video, 25 minuti –Intervista a Nicolai Lilin, autore del libro “Ucraina, la vera storia”, edito da PIEMME, marzo 2022 + altro libro di Lilin, Piemme 2020

 

 

 

Secondo Nicolai Lilin, l’Ucraina ha un’identità politica e culturale molto più complessa di come viene raccontata, soprattutto dai media italiani. La propaganda di guerra non ha ammesso sfumature e distinguo, non ha considerato molte ambiguità e contraddizioni: ha reso eroico un intero paese e ha glorificato una storia nazionale che unita non è e non lo è mai stata.
Attraverso ricostruzioni storiche, analisi economiche e riflessioni pungenti sul presente Lilin ci racconta come nasce l’idea di nazione ucraina nell’Ottocento e durante il Novecento e come si configura prima, durante e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Dalle mattanze austroungariche ai danni delle popolazioni russe in quei territori agli errori politici di Lenin, dagli orrori della Seconda guerra mondiale alle decisioni discriminatorie di Zelensky.
Un paese, l’Ucraina, oggi egemonizzato da un’intellighenzia e da un potere politico che odia i russi e rinnega e disconosce le origini comuni. Un paese in mano agli oligarchi, un paese economicamente fallito che non ha mai investito sulla sua industria e sui suoi settori produttivi, da venti anni in perdita. Un paese che fatica a gestire i gruppi militari di estrema destra e che si lascia strumentalizzare dall’Occidente e dalla Nato.
Ucraina, la vera storia, è un libro potente e provocatorio che non lascerà indifferenti i suoi lettori.

 

NICOLAI LILIN

È uno scrittore russo, di origini siberiane, nato nel 1980 a Bender, in Transnistria (oggi Repubblica Moldava, ma all’epoca facente parte dell’Unione Sovietica). Lilin è il suo pseudonimo, scelto in omaggio alla madre, Lilia. Il suo vero nome, così come riportato all’anagrafe italiana, è Nicolai Verjbitkii.
Nel 2003, avendo studiato per tanti anni i tatuaggi della tradizione criminale siberiana e imparato le tecniche e i codici complessi che li regolano, si è trasferito in provincia di Cuneo, dove ha fatto il tatuatore. Dal 2010 vive e lavora a Milano.
Con Einaudi ha pubblicato tutti i suoi romanzi: Educazione siberiana (2009), tradotto in diciassette Paesi, Caduta libera del 2010, Il respiro del buio e Storie sulla pelle, entrambi usciti nel 2012, Il serpente di Dio (2014), Spy story love story (2016) e Il marchio ribelle (2018). Del 2015 è anche il libro fotografico Un tappeto di boschi selvaggi. Il mondo in un cuore siberiano, pubblicato da Rizzoli.
Nel 2013, Gabriele Salvatores ha tratto un
film dal romanzo Educazione siberiana, prodotto da Cattleya con Rai Cinema e interpretato da John Malkovich.

 

Putin. L'ultimo zar - Nicolai Lilin - copertina

Putin. L’ultimo zar

 di Nicolai Lilin (Autore)

Piemme, 2020

 

Con il suo tipico stile potente che ti cattura e non ti lascia andare fino alla fine, Lilin indaga non solo la storia ma anche l’animo di Putin. Come in un romanzo ne racconta le origini, ne descrive le trasformazioni, ne ricorda i talenti che lo hanno portato a diventare il personaggio che conosciamo. Ma chi è davvero il nuovo zar di tutte le Russie?

Nicolai Lilin ricostruisce la vita sorprendente e la folgorante ascesa politica di Vladimir Putin, da una misera casa popolare nel quartiere criminale di Leningrado alla poltrona presidenziale del Cremlino. Con il suo tipico stile potente che ti cattura e non ti lascia andare fino alla fine, Lilin indaga non solo la storia ma anche l’animo di Putin. Come in un romanzo ne racconta le origini, ne descrive le trasformazioni, ne ricorda i talenti che lo hanno portato a diventare il personaggio che conosciamo: temuto, amato, discusso e divisivo. Un ragazzo a cui la strada ha insegnato a essere spietato e ambizioso. Un giovane uomo affascinato dalle avventure delle spie sovietiche che sogna di lavorare nel KGB. Un uomo che vive dal di dentro la carneficina politica degli anni di Eltzin e che il vecchio Boris chiama all’ultimo accanto a sé. Un presidente che, giunto al Cremlino, deve fare i conti con un Paese in ginocchio e un apparato amministrativo obsoleto e corrotto. Intanto, i terroristi islamici occupano una parte del Daghestan, proclamando il “califfato islamico del Caucaso”. Santificato o detestato, Putin è comunque oggetto di un culto della personalità che non ha eguali nel mondo contemporaneo. Ma chi è davvero il nuovo zar di tutte le Russie?

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Prima Puntata dello sceneggiato del 1959 : Ottocento di Salvator Gotta – + seconda puntata

 

 

 

 

 

 

Salvator Gotta, all’anagrafe Salvatore Gotta (Montalto Dora18 maggio 1887 – Rapallo7 giugno 1980) è stato uno scrittore italiano.

 

Regia di Anton Giulio Majano con Sergio FantoniLea PadovaniWarner BentivegnaVirna Lisi e Mario Feliciani.

Ambientato nel 1859 – era stato infatti dedicato alle celebrazioni centenarie dell’Unità d’Italia – lo sceneggiato si basa sulle memorie del diplomatico piemontese Costantino Nigra, fedelissimo del Cavour.

I titoli di testa scorrono mentre un coro intona l’inno risorgimentale La bandiera dei tre colori.

Si fece notare anche per l’accurata ricostruzione di ambienti, arredi e abiti.

Di alcuni anni dopo (1967) è una sorta di spin-off di questa fiction televisiva, dedicata alla figura di Camillo Benso, conte di CavourVita di Cavour, girato da Piero Schivazappa, con Renzo Palmer nei panni dello statista.

 

Interpreti e personaggi
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@Karim68832878 – 18.17 — 4 dicembre 2022 — è bellissimo, grazie !

 

 

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Jacques Hnizdovsky (1915-1985) è stato un pittore, incisore, grafico, illustratore e scultore ucraino – americano.

 

 

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M. Hnizdovsky – Tenuta dell’artista

 

Jacques Hnizdovsky  ( 1915-1985 ) (ucraino : ЯківГніздовськийpolacco : JakubGniazdowskicroato : Jakiv Hnizdovskij ),

è stato un pittore, incisore, grafico, illustratore e scultore ucraino – americano.

 

un’immagine di Ternopil – Ucraina occidentale — com’era, oggi ..

DA  : https://www.evaneos.it/ucraina/viaggio/destinazioni/6325-ternopil/

 

Jacques Hnizdovsky è nato il 27 gennaio 1915 in Ucraina nell’attuale Chortkiv Raion di Ternopil Oblast da una nobile famiglia che porta lo stemma Korab. La città si trova nella parte occidentale dell’Ucraina attuale ( precedentemente era Polonia ), a 140 km ca  da Leopoli.  Era il più giovane di sette figli e l’unico membro della sua famiglia che riuscì a emigrare in occidente.

Ha iniziato i suoi studi di Belle Arti presso l’ Accademia di Belle Arti di Varsavia. L’invasione tedesca della Polonia e il bombardamento di Varsavia costrinsero Jacques a fuggire da Varsavia e continuare i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Zagabria. Aveva una formazione classica e  un grande interesse per la ritrattistica, ma Hnizdovsky era completamente autodidatta nell’arte dell’incisione.

Hnizdovsky ha creato centinaia di dipinti, disegni a penna e inchiostro e acquerelli, oltre a oltre 377 xilografie, incisioni e incisioni su linoleum dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti nel 1949. È stato fortemente ispirato dalla xilografia in Giappone e dalle xilografie di Albrecht Dürer. Le influenze sui suoi primi lavori possono essere viste

 

sul suo sito web:

https://hnizdovsky.gallery/

 

 

 

Jacques Hnizdovsky - 4 Artworks, Bio & Shows on Artsy

pecore

 

DA : https://www.artsy.net/artist/jacques-hnizdovsky

 

 

 

 

Jacques Hnizdovsky Woodcuts | Hnizdovsky Gallery™

XILOGRAFIA

 

 

 

 

Jacques Hnizdovsky, #010 Dr Seraficus, xilografia, 1950, 1,625" x 1,625" (dimensione dell'immagine)

RITRATTO

 

DA :

#010 Dr Seraficus, woodcut, (original limited edition print, printed directly from the woodblock by Jacques Hnizdovsky), 1950, 1.625" x 1.625" (image size)

 

 

 


Il giovane Hnizdovsky negli anni ’30
Autore sconosciuto –

 

 

 

il gatto, 1968 di Jacques Hnizdovsky (1915-1985, Ukraine ...

GATTO TIGRE, 1968

 

 

 

dopodomani pecore , 1961 di Jacques Hnizdovsky (1915-1985, Ukraine) | Riproduzioni Di Belle Arti Jacques Hnizdovsky | WahooArt.com

https://it.wahooart.com/@@/AQR9JX-dopodomani-pecore-

 

 

 

 

 

GATTO CHE DORME, 1970

 

 

 

 

GREGGE DI PECORE

 

 

 

 

PINTEREST

 

 

 

 

 

 

 

NYC exhibition explores works of woodcut artist Hnizdovsky

 

 

 

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CLARA SALZANO, Le case nella roccia: ecco i più antichi edifici ancora abitati nel mondo–TESTO DA DESIGN.FANPAGE.IT –14 LUGLIO 2017 — IMMAGINI DA INTERNET

 

 

DESIGN.FANPAGE.IT –14 LUGLIO 2017

https://design.fanpage.it/le-case-nella-roccia-ecco-i-piu-antichi-edifici-ancora-abitati-nel-mondo/

 

Le case nella roccia: ecco i più antichi edifici ancora abitati nel mondo.

Ci sono quelle che sembrano la perfetta casa dei Flintstones e quelle che sono simili a grotte preistoriche, le case nella roccia sono tutte cariche di suggestione e alcune sono davvero antiche.

 

A cura di Clara Salzano

 

 

 

 

Alcune sono nascoste in luoghi remoti della Terra, altre sono così famose da essere dichiarate Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco, sono le case nella roccia, abitazioni antiche che in varie parti del mondo sono ancora abitate, anche a distanza di secoli dalla loro fondazione.

 

 

MATERA

 

Cosa vedere a Matera - Italia | Viaggia con Alice

MATERA
FOTO : https://www.viaggiaconalice.it/

 

In Italia uno dei luoghi scavati nella roccia più conosciuti ed antichi è sicuramente Matera, dove le abitazioni scavate nella gola della Gavina sono state abitate senza interruzione dall’età del bronzo fino agli anni Cinquanta. La particolarità di Matera è proprio che tutto il suo centro storico è ricavato completamente nella roccia creando così case e ogni spazio all’interno della pietra proprio come un villaggio nelle caverne, tanto che nel 1993 l’UNESCO ha dichiarato i Sassi di Matera patrimonio dell’Umanità.

Nonostante risalga a più di 9.000 anni fa, Matera oggi ospita ancora più di 60.000 persone.

 

 

KANDOVAN NEL NORD DELL’IRAN

 

 

 

Rocky Village Of Kandovan In Iran

FOTO ELLE DECOR

 

Mappa Iran - cartina geografica e risorse utili - Viaggiatori.net

IL VILLAGGIO DI KANDOVAN SI TROVA TRA LE MONTAGNE NELLA PROVINCIA DI SAHARAN VICINO A TABRIZ- IRAN OCCIDENTALE, NELLA AZERBAJAN ORIENTALE

 

 

Villaggio di Kandovan a Tabriz, Iran

 

 

PINTEREST

 

 

237 Kandovan Photos and Premium High Res Pictures - Getty Images

GETTY IMAGES

 

 

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<<<روستای کندوان تبریز=Kandovan, Tabriz>>>
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Kandovan, nascosta nel nord dell’Iran, è la più grande dimora in grotta del mondo. Risale a più di 800 anni fa e ospita ancora circa 168 famiglie in queste spettacolari case simili a grotte costruite nella roccia vulcanica.

 

 

Vista panoramica del villaggio

KANDOVAN – LE ABITAZIONI GROTTE

 

Particolare del villaggio
KANDOVAN
Zenith210 di Wikipedia in inglese

 

 

Kandovan 1.jpg
Kandovan

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نماي كلي از روستاي كندوان.JPG

A ghiasbeygi – Opera propria

https://it.wikipedia.org/wiki/Kandovan

 

 

 

PETRA IN GIORDANIA

 

 

Giordania - Petra la città scolpita nella roccia - Ruberry's Jotter

 

FOTO : http://ruberry.it/2017/07/27/giordania-petra-citta-nella-roccia/

 

 


PINTEREST

 

PINTEREST

 

 

PINTEREST

 

 

PETRA — PINTEREST

 

 

 

 

AVEYRON, FRANCIA

 

 

LE GOLE DI AVEYRON – FRANCIA —

 

FIUME AVEYRON –

 

FOTO : https://www.france-voyage.com/francia-guida-turismo/gole-aveyron-1653.htm

 

CASA PIU’ ANTICA DI AVEYRON

 

La casa più antica dell'Aveyron, in Francia costruita nel 15° secolo. -

https://www.globochannel.com/2021/06/09/

 

Meno antica ma non meno affascinante è l’antica casa di Aveyron, in Francia, che risale al XIII secolo. Questa costruzione ha una particolare forma, stretta e disomogenea, perché all’epoca in Francia le case pagavano le tasse sul loro terreno a terra e la casa di Aveyron , sviluppandosi in altezza, trovò il modo di risparmiare su queste tasse.

 

ACOMA PUEBLO, NEW MEXICO — USA

 

la ” mesa ” ( tavoliere ) sulla cui cima si trova Acoma Pueblo
Scott Catron

https://it.wikipedia.org/wiki/Acoma_Pueblo#/media/File:Acoma_Pueblo_Sky_City.jpg

 

 

ACOMA PUEBLO – FOTO DEL 1904
Edward Sheriff Curtis – Public Domain

 

 

scala a pioli per accedere alle abitazioni
Ian McKellar

 

 

La chiesa cattolica di San Esteban Rey
Karla Kaulfuss – acoma pueblo –

 

 

Ceramiche locali rappresentanti delle civette portafortuna
Ian McKellar

 

 

Ceramiche di Acoma conservate al Museo di Brooklyn
Wikipedia Loves Art

https://it.wikipedia.org/wiki/Acoma_Pueblo

 

 

Acoma Pueblo è ritenuto il più antico insediamento abitativo del Nord America. Questo paese incastonato in cima a una scogliera nel Nuovo Messico è abitato sin dal 1150, nonostante oggi abbia solo 50 residenti e non ha acqua corrente, elettricità o sistema di fognatura.

 

Aerial View of Pueblo on Mesa

ACOMA PUEBLO

 

 

CERAMICA

 

New Mexico Scenics

 

 

 

Santa Fe, New Mexico

 

 

Water Jar (Olla)

 

 

Jar (Olla)

 

 

Old Mission Church At Acoma

LA CHIESA DI ST ESTEBAN NEL 1902

 

 

 

MEYMAND, ANTICO VILLAGGIO AL SUD DELL’IRAN

 

 

 

village de Meymand Kerman Iran | Iran Destination , Voyage en Iran , Iran

 

 

Meymand

 

 

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FOTO : https://fr.irandestination.com/village-de-meymand/

 

Meymand village - IranRoute

 

FOTO SOPRA : https://www.iranroute.com/sights/1669/meymand-village

 

L’antico villaggio nelle grotte di Meymand, nel sud dell’Iran, è abitato da oltre 3.000 anni.

 

 

 

 

MONASTERO DI SAN GIORGIO A KOZIBA — CISGIORDANIA DI GERUSALEMME

 

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E il monastero ortodosso di St George, nella Cisgiordania di Gerusalemme, che risale al 480 dC., è ancora abitato dai monaci ma lo si può visitare grazie ad ponte pedonale

 

 

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STEFANO ZANGRANDO, Esistenze sgangherate lungo il Ponente ligure. NARRAZIONI. «Peninsulario», di Marino Magliani per Italo Svevo – IL MANIFESTO  — 3 DICEMBRE 2022

 

IL MANIFESTO  — 3 DICEMBRE 2022
https://ilmanifesto.it/esistenze-sgangherate-lungo-il-ponente-ligure

 

 

Esistenze sgangherate lungo il Ponente ligure.

NARRAZIONI. «Peninsulario», di Marino Magliani per Italo Svevo

 

Esistenze sgangherate lungo il Ponente ligure

Oneglia (Liguria)

 

A Marino Magliani, entrato in dozzina all’ultimo Strega con Il cannocchiale del tenente Dumont (L’orma 2021), piace chiamare «regale marginalità» una certa scrittura in cui riconosce modelli e affini. In compenso la sua prosa ha un che, si sarebbe detto un tempo, di universale. Chi ha letto il romanzo in questione ha potuto conoscere cosa significhi impiantare una storia sulla condizione randagia, in questo caso incarnata da tre disertori dell’esercito napoleonico sfuggiti alla battaglia di Marengo e braccati dalla polizia segreta, per poi osarvi una scrittura del paesaggio fra il terragno e il visionario, materiale e assoluta al contempo. Ecco, quello è il Magliani più poetico, che sorprende con regionalismi rari o slittamenti lessicali inusitati e una prosodica avvolgente. La stessa che, nelle sue pagine più votate alla trama, si trattiene a favore di una maggior prossimità ai personaggi, ai loro aneliti nascosti e alle loro malinconie.

 

È IL CASO, quest’ultimo, anche dei racconti con cui Magliani torna ora in libreria, pubblicati per Italo Svevo con titolo Peninsulario (pp. 176, euro 16). È l’autore a spiegare, in una breve nota al testo, che le «penisole» sono le vallate aspre del Ponente ligure in cui le cinque storie sono ambientate, in un arco di sole che va dalla Valle Impero fino alla saldatura irregolare che segna la frontiera tra Italia e Francia; mentre nella prefazione Filippo Tuena, oltre a scorgere una parentela con il Calvino delle Città invisibili, coglie un «sapore amarognolo» che attraversa i racconti, quello di un ricordo che non sazia abbastanza. È qualcosa che alla lettura si sente soprattutto nel primo testo, dedicato a Manico, un vitellone di provincia che, dopo decenni, il narratore ritrova nella sua terra d’origine sempre dedito al solito passatempo: quello di «abbordare le turiste», soprattutto d’estate, scansando così la rovina che l’altro invece si sente addosso. Meno impietosa è la voce narrante del terzo racconto, L’uomo veloce, dove si sente di più la finzione autobiografica, con un narratore-scrittore che dalla propria prosa pretende «il puro ritmo dettato dal paesaggio». Ma il magnate milanese dell’editoria che egli insegue in queste pagine, perseguendo la propria affermazione, non pare destinato ad assecondarne i sogni.

 

GLI ALTRI PROTAGONISTI si discostano di più dall’autore reale, ma ne riconfermano per altre vie la confidenza con lo scacco incombente, un fallimento sempre scansato con le risorse del gioco e della meraviglia: Zanellu senza dubbio, «sbirro sardo» in servizio vicino alla frontiera che s’inventa una missione di procacciamento d’hascisc con lo spacciatore più solido del territorio, così da riavere lui stesso del lavoro, quel tanto che basta da averne un merito di sussistenza. Meno estroso e più razionale è Jantje, olandese trapiantato in Val Prino alle prese con la ricostruzione di un muro di confine tra il proprio terreno e un vigneto altrui, cui gli autoctoni però non guardano con la sua stessa soddisfazione. E qui si vede come Magliani, con piglio quasi verista, sa trarre forza narrativa da un obiettivo tanto semplice, fatto di carriole su e giù per i versanti, cazzuolate di malta e colate di cemento.
Colpisce di questi racconti una destrezza naturale, priva di cedimenti, che culmina nell’ultimo e più lungo testo del volume. Il cuculo è la storia di Secondo, perdigiorno di Oneglia che a forza di oziare nei pressi del porto entra in confidenza con l’uomo che, gli diranno, è «uno degli esseri più spregevoli» del circondario. Eppure sulle prime sembrerebbe un amico, uno che presto si presenta con la Panda – sempre con quel sedile del passeggero sfondato – carica di olio e verdura, tanto da ventilare a Secondo e consorte un commercio redditizio, a patto che si appronti il magazzino sotto casa.

 

MA È L’INIZIO di qualcosa che si fa via via più invasivo e sospetto, fino a violare le pareti domestiche e a erodere con trucchi surreali la stabilità psichica del protagonista. Non basterà tuttavia che una voce gli giunga a insinuare che U – così il narratore abbrevia sornione il nome del losco Umbertin da Posta – è uno che ruba le mogli agli altri e a volte pure i beni. Secondo è tale di nome, di sorte e pure d’indole, sicché l’epilogo fattuale, di per sé drammatico, trova un rovesciamento estremo ma coerente nel commiato del nostro tra lazzo e obbedienza. Ed è solo l’ultimo tocco di una composizione impeccabile, che produce in miniatura il godimento chiaroscuro delle grandi narrazioni.

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Fenesta vascia — tradizionale — Roberto Murolo + NAPULANTICA + FAUSTO CIGLIANO E MAURO GANGI + testo e storia

 

 

FENESTA VASCIA

dataXVI secolo

Fenesta vascia ‘e padrona crudele,
quanta suspire mm’haje fatto jettare.
Mm’arde ‘stu core, comm’a ‘na cannela,
bella, quanno te sento annommenare.
Finestra bassa di una padrona crudele,
quanti sospiri mi hai fatto buttare.
Mi arde questo cuore, come una candela,
bella, quando ti sento nominare.
Oje piglia la ‘sperienza de la neve.
La neve è fredda e se fa maniare.
E tu comme sî tanta aspra e crudele?
Muorto mme vide e nun mme vuó ajutare?
Prendi l’esempio dalla neve.
La neve è fredda e si fa toccare.
E tu come sei tanto aspra e crudele?
Mi vedi morto e non mi vuoi aiutare?
Vorría addeventare no picciuotto,
co ‘na langella1 a ghire vennenn’acqua,
pe mme ne jí da chisti palazzuotte.
Belli ffemmene meje, ah. Chi vo’ acqua.
Vorrei diventare un bambino,
con una lancella1 andare a vendere acqua.
per andarmene via da questi palazzotti.
Belle donne mie, ah. Chi vuole acqua.
Se vota ‘na nennella da lla ‘ncoppa:
“Chi è ‘sto ninno ca va vennenn’acqua?”
E io responno, co parole accorte:
“So’ lacreme d’ammore e non è acqua”.
Si gira una ragazza da lì sopra:
“Chi è questo ragazzo che vende acqua?”
E io rispondo, con parole misurate:
“Sono lacrime d’amore e non è acqua”.

Fenesta vascia è tratta da una canzone popolare napoletana molto antica, risalente al XVI (o, più probabilmente, al XIV secolo), scritta in dialetto, con metrica di endecasillabo, da un autore è ignoto. All’inizio del 1800, Giulio Genoino riadattò le parole al dialetto napoletano dell’epoca; ai versi si aggiunse la musica di Guglielmo Cottrau che la pubblicò nel 1825. Tra le diverse interpretazioni del brano, ricordiamo quelle di Consilia Licciardi, Giulietta Sacco, Roberto Murolo, Milva, Sergio Bruni, Mango e Massimo Ranieri.
1 La lancella è un contenitore di terracotta dove l’acqua si manteneva fredda.

