ثناء شاہ @meSana220 – 14.11 — 24 febbraio 2024 — grazie ! una gentile equa collaborazione.. piacerebbe a Papa Francesco !

 

il primo l’ho giò messo

 

 

il link su X si Sana Shah è :
https://twitter.com/meSana220

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Science girl @gunsnrosesgirl3 – 13.26 — 24 febbraio 2024 — grazie ! – grazie, è davvero curioso che lo continui a portare in bocca..

 

Come un bambino reagisce nel mangiare un kiwi che però non rifiuta

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LUCA LIVERANI, Pace. Movimento Nonviolento: con noi obiettori russi, ucraini, israeliani e palestinesi. Al congresso nazionale anche Olga Karatch, oppositrice di Lukashenko in esilio. –AVVENIRE — sabato 24 febbraio 2024

 

 

 

 

Olga Karatch, a destra, a Milano insieme a Katya (Ucraina) e Darya (Russia) durante il tour in Italia della Campagna di Obiezione alla guerra (Foto di Rete Pace e Disarmo)

Da oltre quattro mesi è stata lanciata a livello internazionale la Campagna #Protection4Olga.

DA :
PRESSENZA

 – Zaira Zafarana – https://www.pressenza.com/it/2024/01/nuova-iniziativa-per-olga-karach/

 

 

 

 

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AVVENIRE — sabato 24 febbraio 2024
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/pace-il-movimento-nonviolento-con-noi-gli-obiettori-russi-ucraini-israeliani-e-palestinesi

 

Luca Liverani 

 

 

Pace. Movimento Nonviolento: con noi obiettori russi, ucraini, israeliani e palestinesi

 

 

Al congresso nazionale anche Olga Karatch, oppositrice di Lukashenko in esilio. Domani a San Pietro per l’Angelus. Mao Valpiana: «Il Papa l’unico leader che sa dire parole di pace e disarmo»

 

Olga Karatch, militante pacifista bielorussa. A sinistra Daniele Taurino

Olga Karatch, militante pacifista bielorussa. A sinistra Daniele Taurino – Movimento Nonviolento

Obiezione alla guerra e scelta prioritaria per la nonviolenza. Il Movimento Nonviolento rilancia la via del dialogo, della diplomazia e dell’attivismo disarmato nella tre giorni del suo convegno nazionale, organizzato non casualmente in piena mobilitazione nazionale pacifista, nell’anniversario dell’invasione russa, che ha visto in 120 città iniziative della società civile sul tema “Cessate il fuoco in Palestina e Ucraina”.

 

L’appuntamento in corso a Roma del Movimento Nonviolento ha un rilievo internazionale grazie alla presenza al Congresso di Olga Karatch, giornalista, politologa e attivista bielorussa per i diritti umani, che proprio ieri alla Camera è stata insignita del Premio internazionale Alexander Langer.

Un riconoscimento per la sua attività a favore degli obiettori di coscienza e disertori dell’esercito dell’autocrate bielorusso Lukashenko, contro la militarizzazione di bambini e bambine soldato (suo il video denuncia A Military Patriotic Club for Children) e contro il possibile secondo fronte di invasione in Ucraina.

Olga Karatch vive esule in Lituania, e sta coordinando il lavoro per la pace con la sua associazione Our House-Nash Dom. L’organizzazione, classificata come terroristica dal regime bielorusso, coordina più di 23 gruppi di volontari in circa 20 città del Paese e gruppi in esilio.

Al Congresso nonviolento sono arrivati i messaggi dagli obiettori di entrambi i fronti in conflitto, quello russo e quello ucraino. Ma anche dai pacifisti israeliani, che chiedono la condanna Netanyahu per il massacro di civili a Gaza e gli attivisti palestinesi che condannano il terrorismo di Hamas e stanno attuando la resistenza nonviolenta contro l’occupazione. Giovani che rifiutano le armi, divisi dalle politiche dei loro governi, ma che parlano l’unica lingua della pace e progettano insieme un futuro amico.

All’incontro sono arrivati i saluti in video dalle principali associazioni pacifiste attive in Ucraina, Russia, Palestina e Israele, movimenti internazionali per la pace che si sono uniti al Congresso del Movimento Nonviolento.

Tra loro molti obiettori già incarcerati o sotto processo, o esuli per evitare la repressione e poter continuare l’attività: da Kyiv ha parlato Yurii Sheliazhenko (Movimento Pacifista Ucraino), da San Pietroburgo Elena Popova (Movimento degli Obiettori di Coscienza Russi), in esilio dalla Spagna Ivan Chuviliaev (Go by the Forest), in esilio anche Artyom Klyga (MCO), da Atene Alexia Tsouni (presidente EBCO-BEOC, l’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza), da Londra Semih Sapmaz (coordinatore del Right to Refuse to Kill Programme e WRI), da Israele  1. Maya Eshel (Coordinatrice Internazionale di Refuser Solidarity Network), 2. Tal Mitnick (incarcerato per l’attivitàà con Mesarvot associazione di obiettori israeliani), 3. Tarteel Al-Junaidi (attivista palestinese del Community Peacemakers Team)

I lavori hanno visto gli interventi di Maria Rodriguez Alcàzar (European Youth Forum), Daniele Taurino (Azione nonviolenta) Giorgio Sorrentino (Giovani Federalisti Europei), Francesco Vignarca (Rete italiana Pace e Disarmo). Vignarca ha anche presentato il suo libro sul “Disarmo nucleare” in un incontro condotto da Mao Valpiana e il vignettista Mauro Biani. Molti gli ospiti in rappresentanza di Cgil, Acli, Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo integrale, Fondazione Nigrizia, Archivio Disarmo, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola.

Domani, domenica, la chiusura del congresso in Piazza San Pietro, con la partecipazione all’Angelus di Papa Francesco, per portare il proprio contributo alla campagna contro tutte le guerre. «Il Movimento Nonviolento riconosce nel pontefice – spiega il presidente Mao Valpiana – l’unica leadership internazionale che sa dire parole di pace, disarmo e nonviolenza».

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LEA YPI ( Tirana, 1979 ), Un suo racconto uscito sul sabato di Financial Times- :: IL VIAGGIO IMPOSSIBILE. UN RACCONTO POLITICO- ripubblicato da –IL MANIFESTO — 22 NOVEMBRE 2023 — + altro

 

avviso : il testo dell’autrice albanese LEA YPI comincia subito e va fino
in fondo oltrepassando tutte le immagini  che lo frantumano messe,
forse inopportunamente, da ch.

 

 

IL MANIFESTO — 22 NOVEMBRE 2023
https://ilmanifesto.it/il-viaggio-impossibile

 

 

 

Il viaggio impossibile

 

UN RACCONTO POLITICO . Per gentile concessione dell’autrice ripubblichiamo un pezzo uscito sabato sul Financial Times di Lea Ypi, docente di Filosofia politica alla London School of Economics e scrittrice. Il suo romanzo “Libera” è uscito in Italia per Feltrinelli

 

Il viaggio impossibile

Migranti albanesi trasportati verso il porto di Brindisi, 1990 – Getty Images

 

 

per chi volesse : 

video, 49 min. ca

Lea Ypi e Massimo Giannini presentano “Libera”

Salone del Libro di Torino 2022.

 

 

inizio del testo

 

In un giorno assolato di marzo del 1997, a Durazzo, un’insegnante albanese di mezza età porta suo figlio di 11 anni sulla spiaggia. I due si bagnano i piedi nell’acqua, scrivono i loro nomi sulla sabbia e poi restano seduti a guardare il mare. Lei tira fuori uno spuntino che ha portato da casa: pane scuro, pezzettini di feta, cetrioli e pomodori avvolti in un foglio di giornale. Madre e figlio iniziano un bisticcio – il ragazzino afferma di non avere appetito e la donna insiste perché mangi, pena l’immediato rientro a casa – quando sentono una forte esplosione, simile ai fuochi d’artificio sparati durante i matrimoni.

 

«GLI ALBANESI festeggiano sempre – sorride la donna – anche quando restano in mutande». Intanto i rumori si fanno più vicini e frequenti. In quei giorni il sud del paese era precipitato nel caos: molte famiglie avevano investito tutti i loro risparmi in compagnie finanziarie fraudolente andate in bancarotta, la disperazione spingeva le persone in strada e le proteste sfociavano spesso in combattimenti tra gruppi armati. A Durazzo la vita andava avanti come al solito, indifferente al declino, impermeabile alla speranza. In un istante la donna capisce che quelli che credeva fuochi d’artificio erano in realtà colpi di kalashnikov. Afferra il bambino e inizia a correre a piedi nudi sulla spiaggia.

 

Vista aerea del lago artificiale di Tirana, capitale albanese al tramonto

vista aerea del lago artificiale a Tirana, capitale dell’Albania

 

QUELLA DONNA ERA MIA MADRE. Lei e mio fratello quella sera non sono tornati a casa. Nell’arco di un mese l’intero paese è piombato nell’anarchia. C’erano spari dappertutto, come se premendo il grilletto le pallottole potessero trasformarsi nei soldi persi per sempre. Venne dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Serrata in casa, a Durazzo, mi chiedevo se mia madre e mio fratello fossero tra i morti.

 

LA REDAZIONE CONSIGLIA:
L’accordo Meloni-Rama visto da Tirana

 

Qualche giorno dopo squillò il telefono. Mentre correvano sulla spiaggia in fuga dagli spari mia madre e mio fratello avevano visto una nave requisita dai rivoltosi attraccata sul molo e si erano imbarcati. Una volta arrivati in Italia avevano trovato riparo in un centro vicino a Fasano, in Puglia. All’epoca questi centri venivano chiamati «campi profughi»: la Chiesa ne gestiva la maggior parte. Oggi sono subappaltati a compagnie private e si dividono in Centri di prima accoglienza e Centri di permanenza per i ripatri, dove i migranti sperimentano la detenzione amministrativa. Mia madre ammette di non ricordare se il loro centro fosse presidiato dalle forze dell’ordine, ma ricorda di essere scappata al calar del buio per andare alla stazione e prendere il primo treno per Roma. È certa però che non ci fossero barriere, filo spinato o telecamere di sorveglianza.

 

Vista del drone del lago di Tirana

Tirana al tramonto

 

HO RIPENSATO a questa storia la scorsa settimana quando l’Italia ha siglato un accordo con il governo albanese per aprire due centri per migranti in Albania, uno per processare le richieste di asilo e l’altro per rinchiudere le persone in attesa del rimpatrio. Ho pensato alle migliaia di persone che, come mia madre e mio fratello, scappano da guerra, povertà e persecuzioni per cercare rifugio in paesi che diventano sempre più ostili nei loro confronti, sempre più indifferenti al loro destino.

 

Detenzione amministrativa è un termine tecnico, che veste di neutra burocrazia l’aspra realtà della coercizione. Già traumatizzati dal viaggio, i migranti attendono in isolamento la libertà o l’espulsione. C’è un modo meno diplomatico ma forse più accurato di definire la faccenda: carcerazione senza processo.

 

 

Albania, Tirana, resurrection cathedral, albanian orthodox church

cattedrale orodossa della Resurrezione, Tirana

 

ESISTONO VARI PRECEDENTI giuridici di accordi che consentono a ricchi stati liberali di gestire le richieste di asilo fuori dai propri confini, come ad esempio quello tra Australia e Nauru e quello tra Uk e Ruanda (recentemente dichiarato illegittimo dalla Corte suprema della Gran Bretagna). Nel 1990 gli Stati Uniti usarono Guantanamo Bay per imprigionare i rifugiati haitiani. Secondo il recente protocollo firmato con l’Italia, lo stato albanese dovrebbe cedere temporaneamente la propria sovranità nelle aree dove verranno realizzati i centri, consentendo al personale italiano (di polizia, sanitario, amministrativo, giudiziario) di esercitare le proprie funzioni.

 

Et Hem Bej mosque, Tirana, Albania
piazza Sheshi Skenderbej  e la moschea  Et Hem Bej- Tirana

 

Per ricevere assistenza dallo stato albanese, i migranti devono essere già deceduti: l’articolo 9 dell’accordo, infatti, prevede che i cadaveri possano sostare negli obitori del paese per 15 giorni. Tutte le spese saranno sostenute dall’Italia mentre la terra è data in offerta, così ha chiarito il premier Rama, con spirito di gratitudine verso Roma che ha accolto gli albanesi che scappavano dall’inferno negli anni Novanta.

 

 

Albanesi che emigrano negli anni Novanta

 

NEL CASO DI MIA MADRE e mio fratello, la fuga dall’inferno si è fermata a un preciso indirizzo: la casa dell’anziana disabile «signora Caterina», nel quadrante nord di Roma, in un quartiere noto per le simpatie neofasciste. La signora aveva tre figli che non vivevano più con lei e un ampio appartamento di cui mia madre e mio fratello occupavano una piccola stanza.

 

Due dei figli della donna avevano difficoltà a memorizzare il nome di mia madre, per questo veniva presentata agli ospiti come «la badante albanese», sottolineando: «albanese, ma molto onesta». Mia madre cucinava, puliva, lavava e vestiva la signora Caterina. Di tanto in tanto spolverava anche la piccola statua di Mussolini che la signora teneva accanto al letto. Sostiene che la pagassero molto bene: un milione di lire al mese, una somma che oggi, adattata all’inflazione, potrebbe corrispondere a circa 700 euro. «Per quante ore al giorno?», le ho chiesto mentre preparavo questo articolo. «24 su 24, ma avevo la libera uscita di domenica», mi ha risposto. «Avevi un contratto?». «No, mi fidavo».

 

Albania, Tirana, Skanderbeg square

Piazza  Skanderbeg, Tirana

 

MIA MADRE si era affezionata alla signora Caterina. Le due avevano trovato un terreno comune nella condanna unanime degli orrori del comunismo e nella rispettosa considerazione per il Duce: «un politico capace che ha fatto tutto per il bene dell’Italia», usava definirlo l’anziana signora. Mio fratello iniziò a frequentare la scuola più vicina, nel tragitto passava tutti i giorni di fronte a un muro dove campeggiava la scritta «Fuori gli albanesi». Faceva i compiti da solo, giocava con un gameboy di seconda mano e aspettava con ansia la domenica, quando la madre lo portava fuori per un gelato. Si riteneva un bambino fortunato.

 

nota : LINGUA ALBANESE

Roberto Vecchioni ci dà uno schema semplice della lingua albanese
https://www.la7.it/in-altre-parole/video/la-curiosita-sulla-lingua-albanese-di-roberto-vecchioni-11-11-2023-513200

per chi può : https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_albanese

 

 

POCHI GIORNI DOPO la sua partenza dall’Albania, un’altra nave che trasportava più di 100 migranti, principalmente donne e bambini, veniva speronata dalla guardia costiera italiana nel porto di Otranto. La maggior parte delle persone a bordo morì in mare. Il governo albanese aveva appena firmato un accordo che autorizzava l’Italia a usare la forza per prevenire l’ingresso dei barconi nelle sue acque territoriali. Anche in quell’occasione le autorità espressero gratitudine per l’ospitalità italiana.

 

Albania, Tirana, the Pyramid (Piramida)

La Piramide a Tirana

 

A settembre dello stesso anno mi trasferii anche io a Roma, con un visto di studi. Ricordo un giorno alla stazione Termini, quando aiutai una signora anziana a spostare la sua valigia: meno male che c’erano ancora giovani come me, disse lei, «che qui è pieno di albanesi». Ricordo la chiacchierata con un paziente nella sala di attesa di un medico quando mi disse che gli albanesi avevano la violenza nel sangue. E ricordo anche il racconto di un’amica giornalista che quando chiamava il suo direttore per informare di una rapina, uno stupro o un’uccisione, per prima cosa si sentiva domandare se i sospetti per caso fossero albanesi. Altrimenti ci sarebbe stato poco tiro per la notizia.

 

 

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Le aquile e il camaleonte

 

Gli albanesi, un tempo descritti come «barbari», «criminali» e «ladri» dai media italiani sono diventati oggi i bravi migranti per eccellenza. Molti si sono affermati come cantanti pop, ballerini e star televisive. Si sono integrati, esattamente come tutti i migranti tendono a fare qualche anno dopo il loro arrivo, quando il successo inizia a dipendere più dalla classe sociale che dalla provenienza geografica. Molti sono tornati in Albania e hanno investito lì i loro risparmi. Come mostrano molti studi sull’economia circolare, i migranti spesso tornano nei loro paesi di origine quando le condizioni lo permettono.

 

Albania, Tirana, Markata e Pishkut market

Mercato di Pinshkut-Tirana

 

TUTTE LE FAMIGLIE albanesi hanno ricordi simili ai miei, di quando venivano presentati come «albanesi, ma gran lavoratori», di quando tentavano di nascondere l’accento, di quando mentivano sulla propria nazionalità per ottenere un posto di lavoro. Tutti sono restii a raccontare le loro storie. Potrebbe sembrare ingrato. O forse è semplicemente doloroso.

 

I barbari oggi sono altri. Tra le pagine del Secolo d’Italia, giornale vicino a Fratelli d’Italia, i titoli assomigliano molto a quelli che leggevo nel mio periodo in Italia. Ma il bersaglio è cambiato: «I musulmani invadono l’Italia»; «l’Islam è pericoloso e solo gli idioti non lo capiscono»; «l’Italia è già invasa dagli islamici, presto saranno metà della popolazione».

 

 

Albania, Durres

Durazzo —  in albanese : Dures

 

LA MAGGIORANZA degli albanesi sono di origine islamica (tendevo a nascondere anche questo aspetto della mia famiglia). Ma le loro credenziali europee sembrano certe. L’anno scorso l’Albania ha iniziato le trattative per l’accesso all’Unione Europea. Ma che cos’è l’Europa?

«Non un club», secondo Meloni. Forse ha in mente più che altro una «civiltà». Forse persino una civiltà superiore, a giudicare dai titoli dei giornali che sostengono la sua linea. «Come sapete – ha dichiarato la premier alla conferenza stampa che annunciava il protocollo – A me non piace definirlo allargamento, mi piace parlare di riunificazione».

 

Albania, Durres province, old town of Kruja

Dures ( Durazzo ) vecchia città di Kruja- Museo Nazionale

 

MA RIUNIFICAZIONE è un termine giuridico. Presuppone la ricostituzione di un corpo sovrano precedentemente disgregato (viene in mente la Germania dopo il 1989). Tecnicamente l’unico periodo storico in cui l’Italia e l’Albania appartenevano allo stesso sistema giuridico è quello che va dal 1939 al 1943, quando Vittorio Emanuele III era diventato «Re d’Italia e d’Albania», a seguito dell’occupazione fascista.

