” L’ultimo giorno di Gaza, ” — Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo. IL MANIFESTO 11 AGOSTO 2026

 

 

 

IL MANIFESTO 11 AGOSTO 2026
https://ilmanifesto.it/il-tempo-dellimpunita-deve-finire


*L’ultimo giorno di Gaza

Paola Caridi,
Claudia Durastanti,
Micaela Frulli,
Tomaso Montanari,
Francesco Pallante,
Evelina Santangelo

 

Il tempo dell’impunità deve finire

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Gaza, palestinesi sfollati tra le case distrutte a Jabaliya – foto EPA/Mohammed Saber

 

 

File:Gaza Strip map.png - Wikipedia

JABALYA è una città a 4 km a nord di Gaza.  Secondo l’ufficio centrale palestinese di statistica, Jabalia aveva una popolazione di 82 877 abitanti a metà del 2006. Il suo campo profughi è il maggiore fra i campi profughi palestinesi ed è situato a circa 3 chilometri a nord della cittadina.
mappa e testo DA: WIKIPEDIA

 

 

Fine dell’ipocrisia. Lo dice Netanyahu, iniziando la riunione del suo gabinetto con la quale il suo governo rigetta il piano del Board of Peace e rimanda tutto a quelle che sembrano le più ipocrite elezioni israeliane.

Lo dicono i fatti sul terreno che dal 7 ottobre 2023 hanno subito una irrefrenabile accelerazione. Lo dice il genocidio che lo stato di Israele continua a commettere su Gaza senza essere fermato, e in Cisgiordania per ora sotto la forma di Nakba, ossia di pulizia etnica con conseguente annessione.

Basta, dunque, anche con l’ipocrisia dell’Unione europea, degli Stati uniti, del Board of Peace: non esistono i due Stati, né possono essere realizzati. Sono la foglia di fico usata dalla diplomazia occidentale per non prendere una decisione, e nascondere la sua complicità assoluta con Israele.

Netanyahu ribadisce per l’ennesima volta quello che fa e dice da trent’anni esatti. «Finché sarò primo ministro – dice -, non sarà istituito nessuno stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria (e cioè la Cisgiordania occupata da Israele e unilateralmente rinominata da Tel Aviv)». E conclude, sottolineando quanto il nodo della questione non sia Hamas: «Nessun Fatahstan, nessun Hamastan».

Fine dell’ipocrisia. E non solo da parte di Netanyahu. Perché il premier israeliano dice ancora una volta quello che l’intero stato d’Israele fa e dice. In quest’ordine preciso, fa e poi dice. Non ci sarà nessuno stato palestinese in un territorio che Israele rifiuta di disoccupare, dopo 59 anni di occupazione militare continuata. Senza alcuna interruzione, nella completa impunità. Vale la pena ricordare che a occupare Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza nel 1967 fu uno stato a guida laburista? Vale la pena ricordare che nessun partito dell’opposizione ha posto alla coalizione di governo al potere in Israele un ostacolo fondamentale al genocidio in corso, all’occupazione, alla pulizia etnica? E che la Knesset nel luglio 2024 ha votato a maggioranza assoluta contro il riconoscimento dello stato di Palestina?

Basta. Il tempo dell’impunità di Israele deve finire. Questo è un tempo ormai brevissimo, dopo tre anni di sterminio quotidiano dei palestinesi. È un tempo in cui Israele fa e dice quello che voleva fare e dire tre anni fa: espellere la popolazione palestinese, ora ridotta a Gaza alla mera sopravvivenza. E per fermarlo è la comunità internazionale (tutta) che deve mettere Israele di fronte a un bivio. O continuare nell’impunità, oppure rispettare il diritto internazionale, unico ostacolo alle continue, pervicaci violazioni di tutti i più elementari fondamenti della convivenza e del rispetto dei diritti che Israele commette quotidianamente.

Israele sceglierà di continuare nell’impunità, questo è ormai chiaro da tempo. Non ha mai smesso di bombardare, trucidare, affamare, assetare. Neanche oggi. Non ha mai smesso di usare l’arma riproduttiva: cioè di ammazzare bambine e bambini, in una strage degli innocenti della cui colpa non ci possiamo emendare dando agli oltre 20mila minori uccisi un postumo Nobel per la Pace.

E allora? Che fare? Mettere Israele di fronte al bivio significa imporre che Israele si fermi, in questa deriva che sta già conducendo il mondo a una guerra globale, non solo dal punto di vista dei territori coinvolti, ma anche dal punto di vista delle implicazioni a livelli sovrapposti (economico, giuridico, politico, sociale, ecologico, etico). In sintesi, Israele non può essere più considerato all’interno del consesso internazionale, e da tempo. Altro che «unica democrazia del Medio Oriente», definizione che ha dentro tutte le nostre colpe, razzismo e colonialismo inclusi.

Israele non può far parte di una comunità internazionale che è lo stesso Stato a non riconoscere perché non riconosce al sistema Onu le regole da rispettare e i limiti che impone. Non ha ottemperato ai dispositivi della Corte Internazionale di Giustizia, che per l’ennesima volta gli impongono di andarsene dal Territorio palestinese occupato.

Ha continuato a violare il diritto internazionale in ogni modo possibile, perfino rompendo un patto fondativo che è quello di non commettere – come invece fa – il crimine dei crimini, il genocidio. Ha osato distruggere la sede a Gerusalemme occupata dell’agenzia dell’Onu che protegge i palestinesi, l’Unrwa, alla presenza di un ministro del governo israeliano. Si è macchiato del crimine di tortura contro i palestinesi, soprattutto quelli prigionieri, e lo ha fatto apertamente, in modo arrogante.

È ora di imporre sanzioni da parte dell’Unione europea. Di boicottare ogni collaborazione e cooperazione con Israele. È ora di chiedere la sospensione del seggio di Israele nell’Assemblea generale dell’Onu, usando quello strumento che a metà degli anni Settanta fu utilizzato per rendere impossibile al Sudafrica di continuare nell’apartheid, crimine internazionale.

Basta con l’ipocrisia. Basta con il genocidio sostenuto dai nostri governi.

*L’ultimo giorno di Gaza

Paola Caridi,
Claudia Durastanti,
Micaela Frulli,
Tomaso Montanari,
Francesco Pallante,
Evelina Santangelo

 

 

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VENEZIA LA BIENNALE ARTE / 2026 / EVENTI COLLATERALI : Gaza e 100 pannelli ricamati a mano che espongono la Nabka dal ’48 ad oggi 2026 +++ 972 MAGAZINE – Come si organizza un genocidio ?

 

 

 

LA BIENNALE ARTE / 2026 / EVENTI COLLATERALI

https://www.labiennale.org/it/arte/2026/eventi-collaterali/%E2%80%9C-%E2%80%9D-gaza-no-words-see-exhibit

 

 

 

segue da:

+972 Magazine

https://www.972mag.com/venice-biennale-gaza-no-words-genocide-israel/

*** traduzione automatica

 

opere d’arte della mostra intitolata : * * Gaza – No Words – See the Exhibit”, alla 61a Biennale di Venezia, Italia. (Oren Ziv)

 

 

‘Come si organizza un genocidio?’

 

Nonostante le proteste per l’inclusione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 opere di ricamo palestinese ispirate a immagini strazianti provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh ci racconta come è nata l’iniziativa.

 

 

di Oren Ziv

Di   Oren Ziv —  21 maggio 2026

In collaborazione con   LOCAL CALL

 

 

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance ( Alleanza di un Arte contro un Genocidio ), che già nei giorni precedenti aveva mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” (No al genocidio mascherato da arte). 

Circa una settimana prima dell’inaugurazione, la giuria di cinque membri della Biennale si è dimessa , dichiarando che non avrebbe giudicato i padiglioni che rappresentavano i paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte ha presentato 100 diversi padiglioni nazionali, ognuno dei quali esponeva opere di artisti in rappresentanza del proprio paese. Israele, che mantiene un padiglione dal 1950, era rappresentato dallo scultore israeliano di origine rumena Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, invece, è stato ripristinato dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina. 

«Qui, l’unico diritto di veto è l’esclusione preventiva», ha dichiarato   il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco , in risposta alle critiche sull’inclusione dei paesi. Nominato dal governo di Georgia Meloni nell’ottobre del 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione, aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi, ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, “In Minor Keys”, della compianta curatrice camerunense-svizzera Koyo Kouoh ( 1 ) , contenga alcuni riferimenti al conflitto israelo-palestinese (i visitatori trovano all’ingresso la poesia “If I Must Die” (1 ) dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer, insieme a un’installazione del collettivo di artiste queer fierce pussy con una bandiera palestinese smantellata ), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Oltre ai 100 padiglioni nazionali, sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi si propone di dare risalto alle voci palestinesi. “’ _____________’ * * Gaza – No Words – See the Exhibit”,  organizzato dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuto dalla Biennale, porta nel cuore di Venezia 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese). Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano “ l’arazzo del genocidio di Gaza ”. 

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra . La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967, prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito ha intrapreso una carriera da imprenditore e, dopo il pensionamento, ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i turbolenti giorni di apertura della Biennale, migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia per la manifestazione – hanno visitato ogni giorno la mostra gratuita allestita in posizione centrale. Muovendosi tra le sale, i visitatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, l’intricato ricamo cattura lo sguardo, ma allontanandosi, l’immagine completa si rivela.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra, Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente impegnati al mondo. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Qual era l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere] facciano riflettere le persone sulla necessità di responsabilità e giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei promemoria e saranno conservate per sempre.

Volevamo portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia è le Olimpiadi del mondo dell’arte. Volevamo portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato numerosi progetti commerciali, in cui i galleristi acquistavano le loro opere e le rivendevano. Ma ora queste opere sono esposte pubblicamente a loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

 

Opere d'arte dalla mostra intitolata “ _____________” * * Gaza - No Words - See the Exhibit,” alla 61a Biennale di Venezia, Italia. (Palestina Museum US)

Un’opera di Zenat Abu Amera tratta dalla mostra intitolata “’ _____________’ * * Gaza – No Words – See the Exhibit”, basata su una fotografia del fotografo gazawi Yousef Seifi, presentata alla 61ª Biennale di Venezia, Italia. (Palestine Museum US)

foto e testo da:

https://www.972mag.com/venice-biennale-gaza-no-words-genocide-israel/

 

Perché hai scelto il tatreez come principale mezzo artistico?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrativa politica palestinese. Abbiamo ideato il concetto di utilizzare i tatreez perché sono realizzati da donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, ai quali assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di opere specifiche. I lavori della Cisgiordania vengono raccolti e inviati ad Amman. I lavori di Ain Al-Hilweh vengono inviati a Beirut, e ci occupiamo del loro trasporto quando le artiste si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho aggiunto: “C’è un senso di urgenza riguardo a Gaza”.

 

Perché non la fotografia? E come hai scelto le immagini su cui basare il ricamo?

Non volevo fare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste foto sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, ma un dipinto contiene elementi astratti. Così come quest’opera: è fatta di puntini. Se vi allontanate di due metri, la vedrete come una fotografia. Ma se vi avvicinate, inizierete a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica [del ricamo] rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna osserva ciascuna di esse per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine prendere forma a poco a poco e dovendo convivere con essa per tutto questo tempo.

In qualche modo, è molto più toccante vederlo ricamato e pensare a chi l’ha realizzato e a come l’ha fatto; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che li hanno ricamati] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

 

Opere d'arte dalla mostra intitolata “ _____________” * * Gaza - No Words - See the Exhibit,” alla 61a Biennale di Venezia, Italia. (Palestina Museum US)

Un’opera di Iman Shehaby tratta dalla mostra intitolata “’ _____________’ * * Gaza – No Words – See the Exhibit”, basata su una fotografia di pubblico dominio, alla 61ª Biennale di Venezia, Italia. (Palestine Museum US)

foto e testo da:

https://www.972mag.com/venice-biennale-gaza-no-words-genocide-israel/

 

 

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano a Israele di non partecipare al festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non escluderà nessuno. Come interpreti questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Penso che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque può partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto certi livelli di atrocità e orrori indicibili che richiedono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto di [questo standard], a nessuno dovrebbe essere permesso di partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana. 