DA : 
https://www.napoligrafia.it/musica/testi/fenestaVascia.htm

 

 

FAUSTO CIGLIANO  E MAURO GANGI

https://www.youtube.com/watch?v=cAd-A9DTecY

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PATRICK BOYLAN, 10 DICEMBRE — Ricordare Julian Assange nella giornata Onu dei diritti umani: perché è importante –IL MANIFESTO DEL 2 DICEMBRE 2022

 

 

IL MANIFESTO DEL 2 DICEMBRE 2022
https://ilmanifesto.it/ricordare-julian-assange-nella-giornata-onu-dei-diritti-umani-perche-e-importante

 

 

 

Ricordare Julian Assange nella giornata Onu dei diritti umani: perché è importante

 

10 DICEMBRE . Lottare per la liberazione di Julian Assange, co-fondatore del sito WikiLeaks ora imprigionato, significa lottare per difendere tutti i nostri diritti umani, così spesso negati o violati, a partire dal nostro #DirittoDiSapere i misfatti dei nostri governanti – anche quelli coperti ingiustamente dal Segreto di Stato.

 

PATRICK BOYLAN  – il suo libro su Assange, al fondo

 

Da tre anni e sette mesi, Julian Assange, giornalista investigativo australiano, viene sottoposto ad un regime di carcere duro nella prigione britannica di massima sicurezza di “Belmarsh” – senza processo e quindi senza aver ricevuto una sentenza che possa giustificare una pena che anche il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria biasima come “sproporzionata.”

 

La sua detenzione costituisce, dunque, una palese negazione del suo diritto alla giustizia. E ciò nonostante, perdura. L’isolamento totale inflitto ad Assange dal Regno Unito – e quello che gli Stati Uniti vorrebbero infliggergli a vita in un loro carcere di massima sicurezza, qualora riuscissero ad estradarlo – dimostrano quanto i due governi anglosassoni temono Assange e ciò che egli potrebbe ancora rivelare dei loro crimini e illeciti, qualora egli fosse libero o, perlomeno, qualora egli avesse accesso ad un computer o ad altri strumenti di comunicazione. Donde il bavaglio, fino alla morte.

Ma se la severa e ingiusta prigionia di Julian viola il suo diritto alla libertà e alla parola, al contempo viola anche i nostri diritti umani, a partire dal nostro #DirittoDiSapere ciò che i nostri governanti fanno realmente nel nostro nome. Non solo, ma l’esempio di quella prigionia serve chiaramente ad intimidire tutti i giornalisti investigativi: “Se cercate di smascherarci,” dicono in sostanza i due paesi anglosassoni a costoro, “finirete come Assange”. Perciò, la prigionia di Julian rappresenta anche un attacco alla libertà di stampa, di cui all’articolo 19 nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Ma i diritti umani negati dalla persecuzione giudiziaria di Julian Assange comprendono anche molti altri. Negli anni precedenti alla sua incarcerazione, infatti, Assange è stato perseguito con inaudita ferocia e accanimento dai servizi segreti Usa/Uk, che hanno fatto scempio totale della Dichiarazione Universale. Infatti, i due paesi anglosassoni hanno spiato Assange, senza autorizzazione, per sette anni, 24/7, e persino durante le sue conversazioni privilegiate con i suoi avvocati.

L’hanno privato del suo diritto alla salute durante il suo asilo politico. L’hanno calunniato a mezzo stampa. Con la complicità delle autorità svedesi, hanno messo in opera una montatura giudiziaria diffamante. Hanno corrotto un testimone per screditare (falsamente) la figura professionale di Assange quale giornalista investigativo. Hanno bloccato, senza ordinanza giudiziaria, tutti i canali di finanziamento del sito WikiLeaks per farlo fallire e così fermare le rivelazioni. Infine, stanno commettendo, proprio ora, un palese sviamento di potere imputando a Julian atti di spionaggio in base ad una legge statunitense che si applica solo a chi risiede negli USA nonché ai cittadini statunitensi residenti all’estero, ma che gli USA vorrebbero ora, creando un precedente con la complicità dei tribunali britannici, estendere unilateralmente ai giornalisti e ai privati cittadini di qualsiasi nazionalità in tutto il mondo.

Un bel po’ di diritti calpestati, non c’è che dire. Certo, ci sono nel mondo molti altri casi di diritti umani sistematicamente negati. E difatti, i nostri governanti e i nostri mass media amano puntare il dito continuamente contro i diritti negati a giornalisti e ad attivisti in Russia, in Iran e in Cina, vuoi per assolversi (“Vedete? C’è di peggio altrove.”), vuoi per creare steccati e polarizzare il mondo in due campi, noi i buoni e loro i cattivi.

Non c’è dubbio: tutti i perseguitati politici (che non siano agents provocateurs) meritano la nostra solidarietà, perciò anche quelli in Russia, in Iran e in Cina. Ma puntare il dito di continuo contro i tre paesi appena elencati e soltanto loro, spesso esagerando le loro colpe o addirittura inventandone, sa di strumentale ed è chiaramente in malafede.

È significativo, per esempio, che i nostri governanti e i nostri mass media non puntino il dito continuamente contro i diritti negati da Israele ai propri cittadini arabofoni, per non parlare dei palestinesi.

Né puntano il dito contro i diritti negati dal “governo amico” di Kiev ai propri cittadini: sono 80 i giornalisti e blogger ucraini fatti sparire perché dissidenti dal 2014, cioè ben prima dell’attuale conflitto, ma di loro abbiamo notizie solo dagli ucraini fuggiti all’estero, non dai nostri media. E, neanche a dirlo, non puntano il dito contro i diritti negati dagli Stati Uniti ai propri cittadini.

Infatti, oltre a incarcerare o comunque perseguitare sistematicamente i tanti whistleblower che hanno osato denunciare il governo statunitense (oltre a Assange e Manning, ricordiamo Snowden, Hale, Drake, Jin-Woo Kim, Kiriakou, Leibowitz, Sterling e Winner tra i casi più recenti), gli USA hanno anche il primato poco invidiabile di tenere in galera la più alta percentuale della propria popolazione rispetto a qualsiasi altro paese nel mondo, dittature comprese.

 

Più della Corea del Nord. Più dell’Arabia Saudita. In certi Stati, i carcerati, che sono soprattutto di colore, vengono fatti lavorare da schiavi nei campi di cotone gestiti dalle prigioni – a vederli sembra di tornare nuovamente all’epoca dello Zio Tom. Tra questi prigionieri-schiavi spiccano molti attivisti e dissidenti neri che sono stati condannati per qualche inesistente reato comune, per toglierli di torno senza che risultino “prigionieri politici”.

Due torti non fanno una ragione. Perciò, le violazioni dei diritti umani da parte dei paesi appena elencati certamente non assolvono le violazioni in Russia, in Iran o in Cina. Tuttavia va contestata l’ipocrisia dei nostri politici e dei nostri media nel condannare esclusivamente i paesi da loro considerati “avversari”. Soprattutto perché questo continuo martellamento ha uno scopo preciso: mira a inculcare in noi una insofferenza verso la Russia, l’Iran e la Cina.

In pratica, veniamo mobilitati contro, sin da ora. Ciò tornerà utile ai nostri governanti un domani in vista del sostegno popolare di cui avranno bisogno per le loro future guerre – peraltro già allo studio – contro questi tre paesi. Si passa dall’attuale guerra fredda con loro ad una guerra guerreggiata in un istante e perciò i nostri governanti hanno bisogno di tenerci pronti.

Per dire “Basta!” a queste invocazioni strumentali e ipocrite dei diritti umani negati altrove, abbiamo una arma molto potente: esigere che i nostri governanti mettano in ordine la propria casa, prima di pronunciare anatemi contro gli altri.

Ciò significa necessariamente, dunque, porre fine alla persecuzione di Julian Assange, vittima di una serie di abusi che il relatore ONU sulla tortura, Nils Melzer, ha qualificato in questi termini (maggio 2019):

Nils Melzer

In 20 anni di lavoro con vittime di guerra, violenza e persecuzioni politiche non ho mai visto un gruppo di Stati democratici riunirsi per isolare, demonizzare e abusare deliberatamente di un singolo individuo per così tanto tempo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo stato di diritto

 

Ripetiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci: tutti i perseguitati politici (che non siano agents provocateurs, anche involontariamente) meritano senz’alcun dubbio la nostra solidarietà. Tuttavia è giusto e opportuno che il caso Assange rimanga comunque la nostra priorità, proprio perché, come si è appena detto, abbiamo il precipuo dovere di mettere in ordine dapprima casa nostra e, inoltre, perché il caso Assange è la quintessenza dei diritti negati.

Ma il co-fondatore di WikiLeaks non è soltanto il simbolo in Occidente del giornalista/attivista privato dei suoi diritti umani. Egli è anche il simbolo in Occidente del giornalista/attivista che, più che qualsiasi altro, ha lottato contro la privazione dei nostri diritti umani, calpestati così spesso dai nostri governanti e dalle multinazionali che li sorreggono.

 

Per esempio, attraverso il suo lavoro di giornalismo investigativo, Assange ha difeso il nostro diritto alla salute rivelando le pratiche irregolari dei due colossi dell’agribusiness, Bayer e Monsanto, che volevano commercializzare prodotti nocivi. Ha difeso il nostro diritto alla privacy rivelando come la Cia e la Nsa – ma anche un qualsiasi nostro rivale in affari che possiede il loro spyware che una ditta israeliana commercializza – possono leggere persino i dati riservati che conserviamo nei nostri cellulari, se non adoperiamo contromisure.

Ha difeso il nostro diritto alla sicurezza di fronte ai cambiamenti climatici, rivelando le pratiche illecite usate dai paesi più inquinanti per svuotare gli accordi Cop. Ha difeso il nostro diritto alla pace smascherando i tentativi dei nostri governanti a “venderci” le loro guerre con falsi pretesti. E via discorrendo.

La giornata che celebra i diritti umani, dunque, deve essere soprattutto una giornata che ricorda:

– sia i diritti negati a Julian Assange,
– sia i diritti negati a tutti noi e che Assange ha cercato di difendere.

A Roma, ad esempio, gli attivisti di Free Assange Italia stanno preparando, in vista del 10 dicembre, una festa natalizia in piazza per Julian, per ringraziarlo di tutti i doni che ci ha fatto, ovvero le sue rivelazioni che hanno inchiodato il potere. Creeranno una pila di scatole- regalo, leggendo nel microfono le relative etichette, ognuna delle quali menzionerà una rivelazione di WikiLeaks e il corrispondente diritto umano che è stato così tutelato – come nei quattro esempi appena elencati. Durante questa attività, altri attivisti ricreeranno la statua di Davide Dormino, “Anything to say?” , per celebrare non solo Assange ma anche Manning e Snowden, ricordando il loro coraggio nel denunciare i nostri diritti umani negati.

Per sapere l’ora e la piazza precisa dove si svolgerà l’evento, aperto a tutti, consultare i social media del gruppo:

Free Assange Ita Facebook

Assange Italia Twitter 

Free Assange Italia Telegram

Il sito Free Assange Italia

 

Così a Roma. Ma la Giornata dei Diritti Umani verrà celebrata ricordando Julian Assange in molte altre città d’Italia e nel mondo. Il comitato 24hAssange ha creato una mappa in via di completamento sulla quale, cliccando sui vari numeri, si potrà leggere i nomi delle diverse città e gli eventi previsti per il 10 dicembre.

Anzi, i promotori invitano tutti coloro che vorranno organizzare un evento, grande o piccolo, di inviare una mail a 24hAssange@proton.me   per segnalare l’attività prevista, indicando luogo, titolo, orario e mail di un responsabile. L’attività verrà inserita nella mappa. Un’attività che sta riscuotendo molto interesse è il flashmob proposto dal gruppo internazionale Free Assange Wave e Davide Dormino, intitolato “Bring Your Chair; per sapere come realizzarlo:

La “Giornata Mondiale dei Diritti Umani” viene promosso il 10 dicembre di ogni anno dall’ONU con un determinato tema; quest’anno esso sarà “Dignità, Libertà e Giustizia per Tutti”.

I gruppi Assange nel mondo hanno semplicemente colto questa occasione per ribadire i contenuti proposti dall’Onu, ma focalizzandosi sul caso Assange in quanto particolarmente esemplificativo.

“Free Assange”, un libro per ribellarsi al potere che censura la verità

di DALE ZACCARIA

 

20 SETTEMBRE 2022

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“Free Assange”, un libro per ribellarsi al potere che censura la verità

* La recensione di Dale Zaccaria che rilanciamo sul nostro sito è stata pubblicata su Pressenza

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Ugo Ramella @RamellaUgo – 17.36 — 4 dicembre 2022 — grazie ! + altro

 

Paul Signac

 

 

 

SAINT – TROPEZ  — L’ORAGE   ( La tempesta )- 1895
olio su tela
95,46 x 55 cm

Musée de l’Annonciade, Saint-Tropez, France.

 

ALTRA FOTO dello stesso quadro :

Fichier:Signac-L'orage-Saint-Tropez-Annonciade.jpg

https://fr.wikipedia.org/wiki/Fichier:Signac-L%27orage-Saint-Tropez-Annonciade.jpg

 

 

 

Musée de l'Annonciade - Guide Gay Saint-Tropez Gay Saint-Tropez & Var - Gay Sejour

PHOTO : https://www.gay-sejour.com/it/a-5175/musee-de-l-annonciade.html

 

MUSEE DE L’ANNONCIADE – SAINT-TROPEZ – una cappella diventa Museo –

QUAI DELL’EPI — PORTO DI SAINT – TROPEZ

 

 

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LE FOTO DEL MUSEO DI SAINT-TROPEZ SONO DI :

https://www.saint-tropez.fr/culture/musee-de-lannonciade/

 

 

FOTO DI PAUL SIGNAC 

 

 

Fotografia di Paolo Signac
1883
WIKIPEDIA

Paul Signac (Paris, 1863 - Paris, 1935) — Musée Giverny

MUSEE GIVERNY

 

Paul SIGNAC | Biographie de l'artiste

BARNIE’S

 

Paul Victor Jules Signac ( Parigi,  11 novembre 1863 – 15 agosto 1935) è stato un pittore neoimpressionistafrancese che, lavorando con Georges Seurat , ha contribuito a sviluppare lo stile puntinista .

 

UN QUADRO

 

la pittura

Capo di Noli, 1898
olio su tela
93,5 × 75 cm
Wallraf-Richartz Museum
 , Colonia

da : https://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Signac#/media/File:Paul_Signac_-_Capo_di_Noli.jpg

 

 

 

MUSEO WALLRAF RICHARTZ

 

COLONIA — GERMANIA — 

 

Wallraf-Richartz Museum, Köln | Museum köln, Museum, Architektur

wallraf richartz museum köln – Colonia

Pinterest

 

PINTEREST

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+++ MARANO ANDREA @AndreaMarano11 – 19.08 — 4 dicembre 2022 — grazie, è proprio bello !

 

 

Immagine

 

ANDREA MARANO– IL SUO TWITTER
https://twitter.com/AndreaMarano11/header_photo

 

ᴀʟғᴀʙᴇᴛᴏ ғᴏʀsᴇ

MAURIZIO MAGGIANI

su ʀᴏʙɪɴsᴏɴ

DE LA REPUBBLICA

 

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VLADIVOSTOK — RUSSIA –NELL’ESTREMO ORIENTE E’ : VICINA ALLA CINA – ALLA COREA DEL NORD — DI FRONTE AL GIAPPONE + al fondo: Gli italiani a Vladivostok contro l’Armata rossa – link

 

 

Vladivostok Urban Development Strategy - Connecting Cities EU

VLADIVOSTOK

 

 

 

Mappa geografica Russia

VLADIVOSTOK  CONFINA A SUD-EST CON LA CINA – E’ SUBITO SOPRA LA COREA DEL NORD  – E’ DI FRONTE AL GIAPPONE

 

 

 

 

 

 

Walking tour downtown of Vladivostok 2020

 

Vladivostok (in russo: Владивосто́) è una città della Russia (604.901 abitanti), situata nell’estremo oriente russo, capoluogo del Territorio del Litorale, in prossimità del confine con Cina e Corea del Nord.

È un importante nodo per i trasporti: possiede il più grande porto russo sull’oceano Pacifico, sede della Flotta del Pacifico, e vi termina la Transiberiana.

Dal 2019 è capoluogo del circondario federale dell’Estremo Oriente in sostituzione di Chabarovsk.

Il nome significa grossomodo «dominatrice dell’Oriente», un toponimo simile a Vladikavkaz, ovvero «dominatrice del Caucaso». In cinese la città è conosciuta come 海參崴 (Hǎishēnwǎi o Hǎishēnwēi), ovverosia «le scogliere dell’oloturia»

 

 

The Top 10 Things To Do And See In Vladivostok

 

Vladivostok venne fondata nel 1859 dal conte Nikolaj Murav’ëv-Amurskij; i russi, compresa subito l’importanza strategica dell’insediamento, fortificarono la città. Nel 1871 venne aperta la linea telegrafica che la univa con Shanghai e Nagasaki.

Nello stesso anno venne aperto il porto e vi fu trasferito il quartier generale della Flotta del Pacifico, precedentemente posto a Nikolaevsk-na-Amure. Nove anni dopo le venne garantito lo status di città, mentre nel 1883 venne adottato come stemma cittadino la tigre siberiana.

 

Vladivostok, Russia - Circa August 2012: People, Roads And Streets ...

 

I primi dieci anni del XX secolo furono segnati da una crisi dovuta all’instabilità politica del paese; la concentrazione dei fondi governativi verso altre regioni del paese, la ribellione dei boxer del 1900-1901, la guerra russo-giapponese del 1904-1905 e la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 furono le principali cause di tale situazione economica e sociale nella città.

 

 

Aleutskaya Street, Vladivostok | Somewhere along this street… | Flickr

Flickr  Aleutskaya Street

 

Con lo scoppio della Rivoluzione russa divenne uno dei centri principali della neonata Repubblica dell’Estremo Oriente e, una volta caduta questa, del governo provvisorio del Priamur’e,  tra il 27 maggio 1921 ed il 25 ottobre 1922. Fu l’ultima enclave dei bianchi nel corso della guerra civile russa.
 se vuoi : https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_provvisorio_del_Priamur%27e

 

In seguito all’intervento in Siberia delle truppe alleate, la città venne occupata da truppe canadesi, cecoslovacche, statunitensi, giapponesi ed anche italiane.

Con la presa di Vladivostok da parte dell’Armata rossa, la Guerra civile russa si poté dire conclusa.

 

CONTINUA :
https://it.wikipedia.org/wiki/Vladivostok

 

 

 

centro cittadino agli inizi del XX secolo

Travb~commonswiki

 

 

 

Vladivostok, Russia - circa agosto 2012: Cappella ortodossa russa in Vladivostok, Russia Archivio Fotografico - 54841933

cappella ortodossa—

Diritto d’autore : amadeustx

 

 

 

 

Russo orhodox Cattedrale di Khabarovsk, Russia Archivio Fotografico - 33309018

cattedrale

 

 

Vladivostok Russia September 2018 City Street Cars Old Buildings ...

 

 

la città vecchia ::

 

 

Vladivostok, Russia - Circa May, Stock Footage Video (100 ...

 

 

 

 

Old Historic Building In The Center Of Vladivostok Editorial ...

uno storico edificio nel centro di Vladivostok, una delle case di legno

 

 

 

The ensemble of historic wooden houses in the center of Vladivostok

 

 

 

The ensemble of historic wooden houses in the center of Vladivostok

case di legno nel centro

 

 

 

The ensemble of historic wooden houses in the center of Vladivostok

 

 

 

 

The ensemble of historic wooden houses in the center of Vladivostok

 

 

 

 

MY ARCHITECTURAL MOLESKINE®: May 2015

 

 

 

Vladivostok architecture

 

 

 

 

Tamia siberiano nell’orto botanico della città

Матвеенко Андрей – Opera propria

 

 

The Streets Of The City Of Vladivostok. Editorial Image - Image of ...

 

 

Vladivostok nel 1898 ca-  si vedono le case in legno

 

 

 

Vladivostok – Mappa

Vladivostok – Mappa

edited by M.Minderhoud

 

 

 

Vladivostok – Veduta

Vladivostok – Veduta

Роберт Рэй – Opera propria

 

 

 

 

Sulla rotta TransiberianaMOSCA – VLADIVOSTOK– QUI TERMINA LA FAMOSA TRANSIBERIANA

 

 

 

Old European Small Street Among Historic Buildings With Red Roofs ...

 

 

 

 

Panoramic View Old Red Brick Building Stock Photo (Edit Now) 252968890

 

 

 

Vladivostok: The Many Lives of Russia's Far Eastern Capital – The ...

 

 

 

Vladivostok - Wikiwand

 

 

 

Old House In Vladivostok Russia High-Res Stock Photo - Getty Images

vecchie case a Vladivostok

 

 

 

Vladivostok Guida turistica - Suggerimenti per Vladivostok, Russia ...

 

 

 

Vladivostok, ville au bout du monde

 

 

 

Vladivostok welcomes Royal Caribbean pair | seatrade-cruise.com

 

 

European decorationin old Vladivostok architecture (stucco and ...

architetture legate all’Europa che danno a Vladivostok un’identità europea pur essendo una città asiatica

 

 

Old European Small Street Among Historic Buildings With Red Roofs ...

 

 

Panoramic View Old Red Brick Building Stock Photo (Edit Now) 252968890

 

 

 

Vladivostok: The Many Lives of Russia's Far Eastern Capital – The ...

 

 

Vladivostok - Wikiwand

 

 

 

Old House In Vladivostok Russia High-Res Stock Photo - Getty Images

vecchie case a Vladivostok

 

 

se vuoi :

GLI ITALIANI A VLADIVOSTOK TRA IL 1918 E IL 1922

L’INTERVENTO IN SIBERIA DELLE POTENZE DELLA TRIPLICE INTESA CONTRO L’ARMATA ROSSA — 1918-1922

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MARCO BELPOLITI, Primo Levi, lettere inedite a Luigi Meneghello –REPUBBLICA DEL 3 DICEMBRE 2022 

 

 

REPUBBLICA DEL 3 DICEMBRE 2022 

https://www.repubblica.it/cultura/2022/12/02/news/primo_levi_lettere_inedite_meneghello-377231088/?ref=drrt-f-2

 

Primo Levi, lettere inedite a Luigi Meneghello

 

 

Primo Levi in uno scatto del 1986Primo Levi in uno scatto del 1986

 

Un libro racconta il rapporto tra i due scrittori, mentre una mostra a Vicenza celebra il centenario dell’autore di “Libera nos a Malo”

Primo Levi
UTET, 2002

Il 12 aprile 1986 Primo Levi e sua moglie Lucia Morpurgo arrivano a Londra. L’occasione è una conferenza che lo scrittore deve tenere all’Istituto italiano di cultura. La cronaca dettagliata di quel viaggio è stata raccontata da Ian Thomson in Primo Levi. Una vita (traduzione di Eleonora Gallitelli, Utet). La visita fu anche l’occasione per incontrare Philip Roth, grazie alla mediazione di Gaia Servadio, così che ne derivò una successiva visita dello scrittore americano a Torino per una intervista, che rese famoso il nome di Levi in America.

I coniugi Levi si fermarono fino al 20 aprile, per volare poi a Stoccolma, e nei nove giorni incontrarono parecchie persone. Tra loro c’era anche lo scrittore Luigi Meneghello e sua moglie Katia Bleier, un’ebrea jugoslava di lingua ungherese, deportata con la sua famiglia ad Auschwitz nel 1944, sopravvissuta al campo di sterminio. Di questo incontro non si sapeva nulla. Non ne parla neppure Thomson, mentre ne aveva accennato in un’intervista l’autore di Libera nos a Malo, uno dei grandi libri della nostra letteratura, pubblicata nel 1996.