 

«Albanesi e italiani sono una stessa razza», si scriveva nel 1941 in un articolo pubblicato sulla rivista La difesa della razzaun bisettimanale il cui segretario di redazione era Giorgio Almirante.

In seguito avrebbe ricoperto il ruolo di capo dello staff del ministero della Cultura nella Repubblica di Salò per poi diventare il leader del Movimento sociale italiano, partito neofascista dove Meloni ha mosso i suoi primi passi. Quando il primo ministro sostiene che non si tratta di allargamento ma di riunificazione, si sta rivolgendo al pubblico europeista illuminato o sta solleticando le fantasie della sua base più nostalgica?

 

 

Durres seafront promenade

Dures– Passeggiata di fronte al mare

 

 

FORTUNATAMENTE per Meloni, gli albanesi sono ancora troppo traumatizzati dal recente passato comunista per voler riaprire le remote ferite coloniali. La storia insegna che il modo in cui il centro coloniale rappresenta una crisi politica plasma la versione che viene proiettata nella periferia. Molti albanesi sembrano convinti del fatto che l’immigrazione sia un problema, nonostante la piaga reale del paese sia invece l’emigrazione (la costante fuga di cittadini).

ch. direi come in Italia !

 

Durres Romana Amphiteatre in Albania

Rovine dell’anfiteatro romano a Dures- Durazzo

 

L’OPINIONE PUBBLICA critica verso l’accordo Meloni-Rama, anche incarnata da intellettuali, ha offerto per lo più un triste spettacolo di ostinata distorsione dei fatti: grandiose celebrazioni dell’eredità greco-romana-cristiana del paese, imbarazzante silenzio sul periodo ottomano e su quello comunista, fino ad arrivare al razzismo puro e semplice. Ma mentre in molti stati europei questi discorsi sono alimentati da politici al governo, in Albania perlomeno si limitano ai commenti sulle reti sociali.
Il primo ministro albanese, dal canto suo, ha firmato l’accordo dichiarando di non voler rivendicare pubblicamente i suoi meriti. Scelta sorprendente, visto che due anni prima durante la trattativa per un accordo simile con la Gran Bretagna ci aveva tenuto a rendere esplicita la sua posizione: «L’Albania non sarà mai la discarica per migranti dei paesi ricchi». Cosa è cambiato?

 

 

 

Migranti sulla Geo Barents, 2022

 

L’AMICIZIA TRA I DUE PAESI, a quanto sembra. Ma la vera amicizia è fondata sulla reciprocità ed è interessante immaginare come Meloni avrebbe risposto se l’Albania avesse fatto una richiesta analoga. Dalle scorse elezioni politiche italiane, un netto aumento degli sbarchi in Italia ha portato all’implementazione di politiche sempre più securitarie.

Qualche settimana fa Meloni ha inviato una lettera al cancelliere tedesco Olaf Scholz in cui esprime il suo sconcerto di fronte alla decisione del governo tedesco di finanziare le Ong impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo. Secondo lei queste missioni di soccorso incoraggiano il traffico di essere umani, una tesi che come dimostrano molti studi tra cui uno recente di Harvardnon è fondata su alcuna prova empirica. La Ue, secondo Meloni, deve concentrare i suoi sforzi nella costruzione di «soluzioni strutturali» per i migranti.

 

LE SOLUZIONI STRUTTURALI, però, necessitano di una diagnosi adeguata del problema e di una valutazione coerente delle alternative. L’immigrazione non è un’emergenza: al contrario, aiuta a contrastare il declino demografico, e i paesi di provenienza beneficiano in ultima stanza degli effetti dell’economia circolare. Ma anche nel caso fosse un’emergenza, la posizione di Meloni è priva di fondamento logico. Il suo slogan «Prima gli italiani» è un principio egoista che non si può generalizzare. Se l’interesse nazionale trionfa sulla solidarietà internazionale, la sua «soluzione strutturale» non fa che perpetuare il problema che vorrebbe risolvere. Forse è proprio questo l’intento: non riformare l’Europa ma demolirla dall’interno. Non creare una nuova cornice per la giustizia cosmopolita ma semplicemente affermare la volontà di potenza delle nazioni, non Kant ma Nietzsche.

 

Silhouettes of people walking across bridge at sunset, Durres, Albania

Ponte pedonale a Durres.

 

 

È una visione coerente, anche se per niente auspicabile: una narrativa che ruota attorno al concetto di «civiltà», che distingue gli autoctoni da proteggere dai barbari da deportare, una «soluzione strutturale» che punta all’implosione della struttura. Questo è il vero motivo per cui l’unica concreta proposta sulle migrazioni è la rimozione fisica dell’Altro. La detenzione amministrativa già rende i migranti invisibili dietro le sbarre, con lo spostamento fuori dai confini anche le sbarre stesse spariscono dalla vista.

 

PURTROPPO FUNZIONA. La Germania e l’Austria stanno già valutando soluzioni di gestione extraterritoriale dei migranti. Il nuovo ministro degli Interni britannico James Cleverly ha commentato la sentenza della Corte suprema sugli accordi con il Ruanda sottolineando che «c’è interesse intorno a questo concetto».

 

Ma ci sono anche molte perplessità. Questi accordi sono spesso giuridicamente controversi (c’è una questione di compatibilità con il diritto internazionale e con i diritti umani), inefficienti dal punto di vista amministrativo (le procedure di valutazione dei casi potrebbero allungarsi ancora di più), economicamente dispendiosi (gli stati continuano a coprire tutte le spese) e moralmente dubbie. Violano quello che Kant chiamava un diritto cosmopolita, «il diritto dei cittadini del mondo di provare a fondare una comunità con gli altri».

 

 

Albania, Durres province, old town of Kruja

 

La città di Kruja, provincia di Durres, Durazzo

 

 

 

IL GUAIO È CHE questi progetti continuano a danneggiare anche quando falliscono, anzi proprio in quanto progetti fallimentari. Anche questo è «strutturale». Se agitare lo spauracchio delle migrazioni diventa la condizione per vincere le elezioni, gli avversari politici sfidano i partiti al governo proponendo misure sempre più dure, accrescendo il costo umanitario e incoraggiando l’ostilità verso le corti che rovesciano decisioni politiche problematiche.

 

Anche se il partito di Meloni appare più moderato oggi che governa il paese, la corsa al ribasso non si fermerà. L’autoritarismo non è qualcosa che c’è o non c’è, è un processo. Considerare l’immigrazione come un problema è il cavallo di Troia che rischia di incendiare la democrazia. La destra ha creato in Europa un’avanguardia della devastazione: provando a sostituire un lungimirante progetto di integrazione con il pericoloso mito di un passato comune, nascondendo lo sfruttamento del lavoro migrante con la criminalizzazione degli stranieri.

 

File:Mappa-Albania.png - Wikipedia

Cartina in italiano

 

 

 

 

Albania cartina immagini e fotografie stock ad alta ...
Cartina in albanese

 

 

L’ALTERNATIVA NON È discutere dei contorni ma rifiutare l’intera cornice, spostando l’attenzione sull’ingiustizia di un ordine globale che forza le persone a lasciare il proprio paese. E rivendicare maggiori diritti per i migranti (diritti politici e sociali) per fornire loro più strumenti per lottare.

 

La signora Caterina è morta tra le braccia di mia madre pochi mesi dopo averla incontrata. Lei e mio fratello sono poi tornati in Albania. Quando ha saputo dell’accordo con l’Italia mia madre ne è stata entusiasta. «Certo che l’Albania deve accogliere migranti, sono disperati, proprio come lo eravamo noi». Poi le ho spiegato come la «detenzione amministrativa» avrebbe consentito all’Italia di rifiutare quell’accoglienza che in qualche modo era stata offerta a lei. «Allora non è una soluzione – ha asserito – Solo propaganda. Ne abbiamo già vista parecchia in passato».

 

 

 

IL ROMANZO DI FELTRINELLI

 

Libera. Diventare grandi alla fine della storia - Lea Ypi - copertina

Libera. Diventare grandi alla fine della storia

 

di Lea Ypi(Autore)

Elena Cantoni(Traduttore)

Feltrinelli, 2022

 

 

Anni ottanta, a pochi chilometri da noi l’ultimo decennio del comunismo è appena cominciato. Lea Ypi è una bambina e la sua vita è scandita dalle promesse del socialismo di stato dell’Albania: un futuro preordinato, in cui si può crescere al sicuro tra compagni entusiasti. Tutto vero, fino al giorno in cui Lea si ritrova aggrappata a una statua di pietra di Stalin, appena decapitata dalle proteste degli studenti. Il comunismo non era riuscito a realizzare l’utopia. Il mondo attorno inizia a crollare. Lea si chiede chi è quel vecchio primo ministro dell’Albania accusato di collaborazione con i fascisti che porta il suo stesso cognome. Lei non sa che la sua famiglia paterna è una grande famiglia nobile dell’impero ottomano. Non sa che quando i suoi genitori parlano di amici appena laureati si riferiscono in realtà a fatti gravissimi. Lea sa che esiste la Coca-Cola solo perché nel mercato nero girano alcune lattine vuote, che diventano suppellettili rarissime. Con una nonna elegante, intellettuale e francofona, un padre che crede nei movimenti sociali del Sessantotto e una madre thatcheriana ultraliberista, Lea Ypi cresce attraversando questi tempi di rivoluzioni e di grande disorientamento, con un’educazione politica unica e ricchissima. La sua è una storia di faticosa liberazione dalle menzogne: quelle del regime comunista, quelle che la sua famiglia le racconta per proteggerla. Ma la menzogna più dolorosa è quella che si svela con il crollo del regime: la promessa di libertà segna invece l’inizio di un conflitto sanguinario. Il tentativo difficilissimo di entrare in Occidente è l’abisso di tutte le illusioni. Il Novecento è tramontato, ma dopo non c’è più nulla. La sensazione è claustrofobica: il progetto di costruzione di una società giusta è degenerato nella dittatura, ma la fine della dittatura non corrisponde alla libertà. E allora, la libertà, come si conquista?

 

 

SULL’AUTRICE :

 

Lea Ypi è saggista, esperta di marxismo e di teoria critica. Professore di Political Theory alla London School of Economics, ha fatto ricerca e ha insegnato nelle maggiori università del mondo: alla Sapienza, a Sciences Po, all’Università di Francoforte, al Wissenschaftszentrum di Berlino, all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli. Tra i suoi libri: Global Justice and Avant-Garde Political Agency (Oxford University Press, 2012), The Meaning of Partisanship (con J. White, Oxford University Press, 2016), Stato e avanguardie cosmopolitiche (trad. it. Laterza, 2016), Libera. Diventare grandi alla fine della storia (Feltrinelli, 2022).

 

 

 

l’altro libro della stessa autrice  in italiano:

 

Stato e avanguardie cosmopolitiche - Lea Ypi - copertina

Stato e avanguardie cosmopolitiche

Laterza, 2016

 

presentazione:

Gli autori che si rifanno al cosmopolitismo iniziano la riflessione da una visione ideale di come le leggi dovrebbero essere, ma omettono di considerare gli individui come essi sono; per contro, gli autori statisti perlopiù partono da un’analisi realistica della società ma tralasciano di considerare le potenzialità di trasformazione radicale delle leggi. In questo libro si propone una versione di cosmopolitismo concepito come agire politico di avanguardia. L’analisi è radicata in una concezione dialettica della giustizia sociale e dimostra come sia possibile promuovere la desiderabilità normativa dell’ideale cosmopolitico di eguaglianza grazie al contributo di forze politiche progressiste contenute nello Stato.

 

 

 

 

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DALLO SPETTACOLO— ” MORTE E VITA DI SEVERINO “—VI PRESENTO DUE BRANI DI CUI UNO ( O FUNERAL DO LAVRADOR ) CON IL TESTO E TRADUZIONE DI BARDOTTI

 

 

Morte e vita severina

altro  sulla traduzione in fondo

 

 

Morte e Vida severina é um livro do escritor brasileiro João Cabral de Melo Neto, escrito entre 1954 e 1955 e publicado em 1955.

Em 1965, Roberto Freire, diretor do teatro TUCA da PUC de São Paulo pediu ao então muito jovem Chico Buarque que musicasse a obra.

 

Si tratta di un libro del famoso poeta Joao Cabral de Melo Neto (1955), che nel 1965  Roberto Freire, direttore  del Teatro TUCA da PUC ( Pontificia Università ) di San Paulo chiese al giovanissimo Chico Buarque di musicare—

Da questo spettacolo è tratto il canto (non mi riesce di chiamarlo “canzone”) che vi faccio sentire: “o funeral do lavrador”

 

questa è la copertina del disco da me portato dal Brasile nel 1964;   questo è, invece,  il testo dello spettacolo

 

NOTA: se mai ne avessi il coraggio, preferirei una traduzione letterale, anche se so che l’ha tradotta il grande Sergio Bardotti, sotto gli occhi, molto probabilmente, del Chico–Questa versione che vi offro è per me la migliore, poi, come sapete…

 

DAL  BLOG “CANZONI CONTRO LA GUERRA”:

http://www.antiwarsongs.org/index.php?lang=it

 

 

questa canzone, la prima qui sotto, è dallo stesso spettacolo, la lascio perché mi sembra bella, anche se adesso non riesco a trovare il testo. Se potete godetevela così—la cantante la trovo eccezionale, e voi?
Si chiama ZELIA BARBOSA — è la stessa che canta anche il secondo brano

 

 

 

 

questa è il canto del testo che vi presento sotto: prima il portoghese, poi l’italiano

 

 

 

Esta cova em que estás
Com palmos medida
É a conta menor que tiraste em vida
É de bom tamanho
Nem largo nem fundo
É a parte que te cabe
Deste latifúndio
Não é cova grande
É cova medida
É a terra que querias
Ver dividida
É uma cova grande
Para teu pouco defunto
Mas estarás mais ancho

Que estava no mundo
É a conta menor que tiraste em vida
É a parte que te cabe
Deste latifúndio
É a terra que querias ver dividida
Estarás mais ancho que estava no mundo
Mas a terra dada
Não se abre a boca
É uma cova grande
Pra teu defunto parco
Porém mais que no mundo
Te sentirás largo
É uma cova grande pra tua carne pouca
Mas terra dada não se abre a boca.

 

 

Versione italiana del 1970 dall’album “Per un pugno di samba”, interpretata dallo stesso Chico Buarque e con le sorelle Mia Martini e Loredana Bertè come splendide e inquietanti coriste.
Testi e musiche sono di Sergio Bardotti e Chico Buarque.
Gli arrangiamenti di Ennio Morricone

FUNERALE DI UN CONTADINO

Questa fossa dove stai
larga poche dita
è il più piccolo conto
che hai pagato in vita
ha volume giusto
né largo né fondo
è la parte che ti tocca
del latifondo
non e una fossa grande
è giusta, precisa
è la terra che volevi
veder divisa
è una fossa grande
per un piccolo morto
ci starai più largo
di quand’eri al mondo
è una fossa grande
per un morto da niente
ma qui più che nel mondo
stai comodamente
è una fossa grande
la tua carne è poca
ma alla terra donata
non si guarda in bocca

inviata da Alessandro – 8/2/2010 – 21:46

 


 

 

 

Apprendo da Musica & Memoria che pure Anna Identici offrì una cover di questo brano di Chico Buarque…

“Altra cover da Chico Buarque. Incisa anche da Maria Carta e dal duo spagnolo Barbara & Dick (1967) che l’avevano anche proposta in spagnolo in precedenza, con un arrangiamento “folk-internazionale” più ritmato e accattivante dell’originale brasiliano. La versione della Identici, pubblicata sull’album “Il meglio”, del 1971, fa riferimento a questa di Barbara & Dick piuttosto che all’originale di Chico Buarque.”

 

 

DALLA NOTA DEL TRADUTTORE :

https://lanotadeltraduttore.it/it/libri/morte-e-vita-severina

 

Morte e vita severina

Traduzione da: João Cabral de Melo Neto / editore: Robin, 2005 – traduttori: Cristiana Bambini, Delia Occelli, Laura Rocchi, Riccardo Greco – Traduzione dal portoghese a cura di Antonio Tabucchi

João Cabral de Melo Neto pubblica giovanissimo la sua prima raccolta poetica, Pedra do sono (1942) dove già si intuiscono, sebbene oggetto di una progressiva scrematura operata nei lavori seguenti, quei motivi che caratterizzeranno i fondamenti della sua poetica. L’abolizione del cosiddetto poema-piada (poema-scherzo) allontana Melo Neto dal Modernismo, mentre la ricerca di equilibrio e la costruzione economica della frase prevalgono su un’ormai decaduta preoccupazione stilistica. Un deciso ribaltamento si afferma già a partire dal secondo volume, O engenheiro (1945): la sostanza poetica si muove dal surrealismo in direzione di un cubismo oggettuale simbolizzato dalla solidità della pietra, topos ricorrente.

Poesia strutturata da un rigore quasi matematico, da un’articolazione di termini concreti come barriera eretta contro ogni vaghezza e ambiguità; da un lavoro “artigianale” in cui raffinatezza ed audacia formale si compenetrano senza evadere dalla preoccupazione etica.

Poesia “sociale”, dunque e perfetto legame fra contenuto e forma, di vita e di arte.

Agli inizi degli anni ’50 Melo Neto matura l’idea di dare voce alla sua terra, il Penambuco, iniziando un percorso che si concluderà con Morte e vita Severina, terza e ultima opera della cosiddetta “trilogia del fiume”.

Anche i due poemetti O Rio e O Cão sem plumas, che la precedono, parlano del Nordeste, dei suoi fiumi e dei retirantes, i miseri contadini del Nordeste brasiliano che per colpa della siccità abbandonano la propria terra per cercare la sopravvivenza verso il litorale.