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Quelle che superano tale soglia non dovrebbero essere ammesse. A mio parere, a questo punto, Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che anche altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere

 

Come valuta il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina avrà diritto a un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’ Autorità Palestinese . Questo è un problema per noi perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano se stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania .

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi, auspico che, se dovesse accadere qualcosa del genere, ci sia una sorta di processo democratico che determini chi esporrà e come funzionerà: un processo trasparente, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

 

 

 

 

Opere d'arte dalla mostra intitolata “ _____________” * * Gaza - No Words - See the Exhibit,” alla 61a Biennale di Venezia, Italia. (Palestina Museum US)

Un’opera di Basma Natour tratta dalla mostra intitolata “’ _____________’ * * Gaza – No Words – See the Exhibit”, basata su una fotografia di pubblico dominio, alla 61ª Biennale di Venezia, Italia. (Palestine Museum US)

foto e testo da :
https://www.972mag.com/venice-biennale-gaza-no-words-genocide-israel/

 

In che modo la storia della tua famiglia, segnata dalla Nakba del 1948, ha influenzato il tuo lavoro?

Veniamo dal villaggio di Salama, ribattezzato Kfar Shalem da Israele, nell’attuale Tel Aviv meridionale. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Finimmo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non era una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti. 

Nel 1967, da Ramallah potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. [L’esercito israeliano] entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata. 

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a lavorare per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano fondare un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, quindi li ho lasciati e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

 

Pensi che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che sostengono che l’arte debba essere apolitica, che debba essere neutrale? 

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si organizza un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di incisivo, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Vi assicuro che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

 

 

 

NOTA

( 1 )

In ricordo di Koyo Kouoh (24 dicembre 1967-10 maggio 2025)

Arte  – 

In ricordo di Koyo Kouoh (24 dicembre 1967-10 maggio 2025)

 

( 1 )

Se devo morire

di Refaat Alareer (1979 – 2023)

Se devo morire,

tu devi volare

per raccontare la mia storia

per vendere le mie cose

per comprare un pezzo di stoffa

e dello spago,

(bianco con una coda lunga)

cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza

guardando il cielo negli occhi

aspettando suo padre che se ne andò in fiamme—

senza dire addio a nessuno

niente alla sua carne

anche a se stesso—

veda l’aquilone, il mio aquilone che tu hai fatto, volare in alto sopra

e pensi per un momento che ci sia un angelo lì

Restituendo l’amore

Se devo morire

lascia che porti speranza

lascia che sia una storia

 

Tradotto in italiano da @danielukes

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VIGNETTE :: ANSA.IT /lifestyle/ photogallery 7 agosto 2026 –JOSHUA HELD, IL GATTO SA. Manuale felino per umani domestici, Editore, Ballon Gallucci, 2026

 

 

 

 

 

Joshua Held  ” Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici ”

Gallucci Balloon  3/7/2026  -link
pp. 98

 

 

ANSA.IT    7 agosto 2026

 

 

Il gatto sa, raccolta di vignette spassose dell’artista e fumettista Joshua Held

 

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

da Gallucci Balloon -"Il gatto sa. Manuale felino per umani domestici" di Joshua Held

 

 

 

 

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BARABAN — 1. IL SIRIO — +—2. GORIZIA *** molto belli

 

 

 

 

Il Sirio era una nave italiana costruita a Glasgow per il trasporto di emigranti. Inaugurata nel 1883, naufragò nel 1906 di fronte alle coste di Capo Palos, a Cartagena (Spagna). La nave, con oltre 1200 passeggeri a bordo, era salpata da Genova il 2 agosto 1906 diretta a La Plata. Il 4 agosto il Sirio passò di fronte a Capo Palos dove il promontorio si prolunga sott’acqua per riemergere poi a formare le piccole Isole Hormigas. La profondità dell’acqua sulla linea ideale che unisce il capo a queste isolette è di tre o quattro metri. Alle 16.30 circa, la nave navigando a tutta forza troppo rasente alla riva si incagliò vicino a Capo Palos. La prora fu vista innalzarsi con violenza dall’acqua per via della forte velocità. Le lance furono messe fuori servizio dall’impatto violentissimo e molti passeggeri, scagliati in mare per il contraccolpo, annegarono. L’ acqua entrò nelle cabine di prima classe, poi invase il corridoio di destra e infine lo spazio attorno al boccaporto di poppa e il corridoio a destra della sala macchine. In questa zona della nave si trovavano numerose donne e bambini che rimasero incastrati senza poter uscire e senza poter essere soccorsi. Una cronaca del tempo narra che la maggior parte dei membri dell’equipaggio riuscì a salvarsi perché rimase sulla nave che, essendo incagliata, rimase a galla ancora per quindici giorni. Le vittime furono stimate inizialmente in 293 persone per arrivare ad un totale finale di oltre 500 unità. L’episodio suscitò molta eco in tutta Europa e, tra l’altro, venne rievocato nella canzone “Il tragico naufragio della nave Sirio” che diventò in poco tempo uno dei più popolari brani da cantastorie. Aurelio Citelli: voce, fisarmonica Paolo Ronzio: chitarre, mandolino Alberto Rovelli: contrabbasso recorded: Diego Ronzio editing: Aurelio Citelli © Associazione culturale Barabàn, 2014

 

 

 

2.  GORIZIA 

 

 

̀ reinterpreta , la più dolorosa e amara canzone di protesta contro la Prima guerra mondiale. Il brano fa parte dello spettacolo “Voci di trincea” , performance che racconta la Grande Guerra attraverso canti, lettere dal fronte, melodie di inizio Novecento, testimonianze e filmati di repertorio. Contrapposta agli inni patriottici-nazionalisti della Grande Guerra – Monte Grappa, La campana di San Giusto o La canzone del Piave (che, peraltro, non si cantò mai in trincea) – tesi a rappresentare la guerra in modo idilliaco e celebrativo, è indubbiamente la canzone più antimilitarista del canzoniere bellico italiano, un lamento contro l’officina del macello e di radicale opposizione alla guerra. Raccolta in versioni anche molto diverse tra loro, seppur con contenuto simile, la canzone parla della conquista di Gorizia da parte dell’esercito italiano nell’estate del 1916 dopo una sanguinosa offensiva costata 100.000 perdite, tra italiani e austriaci. Nelle strofe della canzone ci sono l’orrore, la violenza, l’inutilità della guerra, il dolore, la perdita degli affetti, la discriminazione di classe. Durissima l’accusa nei confronti degli ufficiali che mandarono i soldati, in gran parte di estrazione contadina, allo sbaraglio sotto il piombo austriaco.

La mattina del cinque di agosto si muovevano le truppe italiane
per Gorizia le terre lontane e dolente ognun si parti
Sotto l’acqua che cadeva a rovescio grandinavano le palle nemiche
su quei monti colline gran valli si moriva dicendo cosi
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio invocando il suo nom
O vigliacchi di quegli ufficiali
con le mogli sui letti di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra c’insegna a punir
O Gorizia tu sei maledetta…

 

Il 24 maggio 2015, Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo conflitto mondiale, è uscito il CD di Barabàn “Voci di trincea”. https://baraban.it/web/2015/05/24/bar…

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Donatella ci suggerisce : LA VOCE DI GAZA di PAOLA CARIDI — FELTRINELLI 2026 + video con una presentazione del libro senza presentarlo–+ Fondazione Merz. Gaza ha un cuore antico, fino al 27 settembre

 

 

 

La voce di Gaza

La voce di Gaza

«Ecco ciò che è stata Gaza per cinquemila anni. E che, forse, sarà di nuovo, in un futuro lontano di cui nulla sappiamo. Quella storia è passata sotto le mie foglie, accanto al mio tronco. Quella storia l’ho scritta assieme ai miei antenati.»

C’è un albero a Gaza. Un antico sicomoro. Da quando ha messo radici ha visto uomini e donne in viaggio e in fuga, guerre e migrazioni. Ha imparato a riconoscere le lingue degli umani, a tradurre le loro parole e a sentire i loro brividi sulla corteccia. Ai piedi dell’albero c’è il bambino. È solo e stanco, arriva dal Nord di Gaza e sta scappando. L’albero gli racconta una lunga storia fatta di viaggiatori, carovane, profeti, mercanti e popoli che nei secoli hanno attraversato quella terra, il punto di passaggio tra Africa, Asia ed Europa. Dai magi diretti a Betlemme alla forza di Sansone che secondo la Bibbia strappò le porte della città, alle carovane che percorrevano la Via dell’Incenso fino al mare cariche di spezie e profumi. E poi la traversata delle due giraffe portate dall’Etiopia come dono per l’imperatore di Costantinopoli. Fino a giungere al presente, al genocidio e alla distruzione di Gaza. Il sicomoro ha visto tutto perché è sempre stato lì, custodisce questi cinquemila anni di storia e la memoria della sua terra. Perché le storie non scompaiono con le macerie: restano nelle radici, nelle parole e negli occhi di chi le ascolta. Finché qualcuno continuerà a raccontarle, e finché un bambino riuscirà a mettersi in salvo, Gaza non sarà mai cancellata per davvero. Età di lettura: da 10 anni.

 

 

CENTRO STUDIO SERENO REGIS

Voci da Gaza, oltre i muri del silenzio. Incontro con Paola Caridi, 17 mag 2026

 

inizio della voce, 16° min. ca–
18° min. Parla il prof. Russo, cui risponde
Paola sulla sua formazione, poi sul giornalismo/ Gaza- 30° min.ca
origini della nostra Repubblica- la lingua della scuola–
1h  e qualche minuto :
Mostra a Torino, alla Fondazione Merz, su Gaza ( 1) :
segue risposta ai ragazzi (*** ).
Sul libro di Paola Caridi, parla il prof. Russo.
Paola Caridi: 1h 12 min.  Perché parla un albero? Come si fa a parlare di un genocidio
se non siamo stati testimoni – 1h 15 min. ca
1h 19 min. Una domanda seria che pone l’uso del media, cui Paola risponde.

 

 

 

 

 

( 1 ) FONDAZIONE MERZ

GAZA, il futuro ha un cuore antico

 

immagine dalla Fondazione Merz– link sopra ( e sotto !)

Questa statuetta in terracotta rappresenta una figura femminile che suona un tamburello, datata tra l’800 e il 601 a.C., rinvenuta a Gaza.
Il reperto è attualmente esposto presso la Fondazione Merz a Torino nell’ambito della mostra “GAZA, il futuro ha un cuore antico”. L’oggetto fa parte di una selezione di oltre 80 reperti archeologici provenienti dalla Striscia di Gaza. [1, 2, 3]

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7 agosto 2026–Marcinelle: il docufilm della Rai– video, 1.47 + il paese di MANOPPELLO ( ca 7000 ab. ) – provincia PESCARA — Abruzzo

 

 

 

Marcinelle 70 anni dopo, in un doc il simbolo tragico dell 'emigrazione del dopoguerra - RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Marcinelle 70 anni dopo, in un doc il simbolo tragico dell ‘emigrazione del dopoguerra –

L’Italia a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: due milioni di disoccupati e intere regioni ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affissero in tutta Italia manifesti che presentavano unicamente gli aspetti allettanti di questo impiego. In realtà, le condizioni di vita erano veramente dure.
    Inizia così questo documentario scritto e diretto da Salvatore Braca..

da: Ansa.it  4 agosto 2026, 16.50 / link

 

 

 

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Abruzzo

Marcinelle: il docufilm della Rai

 

apri qui
VIDEO, 1.47 min.

/tgr/abruzzo/video/2026/08/manoppello-marcinelle-rai-docufilm-75914c5e-c1bc-432b-88de-2e7c1af7848d.html

Alla vigilia del 70esimo anniversario della strage stasera a Manoppello l’anteprima de  “Il fiore delle terre nere” di Salvatore Braca

 

 

tutto da–

https://www.rainews.it/amp/tgr/abruzzo/video/2026/08/manoppello-marcinelle-rai-docufilm-75914c5e-c1bc-432b-88de-2e7c1af7848d.html

 

 

qualcosina su Manoppello- Pescara- Abruzzo
da Wikipedia -link

 

 

questa foto è da: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Manoppello?uselang=it#/media/File:Manoppello_1.jpg/2

 

 

 

Manoppello (Manuppèllë in abruzzese) è un comune italiano di 6 726 abitanti ( dati del 3 maggio 2026 ) in provincia di Pescara in Abruzzo. Il centro storico del paese è situato sulle colline ai piedi del massiccio della Maiella e a breve distanza dalla Val Pescara, dove si è sviluppata dal XX secolo la frazione Manoppello scalo, sede di attività industriali e dell’interporto d’Abruzzo.