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Presentazione del libro libro Sui sentieri dei Piccoli maestri di Luigi Meneghello Sui sentieri dei piccoli maestri Luigi Meneghello di Un pellegrinaggio civile nel centenario della nascita dello scrittore ttore RonzaniEdiore Palazzo Cordellina, c.trà Riale 12 Vicenza Mercoledì 7 dicembre, ore 17.30"

Ronzani, Editore, 2022

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "BERTOLIANA MENEGHELLO il riserbo la scrittura La Biblioteca Bertoliana peri 100 anni dalla nascita di Luigi Meneghello PRESENTAZIONE DI LIBRI libro civica Bertoliana eghello Riale, 12 Vicenza Viaggiatori Omaggio Maria (Rizzoli, Riale, 12- (Mattioli, 2022) 2023 17.30 |Biblioteca delli Meneghello Luciano Zampese zzl Bertoliana Cordellina, contrà Riale, 12 Vicenza sterminio degli ebrei 'Europa INCONTRI CULTURALI gennaio 2023 Biblioteca civica Bertoliana Palazzo Cordellina, contrà Riale, 2- Vicenza Renato Camurri, Alberto Cavaglion gli stud‘enti del Liceo Quadri Vicenza FONDAZIONE GAFETTA"

 

Ora in occasione del centenario della sua nascita esce un volume, Sui sentieri dei piccoli maestri (Ronzani editore), che contiene una lettera di Levi, e in contemporanea si apre a Vicenza il 17 dicembre la mostra Il riserbo, la scrittura. La Shoah di Katia e Luigi Meneghello (a cura di Luciano Zampese, fino al 29 gennaio 2023).

 

BiblioTour – Vicenza, Palazzo Cordellina

VICENZA, BIBLIOTECA CIVICA BERTOLANA

 

Palazzo Cordellina è un palazzo di Vicenza costruito alla fine del XVIII secolo, situato in Contrà Riale,  in stile palladiano da Ottone Calderari.  Il committente fu il giureconsulto veneto Carlo Cordellina (lo stesso di Villa Cordellina), che aveva acquistato e fatto demolire gli edifici precedenti occupati dai Gesuiti. —             https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Cordellina

 

CORTILE INTERNO

 

se vuoi :

VIDEO DI VILLA CORDELLINA, 1.49 minuti:
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/transcoded/1/1b/Villa_Cordellina_Lombardi.ogv/Villa_Cordellina_Lombardi.ogv.240p.webm

 

 

Levi nella missiva indirizzata a Katia e Luigi è entusiasta dell’incontro; scrive che “Piccoli maestri sono non un ma il libro vero della Resistenza”; e aggiunge: “Luigi è il più bravo che io conosca nell’acrobazia di salire e scendere verticalmente da un registro linguistico a un altro. Peccato che scriva così poco”.

 

La lettera scritta da Primo Levi a Luigi Meneghello e sua moglie Katia, 2 maggio 1986

La lettera scritta da Primo Levi a Luigi Meneghello e sua moglie Katia, 2 maggio 1986

 

Sino a quel punto sono solo quattro i libri pubblicati da Menghello. La lettera molto affettuosa ha anche un retro. Lucia vi ha scritto a mano: “Carissimi, sono stata felice di conoscervi e spero proprio di rivedervi a Torino. Grazie della bella giornata che ci avete fatto trascorrere: un abbraccio affettuoso”. Nella intervista apparsa su il Gazzettino a firma di Edoardo Pittalis, Meneghello aveva dichiarato:

“Lui e mia moglie Katia si capivano senza parlare. Una sera a cena si guardarono negli occhi ed era come se dalla memoria ripescassero mille episodi, mille orrori o forse mille speranze. Si guardavano ed era come se parlassero fitto fitto”.

Nel 1953 Luigi Meneghello aveva pubblicato sulla rivista di Adriano Olivetti Comunità, con lo pseudonimo di Ugo Varnai, un testo in tre puntate, che era il resoconto del libro di Gerard Reitlinger, The Final Solution, pubblicato in italiano nel 1962 da il Saggiatore.

 

La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d'Europa 1939-1945 - Gerald Reitlinger - copertina

Res Gestae, 2022

All’epoca i libri sullo sterminio degli ebrei d’Europa erano ancora pochi e il libro di Reitlinger, destinato a un pubblico colto, era difficile da leggere, come si era reso conto Meneghello stesso, ragione per cui si era dato il compito di raccontarlo. Non a caso nel 1955 in un articolo, “Deportati. Anniversario”, Levi scriveva che a dieci anni dalla liberazione dei Lager “è triste e significativo dover constatare che, almeno in Italia, l’argomento dei campi di sterminio, lungi dall’essere diventato storia, si avvia alla più completa dimenticanza”.

 

Il suo Se questo è un uomo, che Meneghello aveva letto, era scomparso dalla circolazione dopo la prima edizione del 1947 da De Silva, e si dovette attendere il 1958 per vederlo ristampato da Einaudi.

Nel 1994 i tre testi di Meneghello sulla Shoah sono stati ristampati in un volume del Mulino intitolato Promemoria (ora ristampato nella Bur di Rizzoli). Il testo di Meneghello è un riassunto molto ben pensato e scritto di quel libro storico, accompagnato anche da immagini dello sterminio, altro aspetto che nel 1953 era una novità, dal momento che, dopo essere apparse su giornali e rotocalchi, le foto dei lager erano state presto rimosse dalla memoria collettiva degli italiani. Dunque la giornata trascorsa insieme a Londra aveva motivi legati alla comune esperienza concentrazionaria di Primo e Katia. Ma non c’era solo questo, poiché i due scrittori si conoscevano già da prima e si erano scambiati alcune lettere. Dagli archivi della Biblioteca Bertoliana, dove si trovano le carte di Meneghello, grazie al lavoro di Filippo Cerantola, sono saltate fuori altre due missive di Levi.

 

Luigi Meneghello e la moglie Katia a Venezia nel 1998Luigi Meneghello e la moglie Katia a Venezia nel 1998

 

La prima datata 21 marzo 1975 riguarda la lettura di Pomo Pero, il terzo libro dello scrittore di Malo, che Levi ha letto con gusto: “Caro Meneghello, volevo dirLe che anche Pomo Pero va benissimo, è un libro svelto pulito e onesto che lascia in bocca un buon sapore”. Aggiunge poi che ha letto anche i due precedenti, e li rilegge ogni tanto, li impresta e li regala anche. Quindi aggiunge, “Anch’io sono stato (per pochi mesi) un piccolo maestro, e la nostra resistenza era quella che lei ha raccontato”. Nella lettera battuta a macchina su carta intestata Levi accenna al “tema degli antenati” presente in Pomo Pero uscito nel 1974, che l’aveva affascinato. Forse da lì viene, se non proprio l’idea di Argon, almeno la conferma che la storia dei suoi antenati fosse una buona idea per aprire Il sistema periodico (1975).

Inoltre, con la sua particolare precisione, il chimico torinese calcola quante generazioni fossero occorse per passare dal latino all’italiano, aggiunge che Dante parlava all’incirca come noi e che c’erano state probabilmente delle generazioni in cui la lingua di padre e figlio differiva tra loro di 1/30 o di 1/40. A maggio, quando il libro di Levi era stato finalmente pubblicato da Einaudi, Meneghello gli aveva scritto al riguardo, poiché in una lettera del 6 giugno Levi gli risponde che era dispiaciuto d’avergli “inconsapevolmente soffiato” in Il sistema periodico “dei temi in gestazione”: idrogeno e carbonio. Ragione per cui cerca di sdebitarsi facendo un riassunto della tavola: sono 92 elementi, dice, e lui ne ha “consumati solo 21”; gli altri li cede volentieri a Meneghello, magari con le istruzioni per l’uso.

Aggiunge poi che sul silicio ha molti pettegolezzi “inediti e intimi” da fornirgli, per quanto si stupisca della sua affermazione che quell’elemento fa parte dei sogni di Meneghello. Alla fine lo invita a scrivergli o a telefonargli e gli fornisce il numero della Siva: 564545 (numero ricorsivo, quindi facile da ricordare, quasi come quello che aveva tatuato sul braccio). Nei libri di Meneghello ci sono in effetti alcuni riferimenti alla chimica, persino al carbonio; in particolare in Fiori italiani del 1976. Lo scrittore diceva che aveva ristudiato la chimica per la stesura del libro. Insomma tra questi due grandi scrittori, così diversi letterariamente, ma così vicini per varie ragioni – il tema dello sterminio, la passione per le parole, il tema della memoria, eccetera – c’è qualcosa di più che li lega: una forma di stima e d’amicizia che in quella giornata londinese del 1986 s’era rinsaldata in modo così forte, come documentano le lettere, almeno quelle di Levi ora leggibili.

 

 

 

FOTO : Fabio

Luigi Meneghello (Malo- Vicenza16 febbraio 1922 – Thiene– Vicenza26 giugno 2007) è stato un partigiano e scrittore italiano.

segue :

https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Meneghello

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UMBERTO BOCCIONI, Interno con due figure femminili, 1915 — DA: Ugo Ramella @RamellaUgo — grazie !

 

 

Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916 – Milano, Civico Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco | Artribune

IMMAGINE DA – ELECTA – 1915
cm 65 × 47.8

 

 

Anonimo , Boccioni, Umberto - sec. XX - Interno con due figure femminili , fronte

BIANCO E NERO DA:
https://fototeca.fondazioneragghianti.it/scheda/OA/48854/Boccioni,%20Umberto,%20Interno%20con%20due%20figure%20femminili

 

 

Umberto Boccioni - Wikipedia

Umberto Boccioni (Reggio Calabria19 ottobre 1882 – Verona17 agosto 1916) è stato un pittorescultore e scrittore italiano, esponente di spicco del futurismo. L’idea di rappresentare visivamente il movimento e la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio hanno influenzato fortemente le sorti della pittura e della scultura del XX secolo.

segue : https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Boccioni

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video, 1. 59 dal CORRIERE DELLA SERA + ANSA.IT — 4 DICEMBRE 2022 – 9.30 :: Maltempo: piogge nel messinese, famiglie isolate e frane. Strade invase da fango, tetti crollati, automobilisti bloccati. I vigili del fuoco sono impegnati in una serie di interventi + LINK ANSA – Terremoto in Sicilia, non danni

 

 

video-1.59 

 

 

ANSA.IT — 4 DICEMBRE 2022 – 9.30
https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2022/12/03/maltempo-piogge-nel-messinese-persone-intrappolate-in-auto_7d379d17-3334-4a4e-bcd6-a6bcf3995c1c.html

Maltempo: piogge nel messinese, famiglie isolate e frane.

Strade invase da fango, tetti crollati, automobilisti bloccati. I vigili del fuoco sono impegnati in una serie di interventi

 

persone intrappolate in auto

 

Il maltempo in provincia di Messina, soprattutto nella zona peloritana e tirrenica, da questo pomeriggio, con temporali e forte vento ha provocato danni e paura.

Ora sembra che la situazione meteo sia migliorata anche se i sindaci invocano la massima prudenza.

La protezione civile ieri aveva lanciato un’allerta meteo di colore giallo.

Forti piogge si sono registrate a MilazzoBarcellona Pozzo di GottoTerme Vigliatore e hanno causato frane, l’interruzione di strade invase dal fango, anche l’A20 è stata interrotta tra gli svincoli di Falcone e Barcellona Pozzo di Gotto, case e sottopassaggi allagati con persone rimaste bloccate nelle auto, in casa, e alcune famiglie isolate.

Una donna rimasta dentro la propria auto invasa dal fango a Terme Vigliatore è stata soccorsa così come un’altra donna e i suoi due bambini a Tripi. A Milazzo un’ambulanza partita per soccorrere un infartuato è stata quasi sommersa dall’acqua e si è dovuta fermare. A Spadafora e Milazzo soccorse decine di automobilisti: strade allagate, tombini saltati, frane, cantine allagate. Sempre a Milazzo nell’istituto d’arte di via Gramsci sono rimasti bloccati sei studenti, due insegnanti e due collaboratrici scolastiche mentre in diverse strade è saltata la corrente elettrica. Sempre nel grosso centro messinese, una famiglia di tre persone sarà ospitata in un B&B a causa del crollo del tetto della propria abitazione in vico dei Lillà. A causa della mancanza di energia elettrica non è stato possibile attivare in molte zone le pompe idrovore. A Castroreale le strade provinciali 85 – 87 – 82 dopo le interruzioni sono state dichiarate di nuovo percorribili.

I sindaci dei comuni messinesi invitano le persone a prestare la massima attenzione se devono uscire da casa soprattutto negli spostamenti in auto. A Barcellona Pozzo di Gotto in serata la Croce Rossa ha trovato alloggio in un B&B a 5 persone , su richiesta del sindaco Giuseppe Calabrò. La protezione civile regionale sta lavorando nelle zone colpite dal maltempo ed è in costante contatto con i sindaci. Anche i Vigili del Fuoco e le organizzazioni di Volontariato sono sui luoghi colpiti dai temporali per i primi interventi. Il sindaco di Milazzo Pippo Midili ha scritto su Facebook: “Invito i cittadini a rimanere nelle proprie abitazioni e di evitare di mettersi in strada. La situazione del torrente Mela è sotto controllo ma le strade risultano allagate per le enormi piogge che stanno cadendo in città”.

 

 

ANSA.IT — 4 DICEMBRE 2022 — 9.39

Scossa di terremoto 4.6 al largo delle Eolie, avvertita a Messina.

Non si registrano danni

ansa.it/sicilia/notizie/2022/12/04/scossa-di-terremoto-4.6-al-largo-delle-eolie-avvertita-a-messina_73c439e5-a6bc-4a7a-bb73-b8c357492950.html

 

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ℝℕ ℕℝ @AndreaMarano11 — 21.14 — 3 dicembre 2022 — grazie !

 

 

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PIERO ANGELA- SUPERQUARK — MOZART, STORIA DI UNA VITA – 1h 45 minuti ca

 

 

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LAURA POLENCE ( Lettonia ) CI CANTA ” DORALICE ” DI DORYIVAL CAYMMI + O Pato di João Gilberto

 

Laura Polence – vocals
Breno Virícimo – guitar
Alaor Soares – drums & percussion
Quintessences –
String Quartet:
Anna Britala- violin
Laura Rafecas- violin
Maria Sofia Espiga Fonseca- viola
Alejandro Gabriel Sanchez -cello
Filmed by Jeroen van der Poel  in 2015

@ Teatro Munganga Amsterdam

 

 

 

 

 

LOCATION |

FOTO DA :https://queeristan.org/location/

TEATRO MUNGANGAhttps://munganga.nl/mini2/

è una compagnia teatrale che si rivolge ai bambini nei Paesi Bassi e all’estero.

 

 

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ℝℕ ℕℝ @AndreaMarano11 — 14.33 — 3 dicembre 2022 – grazie !

 

 

 

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WANGARI MUTA MAATHAI ( Nairobi, Kenia, 1940 – 2011 ), Prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, 2004- Autobiografia – DA : GARIWO — La foresta dei Giusti; + DA : Ugo Ramella @RamellaUgo, 3 dicembre, ore 18.00

GARIWO — La foresta dei Giusti

https://it.gariwo.net/giusti/ambiente-e-cambiamenti-climatici/wangari-muta-maathai-19365.html

 

WANGARI MUTA MAATHAI (1940 – 2011)

la “signora degli alberi”, voce simbolo della lotta per la pace

Wangari Muta Maathai

Wangari Muta Maathai, biologa, ambientalista e attivista politica keniota, nasce a Nyeri (Kenya) il primo aprile 1940. Apparteneva all’etnia kikuyu.

Quando il Kenya era una colonia inglese, le figlie dei contadini Kikuyu non andavano a scuola. Un fratello di Wangari convinse però la madre a lasciare che lei frequentasse con lui le elementari del villaggio e un insegnante la raccomandò alla scuola primaria Santa Cecilia, un pensionato della missione cattolica di Nyeri. Wangari si convertì al cattolicesimo, all’esame delle medie fu prima della sua classe e ammessa al liceo Nostra Signora di Loreto, a Limuru, l’unico liceo femminile del Kenya. Dopo il diploma e grazie a borse di fondazioni statunitensi, frequenta il college di St. Scholastica e l’università di Pittsburgh, diventando la prima donna centroafricana a conseguire una Laurea in Scienze biologiche (1966) e a ottenere una cattedra in veterinaria all’Università di Nairobi. 

Durante la giornata mondiale per l’ambiente del 1977, con altre donne pianta sette alberi in un parco appena fuori dalla capitale keniota: questi alberi formano la prima “cintura verde”, che dà il nome al movimento ecologista Green Belt ( = cintura ) Movement.

A partire dagli anni ’80 Maathai promuove una forte campagna di sensibilizzazione verso i problemi ambientali e il disboscamento, facendo piantare in Kenya e in altri Paesi africani più di 30 milioni di alberi.

Il suo interesse si allarga poi ai diritti umani, in particolare di donne e bambini, e alla lotta per la democrazia e per una società multietnica. La sua azione contribuisce a sollevare l’attenzione nazionale e internazionale sull’oppressione politica in Kenya, incoraggiando soprattutto le donne africane a battersi per una vita migliore. Per la sua critica alla corruzione del regime keniota viene picchiata, diffamata e più volte imprigionata.

Nel 1997 diventa il simbolo di una possibile leadership femminile, candidandosi alle elezioni contro il presidente Daniel Toroitich arap Moi. Nel 2002 viene eletta Ministro aggiunto all’Ambiente, alle Risorse naturali e alla Fauna, carica che ricoprirà fino al 2007. Attraverso una strategia fatta di educazione, pianificazione familiare, alimentazione consapevole e lotta alla corruzione, il Green Belt Movement apre la strada allo sviluppo a partire da tutti i livelli della società. Maathai diventa la voce simbolo delle migliori forze africane e della lotta per promuovere la pace e il benessere nel continente. Viene per questo insignita di numerosi premi internazionali, tra cui il Global 550 dell’ONU e il Goldman Environmental Award

Nel 2004 è la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la pace, per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”. Decide di festeggiarlo nel modo migliore che conosce: piantando un albero nella terra rossa della valle dominata dal Monte Kenya.

 

MilanoSperling & Kupfer 2007  Solo il vento mi piegherà

 

Nel 2006 pubblica la sua autobiografia, Unbowed (trad it. 2007 Solo il vento mi piegherà, Sperling&Kupfer). Malata di tumore, muore a Nairobi il 25 settembre 2011.

Dal 14 marzo 2019 a Wangari Maathai è dedicata una targa al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano.

Giardini che onorano Wangari Muta Maathai

  • Fiumicino – I.C. Porto Romano

  • Foggia – ISS Notarangelo-Rosati

  • Frattamaggiore – Liceo Miranda

  • Halabja

  • Milano – Monte Stella

  • Nichelino

  • Opera

  • Perugia

  • San Benedetto Val di Sambro

 

nota :

PUERI CANTORES

FESTIVAL DEI PIERI CANTORES, COLONIA, GERMANIA, 2004

 

pueri cantores sono cori di voci bianche che tradizionalmente accompagnano con il canto la liturgia nella Chiesa cattolica.

L’istituzione di una “Schola Puerorum” nelle basiliche di San Pietro in Vaticano e di San Giovanni in Laterano risale al papa san Gregorio Magno, nel VI secolo e successivamente l’uso si diffuse presso tutte le chiese di una certa importanza.

Nel XVI secolo i cori furono spesso costituiti da cantanti adulti, castrati in tenera età affinché conservassero una voce acuta, senza la mutazione derivante dalla pubertà. L’uso fu ufficialmente proibito dalla Chiesa solo nel 1903.

Nel 1944 si riunirono nella “Foederatio internationalis pueri cantores” (“Federazione internazionale fanciulli cantori”).

 

NOTA 2 :

 

Gairdino di Milano

Il Giardino dei Giusti a Milano ( Monte Stella )

da : https://it.gariwo.net/giardini/giardino-di-milano/

 

Giardino di Milano

Dopo vari momenti di riqualificazione, è stato inuaugurato  ” Il nuovo Giardino dei Giusti ” il 6 ottobre 2019

 

 

 

da :

Monte Stella, ecco il nuovo Giardino dei Giusti

 

Associazione Giardino dei Giusti di Milano

pianta da : https://www.associazionegiardinogiustimilano.it/inaugurazione.html

 

 

da :

https://moovitapp.com/index/it/mezzi_pubblici-Il_Giardino_dei_Giusti_di_Tutto_Il_Mondo-Milano_e_Lombardia-site_166870972-223

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LIANA MILELLA, Zagrebelsky: “Incompatibile con l’Europa una Costituzione in chiave sovranista” –REPUBBLICA DEL 2 DICEMBRE 2022

 

 

REPUBBLICA DEL 2 DICEMBRE 2022
https://www.repubblica.it/esteri/2022/10/02/news/zagrebelsky
_intervista_diritto_italiano_contro_diritto_europeo_modifica_
costituzione_sovranismo-368159246/

 

Zagrebelsky: “Incompatibile con l’Europa una Costituzione in chiave sovranista”

Zagrebelsky: "Incompatibile con l'Europa una Costituzione in chiave sovranista"

Intervista all’ex presidente della Consulta: “La modifica degli articoli 11 e 117 suggerita da Fdi finirebbe per allinearci a Ungheria e Polonia”. E a proposito dell’equilibrio tra legislazione nazionale e comunitaria: “In caso di diritti che confliggono, come tra donna ed embrione nel caso dell’aborto, chi decide quale dei due è prevalente?

Gli italiani hanno paura. A partire dal raddoppio delle bollette. Ma perché, con questi problemi addosso, hanno votato un partito che invece vuole portarci fuori dall’Europa e dai diritti comuni acquisti? 

“Le motivazioni del voto sono le più varie e non credo che i rapporti con l’Europa siano stati al centro dell’attenzione della stragrande maggioranza degli elettori. Le scelte elettorali si sono orientate, mi pare, più per preoccupazioni, sentimenti e risentimenti immediati e concreti che per considerazioni istituzionali”.

 

E l’ipotesi di cambiare quella parte della Costituzione che impone all’Italia il rispetto degli obblighi europei non è certo stato il primo problema.

“Questa è solo apparentemente una questione secondaria. Anzi, potremmo dire che se si volesse aprire un contenzioso acuto tra l’Italia e l’Europa non si potrebbe scegliere un argomento più esplosivo di quello dei rapporti tra il diritto europeo e il diritto nazionale. Soprattutto perché questo tema tocca un pilastro della costruzione dell’Unione, oltre che riguardare la tutela dei diritti costituzionali”.

 

 

In un’intervista a Repubblica Francesco Lollobrigida, personaggio influente nel partito di Giorgia Meloni, mette in discussione proprio “il principio della sovranità del diritto europeo su quello nazionale”. 

“L’espressione “sovranità” è impropria. Più corretto sarebbe usare la parola “primato”. Sovranità e primato sono due cose diverse. Il primato è il frutto di una lunga storia iniziata con la fondazione delle istituzioni europee e proseguita con il loro consolidamento. In una prima fase, fino a una storica sentenza della Corte costituzionale del 1984, il diritto europeo entrava nel diritto italiano solo se, come e quando fosse recepito e trasformato in legge nazionale. Su questo punto si aprì un braccio di ferro tra le istituzioni europee e il nostro Paese. L’Italia basava la sua posizione sulla sovranità nazionale; l’Europa, invece, sul principio, scritto nei Trattati istitutivi, dell’efficacia diretta, immediata e uguale del suo diritto in tutti i paesi dell’Unione”.

 

 

Lei mi sta dicendo che dal 1984 le leggi italiane devono rispettare una sorta di format europeo e non possono tradirlo? 

“Esattamente così. Da quella data in avanti il braccio di ferro è stato superato riconoscendo che il diritto europeo si applica automaticamente, senza che la sua efficacia in Italia sia subordinata al beneplacito e, dunque, alla supervisione del nostro legislatore”.

 

 Ma FdI vuole cambiare gli articoli 11 e 117 della Costituzione, dov’è scritto che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. A quel punto, se ciò accadesse, l’Italia sarebbe fuori dall’Europa? 