È precisamente questo il tema del terzo libro della trilogia, in cui il protagonista, Severino, segue il corso del fiume Capibaribe dal Sertão alla città di Recife. Durante il viaggio, si imbatte in diversi personaggi con i quali discorre della difficile vita nordestina e sembra concludere che ad essa è preferibile la morte. Il miracolo della nascita di un bambino figlio di un povero falegname ribalta, con un’inaspettata metafora della speranza, il pessimismo che segna l’opera e il percorso esistenziale del protagonista eponimo. Commissionato nel 1952 come opera teatrale natalizia dal teatro “O Tablado”, Morte e vita severina, auto de Natal pernambucano, trae ispirazione dalla notizia, letta dal poeta quando era console a Barcellona, secondo la quale l’aspettativa di vita in Pernambuco, terra di grande bellezza ma di grandi contrasti sociali, era di appena 28 anni, addirittura un anno in meno rispetto all’India.

Per questo la prima descrizione della vita nordestina in Morte e vita severina corrisponde a 28 versi.

La prima traduzione italiana di Morte e vida Severina, che risale all’edizione einaudiana del 1973, a cura di Tilde Barini e Daniela Ferioli, ci pareva non restituire del tutto la ricerca linguistica del poeta. Da qui la scelta di riproporre il testo in una versione rinnovata che si soffermasse in particolare sulla scelta dei termini lessicali, evitando le forme obsolete, e si indirizzasse verso un registro il più vicino possibile alla lingua parlata dalle classi sociali di estrazione contadina. Attraverso espedienti stilistico-formali come la ripetizione, che scandisce il ritmo del poema (caratteristica della filastrocca), la figura di Severino rimanda alla tipologia del cantastorie, invitandoci in un registro all’apparenza fuori dal tempo e che invece ci racconta la quotidianità dell’intera popolazione agraria del Nordeste del Brasile.

In quest’ottica, nei monologhi del protagonista Severino, costruiti secondo le strutture della literatura de cordel, ovvero quel corpus di narrazioni popolari originariamente recitate nelle piazze e contraddistinte da disavventure picare e cavalleresche, abbiamo ad esempio tradotto la forma allocutiva portoghese “Vossas senhorias” con l’italiano “Lorsignori”, che rimanda ad una tradizione culturale affine. In Morte e vida Severina, sorta di omaggio alla terra del Sertão, il poeta fa parlare il retirante con il linguaggio che gli è proprio. Parole asciutte, pronunciate da una bocca arida, scandite dal passo pesante sul pietrisco o da quello affaticato nel fango melmoso del litorale. L’evidente complessità del testo poetico e la necessità di evitare le forme ricercate o auliche, ci ha portato a tralasciare il rispetto meticoloso della rima per privilegiare il ritmo del verso e la musicalità della frase, soprattutto nei dialoghi, in cui la cadenza riveste un’importanza fondamentale. Numerose sono state le sfide poste dal testo, e altrettante le scelte, sempre frutto di vibranti dibattiti scaturiti all’interno di un gruppo di lavoro. Tra di esse, ad esempio, la possibilità di trasformare il personaggio di José in Giuseppe, affinché in italiano non si perdesse l’evidente riferimento evangelico, richiamato dall’autore in tutta l’ultima parte del poema. Il nostro gruppo di lavoro si è inoltre occupato della stesura di un glossario: in esso sono stati analizzati alcuni termini che, pur tradotti in italiano, meritavano una particolare attenzione e un diverso livello di approfondimento, anche in relazione al ruolo che ricoprono all’interno del contesto di riferimento. Una nota introduttiva di Antonio Tabucchi, infine, arricchisce l’edizione di alcune riflessioni essenziali alla comprensione della realtà sociale del nordeste del Brasile, allargando così la rosa dei lettori anche a coloro che non si riconoscono tra ‘gli addetti ai lavori’.

 

Riccardo Greco
traduttore e docente di letteratura portoghese e brasiliana
Università di Siena

 

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Quirinale @Quirinale #Quirinale — 15.11 — 24 febbraio 2024 ::: Presidente Mattarella al ministro dell’interno Piantedosi

 

 

 

 

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DUE DIVERSI GIORNALI DEL 24 FEBBRAIO 2024 ( LINK SOTTO )– ORE 16.40 ( notizia da ADNKRONOS ) — ” IL corpo di Navalny è stato restituito alla madre ” — la riportiamo aspettando altre conferme

 

IL DUBBIO   24 FEBBRAIO 2024 — 16:40

https://www.ildubbio.news/adnkronos/russia-portavoce-navalny-corpo-e-stato-consegnato-alla-madre-dtyuoyga

 

IL TIRRENO — 24 FEBBRAIO 2024

https://www.iltirreno.it/ultimora-adnkronos/2024/02/24/news/russia-portavoce-navalny-corpo-e-stato-consegnato-alla-madre-1.100478943

 

Russia: portavoce Navalny, ‘corpo è stato consegnato alla madre’

24 febbraio 2024

 

Mosca, 24 feb. (Adnkronos) – Il corpo di Alexei Navalny è stato restituito alla madre dell’oppositore russo. Lo ha confermato via X Kira Yarmysh che per anni è stata la portavoce di Navalny. “La salma di Alexei è stata consegnata a sua madre. Grazie a tutti coloro che hanno chiesto questo con noi”, ha scritto.

 


 


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Antonio Gramsci, 1923 / 24 –fondazione del GIORNALE ‘UNITA’ « Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale »

 

 

 

morte di Antonio Gramsci: (wikipedia)-

 

 

« Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini »
(Antonio Gramsci, lettera alla madre, 10 maggio 1928)

 

 

DA ARCHIVI ISTITUTO GRAMSCI — LINK AL FONDO

L’arresto e il processo

 

In Unione Sovietica è in corso la lotta fra la maggioranza di StalinBucharin e la minoranza di sinistra del Partito comunista, guidata da TrotskijZinov’evKamenev, che critica la politica della NEP, la quale favorisce i contadini ricchi a svantaggio degli operai, e la rinuncia alla rivoluzione socialista mondiale attraverso la costruzione del «socialismo in un solo paese» che porterebbe all’involuzione del movimento rivoluzionario. Il dissidio, che porta all’esclusione di Zinov’ev dall’Ufficio politico del Partito sovietico, si era fatto sempre più aspro con la costituzione in frazione della minoranza e si era esteso anche all’interno del Partito comunista tedesco, provocando una scissione. Il 18 ottobre il «New York Times», forse su ispirazione di Lev Trotsky, pubblicava il testamento di Lenin, con i suoi noti rilievi sul carattere di Stalin e sul pericolo rappresentato dal troppo potere che la carica di segretario del Partito gli concedeva.

Su incarico dell’Ufficio politico, Gramsci scrisse a metà ottobre una lettera al Comitato centrale del Partito sovietico.

Egli si mostra preoccupato per «l’acutezza delle polemiche» che potrebbero portare a una scissione che «può avere le più gravi ripercussioni, non solo se la minoranza di opposizione non accetta con la massima lealtà i principi fondamentali della disciplina rivoluzionaria di Partito, ma anche se essa, nel condurre la sua lotta, oltrepassa certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie formali». Riconosciuto ai dirigenti sovietici il merito di essere stati «l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi», li rimprovera di star «distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin: ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale».

 

Palmiro Togliatti

 

Nel merito del fondamento del contrasto – la contraddizione di un proletariato formalmente «dominante» in URSS, ma in condizioni economiche molto inferiori alla classe «dominata» – Gramsci appoggia la posizione della maggioranza, rilevando che «è facile fare della demagogia su questo terreno ed è difficile non farla quando la quistione è stata messa nei termini dello spirito corporativo e non in quelli del leninismo, della dottrina dell’egemonia del proletariato […] è in questo elemento la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti. Nella ideologia e nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente».

Gramsci concludeva esortando all’unità: «I compagni Zinov’ev, Trotskij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione […] sono stati i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo come ai maggiori responsabili dell’attuale situazione perché vogliamo essere sicuri che la maggioranza del CC dell’URSS non intenda stravincere nella lotta e sia disposta a evitare le misure eccessive […] l’unità e la disciplina in questo caso non possono essere meccaniche e coatte, devono essere leali e di convinzione e non quelle di un reparto nemico imprigionato e assediato che pensa all’evasione o alla sortita di sorpresa».

 

Togliatti, allora a Mosca quale rappresentante italiano all’Internazionale, criticò le ultime considerazioni che ripartivano, seppure in modo diseguale, le responsabilità delle due fazioni, credendo ancora nella illusoria possibilità di una compattezza del gruppo dirigente sovietico: a suo avviso, invece, «d’ora in poi l’unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo».

 

Non ci sarà tempo e occasione per approfondire la questione: lo stesso giorno in cui il Comitato centrale comunista doveva riunirsi clandestinamente a Genova, il 31 ottobre 1926, Mussolini subì a Bologna un attentato senza conseguenze personali, che provoca una tale pressione poliziesca da far fallire il convegno. L’attentato Zamboni costituì il pretesto per l’eliminazione degli ultimi, minimi residui di democrazia: il 5 novembre il governo sciolse i partiti politici di opposizione e soppresse la libertà di stampa. L’8 novembre, in violazione dell’immunità parlamentare, Gramsci venne arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Dopo un periodo di confino a Ustica, dove ritrovò, tra gli altri, Bordiga, il 7 febbraio 1927 fu detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Qui ricevette, in agosto, la visita del fratello Mario, le cui scelte politiche erano state opposte a quelle del fratello – già federale di Varese, ora si occupava di commercio – e, soprattutto, quella della cognata Tatiana, la persona che si manterrà sempre, per quanto possibile, in contatto con lui. L’istruttoria andò per le lunghe, perché vi erano difficoltà a montare su di lui accuse credibili: fu anche fatto avvicinare da due agenti provocatori – prima un tale Dante Romani e poi un certo Corrado Melani – ma senza successo.

 

Il processo a ventidue imputati comunisti, fra i quali Umberto TerraciniMauro ScoccimarroGiovanni Roveda, iniziò finalmente a Roma il 28 maggio 1928; Mussolini aveva istituito il 1º febbraio 1927 il Tribunale Speciale Fascista. Presidente è un generale, Alessandro Saporiti, giurati sono cinque consoli della milizia fascista, relatore l’avvocato Giacomo Buccafurri e accusatore l’avvocato Michele Isgrò, tutti in uniforme; intorno all’aula, «un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna». Gramsci è accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe.

Il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare»; e infatti Gramsci, il 4 giugno, venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione; il 19 luglio raggiunse il carcere di Turi, in provincia di Bari.

 

 

Il carcere

Fin da quando si trovava in carcere a Milano, Gramsci era intenzionato a occuparsi «intensamente e sistematicamente di qualche soggetto» che lo «assorbisse e centralizzasse la sua vita interiore». L’8 febbraio 1929, nel carcere di Turi, il detenuto 7.047 ottenne finalmente l’occorrente per scrivere e iniziò la stesura dei suoi «Quaderni del carcere».

 

La cella di Gramsci a Turi

Il primo quaderno si apre proprio con una bozza di 16 argomenti, alcuni dei quali saranno abbandonati, altri inseriti e altri ancora svolti solo in parte. Caratteristico era il suo modo di lavorare: quasi tutti i giorni, per alcune ore, camminando all’interno della cella, rifletteva sulle frasi da scrivere e poi si chinava sul tavolino, scrivendo senza sedersi, un ginocchio appoggiato sullo sgabello, per riprendere a camminare e a pensare.

A fare da tramite tra Gramsci e il mondo esterno, e in particolare con Piero Sraffa e tramite questi col Pcus e il PCdI, fu la cognata Tatiana Schucht, essendo la moglie di Gramsci tornata in Urss.

Intanto, il VI Congresso dell’Internazionale comunista, tenutosi a Mosca dal luglio al settembre 1928, aveva stabilito l’impossibilità di accordi con la socialdemocrazia, che veniva anzi assimilata allo stesso fascismo. Era la tesi di Stalin il quale, liquidata l’opposizione di Trotskij, eliminava anche l’influenza di Bucharin che, già suo alleato contro la sinistra di Trotskij, era rimasto il suo principale oppositore da destra. Al nuovo orientamento dell’Internazionale, riaffermato nel X Plenum del Comitato esecutivo nel luglio 1929, dovevano adeguarsi i Partiti nazionali, espellendo, se necessario, i dissidenti. Il Partito comunista d’Italia si adeguò alle scelte dell’Internazionale, espellendo Angelo Tasca in settembre e in successione, ma con l’accusa di trotskismo, prima Bordiga, poi, nell’aprile del 1930Alfonso Leonetti, Pietro TressoPaolo Ravazzoli.

 

Gramsci teneva, durante l’ora d’aria, dei “colloqui-lezioni” con i compagni di partito: non esistono dirette testimonianze delle opinioni espresse da Gramsci riguardo alla «svolta» politica del movimento comunista, ma può costituire un indiretto riferimento un rapporto che un suo compagno di carcere, Athos Lisa, amnistiato nel 1933, inviò subito al Centro estero comunista. Secondo quella relazione, Gramsci riferì la teoria della necessità dell’alleanza fra operai del Nord e contadini meridionali che già stava elaborando nei suoi Quaderni: «L’azione per la conquista degli alleati diviene per il proletariato cosa estremamente delicata e difficile. D’altra parte, senza la conquista di questi alleati, è precluso al proletariato ogni serio movimento rivoluzionario». Qui s’intende che il proletariato – la classe operaia – debba allearsi con i contadini e la piccola borghesia: «Se si tiene conto delle particolari condizioni nei limiti delle quali va visto il grado di sviluppo politico degli strati contadini e piccoli borghesi in Italia, è facile comprendere come la conquista di questi strati sociali comporti per il partito una particolare azione […]»

«La lotta per la conquista diretta del potere è un passo al quale questi strati sociali potranno solo accedere per gradi […] il primo passo attraverso il quale bisogna condurre questi strati sociali è quello che li porti a pronunciarsi sul problema istituzionale e costituzionale. L’inutilità della Corona è ormai compresa da tutti i lavoratori […] a questo obiettivo deve improntarsi la tattica del partito senza tema di apparire poco rivoluzionario. Deve fare sua prima degli altri partiti in lotta contro il fascismo la parola d’ordine della Costituente». Ma l’azione del partito «deve essere intesa a svalutare tutti i programmi di riforma pacifica dimostrando alla classe lavoratrice come la sola soluzione possibile in Italia risieda nella rivoluzione proletaria».

La richiesta di una Costituente, e dunque di un’iniziativa politica che si ponesse obiettivi intermedi, avrebbe comportato necessariamente una convergenza, per quanto temporanea, con altre forze antifasciste, e se è difficile considerare tale linea politica come «socialdemocratica», durante le discussioni nel cortile del carcere qualche suo compagno arrivò a sostenere che egli era ormai fuori del Partito comunista: probabilmente le reazioni di alcuni «erano esasperate dal clima di detenzione» ma certo le posizioni di Gramsci dovevano apparire «in contrasto con la linea politica indicata in quegli anni dal Partito comunista».

 

 

È in questo periodo che Gramsci venne a contatto con Sandro Pertini, componente del PSI e detenuto alla Casa Penale di Turi. Entrambi, nonostante i pensieri politici differenti, divennero grandi amici e Pertini, anche dopo la scarcerazione, ricordò spesso nei suoi discorsi il compagno e le tristi condizioni di salute che lo stroncavano.

Dal 1931 Gramsci, oltre al morbo di Pott di cui soffriva fin dall’infanzia, fu colpito da arteriosclerosi e poté così ottenere una cella individuale; cercò di reagire alla detenzione studiando ed elaborando le proprie riflessioni politiche, filosofiche e storiche, tuttavia le condizioni di salute continuarono a peggiorare e in agosto ebbe un’improvvisa e grave emorragia.

 

La tomba di Gramsci

 

Anche la moglie Giulia, in Russia, era sofferente di una seria forma di depressione e rare erano le sue lettere al marito che, all’oscuro dei motivi dei suoi lunghi silenzi, sentiva crescere intorno a sé il senso di un opprimente isolamento. Scriveva alla cognata: «Non credere che il sentimento di essere personalmente isolato mi getti nella disperazione […] io non ho mai sentito il bisogno di un apporto esteriore di forze morali per vivere fortemente la mia vita […] tanto meno oggi, quando sento che le mie forze volitive hanno acquistato un più alto grado di concretezza e di validità. Ma mentre nel passato mi sentivo quasi orgoglioso di sentirmi isolato, ora invece sento tutta la meschinità, l’aridità, la grettezza di una vita che sia esclusivamente volontà».

Quando la madre morì, il 30 dicembre 1932, i famigliari preferirono non informarlo; il 7 marzo 1933 ebbe una seconda grave crisi, con allucinazioni e deliri. Si riprese a fatica, senza farsi illusioni sul suo immediato futuro: «Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con l’intelligenzaottimista con la volontà […] Oggi non penso più così. Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per così dire. Ma significa che non vedo più nessuna uscita concreta e non posso più contare su nessuna riserva di forze».

Eppure lo stesso codice penale dell’epoca, all’art. 176, prevedeva la concessione della libertà condizionata ai carcerati in gravi condizioni di salute. A Parigi si costituì un comitato, di cui fecero parte, fra gli altri, Romain RollandHenri Barbusse, per ottenere la liberazione sua e di altri detenuti politici, ma solo il 19 novembre Gramsci venne trasferito nell’infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, il 7 dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia, sorvegliato in camera e all’esterno.

Il 25 ottobre 1934 Mussolini accolse finalmente la richiesta di libertà condizionata, ma Gramsci non rimase libero nei suoi movimenti, tanto che gli fu impedito di andare a curarsi altrove, perché il governo temeva una sua fuga all’estero; solo il 24 agosto 1935 poté essere trasferito nella clinica “Quisisana” di Roma. Vi giunse in gravi condizioni: oltre al morbo di Pott e all’arteriosclerosi, soffriva di ipertensione e di gotta.

 

Il 21 aprile 1937 Gramsci passò dalla libertà condizionata alla piena libertà, ma era ormai in gravissime condizioni: morì all’alba del 27 aprile, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale, nella stessa clinica Quisisana. Dopo la cremazione, il giorno seguente si svolsero i funerali, cui parteciparono soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana: le ceneri, inumate nel cimitero del Verano, furono trasferite, l’anno seguente, nel Cimitero acattolico di Roma, nel Campo Cestio.

 

 

 

 

 

DA : ARCHIVI ISTITUTO GRAMSCI

http://guida.archivigramsci.it/index.php?option=com_content&view=article&id=41&Itemid=3

 

 

ARCHIVIO CHE ORA E’ STATO MESSO ONLINE ALLA PORTATA DI TUTTI! —-

 

 

un pezzo della scheda che riguarda la vita:

 

ANTONIO GRAMSCI

…….