Il nome del paese trae origine dalle tradizioni contadine locali: il nome deriverebbe infatti dall’unione delle parole latine manus e plere, ovvero “mano piena”, o dal termine “manoppio”, cioè una manciata o un fascio di spighe che può essere contenuta in una mano, rappresentato anche nello stemma comunale.

Numerosi ritrovamenti su tutto il territorio comunale confermarono che la collina dove sorge il centro storico fosse già abitata in età antica, andando a coincidere con l’antico abitato italico di Pollitium. In particolare furono rinvenute una tomba di un guerriero del III secolo a.C. e una villa romana nelle vicinanze dell’abbazia di Santa Maria Arabona. Conquistata nel 311 a.C. dai Romani durante la seconda guerra sannitica, la città venne in seguito distrutta nell’anno 538 durante le prime fasi della guerra gotica.

Le rovine di Pollitium vennero nuovamente abitate solamente a partire dall’VIII secolo, quando venne ripopolata dai Longobardi che rifondarono l’insediamento alle dipendenze dell’abbazia di Montecassino. Il castello viene menzionato per la prima volta in un diploma dell’imperatore Carolingio Ludovico II, che ne attesta il trasferimento nell’anno 874 alla badia di San Clemente a Casauria.

segue in Wikipedia, Manopello–LINK

 

Manoppello negli anni 80
foto di Emman~commonswiki

 

 

 

Abbazia_di_Santa_Maria_Arabona.
Alan p at it.wikipedia/ link

 

 

Santa Maria de Arabona è un’abbazia risalente alla fine dell’XII secolo che si trova nell’omonima frazione nel comune di Manoppello (PE), dichiarata monumento nazionale nel 1902.

Il nome completo è Sancta Mariae de Ara Bona ed è situata su un’area in cima ad una collina da dove si domina parte della vallata del Pescara. Essa sorge sui resti di un tempio pagano romano dedicato al culto della Bona Dea: dal latino ara “altare” e Bona “Bona Dea” deriverebbe “Arabona”. Un’etimologia popolare ha ricostruito “ara bona” come aria buona con riferimento alla caratteristica salubre del territorio.
I monaci cistercensi cominciarono nel 1197 la realizzazione dell’abbazia riutilizzando una parte dei materiali del vecchio tempio e dedicarono la chiesa abbaziale in costruzione alla Vergine Maria. Ancora oggi è possibile notare alcune strutture e pietre del preesistente tempio romano.

segue in Wikipedia

 

 

 

 

L’INGRESSO PRINCIPLAE  DELL’ABBAZIA E DEL PALAZZO DEI CISTERCENSI
Ra Boe – Opera propria

 

 

 

 

Particolare – nell’Abbazia – di una colonna con iscrizione latina risalente al preesistente tempio romano della Bona Dea

 

 

 

 

Affreschi nella Cappella dell’Ordine equestre del santo sepolcro di Gerusalemme (Abbazia)
Alan_p – Opera propria

 

 

 

Affresco della Madonna col Bambino, Abbazia di Santa Maria Arabona
Ra Boe – Opera propria

 

 

 

Monumento ai Caduti di Marsinelle–

TRIPADVISOR- link 
https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g2010209-d12962751-Reviews-Monumento_ai_Caduti_delle_Marsinelle-Manoppello_Province_of_Pescara_Abruzzo.html#/media/12962751/?type=ALL_INCLUDING_RESTRICTED&albumid=-160&category=-160

 

 

CARTINE –

 

 

 

CARTINA DELL’ABRUZZO CON PESCARA SUL MARE ADRIATICO
ALAMY // LINK

File:Map of comune of Manoppello (province of Pescara, region Abruzzo, Italy).svg - Wikipedia

MANOPPELLO NELLA PROVINCIA DI PESCARA
Autore Vonvikken
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Federico Fornaro, Marcinelle strage della ricostruzione. Braccia in cambio di carbone, uno degli strumenti fondamentali per la rinascita economica. IL MANIFESTO — 8 agosto 2026

 

 

 

 

IL MANIFESTO — 8 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/marcinelle-strage-della-ricostruzione

 

Marcinelle strage della ricostruzione.

 

 

 

 

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Strage di minatori italiani a Marcinelle – Foto Ansa

Settanta anni fa, l’8 agosto 1956, nell’incendio che si sviluppò nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle in Belgio, morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani.

Una tragedia diventata uno dei simboli dell’emigrazione italiana, dei sacrifici e delle sofferenze di milioni di connazionali costretti a lasciare il loro paese d’origine per cercare pane e lavoro.

Al dramma perpetratosi nella miniera belga, Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’Università di Ginevra, aveva già dedicato dieci anni fa Marcinelle, 1956. Quando la vita vale meno del carbone (Donzelli) e oggi ha dato alle stampe per lo stesso editore Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo ( 1 ).

 

Come scrive l’autore nel prologo al libro:

«La tragedia di Bois di Cazier costituisce dunque il punto di osservazione privilegiato attraverso il quale analizzare un processo assai più vasto: il rapporto tra la nascita della Repubblica, la definizione della sua identità costituzionale, la collocazione internazionale dell’Italia e la scelta di fare dell’emigrazione uno degli strumenti fondamentali della ricostruzione economica e politica del paese».

 

NELL’ICONOGRAFIA di un paese uscito martoriato dalla seconda guerra mondiale trovano certamente un posto d’onore le immagini dei treni speciali, stipati all’inverosimile di uomini che con uno sguardo spaventato si dirigono verso il nord Europa nella speranza di poter cambiare in meglio la loro esistenza e quella dei loro figli.

Il lavoro di Ricciardi ci aiuta a comprendere come l’emigrazione non sia stata, però,

una fuga individuale dalla povertà e dalla disoccupazione endemica in molte regioni della penisola, ma abbia rappresentato un tassello fondamentale del progetto politico della ricostruzione economica post bellica italiana.

 

In ragione di questa scelta strategica la Repubblica organizzò l’emigrazione italiana in assoluta continuità con il passato stringendo accordi, convenzioni, protocolli d’intesa, trattati con decine di nazioni europee per incentivare e provare a governare i flussi di migranti economici.

 

QUEST’ANNO ricorre anche l’ottantesimo anniversario dell’intesa tra l’Italia e il Belgio, siglata il 23 giugno 1946, con cui il nostro paese si impegnava a fornire duemila lavoratori la settimana in cambio di 200 chilogrammi di carbone per ogni minatore inviato: merce contro braccia da lavoro.

Intesa che fu ratificata dall’Assemblea costituente quasi all’unanimità (316 favorevoli su 323 presenti) e senza alcun intervento in aula.

L’emigrazione era considerata una «dura ma indispensabile necessità per l’economia italiana» ed era funzionale a rispondere sia al sovrappopolamento in un paese privo di materie prime sia all’«eccesso di manodopera» che nell’ottobre 1947 venne stimato in 1.479.943 uomini e 515.575 donne.

 

D’altronde il fenomeno migratorio non era certamente una novità.

Dal 1869 al 1945, infatti, 9.375.000 persone erano emigrate in paesi europei e 9.680.000 avevano invece scelto destinazioni extra-europee –

per un totale di circa 19 milioni di italiani e di italiane – in un paese che nel censimento del 1936 aveva fatto registrare circa 42,4 milioni di abitanti.

 

Dalla seconda metà degli anni cinquanta e fino al 1964 l’Europa accolse il 76% delle partenze, anche in ragione della ricordata organizzazione centralizzata dei flussi migratori.

 

Fattore tutt’altro secondario di natura strettamente economica erano poi le rimesse degli emigranti che rappresentavano un sostentamento fondamentale per le famiglie rimaste in Italia e diedero un contributo non marginale ai conti economici della nazione nella difficile fase della ricostruzione.

 

Tornando all’accordo italo-belga, l’afflusso di minatori italiani sarebbe stato inferiore alle aspettative anche in relazione alle condizioni lavorative, abitative e ambientali e anche l’impegno alle forniture di carbone, a onor del vero, non fu rispettato mai in pieno.

«Sono stati giorni neri, neri – scriveva in una lettera alla moglie un emigrato – abitavamo dentro le baracche e dormivamo senza lenzuola, con una coperta in mezzo alle cimici e alla sporcizia, e tante volte abbiamo fatto intervenire pure il consolato, faceva freddo. C’era qualcuno che durante la notte sognava, e diceva “voglio ritornare, meglio andare a pascere le vacche”».

 

È IN QUESTA CORNICE STORICA e sociale che occorre dunque inserire quanto accadde a Marcinelle, nel distretto minerario di Charleroi, l’8 agosto 1956. Un anniversario utile anche per non dimenticare i nomi dei nostri 136 connazionale, che meritoriamente sono riportati uno a uno in appendice al libro: un lungo elenco di vittime corredato dall’età, lo stato civile e il numero di figli, che ci ricorda come tragedie del lavoro come queste non possono essere riassunte con una arida cifra perché dietro ogni nome c’erano progetti di vita, affetti, ideali sacrificati sull’altare del progresso e di

una colpevole sottovalutazione della sicurezza sul lavoro. Una lezione quanto mai attuale anche nel mondo di oggi, purtroppo.

 

 

 

 

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(  1 )  libri di TONI RICCIARDI

 

PRIMO, DONZELLI 1956

Copertina del volume: Marcinelle, 1956

Toni Ricciardi

Marcinelle, 1956

Quando la vita valeva meno del carbone

Con un capitolo di Annacarla Valeriano sulla tragedia tra cronaca, documenti e immagini

Collana: Saggi. Storia e scienze sociali

DONZELLI 2016,
pp. XVI-176
Marcinelle è comunemente riconosciuta come la catastrofe per antonomasia degli italiani all’estero. Non fu la prima né l’ultima, ma rappresenta uno dei tasselli più dolorosi del variegato mosaico della migrazione italiana nel mondo. L’incendio nella miniera di Marcinelle, avvenuto l’8 agosto 1956 – nel quale morirono 262 lavoratori di dodici nazionalità, tra cui 136 italiani –, non costituì solo l’ennesimo tributo di migranti allo sviluppo economico europeo, ma anche il momento più drammatico di un’intera epopea migratoria. Alla faticosa ricerca di un nuovo assetto istituzionale e in una condizione di incertezza totale sul proprio futuro, l’Italia, fin dal 1946, aveva gettato le basi organizzative di uno dei più imponenti sistemi di esportazione di manodopera che la recente storia occidentale ricordi. Le piazze e i bar dei paesini, da Nord a Sud, furono tappezzati di manifesti rosa che incitavano a partire per le miniere del Belgio. Parallelamente ai centri di emigrazione, si sviluppò anche la rete dei trafficanti di migranti. Regolari o irregolari, l’importante era che fossero tanti, un esercito chiamato a combattere la «battaglia del carbone», scavando nelle viscere della terra quella risorsa necessaria al rilancio economico dell’Europa. Molti, dopo i primi mesi, rimpatriarono o furono arrestati per il rifiuto di sottostare alle condizioni disumane su cui Bruxelles e Roma si erano accordate: un flusso di almeno 2000 minatori a settimana, in cambio di una fornitura di carbone, che però non arrivò mai. Oggi, a sessant’anni da quella tragedia, è venuto il momento di stabilire un rigoroso bilancio storiografico, di diffondere le testimonianze più dirette e toccanti, di rivisitarne le drammatiche immagini e di ripristinare una memoria collettiva all’altezza di quella dolorosa tragedia, in cui si riscoprono momenti e contesti che per molti aspetti assomigliano alle tristi pagine attuali di cronaca delle migrazioni.

