-Asia.

Segue una seconda parte dedicata alle strategie delle principali potenze – in particolare Turchia, Stati Uniti, Russia e Cina – impegnate a contendersi rotte e spazi d’influenza nell’area, con un occhio particolare alle ricadute sull’Italia.

La terza e ultima parte fa il punto su alcune partite marittime di grande rilevanza strategica per il nostro paese, concentrando l’attenzione su energia, portualità e cavi sottomarini. Buona lettura.

 

Il sommario

È la Sicilia, bellezza! – Editoriale (in appendice ‘La Grecia raccoglie la sfida per i confini del mare’ – Lorenzo Noto)

Parte 1 – Medioceania in bilico

Nel nome del mare: rifondare i rapporti Usa-Italia – Seth Cropsey e Barna Peterfi – (in appendice ‘Una talassocrazia priva di navi’ – Federico Petroni)

In morte dei mari liberi – Niccolò Bianchini

Ritorno a Gibilterra – Francesco Zampieri

Malta è grande sul mare e tiene in scacco l’Italia – Fabio Caffio

Il caso Saseno: così perdiamo le chiavi dell’Adriatico – Paolo Deganutti

La questione Assab e le guerre infinite attorno al Mar Rosso – Mario Giro

Gli ḥūṯī imparano la pazienza strategica – Emily Tasinato

La crisi del Mar Rosso comincia sulla terra – Sara Cosatti e Federico Donelli

Bāb al-Mandab e Hormuz, destini incrociati – Lavinia Bertoldi

Il senso delle petromonarchie per l’Iran – Nicola Pedde

Parte 2 – Giochi (circum)mediterranei

Tra Egeo e Cipro Ankara prepara la sfida con Israele – Daniele Santoro

Proporre, non subire. La priorità per noi è l’intesa con la Turchia – Maurizio Boni

Trump e Netanyahu battezzano la distensione franco-turca – Aurélien Denizeau

Netanyahu spacca il Golfo – Federica Luise

Alto Adriatico: la guerra dei porti nel mare turco – Lorenzo Noto

Un progetto per Trieste – Matteo Giurco

Il piano della Cina per non morire di stretti – Giorgio Cuscito

Parte 3 – Il mare e noi

Prima il mare. La rivoluzione culturale che salverà l’Italia – Luca Sisto

Gas purché sia – Fabrizio Maronta

I nostri porti reggono ma non è scontato – Anna Arianna Buonfanti e Alessandro Panaro

Rotte di collisione – Massimo Deandreis e Olimpia Ferrara

I nervi tesi del Mediterraneo – Giuseppe Amedeo Uri

‘Senza cavi l’Italia perde il Mediterraneo’ – Daniele Mancuso

Autori

La storia in carte a cura di Edoardo Boria

 

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pier luigi pinna @pierpi13/ link X sotto -30 luglio h. 16.00 ca- che ringraziamo come sempre — – Le parole di Elio sull’ autismo di suo figlio Dante—-+ tre video di Elio e le storie tese, 2 con testo e uno senza-

 

 

 

LINK X DI PIER LUIGI PINNA

pier luigi pinna @pierpi13

 

 

 