“Certo. Ma se andasse a finire così, innanzitutto saremmo fuori dalla nostra stessa Costituzione. Uno dei suoi principi fondamentali si chiama “internazionalismo”, posto dai Costituenti in consapevole opposizione al “nazionalismo” del regime precedente. Finiremmo per allinearci a ciò che è già accaduto in Ungheria e in Polonia rispetto al diritto dell’Unione, e alla Russia con riguardo al sistema di tutela dei diritti che fa capo alla Corte di Strasburgo”.

 

Vuol dire che potrebbero venir approvate presunte riforme costituzionali che in realtà sono incostituzionali?

“Una cosa è la Costituzione riformata, un’altra la Costituzione rovesciata. Il nazionalismo, o sovranismo che dir si voglia, non è una riforma dell’internazionalismo. Ne è la contraddizione. Non avremmo una Costituzione modificata, ma un’altra Costituzione, nemica della prima”.

 

C’è un rapporto tra la garanzia dei diritti e l’appartenenza al sistema europeo di protezione? 

“Direi di sì. Quando si vuole ridurre lo spazio dei diritti dei propri cittadini, o orientarne l’uso nel senso voluto da governi autoritari, parallelamente si mette in discussione il diritto comune europeo. Ciò è avvenuto, non per caso, nei tre Paesi che citavo poc’anzi. Viceversa, la difesa dell’appartenenza alla famiglia giuridica europea è funzionale alla tutela dei diritti”.

 

L’Italia potrebbe finire proprio come l’Ungheria visti anche i rapporti stretti tra Meloni e Orban?

“Lollobrigida, nella sua intervista, non parla di Ungheria, Polonia o Russia. Cita invece la Germania che è un esempio meno scomodo. Abbiamo già accennato al tema del primato del diritto europeo. È un argomento ampiamente discusso in questi decenni non solo in Germania, ma in tutti i Paesi dell’Unione. Primato non vuol dire supremazia assoluta. Significa ordinaria prevalenza sui diritti nazionali, con un limite tuttavia. Dappertutto è riconosciuto che tale prevalenza si arresta di fronte ai “principi supremi degli ordinamenti costituzionali nazionali e ai diritti inalienabili della persona”. Ciò rappresenta una garanzia estrema contro le possibili, per quanto improbabili, deviazioni dello stesso ordinamento europeo rispetto allo “Stato di diritto”. Questo è il concetto di “primato”: ordinaria prevalenza, ma con il limite eccezionale anzidetto”.

 

Ci sono casi concreti in cui il diritto europeo ha dovuto cedere il passo a quello di un singolo Stato? 

“Sì. Uno ha riguardato proprio l’Italia. È un caso del 2018 in cui la nostra Corte costituzionale ha affermato che il principio di legalità in materia di reati e pene attiene al cuore dello Stato di diritto. Per questo l’ha opposto alla Corte di giustizia del Lussemburgo che avanzava la pretesa che, in vista della repressione di determinati reati fiscali, si ignorassero le norme nazionali in tema di prescrizione”.

 

Però Lollobrigida, per sostenere la sua tesi sovranista, cita la posizione autonoma già assunta dalla Germania. 

“Non è un riferimento probante. Esistono famose decisioni del Tribunale costituzionale federale tedesco, per esempio le cosiddette Solange I del 1974 e Solange II del 1986 (“solange” significa “fino a quando”). Nella prima si afferma che “fino a quando il processo di integrazione europeo non sia giunto a prevedere un catalogo dei diritti fondamentali, il diritto comunitario è inapplicabile nella misura in cui contrasti con uno dei diritti fondamentali della Costituzione”. Con la seconda decisione, però, il Tribunale ha rovesciato la precedente, riconoscendo che la riserva del “fino a quando” non vale più perché “lo standard di protezione dei diritti assicurato dalle istituzioni europee è [ormai] normalmente sufficiente”. Tutto questo significa che esiste bensì una riserva a favore della sovranità nazionale, ma che può valere solo eccezionalmente. Normalmente, invece, il diritto europeo, nell’ambito delle competenze fissate dai Trattati, è incontestabile”.

 

E allora dove s’incaglia l’ipotesi di Lollobrigida?

“Nel rovesciamento dell’eccezione in normalità”.

 

Ma lui sostiene che nel possibile conflitto tra norme europee e norme nazionali devono prevalere quelle più favorevoli ai diritti dei cittadini. Il sottinteso è che dal governo che verrà usciranno le norme più favorevoli, che l’Italia sarà più avanti dell’Europa sulla strada dei diritti.

“Si tratta della questione del “livello di protezione”. Si afferma che deve prevalere il livello più alto. Concetto apprezzabile a prima vista. Ma che significa in concreto? E, soprattutto, chi stabilisce dove sta la maggiore protezione?

Faccio tre esempi che riguardano sia il diritto italiano sia quello europeo: l’aborto, l’eutanasia e la condizione dei migranti.

Per l’aborto deve pesare di più il diritto di autodeterminazione della donna o quello alla vita dell’embrione? Per l’eutanasia è più conforme alla dignità dell’individuo la libertà di decidere di porre fine alla propria vita nei casi estremi oppure la protezione del valore della vita in qualsiasi caso, fino a quando la morte non sopraggiunga da sé? Infine, per i migranti prevale il diritto all’accoglienza oppure il diritto dei cittadini a difendere “la casa propria”? Si capisce a prima vista che su questi temi è decisivo non quale sia il maggiore o minore livello di protezione, ma chi decide in proposito: l’Europa o lo Stato nazionale. Tutti parlano di diritti, il linguaggio dei diritti è universale, ma la concezione di essi cambia a seconda dei governi e delle loro politiche. E noi, a questo riguardo, stiamo probabilmente per sperimentare un salto nel vuoto o, peggio, un salto nel buio”.

 

Sta di fatto che, come ha raccontato Repubblica, i commissari Ue sono in grande allarme per l’Italia e per quest’idea di cambiare la Costituzione in chiave sovranista.

“Mi paiono preoccupazioni che dovrebbero diffondersi ben al di là della Commissione europea”.

 

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Ospedale Bambino Gesu FanPage @PediatriaOggi – 12.51 — 2 dicembre 2022 — grazie ! che belli.

 

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Ali baba – Luzzati, Gianini.avi — 10 minuti ca

 

 

 

Emanuele Luzzati, artista versatile e poliedrico, nato il 3 giugno 1921 e scomparso a Genova il 26 gennaio 2007-
Fu un noto scenografo a livello nazionale ed internazionale per teatro, balletti e danza, lirica. Nota anche la sua attività nel campo della grafica e di illustratore di libri per l’infanzia e di design e arredo per spazi navali e locali, per i costumi e le maschere per il teatro e alcuni noti spot degli anni ’60-70 e per le scenografie di alcuni noti film, di cui alcuni, La gazza ladra e Pulcinella ebbero anche la nomination all’Oscar [4]. Altri film noti di cui va ricordata la sua sigla grafica sono stati: L’armata Brancaleone e Brancaleone alle Crociate.
Fu una figura di rilievo per il mondo teatro a cui partecipò attivamente fondando la Compagnia dei Quattro con Franco EnriquezGlauco Mauri e Valeria Moriconi e nel 1976 il Teatro della Tosse con Tonino Conte e Aldo Trionfo.

Leggi la voce: Emanuele Luzzati

 

da : https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_Emanuele_Luzzati_di_Genova

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Ugo Ramella @RamellaUgo – 20.21 — 2 dicembre 2022 — grazie !

 

Paul Cezanne. La stufa nello studio 1865

 

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olio su tela
41 x 30 cm

National Gallery, Londra

Il dipinto venne eseguito probabilmente nello studio parigino dell’artista  e rappresenterebbe quindi le condizioni di ristrettezza della sua vita nella capitale. Il suo primo proprietario fu Émile Zola, amico di gioventù dell’artista.

 

Paul Cézanne, Autoritratto (1883-1887); pittura a olio, 44×36 cm, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

 

Cézanne in una fotografia scattata nel 1861
origine sconosciuta

 

 

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Partito Democratico @pdnetwork — ANSA.IT –2 DICEMBRE 2022 – 15.50 :: Domani la mobilitazione del Pd, pronta la contromanovra. Iniziative sui territori contro il provvedimento del governo + SABATO 17 DICEMBRE PIAZZA SANTI APOSTOLI ORE 15.00 ” Insieme per difendere la sanità pubblica e politiche sociali “

 

 

manifesto da  :  Partito Democratico @pdnetwork

 

ANSA.IT –2 DICEMBRE 2022 – 15.50
https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/12/02/domani-la-mobilitazione-del-pd-pronta-la-contromanovra_a83a140a-1d08-4c76-a9fc-cb66b14ec26f.html

 

Domani la mobilitazione del Pd, pronta la contromanovra.

Iniziative sui territori contro il provvedimento del governo

 

 

(ANSA) – ROMA, 02 DIC – Si svolgerà domani, sabato 3 dicembre, la mobilitazione “per l’Italia” del Pd sui territori contro la manovra del Governo.

“Una legge di bilancio che oltre a essere iniqua, inefficace e inadeguata a combattere la crisi economica e l’inflazione è un inno all’evasione fiscale, sia sul tema del contante, sia sul tema del Pos”, spiega il segretario Enrico Letta- e sostanzialmente dice agli italiani che hanno sempre pagato le tasse, che sono la maggioranza, ‘l’agenda fiscale ce la facciamo dettare da coloro che evadono il fisco’.

  Noi vogliamo ribellarci e dare voce a chi rifiuta l’idea che chi evade le tasse conti di più rispetto a chi le tasse le paga”.

 Per questo il Partito democratico ha messo a punto una contromanovra le cui proposte saranno illustrate e condivise con tutti i cittadini durante la mobilitazione, ma che riguardano :   “salari, caro vita, inflazione, salario minimo…”. (ANSA).

Secondo Letta “la prima legge di bilancio” della maggioranza “dà l’idea dell’improvvisazione”.

La nostra difesa della costituzione sarà uno degli elementi fondamentali del nostro lavoro.

Questo è un Governo che isola l’Italia in Europa senza alcun vantaggio e facendo un danno profondo all’Europa stessa e il mio invito è quello di continuare la nostra battaglia perché quello di cui oggi c’è bisogno è un’Italia che giochi un ruolo positivo senza isolarsi. Anche sulle vicende finanziarie questo Governo si sta muovendo la logica dell’improvvisazione. Il rientro dei capitali dall’estero è solo una delle questioni che non danno una vera idea di quella che sia la bussola in quella che doveva essere la prima legge di bilancio”, ha detto Letta. ( Ansa, 19 novembre 2022 )

 

 

Partito Democratico @pdnetwork

9.44 –2 dicembre 2022

 

Facciamo sentire la nostra voce, dalle piazze al Parlamento.

Sabato 17 dicembre a Piazza Santi Apostoli a Roma, alle 15, unisciti a noi per ribadire che la #LeggediBilancio del governo #Meloni è iniqua e inadeguata.
Un inno all’evasione fiscale.

Ci vediamo in piazza!

 

 

 

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Maria Costanza Boldrini,  Parole semitiche :: SESAMO — UNA PAROLA AL GIORNO.IT + la lunghissima ma emozionante favola di Alì Baba e i quarantotto ladroni con il capo –edizione Livorno, Antonelli, 1852 + Illustrazioni

 

 

UNA PAROLA AL GIORNO.IT – 2 dicembre 2022
https://unaparolaalgiorno.it/significato/sesamo?rm=_

 

Sesamo

 Parole semitiche  con Maria Costanza Boldrini

sè-sa-mo

 

SIGNIFICATO Pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae i cui semi sono commestibili

 

ETIMOLOGIA attraverso il latino sesamum, il greco sésamon e l’arabo simsim, da una radice semitica (forse accadica, forse babilonese o forse fenicia) che veicola il significato di grasso, oleoso.

 

  • «Apriti, sesamo!»

‘Apriti, sesamo!’ è una frase che si impara molto velocemente quando si è piccoli e assetati di storie fantastiche come quella di Alì Babà e i quaranta ladroni, che tradizionalmente viene  facente parte del ciclo de Le mille e una notte, sebbene sia stata aggiunta alla silloge dai traduttori occidentali nel corso del Settecento e Ottocento.

Le mille e una notte è una raccolta che contiene storie e leggende proprie di culture orientali disparate – Persia, Egitto, India, Mesopotamia, Arabia – raccontate dalla celeberrima Principessa Sheherazade al re Shahryar il quale, ferito dal  della prima moglie, ogni giorno prende in sposa una ragazza e la fa uccidere al termine della prima notte di nozze. La giovane, , utilizza la sete di storie e  del re a proprio vantaggio e ogni sera narra una leggenda diversa, rimandando alla sera successiva il finale di ciascuna, evitando così la morte.

La prima traduzione di questa raccolta la si deve al francese Antoine Galland, orientalista del XVIII secolo che volse in Sésame ouvre-toi! l’arabo iftaḥ yā simsim.

Non è chiaro il motivo che sta dietro questa parola magica. Come può l’umile sesamo, una piantina semplice dai semini profumati, alla base di golose ricette di pasticceria araba, aprire porte di  incantate? La risposta breve è ‘boh’. Quella lunga è costituita da una serie di ipotesi affascinanti che includono la  ebraica e l’utilizzo di olio di sesamo in rituali magici orientali.

Ora, relativamente all’etimologia della parola, non è possibile sbilanciarsi verso alcuna ipotesi, anche se l’idea dell’olio è evocativa, e non perché ci possa suggerire una lubrificazione dei  della porta segreta sul dorso della montagna. La radice  che si cela dietro simsim può avere a che fare con il concetto di ‘grasso’, di ‘unto’ (in arabo una delle parole per dire ‘grasso’ è sam).

Sappiamo che in Oriente, tra le altre cose, era uso ungere il capo dei re (da cui la nozione di Messia e Cristo) e il seme di sesamo è all’origine di un olio molto nutriente, sia dal punto di vista cosmetico che da quello alimentare. Forse era un unguento utilizzato davvero per compiere  e , e qui allora entra in gioco il potere creativo delle parole, rappresentato al meglio da un passo della Genesi in cui «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.»

Anche senza aver con sé del sesamo magico, o dell’olio, nella storia di Alì Babà basta la parola per compiere il  e sbloccare il varco verso un  immenso pieno di tesori di ogni tipo. ‘Le parole non descrivono la realtà, la creano’. Alcune aprono pure le porte.

 

SEGUE DAL LINK :

https://it.wikisource.org/wiki/Le_Mille_ed_una_Notti/Storia_di_Al%C3%AC_Baba_e_di_quaranta_ladroni_sterminati_da_una_schiava

 

 

 

Alì Babà e i quaranta ladroni - Wikipedia

NOTTE CCCLXIII

STORIA

DI

ALÌ BABÀ E DI QUARANTA LADRONI STERMINATI DA UNA SCHIAVA.

 

 

La sultana Scheherazade, svegliata dalla vigilanza della sorella Dinarzade, raccontò al consorte la storia ch’egli aspettava.

— Possente sultano,» diss’ella, «in una città della Persia, sui confini degli stati di vostra maestà, vivevano due fratelli, uno de’ quali chiamato Cassini o l’altro Ali Baba. II padre aveva lasciato loro scarsi beni, ed essendoseli egualmente divisi, pare che eguali esser dovessero le loro fortune; ma il caso dispose altrimenti.

«Cassim sposò una donna la quale, poco dopo il matrimonio, ereditò una bottega ben fornita, un magazzino pieno di merci ed alcune terre, che lo posero d’improvviso in grande agiatezza, costituendolo uno de’ più ricchi negozianti della città.

«Ali Baba, per lo contrario, avendo sposata una donna povera al par di lui, era meschinamente alloggiato, né aveva altra industria, per guadagnarsi il vitto, e mantener sé ed i propri figliuoli, se non di andarla a far legna in una selva vicina, venendo a venderla alla città, caricata su tre somari, che formavano tutto il suo patrimonio.

 

Edmund Dulac – Storie dalle Notti Arabe, Londra 1907

 

«Trovavasi un giorno Ali Baba nella foresta, e finiva di tagliarvi legna bastante all’incirca per caricarne le sue bestie, allorché scorse una densa polvere sollevarsi in aria ed avanzarsi dritto al luogo dov’egli stava. Guardò allora attentamente, e distinse una numerosa comitiva di gente a cavallo che veniva di trotto.

«Benché nel paese non si parlasse di ladroni, non ostante venne ad Ali Baba il pensiero che tali esser potessero quei cavalieri, e senza considerare cosa sarebbe accaduto de’ suoi asini, pensò a mettersi in salvo. Salito sur un grosso albero, i cui rami, a poca altezza, spartivansi in cerchio, sì vicini l’un all’altro, da non essere se non da piccolo spazio disgiunti, vi s’appiattò nel bel mezzo, con tanta maggior sicurezza, che potea vedere senza essere veduto; ergevasi l’albero appiè d’una rupe isolata da tutte le parti, molto più alta dell’albero stesso, e scoscesa in modo che per niun verso vi si poteva salire.

 

Ali Baba in the Wood.jpg

 Aubrey Beardley 1897

 

 

«I cavalieri, grandi, robusti, tutti ben montati e meglio armati, giunsero presso la rupe, ove smontarono; ed Ali Baba, contatine quaranta, dal loro aspetto e dall’equipaggio non dubitò non fossero ladroni. Nè s’ingannava: erano infatti malandrini, i quali, senza far alcuna violenza nei contorni, andavano ad esercitare le loro ruberie assai lontano, tenendo convegno in quel luogo; e ciò ch’ei li vide fare, confermollo nella sua opinione. Ogni cavaliere, sbrigliato il palafreno, lo legò ad un albero, gli passò al collo un sacco pieno d’orzo che portava in groppa, e tutti poi caricaronsi delle loro valige, la maggior parte delle quali parvero ad Ali Baba cosi pesanti, ch’ei le giudicò piene d’oro e d’argento.

«L’uomo più appariscente, carico come gli altri della sua valigia, che Ali Baba prese pel capo dei ladroni, si accostò alla rupe, assai vicino alla grossa pianta su cui stava ricoverato, e schiusosi il varco framezzo alcuni cespugli, pronunciò queste parole: «Sesamo, apriti!» cosi distintamente, che Ali Baba poté intenderle. Appena il capo de’ ladroni ebbele pronunziate, si apri una porta; ed egli, fatti passare prima gli altri, introdotti che furono tutti, entrò anch’egli, e la porta si richiuse.

«I ladroni rimasero a lungo entro lo scoglio, ed Ali Baba, il quale temeva che qualcuno di loro, o tutti assieme ne uscissero, s’egli abbandonava il suo posto per fuggire, fu costretto a restare sull’albero, aspettando con pazienza. Si sentì però tentato di scenderne per impadronirsi di due cavalli, balzare su d’uno, condur l’altro per la briglia, e correre in città, cacciandosi innanzi i tre somari; ma l’incertezza dell’evento l’indusse ad appigliarsi al partito più sicuro.

 

 

Aubrey Beardsley, 1897 – per l’edizione inglese

 

«Finalmente si riaprì la porta, i quaranta ladroni ne sortirono, ed il capitano, entrato per l’ultimo, uscì pel primo, e dopo averseli veduti sfilare davanti, Alì Baba udì che faceva chiudere la porta, pronunciando queste parole: «Sesamo, rinchiuditi.» Tornò ciascuno al suo cavallo, gli ripose la briglia, attaccò di nuovo la valigia alla sella, e vi salì. Quando in fine il capitano vide che tutti erano pronti alla partenza, si mise alla testa, e ripigliò con essi la strada d’ond’erano venuti.

«Alì Baba non discese però subito dall’albero. — Possono essersi dimenticata qualche cosa,» pensò fra se, «che li costringa a tornare indietro, ed io, se ciò accadesse, mi troverei accalappiato.» Li seguì dunque coll’occhio sinchèé li ebbe perduti di vista, e non discese, per maggior sicurezza, se non molto tempo dopo. Avendo tenuto a memoria le parole in forza delle quali il capitano de’ ladroni aveva fatto aprire e chiudere la porta, fu curioso di provare se, pronunziandole, farebbero il medesimo effetto. Passato in mezzo ai cespugli, e veduta la porta che nascondevano, vi si presentò davanti, e disse: «Sesamo, apriti!» Sull’istante la porta si spalancò.»

 

Illustration for a book of tales. One of several editions.

 

NOTTE CCCLXIV

 

 

Edmund Dulac, Storie dalle notti arabe, Londra 1907

 

 

— Sire, Alì Baba erasi aspettato di vedere un luogo di tenebre e d’oscurità, ma fu maravigliatissimo trovandone uno ottimamente rischiarato, vasto e spazioso, scavato dalla mano degli uomini, a volta altissima, che dall’alto della rupe riceveva la luce per un’apertura al modo medesimo praticata. Quivi scorse grandi provvigioni da bocca, balle di ricche merci accumulate, stoffe di seta e di broccato, tappeti di gran valore, e soprattutto oro ed argento monetato a mucchi, ed in sacchi o grandi borse di cuoio le une sulle altre; al vedere le quali cose, gli parve non fossero lunghi anni, ma secoli che quella grotta servisse di rifugio a ladroni succedutisi l’un l’altro.

«Non titubò Alì Baba sul partito da prendere: s’introdusse nella grotta, ed appena vi fu entrato, la porta si rinchiuse; ma non n’ebbe alcuna inquietudine, conoscendo il segreto di riaprirla. Non si attaccò alle monete d’argento, ma bensì all’oro, particolarmente a quello dei sacchi, e levatone in più volte quanto ne potea portare, in quantità sufficiente per formare il carico de’ suoi tre asini, raccolse le bestie ch’eransi disperse, le fece avvicinare alla rupe, le caricò de’ sacchi, e per nasconderli, vi accomodò sopra la legna in modo che non si potessero scorgere. Si presentò quindi dinanzi alla porta, e non ebbe appena pronunziate le parole: «Sesamo, rinchiuditi!» che quella si chiuse; essendosi chiusa da se ogni volta ch’eravi entrato, e rimasta aperta ogni volta ch’erane uscito.

«Ciò fatto, Alì Baba ripigliò la via della città, e giunto a casa, fece entrare gli animali in un cortiletto, chiudendone con gran cura la porta; poi, deposta la poca legna che copriva i sacchi, li portò in casa, ponendoli ed accomodandoli davanti a sua moglie, seduta sur un sofà.

«Apri la donna quei sacchi, ed accortasi ch’erano pieni di danaro, sospettò non il marito li avesse rubati; dimodoché, allorché questi ebbe finito di portarli, non poté trattenersi dal dirgli: — Alì Baba, sareste mai tanto sciagurato per… —

«Alì Baba l’interruppe. — Zitto, moglie, non allarmatevi; io non sono ladro, a meno che non sia esserlo il togliere ai ladri. Cesserete d’avere questa sinistra opinione di me quando vi avrò narrata la mia buona ventura. —

«Vuotò quindi i sacchi, che formarono un grosso mucchio d’oro, dal quale sua moglie rimase abbagliata; poi, le fece l’esposizione del fatto dal principio alla fine, e, terminando, le raccomandò sopra ogni altra cosa di conservare il segreto.

«La donna, rinvenuta dal suo spavento, si rallegrò col marito della loro fortuna, e volle contare pezzo per pezzo tutto l’oro che stavale davanti.

«— Moglie,» le disse Alì Baba, «non avete giudizio; cosa pretendereste fare? quando avrete terminato di contarlo? Corro a scavare una fossa per nascondervelo; non abbiamo tempo da perdere.

 

Eden-Théâtre. Ali-Baba. Manifesto dello spettacolo, litografia, 1890- Bibliothèque nationale de France

 

«— Ma pure è meglio,» rispose la moglie, «sapere almeno all’incirca la quantità che ve n’ha. Vado a cercare nel vicinato una piccola misura, e mentre lo misurerò, voi scaverete la fossa.