1913 Con la firma Alfa Gamma scrive sul  «Corriere universitario» gli articoli Per la veritàI Futuristi. Assiste in Sardegna alla campagna elettorale in vista delle prime elezioni a suffragio universale maschile (26 ottobre – 2 novembre).

1914 Ad ottobre, nel dibattito sulla posizione del Psi di fronte alla guerra, interviene su «Il Grido del popolo», con l’articolo Neutralità attiva ed operante.

1915 Interrompe gli studi universitari e si dedica al giornalismo, intensificando i rapporti con il movimento socialista. Nel dicembre viene assunto nella redazione torinese dell’«Avanti!». Contemporaneamente collabora al settimanale «Il Grido del popolo».

1917  Nel febbraio esce il numero unico della Federazione giovanile socialista piemontese «La città futura», da lui integralmente curato. A settembre assume la direzione dell’esecutivo provvisorio della sezione socialista di Torino e dirige fino a dicembre il «Grido del popolo». Fonda con un gruppo di giovani socialisti torinesi il «Club di vita morale».

1918 Il 15 dicembre esce il primo numero dell’edizione piemontese dell’«Avanti!» diretta da Ottavio Pastore, di cui è redattore insieme a Leonetti, Togliatti e Galetto.

1919  A febbraio pubblica un articolo dal titolo Stato e sovranità sul quindicinale «Energie nuove» di Piero Gobetti.

In aprile, fonda con Togliatti, Tasca e Terracini, «L’Ordine nuovo», settimanale di cultura socialista, il cui primo numero esce il 1° Maggio. Sempre a maggio è eletto nella Commissione esecutiva della sezione socialista torinese. Il 20 luglio durante lo sciopero di solidarietà con le repubbliche comuniste di Russia, è arrestato e inviato per qualche giorno alle Carceri nuove di Torino.

1920 A maggio, partecipa a Firenze, in qualità di osservatore, alla riunione della frazione comunista astensionista di Bordiga. A novembre prende parte al convegno di Imola, dove si costituisce ufficialmente la frazione comunista del Psi.

1921 Il 1° gennaio esce a Torino il primo numero de «L’Ordine nuovo» quotidiano, di cui assume la direzione. Partecipa a Livorno al XVII Congresso del Psi (15-21 gennaio). Entra a far parte del Comitato centrale del Pcd’I.

1922 Nel corso del II congresso del Pcd’I (20-24 marzo), viene designato a rappresentare il partito nell’Esecutivo dell’Ic. Nel maggio si reca insieme a Mosca con Bordiga e Graziadei. Dal 7 all’11 giugno, partecipa alla seconda conferenza dell’Esecutivo allargato dell’Ic. In difficili condizioni di salute, dopo i lavori della conferenza è ricoverato nella casa di cura Serebrjanij bor, dove conosce Eugenia Schucht, che vi è ricoverata, e, a settembre, sua sorella Giulia. Partecipa al IV Congresso dell’Ic (5 nov. – 5 dic.). Il 25 novembre incontra Lenin.

1923 Impossibilitato a rientrare in Italia, a causa del mandato di cattura spiccato contro di lui, rimane a Mosca. A giugno partecipa ai lavori del III Esecutivo allargato dell’Ic. Il 3 dicembre giunge a Vienna occupandosi tra l’altro della redazione della terza serie dell’«Ordine nuovo». Tiene un fitto carteggio con Togliatti, Terracini, Scoccimarro.

1924 Il 12 febbraio esce a Milano il primo numero de «l’Unità». Eletto deputato alle elezioni politiche del 6 aprile nella circoscrizione del Veneto, a maggio rientra in Italia. Entra nell’Esecutivo del Pcd’I e si trasferisce a Roma. Nell’agosto è eletto segretario del partito. Il 10 agosto Giulia dà alla luce il loro primo figlio, Delio.

 

 

 

+****+

 

 

da wikipedia: storia del giornale:

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27Unit%C3%A0

 

 

Nascita del quotidiano

Logo de l’Unità dal 1924.

I primi numeri de l’Unità – Quotidiano degli operai e dei contadini sono stampati a Milano, su una proposta di Antonio Gramsci fatta il 12 settembre 1923 al Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia. La prima sede dell’Unità era in Via Santa Maria alla Porta nei pressi di Corso Magenta

 

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« Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale »
(Antonio Gramsci, lettera per la fondazione de l’Unità, 12 settembre 1923[6])

Il giornale ha una tiratura media di 20.000 copie e giunge alle 34.000 copie nelle settimane successive al delitto Matteotti. Il 4 gennaio 1925 dopo il discorso del 3 gennaio 1925 con l’inizio dei poteri dittatoriali di Benito Mussolini il quotidiano uscì con questo titolo dato che era stato sequestrato per un giorno dal prefetto della provincia di Milano Vincenzo Pericoli:

« Il fascismo non si salverà con il terrore
La prossima riscossa si organizzerà intorno al Partito Comunista nei Comitati degli operai e dei contadini »

 

 

Inoltre la notizia del sequestro del giorno prima:

« Sequestro N.3
II Serie (totale 35)
PREFETTURA DI MILANO
gabinetto
IL PREFETTO
DELLA PROVINCIA DI MILANO
Visto il giornale l’Unità in data 3 gennaio 1925 N. 3, edito in Milano dalla Tipografia “Stige” sita in via Settala 22;
Ritenuto che detto giornale pubblica diverse notizie di pura cronaca e sport mettendo in sarcastico rilievo che esse sono tratte da altri giornali non stati sequestrati;
Ritenuto che ciò, dato i noti precedenti del giornale, ha condotto una violenta denigratoria campagna contro l’attuale ordinamento, costituisce evidente provocazione, e negli attuali momenti pericolo di reazione e conseguente turbamento dell’ordine pubblico:
Visto gli art. 4 del R.D. 15-7-1923 n. 3288 e R.D. 10-7-1924 n. 1081;DECRETAil sequestro del giornale del giornale l’Unità in data 3 gennaio 1925 N. 3 edito in Milano dalla Tipografia “Stige”.
Il signor Questore di Milano è incaricato dell’esecuzione del presente decreto da notificarsi per iscritto all’interessato.
Milano, lì 3-1-1925
Il Prefetto: f.to Pericoli »

 

 

 

 

Dopo il fallito attentato a Mussolini da parte del quindicenne Anteo Zamboni 31 ottobre 1926 il regime fascista reprime ogni opposizione rimasta e l’8 novembre 1925 la distribuzione del giornale è sospesa dal prefetto di Milano Vincenzo Pericoli assieme all’organo del Partito Socialista ItalianoL’Avanti dopo poco più di due anni dall’apertura e dopo esser arrivato a 261 numeri. L’ultimo numero dell’Unità esce con la notizia del sequestro con uno scarno comunicato:

« I sequestri dell’Unità
Il Prefetto della provincia di Milano ha ieri ordinato il sequestro del nostro giornale con la seguente motivazione:
“Considerato tutto il suo complesso è tale da eccitare gli animi con pericolo di turbamento dell’ordine pubblico decreta” ecc. ecc.
Il sequestro è avvenuto in macchina. »

Gli anni della clandestinità

Il 27 agosto 1927 esce il primo numero dell’edizione clandestina del giornale dopo solo sette mesi dalla chiusura, la sede è Lilla (Francia) in 40, Rue d’Austerlitz grazie al nuovo direttore, l’avvocato Riccardo Ravagnan. In seguito verrà pubblicato anche in ItaliaTorinoMilanoRoma.

Il 1º luglio 1942 l’Unità ritorna in Italia, seppure in clandestinità. La diffusione clandestina de l’Unità prosegue per tutta la seconda guerra mondiale e con l’arrivo degli alleati dal 6 giugno 1944 riprende a Roma la pubblicazione ufficiale del giornale. Il nuovo direttore è Celeste Negarville.

 

La Ricostruzione

Il 2 gennaio 1945 il giornale esce dalla clandestinità dopo quasi vent’anni e sposta la sua sede in via IV novembre a Roma, nella parte d’Italia da poco liberata dagli alleati e il nuovo direttore è Velio Spano, iscritto al PCI da vent’anni e combattente partigiano e direttore dell’edizione meridionale del quotidiano.

Dopo la Liberazione, escono nel 1945 l’edizione genovese, quella milanese e quella torinese. Nei primi mesi del 1945 i responsabili dell’edizione di Torino del quotidiano sono Ludovico GeymonatAmedeo Ugolini; tra i collaboratori del quotidiano ci sono Davide LajoloAda GobettiCesare PaveseItalo CalvinoElio VittoriniAldo TortorellaPaolo SprianoLuigi CavalloAugusto MontiMassimo MilaRaimondo LuraghiMassimo Rendina.

Nel 1945 si tiene a Mariano Comense la prima festa di diffusione del quotidiano, la Festa de l’Unità.

Il giornale crea una vasta rete di diffusione casa per casa della sua edizione domenicale; nei giorni “speciali” (25 aprile, 1º maggio) la tiratura supera il milione di copie.

 

 

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Alberto Petroccione @albertopetro2 – 6.39 — 21 febbraio 2024 — FORTUNATO DEPERO, 1916 — bellissimo, non lo conoscevano, grazie ! +++ da ARTE.IT — MOSTRA A PALAZZO MEDICI RICCARDI A FIRENZE fino a fine gennaio ’24

 

 

Fortunato Depero: Paese di tarantelle, 1916

 

 

 

il colore di questa foto è leggermente diverso…anche l’anno.. ce ne saranno due –

Fortunato Depero, Paese di tarantelle, 1918, Olio su tela, 117 × 187 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

 

 

ARTE.IT

FIRENZE | PALAZZO MEDICI RICCARDI | DAL 28 SETTEMBRE 2023 AL 28 GENNAIO 2024

https://www.arte.it/foto/fantastico-depero-1599/3#

 

 

ALTRI DEPERO SEMPRE DALLO STESSO LINK DI ARTE.IT

 

Grafica Depero. Cavalcata fantastica

palazzomediciriccardi.it/

 

 

 

Fortunato Depero, Mandarino per il

Fortunato Depero, Mandarino per il “Canto dell’usignolo”, 1919, Arazzo di lana e panno applicato su canovaccio di cotone, 64.5 × 53 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

 

 

 

Fortunato Depero, Ballerino di gomma, 1920, Tarsia in panno (arazzo), 60.5 × 60 cm, Collezione privata | Courtesy Museo Novecento, Firenze

Fortunato Depero, Ballerino di gomma, 1920, Tarsia in panno (arazzo), 60.5 × 60 cm, Collezione privata | Courtesy Museo Novecento, Firenze

 

 

 

 

Fortunato Depero, Il re di denari, 1936, Tarsia in panno (arazzo), 46.5 × 98 cm | Courtesy © Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto Provincia autonoma di Trento - Soprintendenza per i beni culturali

Fortunato Depero, Il re di denari, 1936, Tarsia in panno (arazzo), 46.5 × 98 cm | Courtesy © Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto Provincia autonoma di Trento – Soprintendenza per i beni culturali

 

 

 

Fortunato Depero, Nitrito in velocità, 1932 circa, Olio su tela, 60 × 90 cm | Courtesy © Musei Civici Fiorentini, Collezione Alberto Della Ragione

Fortunato Depero, Nitrito in velocità, 1932 circa, Olio su tela, 60 × 90 cm | Courtesy © Musei Civici Fiorentini, Collezione Alberto Della Ragione

 

 

 

Fortunato Depero, Marionette per i balli plastici, 1918, Olio su cartone, 30 × 30 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

Fortunato Depero, Marionette per i balli plastici, 1918, Olio su cartone, 30 × 30 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

 

 

 

Fortunato Depero, Cavalcata fantastica, 1920, Tarsia in panno (arazzo),  376 × 237 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

Fortunato Depero, Cavalcata fantastica, 1920, Tarsia in panno (arazzo),  376 × 237 cm, Collezione privata | Courtesy © Museo Novecento, Firenze

 

 

 

Fortunato Depero, I miei balli plastici, 1918, Olio su tela, 189 × 180 cm, Collezione privata | ©ourtesy © Museo Novecento, Firenze

Fortunato Depero, I miei balli plastici, 1918, Olio su tela, 189 × 180 cm, Collezione privata | ©ourtesy © Museo Novecento, Firenze

 

 

 

Con Depero. Cavalcata fantastica scopriamo a Palazzo Medici Riccardi dal 28 settembre 2023 al 28 gennaio 2024 il lavoro di Fortunato Depero, futurista e indiscusso maestro dell’arte del Novecento.

Prendendo spunto dalle due versioni del Nitrito in Velocità – capolavoro dell’artista conservato nelle raccolte dei Musei Civici Fiorentini donato dall’ingegnere navale Alberto Della Ragione alla città di Firenze all’indomani dell’alluvione del 1966 – la mostra si snoda attraverso i diversi ambienti espositivi di Palazzo Medici Riccardi, dando vita ad una vivace partitura cromatica concettualmente articolata attorno a tre nuclei tematici principali.

La prima parte della mostra – intitolata Depero. Cavalcata fantastica e ideata da Museo Novecento di Firenze – è dedicata agli studi per scenografie, bozzetti e figurini, che nell’opera di Depero sono abitati da modernissimi pupazzi, burattini e marionette come quelli della Commedia dell’arte e del teatro di piazza.

Una seconda parte della mostra è idealmente incentrata sulla lavorazione degli arazzi, attività che trova proprio a Firenze uno dei principali centri di diffusione.

Un’ultima sezione presenta infine un approfondimento sui temi della meccanizzazione del movimento e sul mito del progresso, all’origine di molte opere di Depero, che nel 1915 – in pieno conflitto mondiale – firmò assieme a Giacomo Balla il Manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo.

 

 

ANCHE IL TESTO COME LE IMMAGINI SONO DI  ARTE.IT
https://www.arte.it/foto/fantastico-depero-1599/8

 

 

 

DA :

PALAZZO RICCARDI.IT

Depero. Cavalcata fantastica

 

 

Biografia

 

Fortunato Depero tra le lampadine accese di un camerino, Fotografia Abeni & C., Milano 1927 Mart, Archivio del ‘900, Fondo Depero

 

Fortunato Depero nasce a Fondo (TN) il 30 marzo 1892 e si trasferisce giovanissimo con la famiglia a Rovereto.

Nel 1913 si trasferisce a Roma accompagnato da Rosetta Amadori, sua futura moglie. Qui conosce Giacomo BallaFrancesco CangiulloFilippo Tommaso MarinettiUmberto Boccioni ed aderisce al Futurismo nel 1915. A marzo dello stesso anno, è firmatario con Balla del manifesto Ricostruzione futurista dell’Universo.

Nel 1916 l’impresario de I Balletti Russi Sergej Djagilev gli commissiona la scenografia e i costumi per il balletto Le Chant du rossignol di Igor Stravinskij. Il progetto è ambizioso e getta le basi per quello che sarà il Teatro plastico ma purtroppo Depero non riesce a portarlo a termine.

Nel 1917 Depero incontra Gilbert Clavel, poeta svizzero per il quale realizza le illustrazioni del suo ultimo libro Un istituto per suicidi. Inizia così un’amicizia produttiva tra i due tanto che insieme metteranno in scena nel 1918 Balli Plastici.

Nel 1919 rientra con la moglie a Rovereto dove apre la Casa d’Arte Futurista Depero, un laboratorio artistico nel quale produrre oggetti di design e, soprattutto, le grandi tarsie in panno.

Nel settembre del 1928 parte con la moglie Rosetta alla volta di New York dove vuole aprire una succursale americana della sua Casa d’arte, il progetto della Depero’s Futuristic House non riscuota il successo sperato. Depero in questi anni lavora soprattutto in ambito pubblicitario realizzando le copertine di alcuni numeri per Vanity FairNews Auto Atlas e Venus Pencil.

Nel 1930 rientra in Italia e nel 1932 espone alla XVIII Biennale di Venezia il Nitrito in velocità.

Nel 1948 torna nuovamente a New York per alcune esposizioni. L’ambiente americano è però molto cambiato e gli artisti futuristi non sono così ben visti ragion per cui Depero è costretto a rientrare in patria senza alcun successo.

Nel 1957, in collaborazione con il Comune di Rovereto, allestisce la Galleria Permanente e Museo Depero donando al comune un grandissimo nucleo di opere, disegni, manoscritti e libri che sono confluiti in seguito nel Fondo Depero del Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Fortunato Depero muore a Rovereto il 29 novembre 1960.

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TG LA 7 ORE 20.00 — 23 febbraio 2024 — interessante in genere … si vedono bene le mangallenate della polizia a Firenze e a Pisa – di Catania ( notizie Cgil, su Patria Indipendente ) non parla nessuno.

 

se vuoi, apri qui

https://www.la7.it/tgla7/rivedila7/tg-la7-23-02-2024-528012

 

25 °  min. — inizia a parlare dei manichini bruciati su cui è intervenuto Mattarella

— qui la presidente del consiglio fa ridere

27° min– manganellate

 

 

 

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DALLA-GUCCINI – VECCHION IN UN’OSTERIA NEL 1977 CANTANO MOLTO BENE AFFIATI ” Porta Romana ” – video pare .. rarissimo !