(2 )

SECONDO, DONZELLI 2026
Una repubblica fondata sull'emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo - Toni Ricciardi - copertina

Toni Ricciardi

Una repubblica fondata sull’emigrazione

Marcinelle: storia e simbolo

Collana: Rosso e Nero

2026, pp. 160

Marcinelle non è solo il simbolo della più grande tragedia dell’emigrazione italiana, è uno specchio delle origini della Repubblica. Dietro la morte di quei minatori si cela una storia più ampia: l’emigrazione non fu soltanto una risposta alla povertà del dopoguerra, ma rappresentò una componente essenziale della costruzione della democrazia del nostro paese, del suo sviluppo economico e della sua proiezione internazionale. Perché l’Italia fondata sul lavoro nacque grazie al lavoro dei suoi emigranti.
Professeur de sociologie,Toni Ricciardi - John Fante

Toni Ricciardi (Atripalda / Avellino – Campania20 dicembre 1977) è un politico italiano. A soli 8 mesi si trasferisce con i genitori a Baar, in Svizzera, nel Canton Zugo. Ha anche la cittadinanza svizzera.

Rientra in Italia nel 1992 e dopo essersi laureato in scienze politiche presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” diventa storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra.

Dal 28 ottobre 2019 è il segretario nazionale del PD Svizzera.

Viene eletto in Parlamento per la prima volta nelle elezioni del 2022 nella Circoscrizione Estero – Ripartizione Europa, per il Partito Democratico.

 

 

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libri pubblicati-manca l’ultimo – vedi sopra -quello del 2026

  • Toni Ricciardi, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in SvizzeraEditori Laterza, 2013
  • Toni Ricciardi, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italianaDonzelli Editore, 2015
  • Toni Ricciardi, Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carboneDonzelli Editore, 2016
  • Toni Ricciardi, Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera. Dall’esodo di massa alle nuove mobilitàDonzelli Editore, 2018
  • Toni Ricciardi, Generoso Picone, Luigi Fiorentino, Il terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicanaDonzelli Editore, 2020

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FEDERICO FORNARO, nato a Genova ( 9 dic. 1962 ), sindaco di
Castelletto d’Orba ( 2004- 2014 . Nel 2013 è stato eletto al Senato
nelle fila del Pd e nel 2018 alla Camera dei deputati nelle fila
di Liberi e uguali, di cui è stato capogruppo al Montecitorio.
Alle elezioni politiche del 2022 è stato rieletto alla Camera
nella lista Partito Democratico – Italia Democratica e Progressista.

 

 

Foto dal suo Facebook:
https://www.facebook.com/federicofornaroLEU/?locale=it_IT

qui, nel link sotto, un suo intervento il giorno 28 luglio 2026, ore 15.07, sugli
scontri in Val di Susa:

video, 4 min. ca–
https://www.facebook.com/DeputatiPD?__cft__[0]=AZaJO5KU-aGnbzGK3bcQvMHZUd-CNWTluxYD79YdcKHyUwpEC_LuiIMsRCo3wnAdrnSzjY5PID3FNBDj20AxGGNdNPe7HhxEmI-8xBB1qv96VAno3DTF-vHjugGIYUnui4mwPcg3QKVSJAml0KBfBDO42boUKeYXVgOtaoNoFrrNMNbP90c8zbZsqSbUG7nQQu5vPyip3wERo22ZRnP2gEv9xG8lnKLTT_LEdy9RaP8uAA&__tn__=-UC%2CP-y-R

 

 

dove si trova BAAR–  nel cantone di Zurigo

Baar – Mappa

 

 

La chiesa di San Martino
Roland Zumbühl – Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Baar_%28Svizzera%29#/media/File:St-Martin-Baar.jpg

 

 


da- https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Buildings_in_Baar,_Switzerland?uselang=it#/media/File:Baar_-_panoramio.jpg

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Anna Paola Sanna @annapaolasanna · 5 ago / — link sotto – e grazie ! — QUINO : “ Dovrei ritirarmi: c’è troppa gente che fa il mio lavoro meglio di me ”.

 

 

 

LINK X DI ANNA PAOLA

Anna Paola Sanna @annapaolasanna

 

 

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ANSA.IT / PHOTOGALLERY — 9 agosto 2026 –  12.11 min. :: FOTO :: Etna, continua l’eruzione: lava e boati dai crateri sommitali e colate di lava nelle valli del Bove e del Leone.

 

 

 

ANSA.IT / PHOTOGALLERY — 9 agosto 2026 –  12.11 min.

https://www.ansa.it/sito/photogallery/primopiano/2026/08/09/etna-continua-leruzione-lava-e-boati-dai-crateri-sommitali_fbaace51-7598-410b-a2f2-75d1222b5c3c.html

 

 

 

Etna, continua l’eruzione: lava e boati dai crateri sommitali.

 

Redazione ANSA

 

L’Etna continua a eruttare: esplosioni dai crateri sommitali e colate di lava nelle valli del Bove e del Leone.

 

Etna, esplosioni e colate ad alta quota, verso normalità aeroporto Catania

 

CORPO FORESTALE DELLA REGIONE SICILIANA

 

 

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Barabàn è un gruppo folk nato a Milano nel 1982 — tuttora sulla scena — apprezzato in Europa – America- Australia ecc.-

 

 

 

***  BARABAN WIKIPEDIA

SITO UFFICIALE : https://baraban.it/web/ 

Associazione culturale Barabàn

Voci libere 2026. Regione Lombardia approva il progetto. Oltrepo’ pavese
agosto-dicembre 2026

 

 

 

 

FUOCO E MITRAGLIATRICI

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità;
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già!

Trincea dei razzi, maledizione,
quanti fratelli son morti lassù !
Finirà dunque ‘sta flagellazione?
Di questa guerra non se ne parli più.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Da monte Nero a monte Cappuccio
fino all’altura di Doberdò,
un reggimento più volte distrutto:
alfine indietro nessuno tornò.

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità,
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già !

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! – si va.

 

 

La versione, molto bella, eseguita dai Barabàn in “Canzoni Italiane.

I Barabàn

 

I canti della grande guerra” (Fratelli Fabbri Editore, 1994); a sua volta ripresa dall’incisione nell’album Naquane. Differisce da quella raccolta da Leydi a Alfonsine ( Ra ) in alcuni punti, per la disposizione delle strofe (e per la mancanza di una); al termine della canzone i Baraban eseguono il valzer sulla melodia della canzone, tipico delle Quattro Province.

L’ impegno civile di Barabàn si manifesta spesso nell’esecuzione di canti contro la guerra e brani antimilitaristi della tradizione popolare italiana. Nel video Barabàn riesegue Fuoco e mitragliatrici, nota canzone di protesta contro la Prima Guerra Mondiale, raccolta da Roberto Leydi ad Alfonsine (RA), seguita da “Valzer dei disertori”, brano tratto dal repertorio del “piffero” delle Quattro province. La melodia di entrambi i brani proviene dalla canzonetta napoletana Sona chitarra (parole di Libero Bovio, musica di Ernesto De Curtis) stampata a Napoli nel 1913 e portata dai fanti sul fronte dell’Isonzo.

 

Sulla Grande guerra Barabàn porta in scena lo spettacolo “Voci di trincea”: http://www.baraban.it/index.php?optio...

 

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MARIO DI VITO, I poliziotti dentro, gli occupanti fuori. E una promessa: «Non finisce così». C’è ancora time. Una «zona temporaneamente autonoma» a Roma. IL MANIFESTO 8 agosto 2026

 

 

 

DA :: https://spintime.net/

 

Il tasso di dispersione scolastica dentro Spin Time è dello 0%, a fronte del 10,7% su Roma. Il 67% dei minori partecipano ad attività extrascolastiche. Questi dati non solo hanno un valore assoluto molto positivo, ma se messi in relazione all’estrazione socio-economica delle famiglie e dei minori rappresentano forse il più grande successo del modello Spin Time. L’esistenza di tale scenario positivo è giustificabile da tre principali fattori: la presenza dello stabile in un Municipio centrale, la folta rete di relazione sociali in cui sono inseriti i nuclei familiari e la presenza di un’attiva comunità educante interna.

 

 

IL MANIFESTO  8 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/i-poliziotti-dentro-gli-occupanti-fuori-e-una-promessa-non-finisce-cosi

 

 

I poliziotti dentro, gli occupanti fuori. E una promessa: «Non finisce così»

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Presidio a SpinTime – Foto Renato Ferrantini

Dopo otto giorni e nove notti in mezzo alla strada, nella centralissima via Santa Croce in Gerusalemme, la buona notizia è che resta valida e fondata la possibilità che un altro mondo sia possibile. «E necessario» sta scritto sull’insegna all’ingresso di SpinTime, lo stabile occupato dal 2013 che nel cuore di una bollente estate romana ha trovato la sua gloria ma, ecco, anche la sua fine.

LA GLORIA è nella possibilità di cui sopra. La fine è dettata dal fatto che agli occupanti cacciati fuori da un incendio la settimana scorsa e mai più rientrati verrà data una sistemazione dal Comune. Ottimo, in fondo quando tutto incominciò l’obiettivo era quello. Ma è inutile nascondere la delusione: il collettivo politico non sarà più quello di prima. Diventerà «come gli altri», quando qui tutti hanno ritenuto SpinTime qualcosa di speciale.

PUÒ ESSERE vero. Chi altri sarebbe stato capace di fare al centro di Roma una Taz, una zona temporaneamente autonoma come da teoria di Hakim Bey? Tende per dormire, gazebo per l’assistenza e per conservare le provviste, giganteschi condizionatori, generatori di corrente che ruggiscono, aree per concerti, proiezioni, incontri di vario genere e varia natura. La strada bloccata ai due ingressi. Niente traffico. Centinaia di persone che, per giorni e giorni, sotto un sole implacabile solo in parte mitigato dai teloni legati ai rami gli alberi per fare ombra, si sono date da fare in tanti modi diversi. Per Spin, «perché ci si crede». C’è chi ha pianto quando è arrivata la notizia che la proprietà aveva rifiutato l’offerta del comune.

ALCUNE SCENE. Don Mattia Ferrari, il cappellano dello stabile e della ong Mediterranea, che imperturbabile dietro i suoi occhiali da sole a specchio sgrana il rosario inginocchiato davanti al cancello chiuso del palazzo. I poliziotti che il primo giorno, a fine turno, bevono una grappa al bar insieme agli occupanti e ad alcuni ragazzi dei collettivi. Che li rimproverano: «Ci sono 400 persone in strada, vi pare il caso di festeggiare?». L’agente della digos che una sera si mette davanti allo schermo a guardare il Pinocchio di Garrone, «meglio di quello di del Toro».

Bambini che si bagnano nelle piscinette gonfiabili o giocano a pallone intorno ai capannelli in cui si discute di qualsiasi cosa, non sempre con criterio, ma l’importante per migliaia di persone in questa settimana era esserci. Perché la sensazione è che stesse accadendo qualcosa.

C’È UN’IPOTESI politica in questa Taz: l’unione tra movimenti, migranti, pezzi di Chiesa, il sindacato, i gruppi civici, gli antichi militanti che intervengono ma solo fino a un certo punto perché sanno di parlare «dal pulpito di mille sconfitte», i non politicizzati che hanno intravisto forse addirittura meglio di tutti i contorni di qualcosa che non esiste ancora ma potrebbe esistere poi. E pure i partiti, che in realtà sono stati molto timidi: chi se la accolla più un’occupazione? «Comunque è illegale», rispondono. E sai già che è inutile spiegare. Però ci sono stati pure loro, in qualche modo. E va bene: il cuore di SpinTime è sempre stato il suo desiderio di allargare, di includere e di prendersi carico delle contraddizioni che inevitabilmente sorgono quando si è in tanti e tanto diversi.

 

IERI, all’attesissima assemblea pubblica dopo il tracollo della trattativa di giovedì sera, la promessa è stata fatta: «Non finisce così». Tornerà SpinTime. Qui o altrove. Intanto si aspetterà che tutti gli occupanti avranno un alloggio quantomeno provvisorio. Poi chissà. Forse a settembre sarà convocata una manifestazione. L’atteggiamento dei presenti in queste giornate campali dice il resto. I poliziotti sono stati parte del paesaggio della protesta. Nessuno li ha scacciati né tenuti a distanza. Manco ci si è guardati in cagnesco, come da prassi in certe circostanze. Dieci agenti dentro lo stabile e quattrocento occupanti fuori, ma «non è uno sgombero». Altrove sarebbe finita in assedio, qui no.