«— Donna,» ripigliò Alì Baba, «quello che volete fare non serve a nulla, e ve ne asterrete, se vorrete darmi ascolto. Nonostante, fate ciò che vi piace; ma ricordatevi di conservare il segreto. —

«Per soddisfarsi, la donna esce di casa, e va da Cassim, suo cognato, che non abitava molto lontano. Cassim non trovavasi in casa, ed in mancanza di lui, essa si volge alla moglie, pregandola di prestarle per alcuni momenti una misura; chiestole dalla cognata se la volesse grande o piccola, la moglie di Alì Baba ne domandò una piccola.

«— Volentieri,» disse la cognata; «aspettate un momento, che ve la porto subito. —

«La cognata va a cercare la misura e la trova; ma conoscendo la povertà di Alì Baba, curiosa di sapere che sorta di grano volesse misurare la donna, immaginò di applicare destramente sotto alla misura un po’ di sego, e così fece. Tornò quindi, e presentandola alla cognata, scusossi di averla fatta aspettare, dicendo che aveva penato molto a trovarla.

«La moglie di Alì Baba tornò a casa, pose la misura sul mucchio d’oro, la empi e votolla un po’ più lontano sul sofà, e per più volte, sinché ebbe finito, e contenta del buon numero di misure trovato, partecipollo al marito, il quale aveva allora finito di scavare la fossa.

«Mentre Alì Baba nascondeva sotterra l’oro, ella, per dimostrare alla cognata la sua esattezza e diligenza, le riportò la misura, ma senza osservare esservisi attaccata sotto una moneta d’oro.

«— Cognata,» le disse, rendendogliela, «vedete che non ho tenuto molto tempo la vostra misura; ve ne sono gratissima, e ve la restituisco. —

 

John D. Batten — stesso testo-  1915

 

 

«Appena la moglie di Alì Baba ebbe volta la schiena, la moglie di Cassim guardò sotto alla misura, e non potremmo esprimere il suo stupore trovandovi attaccata una pezza d’oro. L’invidia s’impadronì sul momento del suo cuore.

«— Come!» sclamò; «Alì Baba ha dell’oro da misurare! dove l’ha egli preso, quel miserabile? —

«Cassim, suo marito, non era in casa, come abbiam detto, ma trovavasi alla sua bottega, d’onde non doveva tornare se non la sera; tutto il tempo ch’egli si fece attendere, le parve un secolo, tanto era la di lei impazienza di dargli una nuova, che non avrebbelo sorpreso meno di lei medesima.»

Schahriar e Dinarzade avrebbero voluto che la notte fosse stata meno corta, per udir più a lungo la continuazione d’un racconto si interessante; ma il giorno venne a por fine a codesto piacere.

L’indomani, la sultana delle Indie ripigliò in codesti sensi:

 

Illustrazione di John D. Batten  — dai Racconti di favole dalle Notti Arabe. 1915

 

 

NOTTE CCCLXV

— All’arrivo del marito a casa: — Cassim,» gli disse la donna, «voi credete di essere ricco, ma v’ingannate; Alì Baba lo è infinitamente più di voi: egli non conta il suo oro, ma lo misura. —

«Domandò Cassim spiegazione dell’enimma, ed ella ne diede lo schiarimento, istruendolo dell’astuzia di cui erasi servita per fare la scoperta, e gli mostrò la moneta trovata attaccata sotto alla misura, moneta tanto antica, da essergli ignoto il nome del principe che vi stava inciso.

«Lungi dal mostrarsi lieto della fortuna che poteva essere toccata al fratello per cavarsi dalla miseria, Cassim ne concepì un’invidia mortale, talché passò quasi tutta la notte senza dormire. Alla domane si recò da lui, mentre il sole non era ancor sorto, e non trattandolo da fratello, nome ormai dimenticato sin dacché ebbe sposata la ricca vedova: — Alì Baba,» gli disse, «siete ben riservato nei vostri affari; fate il povero, il miserabile, il pitocco, e poi misurate l’oro!

«— Fratello,» rispose Alì Baba, «non so di che cosa volete parlarmi. Spiegatevi.

«— Non fate l’ignorante,» riprese Cassim. E mostrandogli la moneta d’oro consegnatagli dalla moglie: «Quante pezze avete,» soggiunse, «simili a questa che mia moglie trovò attaccata sotto la misura che la vostra venne ieri a chiederle in prestito? —

«A tal discorso, Alì Baba conobbe che Cassim e la moglie di lui (per l’ostinazione della propria consorte) sapevano già ciò ch’egli aveva tanto interesse a tener celato; ma il fallo era commesso, né si potea riparare. Senza dar al fratello il minimo segno di stupore, né di dispiacere, gli confessò il fatto, o raccontò pure per qual caso avesse scoperto l’asilo dei ladroni ed in qual sito, offerendogli quindi, se volesse conservare il segreto, di fargli parte del tesoro.

«— Lo pretendo anche,» ripigliò Cassim con fiero accento; «ma,» soggiunse, «voglio sapere dove sia precisamente il tesoro, i segni, gl’indizi, e come possa entrarvi anch’io, se me ne venisse voglia; altrimenti corrò a denunziarvi alla giustizia. Se ricusate, non solo dovrete sperarne più nulla, ma ben anco perderete ciò che ne prendeste, mentr’io, per avervi denunziato, ne avrò la mia parte. —

«Alì Baba, piuttosto per buona indole, che intimidito dalle minacce insolenti d’un barbaro fratello, lo istruì pienamente di quanto desiderava, come anche delle parole di cui bisognava servirsi per entrare nella grotta ed uscirne.

«Cassim non ne chiese di più. Lasciò il fratello, risoluto di prevenirlo, e pieno di speranza d’impossessarsi egli solo del tesoro, parte il giorno dopo di buon mattino, prima dello spuntar dell’alba, con dieci muli carichi di grandi forzieri, ch’ei si propone di riempire, riservandosi di condurne un numero maggiore in un secondo viaggio, secondo i carichi che avrebbe trovato nella grotta. Prende dunque la via insegnatagli da Alì Baba, e giunto presso alla rupe, e riconosciuti i segni e la pianta su cui erasi nascosto Alì Baba, cerca la porta, la trova, e per farla aprire, pronunzia le parole: «Sesamo, apriti.» Spalancasi la porta, egli entra, e quella tosto si richiude.

 

altra illustrazione di:
John D. Batten – Fairy tales from the Arabian nights. E. Dixon [ed.] J. D. Batten [ill.] New York : G.P. Putnam’s Sons. c.1915

 

 

Esaminando la grotta, stupisce altamente vedendo ricchezze molto maggiori che non avesse immaginato dal racconto di Alì Baba, e la sua ammirazione crebbe a seconda ch’egli andava esaminando ad una ad una partitamente le cose. Avaro ed amante delle ricchezze qual egli era, avrebbe passato la giornata a pascere gli occhi nella vista di tanto oro, se non avesse pensato d’esser venuto per levarlo e caricarne i dieci suoi muli. Presone adunque un numero di sacchi, quanti ne poteva portare, e venuto alla porta per farla aprire, pieno l’animo d’ogni altra idea fuor di quella che maggiormente importava, avviene ch’egli ha dimenticata la parola necessaria, ed invece di Sesamo, dice: «Orzo, apriti.» Allora si maraviglia che la porta, lungi dall’aprirsi, rimanga chiusa. Nomina egli varie altre sorta di grani, fuor di quello che bisognava, e la porta non si spalanca.

«Cassim non si attendeva simile avvenimento. Nell’estremo pericolo in cui si vede, lo spavento s’impossessa di lui, e più fa sforzi per ricordarsi del vocabolo Sesamo, più s’imbroglia la memoria, ed in breve quella parola diventa per lui come se mai non ne avesse assolutamente udito parlare. Getta a terrai sacchi ond’erasi caricato, percorre a gran passi la grotta ora da una parte, or dall’altra, né più lo movono tutte le ricchezze dalle quali si trova circondato. Lasciamo Cassim deplorare la sua sorte, ch’ei non merita compassione.

«I ladroni tornarono alla grotta verso mezzodì, e quando ne furono a poca distanza, vedendo intorno alla rupe i muli di Cassim carichi di forzieri, inquieti di tale novità, inoltrarono a briglia sciolta, mettendo in fuga i dieci animali che Cassim avea trascurato di legare alle piante, e che pascevano liberamente; di modo che si dispersero qua e là per la selva, tanto lungi che in breve li ebbero perduti di vista.

«I malandrini non si presero la briga di correre dietro ai muli, viemaggiormente importando ad essi di trovarne il padrone. Mentre alcuni girano per cercarlo intorno alla rupe, il capitano smonta cogli altri, e correndo colla sciabola in pugno verso la porta, pronunzia le parole, e quella si apre.

«Cassim, il quale, dal centro della grotta, poté udire il calpestio de’ cavalli, non dubitò dell’arrivo de’ ladroni e della vicina sua perdita. Risoluto almeno di fare uno sforzo per isfuggir loro di mano e salvarsi, si dispone a slanciarsi fuor della porta appena quella si aprisse; quando la vide schiudersi, dopo aver udito pronunciare la fatal parola, sfuggitagli dalla memoria, si gettò fuori così precipitosamente, che rovesciò il capitano; ma non iscampò dagli altri ladroni, i quali, avendo tutti la scimitarra sguainata, gli tolsero all’istante la vita.»

— Questo malvagio fratello non s’ebbe se non quello che meritava,» disse la buona Dinarzade alla sorella, che l’alba aveva allora interrotto; «quanto ammiro ne’ tuoi racconti, cara sorella, è che sempre la morale vi si nasconde sotto il maraviglioso, dimodochè se ne ha istruzione insieme e diletto; spero che il sultano nostro signore ti permetterà di continuare.»

E Scheherazade fecelo l’indomani e le notti seguenti.

 

John D. Batten, 1915

 

 

NOTTE CCCLXVI

— Prima cura de’ masnadieri, dopo quell’esecuzione, fu di entrare nella grotta; trovarono presso alla porta i sacchi che Cassim aveva principiato a movere per portarli via e caricarne i muli, e li riposero a’ loro luoghi, senza avvedersi di quelli tolti in prima da Alì Baba. Tenendo consiglio e deliberando su quell’avvenimento, compresero come Cassim non avesse potuto uscire dalla grotta, ma non seppero immaginare come vi fosse entrato. Cadde loro in mente che potesse essere disceso dall’alto della caverna; ma l’apertura d’onde veniva la luce era così elevata, e la cima della roccia tanto inaccessibile al di fuori, oltre che nulla loro significava averlo egli fatto, che unanimemente confessarono ciò esser fuori della loro penetrazione. Ch’entrato fosse per la porta, non se lo potevano persuadere a meno che posseduto non avesse il segreto per farla aprire; ma tenevano per fermo d’essere i soli a conoscerlo, benché in ciò s’ingannassero, ignorando d’essere stati spiati da Alì Baba, il quale così lo sapeva.

«In qualunque modo fosse avvenuta la cosa, siccome trattavasi di porre le ricchezze comuni al sicuro, convennero di fare in quattro quarti il cadavere di Cassim, e metterli accanto alla porta, al di dentro della grotta, due per parte, onde spaventare chiunque avesse l’audacia di tentare un’impresa consimile; salvo il non tornare alla grotta se non dopo qualche tempo che esalato fosse il puzzo del cadavere. Presa tale risoluzione, la eseguirono, e quando non ebbero più nulla che li trattenesse, lasciarono il loro ricovero ben chiuso, e risaliti a cavallo, andarono a battere la campagna sulle strade frequentate dalle carovane, per attaccarle ed esercitare le consuete ruberie.

«La moglie di Cassim intanto stava in vivissima inquietudine, vedendo già calata la notte, e che il marito non era ancor di ritorno. Andò a casa di Alì Babà tutta agitata, egli disse: — Cognato, voi non ignoratela quanto credo, che Cassim, vostro fratello, è andato nella selva, e per qual motivo. Non n’è ancora tornato, ed ecco inoltrata la notte; temo gli sia accaduta qualche disgrazia. —

«Alì Baba aveva dubitato del viaggio del fratello, dopo il discorso tenutogli, ed appunto per questo erasi astenuto di andare quel giorno alla foresta, onde non dargli ombra. Senza farle verun rimprovero di cui ella potesse offendersi, e neppure suo marito, se avesse vissuto, le disse, che non doveva intimorirsi, e che probabilmente Cassim aveva stimato a proposito di non rientrare in città se non molto innanzi nella notte.

«La moglie di Cassim lo credette pure, e tanto più facilmente, considerando quanto fosse importante, che suo marito facesse le cose in segretezza. Tornò dunque a casa, ed aspettò pazientemente sino a mezza notte. Ma dopo quell’ora le sue smanie raddoppiarono con tanto più sensibile dolore, perché non poteva sfogarlo, né sollevarsi colle grida, delle quali ben s’avvide che la cagione dovea restare nascosta al vicinato. Allora, se il suo fallo era irreparabile, si pentì della pazza curiosità avuta, per una riprovevole invidia, di penetrare negli affari dei cognati. Passò la notte in pianti, ed appena spuntato il giorno, corse da loro annunziando il motivo che la guidava piuttosto colle lagrime che colle parole.

«Non aspettò Alì Baba che la cognata lo pregasse di prendersi il disturbo d’andar a vedere cosa fosse avvenuto di Cassim; ma parti sul momento co’ suoi tre asini, e raccomandatole di moderare l’angoscia, recossi alla selva.

Nell’accostarsi alla rupe, non avendo per istrada veduto né il fratello, né i dieci suoi muli, rimase colpito dal sangue che vide sparso presso alla porta, e ne concepì cattivo augurio. Presentatosi quindi dinanzi alla porta, e pronunziate le parole, quella si aprì, ed ei fu atterrito al tristo spettacolo del corpo del fratello squartato in quattro. Non esitò allora sul partito da prendere onde render al fratello gli ultimi uffizi, dimenticandone il poco fraterno affetto. Trovato nella grotta l’occorrente, fece coi quattro pezzi due fardelli, ne caricò uno de’ somari insieme ad alquanta legna per nasconderli, e caricati gli altri due di sacchi d’oro e di legna come la prima volta, appena ebbe finito e comandato alla porta di chiudersi, ripigliò la via della città, senza perder tempo, usando peraltro la precauzione di fermarsi all’uscire della foresta uno spazio di tempo bastante per entrarvi sol di notte. Arrivato, non introdusse in casa se non i due asini carichi d’oro, e quindi, lasciato alla moglie il pensiero di scaricarli, ed in brevi parole partecipatale l’infelice sorte di Cassim, condusse l’altro somaro dalla cognata.

«Bussò il buon uomo alla porta, che gli fu tosto aperta da Morgiana: era questa una schiava destra, intelligente e feconda d’invenzioni per far riuscire le cose più difficili, ed Alì Baba per tale ben la conosceva.

Entrato pertanto nel cortile, e scaricato l’asino della legna e de’ due involti, presa la schiava in disparte: — Morgiana,» le disse, «la prima cosa che ti chiedo è un inviolabile segreto: comprenderai subito quanto esso sia necessario alla tua padrona ed a me. Ecco in que’ due fardelli il corpo del tuo padrone; si tratta di seppellirlo come se fosse morto naturalmente. Fammi parlare colla tua padrona, e sta attenti a quello ch’io le dirò. —

«Morgiana avvertì la padrona, ed Alì Baba, che li seguiva, subito entrò.

«— Ebbene, cognato,» gli domandò la donna con grande impazienza, «che nuova recate di mio marito? Non iscorgo nulla sul vostro volto che mi debba consolare.

«— Cognata,» rispose Alì Baba, «non posso dirvi nulla, se prima non mi promettiate d’ascoltarmi dal principio alla fine senza aprir bocca, essendo non meno a voi che a me importantissimo di servare, su ciò ch’è accaduto, la maggior segretezza pel vostro bene e riposo.

«— Ahi» sclamò essa senza alzare la voce; «questo preambolo mi fa comprendere che mio marito più non esiste; ma nello stesso tempo intendo la necessità del segreto che mi chiedete. Ben veggo che bisogna farmi violenza; parlate: vi ascolto. —

«Raccontò Alì Baba alla cognata tutto l’esito del viaggio sino al proprio arrivo col corpo di Cassim, e:

«— Cognata,» soggiunse, «ecco per voi un motivo di dolore tanto più grande quanto meno ve lo aspettavate. Sebbene il male sia senza rimedio, se v’ha nondimeno cosa alcuna capace di consolarvi, vi esibisco di unire al vostro il poco di bene che Dio mi ha concesso, collo sposarvi, assicurandovi che mia moglie non sarà gelosa, e vivrete insieme in buona armonia. Se la proposizione vi garba, bisogna pensare ad agir in modo che mio fratello sembri spirato di morte naturale; è questo un pensiero, del quale mi pare potete riposare su Morgiana, mentr’io, dal mio lato, vi contribuirò a tutto potere. —

«Qual miglior partito poteva prendere la moglie di Cassim fuor di quello che Alì Baba le proponeva, essa che, coi beni che le rimanevano per la morte del primo marito, ne trovava un altro più ricco di lei, ed il quale, per la scoperta del tesoro, poteva diventarlo ancora di più? Non ricusò dunque l’offerta, ma la riguardò anzi come un motivo ragionevole di consolazione; asciugate adunque le lagrime, che aveva cominciato a versare in copia, e sopprimendo le acute grida consuete alle donne che abbiano perduto il consorte, dimostrò bastantemente ad Alì Baba che accettava la di lui proposta.

«Lasciò questi la vedova di Cassim in tale disposizione, e raccomandato a Morgiana di far bene le sue parti, tornò sull’asino a casa «Morgiana non si smarrì d’animo; uscì nello stesso tempo di Alì Baba, e recatasi da uno speziale che dimorava in quelle vicinanze, bussa alla bottega, le aprono, ed ella domanda una specie di pastiglie efficacissime nelle malattie più pericolose. Lo speziale gliene consegnò pel denaro presentato, domandandole chi fosse malato in casa del suo padrone.

«— Ah!» diss’ella con un profondo sospiro; «è  Cassim medesimo, il mio buon padrone! Non si capisce nulla del suo male: non parla e non può mangiare.» Ciò detto, portò via le pastiglie, di cui Cassim veramente non era più in grado di far uso.»

 

 

“Histoire d’Ali-Baba et de quarante voleurs exterminés par une esclave”

Godefroy Durand (1832–1896) – Les mille et une nuits contes choisis

 

 

NOTTE CCCLXVII

 

Edmund Dulac – Dalle storie di notti arabe, Londra, 1907

 

 

— Sire, » proseguì la sultana delle Indie, «alla domane, Morgiana tornò dallo stesso speziale, e chiese, colle lagrime agli occhi, un’essenza che solevasi amministrare agl’infermi nell’ultima estremità, più non avendosi speranza de’ loro giorni, se quell’essenza non li faceva guarire,

«— Aimè!» diss’ella con grandissima afflizione, ricevendola dalle mani dello speziale; «temo assai che questo rimedio non faccia miglior effetto delle pastiglie! Ah, che perdo un buon padrone! —

«D’altra parte, siccome Ali Baba e sua moglie furono veduti tutto il giorno andare e venir più volte in aspetto assai mesto alla casa di Cassim, niuno si maravigliò all’udire verso sera le lamentevoli grida della moglie di questo, e soprattutto di Morgiana, annunziatili com’egli fosse spirato.

 

Edmund Dulac, Londra 1907

 

 

«Il giorno appresso, di buon mattino, Morgiana, la quale sapeva esservi sulla piazza un ciabattino, onesto e buon vecchio, che apriva ogni giorno la sua bottega molto tempo prima degli altri, esce, ed andatolo a ritrovare, dandogli il buon giorno appena, lo vide, gli mise in mano una moneta d’oro.

«Baba Mustafà, conosciuto da tutti sotto questo nome, Baba Mustafà, dico, uomo naturalmente allegro e sempre pronto a ridere, guardando la moneta, perché non era ancor ben chiaro, e scorgendo ch’era d’oro: — Buon augurio!» disse; «di che si tratta? Eccomi pronto a servirvi.

«— Baba Mustafà,» gli disse Morgiana, «prendete l’occorrente per cucire, e venite subito con me; ma colla condizione che, quando saremo in un tal sito, vi benderò gli occhi, —

«A tali parole, il ciabattino fece il restio. — Oh, oh!» rispose; «volete dunque farmi fare qualche cosa contro la mia coscienza o contro l’onor mio? —

«Mettendogli in mano un’altra pezza d’oro: — Dio mi guardi,» ripigliò Morgiana, «e all’esigere da voi cosa che non possiate fare con tutta onestà! Venite dunque, e non temete nulla. —

 

Edmund Dulac, Londra 1907

 

 

«Baba Mustafà si lasciò persuadere, e Morgiana, avendogli bendati gli occhi col fazzoletto nel sito indicato, lo condusse in casa del defunto suo padrone, e non gli levò la benda se non nella camera ove aveva collocato il cadavere con ogni quarto al suo posto. Quando glie l’ebbe tolta: — Baba Mustafà,» diss’ella, «vi ho condotto per farvi cucire i pezzi che qui vedete, non perdete dunque tempo, e finito che avrete, vi darò un’altra pezza d’oro. —

«Ultimata l’operazione del ciabattino, Morgiana tornò a bendargli gli occhi nella medesima stanza, e datagli la terza moneta d’oro promessa, e raccomandatogli il segreto, lo ricondusse sino al luogo di prima; e colà, levandogli nuovamente il fazzoletto, lo lasciò andare a casa, accompagnandolo coll’occhi sinché più non lo vide, onde togliergli la curiosità di tornar indietro ad osservare lei medesima.

«Morgiana aveva fatto scaldare un po’ d’acqua per lavare il corpo di Cassim; talché Alì Babà, giunto nel momento ch’essa tornava a casa, poté lavarlo, profumarlo d’incenso ed acconciarlo colle cerimonie d’uso. Il falegname portò il feretro già ordinato per cura di Alì Baba, ed affinché questi non si potesse accorgere di nulla, Morgiana ricevé la cassa alla porta, e pagatolo, lo rimandò, andando quindi ad aiutare Alì Baba a collocarvi il cadavere; quando questi vi ebbe ben inchiodate le assi al disopra, recossi la schiava alla moschea ad avvertire che tutto era pronto per le esequie. Allora le persone della moschea, destinate a lavare i morti, esibirono di venir a compiere la loro funzione; ma essa rispose essere già eseguita ogni cosa.

«Morgiana era appena tornata a casa quando, giunti l’imano e gli altri ministri della moschea, quattro vicini, a ciò chiamati, caricaronsi sulle spalle la bara, e seguendo l’imano, che recitava le preci, la portarono al cimitero. Morgiana, tutta in lagrime, come schiava del defunto, li seguiva colla testa scoperta, mandando alte grida, battendosi a gran colpi il petto e strappandosi i capelli; Alì Baba veniva dopo, accompagnato dai vicini, i quali staccavansi a vicenda tratto tratto per sollevare ed assistere gli altri che portavano il feretro, sinché giungessero al cimitero.

«La moglie di Cassim, intanto, rimase in casa, desolandosi e gettando lamentevoli grida colle donne del vicinato, le quali, secondo l’uso, accorsero durante la cerimonia della sepoltura, ed unendo le loro lamentazioni alle sue, empirono di mestizia tutto il quartiere.

«Per tal modo, la morte di Cassim fu nascosta e dissimulata fra Alì Baba, sua moglie, la vedova di Cassim e Morgiana, con tal industria, che niuno della città, lungi dall’averne cognizione, non ne concepì pur il minimo sospetto.