“Ce ne siamo accorti molto presto. È stata mia moglie a percepire delle anomalie nel comportamento di Dante. Io la consolavo, le dicevo che tutto si sarebbe normalizzato. Ma noi abbiamo due gemelli e le differenze, nel percorso di crescita, si vedevano nettamente. È stato difficile trovare qualcuno che sapesse farci una diagnosi chiara e che ci indirizzasse. Non esiste un numero di telefono a cui rivolgerti, un indirizzo dove andare. Ti rendi subito contro che l’autismo di un figlio si coniuga con la assoluta solitudine dei genitori. E questo vale per ogni tipo di disabilità. Noi abbiamo visto che Dante aveva un’attenzione ossessiva per le trottole, anche lui girava su sé stesso e non finiva mai di farlo. Aveva attenzione per le cose e non per le persone. L’autismo può portare gravi difficoltà relazionali, anche ritardi mentali, motori, cognitivi. Ora, però, Dante è consapevole. Ha fatto un lavoro impressionante, una fatica struggente. Per lui tutto è stato fatica: mettersi una maglietta, andare in bagno, parlare. Tutto gli è stato insegnato. Lui ha faticato tanto, ma noi ci siamo potuti permettere che fosse seguito. Ma chi non ha i soldi? Anche qui, proprio quando la mano pubblica dovrebbe riequilibrare le differenze, invece si accentuano le diseguaglianze sociali. Esistono associazioni, ma sono private. Non c’è nulla di pubblico che affronti il problema dell’autismo e sia vicino alle famiglie. Sono 600 mila i casi registrati e chissà quanti sono sconosciuti perché nascosti dalla vergogna sociale. Un bambino ogni 75 dei nuovi nati è autistico. E non si sa perché. Ma se non si investe sulla ricerca non si saprà mai. E non si troveranno mai dei rimedi. Ragazzi e genitori rischiano così di sentirsi soli e di trasformarsi in un esercito di persone mute. Per questo è importante parlarne, non chiudersi, non nascondersi”.

 

 

Elio ( Stefano Belisari ) – Milano, 1961- Wikipedia  + Wikipedia

 

 

Nota del blog:

più che una spiega di un  testo sull’autismo, mi pare di suggerire una specie di ” romanzo ” che, però non ho letto:

 

L’isola di noi. Guida al paese dell’autismo

Immaginate di approdare in un’isoletta sperduta nell’Oceano della quale non conoscete assolutamente nulla: non la lingua, non le usanze e la geografia. Quale sarebbe la prima cosa che fareste al vostro arrivo se non procurarvi una guida? Quella che avete tra la mani è proprio una guida a un’isoletta sconosciuta ai più, l’Isola di noi, il paese dell’autismo, dove i normotipi non sanno come orientarsi e hanno tutto da imparare. Ma come è fatta quest’isola? Ci sono un attracco per i traghetti, l’ospedale e una clinica per curare quelli che non sono autistici; il grande distretto scolastico; il parlamento; la Tempo Libero Corporation, la più grande azienda dell’isola; il monastero che sta su una montagna alle spalle della città; il “Me La Spasso”, un borgo dei divertimenti costruito sotto un bosco; il Parco dei Sospiri d’Amore dove le coppiette si appartano e naturalmente, per spostarsi, c’è la metropolitana. Rovesciando ogni stereotipo, Federico De Rosa firma la prima guida per normodotati a un mondo a misura di autistici.

 

*** mi piacerebbe saper scrivere una storia così sui malati mentali, ma non saprei da che parte cominciare. Magari dopo aver letto questo libro, comincerò, chissà, ma voi for/sfor  tunati, lo saprete per primi  ( una del blog )

 

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CERCHIAMO DI CONOSCERE QUALCOSA SU ELIO E LE STORIE TESE..

 

video, 4.56

 

 

Cara ti amo (Risvolti psicologici nei rapporti fra giovani uomini e giovani donne)

 

Ah… finalmente un bel piatto di tagliatelle fumanti.
Era tanto tempo che volevo mangiarle.
Ma, ma cosa vedo?
Ma no, ma me le avete condito con del sugo bollonneise,
eh… il sugo bollonneise…
Hai sbagliato…
Sai cosa ti dico? Faccio un ruttino.
BURP!
Bravo, fa ridere.
Ridete stronzi!
Applaudite, merde!
(risate dal pubblico)
Eccolo lì! Adesso ti ha fatto ridere
Ah! Ah! Ah! Sì, sì, ridi, ridi!
E noi intanto che siamo qui
che vomitiamo fango solo per farvi ridere.

“Eravamo…” “Troppo presto!”