 

MA IN MEZZO alle ferie, sotto i teloni che coprono dal sole e creano una cappa di calore da sentirsi male, all’esito fallimentare di una trattativa fortemente condizionata dal Viminale – che in un anno ha incassato la resa del Leoncavallo, di Askatasuna e ora di Spintime, qui senza nemmeno dover usare la forza – non siamo alla raccolta dei cocci e dei rottami. Questa strada, al momento, è l’attestazione dell’esistenza di un mondo parallelo. Che potrebbe diventare convergente.

UN «MODELLO» direbbero quelli bravi, ma è meglio stare alla larga da certe parole usate spesso in circostanze che francamente nessuno vuole rivivere. Si vedrà. Senza sapere cosa, senza sapere quando e senza sapere dove. Non è un problema. Il dubbio, anche esistenziale, non è mai un ostacolo. Perché nella sicurezza si muore ed è l’incerto il vantaggio dei vivi.

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Prima pagina de Il Manifesto, 8 agosto :: NON SMANTELLARE L’ESPERIENZA DI SPINTIME, IL COMUNE VUOLE ACQUISTARE L’IMMOBILE, MA LA PROPRIETA’ E’ UN MURO DI GOMMA.. + vignetta carina di Micol

 

 

 

C’è ancora Time. Dare una casa alle famiglie, non smantellare l’esperienza di SpinTime. A Roma la sfida degli attivisti che resistono da 10 giorni continua e il Comune la raccoglie: vogliamo acquistare l’immobile. Ma la proprietà è un muro di gomma: così vogliono le destre al governo

 

 

 

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Ricordiamo Guccini con questo vecchio video, con Dalla e Vecchioni ( 1977 ) + la canzone ” Bologna “, 1980 — per Giorgio Loreti ( Anpi Bordighera )

 

 

 

 

 

una foto magnifica di Guccini e il suo gatto.. ‘ occhi negli occhi ‘

da link X di:
Casa Lettori @CasaLettori– #Guccini– 7 agosto, h. 15.58

#AssociazioniLibere a #CasaLettori

che ringraziano  !

 

 

 

** i bicchieri di Dalla !

il video è postato da Pino Greca

 

Porta Romana bella,
Porta Romana ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno,
prima la buonasera e poi la mano.
“E gettami giù la giacca ed il coltello
che voglio vendicare il mio fratello,
e voglio vendicare il mio fratello,
e gettami giù la giacca ed il coltello.
La via a San Vittore è tutta sassi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi,
l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi.
la via a San Vittore è tutta sassi.
La via Filangeri è un gran serraglio,
la bestia più feroce è il commissario,
la bestia più feroce è il commissario,
la via Filangeri è un gran serraglio.
In via Filangeri c’è una campana:
ogni volta suona è una condanna,
ogni volta suona è una condanna,
in via Filangeri c’è una campana.
Prima faceva il ladro e poi la spia,
e adesso è delegato di Polizia,
e adesso è delegato di Polizia,
prima faceva il ladro e poi la spia.
O luna che rischiari le quattro mura
rischiara la mia cella ch’è tanto scura,
rischiara la mia cella ch’è tetra e nera:
la gioventù più bella morì in galera.
O luna, luna, luna che fai la spia
bacia la donna d’altri, ma non la mia.
Amore, amore, amore, amore un corno,
di giorno mangio e bevo, di notte dormo.
Ci sono tre parole in fondo al cuore:
la gioventù, la mamma ed il primo amore.
La gioventù la passa, la mamma muore
e resti come un deficiente col primo amore.”
Porta Romana bella, porta Romana,
ci stan le ragazzine che te la danno,
ci stan le ragazzine che te la danno:
prima la buonasera e poi la mano…

 

*****

testo ” Bologna “da ROCKIT.IT
https://www.rockit.it/francescoguccini/canzone/bologna/125706

 

 

 

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l’ umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…

Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all’ aperto, bistrots, della “rive gauche” l’ odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’ assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.

Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie…
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna…

Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d’ amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita…

Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli… e salami in vetrina,
che sa che l’ odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura.

Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
Oh quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente,
cantando canzoni che è come cantare di niente…

Bologna è una strana signora, volgare matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna “busona”,
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m’ hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato…

dall’Album ” Metropolis “, 1980

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Mario De Vito intervista Franco Gabrielli, ex capo della polizia. Franco Gabrielli : «L’ordine pubblico funziona solo se è garantito il dissenso» IL MANIFESTO 7 agosto 2026 + due libri

 

 

 

 

IL MANIFESTO 7 agosto 2026

https://ilmanifesto.it/franco-gabrielli-lordine-pubblico-funziona-solo-
se-e-garantito-ildissensofbclid=IwdGRjcATijKNjbGNrBOKMm3Bkb2YBZXh0
bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEeUAiHLniFL-ImfHqngrHYIjJmVZ-wD_6Z7WLErIhXivmOURL1xKiUGtVCbqQ_aem_6v2CKPJp
DKC58zUZRWNq2w

 

 

 

 

Franco Gabrielli: «L’ordine pubblico funziona solo se è garantito il dissenso»

 

 

 

 

 

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Franco Gabrielli, ex capo della polizia – Lapresse ( 1- libro )

 

Franco Gabrielli, 66 anni, un curriculum da brividi: capo della polizia, direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto di Roma, sottosegretario alla presidenza del consiglio, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. In gioventù fu militante della Dc. Di recente ha scritto un libro, con Carlo Bonini, per Feltrinelli: Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica ( 1- libro ).

Fama da «sbirro buono», come si dice nei romanzi noir, dove nulla è come sembra. Malgrado le apparenze. O forse proprio come le apparenze. «Poliziotto democratico» è la versione ufficiale. Si fa il suo nome come ministro degli interni – almeno – di un ipotetico governo del campo largo. Troppo presto per parlarne, comunque. Adesso, piuttosto, si parla molto di un tema che conosce bene: l’ordine pubblico. Gli scontri in Val di Susa, i fatti di Bologna, il caso SpinTime a Roma. Situazioni diverse, gestioni diverse. Problemi ovunque.

 

Partiamo dalla Val di Susa.

La Val di Susa ci accompagna da tempo. Lì c’è una protesta animata da persone che abitano quei luoghi e che è assolutamente pacifica. Poi ci sono delle derive violente, come abbiamo visto con l’ultimo episodio, un attacco compiuto con modalità che definirei militari. Io credo che in una situazione di dittatura opporsi a un regime anche con la forza abbia un suo fondamento e lo abbiamo visto nella nostra storia, ma qui viviamo in democrazia e non credo sia il caso di offrire giustificazioni ai violenti. Anche perché sono loro che poi finiscono per fare i titoli dei giornali, oscurando le ragioni delle proteste. E anche altri fatti: in Val di Susa si è dimostrato che provvedimenti come il fermo preventivo non servono a niente.

 

Sul fermo preventivo ci torniamo. Ma andiamo un attimo avanti: a Bologna ci sono stati dei tafferugli di natura diversa. Meno organizzati e più spontanei.

A Bologna è successo un fatto grave, la morte di Abderrahim Fakir, e il sindaco ha, credo correttamente, convocato una piazza. E poi, anche lì, una frangia violenta si è resa protagonista di scontri con le forze dell’ordine. La manifestazione era stata ampiamente e significativamente pacifica, ma poi i titoli, appunto, sono stati altri e si è scatenata una dura campagna contro Lepore. Alla fine credo che i violenti siano i migliori alleati di chi vuole la deriva securitaria.

 

A Roma, invece, da giorni c’è una strada in centro piena di persone, di tende, di iniziative: è il presidio davanti a SpinTime. La polizia è presente ma è integrata nel paesaggio della protesta. Nessuno scontro.

Ci sono a Roma responsabili dell’ordine pubblico il cui obiettivo è conciliare interessi diversi e considerano l’uso della forza come soluzione estrema. Del resto l’ordine pubblico dovrebbe servire a garantire il dissenso e questo succede quando è fatto di dialogo e comprensione reciproca.

Il fermo preventivo? Pericoloso e inutile, lo abbiamo visto con gli scontri in Val di Susa. Il governo fa propaganda ma la realtà lo smentisce: così si producono rabbia e paura

Però non sempre è così. Lo scorso autunno, con le manifestazioni per la Palestina, abbiamo avuto piazze molto simili in tutta l’Italia ma a volte ci sono stati scontri e altre no. Perché?

Prendiamo la famosa partita di basket tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, ne parlo anche nel libro: in quella situazione addirittura è stata pubblicamente sconfessata dal governo l’autorità di pubblica sicurezza locale, che aveva provato a dialogare, soltanto per affermare un principio fine a se stesso. In 21 anni di carriera in polizia ne ho passati 15 in piazza ad occuparmi di ordine pubblico e ho sempre pensato che andava bene quando nessuno si faceva male e le ragioni della protesta erano garantite.

 

Ma c’è chi invece cerca la deriva securitaria e produce in continuazione norme sempre più stringenti sull’ordine pubblico. Prima diceva dell’inutilità del fermo preventivo…

Torniamo in Val di Susa. Lì per me la verità è che se tutti avessero condannato le violenze ora saremmo qui a parlare di altro, cioè magari del merito di alcuni provvedimenti, come il fermo preventivo. Ricordiamo che questa norma venne proposta dopo le proteste per Askatasuna a Torino e ci era stato detto che con questa non si sarebbero più verificati episodi del genere.
Ma la realtà si è incaricata ancora una volta di dimostrare la fallacia della propaganda: se non si applica questo fermo preventivo là dove si prevedono incidenti e si sa pure da dove provengono, significa non avere la più pallida idea di come si gestisce l’ordine pubblico.

 

Ma dove si dovrebbe applicare questo fermo preventivo?

Forse semplicemente dovremmo prendere atto che oltre ad essere pericoloso è anche inutile.

Intanto continuano a uscire provvedimenti sulla sicurezza.

Ormai abbiamo perso il conto. Vediamo tanti arresti mentre la popolazione carceraria è arrivata a quota 65.000 persone che vivono in condizioni disumane. Ma del carcere non se ne parla mai, se non quando ci finisce qualcuno noto alle cronache…

 

Parliamone.

Chi aumenta le pene e il numero di detenuti rende il carcere la sentina della nostra cattiva coscienza, quando in realtà è l’elemento che qualifica una civiltà. Se non vogliamo prenderla in maniera così idealistica, comunque, possiamo dire che buttare le persone in prigione sapendo che ne usciranno peggiori è controproducente. Serve solo a produrre insicurezza.

Lei sarebbe favorevole a un qualche provvedimento di clemenza per i detenuti?

Bisogna assolutamente deflazionare la situazione carceraria, magari a cominciare da chi ha pene residue molto basse. Questo al di là dei provvedimenti generalizzati. Non solo per un fatto ideale, l’articolo 27 della Costituzione parla chiaro, ma proprio per un fattore di sicurezza.

 

Però?

Però perdiamo molto tempo. Abbiamo passato mesi a parlare della separazione delle carriere della magistratura, ignorando i problemi della giustizia. A partire dai suoi tempi. Le sembra normale che certe volte le pene vengano eseguite a distanza di anni, quando magari la persona interessata ha già intrapreso un altro percorso di vita?

 

A me no.

Neanche a me. E il punto è che tutto questo produce solo paura e rabbia.

I decreti sicurezza hanno aumentato il numero dei detenuti. Nelle carceri si vive in modo disumano e chi ci entra poi ne esce peggiorato

 

La paura che genera domande forse eccessive di sicurezza. La rabbia nelle piazze e sui social.

Le cito tre dati per darle l’idea di quanto sia tossico il dibattito in questo momento. Due italiani su tre approvano il comportamento del gioielliere Mario Roggero, anche se chiunque veda i video di quello che ha fatto capisce quello che è successo: un comportamento che non è consentito nemmeno alle forze di polizia, praticamente un’esecuzione. Poi: più del 50% considera gli stranieri una minaccia. E infine: al referendum dell’anno scorso sulla cittadinanza, che serviva non a renderla più accessibile ma solo a ridurre i tempi per chiederla, il 40% ha votato no. Persone che tendenzialmente dovrebbero essere più sensibili a certi temi, visto che la destra aveva invitato i suoi elettori ad andare al mare…

 

Questo cosa significa?