«Tre o quattro giorni dopo i funerali di Cassim, Alì Baba trasportò i pochi suoi mobili, col denaro tolto dal tesoro dei ladroni, portandolo però soltanto la notte, nella casa della vedova, onde stabilirvisi; il che fece conoscere il nuovo suo matrimonio colla cognata. E siccome siffatti sponsali non sono straordinari nella nostra religione, ninno ne rimase maravigliato.

«Quanto alla bottega di Cassim, Alì Baba avendo un figliuolo, il quale da qualche tempo avea finito il suo garzonato presso un altro mercante all’ingrosso, ch’erasi sempre esternato favorevolmente sulla di lui condotta, gliela diede, promettendogli che, laddove continuasse a diportarsi con saviezza, non istarebbe molto ad ammogliarlo vantaggiosamente secondo il suo stato.»

 

Sindbad the Sailor & Ali Baba and the Forty Thieves (London: Lawrence & Bullen, 1896), to face page 199, showing Ali Baba with his donkeys

Joseph Benwell Clark (1857-1938) – The Arabian nights’ entertainments, Henry Altemus Company, Philadelphia, ca. 1896

 

 

NOTTE CCCLXVIII

— Sire, lasciamo Ali Baba godere del principio della sua buona ventura, e parliamo dei quaranta ladroni. Tornati costoro al nascondiglio della selva nel tempo convenuto, non è a dire la loro maraviglia più non trovando il cadavere di Cassim, e quanto si accrebbe avvedendosi della diminuzione de’ sacchi d’oro.

«— Siamo scoperti e perduti,» disse il capitano; «e se non pensiamo a mettervi un pronto riparo, perderemo insensibilmente tante ricchezze che i nostri antecessori e noi, con tali stenti e fatiche, abbiamo accumulate. Quello che possiamo argomentare dal danno recatoci, è che il ladro, da noi sorpreso, ebbe il segreto di farsi aprire la porta, e che noi giungemmo felicemente nel punto che stava per uscirne. Ma egli non era solo, ed un altro lo deve come lui possedere. Il suo corpo involato ed il nostro tesoro diminuito ne sono segni incontrastabili; or non essendovi apparenza che più di due persone posseggano questo segreto, dopo aver fatto perir l’uno, è d’uopo far parimente perire anche l’altro. Che cosa ne dite, bravi compagni? siete voi pure del medesimo mio sentimento,? —

«La proposizione del capitano de’ ladroni fu trovata sì ragionevole dalla masnada, che tutti l’approvarono, e convennero unanimi che bisognava abbandonare ogni altra impresa per attaccarsi unicamente a quella, non dipartendosene se non quando vi fossero riusciti.

«— Io non mi aspettava meno dal vostro coraggio e dal valor vostro,» riprese il capitano; «ma prima di tutto, fa d’uopo che alcuno di voi, ardito, destro ed intraprendente, vada alla città, senz’armi ed in abito da forestiero, ed adopri l’ingegno in guisa di scoprire se non vi si parli della morte strana di colui che noi trucidammo come meritava, chi ei fosse, ed in qual casa dimorasse. È ciò che c’importa sapere anzi tutto, onde non far nulla di cui avessimo poi a pentirci, scoprendoci da noi medesimi in un paese dove siamo da tanto tempo sconosciuti, e nel quale abbiamo interesse di continuare ad esserlo. Ma, onde animare chi di voi si offrirà ad incaricarsi di tale commissione, ed impedirgli d’ingannarsi, venendoci a fare un falso rapporto, che potesse cagionare la nostra rovina, vi domando se non istilliate a proposito che, in tal caso, ei si sottometta alla pena di morte? —

«Senza. attendere che gli altri dessero i loro suffragi: — Io mi ci sottopongo,» disse un masnadiere, «e mi glorio di esporre la vita, incaricandomi della commissione. Se non riesco, vi ricorderete almeno che non avrò mancato nè di buon volere, né di coraggio pel bene comune. —

«Il malandrino, ricevute molto lodi dal capitano e da’ compagni, si travesti in modo che niuno avrebbelo potuto riconoscere per quello ch’era, e separatosi dalla banda, parti di notte tempo, prendendo sì bene le sue misure, che entrò nella città mentre appena cominciava a spuntar l’aurora. Inoltrassi egli sino alla piazza, ove vide aperta una sola bottega, ch’era quella di Baba Mustafà.

«Stava il ciabattino seduto sulla seggiola, colla lesina in mano, in atto di lavorare al suo mestiere, quando il ladrone se gli accostò augurandogli il buon dì, ed avvistosi della grave sua età: — Galantuomo,» gli disse, «cominciate assai di buon’ora a lavorare; non è possibile che ci vediate ancor bene, vecchio come siete; e quand’anche fosse chiaro, dubito assai abbiate gli occhi abbastanza buoni per cucire.

 

Edmund Dulac – 1907

 

 

«— Chiunque siate,» rispose Baba Mustafà, «bisogna che non mi conosciate. Vecchio qual sono, ho vista eccellente, e non ne dubiterete neppur voi quando saprete non esser molto che ho cucito un morto in un luogo dove non faceva certo più chiaro di adesso. —

«Altissima gioia provò il ladrone di essersi, arrivando, rivolto ad un uomo, il quale subito, com’ei non ne dubitava, gli dava da per sè notizia di ciò che avevalo colà condotto, senza domandarglielo.

«— Un morto!» ripigliò con maraviglia; e per farlo parlare: «Perchè cucire un morto?» soggiunse. «Volete probabilmente dire che cuciste il lenzuolo nel quale stava avvolto. — No, no,» riprese Baba Mustafà; «so benissimo quello che voglio dire. Vorreste farmi cianciare, ma non ne saprete di più. —

«Non ebbe il masnadiero bisogno di maggiori schiarimenti per esser persuaso di avere scoperto ciò ch’era venuto cercando. Trasse di tasca una moneta d’oro, e mettendola in mano al ciabattino, gli disse: — Non ho nessuna voglia di conoscere il vostro seguito, benché possa assicurarvi che, se doveste confidarmelo, non lo divulgherei certo. La sola cosa di cui vi prego è di farmi la grazia d’insegnarmi o venirmi a mostrare la casa nella quale cuciste quel morto. —

Quand’anche avessi la volontà di soddisfare alla vostra domanda,» rispose Baba Mustafà, tenendo la moneta in mano come per restituirla, «vi assicuro che non potrei farlo: dovete credere alla mia parola. Ed eccone la ragione: fui, cioè, condotto sino in un certo luogo ove mi si bendarono gli occhi, e di là mi lasciai guidare sin nella casa, da cui, eseguitovi ciò che dovea farvi, mi ricondussero nella medesima guisa allo stesso luogo. Vedete l’impotenza in cui sono di potervi servire.

«— Almeno,» riprese il ladrone, «dovete ricordarvi all’incirca della strada che avrete percorsa cogli occhi bendati. Venite, ve ne prego, con me; vi benderò gli occhi in quel tal sito, e cammineremo insieme per la medesima strada e le stesse giravolte che potranno tornarvi in mente; e siccome ogni fatica merita premio, eccovi un’altra pezza d’oro. Venite, fatemi il piacere che vi domando.» Sì dicendo, gli diede la moneta.

«Le due pezze tentarono Baba Mustafà; le guardò alcun tempo in mano senza aprir bocca, consultando fra sé che cosa dovesse fare. Si cavò finalmente dal seno la borsa, e ripostevele: — Non posso assicurarvi,» disse al malandrino, «di ricordarmi precisamente della strada che mi fecero fare; ma poiché cosi volete, farò il possibile per rammentarmene.»

 

Felix Mendelssohn, 1781

 

 

 

NOTTE CCCLXIX

— Baba Mustafà, con grande contento del masnadiero, si alzò, e senza chiudere la bottega, dove non eravi nulla di prezioso da perdere, condusse il ladrone sino al luogo nel quale Morgiana avevagli ben dati gli occhi. Giunti colà: — Qui,» disse Baba Mustafà, «qui è dove mi posero la benda, ed era voltato come mi vedete.» Il bandito, il quale aveva preparato il fazzoletto, glielo legò sugli occhi, e gli camminò allato, parte conducendolo, e parte lasciandosi da lui guidare, finché si fermò.

«— Mi pare,» disse Baba Mustafà, «di non essere andato più innanzi.» E si trovò precisamente davanti alla casa di Cassim, dove allora dimorava Alì Baba. Prima di levargli il fazzoletto, il ladrone fe’ prestamente, con un po’ di gesso che teneva in mano, un segno sulla porta; e quando glie l’ebbe tolto, chiesegli se sapeva a chi appartenesse la casa. Baba Mustafà rispose non essere di quel quartiere, e perciò non poteva dirgli nulla.

«Quando il masnadiero vide che non poteva ricavar altro dal ciabattino, lo ringraziò dell’incomodo recatogli; e lasciatolo tornare alla sua bottega, ripigliò la via della selva, persuaso di trovarvi buonissima accoglienza.

«Poco tempo dopo che il ladrone ed il ciabattino si furono separati, Morgiana uscì dalla casa di Alì Baba per non so qual affare; e tornando, notato il segno fatto dal ribaldo, si fermò per osservarlo.

— Cosa significa quel segno?» disse fra sé; « vorrebbe qualcuno male al mio padrone, oppure l’hanno fatto per divertirsi? In qualunque intenzione abbiano potuto farlo,» soggiunse, «è meglio cautelarsi contro ogni evento. —

«Prende dunque tosto del gesso, e siccome le due o tre porte prima di quella erano simili, le segna tutte nel medesimo modo, e rientra in casa senza parlare dell’accaduto ai padroni.

 

Edmund Dulac, Londra

 

 

«Il masnadiero intanto, che continuava il suo cammino, giunse alla selva, e raggiunta in brev’ora la compagnia, fece il rapporto del buon esito del suo viaggio, esagerando la fortuna avuta di aver subito trovato un uomo, da cui sapere il fatto ond’era venuto ad informarsi, che niuna fuor di colui avrebbegli potuto indicare. Fu ascoltato con alta soddisfazione, ed il capitano, prendendo a parlare per tutti, dopo averlo lodato per la sua diligenza: — Compagni,» disse, volgendosi alla masnada, «non abbiamo tempo da perdere; partiamo ben armati senza che ciò apparisca, e quando saremo entrati nella città separatamente, l’un dopo l’altro, per non dare sospetto, la piazza maggiore sia il luogo di riunione, gli uni da una parte, gli altri dall’altra, mentr’io andrò a riconoscere la casa, insieme al nostro collega, latore della buona novella, affinché io possa giudicare del partito che sarà per meglio convenirci. —

«Il discorso del capitano fu dai ladroni applaudito, e fra breve trovaronsi in istate di partire. Sfilarono a due a due, a tre a tre, e camminando a ragionevole distanza gli uni dagli altri, s’introdussero nella città senza destar sospetto, entrandovi per gli ultimi il capitano e quello ch’era venuto alla mattina. Condusse costui il capo nella contrada dove avea segnato la casa di Alì Baba, e giunto davanti ad una delle porte marcate da Morgiana, gliela fece notare, dicendogli esser quella. Ma continuando la strada senza fermarsi, per non dar sospetto, com’ebbe il capitano osservato che la porta seguente portava un segno eguale e nel medesimo sito, lo indicò alla guida, chiedendo se fosse quella o la prima. Il conduttore, confuso, non seppe cosa rispondere, ed ancor meno quand’ebbe veduto che le quattro o cinque porte successive erano anch’esse marcate nella stessa guisa. Giurò egli al capitano di averne segnala una sola, e:
— Non so,» soggiunse, «chi possa aver marcate le altre con tanta somiglianza; ma in questa confusione, confesso di non poter distinguere il mio segno. —

«Il capitano, vedendo il suo disegno andato a vuoto, recatosi alla piazza maggiore, fece dire a’ suoi, dal primo in cui incontrossi, d’aver perduta la fatica e fatto un viaggio inutile, e che non avevano altro partito fuorché di riprendere la via del comune rifugio. Ne diede anzi l’esempio, e tutti lo seguirono nel medesimo ordine ond’erano venuti.»

 

Edmund Dulac – Stories from the Arabian nights, Laurence Housman transl. Edmund Dulac illustr. New York: Hodder and Stoughton. 1907

 

 

 

NOTTE CCCLXX

 

Questa notte, Scheherazade, ripigliando la parola:

— Adunata che fu la banda nella selva, il capitano spiegò la ragione per cui li aveva fatti tornar indietro; in conseguenza la guida fu tosto dichiarata degna di morte ad una sol voce, e colui vi si condannò da sé medesimo, riconoscendo che avrebbe dovuto prender meglio le sue precauzioni, e presentò con fermezza il collo a quello che uscì dalle file per mozzargli il capo.

«Siccome trattavasi, per la conservazione della masnada, di non lasciar invendicato il torto a lei fatto presentasi un altro ladrone, il quale promette dì riuscir meglio dell’altro allora punito, e domanda la preferenza. Viene esaudito: egli parte, corrompe Baba Mustafà, come corrotto lo aveva il predecessore, e colui gli fa, cogli occhi bendati, conoscere la casa di Alì Baba. La segnò il ladro di rosso nel sito meno apparente, contando fosse quello un mezzo sicuro per distinguerla dall’altre già marcale di bianco.

«Ma poco tempo dopo, Morgiana uscì di casa come il giorno precedente, e quando fu per rientrarvi, quel segno rosso non isfuggì ai vigili suoi sguardi; sicché fatto lo stesso raziocinio della prima volta, non mancò di praticare lo stesso segno alle altre porte vicine e nel medesimo luogo.

«Il masnadiero, di ritorno a’ suoi compagni nella foresta, non lasciò di decantare la presa precauzione, infallibile, come asseriva, per non confondere la casa di Alì Baba colle altre. Il capitano ed i ladri credono colui che la cosa debba riuscire.
Recansi pertanto alla città nello stesso ordine e colle medesime precauzioni di prima, armati pure nella stessa guisa, disposti a fare il colpo che meditavano; ed il capitano col malandrino vanno direttamente alla contrada di Alì Baba; ma quivi trovano la medesima difficoltà della prima volta. Pieno di sdegno è il capitano, e l’altro coperto d’una confusione non minore di quella dei suo predecessore in tale intrapresa.

«Per tal modo, costretto il capitano a ritirarsi anche in quel giorno colla sua gente, tutti malcontenti come il dì innanzi, il ladrone, quale autore dell’equivoco, subisce similmente il castigo, cui si era volontariamente assoggettato.

«Il capitano intanto, vedendo la masnada scemata già di due bravi soggetti, temé di vederla viemaggiormente diminuita se continuava a fidarsi in altrui, onde essere informato al vero della casa di Alì Baba; resa edotto, dal loro esempio, che tutti i suoi non erano capaci se non pei colpi di mano, ed inetti ad agire di testa nelle occasioni, s’incaricò in persona della bisogna, e venuto alla città, coll’assistenza del ciabattino, il quale gli rese lo stesso servigio, come ai due altri deputati della congrega, non pensò a far segni onde conoscere la casa di Alì Baba; ma esaminolla tanto bene, non solo considerandola con attenzione, ma ben anco passandovi e ripassandovi più volte davanti, ch’eragli omai impossibile prenderne abbaglio.

«Contento il capitano dei masnadieri del suo viaggio, ed istruito di quanto desiderava, tornò al bosco; giunto nella grotta, dove i compagni lo attendevano: — Camerati,» disse loro, «nulla ormai c’impedirà di prendere piena vendetta del danno recatoci, conoscendo ora con certezza la casa del colpevole, sul quale dev’ella cadere. Ho già pensato, per istrada, ai mezzi di fargliela sentire così destramente, che niuno potrà aver cognizione del nostro ricovero, né del tesoro, tale essendo lo scopo cui mirar dobbiamo nella nostra impresa; altrimenti, invece di esserci utile, ne tornerebbe funesta. Per giungere a tal fine, ecco dunque cosa ho immaginato: quando ve l’avrò esposta, se alcuno si avvisi di spediente migliore, potrà comunicarlo. —

«Allora egli spiegò in qual modo intendeva governarsi, e riscossa la generale approvazione, li incaricò che, spargendosi ne’ borghi e ne’ villaggi circonvicini ed anche nelle città, facessero acquisto di muli, in numero di diciannove, e di trentotto grandi vasi di cuoio da trasportar olio, uno pieno e gli altri vuoti.

«In due o tre giorni, i ladroni fecero tal provvista. Siccome i vasi vuoti erano un po’ stretti d’imboccatura per l’esecuzione del suo disegno, il capitano li fece alquanto allargare; e fatto entrare in ciascuno di essi uno de’ suoi uomini colle armi opportune, lasciando aperto ciò che aveva fatto scucire per lasciar loro libera la respirazione, li chiuse in modo che parevano pieni d’olio; ed a meglio mascherarli, li unse d’olio all’esterno, prendendone dal vaso pieno.

«Così disposte le cose, quando i muli furono carichi dei trentasette ladroni, non compreso il capitano, ciascuno nascosto in un otre, e dell’altro pieno d’olio, il capo, qual condottiero, prese la via della citta nel tempo divisato, e vi giunse sull’imbrunire, circa un’ora dopo il tramonto, com’erasi proposto. Entra, e si avvia direttamente alla casa di Alì Babà, col pensiero di bussare alla di lui porta e chiedere di passarvi la notte co’ muli, col beneplacito del padrone. Ma non ebbe la briga di bussare, trovando Alì Baba sulla soglia, dove prendeva il fresco dopo cena; fermati allora i suoi muli, e voltosi a lui: — Signore,» gli disse, «vengo assai da lontano coll’olio che vedete, per venderlo domani al mercato, ed a quest’ora non so dove andar ad alloggiare. Se non vi fosse d’incomodo, fatemi il favore di ricevermi in casa vostra onde passarvi la notte: ve ne sarò molto grato. —

«Benché Alì Baba avesse veduto nella selva colui che gli parlava, ed intesane anche la voce, come avrebb’egli potuto riconoscerlo pel capo de’ quaranta masnadieri, sotto il suo travestimento da mercadante d’olio?

«— Siate il ben venuto,» gli disse; «entrate.» Sì dicendo, gli fe’ largo per lasciarlo passare coi muli, com’egli infatti eseguì.

«In pari tempo Alì Baba chiamò uno schiavo che aveva, e gli comandò, che quando i muli fossero scaricati, li mettesse non solo al coperto nella scuderia, ma lor porgesse anzi fieno ed orzo. Si prese poi anche il disturbo d’andar in cucina ad ordinare a Morgiana di allestir subito da cena per l’ ospite allora giunto, e preparargli il letto in una camera.

«Ali Baba fece anche di più: per festeggiar l’ospite colla miglior accoglienza, quando vide che il capitano dei ladroni ebbe scaricate le sue bestie, che queste erano state condotte nella stalla com’egli aveva ordinato, e ch’ei cercava un sito per passare la notte a ciel sereno, andò a prenderlo per farlo entrare nella sala in cui soleva ricevere gli amici, dicendo non permetterebbe mai che dormisse in corte. Se ne scusò vivamente il capitano, sotto pretesto di non voler essergli d’incomodo, ma invero per aver modo di eseguire con maggior libertà il piano che meditava; né cedette alle gentilezze di Ali Baba se non dopo pressantissime istanze.

«Non contento Alì Baba di tener compagnia all’uomo che mirava a togliergli la vita, finché Morgiana avesse servita la cena, continuò a discorrere di varie cose che credè potessergli piacere, e non lasciollo se non quando ebbe finito il pasto con cui avevalo trattato.

«— Vi lascio qui padrone,» gli disse; «non avete che a domandare le cose di cui potreste aver bisogno; non v’ha nulla in casa mia che non sia a vostra disposizione.»

Dinarzade stava si attenta al racconto della sultana, ch’essa non s’avvide dell’alba; ma Scheherazade avverti il consorte esser tempo di alzarsi; ciò ch’ei fece, aspettando con impazienza la notte susseguente.

 

Morgana che danza per distrarre Ali Babà dal suo ospite che vuole assassinarlo, 1890
Henry Justice Ford (1860-1941)

 

NOTTE CCCLXXI

 

Edmund Dulac, 1907

 

— Sire,» ripigliò l’indomani la sultana, «il capitano de’ malandrini, alzatosi in pari tempo di Ali Baba, lo accompagnò sino alla porta, e mentre questi entrava in cucina per parlare con Morgiana, egli uscì nella corte, col pretesto di andar a vedere nella scuderia se nulla mancava a’ suoi muli.

«Alì Baba, raccomandato nuovamente alla schiava di aver cura dell’ospite, e non lasciarlo mancare di cosa alcuna: — Morgiana,» soggiunse, «ti avverto che domattina vado al bagno prima di giorno; abbi cura che la mia biancheria sia pronta, dandola ad Abdalla (era il nome del suo schiavo), e preparami un buon brodo da prendere al mio ritorno.» Dopo tali ordini, si ritirò per coricarsi.

«Il capitano de’ ladri intanto, all’uscire dalla stalla andò a dare alla sua gente l’ordine di quanto dovevano fare, e cominciando dal primo otre sino all’ultimo, disse a ciascheduno: — Allorché mi sentirete gettar sassolini dalla stanza dove sarò alloggiato, non mancate di farvi largo, tagliando l’otre da cima a fondo col coltello del quale siete muniti, e di uscirne subito: in breve sarò da voi. —

«Il coltello del quale ei parlava era aguzzo ed affilato a tal uopo. Fatto questo, ei tornò in casa, e presentatosi alla porta della cucina, Morgiana, preso un lume, lo condusse alla camera per lui preparata lasciandovelo, non senza prima domandargli se avevi bisogno di qualche altra cosa. Onde non destar sospetti, il capitano spense il lume poco tempo appresso, e si coricò bell’e vestito, pronto ad alzarsi dopo il primo sonno.

«Morgiana, non dimenticando gli ordini di Alì Baba, gli prepara le biancherie per il bagno, le consegna allo schiavo Abdalla, il quale non era andato ancor a dormire, e posta al fuoco la pentola per fare il brodo, mentre sta schiumandolo, si spegne la lucerna. Non v’era più olio in casa, e mancavano anche le candele. Che cosa fare? Essa ha bisogno di lume per ischiumar la pentola, e ne dimostra il suo imbroglio ad Abdalla.

«— Mi sembri imbarazzata,» le disse Abdalla. «Va a prender olio in uno dei vasi che sono là in corte. —

«Morgiana ringrazia Abdalla del suggerimento, e mentre questi va a coricarsi presso alla camera del padrone per seguirlo al bagno, essa prende l’ampolla dell’olio, e scende in corte. Accostatasi al primo otre che trova, ecco il ladro, che vi stava celato, domandarle sottovoce: — È tempo? —

«Benché colui avesse parlato a voce bassa, non dimeno Morgiana fu colpita dal suono, tanto più facilmente perchè il capitano dei masnadieri, appena scaricati i muli, aveva aperto, non solo questo, ma ben anche tutti gli altri vasi, per dar aria alla sua gente, la quale d’altronde stava malissimo, senza però essere priva della facoltà di respirare.

«Qualunque altra schiava fuor della nostra, sorpresa com’ella fu, trovando un uomo nell’otre invece dell’olio che cercava, avrebbe fatto un fracasso capace di produrre gravi disgrazie. Ma Morgiana era molto superiore alle sue eguali: comprese in un attimo l’importanza di custodire il segreto; l’urgente pericolo in cui versava Alì Baba, la sua famiglia, ed anche sè medesima; la necessità di mettervi un pronto riparo senza schiamazzo; e colla sua intelligenza ne avvisò subito i mezzi. Riarmasi tosto dalla sorpresa e dal terrore, senza dimostrare la menoma commozione, facendo le veci del capitano dei ladri, rispose alla domanda, e disse: — Non ancora, ma fra poco.» Accostossi al vaso seguente, e senti farsi la medesima domanda, e così di seguito, sinché  giunse all’ultimo ch’era pieno d’olio; ed alla stessa domanda, diede a tutti la risposta medesima.