 

 

 

 

PORTA ROMANA

Porta Romana bella, Porta Romana
ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno,
prima la buonasera e poi la mano.
“E gettami giù la giacca ed il coltello
che voglio vendicare il mio fratello,
e voglio vendicare il mio fratello,
e gettami giù la giacca ed il coltello.
La via a San Vittore è tutta sassi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi.
la via a San Vittore è tutta sassi.
La via Filangeri è un gran serraglio,
la bestia più feroce è il commissario,
la bestia più feroce è il commissario,
la via Filangeri è un gran serraglio.
In via Filangeri c’è una campana:
ogni volta suona è una condanna,
ogni volta suona è una condanna,
in via Filangeri c’è una campana.
Prima faceva il ladro e poi la spia,
e adesso è delegato di Polizia,
e adesso è delegato di Polizia, p
rima faceva il ladro e poi la spia.
O luna che rischiari le quattro mura
rischiara la mia cella ch’è tanto scura,
rischiara la mia cella ch’è tetra e nera:
la gioventù più bella morì in galera.
O luna, luna, luna che fai la spia
bacia la donna d’altri, ma non la mia.
Amore, amore, amore, amore un corno,
di giorno mangio e bevo, di notte dormo.
Ci sono tre parole in fondo al cuore:
la gioventù, la mamma ed il primo amore.
La gioventù la passa, la mamma muore
e resti come un deficente col primo amore.”
Porta Romana bella, porta Romana,
ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno:
prima la buonasera e poi la mano…

 

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JOSE’ CARRERAS CANTA ” IDEALE —

 

 

 

 

Testo Ideale – Francesco Paolo Tosti

Testo della canzone Ideale (Francesco Paolo Tosti), tratta dall’album Romanze

Io ti seguii come’iride di pace
Lungo le vie del cielo
Io ti seguii come un’amica face
Della notte nel velo
E ti sentii ne la luce, ne l’aria
Nel profumo dei fiori
E fu piena la stanza solitaria di te
Dei tuoi splendori

In te rapito
Al suon de la tua voce
Lungamente sognai
E de la terra ogni affanno, ogni croce
In quel giorno scordai

Torna, caro ideal
Torna un istante
A sorridermi ancora
E a me risplenderà nel tuo sembiante
Una novell’aurora
Una novell’aurora

Torna, caro ideal, torna, torna

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video, 3.56 min. Feuerfest è una polka-francese composta da Josef Strauss nel 1869; la partitura prevede che un percussionista colpisca un’incudine con un martello, ricordando la costruzione e la solidità della cassaforte.

 

Fu composta perper celebrare la 20.000esima cassaforte ignifuga prodotta dell’azienda Wertheim

 

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TOMASO MONTANARI :: Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana — VOLERE LA LUNA,  22 FEBBRAIO 2024 +++ È uno stralcio del discorso di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Siena, svolto dal rettore il 19 febbraio 2024.

 

 

VOLERE LA LUNA 

22 FEBBRAIO 2024

 

TOMASO MONTANARI

Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana

 

 

Il professor Bora Avsar ha appena letto, nell’originale turco, la dodicesima lettera a Taranta Babu, accompagnata, sullo schermo, da una sua nuova traduzione italiana e dalle illustrazioni che Renato Guttuso le dedicò nel 1960. L’autore è Nazim Hikmet, uno dei maggiori poeti europei del Novecento, un turco cosmopolita innamorato dell’Italia, che finse di pubblicare le lettere in cui un giovane abissino, poi arrestato e giustiziato a Roma, annunciava a sua moglie l’imminente arrivo dell’invasione coloniale italiana. Quando uscì, era il 1935, il governo fascista di Mussolini ottenne dalle autorità turche che il titolo fosse cambiato: non Un giovane abissino in Italia, ma Lettere a Taranta BabuUn professore che è insieme curdo, turco e italiano, legge e traduce in italiano versi turchi nei quali parla un giovane africano, in Italia. Questa è la vita quotidiana dell’Università per Stranieri di Siena: traduzione, comparazione, mediazione. Vederci con gli occhi degli altri, imparare a scambiarci gli sguardi, studiare ogni giorno come i confini ci attraversino.

Il nuovo gonfalone della nostra università, oggi per la prima volta uscito in pubblico e dipinto dal maestro Francesco Del Casino – l’inventore senese dei murales di Orgosolo, che è ormai parte della nostra comunità – rappresenta la Stranieri come una sirena dalla doppia natura: radicata nella nostra amatissima città di Siena, ma aperta al mondo. Impegnata per la pace, e rivolta allo studio di ogni differenza, come dimostrano le piccole applicazioni ceramiche, create da giovani persone con autismo.

La nostra università nasce come scuola di lingua e cultura italiana per stranieri, nel 1917, nel mezzo della Grande Guerra. Nel 1992 diventa università, e la legge la apre anche alle studentesse e agli studenti italiani, con la missione statutaria di essere «impegnata nella diffusione del plurilinguismo e del multiculturalismo». Lo abbiamo fatto innanzitutto affiancando all’insegnamento dell’italiano a stranieri, l’insegnamento di molte lingue agli italiani. Oggi siamo a 14: le ultime arrivate sono ucraino, turco, swahili. In cantiere ci sono vietnamita, neogreco, e in prospettiva l’ebraico.

E un nuovo corso di studi, che speriamo di attivare dal prossimo autunno, si chiamerà “Plurilinguismo, traduzione, interpretazione”. La mediazione culturale continua a sembrarci una prospettiva straordinariamente importante per costruire pace non solo nel mondo, ma nel cuore delle nostre città. La radice della guerra, lo sappiamo, è nel desiderio di dominio e possesso; nella diffidenza per il diverso che diventa odio, e poi industria politica della paura. «Casa mia, casa tua che differenza c’è?»: perfino al Festival di Sanremo ha fatto irruzione la questione centrale del nostro tempo. Un ‘italiano vero’ che canta in arabo ha mostrato al Paese quello che il Paese è già. Qua alla Stranieri studiamo che, no, non c’è differenza morale, e che le differenze culturali invece ci sono, per fortuna: e sono una straordinaria ricchezza, una cruciale occasione per crescere insieme. Per ridiscutere profondamente il concetto di identità.

Ma perché iniziare proprio con i versi di Hikmet, belli e terribili? Perché oggi è il 19 febbraio. È il giorno in cui, da tempo, si chiede di poter celebrare una giornata nazionale di memoria delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana, stimate ben sopra le 500.000

Il 19 febbraio 1937, dodicesimo giorno del mese etiopico di Yekatit, iniziò la violenta rappresaglia italiana in ritorsione al fallito attentato al maresciallo Graziani, il boia del Fezzan, che in capo a qualche mese fece circa 20.000 vittime, culminando nell’eccidio del monastero di Debra Libànos, «il peggior crimine di guerra dell’Italia».

Di questo ci parlerà, nella sua lezione inaugurale, il professor Paolo Borruso, che saluto e ringrazio. E nell’altra lezione inaugurale, la dottoressa Igiaba Scego – un’amica della Stranieri che torna da noi, e che pure saluto e ringrazio – ci dirà in quali modi possiamo convivere con il patrimonio culturale coloniale. Come capirete, le parole e la musica di Jadel Andreeto e del Buthan Clan, che siamo felici di avere tra noi, saranno una parte integrante del nostro discorso collettivo.

Decolonizzazione è la parola chiave di questa giornata. Una definizione efficace di decolonizzazione è quella di Edward Said, grandissimo intellettuale palestinese, instancabile costruttore di pace. Un nome che non si può oggi pronunciare senza chiedere, e tutta la nostra comunità accademica lo chiede, un immediato cessate il fuoco a Gaza. Said diceva che per decolonizzare i rapporti internazionali, ma anche i rapporti interni alle comunità nazionali (quelli tra uomini e donne, per esempio, ancora segnati da un fortissimo dominio maschile), bisogna sciogliere l’«intreccio di potere e conoscenza» che fa di ciò che chiamiamo cultura anche un luogo di dominio di alcuni su altri, provando invece a renderlo un luogo di costruzione dell’umanità di tutte e tutti. L’Università per Stranieri di Siena – è ancora il nostro Statuto a dirlo – «promuove e favorisce la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza che nasce dal reciproco riconoscimento e dal vicendevole rispetto».

Il nostro modo per fare questo – un modo tipicamente umanistico – è legare passato e futuro. Studiare, riesaminare, interpretare l’eredità culturale del passato (dalle letterature ai patrimoni culturali) per costruire un futuro diverso. Studiare la differenza di genere, studiare le migrazioni e le vite delle persone migranti in Italia, studiare le relazioni internazionali da ogni punto di vista, significa da una parte dare un contributo alla ridefinizione del concetto di identità, e contemporaneamente definire “una nuova etica delle relazioni”. Questa ultima espressione è il sottotitolo di un documento chiave del processo di decolonizzazione europea (il Rapporto francese sulla restituzione del patrimonio culturale africano del 2018), chiesto dal presidente Macron e firmato dall’economista senegalese Felwine Sarr e dalla storica dell’arte francese Bénédicte Savoy.

Vi si legge che «pensare alla restituzione implica molto di più che esplorare il passato: si tratta soprattutto di costruire ponti verso relazioni future più eque». È così anche per il nostro lavoro: leggere i versi di Nazim Hikmet significa capire fino in fondo cosa ha fatto l’Italia, per poter consapevolmente costruire un futuro diverso. Nel nostro caso non si tratta della restituzione materiale di oggetti (anche se pure questo è un fecondo campo di studi), ma della restituzione morale di riconoscimenti reciproci, tra popoli e tra persone. Questa prospettiva decoloniale è l’unica possibile, pensiamo, per una Università per Stranieri italiana nell’anno 2024. Per questo, l’altro nuovo corso di laurea che abbiamo costruito si chiamerà “Decolonizzazione e sostenibilità. Ambiente, paesaggi, patrimoni culturali”. […]

Coltivare in questo Paese gli anticorpi del pensiero critico ci pare importante, urgente. Ci pare l’unica strada per rimanere umani, e civili. Nell’anno 2023 anche il nostro ateneo ha partecipato alle celebrazioni per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Nella sua celebre Lettera ai giudici, documento chiave della storia del pacifismo del Novecento, il Priore di Barbiana ricorda la sua esperienza di alunno in una scuola italiana nazionalista, spiegando con parole non fraintendibili ciò che la scuola (e l’università, qua amiamo ripetercelo, è scuola) non deve fare: «Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo tredici anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler». Noi crediamo a una università che formi, semmai, alla disobbedienza: intesa come esercizio, non condizionato e non sorvegliato, del pensiero critico. Martin Luther King ha detto che l’autonomia universitaria è una realtà moderna perché anticamente Socrate praticò la disobbedienza civile. Noi crediamo che avesse ragione.

Un unico filo lega le nostre scelte dello scorso anno. Abbiamo ospitato qua, insieme all’Università degli Studi, un confronto tra tutte e tutti i candidati a sindaco di Siena: rivendicando la nostra assoluta terzietà, ma insieme il nostro interesse per la sorte della polis. Abbiamo rivendicato la nostra libertà di esporre, o non esporre, le bandiere: e devo ringraziare pubblicamente la ministra dell’Università perché, pur nella palese diversità di giudizio di merito, ha garantito con adamantina coerenza l’autonomia universitaria affermata nella Costituzione su cui ha giurato. È lo stesso senso di autonomia per cui manteniamo aperti i canali con le università russe e la certificazione della lingua russa, e contemporaneamente abbiamo dato una laurea honoris causa a Liudmìla Petrucèskaia, una intellettuale che, esortando i soldati russi alla diserzione, ha restituito a Putin il massimo premio culturale russo. È il senso di autonomia per cui abbiamo dedicato una sala di lettura a Michela Murgia, simbolo di una funzione intellettuale non subordinata al potere. È il senso di autonomia per cui non abbiamo aderito al boicottaggio delle università israeliane: perché le università sono sempre luoghi di dissenso da tutelare e promuovere, anche (anzi, soprattutto) in una situazione terribilmente compromessa come quella, con una strage che rischia di avvicinarsi ogni giorno di più a un genocidio. Questo è ciò che siamo, e che sempre meglio vogliamo essere. […]

Abbiamo istituito, e messo in Statuto – prima università in Italia – un Osservatorio sulla precarietà che possa costantemente monitorare l’andamento del lavoro precario, e fornisca pareri formali al governo dell’Ateneo sui piani di fabbisogno del personale.

Pensiamo che non si possa fare bene didattica e ricerca se le si fanno sulle spalle di docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo il cui lavoro non è sicuro e dignitoso. Brecht si chiedeva se fossero stati i re di Tebe a strascicare i blocchi di pietra delle sue sette porte: anche noi vorremmo costantemente chiederci su quale lavoro e su che qualità della vita di tutte e di tutti costruiamo la nostra università. E permettetemi qua di dire che questa domanda riguarda in modo urgente, e direi, straziante, tutta l’Italia, nel momento in cui nel cantiere Esselunga di Firenze si sono recuperati i corpi di quattro operai e se ne cerca disperatamente un altro, quello di un diciannovenne venuto in Italia come un fantasma senza corpo e senza diritti, fino al momento in cui di quel corpo tutti ci siamo accorti nel modo più terribile. […]

La persona è il punto che ci sta più a cuore. Per questo nell’ultimo anno abbiamo scelto di avere tra i ricercatori, come research fellows, due colleghi con disabilità, i professori Luca Casarotti e Paola Tricomi, che ringrazio e saluto. Se l’accesso dell’università italiana agli studenti con disabilità è un nodo ancora largamente non risolto, ancora più grave è la questione dell’accesso alla docenza di chi, a parità (spesso anzi in condizioni di superiorità) di conoscenze e qualità di ricerca, ne è escluso semplicemente perché nessuna delle nostre strutture di ricerca analogiche o digitali (a partire dagli strumenti bibliografici) è concepito per chi ha una abilità diversa. Su questo, speriamo che la nostra (piccola) esperienza possa essere utile all’intera comunità universitaria nazionale.

Un poeta napoletano, Francesco Nappo, ha scritto due versi in cui ci riconosciamo profondamente: «La patria sarà | quando saremo tutti stranieri». È l’aspirazione ad un nuovo giorno: davvero adatta per coronare questo inizio solenne di un nuovo anno accademico. È stato detto che «bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci». Non solo ci crediamo, ma tutto il nostro lavoro collettivo è perché l’aurora di quel giorno si affretti.

È uno stralcio del discorso di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Siena, svolto dal rettore il 19 febbraio 2024.

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Collettiva @collettiva_news — 14.54 — 23 febbraio 2024 — grazie di condividere !

 

A Pisa, Firenze e Catania stamattina, durante i cortei studenteschi la polizia ha caricato glil studenti, molti dei quali minorenni. Lo stato della democrazia nel nostro Paese è ogni giorno più precario, e la piega che il governo Meloni sta prendendo sa sempre di più di ventennio

 

 

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u t k u tun @utktun — 18.25 27 agosto 2020 — grazie ! – photo di David Seymour– Profughi dalle zone di guerra civile Grecia 1948

 

 

“la pace è necessaria per tutti”

Profughi dalle zone di guerra civile Grecia 1948

David Seymour #photography

 

 

Immagine

 

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MICHAEL J. SANDEL — LA TIRANNIA DEL MERITO – Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti –FELTRINELLI + altro

 

 

 

La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti - Michael J. Sandel,Corrado Del Bò,Eleonora Marchiafava - ebook

La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti

C’è un’idea molto radicata su entrambe le sponde dell’Atlantico: chi lavora sodo e gioca secondo le regole avrà successo, sarà capace di elevarsi fino a raggiungere il limite del proprio talento. È una retorica dell’ascesa, che anche il Partito democratico americano e i partiti della sinistra moderata europea hanno scelto come soluzione ai problemi della globalizzazione, primo fra tutti la disuguaglianza. Se tutti hanno le stesse opportunità, allora chi emergerà grazie al proprio talento o al proprio sforzo se lo sarà meritato. Se invece non riuscirà a emergere, la responsabilità sarà soltanto sua. È questo il lato oscuro dell’età del merito. Le élite che pretendono di interpretare la tradizione della sinistra moderata hanno in realtà voltato le spalle a chi dell’élite non fa parte. In una società nella quale l’uguaglianza delle opportunità rimarrà sempre una chimera, il contraccolpo populista degli ultimi anni è stato una rivolta contro la tirannia del merito, che è umiliante e discriminatoria. Da questa ondata populista, dimostra il filosofo Michael Sandel, dobbiamo imparare: non per ripeterne gli slogan xenofobi e nazionalisti, ma per prendere sul serio le richieste legittime che ne sono all’origine. Sandel risponde così alla Brexit, al fenomeno Trump e all’avanzata inarrestabile dell’estrema destra in Europa, offrendo una strategia teorica e politica per ripensare il bene comune.

 

 

 

Michael J. Sandel

Michael J. Sandel

Professore di Filosofia politica e Teoria del governo alla Harvard University. I suoi corsi ad Harvard sono molto famosi e in particolare quello popolarissimo anche all’estero intitolato Justice (visibile online: www.justiceharvard.org). Sandel è spesso ospite di università in Europa (tra cui Oxford e la Sorbona) e in Asia, e le sue opere sono state tradotte in ventuno lingue. Dal 2002 al 2005 è stato membro del Council on Bioethics, un organismo che dipende direttamente dalla presidenza degli Stati Uniti e che esamina le implicazioni etiche delle tecnologie biomediche. Per l’eccellenza del suo insegnamento, gli è stato conferito lo Harvard-Radcliffe Phi Beta Kappa teaching Prize.
In Cina è stato definito “il più influente straniero dell’anno” nel 2010.
Suoi interventi appaiono abitualmente su “The Atlantic Monthly”, “The New Republic” e “The New York Times”. Dei suoi libri in italiano ricordiamo: “Il liberalismo e i limiti della giustizia” (Feltrinelli, 1994), “Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica” (Vita e Pensiero, 2008), “Giustizia. Il nostro bene comune” (Feltrinelli, 2010).

 

 

DOPPIOZERO  11 APRILE 2011
https://www.doppiozero.com/la-tirannia-del-merito

 

 

Sandel e Cottarelli / La tirannia del merito

Nel suo libroAll’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, (Feltrinelli, Milano 2021, che ha in copertina l’immagine stilizzata di un labirinto, et pour cause) Carlo Cottarelli afferma una verità inconfutabile: la tutela del merito è «un fondamentale principio di efficienza economica». La parte seconda dell’opera, quella che narra il ritorno dall’inferno (vogliamo sperare) è infatti dedicata al merito, principio tanto lodato e magnificato quanto spinoso e non scevro di problemi.

Lo mostra infatti, con dissimili conclusioni, un altro testo di un altro autore ma della stessa casa editrice:La tirannia del merito (Feltrinelli, Milano 2021), che traduce la versione originale The Tyranny of Merit, di Michael Sandel. Sandel, la star mondiale della filosofia politica, il docente ad Harvard che incanta migliaia e migliaia di studenti nelle sue lezioni nella prestigiosa università statunitense ma anche sul web. Bene. Il testo di Sandel è integralmente dedicato al merito, all’efficienza della scelta effettuata secondo il merito, ma anche ai suoi effetti collaterali non sempre positivi e, nei confronti della giustizia, decisamente pessimi.

 

Un grado sufficiente di possibilità

 

Torniamo all’economista  ( Cottarelli) e all’efficienza produttiva che richiede il merito per distribuire incarichi e compensi individuali. Per lasciar operare correttamente questo criterio bisogna puntare, afferma Cottarelli, sul dare a tutti le stesse chances o uguaglianza di possibilità o meglio, per essere realisti, «un grado sufficiente di possibilità».