Che c’è una narrazione tossica che si alimenta della strumentalizzazione dei casi di cronaca. Non è un caso che tutti o quasi i provvedimenti sulla sicurezza degli ultimi anni siano arrivati sull’onda di un fatto mediatico.

 

In esergo al suo libro leggiamo una frase di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».

È il tema del nostro tempo. Si rincorrono gli umori più che i ragionamenti. Ma questo non vuol dire prestare attenzione ai bisogni. È una modalità fraudolenta di fare politica. Ci sarebbe bisogno d’altro, cioè di una politica che contribuisca a riconnettere la pancia con il cervello, per così dire.

 

Come si fa?

Se parliamo di sicurezza, a me piace dire che serve un approccio strabico: un occhio sul presente e uno sul futuro. Non mi piace sentir parlare di percezione, perché le paure esistono di per sé e bisogna attrezzarsi a rispondere. Non basta citare le statistiche per dire che certi timori sono infondati. Prendiamo questo governo: avevano promesso il blocco navale sugli sbarchi ma la ricetta è rimasta quella di prima e il lavoro sporco continuano a farlo i paesi di imbarco, con tutte le variabili dei loro equilibri instabili. Bisognerebbe lavorare sui canali di ingresso legale e con i paesi d’origine, ma questo richiede tempo e la propaganda non può mai aspettare.

 

E adesso?

Adesso il governo si vanta dei suoi numeri sugli sbarchi, frutto di condizioni che non siamo in grado di governare, e allo stesso tempo si riparla del blocco navale. Perché c’è paura di Vannacci e perché le elezioni si avvicinano. Non si pensa quindi a governare i problemi, ma a rilanciare parole d’ordine che risultano gradite alla pancia.

 

( 1 ) LIBRO

FRANCO GABRIELLI, CARLO BONINO

 

Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica - Carlo Bonini,Franco Gabrielli - ebook

FELTRINELLI 2026

 

Rimettere la sicurezza al centro della democrazia vuol dire sottrarla alla propaganda e restituirla alla responsabilità pubblica. “La sicurezza non è il privilegio dei più forti, ma il diritto dei più deboli.” La sicurezza è diventata il terreno su cui questa destra ha costruito egemonia politica. Un campo simbolico e materiale abbandonato troppo a lungo dalle forze progressiste, consegnato a una narrazione semplificata, muscolare, fondata sulla paura e sulla costruzione del nemico. Ma è davvero inevitabile che sicurezza significhi repressione, esclusione, riduzione dei diritti? Carlo Bonini e Franco Gabrielli partono da qui: dalla necessità di strappare la sicurezza al monopolio culturale della destra. Perché una sicurezza democratica non solo esiste, ma è l’unica in grado di tenere insieme libertà e protezione, diritti e ordine, coesione sociale e legalità. Una sicurezza che non nega la complessità, non alimenta il rancore, non trasforma la paura in consenso. Attraversando i nodi più controversi del presente – migrazioni, città, ordine pubblico, carcere, uso della forza, cybersicurezza –, questo libro smonta il paradigma securitario dominante e ne mostra le contraddizioni: una macchina politica che promette sicurezza ma produce insicurezza, che moltiplica le norme senza risolvere i problemi, che divide la società mentre pretende di difenderla. Contro la paura è insieme un’analisi e un manifesto. Un atto d’accusa verso le politiche delle destre di governo, ma anche verso le ambiguità di un campo progressista che ha rinunciato a elaborare una propria idea di sicurezza. Qui prende forma un’alternativa: una sicurezza democratica e relazionale, fondata sulla responsabilità pubblica, sulla trasparenza, sulla prevenzione e sulla capacità di tenere insieme le persone invece di contrapporle. Perché la vera sfida non è scegliere tra sicurezza e libertà. È costruire una sicurezza che non le metta mai in alternativa.

 

DA : 

IBS.IT

 

 

 (2 )

 

ultimo libro, Laterza – 2025

 

 

Dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, Roma è sconvolta dalla violenza politica. I Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di Mambro e Fioravanti, espressione della galassia neofascista, si distinguono per l’efferatezza delle loro azioni e per i collegamenti con i servizi segreti e la banda della Magliana. A indagare su di loro è un magistrato, Mario Amato. Solo e isolato, verrà ucciso, perché aveva intuito molte verità scomode.

Roma, 23 giugno 1980. Il sostituto procuratore Mario Amato sta aspettando sotto casa sua l’autobus che dovrebbe portarlo al lavoro, in tribunale. La macchina è rotta, la scorta non è disponibile e lui non può fare altro che servirsi dei mezzi pubblici. All’improvviso un ragazzo si avvicina a lui, gli punta una pistola alla testa e apre il fuoco. Amato muore così, in mezzo alla strada, da solo. A sparare è stato Gilberto Cavallini, mentre il suo complice, il giovanissimo Luigi Ciavardini, lo attende a bordo di una moto. I due fanno parte dei Nuclei armati rivoluzionari, la formazione terroristica di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che sta mettendo a ferro e fuoco Roma tra omicidi efferati, rapine e loschi traffici. Su queste vicende Amato stava indagando, intuendo quella che lui stesso definì «una verità d’assieme». In procura però era isolato, i suoi capi lo ignoravano e alcuni colleghi addirittura cercavano di delegittimarlo e di sabotare il suo lavoro. Mettendo insieme la biografia di questo sostituto procuratore e la storia delle sue indagini, andate avanti anche dopo la sua morte, il libro segue il percorso del filo che collega la lotta armata nera degli anni ’70 ai giorni nostri, tra personaggi ricorrenti, legami indissolubili e uno spirito che continua ad abitare le istituzioni ai suoi livelli più alti.

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ELISA BUSON, Ottenuta la prima lattuga che produce una proteina chiave della carne. Si aprono nuovi scenari per un’alimentazione più sostenibile

 

 

 

tutti vegetariani, basta terrificanti allevamenti ! quando sarà ?

 

ANSA.IT    7 agosto 2026 — 8.37

https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2026/08/07/ottenuta-la-prima-lattuga-che-produce-una-proteina-chiave-della-carne_57570494-0f6b-4789-8531-8dd63fd0c125.html

 

 

di Elisa Buson

 

 

Ottenuta la prima lattuga che produce una proteina chiave della carne.

Si aprono nuovi scenari per un’alimentazione più sostenibile

 

 Una pianta di lattuga (fonte: Picryl) –

 

Piante di lattuga tabacco sono state geneticamente modificate per produrre la mioglobina, una proteina animale che contribuisce al colore e al gusto della carne oltre che al suo contenuto di ferro.

Il risultato, pubblicato sulla rivista Frontiers in Plant Science dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, apre la strada all’utilizzo di questi vegetali come biofabbriche per la produzione sostenibile di alimenti alternativi a quelli di origine animale.

I ricercatori hanno ottenuto le piante transgeniche utilizzando una tecnica chiamata biolistica, che consiste nel bombardare i cloroplasti (gli organelli delle cellule vegetali in cui avviene la fotosintesi) con dei microproiettili ricoperti da versioni ottimizzate del gene della mioglobina suina.

Dopo aver verificato il corretto inserimento del Dna, le piante sono state coltivate fino all’età adulta e hanno prodotto semi: le analisi hanno confermato che il gene della mioglobina è stato trasmesso anche alla generazione successiva.

Sebbene la mioglobina si leghi al gruppo eme, una molecola importante coinvolta in molti aspetti del metabolismo vegetale, le piante trangeniche sono rimaste sanefertili non hanno mostrato alcuna compromissione significativa della fotosintesi.
Le piante hanno prodotto circa 810 milligrammi di mioglobina per chilogrammo di peso secco nella lattuga e 800 milligrammi per chilogrammo nelle piante di tabacco.

Sebbene il contenuto sia ancora circa dieci volte inferiore a quello del tessuto muscolare animale, gli autori della ricerca sottolineano che l’elevata produttività delle colture vegetali potrebbe consentire rese per ettaro comparabili, o persino superiori, a quelle dell’allevamento, con minori consumi di acqua suolo meno emissioni di gas serra.

Secondo i ricercatori, la mioglobina potrebbe essere estratta dalle foglie e utilizzata come ingrediente per migliorare colore, gusto e valore nutrizionale dei prodotti vegetali che imitano la carne. In alternativa, la lattuga geneticamente modificata potrebbe essere consumata direttamente come alimento fresco.

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IL FATTO QUOTIDIANO, il 6 agosto 2026 — PUBBLICA UN VIDEO SULL’INTERO INTERVENTO DI GALEAZZO BIGNAMI –*** per noi la parte più importante inizia intorno al min. 6.00 su Borsellino

 

 

video, 10 min. ca–

 

 

 

La foto circolava 5 anni fa: il giovane Bignami in divisa da nazista a una festa

una foto di Galeazzo Bignami nel 2016  ad una festa

ARTICOLO DI :

da REPUBBLICA BOLOGNA – 25 AGOSTO 2021

 

 

per chi mai volesse leggere una biografia di Paolo Borsellino, a me è sembrata fatta bene, ma .. chissà.

COMUNE DI CINISELLO BALSAMO:

Comune di Cinisello Balsamo

” Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio ! Tolstoj

https://www.comune.cinisello-balsamo.mi.it/pietre/spip.php?article323

 

 

CENTRO DI CINISELLO BALSAMO — se qualcuno vuole dare un’occhiata..

IL PROGETTO / link qui

Per informazioni scrivi a: cds@comune.cinisello-balsamo.mi.it

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Mauro Biani @maurobiani / link X sotto– 5 /6 agosto 2026 — grazie caro Mauro !

 

 

Immagine

dal:_
link X di Mauro Biani

 

 

 

 

#clima #cambiamenticlimatici #guerra #droni #Ucraina etc.
Attizzare il fuoco.
Oggi per  
@repubblica

 

 

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Giovanni Paparella — Facebook – 4 agosto – 17.16 / link sotto – il Porto vecchio di Sanremo e il nuovo- ++31 luglio 7.18 –grazie e mille caro Giovanni !

 

 

link di Giovanni e della Famija Sanremasca

Giovanni Paparella — Facebook

per  Famija Sanremasca

 

seconda metà dell’ Ottocento

 

oggi

 

 

———

 

 

metà Novecento

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Porto vecchio nel 1944

 

e oggi

 

 

per chi volesse vedere  tutta la  Storia del porto di Sanremo mettiamo questo link con varie foto .. piccole, però:

https://www.sanremostoria.it/it/la-citta/il-porto/la-storia-del-porto/154-storia-del-porto.html

(fonte informazioni dal Sito Web Marina di Portosole)

https://www.dailynautica.com/webcam-liguria/

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ALBERTO NEGRI, Regno del Marocco. Una storia di disperazione e di spie. Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani– Il Manifesto 4 agosto 2026 +altro

 

 

 

 

 

IL MANIFESTO 4 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/una-storia-di-disperazione-e-di-spie

 

 

Una storia di disperazione e di spie

 

 

 

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Migranti in fila per l’acqua distribuita dai militari spagnoli a Ceuta – Foto Ap

 

 

 

Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani.

 

Il re del Marocco Mohammed VI (Dinastia Alawide, al trono-  1999 )–
durante una cerimonia nel Palazzo Reale di Rabat il 28 ottobre 2024.
© Ludovic Marin/AFP–DA : https://www.africaintelligence.com/

 

 

E, come sempre, tutto quel che accade in Marocco ruota intorno a re Mohammed VI, massima autorità politica e religiosa. Il Comandante dei credenti, suo titolo ufficiale, possiede con la sua corte il 70-80% dell’economia, della finanza e delle terre arabili. Monarca costituzionale sì, ma senza dubbio padrone assoluto del Paese.

Le autorità marocchine della vicenda di Ceuta sapevano già in anticipo. Perché da decenni milioni di marocchini e africani sono le vittime non solo della loro povertà ma di manovre politiche, economiche e di potere. È da metà luglio che centinaia di persone cercavano di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta.