«Per tal modo Morgiana conobbe che il suo padrone, credendo dar ricetto in casa propria ad un mercante d’olio, vi aveva invece accolto trentotto ladroni, compresovi il falso mercante loro capitano.

Riempita dunque in fretta la sua ampolla d’olio che prese dall’ultimo otre, torna in cucina, e riaccesa la lampada, prende un’ampia caldaia, va in corte e la riempie coll’olio del vaso. La porta in casa, la pone sul fuoco, e v’ammucchia sotto la legna, perchè quanto più presto bollirà l’olio, tanto più presto avrà eseguito ciò che contribuir deve alla salvezza comune della casa, che non ammette ritardo. L’olio finalmente bolle; essa prende la caldaia, e va a versare in ciascun otre, dal primo sino all’ultimo, tanto olio ardente quanto basta per soffocarli e privarli di vita, come in fatti loro la tolse.

«Eseguita senza strepito codesta azione, degna del coraggio di Morgiana, come aveva progettalo, torna la schiava nella cucina colla caldaia vuota, e chiusa la porta, estingue il gran fuoco acceso, non lasciandovene se non quanto bisognava per cuocere il brodo ordinato da Ali Baba. Spegne poscia la lucerna, e sta in profondo silenzio, risoluta di non coricarsi se non avesse prima osservato cosa sarebbe accaduto, da una finestra della cucina che guardava sulla corte, per quanto poteva permetterlo l’oscurità della notte.

«Non era scorso un quarto d’ora che Morgiana attendeva, quando il capitano si svegliò. S’alza, guarda per la finestra che apre, e non vedendo alcun lume, e sentendo una gran quiete e profondo silenzio in tutta la casa, dà il segnale gettando i sassolini, parecchi dei quali caddero sugli otri, com’ei non poté dubitarne dal suono che gliene giunse agli orecchi. Porge ascolto, e non ode, né scorge nulla che faccia comprendere mettersi la sua gente in moto.

S’inquieta, getta altri sassolini per la seconda e la terza volta: cadono sui vasi; eppure nessuno de’ ladroni dà il minimo segno di vita, né egli può comprenderne la cagione. Tutto agitato, scende nel cortile col minore strepito fattibile; si accosta in egual modo al primo otre, e mentre vuol chiedere al ladrone, cui crede vivo, se dorme, sente un odore nauseabondo d’olio caldo e di bruciato esalante dal vaso, d’onde rileva che la sua impresa contro Alì Baba, per ammazzarlo, spogliare la casa, e riprendersi, se poteva, l’oro tolto alla sua comunità, era fallita. Passa al vaso seguente ed a tutti gli altri l’un dopo l’altro, e trova che la sua gente era perita della medesima sorte; e dalla diminuzione dell’olio nell’otre che avea portato pieno, comprese la maniera adoperata onde privarlo del soccorso ch’ei ne attendeva. Disperato d’aver fallito il colpo, corse alla porta del giardino di Alì Baba, che metteva nel cortile, e di giardino in giardino, scavalcando i muri, fuggì.

«Allorchè Morgiana non udì più rumore, nè vide più tornare il finto negoziante, dopo averlo buona pezza aspettato, non dubitò del partito preso da colui, piuttosto che tentar di salvarsi per la porta di strada, chiusa a doppia chiave. Soddisfatta e lietissima per essere così ben riuscita a porre in salvo tutta la casa, andò finalmente a letto, e si addormentò.

«Alì Baba, frattanto, uscito innanzi giorno, andò al bagno, seguito dallo schiavo, senza saper nulla del maraviglioso avvenimento accaduto in casa sua mentre dormiva, a proposito del quale Morgiana non avea stimato di destarlo, con tanta maggior ragione in quanto che essa non aveva tempo da perdere nell’istante del periglio, e ch’era affatto inutile turbarne il riposo dopo averlo stornato.»

 

 

Walter Paget (1863-1935)

 

NOTTE CCCLXXII

— Quando tornò dal bagno, entrando in casa che già il sole era alzato, Alì Baba stupì talmente di vedere ancora al loro posto gli otri, e che il mercatante non si fosse recato co’ muli al mercato, che ne chiese la ragione a Morgiana, la quale era venuta ad aprirgli la porta, ed aveva lasciato tutte le cose nello stato in cui il padrone le vedeva, per offrirgliele in ispettacolo, e spiegargli più sensibilmente ciò ch’ella aveva fatto per la di lui conservazione.

« — Mio buon padrone,» disse Morgiana, rispondendo ad Alì Baba, «Dio vi conservi, voi e tutta la vostra casa! Intenderete meglio ciò che desiderate sapere, quando avrete veduto ciò che debbo mostrarvi: abbiate il disturbo di venire con me. —

«Alì Baba segui Morgiana, la quale, chiusa la porta, e condottolo al primo vaso, gli disse: — Guardate dentro, e ditemi se c’è olio. — «Alì Baba guardò, e vedendo seduto nell’otre un uomo, balzò indietro tutto spaventato, mandando altissimo strido.

« — Non temete nulla,» gli disse Morgiana: «l’uomo che vedete non vi farà alcun male; ne ha fatto, ma non è più in caso di oprarne, né a voi, né a verun altro: non ha più vita.

«— Morgiana,» sclamò Ali Baba, «che vuol dir ciò? Spiegati.

«— Ve lo spiegherò,» riprese Morgiana; «ma moderate la vostra maraviglia, e non destate la curiosità de’ vicini su d’una cosa ch’è importantissimo di tener occulta. Guardate prima di tutto gli altri vasi.

 

Edmund Dulac, 1907

 

 

— «Alì Baba guardò ad uno ad uno tutti gli altri vasi, dal primo sin all’ultimo, in cui era l’olio, e nel quale notò che il liquido era notabilmente scemato; e rimase come estatico, or volgendo gli occhi sui vasi, ora guardando Morgiana, senza aprir bocca, tanto era il suo stupore. Alla fine, come se gli fosse tornata la favella: — E del mercante,» domandò, «cosa n’è stato?

«— Quel mercante,» rispose Morgiana, «lo era tanto com’ io sono mercantessa. Vi dirò chi è, e cosa fu di lui. Ma udrete tutta la storia più comodamente nella vostra stanza, essendo tempo, pel bene della vostra salute, che, dopo essere uscito dal bagno, beviate il brodo. —

«Mentre Alì Baba recavasi nella propria stanza, Morgiana, andata in cucina a prendere il brodo, glielo recò; ma prima di sorbirlo, Alì Baba le disse: — Or via, comincia a soddisfare alla mia impazienza, e narrami una storia tanto strana con tutte le sue circostanze. —

«Morgiana, per obbedire al padrone, così cominciò: — Signore, ier sera, quando voi vi foste ritirato per andarvene a letto, preparai le biancherie pel bagno, come mi comandaste, e lo consegnai ad Abdalla. Poscia, posta al fuoco la pentola del brodo, mentre l’andava schiumando, la lucerna, per mancanza d’olio, si spense d’improvviso, nè ve n’era una goccia nell’ampolla. Cercai qualche moccolo, e non ne trovai neppur uno; Abdalla, vedendomi imbarazzata, mi ricordò i vasi pieni d’olio che stavano in corte, com’ei non ne dubitava più di me, e come anche voi credevate. Presi l’ampolla, e corsi all’otre più vicino; ma quando vi fui presso, ne uscì una voce che mi chiese: — È tempo?»
Non mi spaventai, e compresa sul momento la malizia del falso mercante, senza esitare risposi tosto: — Non ancora, ma fra poco.» Passai al vaso susseguente, ed un’altra voce mi fece la medesima interrogazione, alla quale io risposi in egual modo. Andai quindi dagli altri tutti, un dopo l’altro, ed a simile domanda, risposta eguale, né trovai olio se non nell’ultimo otre, ove riempii l’ampolla. Quand’ebbi considerato esservi in corte trentasette ladroni, i quali attendevano soltanto il segnale od il comando del loro capo, preso da voi per un mercatante, e cui avevate fatto sì care accoglienze, per mettere in combustione tutta la casa, non perdei tempo: riportai in cucina l’ampolla, accesi il lume, e presa la caldaia più grande, andai ad empirla d’olio; postala quindi al fuoco, allorchè fu ben ardente, corsi a versarne in ciascun otre, ove stavano i ladroni, quanto ne occorreva per impedirli tutti dall’eseguire il pernicioso disegno che li aveva guidati.

Finita così la faccenda nel modo già mentovato, tornai in casa, spensi il lume, e prima di andarmene a letto, mi misi ad esplorare tranquillamente, dalla finestra, qual partito avrebbe preso il falso mercante d’olio.

In capo a qualche tempo, intesi che, per segnale, gettava dalla finestra alcuni sassolini, i quali caddero su gli otri; ne gettò una seconda ed anche una terza volta, e non iscorgendo, nè vedendo alcun movimento, discese, e lo vidi andare di vaso in vaso sino all’ultimo; poi l’oscurità della notte me lo fece perdere di vista. Stetti ancora ad osservare per qualche tempo, e veduto che più non tornava, non dubitai non fosse fuggito pel giardino, disperato della mal riuscita della sua impresa. Persuasa adunque che ormai la casa fosse sicura, mi coricai. —

«Terminando, Morgiana soggiunse: — Ecco la storia che mi chiedeste, ed io sono convinta ch’essa sia la conseguenza d’un’osservazione da me fatta da due o tre giorni, e di cui non credetti dovervi parlare. Una volta, tornando di buon mattino dalla città, vidi che la porta di casa era stata marcata di bianco, ed il giorno dopo di rosso, vicino al segno bianco; ed ogni volta, senza sapere a qual fine fossero stati fatti quei segni, io aveva marcato nella stessa guisa e nel sito medesimo due o tre porte de’ nostri vicini, al di sopra e al di sotto della nostra. Se voi connettete ciò con quanto è ora accaduto, troverete che ogni cosa venne macchinata dai ladroni della foresta, de’ quali non so perché la banda sia scemata di due. Comunque sia, eccola ridotta a tre al più. Ciò dimostra che avevano giurato la vostra ruina, e che sarà bene tenervi in guardia, sinchè sia certo che ne resti qualcuno al mondo. Io intanto non dimenticherò nulla per vegliare, come vi sono obbligata, alla vostra conservazione. —

«Allorché Morgiana ebbe finito il suo discorso, Alì Baba, commosso per la grande obbligazione che le doveva, disse: — Io non morrò se non t’abbia ricompensata come meriti. Ti devo la vita; e per cominciare a darti un segno di riconoscenza, ti dò sin da questo istante la libertà, aspettando di mettervi il colmo nella maniera che mi propongo. Convengo con te che i quaranta ladroni m’abbiano tese queste insidie. Iddio me ne liberò per tuo mezzo, e spero vorrà continuare a preservarmi dalla loro malvagità, e terminando di sviarla dal mio capo, liberare il mondo dalle loro persecuzioni e dalla maladetta loro genìa. Or ne resta a sotterrare al più presto i cadaveri di questa peste del genere umano, con tanto segreto, che niuno sospettar possa del loro destino; io corro a lavorarvi con Abdalla. —

 

Nouvelle imagerie d’Epinal   :  tra il 1874 e il 1888
Rijksmuseum – http://hdl.handle.net/10934/RM0001.COLLECT.534196

 

 

NOTTE CCCLXXIII

— Sire,» ripigliò la domane Scheherazade, «il giardino di Alì Baba era di molta lunghezza, e terminato da piante altissime. Senza differire, andò egli dunque sotto quelle piante, col suo schiavo, a scavare una fossa lunga e larga in proporzione de’ cadaveri che vi dovevano seppellire; il terreno era facile a smuovere, e non misero molto tempo a finirla. Trassero allora fuor degli otri i morti, e poste a parte le armi ond’eransi muniti i ladroni, li trasportarono nel giardino, disponendoli nella fossa, e copertili colla terra che ne aveano levata, ne dispersero il resto nei dintorni, per modo che il terreno apparve eguale come prima. Alì Baba fece poi nascondere diligentemente i vasi dell’olio e le armi, e quanto ai muli, non avendone allora bisogno, li mandò a più riprese al mercato, ove li fece vendere per mezzo del suo schiavo.

«Mentre Alì Baba prendeva tutte queste misure per togliere alla cognizione del pubblico il mezzo pel quale erasi in sì poco tempo arricchito, il capitano de’ quaranta masnadieri era tornato alla selva pieno d’inconcepibile amarezza; e nell’agitazione o piuttosto confusione che lo dominava per la sgraziata riuscita dell’impresa, tanto contraria alle sue speranze, rientra nella grotta, senza aver potuto fermarsi, per via, ad alcuna risoluzione su ciò che dovesse tentare contro Alì Baba. «La solitudine da cui trovossi circondato in quella tetra dimora, gli parve tremenda.

«— Brava gente,» sclamò, «compagni delle mie veglie, delle mie corse e delle mie fatiche, dove siete? Che posso io fare per voi? Vi aveva io adunati e scelti onde vedervi perire tutti in una volta, per un destino si fatale ed indegno del vostro coraggio? Meno amaro sarebbe il mio cordoglio se foste morti colla sciabola in pugno da valorosi. Quando avrò io raccolta una nuova masnada di gente destra come voi? E quando pur il volessi, potrei intraprenderlo, e non esporre tanto oro, tanto argento, tante ricchezze, in preda a colui che se n’è già arricchito in parte? Non posso, né devo pensarvi, se prima non l’abbia tolto di mezzo. Ciò che non ho potuto fare con soccorso possente, lo tenterò io solo; e quando avrò per tal guisa provveduto acciò il tesoro non sia più esposto al saccheggio, allora lavorerò a fare che non rimanga senza successori, né padroni dopo di me, e che si conservi ed accresca per tutta la posterità. —

«Presa tale risoluzione, ei non fu imbarazzato a cercare i mezzi di effettuarla; allora, pieno di speranza, e collo spirito tranquillo, passò chetamente la notte.

«Alla domane, il capitano de’ masnadieri, destatosi di buon’ora, com’erasi proposto, si vesti civilmente, conforme al disegno meditato, venne alla città, prese alloggio in un khan, ed aspettandosi che quanto era accaduto in casa di Alì Baba potesse aver fatto rumore, domandò al custode, per modo di conversazione, se non ci fosse qualche cosa di nuovo nella città; colui gli parlò d’ogni altra cosa fuor di quella che importavagli di sapere.

Giudicò egli di qui che la ragione, per la quale Alì Baba custodiva l’importante segreto, provenisse perché questi non voleva fosse divulgata la cognizione, cui solo possedeva, del ]tesoro e del mezzo di entrarvi, e perché non ignorava essere questa cognizione la causa per cui si attentava alla sua vita. La qual cosa animollo vie maggiormente a nulla trascurare per disfarsi di lui per la medesima via del segreto.

«Provvidesi egli allora d’un cavallo, di cui si servì per trasportare al suo alloggio varie sorta di preziose stoffe e tele fine, facendo ripetuti viaggi alla foresta, colle precauzioni necessarie per tenere nascosto il luogo dove andava a prenderle. Per ismerciar quindi le mercanzie, ammassata che n’ebbe quantità sufficiente, cercò una bottega, e trovatala, la prese in affitto, la empi delle sue robe, e venne a stabilirvisi. Li bottega trovossi per caso rimpetto a quella appartenuta a Cassim, ed occupata da poco dal figliuolo di Alì Baba.

 

Illustrazione dalle Notti Arabe-
William Strang (1859-1921) –

 

 

«Il capitano de’ ladroni, il quale aveva preso il nome di Kodjah Hussain, non mancò, come nuovo venuto, di fare le sue civiltà; secondo l’uso, ai mercanti vicini. Ma siccome il figlio di Alì Baba era bel giovane, né mancante di spirito, ed aveva più di sovente occasione di parlargli ed intertenersi seco lui che non cogli altri, si legò in breve d’amicizia con esso. Si diede anzi a coltivarlo più assiduamente, quando, tre o quattro giorni dopo ch’erasi colà stabilito, potè riconoscere Alì Baba, il quale, venuto a trovare il figliuolo, si fermò a conversare con lui, come soleva fare di tempo in tempo, ed ebbe dal figlio medesimo saputo, dopo la partenza di questi, essere suo padre. Crebbe quindi di sollecitudini presso di lui; lo accarezzò, gli fece alcuni regalucci, ed invitollo più volte a pranzo.

«Il figlio di Alì Baba non volle aver tante obbligazioni a Kodjah Hussain senza rendergli la pariglia. Ma egli era alloggiato non troppo agiatamente, e non aveva gli stessi comodi per trattarlo come desiderava; parlò del suo disegno al padre, facendogli osservare non sarebbe stata cosa urbana di rimaner più a lungo senza contraccambiare le gentilezze di Kodjah Hussain.

«Ali Baba incaricossi con piacere del trattamento.

«— Figliuolo,» gli disse, «domani è venerdì, ed essendo giorno nel quale i mercanti all’ingrosso, come Kodjah Hussain e voi, tengono chiuse le botteghe, andate con lui al passeggio, e tornando, fate in modo di passare da casa mia ed indurlo ad entrarvi. Sarà meglio far così, che non invitandolo nelle forme. Vado intanto ad ordinare a Morgiana di allestire la cena, e tenerla preparata. —

«Il venerdì, il figliuolo di Alì Baba e Kodjah Hussain trovaronsi il dopo pranzo nel sito del convegno, ed andati al passeggio, nel ritornarne, siccome il primo avea cercato di far passare il finto mercante per la contrada nella quale dimorava il padre, giunti davanti alla sua porta, lo fermò, e bussando: — È questa,» gli disse, «la casa di mio padre, il quale, dall’esposizione che gli feci dell’amicizia onde mi onorate, m’incaricò di procurargli il vantaggio della vostra conoscenza. Vi prego di aggiungere questo piacere a tutti gli altri, de’ quali vi son debitore. —

«Sebbene Kodjah Hussain fosse così pervenuto allo scopo propostosi, ch’era di poter entrare in casa di Alì Baba, e togliergli la vita senza arrischiare la propria, non facendo strepiti, non tralasciò nondimeno di scusarsi e fingere di congedarsi dal figliuolo; ma siccome lo schiavo di Ali Baba aveva già aperta la porta, il giovane lo prese cortesemente per mano, ed entrando pel primo, lo tirò seco, forzandolo, in certo modo, ad entrare suo malgrado.»

 


Apriti Sesamo
Charles Taylor – Library of Congress Catalog: https://lccn.loc.gov/2012648517

 

 

NOTTE CCCLXXIV

— Alì Baba ricevette Kodjah Hussain a viso aperto, e colla più buona accoglienza che potesse mai desiderare. Lo ringraziò della bontà usata al figlio, e: — L’obbligo,» soggiunse, «ch’ei ve ne deve e che vi professo anch’io, è di tanto maggiore, in quanto che egli è un giovine inesperto ancora degli usi del mondo, e voi non isdegnate di contribuire a formarlo. —

«Hussain rese ad Ali Baba complimento per complimento, assicurandolo che se suo figlio non aveva ancora acquistata l’esperienza dell’età, aveva però un buon senso che tenevagli luogo dell’assennatezza di molti vecchi.

«Dopo un dialogo di breve durata sopra altri argomenti indifferenti, volea Kodjah Hussain partire; ma Alì Baba, fermandolo: — Dove volete andare, signore?» gli disse. «Vi prego di farmi l’onore di cenar con me; il pasto che voglio darvi è molto inferiore ai vostri meriti, ma qual è, spero lo gradirete con altrettanto buon cuore quanta è la mia intenzione di offrirvelo.

«— Signor Alì Baba,» riprese Kodjah Hussain, «sono persuasissimo del vostro buon cuore, e se vi domando in grazia che non vi dispiaccia se me ne vado senza accettare la vostra cortese esibizione, vi supplico a credere che nol faccio per inciviltà, né per disprezzo, ma sol perchè ne ho una ragione, cui approvereste se vi fosse nota.

«— E quale può esser mai questa ragione, o ]signore?» rispose Alì Baba. «È lecito domandarvela? — Posso dirla,» replicò Kodjah Hussain, «ed è che non mangio carne, né intingolo ove sia sale; arguite voi stesso la trista figura che farei alla vostra tavola.

— Se non avete altra ragione,» insistè Alì Baba, «essa non deve privarmi dell’onore di possedervi a cena, a meno che non lo vogliate assolutamente. In primo luogo, non v’ha sale nel pane che si mangia in casa mia; e quanto alle carni ed agl’intingoli, vi prometto che non ve ne sarà in ciò che vi verrà posto davanti; corro a darne l’ordine. Fatemi dunque la grazia di trattenervi; sono subito da voi. —

«Alì Baba andò in cucina, ed ordinò a Morgiana di non metter sale sulle carni che dovea servire in tavola, e preparare in fretta due o tre intingoli tra quelli che avea già comandati, in cui non fosse sale.

«Morgiana, la quale stava per mettere in tavola, non seppe frenarsi dal dimostrare il suo malcontento a quel nuovo ordine, e dallo spiegarsene chiaro col padrone. — Chi è dunque,» gli disse, «quest’uomo tanto difficile, che non mangia sale? La vostra cena non sarà più buona se ritardo a servirla.

«— Non andar in collera, Morgiana,» rispose Alì Baba; «è un galantuomo. Fa quello che ti dico. —

«Obbedì Morgiana, benchè mal volentieri, e venuta in curiosità di conoscere l’uomo che non mangiava sale, quando ebbe terminato, ed ammannita da Abdalla la tavola, lo aiutò a recare le vivande; ma guardando Kodjah Hussain, lo riconobbe subito, adonta del suo travestimento, pel capitano de’ masnadieri, ed esaminatolo con attenzione, si avvide che celava sotto l’abito un pugnale.

— Non mi maraviglio più,» disse allora fra sè, «che lo scellerato non voglia mangiar sale col mio padrone! è il suo più fiero nemico, e vuol assassinarlo; ma io ne l’impedirò.

—«Finito ch’ebbe Morgiana di servire in tavola e di farla servire per mezzo di Abdalla, colse il tempo mentre cenavano, e fece i preparativi necessari per l’esecuzione d’un colpo de’ più arditi; avea già compita ogni cosa, allorché Abdalla venne ad avvertirla che attendevansi la frutta. Reca le frutta, e quando lo schiavo ebbe levato quanto stava sulla tavola, ve le dispone.

Poscia mette accanto ad Ali Baba un tavolo, e su questo il vino con tre tazze; ed uscendo, conduce seco Abdalla come per andar a cenare insieme, e lasciar ad Alì Baba, secondo l’uso, la libertà di conversare e divertirsi piacevolmente coll’ospite, e farlo ber bene.

«Stimò allora il falso Kodjah Hussain, o piuttosto il capitano de’ quaranta ladroni, giunta l’occasione di togliere la vita ad Alì Baba. — Ora,» disse fra sé, «ubbriacherò il padre ed il figlio, e questi, al quale pur voglio lasciare la vita, non m’impedirà di piantare il pugnale nel cuore di suo padre; indi fuggirò pel giardino, come già feci l’altra volta, mentre la cuoca e lo schiavo non avranno ancor finito di cenare, oppure si saranno addormentati in cucina. —

 

John D.  Batten – 1915

 

 

«Invece di cenare, Morgiana, penetrando il pensiero del finto Kodjah Hussain, non gli diede il tempo di mettere in esecuzione la sua perfidia; vestitasi di un abito graziosissimo di ballerina, e presa un’acconciatura conveniente, si cinse una cintura d’argento dorato, alla quale attaccò un pugnale con fodero e manico dello stesso metallo, «quindi coprissi il volto con una maschera. Così travestita, disse allo schiavo: — Abdalla, prendi il tuo tamburello, ed andiamo dal padrone a dare all’ospite, all’amico di suo figliuolo, il divertimento che talvolta diamo a lui stesso. —

«Prende Abdalla lo strumento, comincia a suonarlo camminando dinanzi a Morgiana, e presentasi in sala, mentre questa, entrando dietro a lui, fa una profonda riverenza con aria franca, come per domandar licenza di mostrare la propria abilità.