Quando si cominciò a parlare di questi temi anni fa si usava l’immagine della corsa a condizioni impari: è ovvio che se si allineano sulla linea di partenza la gazzella e la tartaruga, al traguardo arriverà la gazzella, come Achille del resto, a meno che non ci metta lo zampino Zenone e gli faccia percorrere tutti i punti della linea uno dopo l’altro accordando un piccolo vantaggio alla tartaruga. Ma se la tartaruga venisse adeguatamente allenata? Ce la potrebbe fare? Fornire a tutti il grado sufficiente di possibilità vorrebbe dire equiparare le condizioni di partenza con espedienti tali da annullare i vantaggi di cui godono le gazzelle alla nascita: zampe lunghe e elastiche, allenamento costante per sfuggire ai leoni della savana: talenti ed esercizi che alla tartaruga non sono dati. Commenteremo dunque questo esempio con le parole di John Rawls, grande filosofo politico e teorico del liberalismo egualitario del Novecento, nonché forte critico della meritocrazia:

«Nessuno merita il posto che ha nella distribuzione delle doti naturali, più di quanto non merita la sua posizione di partenza nella società. L’affermazione che un uomo merita il carattere superiore che lo mette in grado di fare uno sforzo per sviluppare le sue capacità è altrettanto problematica; il suo carattere infatti dipende in buona parte da una famiglia e da circostanze sociali a lui favorevoli, cose per cui non può pretendere alcun merito» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, Milano 1982, p. 89).

 

Merito passivo e merito attivo

 

Davanti a talenti assegnati dal destino o merito passivo, zampe lunghe o alto Q.I., è facile dire che se non c’è responsabilità individuale non c’è merito. Ma anche la posizione che riconosce il merito attivo, quello che ha a che fare con la componente dello sforzo, la posizione cioè che mette in conto le diseguaglianze perché esse riflettono non le doti ma le ambizioni degli individui e le loro scelte responsabili, è indebolito dalla critica di Rawls. E se l’ambizione e la capacità di sforzarsi e di compiere scelte astute non fossero nient’altro che doti naturali, o capacità che si apprendono socialmente in certi contesti educativo-ambientali e non in altri, come sostiene Rawls? Per una scelta pienamente consapevole nei confronti dell’impegno e dello sforzo sono infatti necessarie premesse quali capacità di previsione, fiducia in se stessi, forza di volontà, costanza ecc., qualità in gran parte dipendenti da fattori ereditari, ambiente di nascita, cure parentali ed educative. Insomma Rawls mette a tacere entrambe le componenti del merito, entrambe ingiuste: il talento/ doti naturali, e la capacità di impegnarsi.

 

Umiliati e meritevoli

 

Ma la critica più forte al merito era arrivata vent’anni circa prima di quella di Rawls, e proprio dall’inventore, nel 1958, del termine meritocrazia, il sociologo inglese Michael Young. Ed era stato lo stesso Young a ideare l’equazione del merito universalmente accettata, ovvero:

Q.I. (talento, doti naturali) + sforzo (impegno, applicazione) = merito.

Attenzione però, perché nel suo The Rise of Meritocracy Young descrive la società meritocratica come una distopia della peggior specie, mostrando tramite l’espediente dell’ironia, le due facce della medaglia, cioè vantaggi e svantaggi della società meritocratica. Uno degli svantaggi peggiori, dal punto di vista sociale, è la divisione della società in intelligenti e stupidi; in istituzioni di serie A, popolate da persone per lo più arroganti, competitive, aggressive e prive di valori morali, e istituzioni di serie B che raccolgono persone in gran parte demoralizzate, avvilite e umiliate nella loro autostima. Si può ridurre a «invidia» il sentimento che proveranno questi ultimi nel vedersi relegati in simile condizione? Nella società meritocratica inoltre competitività e aggressione trionferebbero a tutto svantaggio di doti come la gentilezza e il coraggio delle persone, la loro immaginazione e sensibilità, simpatia, mitezza e generosità, mentre giovani privi di esperienza, saggezza e maturità, nota Young, potrebbero vantarsi dei loro meriti e spadroneggiare su persone più mature ma meno privilegiate.

 

La ricetta di Sandel

Le argomentazioni di Young e Rawls vengono riprese in toto nel volume di Sandel e condite con un po’ del Max Weber dell’etica protestante, con la colossale intuizione ivi contenuta della tensione insita, soprattutto nel Calvinismo, tra merito umano e grazia divina; con un pizzico di Pelagio e della sua idea (eresia! eresia!) che l’essere umano possa meritare la salvezza dell’anima senza l’intervento della grazia divina. Infine, con un po’ di critica alla retorica di Obama, il presidente che fuse merito ed eccezionalismo americano facendone il tema centrale delle sue campagne e presidenze: «Ciò che rende l’America così eccezionale, ciò che ci fa così speciali … è questa idea di base che in questo paese, non importa il tuo aspetto, non importa da dove vieni, non importa qual è il tuo cognome … se lavori duro e sei pronto ad assumerti responsabilità, puoi farcela, puoi andare avanti» (p. 14).

Se le opportunità sono uguali, e qui rientra Cottarelli a rafforzare le parole di Obama, le persone andranno dove talento e sforzo le porteranno e il successo sarà merito loro. Ma se talento e sforzo sono entrambi socialmente e culturalmente condizionati (per riprendere Rawls), e se la retorica del merito umilia e demoralizza la società e la spacca in vincenti convinti che il successo sia merito loro, e in perdenti indotti a pensare di aver meritato l’insuccesso (per riprendere Young) la conclusione di Sandel è drastica: «A condizioni di rampante disuguaglianza e di mobilità bloccata, ripetere il messaggio che siamo responsabili della nostra sorte e meritiamo quel che abbiamo erode la solidarietà e demoralizza i lasciati indietro dalla globalizzazione, etc. » (p. 17).

 

Merito e sorteggio

Dunque gli argomenti di Sandel, benché presentati nella solita maniera vivace e attraente e ricca di «casi», sono lungi dall’essere inediti. Forse un momento di originalità lo si può individuare nel suo introdurre un elemento di scelta particolare: il caso, il sorteggio. Prendiamo tutte le buste con le domande presentate dagli studenti per iscriversi a facoltà prestigiose o a corsi di laurea a numero chiuso e che soddisfino le condizioni date (cui io aggiungerei il pio desiderio della conoscenza del latino e della cultura classica), propone Sandel, buttiamole giù dalle scale dei templi della cultura universitaria e poi tiriamole su a casaccio, nel numero che corrisponde ai posti a disposizione, e forse riusciremo a eliminare un po’ di ingressi privilegiati…

 

Il caso, questo sconosciuto

Eh, un bel ritorno al sorteggio, con cui forse otterremmo qualche punto in più per la giustizia e anche per l’efficienza e saremmo tutti più contenti.

Del ruolo del caso nella scelta democratica si occupano Nadia Urbinati e Luciano Vandelli in una bella vela einaudiana del 2020: La democrazia del sorteggioin cui si riscopre un metodo antico che ritrova oggi nuova energia. Nella richiesta del sorteggio si legge sfiducia nei confronti delle competenze; ma anche un rimedio alla crisi di risentimento, rancore e umiliazione che getta gli esclusi dai successi della globalizzazione nelle braccia dei partiti di estrema destra. Se infatti la scelta nasce dal caso non è necessario incolparsi dei propri insuccessi e si sta meglio; o se deriva, come accadeva per es. nell’Ancien Régime, da privilegi invalicabili di sangue, di ceto o di sesso come quelli cui si trova davanti, in Il Rosso e il nero di Stendhal, Julien Sorel, giovane dotato costretto a indossare la tonaca nera dell’ecclesiastico perché non può indossare la divisa rossa dei militari.

 

Il sorteggio in democrazia

In Italia la proposta di far intervenire il caso nella democrazia integrando le elezioni con il sorteggio è venuta dal Movimento 5 Stelle. Trovo l’idea attraente anche se viene proposta, per come mi posiziono io, da un avversario politico. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questa pandemia è che ci si trova a correre il rischio di lodare il peggiore avversario politico, se dice qualcosa di ragionevole che i tuoi amici non dicono, o essere dal tuo peggior nemico lodato, in sintonia con le parole di Andrea Voßkuhle, Presidente della Corte Costituzionale tedesca.

Il libro, soprattutto nella parte di Urbinati, dà conto delle ragioni teoriche e delle esperienze storiche del sorteggio, che qui non ripercorreremo. Esso mostra soprattutto come l’introduzione della scelta per sorteggio potrebbe apportare alle società democratiche misure di difesa dell’eguaglianza legale e politica nonché di argine contro la corruzione. Di nuovo un bel modo per coniugare efficienza e giustizia. Interessante, nell’analisi di Urbinati, è l’idea della necessità che chi lo pratica sia convinto che il sorteggio sia neutrale, non influenzato, ed equivalga, ecco il punto, al caso assoluto. Ma non c’è anche una questione di convinzione alla base del «riconoscimento egualitario», che solleva le persone dalla condizione di umiliazione e depressione economica, assegnando loro una dignità che può essere utile per puntare a riscattarsi?

 

Il suffragio e la sorte

La sorte deve essere davvero centrale se si è pensato di poterle affidare decisioni anche importanti. Soprattutto essa ci deve apparire imparziale, sopra le parti, neutrale e non influenzata da fattori esterni, in una parola, giusta: non è un caso che entrambe le personificazioni, della giustizia e della fortuna, portino una benda sugli occhi. Nella scelta condotta a caso non concorrono né la ragione determinata né la volontà intenzionale; essa avviene per accidente, avrebbe detto Aristotele, e non in vista di un fine, anche perché la sorte, come sappiamo, non ci vede tanto bene.

Per noi occidentali moderni che abbiamo attraversato il pensiero platonico, il quale ci attribuisce una razionalità che guida al bene, nonché il pensiero cristiano che ci riconosce una volontà libera che svolge la stessa funzione, per noi che continuiamo a credere fortemente nel peso di questi fattori, volontà, ragione, intenzionalità, merito, è difficile convivere con l’idea greca arcaica di poter essere controllati da forze esterne a noi, di essere attaccati a un filo da cui pendiamo (sorte viene dal latino sérere, annodare, legare insieme). Ci illudiamo invece di essere guidati unicamente da ragione e volontà, intenzione e impegno, come se contenessero più saggezza del destino. I greci antichi procedevano spesso alle elezioni di governanti e magistrati per sorteggio: che avessero ragione loro? Che ci sia nel caso una nuova possibilità di tenere insieme merito, efficienza e giustizia?

 

 

 

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++ per chi avesse voglia e tempo ho trovato l’articolo che segue molto ” divertente “, l’autore  SALVATORE CINGARI, è prof di storia delle dottrine politiche all’Università per stranieri di Perugia. Nel 2020 ha pubblicato ” La meritocrazia ( Futura ).

 

 

 

 

 

 

Il curriculum dello studente, scampoli renziani di buona scuola

ISTRUZIONE . Sperequazione sociale, con l’idea che all’adolescente sia necessario accumulare titoli e crediti anche fuori dalla scuola, in una sorta di colonizzazione del tempo libero

 

Salvatore Cingari

Il curriculum dello studente, scampoli renziani di buona scuola
Studenti. – Ap

 

IL MANIFESTO  24 APRILE 2021
https://ilmanifesto.it/il-curriculum-dello-studente-scampoli-renziani-di-buona-scuola

 

 

 autore di un romanzo citato nell’articolo : Stephen Markley

Ohio - Stephen Markley - copertina

Ohio

Einaudi, 2021

 

Lancinante come un grido, nostalgico come una lettera d’amore, Ohio è il grande romanzo dei nostri anni.

«Un romanzo epico che racconta con rispetto e compassione vite danneggiate e ostacolate» – The New York Times Book Review

Un libro corale, una sinfonia smarrita sull’eterna giovinezza di un paese» – Marco Rossari, Tuttolibri – La Stampa

 

«Quando si legge Ohio si muore dalla voglia di tornare là dentro, a sporcarsi le mani con quello schifo di cittadina» – Vanni Santoni, la Lettura – Corriere della Sera

È un posto dimenticato da Dio, New Canaan. Dopo il diploma, dieci anni fa, se ne sono andati tutti. Bill, attivista disilluso con una passione per i guai; Stacey, una dottoranda che ha imparato ad accettare la propria omosessualità; Dan, reduce dall’Iraq segnato nel corpo e nella mente; Tina, ex cheerleader (= lieder di una squadra ) fragile e amareggiata. Ma la notte in cui le traiettorie dei quattro giovani si incrociano di nuovo, passato e presente, i giorni del liceo carichi di promesse e le delusioni dell’età adulta fanno contatto ed esplodono. Raccontando, ciascuno, un pezzo di verità, scopriranno prima dell’alba il segreto che ha segnato le loro vite.

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Tomaso Montanari @tomasomontanari – 14.52 — 23 febbraio 2024 — ++ giuditta sborgi @giudittasborgi -14.48 – 23 febbraio + manifestazione domani 24 febbraio — vedi sotto

 

La polizia di una Repubblica la cui Costituzione garantisce la libertà di manifestare carica violentemente a Pisa (e anche a Firenze) studenti giovanissimi che chiedono il cessate il fuoco in Palestina: stiamo velocemente scivolando all’inferno. Il ministro dell’Interno deve spiegare se la Costituzione antifascista è ancora vigente.

 

 

 

giuditta sborgi @giudittasborgi

ha scritto :

Manganelli calati violentemente sui nostri ragazzi e sulla nostra Costituzione

che aggiunge sul suo X : 14.48 — 23 febbraio ’24

Domani, noi rispondiamo così ai fatti di #Pisa e #Firenze.

Solidarietà a tutt* i/le ragazz* che oggi erano lì a manifestare pacificamente::

 

 

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Ultime notizie sullOrchestra Baremboim – Said dal loro Facebook — ” Resistono ” e vanno avanti ! Per chi vuole, sotto notizie varie su questa splendida iniziativa

 

chiara : Siamo andati a vedere come sta l’Orchestra e l’Accademia Baremboim- Said in cui convivono – come riescono a convivere- musicisti ebrei e palestinesi in questi tempi terribili.  Non credo che questi siano gli unici, ci devono essere anche persone di altre  nazioni del Medio Oriente, sempre tribolati, immagino, perché vediamo che in ogni stato ci sono ribellioni.  Ebbene, per quel che abbiamo potuto capire, continua tutto ” come prima del 7 ottobre “. Questo ci ha tranquillizzato. Abbiamo scoperto un’altra cosa che ci pare interssante : gli allievi non si occupano solo di musica. Per esempio ( vedete nel link Facebook sotto )  lunedì 26 febbraio ascolteranno una lezione della filosofa americana Susan Neiman dal titolo : “La sinistra non è sveglia” che presenta il suo libro uscito nel 2023 (Left Is Not Woke ).  Insieme suonerà Vashka Delnavazi un brano per viola.

Come è detto sotto, sono studi musicali ” umanistici ” perché si occupano di tutto quello che riguarda  l’essere umano.

FACEBOOK 

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 4 persone e il seguente testo "25 YEARS WEST-EASTERN DIVAN ORCHESTRA DANIEL BARENBOIM YAMEN SAADI VIOLIN APRIL 15, 2024 8 PM PHILHARMONIE BERLIN"

Qui non sembra, ma in altre foto Daniel Baremboim sembra un po’ vecchietto ..

 

 

qui, per esempio — è presa dal loro Facebook del 22 gennaio ’24– link  sopra

 

Mi scuso – non mi ricordavo che nel 2023 ha inziato a fare concerti di addio in varie istituzioni dopo aver annunciato sul suo sito X  ( il 4 ottobre  2022 ) di avere una grave malattia neurologica che lo obbligherà a diradare i suoi impegni.  Il 2 febbraio  ha diretto la Filarmonica della Scala seguito al temine da una grande ovazione. Alla Filarmonica di  Vienna è stato in gennaio; in dicembre a quella di Berlino… E, come dice il manifesto, il 15 aprile sarà di nuovo a Berlino per i 25 anni dell’Orchestra West-Eastern Divan

 

Daniel Baremboim è nato a Buenos Aires nel 1942 pianista e direttore d’orchestra argentino con cittadinanza spagnolaisraeliana e palestinese. E’ nato in una famiglia ebrea di origini ucraine ( al tempo Russia ).

 

 

 

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Barenboim-Said Akademie

 

La Barenboim-Said Akademie è un’accademia con sede a Berlino, in Germania, fondata nel 2016  dal direttore d’orchestra e pianista Daniel Barenboim e dal grande pensatore  e scrittore Edward Said.

 

ORCHESTRA DA DIVANO OVEST-ORIENTALE

Questa Accademia con sede a Berlino  è stata creata nello spirito della West-Eastern Divan Orchestra:  fondata nel 1999  dal direttore orchestrale Daniel Barenboim e dallo scrittore Edward Said con lo scopo preciso di favorire il dialogo fra musicisti provenienti da paesi e culture storicamente nemiche.

La particolarità di questa formazione musicale è infatti quella di riunire giovani musicisti professionisti allo scopo di perfezionarne le competenze nella musica classica; provenienti però da zone come IsraeleEgittoGiordaniaSiriaLibanoPalestina.

Il nome dell’orchestra è un omaggio al poema Divan occidentale-orientale (West-östlicher Divan) di Goethe.  L’ammirazione di Goethe, infatti, per il poeta persiano Hafiz lo portò a scrivere la raccolta di poesie intitolata  West–östlicher Divan .

 

L’educazione umanistica attraverso la musica è un principio fondante di tre istituzioni legate da questo progetto unico: la Barenboim-Said Akademie, la Pierre Boulez Saal e la West-Eastern Divan Orchestra.

 

Il curriculum riflette la filosofia dell’Accademia secondo cui l’educazione musicale deve essere arricchita con una conoscenza approfondita delle discipline umanistiche. L’accademia è un altro ambiente ideale per l’orecchio pensante.

Quando si fa musica in un ensemble, si impara ad ascoltare la propria voce e quella degli altri. Anche se non sempre si è d’accordo, l’apertura e la curiosità verso le altre opinioni, la capacità di ascoltarsi a vicenda, sono una parte inestimabile dell’essere un grande artista ed essere umano. Quando questo processo di ascolto e comprensione avviene sul palco, anche lo spettatore viene coinvolto e partecipa al dialogo musicale.