 

Fino agli ultimi giorni del mese Rabat ne ha bloccato una parte ma il 30 luglio qualcosa è cambiato mentre a migliaia si sono gettati in mare.

 

La frontiera è collassata, si può dire, sotto gli occhi del sovrano mentre arrivava il festoso messaggio di Trump al re: «Gli Stati uniti sono chiari: riconosciamo la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale» ( 1) 

 

Nello stesso giorno, quando è iniziata la marea dei migranti, il re infatti si trovava a celebrare la Festa del Trono a M’Diq località a poco più di 20 chilometri da Ceuta, circondato da uno sciame di autorità, compreso Abdelatif Hammouchi capo dei servizi segreti Dgst  ( 2 ).

Figuriamoci se il re e i suoi uomini non ne fossero informati. Hammouchi è colui che gestisce il software spia Pegasus della società israeliana Nso, utilizzato contro dissidenti, giornalisti e alleati stranieri, e fa parte della collaborazione militare con lo stato ebraico.

 

Secondo i documenti pubblicati dal consorzio giornalistico Forbidden Stories ( 3 ), il Marocco usa Pegasus monitorando segretamente la Guardia Civil di Madrid e gli ufficiali spagnoli che addestrano i servizi di Rabat ( 4 ). A Ceuta è successo qualche cosa che i marocchini sapevano ma non gli spagnoli che pure avevano incontrato Hammouchi settimane prima degli eventi e lo avevano persino insignito della Gran Croce di Malta della Guardia Civil.

 

Questo non è il primo problema tra Madrid e Rabat. Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat. Qui, dove è stata girata l’Odissea di Nolan con i sussidi marocchini, c’è un consolato Usa a Dhakla e un’autostrada dedicata a Trump.

 

La crisi diplomatica tra i due Paesi si era concretizzata in una crisi migratoria orchestrata dai servizi marocchini a Ceuta, sfociando con un drammatico massacro di migranti africani, in questo caso al confine tra Melilla (Spagna) e Nador (Marocco) nel giugno 2022. Dopo gli ultimi eventi di Ceuta il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha evitato lo scontro con le controparti marocchine descrivendo il Paese come un «amico» e un «partner strategico». Parole mielate poco credibili.

 

Secondo un rapporto dell’intelligence spagnola, l’apertura della frontiera nel 2021 era stata coordinata dal consigliere reale Fouad Ali El Himma insieme al ministro degli esteri Nasser Bourita e ai vertici dei servizi marocchini. L’intelligence di Rabat avrebbe poi spiato allora i cellulari di Sánchez e di diversi suoi ministri con Pegasus. La diffidenza tra Spagna e Marocco è palpabile.

Il 20 luglio scorso Sánchez ha ricucito le relazioni diplomatiche con l’Algeria, in crisi dal 2022 per il sostegno spagnolo a Rabat. E questo non è certo piaciuto ai marocchini: dentro si sono infilati gli israeliani, irritati dalle posizioni di Sánchez contro il genocidio a Gaza, e gli americani, furibondi per l’ostilità del premier spagnolo alla guerra contro l’Iran. Usa e Israele se potessero toglierebbe Ceuta, strategica per il controllo dello stretto di Gibilterra, a Madrid per darla al Marocco.

 

Con inaudita sfrontatezza l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon ha scritto: «La Spagna, che non perde mai l’occasione di fare la morale a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi sulla sua politica migratoria. Forse è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa». Mentre al Congresso Usa in primavera esponenti repubblicani, in una relazione della Camera, avevano definito Ceuta e Melilla come situate «in territorio marocchino», mettendo in discussione la sovranità spagnola.

 

Se è vero che le migrazioni sono sempre state una valvola di sfogo per Rabat che conta un 40% di giovani disoccupati e oltre la metà sottoccupati, le autorità tengono tutto sotto controllo, dai media, alla dissidenza, alle ondate migratorie. Da ( 5 ) Capo Spartel a Tangeri la costa europea di Gibilterra si può quasi toccare tanto è vicina, ma da questo orizzonte, carico per molti di sogni e speranze, si capisce anche quanto l’Europa sia lontana. Quello che si è visto a Ceuta è il simbolo di come miseria e disperazione diventino nel regno del Comandante dei credenti lo strumento di una lotta geopolitica che va dal Medio oriente al Nordafrica al cuore del Sahara.

 

 

 (1 )

CARTINA DEL MAROCCO SENZA LA ZONA SUD DEL CONTESTATO
SAHARA OCCIDENTALE 

 

CARTINA DEL MAROCCO + SAHARA OCCIDENTALE ( LIMITE PUNTEGGIATO )

 

 

 

( 2 )

 

Abdellatif Hammouchi, direttore generale della Sicurezza nazionale e della Sorveglianza territoriale del Marocco, ha ricevuto la più alta onorificenza dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale (Interpol), che ha tenuto a Marrakech  ( MAROCCO ) la propria assemblea generale ( DICEMBRE 2025 )

DA : AFRICA RIVISTA 

 

 

( 3 ) 

Forbidden Stories  è una rete internazionale di giornalisti investigativi. Il suo scopo principale è completare e pubblicare le inchieste di cronisti minacciati, rapiti o uccisi.  E’ una organizzazione non governativa nata nel 2017. Prende il via dopo l’omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia.  Riporta alla luce inchieste bloccate dalla censura o dalla violenza. Ha coordinato importanti inchieste globali come il Pegasus Project e Story Killers.

DA : AI Overview

 

 

SEGUE DA :

ORIENT XXI

https://orientxxi.info/marocco-giornalisti-spiati-gia-prima-di-pegasus,5779
Alexandre Garnier Eliott Aubert 

 

L’inchiesta di Forbidden Stories ha portato alla luce il crescente impiego dello spyware israeliano Pegasus per tenere sotto controllo la stampa indipendente in Marocco. Ma è da decenni che i giornalisti marocchini vengono sorvegliati e perseguitati grazie anche ai software forniti da aziende italiane e francesi.

Rabat, 10 luglio 2021. Manifestazione per la liberazione di Suleiman Raissouni, direttore del quotidiano Akhbar al-Youm condannato a cinque anni di carcere
Fadel Senna/AFP

*** MOLTO INTERESSANTE DA LEGGERE TUTTO L’ARTICOLO NEL LINK SOPRA — APRE VARI PAESAGGI

 

( 4 )

  • Le autorità spagnole (inclusi reparti della Guardia Civil e istruttori militari) collaborano e interagiscono da anni con le controparti marocchine a Rabat per la gestione dei flussi migratori e la lotta al terrorismo.

 

 

( 5 )

 

Cap Spartel- 12-15 km a ovest di Tangeri

DA :   TRIPADVISOR- link sotto

Il Capo Spartel è un famoso promontorio roccioso nel nord del Marocco, situato a circa 12-15 chilometri a ovest di Tangeri. È celebre perché segna il punto in cui l’Oceano Atlantico incontra il Mar Mediterraneo e rappresenta l’estremità nord-occidentale dell’Africa continentale.
Si affaccia sullo Stretto di Gibilterra. E’ situato sulla costa atlantica del Marocco

da : AI Overview- Google

 

 

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SEGUE  da :

ARTRIBUNE 

LINK  SOTTO:

La nuova Tangeri: la città marocchina tra mito e metamorfosi  

 

TANGERI 

 

 

Il nuovo rendering mostra il progetto immobiliare Tanja Waterfront a Tangeri, Marocco, sviluppato da Eagle Hills. La struttura si trova lungo l’Avenue Mohammed VI, offrendo viste sul mare.

 

da :  https://www.immoworld.ma/fr/property/tanja-waterfront

 

 

Tangeri, la città che accolse Matisse e Bowles, ma anche Burroughs, Capote, Tennessee Williams, i beat erranti, jazzisti come Randy Weston e Dizzy Gillespie e, più tardi, lo sguardo elegante di Yves Saint Laurent, conserva ancora quel fascino sottile da soglia del mondo. Per molti rimane un mito fatto di letteratura, disobbedienza e luce mediterranea. Eppure, arrivando oggi, la sorpresa è dietro l’angolo. Accanto alle tracce dei suoi habitué d’antan, Tangeri si offre come un laboratorio contemporaneo: gallerie d’arte, fondazioni per la fotografia, librerie, cinema, restaurati, progetti urbanistici che stanno ridisegnando il porto e il lungomare e che fanno parlare di una “nuova Dubai. Il suo magnetismo non è svanito: si sta trasformando.

Certo le pagine di Il tè nel deserto di Paul Bowles resteranno per sempre, ma oggi si possono leggere anche quelle di Souleiman Berrada, che ha appena presentato a TV5 Monde Maghreb Orient Express il suo libro Le Bagneur. Berrada lavora alla Fondation pour la Photographie ed è sempre disponibile per conversare e dare consigli sulla nuova Tangeri.

La Fondazione, voluta nel 2018 dal fotografo francese Daniel Aron e da sua moglie Françoise, occupa un edificio bianco praticamente nascosto tra i cipressi inglesi, sulla collina della città, un punto d’incontro per vedere mostre, seguire eventi, sfogliare i libri della biblioteca di arti visive.

Un altro polo culturale che esce dai sentieri battuti è la Libreria Les Insolites con il suo ricco calendario di incontri con gli autori, mostre con artisti che lavorano la carta e libri che parlano d’Africa, Maghreb, studi postcoloniali, letteratura contemporanea mediterranea. Ha ricevuto il Prix de la Librairie hors de France, assegnato da Livres Hebdo, per la promozione della lettura tra il pubblico marocchino. Non c’è, quindi, da stupirsi se si trova su ogni libro una scheda scritta a mano con la recensione personale del volume fatta dai librai o da chi lo ha letto, per andare oltre quello che si trova sulla copertina.

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A MEDIA LUZ — FISARMONICA : ROBERTO SCAGLIONI – Teatro “Petrella” di Longiano (FC _ Forlì-Cesena ) + Castello + Niccolò Nisivoccia, Tito Balestra, poeta – IL MANIFESTO, 11 novembre 2023

 

 

 

DONATELLA

Geniale, struggente, appassionata questa musica immortale, violenta e dolce allo stesso tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Petrella - Comune di Longiano (FC)

TEATRO PETRELLA A LONGIANO

 

 

DAL  FAI —  https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-longiano?ldc=

 

 

CASTELLO DI LONGIANO

 

 

 

 

Il Castello Malatestiano domina, assieme alla Torre Civica, il centro storico di Longiano. Di origini altomedioevali, dal XIII al XV secolo il Castello è stato residenza dei Malatesta, che lo ampliarono e fortificarono. In seguito, papa Leone X diede Longiano in feudo perpetuo ai conti Rangoni di Modena, che modificarono radicalmente l’esterno dell’edificio. Nel XIX secolo gran parte degli interni furono ristrutturati. Il castello è costituito da numerose stanze, una grande Sala dell’Arengo, due torrioni, un’elegante loggetta,una terrazza che domina la pianura fino al mare Adriatico e una suggestiva corte interna con l’antica torre civica., Il Castello è stato, nei secoli, sede del governo della città. Fino al 1989, infatti, ospitò gli uffici comunali, poi dai primi anni Novanta, divenne sede della Fondazione Tito Balestra onlus, importante collezione d’arte che annovera artisti del Novecento italiano quali Guttuso, Morandi, De Pisis, Sironi, Mafai e numerosi altri, e anche una piccola ma significativa selezione di opere di Chagall, Goya, Matisse, Kokoschka, Rouault.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FONDAZIONE, PIAZZA MALATESTIANA 1– dal: 

FAI-   link

 

La Fondazione è legata al nome di Tito Balestra (Longiano 1923-1976), Poeta fra i maggiori del Novecento italiano. Tito Balestra ha assemblato la collezione nel corso del lungo periodo durante il quale ha vissuto a Roma: essa comprende più di duemila opere, fra dipinti, sculture e grafiche, alcune delle quali particolarmente importanti per la storia dell’arte italiana del XX secolo. Il 30 dicembre del 1989 la Fondazione Tito Balestra ottenne il riconoscimento giuridico dal Presidente della Repubblica. La collezione si trova all’interno del Castello Malatestiano di Longiano e negli adiacenti spazi espositivi. Gran parte delle opere che costituiscono la originaria collezione di Tito Balestra, sono firmate da Mino Maccari (ben 1903 “pezzi” fra olii e grafica); la raccolta inoltre include opere di Mafai, Rosai, De Pisis, Morandi, Guttuso, Vespignani, Bartolini, Zancanaro, Ziveri, Campigli, Fantuzzi, Sironi, Vangelli ed altri maestri del Novecento italiano.