Eravamo fidanzati poi tu mi hai lasciato
senza addurre motivazioni plausibili.

“Non è vero,
tu non capisci l’universo femminile,
la mia spiccata sensibilità
si contrappone al tuo gretto materialismo maschilista!”
“Ciononostante…”

Cara ti amo.
“Mi sento confusa”.
Cara ti amo.
“Devo stare un pò da sola”.
Cara ti amo.
“Esco da una storia di 3 anni con un tipo”.
Cara ti amo.
“Non mi voglio sentire legata”.
Cara ti amo.
“OK sì dai ragazzi, forza”
T’amo, t’amo.

Rimani in casa.
“Voglio essere libera”.
Esci allora pure con chi ti pare.
“Non t’interessi mai di quello che faccio”.
Vorrei palparti le tette.
“Porco”.
Mai ti toccherei neanche con un fiore.
“Finocchio”.
Mi drogo, bestemmio, picchio i bambini
e specialmente non ti cago.
“Ti amo!”.
Mi faccio invece il culo 14 ore di seguito
per mantenerti e ti cago.
“E io ti lascio per un tossicomane
che non fa niente tutto il giorno,
non trova le motivazioni per andare avanti nella vita
però lui continua a vivere e io lo voglio vedere:
sì lo amo, no non l’amo,
chi se ne importa”

Mi metto il goldone.
“Ho un desiderio di maternità”.
Ho un desiderio di paternità.
“Mettiti il goldone”.

Cara ti amo.
“Mi sento confusa”.
Cara ti amo.
“Devo stare un po’ da sola”.
Cara ti amo.
“Esco da una storia di 3 anni con un tipo”.
Cara ti amo.
“Non mi voglio sentire legata. Va bene?”.
Cara ti amo.
T’amo, t’amo e t’amerò.
“Canta finché vuoi caro mio, non mi…”

Rimango in casa.
“Mi opprimi”.
Esco.
“Questa casa non è un albergo!”.
Ti passo un cubetto di ghiaccio
intinto nella pancia sul Cointreau
dopodiché ti scopo bendata.
La pancia sul cointreau?
“Non sono una troia”.
E allora in posizione canonica io sopra tu sotto.
“Che palle!”.
Disse la vacca al mulo.
“Oggi ti puzza il culo”.
Disse il mulo alla vacca.
“Ho appena fatto la malta!”.
Ah, com’è il rumore della malta?

Cara ti amo.
“Mi sento confusa”.
Cara ti amo.
“Devo stare un pò da sola”.
Cara ti amo.
“Esco da una storia di 3 anni con un tipo”.
Cara ti amo.
“Non mi voglio sentire legata,
non più, a te poi che sei un fuscello,
una canna al vento.”

E ora uniamo i nostri corpi nell’estasi suprema
che è propria dell’idillio dell’amore.
“Eh no caro mio!”
Perché no?

“Perché quando avevo 13 anni
mio cugino me l’ha fatto vedere…”
Il pene? “No, no il cazzo.”
“…e da allora sono traumatizzata,
però possiamo restare abbracciati
tutta la notte senza fare niente,
sarà bellissimo lo stesso!”.
Te lo metto nel culo?
“Non so cosa voglia dire.”

Usciresti con me domani sera?
“Sono un pò stanca
e forse c’è anche…
ho già un altro impegno…”.
Beh poco male così vedo i miei amici.
“Sssssono libera”.
Mettiamola sul sesso.
“Ho bisogno d’affetto”.
Mettiamola sull’affetto.
“Chiaviamo”.
Io sono come sono.
“E cerca di cambiare”.
Ecco sono cambiato.
“Ecco che non sei più quello di una volta”.

Tu mi appartieni.
“L’utero è mio”.
Eccoti i soldi per la pelliccia.
“Eccoti l’utero”.

Evviva l’amore.
– io ho 23 anni –
Signorina.