 

EDWARD SAID 

nasce a Gerusalemme nel 1935 e muore a New York nel 2003

 

“L’umanesimo è l’unica – vorrei arrivare a dire l’ultima – resistenza contro le pratiche inumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana”.

 

 

Edward W. Said  (1935-2003)

 

 

“Said era in grado di immaginare un mondo in cui l’eredità del colonialismo potrebbe finire e un rapporto di uguaglianza nella differenza potrebbe prendere il suo posto nelle terre della Palestina. Capiva che il lavoro dell’immaginazione è centrale per la politica, senza una visione “irrealistica” del futuro, non si potrebbe fare alcun movimento nella direzione di una pace fondata su una giusta e duratura soluzione.

Ha vissuto nel bel mezzo del conflitto e ha usato i poteri dell’arte e della letteratura, dell’archivio, della testimonianza e dell’appello pubblico, per chiedere al mondo di immaginare un futuro in cui uguaglianza, giustizia e libertà trionfano finalmente su subordinazione, spoliazione e violenza. A volte penso che forse era troppo buono per questo mondo, ma quella incommensurabilità tra ciò che poteva immaginare e ciò che esiste davvero rappresenta in parte il potere della sua scrittura e della sua presenza nel mondo”. ( Judith Butler – Cleveland,  1956 -filosofa )

 

***

Ma man mano che invecchio, divento anche profondamente riconoscente per le intuizioni di Said nella letteratura e nelle arti. Il suo lavoro su inizi – e fini – la sua intima e bizzarramente generosa lettura di romanzi e storie, le intuizioni che fornisce su sociale e politico dalle più piccole frasi o paragrafi nei classici di letteratura inglese o francese, lo rendono sempre più importante. E come uno legge sempre più ampollosi scritti accademici e non-accademici, diventa sempre più grato per le cadenze tenere e la brillantezza profetica della sua prosa”.

Ilan Pappé, storico e professore al Collegio delle Scienze Sociali e Studi Internazionali dell’Università di Exeter: Orientalismo e Cultura e Imperialismo ancora oggi attuali.

La pulizia etnica della Palestina - Ilan Pappé - copertina

Fazi, 2008

 

 

 

 

L’ORCHESTRA DIVANO OVEST-ORIENTE

 

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Nella foto Barmboim dirige a Pilas, Siviglia ( Spagna ) – 27 luglio 2005 – la West Eastern
Divan Orchestra nella prima sinfonia Titán di Gustav Mahler.
Fernando Delgado Béjar – Enciclopedia Libre

 

 

 PILAS — SIVIGLIA

 

Foto: Iglesia Parroquial Ntra. Sra. La Mayor - Pilas (Sevilla), España

La cittadina di Pilas
Fotopaises.com   di  Sebastiàn Aquilar

 

Mappa MICHELIN Pilas - Pinatina di Pilas ViaMichelin

Pilas – provincia di Siviglia- Spagna

 

Pilas (Sevilla) (España) | Pilas (Seville) (Spain) | Flickr

Flickr

 

 

Pilar Virgen de Belèn
visitarsevilla.com

 

 

en la calle de su nombre  la  Iglesia Parroquial Santa María la Mayor, del siglo XVII,  de estilo barroco pintada de blanco, su portada se encuentra en el lado izquierdo y con esbelta torre  en la cabecera y espadaña.

https://www.visitarsevilla.com/provincia/aljarafe/pilas/

 

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Hakan Kapucu @1hakankapucu – 23.51 — 2 febbraio 2024 — + 9.27 – 21 febbraio 2024 — grazie e mille, abbiamo tutti noi bisogni di gentilezza e ancora di più, forse, di bontà. ch.

 

Mentre quest’uomo guida, il cucciolo dorme su sua madre e la madre cane dorme sulla gamba di quest’uomo. Se la parola Pace fosse un’immagine, sarebbero questi Tre in viaggio.

 

 

 

 

Questo cane è caduto in un pozzo e la gente ha appeso quest’uomo con una corda e ha tirato fuori il cane. Il cucciolo si è mosso verso il soccorritore, poiché probabilmente sapeva che l’uomo era lì per aiutarlo. Ogni essere prova gentilezza e ne è grato – traduz. Google

 

 

 

 

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IL MANIFESTO 23 FEBBRAIO 2024 — PRIMA PAGINA

 

 

 

 

 

 

 

Prima Pagina Il Manifesto 23/02/2024

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NELLO SCAVO, KIEV – Ucraina. Nuove minacce dalla Russia. E Kiev si sente più sola– AVVENIRE –giovedì 22 febbraio 2024

 

 

AVVENIRE –giovedì 22 febbraio 2024
https://www.avvenire.it/mondo/pagine/nuove-minacce-dalla-russia-e-l-ucraina-si-sente-piu-sola

 

 

Ucraina. Nuove minacce dalla Russia. E Kiev si sente più sola

 

Nello Scavo – Inviato a Kiev

 

Tardano gli aiuti militari da Usa ed Europa mentre Mosca lancia nuovi attacchi su Odessa. Lo scrittore Kurkov: «La gente è molto preoccupata, ci si sente delusi e traditi, ma non c’è pessimismo»

 

Kiev, piazza Maidan. Il memoriale per i caduti della guerra

Kiev, piazza Maidan. Il memoriale per i caduti della guerra – Nello Scavo

 

 

Con un messaggio a tarda serata, il 23 febbraio del 2022 Vladimir Putin diceva di dover proteggere le autoproclamate repubbliche del Donbass. Alle 5 del mattino del 24 febbraio il primo missile ipersonico rompeva gli indugi. È così che è scoppiata la guerra. Ma non è così che è cominciata. La gente di Kiev lo sa. E a due anni esatti da allora sa come addomesticare la paura, ma non la rabbia. Si usano parole come «tradimento», per la Polonia che prima accoglie i profughi e poi contesta le importazioni agricole dall’Ucraina. E si proferiscono parole come «delusione», per le armi “Made in Usa” che non arrivano più come si sperava. «I russi lo sanno e da alcune settimane – ci racconta un ufficiale dello stato maggiore – abbiamo deciso di selezionare la reazione: se missili e droni sono lanciati contro le grandi città, allora rischiamo di sprecare i colpi della contraerea pur di intercettare le bombe». Ma se sono diretti verso «obiettivi minori», allora si lascia perdere o ci si limita a sparare qualche colpo. «Non possiamo arrivare in primavera con le casse di munizioni vuote», racconta implorando di non venire identificato. Ieri Yuriy Ihnat, portavoce delle forze aeree ucraine, ha fatto due conti. In due anni l’esercito russo ha lanciato «8.000 missili e 4.630 droni contro obiettivi in Ucraina». Le difese di Kiev «hanno abbattuto 3.605 velivoli senza pilota» e oltre metà dei missili scagliati. Ma è un ritmo forsennato, mai visto in tempi recenti, e il territorio da proteggere è così vasto che gli arsenali per la sola contraerea non bastano più. Anche di uomini ce n’è a sufficienza per arrivare all’estate e contenere la nuova offensiva russa. Il numero complessivo delle vittime militari ucraine non viene reso pubblico. La Russia afferma di sparare solo su obiettivi militari, ma ha ammesso di aver preso di mira le infrastrutture energetiche civili: centrali elettriche e impianti per il riscaldamento.
Più ci si allontana dal fronte e più il colore degli umori cambia. La paura diventa preoccupazione. La rabbia, frustrazione. Andrey Kurkov, uno dei più rinomati autori ucraini, pubblicato fin negli Usa, osserva l’aggressione ma continua a scrivere in russo: «La lingua è mia, non di Putin», disse un anno fa. Davanti al complesso religioso di Santa Sofia, la culla dell’ortodossia slava, guarda i pochi visitatori sulla grande piazza in una giornata senza allarmi. Basta voltare lo sguardo dove non ci sono soldati, né residui della battaglia di due anni fa, per illudersi che la guerra sia solo un sinistro miraggio. «È una situazione molto difficile – dice –. Ma non c’è pessimismo. Tutti guardano a ciò che accade ad Avdiivka e nel Sud». È lì che i battaglioni russi stanno imbastendo le linee per la campagna di primavera, in coincidenza con la traiettoria elettorale che porterà alla rielezione di Putin il 17 marzo, e poi fino alle Europee, e poi novembre, alle temute presidenziali Usa.

 

 

Andrej Jurijovyč Kurkov, scrittore e romanziere ucraino – Nello Scavo

 

«La gente è già molto preoccupata per la mancanza di aiuti americani», racconta Kurkov con il tono bonario di chi non ha bisogno di sbattere i pugni per mettere in fila le parole più dure: «Ho un amico a Chernichiv e tre giorni fa mi ha detto che l’umore lì è molto più triste, c’è molta più preoccupazione di quanta non se ne trovi a Kiev. Lì la gente è preoccupata perché la Russia è così vicina». E infatti hanno ripreso a scappare. In piccoli gruppi. Come Vladislav, che ha lasciato gli anziani genitori ed è arrivato a Kiev. Moglie e figli sono all’estero da un pezzo. Lui ha provato a resistere. «Ma dovevo scegliere», racconta, sapendo che se accadrà qualcosa si sentirà in colpa per tutta la vita. «Loro non potevano fuggire, e mi dicevano sempre che dovevo andare via. Adesso è il momento. Domani il mio villaggio potrebbe già essere russo». E pensare che proprio Kurkov nel 2018 aveva ambientato un suo romanzo nell’allora fascia neutrale del Donbass.
I protagonisti erano due vecchi apicoltori, interessati più alla sorte degli alveari che a quello che accadeva intorno. «Sono più fiducioso nell’aiuto europeo che in quello americano – confessa lo scrittore –. L’aiuto degli Usa dipende dalla politica interna. E in America non è sufficiente avere la maggioranza al Congresso e al Senato. Basta un inghippo e tutto si ferma». Come parlare di negoziato in Ucraina, del resto. Da due anni si inneggia solo alla «vittoria». Ma dopo la lunga mattanza, bisogna cominciare a ragionare sul senso della vittoria, che a questo punto non può più essere «un’immaginaria vittoria totale», dice Kurkov pensando a come proprio il senso delle parole può aiutare a trovare una via d’uscita che non sia una resa a Mosca. Anche se dal Cremlino non arrivano messaggi che in Ucraina possano essere interpretati diversamente dalla necessità di continuare a ricorrere alla resistenza armata. È il solito ex presidente Dmitrij Medvedev ad alzare il tiro. Non che in Ucraina lo prendano sul serio, ma tutti sanno che non direbbe nulla che spiacerebbe a zar Putin. Le truppe russe potrebbero spingersi fino a Kiev, «se non ora, in un’altra fase dello sviluppo di questo conflitto», ha detto l’eterno secondo di Putin.
«Riguardo a Odessa – ha aggiunto Medvedev, attuale vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale – posso semplicemente dire: Odessa, torna a casa. Questa è la nostra città, russa e della Russia». Abbastanza perché da ieri siano stati rafforzati i checkpoint nella regione che affaccia sul Mar Nero mentre i radar già nella serata di ieri davano in avvicinamento una squadriglia di bombardieri. E in serata sono tornate a suonare le sirene e si sono udite esplosioni di droni.

 


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UNA FOTO DI FRANZ FANON — 1959 – UNA CONFERENZA DI SCRITTORI A TUNISI – una foto che non conoscevamo —

 

 

Frantz Fanon in conferenza stampa durante una conferenza di scrittori a Tunisi, 1959 (Archivi Frantz Fanon / IMEC).

 

DA:

Call for Papers – Frantz Fanon at 100: A Century of Radical Thought and Action

 

 

 

Frantz Omar Fanon  ( Fort-de-France , Martinica , Antille francesi 20 luglio 1925 – Bethesda, Maryland, Stati Uniti  6 dicembre 1961 ) 

 

 

FRANTZ FANON "IL negro e l'altro" presa di coscienza della cultura negra EUR 10,00 - PicClick IT

 

 

I dannati della terra - Frantz Fanon - Libro Einaudi 2007, Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie | Libraccio.it

 

 

 

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SUSAN NEIMAN, In cielo come in terra. Storia filosofica del male –LATERZA 2013 + inizio di un articolo di SUSAN NEIMAN sui TEDESCHI e il rapporto con il SEMITISMO–

 

 

In cielo come in terra. Storia filosofica del male - Susan Neiman - copertina

In cielo come in terra. Storia filosofica del male

Laterza, 2013

 

 

“Ci chiediamo se spiegare le cose si avvicini troppo a giustificarle e, se è così, dove dovremmo fermarci. Ci preoccupiamo su come mantenere un impegno di giustizia quando il mondo intero non lo fa. Ci chiediamo quale sia lo scopo di dare senso teorico al mondo quando non possiamo dare un senso alla miseria e al terrore. Possiamo farlo con ironia, asciuttezza o passione, ma in ogni caso troviamo il modo per considerare una parte trascurata del problema come il senso stesso della vita. Concentrarsi su tali questioni non consiste nel sostituire il pensiero critico con il buonismo. Al contrario: i testi qui discussi dovrebbero rivelare che poche cose danno adito a un pensiero di profondità e rigore tali da togliere il fiato e che, soprattutto, danno adito al dialogo, il vero inizio della filosofia”: da queste considerazioni prende avvio la riflessione di Susan Neiman sul problema del male. Che senso ha un mondo dove gli innocenti soffrono? Quale fede in un potere divino o nell’umano progresso resiste a non catalogare il male? Il male è forte e radicato o banale e mediocre? Fino a quando l’impossibile può divenire possibile in termini di brutalità e violenza? In un serrato confronto con molte voci della filosofia degli ultimi tre secoli – da Voltaire e Rousseau a Kant, da Leibniz a Schopenhauer, passando per Nietzsche e Freud, fino a giungere ai contemporanei Adorno, Camus, Arendt e Rawls – Susan Neiman dimostra come il male non abbia una essenza costante.

 

 

 

 

 INIZIO  — INTERESSANTE — DELL’ARTICOLO —
TRADUZIONE AUTOMATICA

 

THE NEW YORK REVIEW –
19 OTTOBRE 2023

Home

Historical Reckoning Gone Haywire

 

 

La resa dei conti storica è andata in tilt

Susan Neimann

Bandiera israeliana e bandiera tedesca attaccate e tenute insieme in aria dai manifestanti contro l'antisemitismo, Porta di Brandeburgo, Berlino

Christian Mang/Reuters

Una manifestazione a sostegno di Israele e contro l’antisemitismo alla Porta di Brandeburgo, Berlino, maggio 2021

 

Come ricordiamo le parti della nostra storia che preferiremmo dimenticare? La repressione e la revisione sono sempre opzioni. Pochi arriveranno fino a Ron DeSantis, che ha riformulato la schiavitù americana come una forma di scuola professionale, ma coloro che sono onesti noteranno il modo in cui si evolvono le loro narrazioni. Evidenziare i successi e consegnare i fallimenti all’oblio è comune quanto scrivere un curriculum. Le nazioni non sono meno propense degli individui ad abbellire il proprio passato. Gli storici possono faticare negli archivi alla ricerca di qualcosa di simile alla verità, ma la memoria pubblica è un progetto politico il cui rapporto con i fatti è più precario.

Quindi non sorprende che fino a poco tempo fa gli scolari americani imparassero a recitare l’inizio della Dichiarazione di Indipendenza senza mai apprendere che i Padri Fondatori ignoravano il diritto alla libertà degli afroamericani e il diritto alla vita dei nativi americani. La memoria pubblica è progettata per creare identità che le persone siano orgogliose di sostenere. Perché insegnare agli scolari che le realtà americane hanno violato gli ideali americani fin dall’inizio del paese, il che può solo causare vergogna?

Gli Stati Uniti non sono certo gli unici a preferire una versione eroica del proprio passato. Cresci i bambini sulla Magna Carta e sulla Battaglia d’Inghilterra e saranno felici di condividere la gloria della nazione britannica. Perché confonderli con storie di imperi? Gli scolari francesi possono essere orgogliosi di diventare cittadini del paese che ha donato al mondo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo; c’è bisogno di dire loro che esso è stato ignorato pochi anni dopo aver ispirato la rivoluzione di Haiti, il cui leader, Toussaint Louverture, fu condannato a morte in una prigione francese?

 

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video, 0.15 min. — ANSA.IT / VIDEOGALLERY — 22 FEBBRAIO 2024  – Migranti respinti al confine serbo, camminano seminudi al gelo verso la Macedonia. Anche scalzi a temperature prossime allo zero, all’altezza della frontiera con la Macedonia Nord

 

Migranti respinti al confine serbo, camminano seminudi al gelo verso la Macedonia.

Anche scalzi a temperature prossime allo zero, all’altezza della frontiera con la Macedonia Nord

apri qui 

ANSA.IT / VIDEOGALLERY — 22 FEBBRAIO 2024  –

https://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2024/02/22/migranti-respinti-al-confine-serbo-camminano-seminudi-al-gelo-verso-la-macedonia_a277bd84-097f-4e0e-81bf-61f201f6c14d.html

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ANSA.IT– 23 FEBBRAIO 2024 – 9.04:: Netanyahu svela il piano post-guerra: chiusura dell’Unrwa e distruzione di Hamas. Nel documento formale pubblicato nella notte, il ritorno degli ostaggi e funzionari locali per Gaza

 

 

ANSA.IT– 23 FEBBRAIO 2024 – 9.04
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2024/02/23/netanyahu-svela-il-piano-post-guerra-a-gaza-funzionari-locali_d0ac784a-4610-4cff-a7df-ad62ec1f5c19.html

 

Netanyahu svela il piano post-guerra: chiusura dell’Unrwa e distruzione di Hamas.

Nel documento formale pubblicato nella notte, il ritorno degli ostaggi e funzionari locali per Gaza

 

ANSACheck

 

 

Jenin © ANSA/EPA

Jenin © ANSA/EPA

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha presentato ieri sera per la prima volta formalmente al gabinetto di sicurezza un documento di principi sulla gestione di Gaza dopo la guerra, con l’obiettivo di installare “funzionari locali” non legati al terrorismo per amministrare la Striscia al posto di Hamas.

Il documento è stato pubblicato nella notte. Lo riportano i media israeliani. Il testo non nomina l’Autorità palestinese né esclude la sua partecipazione, ma dice che gli affari civili a Gaza saranno gestiti da “funzionari locali” con “esperienza amministrativa”, non legati a “Paesi o entità che sostengono il terrorismo”.