«Siccome Abdalla vide che il padrone voleva parlare, cessò di battere il tamburello, e questi: — Entra, Morgiana, entra,» le disse; «Kodjah Hussain giudicherà di quello onde sei capace, e ce ne dirà il suo parere. Almeno, o signore,» soggiunse, volgendosi al finto negoziante, «non crediate ch’io entri in ispese per darvi questo bel divertimento. Me lo trovo in casa, e vedete che sono il mio schiavo e la mia cuoca e spenditrice a un tempo, quelli che me lo danno. Spero che non vi spiacerà. —

«Kodjah Hussain non si attendeva che Alì Baba fosse per aggiungere quel divertimento alla cena onde l’onorava, e ciò gli fece temere di perdere l’occasione ch’ei credeva aver trovata. Ad ogni evento però, si consolava della speranza di poterla rinvenire in breve, continuando a coltivare l’amicizia del padre e del figlio. Laonde, benchè avesse preferito che Alì Baba si fosse compiaciuto di non darglielo, finse nondimeno di mostrategliene grato, ed ebbe la condiscendenza di dichiarargli che se ne sarebbe divertito anch’egli.

«Allorché Abdalla vide che Alì Baba e Kodjah Hussain avevano cessato dai loro discorsi, ricominciò a suonare lo strumento ed accompagnarlo colla voce sopra un’arietta da ballo; e Morgiana, la quale non la cedeva a veruna danzatrice di professione, ballò in modo da farsi ammirare, anche da tutt’altra compagnia di quella alla quale dava tale spettacolo, ed in cui forse non eravi che il falso Kodjah Hussain che vi facesse poca attenzione.

«Ballate ch’ebbe varie danze colla stessa grazia e la forza medesima, trasse finalmente dal fodero il pugnale, e tenendolo in mano, ne ballò una in cui giunse a superar sè medesima per le figure diverse, [i leggeri movimenti, i salti sorprendenti con gli sforzi maraviglisi con cui seppe accompagnarla, ora brandendo il pugnale come per ferire, ora fingendo di piantarselo nel seno.

«Infine, come fuor di respiro, strappò ad Abdalla il suo tamburello colla sinistra, e brandendo sempre colla destra il pugnale, andò a presentare l’istrumento dalla parte concava ad Alì Baba, ad imitazione dei ballerini e ballerine di mestiere, che usano così per sollecitare la liberalità degli spettatori.

«Alì Baba gettò nel tamburello di Morgiana una moneta d’oro; colei si volse quindi al giovane, che seguì l’esempio del padre. Kodjah Hussain, vedendo ch’essa stava per presentarsi anche a lui, avea già tratta dal seno la borsa per farle il suo regalo, e vi metteva la mano, allorchè Morgiana, con un coraggio degno della fermezza e risoluzione sin allora spiegate, gli ficcò nel cuore il pugnale tanto addentro, che non lo ritrasse se non dopo averlo spento.»

 

Edmund Dulac – Stories from the Arabian nights, Laurence Housman transl. Edmund Dulac illustr. New York: Hodder and Stoughton. 1907

 

 

NOTTE CCCLXXV

Il giorno già stava per ispuntare, quando Dinarzade destò la sorella. — Per fortuna,» disse la sultana, «siamo alla fine del racconto, e credo d’aver il tempo di finirlo.» E voltasi al consorte:

— Sire,» continuò, «Alì Baba ed il figlio di lui, spaventati da quell’azione, mandarono un altissimo grido. — Ah, sciagurata!» sclamò il primo; «che cosa hai fatto? È forse per rovinar me colla mia famiglia? «— Non già per rovinarvi,» rispose Morgiana; «il feci per la vostra salvezza. —

«Aprendo allora la veste di Kodjah Hussain, e mostrando ad Alì Baba il pugnale ond’era armato: — Guardate,» disse, «qual fiero nemico è costui, e fissatelo ben in volto: in lui riconoscerete il falso mercante d’olio ed il capitano de’ quaranta ladroni. E non considerate anche ch’ei non volle mangiar sale con voi? Ci voleva di più onde persuadervi dell’iniquo suo disegno? Era già entrata in sospetto sin dal momento in cui mi faceste conoscere di avere un simile convitato. L’ho poi veduto, e ben iscorgete che mal fondato non era il mio sospetto. —

«Alì Baba, riconoscendo il nuovo obbligo che doveva alla donna, per avergli salvata una seconda volta la vita, l’abbracciò, e le disse: — Morgiana, ti ho data la libertà, ed allora ti promisi che la mia riconoscenza non si sarebbe limitata a ciò, e vi avrei fra poco posto compimento. Il tempo è venuto, ed io ti faccio mia nuora.» Poi, volto al figlio: «Giovane,» proseguì, «io vi credo abbastanza buon figliuolo per non trovare strano ch’io vi dia in moglie Morgiana senza consultarvi. Voi non le dovete minori obbligazioni di me. Vedete che Kodjah Hussein non avea ricercata la vostra amicizia se non nella mira di riuscir meglio a togliermi la vita col tradimento; e se vi fosse riuscito, non dovete dubitare che avrebbe sacrificato anche voi alla sua vendetta. Considerate di più che, ammogliandovi a Morgiana, sposate il sostegno della mia famiglia finché vivrò, e l’appoggio della vostra sino alla fine dei vostri giorni. —

«Il figlio, ben lungi dall’attestarne verun malcontento, dimostrò com’ei consentisse a quel matrimonio, non tanto per obbedire al padre, quanto per esservi indotto dalla propria inclinazione.

«Si pensò poi a’ sotterrare il corpo del capitano  accanto a quelli dei trentasene ladroni, e ciò pur si fece con tal segretezza, che non fu saputo se non dopo molti anni, quando niuno più era interessato nella pubblicazione di questa memorabile storia.

«Pochi giorni appresso, Alì Baba celebrò le nozze del figliuolo con Morgiana con grande solennità, dando una splendida festa, accompagnata da danze, da spettacoli e dai consueti divertimenti; ed ebbe la soddisfazione di vedere che i suoi amici ed i vicini da lui invitati, senza conoscere i veri motivi di quel matrimonio, ma che d’altronde non ignoravano le belle e buone qualità di Morgiana, lo lodavano altamente della sua generosità e del suo buon cuore.

«Dopo il matrimonio, Alì Baba, astenutosi di tornare alla grotta, sin da quando ne aveva tratto il cadavere del fratello Cassim sopra uno de’ suoi tre asini, coll’oro ond’erano carichi, temendo di trovarvi i ladroni od esservi sorpreso, se ne astenne ancora dopo la morte de’ trentotto masnadieri, compresovi il capitano, nella supposizione che i due altri, de’ quali eragli ignoto il destino, fossero tuttora in vita. Ma scorso un anno, e visto che non erasi tentata alcuna cosa per inquietarlo, ebbe la curiosità di farvi un viaggio, prendendo le precauzioni necessarie per la propria sicurezza. Montato dunque a cavallo, e giunto vicino alla caverna, prese buon augurio non accorgendosi di vestigio alcuno d’uomini, né di cavalli. Messo piede a terra, attaccò ad un albero il destriero, e presentandosi davanti alla porta, pronunciò le parole: «Sesamo, apriti!» da lui non dimenticate. La porta spalancossi, egli entrò, e lo stato in cui trovò tutte le cose, gli fecero giudicare niuno esservi entrato dal tempo circa che il falso Kodjah Hussain era venuto ad aprir bottega nella città, e che così la masnada de’ quaranta ladroni era scomparsa.

 

 

 

Edizione: Anonimo. Le Mille ed una NottiNovelle arabe. Livorno, Giacomo Antonelli e C., 1852. Fonte: Internet Archive

 

ILLUSTRAZIONI TUTTE DA:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Ali_Baba?uselang=it

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ANTONO GNOLI, Gustavo Zagrebelsky: “La mia vita da giurista, attento alla democrazia, all’etica del dubbio e alla vita delle persone” -REPUBBLICA  14 LUGLIO 2013

 

 

In vacanza a San Pietroburgo a gennaio, alla scoperta delle sue mille luci

SAN PIETROBURGO A GENNAIO –
https://www.agendaviaggi.com/san-pietroburgo-a-gennaio/

 

 

REPUBBLICA  14 LUGLIO 2013
https://www.repubblica.it/cultura/2013/07/14/news/gustavo_zagrebelski_la_mia_vita_da_giurista_attento_alla_democrazia_all_etica_del_dubbio_e_alla_vita_delle_persone-62946625/

 

Gustavo Zagrebelsky: “La mia vita da giurista, attento alla democrazia, all’etica del dubbio e alla vita delle persone”

 

 

Le origini russe, Bobbio, il diritto. Parla l’ex presidente della Consulta

 

 

Fiume Dora, sullo sfondo il Campus universitario Luigi Einaudi. Fotografia di Angela Caterini, 2015
FOTO:  https://www.museotorino.it/view/s/0af77f2f7ff7425aa48a6d77e7447326

 

L’appuntamento con Gustavo Zagrebelsky è nella nuova università torinese che accoglie Giurisprudenza e Scienze politiche. Il campus, dedicato a Luigi Einaudi, ha un’aria sinuosa e trasparente. Colpisce il tetto che sembra l’enorme guscio di una tartaruga. Il professore mi attende all’ingresso. Non c’è nulla di formale, come ci si aspetterebbe da un grande giurista. Noto che tra le mani stringe un libro: una raccolta di saggi dedicata al Grande Inquisitore. Mi informa che sull’argomento sta preparando un libro e che della tantissime interpretazioni che sono state offerte delle pagine di Dostoevskij quella che lo ha maggiormente convinto è del teologo Dietrich Bonhoeffer. Penso alla sua morte avvenuta in un campo di concentramento nazista per impiccagione. E al fatto che lì, in quell’aprile del 1945, l’inquisitore prese il volto di un tiranno folle e crudele che ne decretò la condanna a morte.

 

Questa sua predilezione per Dostoevskij da cosa nasce?
“Dal senso di inquietudine e di confessione che attraversa i suoi romanzi. Più mi addentro nei suoi personaggi e più resto turbato dall’impasto di abiezione e salvazione che essi restituiscono”.

 

È la duplicità della natura umana.
“Che non trovo per esempio in Tolstoj, il quale ci regala dei bellissimi monumenti classici, mentre in Dostoevskij si avverte un tormento continuo. Non credo sia secondario che egli scrivesse sotto l’assillo dei debiti”.

 

Detto da un giurista è curioso.
“Perché? Dostoevskij era attento non tanto alle dottrine generali ma alla condizione umana; seguiva i processi e descriveva i comportamenti degli avvocati, degli imputati e dei giudici. Anche un giurista non può ignorare la vita delle persone”.

 

Non dovrebbe occuparsi di norme generali e astratte?
“Certo, ma il diritto giusto non esiste in assoluto. Il suo dramma è che la norma pura e semplice può agire con violenza sulla condizione particolare, ma al tempo stesso la singolarità delle situazioni può distruggere la norma”.

 

E allora?
“La discussione resta aperta. Pascal diceva che alla legge si ubbidisce perché è legge”.

 

E se la legge è ingiusta?
“Se si introduce un elemento di valutazione di giustizia il rischio è la distruzione dell’ordine, perché ciascuno può dire: la legge è ingiusta e io non obbedisco. È una vecchia questione”.


Talmente antica da risalire ad Antigone?

“Quella tragedia è una delle grandi fonti di ispirazione del diritto. Antigone ne rappresenta il lato tradizionale, il sangue, il genos, gli dèi; mentre Creonte è la legge modernizzatrice e artificiale. Credo ci sia bisogno di entrambi gli aspetti. Se uno dei due si libera dell’altro, il diritto può diventare uno strumento pericoloso. Il compito del giurista si svolge lì in mezzo”.

 

Per fare esattamente cosa?
“Per difendere la duplicità. Mi sono formato in questa università e la mia impostazione era forgiata sui principi di Hans Kelsen. Mi sembrava un sistema perfetto. Ma le norme possono essere equivoche. Interpretabili. Ed ecco allora il bisogno di andare oltre Kelsen”.

 

E quindi oltre Bobbio?
“Bobbio fu un pilastro di questa università e vide in Kelsen un punto di riferimento fondamentale. Ma lui, che si definiva positivista aggiungeva che era un positivista inquieto”.

 

È stato uno dei suoi maestri?
“È stato un mio professore ammiratissimo e ricordo che le sue lezioni erano belle anche esteticamente. Però il mio vero maestro fu Leopoldo Elia, che insegnava diritto costituzionale”.

 

Perché ha scelto il mondo del diritto?
“Mi piacerebbe risponderle: per convinzione e decisione. In realtà fu per caso. L’iscrizione a giurisprudenza avvenne perché ritenevo fosse una facoltà non molto complicata e in grado di aprire molte strade. Mio padre voleva che prendessi ingegneria. Mi portò da un suo amico, un celebre fisico russo che abitava a Torino e si chiamava Gleb Wataghin. Aveva fatto costruire nel suo laboratorio un acceleratore di particelle. Era un ometto vulcanico. Davanti a quell’acceleratore restai muto. Non sapevo cosa chiedere. E Wataghin disse a mio padre: tutto, ma non la fisica!”.

 

Il caso ha governato spesso la sua vita?
“Quasi sempre. È incredibile come io mi sia inserito nelle situazioni senza nessun particolare progetto. Devo aggiungere che ho avuto una vita professionale molto fortunata. E mi considero un uomo libero che, con un certo tormento, si illude di fare al momento la cosa giusta”.

 

E quali sono i suoi tormenti?
“Non essere abbastanza chiaro in quel che dico o scrivo. Poi ci sono i tormenti più personali. A me pesa moltissimo per esempio dire qualcosa che possa dispiacere a qualcuno col quale ho un buon rapporto. E questo tanto più, in quanto viviamo in un tempo in cui la gente si offende facilmente.Davanti a certe reazioni anch’io, a volte, non so trattenermi”.

 

Nel senso?
“Contrariamente a quello che si vede sono un iracondo. Però cerco di tenere sotto controllo gli scoppi d’ira. Ritrovo in me molto di mio padre. L’ira, insieme alla vodka e al gioco, è una caratteristica del popolo russo”.

 

Lei ha origini russe?
“La mia famiglia proveniva da San Pietroburgo. I miei nonni erano in vacanza a Nizza nel 1914 quando scoppiò la guerra e furono chiuse le frontiere. Mio padre era nato nel 1909, quindi all’epoca era un bambino. Poi, quando ci fu la rivoluzione in Russia il nonno, che era ufficiale a Mosca, riuscì a rientrare.Di lui per anni non avemmo più notizie. Salvo poi ricomparire con nostra sorpresa. Il regime sovietico lo espulse come persona inutile e non gradita”.

 

E suo padre cosa faceva?
“Per dare una mano alla famiglia all’inizio fece il garzone di un ciabattino. Poi nella comunità russa di Nizza ci fu una spaccatura. Noi emigrammo a San Remo.Circolava in famiglia la storiella che la nonna era convinta di aver trovato il sistema per sbancare il casinò. Naturalmente dilapidò quel poco di gioielli che ci era rimasto. Mio padre, al quale non mancavano le risorse, si mantenne agli studi di Economia e Commercio con una serie di lavoretti, tra cui la composizione di brevi racconti che spediva al Corriere Mercantile di Genova, spacciandoli come novelline di Gogol da lui tradotte”.

 

Iracondo e intraprendente.
“Era dotato di quel fascino russo che ha quasi sempre un fondo dissipativo. Di lui, una specie di gagà senza un soldo, si innamorò perdutamente mia madre, una valdese che veniva dalla Val Chisone”.

 

Val Chisone, vista dal Forte di Finestrelle

VAL CHISONE :
https://nonsoloturisti.it/2013/01/sotto-la-luna-piena-in-val-chisone/

 


Cos’è l’ira?

“Spinoza la mette tra le passioni tristi. Per dirla con il mio amato Dostoevskij è la prova che il nostro impasto è fatto di cose belle e pessime”.

 

Un giurista non dovrebbe misurarsi più con Kafka che con Dostoevskij?
“Non dimentichi le mie origini. In entrambi troviamo l’angoscia, l’assurdo, il nulla, la spersonificazione. Ma mentre in Kafka sembra esserci la resa, in Dostoevskij c’è la resistenza. Kafka è già precipitato; Dostoevskij è sul crinale dell’abisso. Uno parla di una società minacciata dal nulla l’altro di una società vinta dal nulla. Come giurista mi interessa più Dostoevskij”.

 

Forse anche per la drammatizzazione del problema di Dio. Si nota in lei un interesse per i testi biblici.
“In effetti, ho una certa propensione. Ho perfino dedicato tre anni, nel tempo libero dall’attività alla Corte Costituzionale, alla traduzione di un grande testo di Chaim Cohn che ha studiato i resoconti evangelici dal punto di vista ebraico. Mi è servito come esercizio d’autodisciplina per resistere alla tentazione di trasformarmi in giurista tutto di un pezzo”.

 

Anche interessarsi di democrazia è un modo per uscire dallo specialismo giuridico?
“Un giurista non ha solo la legge di cui occuparsi. Un tempo si poteva teorizzare la democrazia come il miglior modo di convivenza, adesso si rischia di dire le stesse cose dando l’impressione di fare una predica”.

 

Evitando la predica, c’è un aspetto della democrazia al quale non possiamo rinunciare?
“Credo che la sua essenza consista nell’allontanare giorno dopo giorno il momento dei coltelli. Parlando, discutendo, confrontandosi e anche confliggendo sugli interessi ma sempre fermandosi un attimo prima che si sfoderino i pugnali. Perciò abrogare l’idea di democrazia significa legittimare il sopruso”.

 

Vent’anni fa non si sarebbe posto il problema in questi termini.
“Non ne sarei così sicuro. È un paese il nostro che non ha quasi mai saputo discutere”.

 

Viviamo nell’età del disprezzo?
“Siamo passati dall’ammirazione per il potere all’invidia e alla conseguente frustrazione. Oggi non si invidia più ma si disprezza. La società si è divisa tra i molti che disprezzano e i pochi che sono disprezzati”.

 

Chi sono i pochi?
“Sono le oligarchie che un tempo erano nascoste e oggi sono percepite come tali”.

 

Ovvero gli inammissibili privilegi di cui ancora godono?
“Sono mondi – finanziari e politici – chiusi all’esterno e molto litigiosi al loro interno. Da qui ne consegue quello che per me è diventato il chiodo fisso: aprire il mondo dei piccoli numeri ai grandi numeri, immettere energie sociali nuove in questo mondo chiuso”.

 

La democrazia è ancora dubbio?
“Mi ribello all’idea che chi professa l’etica del dubbio sia un nichilista”.

 

Magari è solo un relativista.
“Non trovo sia un insulto, se relativismo significa atteggiamento non dogmatico e pluralistico, non sia cioè l’alternativa secca tra vero e falso, amico e nemico. L’etica del dubbio si fonda sulla premessa che la verità esiste ma che nessuno la può afferrare completamente e che però esistendo non è insensato cercarla”.

 

Un atto di fede.
“No, una dimensione terza che un tempo era Dio, poi lo Stato. Oggi quel terzo dobbiamo crearlo dal basso”.

 

Sembra affiorare l’anima russa.
“Non mi dispiacerebbe. Provengo da una famiglia con una lunga storia alle spalle. Noi, i figli, sappiamo poco anche di quella che, poi, è stata la vita di esuli, tra la Costa Azzurra e la riviera ligure. Sembra quasi che volutamente si sia steso un velo di oblio su vicende dolorose che sarebbe stato molto interessante cercare di riportare alla luce. In fondo, si è trattato d’una sia pur piccola scheggia di una grande storia europea”.

 

E cosa le fa venire in mente?
“Penso a nostro padre che riposa vicino a nostra madre nel piccolo cimitero di San Germano Chisone, in terra valdese. Chi si aspetterebbe mai di trovare lì, su una lapide, la croce ortodossa? Quante vicende, traversie, dolori, sradicamenti e nuovi radicamenti; quanta storia!”.

 

Quando dice figli allude a lei e a suo fratello?
“In realtà siamo in tre. Io, quello che una volta si diceva “il più piccolo”. Poi, Vladimiro, giurista anche lui, di tre anni più vecchio di me. Il più grande di tutti è Pierpaolo, non giurista, che ci protegge”.

 

Da cosa?
“Dall’ipertrofia giuridica”.

 

VAL CHISONE — PIANTINA DELLA VALLE

Gli abitanti della Val Chisone chi sono? – Portale della Val Chisone e Germanasca PineroleseDA : https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fwww.valchisone.it%2Fgli-abitanti-della-val-chisone-chi-sono%2F&psig=AOvVaw3lGUd4yDQeoeGsotb6UYso&ust=1670083464501000&source=images&cd=vfe&ved=0CAMQjB1qFwoTCODY–6n2_sCFQAAAAAdAAAAABAY

 

 

Val Chisone - WikipediaVAL CHISONE – WIKIPEDIA

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mario e didì — nanna nanna ..

 

 

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona, cane e spazio al chiuso

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Gabriele Corno @Gabriele_Corno — 10.19 — 2 dicembre 2022 — sono tutti bellissimi !

 

Un elefantessa dà alla luce nella riserva Masai Mara in Kenya sotto la pioggia

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CORUMBA’ -MATO GROSSO DO SUL- BRASILE — Edifici storici + + Video, 8 min ca — IL PANTANAL, 200.000 km 2 :: la più grande palude del mondo- PATRIMONIO UNESCO

 

 

File:Prédios no Porto Geral, Corumba MS.jpg

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pr%C3%A9dios_no_Porto_Geral,_Corumba_MS.jpg

 

Porto Geral, Corumbá, Sig

 

 

 

Mappa del Pantanal in Brasile, Bolivia e Paraguay © Pantanal Escapes

CORUMBA’.MATO GROSSO DEL SUD — NEL PANTANAL– vedi in piccolo, dove si trova dentro il Brasile

 

 

Vecchi edifici storici ed eleganza sbiadita lungo il lungofiume di Porto Geral di Corumbà. Questi sono in progressivo restauro e risalgono all’era pre-ferroviaria e pre-stradale quando Corumbá fungeva da “emporio” del territorio del Mato Grosso. Questo è il vecchio edificio Casa Vasquez & Sons (fotografato prima del restauro) che ora è il Memorial do Homem Pantaneiro.

 

Porto Geral

 

 

Porto Geral

 

 

 

Corumbà, zona del porto  fluviale

 

 

Pantanal City Corumba Mato Grosso Do Stock Photo 1541099744 | Shutterstock

 

 

Corumba brazil hi-res stock photography and images - Alamy

 

 

Port of corumba hi-res stock photography and images - Alamy

 

 

se vuoi vedere qualcosa sul Pantanal, 

c’è un bel video di 8 min. ca:

 apri qui:

IL PANTANAL BRASILIANO –VIDEO WWF — 8 minuti ca + testo, wiki + alcune foto

https://www.neldeliriononeromaisola.it/wp-admin/revision.php?revision=415442#:~:text=IL%20PANTANAL%20BRASILIANO%20%2D%2DVIDEO%20WWF%20%2D%2D%208%20minuti%20ca%20%2B%20testo%2C%20wiki%20%2B%20alcune%20foto

 

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Mauro Biani @maurobiani – 17.01 — 1 dicembre 2022 — grazie !

 

#braccianti #dignità #lavoro #sfruttamento

#caporalato #diritti #ghetto

Tutto a posto. Oggi su  @repubblica

 

 

 

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