Ho fatto la settima più
– io ho 23 anni –
E adesso colpo di scena: cara ti odio.
Non so cos’è l’olocausto.

AAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHH!!!!

Avete ascoltato Cara ti amo

DA: ELIO E LE STORIE TESE

https://elioelestorietese.it/pages/canzoni/cara-ti-amo-risvolti-psicologici-nei-rapporti-fra-giovani-uomini-e-giovani-donne?

 

 

 

 

 

Parcheggi abusivi, applausi abusivi,
villette abusive, abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di ricominciare abusiva.

Appalti truccati, trapianti truccati,
motorini truccati che scippano donne truccate;
il visagista delle dive è truccatissimo.

Papaveri e papi, la donna cannolo,
una lacrima sul visto: Italia sì, Italia no.

Italia sì, Italia no,
Italia bum, la strage impunita.
Puoi dir di sì, puoi dir di no,
ma questa è la vita.
Prepariamoci un caffè,
non rechiamoci al caffè:
c’è un commando che ci aspetta
per assassinarci un po’.

Commando sì, commando no,
commando omicida.
Commando pam, commando papapapapam,
ma, se c’è la partita,
il commando non ci sta
e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone
non più il sangue scorrerà.

Infetto sì? Infetto no?
Quintali di plasma.
Primario sì, primario dai, AAAAH!
Primario fantasma.
Io fantasma non sarò,
e al tuo plasma dico no;
se dimentichi le pinze
fischiettando ti dirò:
“Fi fi fi fi fi fi fi fi, ti devo una pinza.
Fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l’ho nella panza”.

Viva il crogiuolo di pinze,
viva il crogiuolo di panze. Eh!
Quanti problemi irrisolti,
ma un cuore grande così.

Italia sì, Italia no,
Italia gnamme, se famo du’ spaghi.
Italia sob, Italia prot, la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo;
un totale di due pizze
e l’Italia è questa qua.

Fufafifi, fufafifi, Italia evviva.
Qui cuccuruqui, tututurutui,
Italia perfetta, perepepé nainananai.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo;
in totale molto pizzo ma l’Italia non ci sta.

Italia sì, Italia no, pipiripipipi.
Italia sì: ué, Italia no,
cucuquara quapindo.
Uò, uè, uì, hei, uoei.
Perché la terra dei cachi
è la terra dei cachi.

TESTO DA ELIO E LE STORIE TESE

https://elioelestorietese.it/pages/canzoni/la-terra-dei-cachi?srsltid=AfmBOopi7xtwn65yyJn00-aIfrljMPfxeKxmgaqfF__8Rwws-ePK0LCa

 

 

 

PER CHI VOLESSE..

video, 7 min. ca

titolo sotto

 

C’era una volta il Pipppero: correva l’anno 1992 e gli Elio e le Storie Tese erano braccati dal governo italiano a causa della canzone che avevano cantato sul palco del Primo Maggio a Roma, chiamata “Sabbiature”. Per questo, fuggono in Bulgaria, dove inizialmente vengono accusati di contrabbandare la canzone proibita: Ramaya; per fortuna, l’equivoco viene chiarito e, anzi, il simpatico complessino riceve un dono dal Coro Femminile di Stato della Radio e Televisione bulgara, “Le Mystére des voix bulgares”. Si tratta della musica che avrebbe potuto cambiare il mondo: il PIPPPERO! Poi non l’ha cambiato, probabilmente mancava lo scontrino o la garanzia era scaduta, ma sono dettagli: l’essenziale è la testimonianza di quell’incredibile avventura! Ventinove anni più tardi, nell’ambito del programma DDR (Degeneràti Diversamente Rigeneràti) del 2021, potete vedere il video come non l’avete mai visto: rigenerato in HD con l’aiuto di Topaz!

pubblicato  ( uno dei tanti.. ) da:

Marok Latobi@MarokLatobi

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