Uno degli aspetti chiave del Piano del governo Netanyhau per il dopoguerra a Gaza è la chiusura dell’Unrwa. Dopo aver ricordato il presunto coinvolgimento di 12 membri dell’Agenzia nel 7 ottobre, il Piano afferma che Israele lavorerà per sostituire l’agenzia con “organizzazioni umanitarie internazionali responsabili”.

Il Piano indica poi i principi nel breve termine, ovvero la continuazione della guerra fino al raggiungimento degli obiettivi: la distruzione della capacità militari e delle strutture di governo di Hamas e della Jihad islamicaritorno degli ostaggi, rimozione di ogni minaccia di sicurezza da parte di Gaza.

Biden: “I palestinesi soffrono a causa del terrorismo di Hamas”

“La stragrande maggioranza dei palestinesi non fa parte di Hamas. E Hamas non rappresenta il popolo palestinese. In realtà, anche loro stanno soffrendo a causa del terrorismo di Hamas. Dobbiamo essere chiari su questa realtà”. Lo ha scritto su X il presidente Usa Joe Biden.

 

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Mercanti di schiavi che gettano in mare i morti e i moribondi. La nave negriera (The Slave Ship) è un dipinto a olio su tela ( 91×122 cm ) del pittore inglese William Turner, realizzato nel 1840 e conservato al Museum of Fine Arts di Boston.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Turner, probabilmente, con questo quadro volle denunciare la tratta degli schiavi africani, la quale continuava a prosperare negli Stati Uniti e in molti altri paesi, nonostante in Inghilterra la schiavitù fosse già stata abolita da tempo.

 

Turner espose l’opera alla Royal Academy nel 1840, corredandola con alcuni versi tratti dal suo poema Fallacies of Hope:

«Aloft all hands, strike the top-masts and belay; / Yon angry setting sun and fierce-edged clouds / Declare the Typhon’s coming. / Before it sweeps your decks, throw overboard / The dead and dying – ne’er heed their chains / Hope, Hope, fallacious Hope! / Where is thy market now?»

«In alto tutte le mani, colpite i pennoni e avvolgeteli: / tu irato sole al tramonto e voi nubi sfrangiate / dichiarate che il Tifone è in arrivo. / Prima che lambisca i vostri ponti, gettate fuori bordo / Il morto e il morente senza pensare alle loro catene / Speranza, Speranza, Fallace speranza! Dov’è ora il tuo mercato?»

 

Nonostante venisse giudicata negativamente dalla critica, la tela fu acquistata da John James Ruskin nel 1843 per la bella cifra di 250 ghinee. John James avrebbe poi fatto dono dell’opera al figlio John, fervente sostenitore del Turner, il quale arrivò ad affermare: «Se fossi costretto ad affidare l’immortalità di Turner a un’unica opera, sceglierei questa […] il suo colore è assolutamente perfetto, non un tono falso o torbido in qualsiasi parte o tratto, e così modulato che ogni centimetro quadrato della tela è una composizione perfetta».(1)

(1 ) Silvia Borghesi, Giovanna Rocchi, Turner, in I Classici dell’Arte, vol. 25, Rizzoli, 2004, p. 154.

 

 

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un’altra foto da commons.wikimedia.org  che pare identica

 

 

 

Immagine

William Turner, Autoritratto- 1799  ( dettaglio ) da:

William Turner @artistturner

 

 

 

 

 

La Nave Negriera, 1840

— forse questa foto, pubblicata su X di Turner ( link sopra ) è un pochino diversa, i contrasti luce- ombre sembrano più marcati, mentre i corpi gettati in  mare sono meno dettagliati rispetto alla prima foto pubblicata, almeno così mi pare-. ch.

 

 

*** se amate questo pittore, vi consiglio di andare sul link di Twitter, che pubblico integralmente perché è quasi tutto dedicato a lui, come potete vedere da soli ::

 

 

 

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IL SABBA DELLE STREGHE A PALAZZO PALLAVICINI A BOLOGNA –DAL 17 FEBBRAIO AL 16 GIUGNO 2024 — al fondo tutte le informazioni per andare

 

Mostra Stregherie - Palazzo Pallavicini (Bologna) - dal 17 Febbraio al 16 Giugno 2024

stregherie.it  /

video, 0.58 min. – https://youtu.be/qCaw1Ld8cXg

 

 

 

un altro video di presentazione della mostra ( anzi due ) — in tutto 2.00 min.

https://www.facebook.com/Stregherie.mostra/videos/1053149025766543/

 

 

video — 2 min. ca

Il sabba delle streghe a Palazzo Pallavicini

 

 

 

 

Contatti - Palazzo Pallavicini - Via San Felice 24 (Bologna)

Palazzo Pallavicini- via San Felice, Bologna

 

 

 

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STREGHERIE

Iconografia, fatti e scandali sulle sovversive delle storia
a cura di Luca Scarlini

 

 

- RIPRODUZIONE RISERVATA

sito/notizie/cultura/arte/2024/02/16/

 

 

BOLOGNA | PALAZZO PALLAVICINI
DAL 17 FEBBRAIO AL 16 GIUGNO 2024

 

Una mostra di straordinaria bellezza visiva che unisce oscene incisioni antiche, inquietanti opere d’arte contemporanea, testi cinquecenteschi maledetti e talismani storici, per spalancare una finestra sul mondo arcano e sulla figura affascinante della strega

Per la prima volta a Bologna, una vastissima collezione di trattati di magia occulta, feticci e strumenti rituali per raccontare ed evocare i riti, le storie e il folclore delle streghe, con una sezione speciale su Gentile Budrioli, la “strega enormissima” di Bologna

Dopo il grande clamore suscitato alla Villa Reale di Monza, la mostra Stregherie. Iconografia, fatti e scandali sulle sovversive della storia arriva a Bologna, dal 17 febbraio al 16 giugno 2024, nelle splendide sale del quattrocentesco Palazzo Pallavicini.

Ideata e prodotta da Vertigo Syndrome e curata dal drammaturgo, performer ed esperto di esoterismo Luca Scarlini, la mostra propone in questa nuova edizione grandi novità, sorprese e oggetti inediti ed è da considerarsi a tutti gli effetti una mostra nuova.

Alla collezione di stampe e incisioni del famoso “collezionista dell’occulto” Guglielmo Invernizzi, si aggiungono tantissime nuove opere d’arte, provenienti da collezioni private, italiane ed estere, e nuovi oggetti legati al mondo della stregoneria, prestati dal leggendario Museum of Witchcraft and Magic in Cornovaglia, e dal Museo delle Civiltà di Roma, che espone in mostra, per la prima volta, la sua straordinaria collezione di amuleti in argento ottocenteschi, veri e propri gioielli, utilizzati dalle varie donne definite streghe o, più spesso, contro di loro.

Percorrendo un cammino esoterico che si snoda in nove sale a tema, il visitatore sarà invitato ad avere accesso e scoprire l’antica religione di Diana, la Grande Madre, vivendone la storia, i luoghi e i riti.

 

La mostra si aprirà facendo vivere in prima persona, la suggestione e la gravità di un vero processo per stregoneria tenutosi in un tribunale dell’Inquisizione nel 1539 e si chiuderà, dopo il lungo cammino di sala in sala, con l’esperienza della scrittura su un vero Libro delle Ombre dove racchiudere e condividere i propri incantesimi personali.

 

 

L’ESPOSIZIONE

 

Simbolismo macabro, testi antichi e strumenti di magia per offrire una prospettiva unica sulle streghe e la loro storia

Stregherie rende giustizia al senso più pieno della parola “Strega”, dichiarando che in un mondo che apparentemente ha rinunciato a ogni senso del sacro e a molti dei suoi antichi legami con la natura, esiste ancora, oggi come un tempo, una società di donne che si dedica all’occulto e che usa la magia per risolvere i problemi del quotidiano.   Le “Streghe” sono sempre esistite e sono ancora tutte in mezzo a noi.

La mostra, con il patrocinio del Comune di Bologna, espone circa 300 stampe, sculture e quadri dedicati al mondo delle Streghe e della magia, alcune firmate dai più grandi incisori dell’Ottocento, altre di eccellenti illustratori anonimi. Intorno al nucleo incisioni di Guglielmo Invernizzi, già proposto nella mostra di Monza, arrivano adesso le opere di tre collezionisti straordinari – Emanuele BardazziEdoardo Fontana e Luca Locati Luciani – che hanno fatto del Simbolismo Macabro il loro filone di ricerca.

Il percorso espositivo propone dunque un crudo repertorio di maghe, streghe, donne di potere e persino sante deviate, ma accanto a scene di tortura, sabba e terribili malefici, presenta anche luminose immagini di magia bianca, di streghe buone e di zingare che sanno guarire le persone.

A chiudere la sezione, ci saranno alcuni artisti contemporanei che hanno rivisitato il tema, come Oppy De Bernardo, Franco Rasma e Mirando Haz.

Accanto alle opere d’arte, Stregherie propone preziosissimi manuali di esorcismo e alcuni trattati storici imprescindibili in un percorso dedicato alla stregoneria. Ritrovati nei conventi, chiusi dai Savoia dopo l’Unità d’Italia, questi libri rarissimi provengono dalla Biblioteca Teresiana di Mantova. Un esempio per tutti, il Malleus Maleficiarumil manuale sulla caccia alle streghe più utilizzato dalla chiesa, che indicava, caso per caso, i supplizi e le pene da infliggere a chi era accusato di stregoneria, presente in mostra nella preziosissima seconda edizione, stampata nel 1520.

 

 

La mostra presenta poi una serie di oggetti originali legati al mondo della stregoneria. Dal notissimo Museum of Witchcraft and Magic di Boscastle, in Cornovaglia, arrivano antichi calderoni, feticci, amuleti, talismani e bacchette magiche. Tra le altre ne spicca una, lasciata in eredità da un negromante locale, fatta in legno di sambuco, che sappiamo essere, anche grazie alle pagine di Harry Potter, la più potente delle bacchette esistenti, capace di imprese magiche straordinarie.

 

Il Museo delle Civiltà di Roma, invece, ci ha aperto il suo incredibile caveau nel quale, tra le tante cose, è conservata una incredibile collezione di amuleti, che raccoglie oggetti provenienti da diverse regioni d’Italia, realizzati in vari manufatti nel corso dell’Ottocento e confluiti nella prima grande mostra etnografica d’Italia del 1911, che ha dato poi vita al museo romano, e da allora mai più proposta al pubblico. Tra tante meraviglie in argento, veri e propri gioielli, ci sono amuleti più poveri, ma non per questo di minor valore. Tra i più incredibili, si segnala la famosa carta manoscritta trovata, alla sua morte, nello scapolare della strega Conti, in Toscana, databile intorno alla fine dell’Ottocento.

 

L’elemento sonoro, di grande suggestione, accompagna il visitatore lungo tutto il percorso espositivo. Voci, sussurri e grida strazianti, evocano antichi rituali e, attraverso le parole della drammaturga Magdalena Barile, danno voce alle streghe stesse, che raccontano le proprie storie, dalla prima vocazione, sino alla piena realizzazione di sé, grazie all’uso della magia.

 

Di particolare interesse locale una sala, dedicata a Gentile Budrioli, “strega enormissima di Bologna”, la cui storia è narrata in mostra attraverso immagini e video.

 

 

 

LA STREGA ADDOSSO

Il Tribunale dell’Inquisizione, la Sala delle Ombre, il tappeto sonoro

Le sale immersive sono da sempre la cifra stilistica delle mostre Vertigo Syndrome e, prendendo ispirazione dal teatro, cercano di rendere il visitatore parte attiva dell’esperienza, coinvolgendo i suoi sensi e le sue emozioni.

La prima sala, realizzata in collaborazione con l’Archivio di Stato di Modena, è dedicata ad un processo per stregoneria avvenuto nel 1539. I visitatori siederanno al banco degli imputati e saranno messi al centro del serrato fuoco di terribili accuse dell’inquisitore e delle risposte, sempre più sfinite, della donna processata disposta a confessare fatti osceni pur di mettere fine alla tortura.

La mostra si conclude con una seconda sala immersiva composta da specchi, luci e un podio centrale su cui è poggiato il Libro delle Ombre, strumento fondamentale di ogni vera strega. Armati di penna e calamaio, i visitatori vengono invitati a condividere per sempre i loro pensieri e i loro incantesimi personali con i visitatori che li seguiranno.

La sala è accompagnata da un impianto sonoro che rende l’esperienza commovente e di grande impatto emotivo.

INFORMAZIONI

Bologna, Palazzo Pallavicini (via San Felice 24)
17 febbraio – 16 giugno 2024

 

ORARI
Da giovedì a domenica dalle 10.00 alle 20.00 la biglietteria chiude 1 ora prima (ore 19.00 ultimo ingresso)
Chiuso da lunedì a mercoledì

 

APERTURE STRAORDINARIE
Domenica 31 marzo e lunedì 1 aprile 2024
Giovedì 25 aprile 2024
Mercoledì 1 maggio 2024
Domenica 2 giugno 2024

 

BIGLIETTI
Intero € 17,00 | Ridotto € 15,00 (fino a 18 anni non compiuti, over 65 con documento, accompagnatori di disabili) | Gruppi € 14,00 (min. 15 – max 25 persone + 1 accompagnatore gratuito) | Scuole € 6,00 (2 docenti gratuito)*
*per gruppi e scuole obbligo di prenotazione a gruppi@vertigosyndrome.it
Bologna Welcome Card e Card Cultura € 14,00
Giovedì Universitario € 13,00 (con tesserino)
Bambini da 6 a 12 anni € 6,00
Gratuito per bambini sino a 6 anni| disabili con certificato superiore al 75%| guide turistiche abilitate | giornalisti con accredito | soci I.C.O.M.

 

Ingresso Ridotto per i possessori di un biglietto per il Museo Internazionale dei Tarocchi( Via Palmieri 5/1 – Riola)

Museo dei Tarocchi

https://www.museodeitarocchi.com/ apri qui

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Museodei – Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dei_tarocchi

https://www.facebook.com/museodeitarocchi/?locale=it_IT
NOTA . quest’ultimo link è ricchissimo di iniziative e corsi frequentabili anche online- vale dare un’occhiata-
un esempio :: 

Potrebbe essere un contenuto artistico

un’immagine del Facebook sopra — 3 gennaio-
corso online PROGETTARE E DISEGNARE IL FOLLE DEI TAROCCHI a cura di Octavia Monaco per l’Accademia Studi Ermetici.

 

Il Giardini dei Tarocchi, progettato ideato dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle, è un parco artistico situato in località Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio (GR) in Toscana,
http://www.giardinodeitarocchi.it/

 

 

 

 STREGHERIE —  BOLOGNA  – PALAZZO PALLAVICINI

da : Gagarin.Magazine.it

 

 

 

Sito internet www.stregherie.it
Catalogo mostra: Skira (skira.net)

Vertigo Syndrome
Tel. + 39 351 6560343
info@vertigosyndrome.it | www.vertigosyndrome.it
FB @vertigosyndrome
IG vertigo_syndrome_

Ufficio stampa
Davis & Co.
Caterina Briganti + 39 340 9193358 | Lea Codognato
info@davisandco.it | www.davisandco.it

 

 

LE VARIE SALE — A COSA SONO DEDICATE

DA : SCIENZA MAGIA.EU

https://scienzamagia.eu/magia-esoterismo/storie-miti-e-leggende-delle-streghe-in-mostra-a-bologna/

La prima sala ( immersiva ), realizzata in collaborazione con l’Archivio di Stato di Modena, è dedicata ad un processo per stregoneria avvenuto nel 1539

 

 

DALLA SECONDA ALLA NONA 

Seconda Sala: La vocazione della strega

Seconda Sala: La vocazione della strega

 

 

 

Terza Sala: I rituali delle streghe

Terza Sala: I rituali delle streghe

 

 

 

 

Quarta Sala: La strega di fronte al mondo

Quarta Sala: La strega di fronte al mondo

 

 

Quinta Sala: Il potere delle streghe

Quinta sala: La Strega domina il mondo

 

Sesta Sala: I Capricci delle Streghe

Sesta Sala: I Capricci delle Streghe

 

 

Settima Sala: Le streghe perseguitate

Settima Sala: Le streghe perseguitate

 

 

 

Ottava Sala: La sala del Genius Loci: Le streghe Emiliane 

Ottava Sala: La sala del Genius Loci: Le streghe Emiliane 

 

Nona Sala: Il Sabba

Nona Sala: Il Sabba

 

 

da :

Storie, miti e leggende delle streghe in mostra a Bologna

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WILLIAM TURNER — L’incendio delle Camere del Parlamento, 16 ottobre 1834 – olio su tela – The Philadelphia Museum of Art.

 

 

 

File:L'incendio del Parlamento, 16 ottobre 1834 PMA(12) (15825908506).jpg

 

William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851)

 

Poco prima delle 7 di ieri sera gli abitanti di Westminster e dei quartieri sulla sponda opposta del fiume il fiume, furono gettati nella massima confusione e allarme dall’improvviso scoppio di uno degli incendi più terribili a cui si sia assistito negli ultimi anni… Le Camere dei Lord e dei Comuni e gli edifici adiacenti erano in fiamme.

Così scriveva il London Times il 17 ottobre 1834. Turner fu testimone dell’evento, insieme a decine di migliaia di spettatori, e registrò ciò che vide in rapidi schizzi che divennero la base per questo dipinto. Le fiamme consumano la Sala di Santo Stefano, la Camera dei Comuni e illuminano sinistramente le torri dell’Abbazia di Westminster, che verrebbe risparmiata. A destra, la scala esagerata e la prospettiva vertiginosa del ponte di Westminster intensificano la drammaticità della scena, che Turner osservò dalla riva sud del Tamigi.

 

da : https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Burning_of_the_Houses_of_Parliament,_October_16,_1834_PMA(12)_(15825908506).jpg

 

 

 

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Donatella D’Imporzano — Luna d’estate — 1962

 

 

 

 

Nelle infinite plaghe del cielo

trascolora la luna

fiorendo dalla maturità della sera:

ogni voce di cosa

è preghiera,

ogni uomo un gigante

che sfiora la luna.

 

 

 

 

MeteoWeb

Beethoven, Sonata ” Al Chiaro di Luna ” — suona il piano il maestro Daniel Baremboim

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