Una sala inoltre è interamente dedicata alle opere di artisti stranieri fra cui Chagall, Kokoschka, Matisse ed Heckel. La collezione è nata grazie ai numerosi rapporti di “scambio”, di amicizia e di interessi culturali fra Tito e il mondo artistico del secondo dopoguerra.

La Fondazione Tito Balestra / Castello Malatestiano è visitabile tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 (nel mese di agosto ore 16.00-20.00). Ingresso a pagamento. Info: tel. 0547 665850

 

 

 

tito balestra

 

IL MANIFESTO  11 novembre 2023

https://ilmanifesto.it/tito-balestra-la-sua-stagione-rivelatrice-in-due-soli-libri-tra-satira-e-malinconia

 

 

Tito Balestra, la sua stagione rivelatrice in due soli libri, tra satira e malinconia.

 

 

 

 

Al di là di una plaquette composta da appena undici poesie e pubblicata in appena cinquantadue esemplari (Le gambe del serpente, L’Arco Edizioni d’Arte, 1975), Tito Balestra è stato un poeta di una brevissima stagione, e di due soli libri: Quiproquo, uscito da Garzanti nel 1974, e Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, uscito prima, in poche copie, nello stesso 1974 e poi, sempre da Garzanti, nel 1979.

Entrambi erano introvabili da tempo, e dunque va reso merito alla Nave di Teseo per averli ora ripubblicati, in un volume unico (pp. 290, euro 20): ed è un merito da celebrare, perché questa nuova edizione ci restituisce praticamente nella sua interezza, per quanto così esigua, un poeta fra i più grandi in assoluto del nostro secondo Novecento.

Balestra era nato a Longiano, sulle colline intorno a Cesena, nel 1923; e a Longiano è morto, a soli cinquantatré anni, nel 1976, dopo aver vissuto a lungo a Roma. Era stato partigiano, e per un certo periodo, dopo la guerra, proprio a Longiano aveva ricoperto l’incarico di assessore e di vicesindaco.

 

A ROMA, dove si era trasferito per seguire i corsi del Centro di educazione professionale per assistenti sociali diretti da Guido Calogero e dove aveva conosciuto Anna Maria De Agazio, che sarebbe diventata sua moglie, perlopiù si era occupato d’arte, curando mostre presso la Galleria La Vetrina (in via del Babuino). A Roma aveva anche stretto amicizia con pittori e scrittori. Era una persona discreta, non gli interessava la ribalta. Oggi, prima di questa nuova edizione delle sue opere, era stato quasi dimenticato, nonostante il fatto che Elisabetta Sgarbi alcuni anni fa avesse intitolato un film a ciascuna delle sue due raccolte e che, più di recente, la rivista Laboratori critici gli abbia dedicato una retrospettiva.

 

ESSENDO COSÌ poche le sue poesie, menzionarne qui alcune a discapito di altre è molto difficile e perfino doloroso, perché si potrebbe dire che non c’è poesia, fra quelle che aveva pubblicato, che non sia perfetta e rivelatrice. E quindi, se è vero che le preferenze di ciascuno sono sempre il frutto anche di una geografia sentimentale, nel caso di Balestra questo è vero a maggior ragione. Ciò che si può aggiungere è che la sua poesia sembra retta da un criterio di equilibrio fra due registri, spesso mischiati e sovrapposti uno all’altro: uno più satirico (implacabile e fulminante, per rimandare a parole a suo tempo usate da Attilio Bertolucci), l’altro più dolce e malinconico, talvolta al limite della rassegnazione.

 

 

Un esempio del primo di questi due registri può essere dato dai versi di Parassita:

 

«Eternamente loda/
eternamente dice/
rapidamente mangia/
e posa ad infelice».

 

 

UN ESEMPIO DEL SECONDO è invece nei versi rivolti alla moglie, semplici nella forma com’è semplice il sentimento che incarnano, come può essere semplice l’amore:

 

«Anna, ho comprato un pezzo di terra,/
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere/
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla/
oppure un altro, un sogno più piccolo,/
io e te insieme abitiamo una stanza/
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia/
e un cuscino un po’ grande che basta per due;/
guardami in faccia ho gli occhi castani».

 

Ma sono solo esempi, appunto. E comunque esiste lungo tutte le poesie di Balestra, pur fra i due registri che le connotano, anche un elemento comune (oltre agli elementi formali): ed è un certo senso di saggezza che sempre ne promana.

Ma è una saggezza mai moralistica, mai altezzosa: è una saggezza che Balestra non elargiva ad altri che a sé.

 

E basterebbe leggere versi come questi:

 

«Come un albero saggio/
che non muore e non vive/
sei d’ingombro a chiunque/
la tua ombra non piace./
Delicati di bocca
/grassi bruchi ti spolpano,/
è un piacere da saggi/
il sentirsi mangiato».

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Jsarema Zafferini 4 agosto 2026 · h 17.00 ca — ci fa sentire questa cantante grandissima ::: CESARIA EVORA in ” Tiempio y silencio “– testo

 

 

 

🧐 🧐🧐 🧐…È per l’ora delle ombre lunghe

 

 

 

 

 

Testo Tiempo Y Silencio

Una casa en el cielo
Un jardin en el mar
Una alondra en tu pecho
Un volver a empezar

Un deseo de estrellas
Un latir de gorrion
Una isla en tu cama
Una puesta de sol

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto

Nacer en tu risa
Crecer en tu llanto
Vivir en tu espalda
Morir en tus brazos

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto

Una casa en el cielo
Un jardin en el mar
Una alondra en tu pecho
Un volver a empezar

Un deseo de estrellas
Un latir de gorrion
Una isla en tu cama
Una puesta de sol

Tiempo y silencio
Gritos y cantos
Cielos y besos
Voz y quebranto…

 

 

Lyrics powered by LyricFind

da : https://www.angolotesti.it/C/testi_canzoni_cesaria_evora_20553/testo_canzone_tiempo_y_silencio_958978.html

 

NOTA:

 

 

 

 

 

Le ombre lunghe che coprono il mondo

QUALCOSA SI DICE NEL LINK SULLE OMBRE LUNGHE

https://ilresto.eu/italiaemondo/le-ombre-lunghe-che-coprono-il-mondo/

( L’articolo mi pare che sposi la tesi che la Russia stia per invadere l’Europa, cosa che non credo, ma ” cosa c’è dietro l’angolo non si sa “- diceva mia nonna.. )

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verso metà +++ notizie sulla CINA — Dalla RIVISTA PANDORA, un’intervista a Fabrizio Maronta di Alessandro Trabucco sulla gobalizzaz. e deglob. –

 

 

 

RIPUBBLICHIAMO UNA PARTE DEL POST DI FABRIZIO MARONTA PER LE NOTIZIE SULLA CINA, PER NOI, ABBASTANZA NUOVE.

 

FABRIZIO MARONTA–  Roma, 1979

Redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes.

 

foto da:

 

 

LIBRI :

 

Deglobalizzazione. Se il tramonto dell'America lascia il mondo senza centro - Fabrizio Maronta - copertina

 

HOEPLI, 2024

 

SEGUE PARTI PRESE DALL’INTERVISTA SU LA RIVISTA PANDORA — LINK SOPRA E SOTTO

 

ALESSANDRO TRABUCCO INTERVISTA FABRIZIO MARONTA SULLA GLOBA/ DEGLOBALIZZAZIONE

 

Quali sono le origini lontane e profonde della globalizzazione? 


Fabrizio Maronta: Quella che viviamo oggi è ciò che gli storici chiamano “seconda globalizzazione”La prima consegue alla seconda Rivoluzione industriale, quindi all’avvento dell’elettricità e di tutte le tecnologie rese possibili da essa come il telegrafo, il telefono, l’illuminazione pubblica, la moderna produzione manifatturiera. Insomma, un mondo industriale molto più simile a quello che conosciamo oggi rispetto a quello della prima Rivoluzione industriale, che si sviluppa durante il Settecento e la prima parte dell’Ottocento in Inghilterra e in alcune parti del Nord Europa. Tra secondo Ottocento e primo Novecento, molti comparti cruciali come la chimica e la metallurgia fanno salti notevoli, permettendo ad esempio la costruzione di navi alimentate a petrolio e con scafi d’acciaio. Questo dà forte impulso alla navigazione, specie a quella transoceanica, ponendo le premesse delle interconnessioni attuali. Inoltre, siamo al culmine degli imperi coloniali europei, specie quello britannico che copre il globo. Ciò consente un maggiore apporto di materie prime e l’apertura di sbocchi commerciali anche per l’industria dei Paesi europei più avanzati, in misura storicamente inedita. L’Impero britannico già prima commerciava, ma non su questa scala. L’Impero romano o altre civiltà marittime precedenti avevano commerciato via mare e scambiato prodotti, ma niente di simile. Per questo si parla di prima globalizzazione. Convenzionalmente si fa terminare questa fase con la Prima guerra mondiale.

 

La guerra comporta infatti lo sconvolgimento delle logiche commerciali, così come interruzioni fisiche dei flussi e dell’interscambio. Il commercio presuppone pace, o comunque la presenza di un soggetto che sia in grado di assicurare l’apertura delle rotte commerciali, garantendo un ordine minimo necessario affinché le attività di produzione e di scambio si esplichino. Questo viene in gran parte meno durante la Prima guerra mondiale.

 

Durante il periodo interbellico il commercio riprende. L’Europa, però, nel frattempo sopporta gli sconvolgimenti dovuti alla caduta dei grandi imperi centrali. Bisognerà aspettare il secondo dopoguerra affinché si ricreino le premesse per una ripresa duratura degli scambi in condizioni di stabilità, sebbene armata, quali quelle della Guerra fredda. In questo caso, però, i flussi commerciali non sono più inscritti nella cornice del rapporto tra madrepatrie e colonie, poiché dagli anni Cinquanta in poi quel rapporto viene progressivamente meno con la decolonizzazione.

 

La globalizzazione che conosciamo oggi è dunque figlia soprattutto della graduale integrazione commerciale dei Paesi di nuova indipendenza che avviene, in particolar modo, dagli anni Settanta in poi.

 

 

Possiamo tratteggiare un modus operandi della globalizzazione? La nota azienda americana Apple, citata più volte nel volume, può assurgere a esempio di tale modus operandi? 

Fabrizio Maronta: Sì, ma non dobbiamo circoscrivere l’idea e il fenomeno della “nostra” globalizzazione al solo aspetto economico-commerciale. Il problema del termine “globalizzazione” è che viene usato e abusato in modo parziale, non esaustivo, per identificare l’integrazione commerciale e industriale: un fenomeno di natura economica che comporta anche alcune forme di integrazione culturale.

 

Marshall McLuhan ha parlato negli anni Sessanta e Settanta di “villaggio globale”, fortunata definizione di un mondo in cui gli stili di vita diventano sempre più uniformi. È stato così, anche se non nella misura totalizzante che spesso mediaticamente si vuole raffigurare. La globalizzazione però è stata molto altro.

È stata anche e soprattutto l’estrinsecarsi dell’egemonia geopolitica degli Stati Uniti. Questo è il punto fondamentale. Spesso non ce ne accorgiamo perché ci siamo nati o cresciuti, però il nostro mondo “globalizzato” è figlio di circostanze storico-strategiche ben precise. Queste circostanze possono essere riassunte nella definizione del Novecento come secolo americanoUn secolo che nasce europeo, con l’Europa centro strategico del mondo: i suoi imperi coloniali coprono il pianeta, le sue economie sono le più sviluppate, le sue società e le sue università sono le più avanzate. Un’Europa che produce economia, demografia, cultura, egemonia militare e tecnologica. Il Novecento finisce però come secolo americano, perché gli Stati Uniti ne vincono tutti i confronti fondamentali: la Prima e la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda.

Quest’ultima non è solo un confronto militare, ma anche culturale e ideologico tra sistemi socioeconomici e politici per molti aspetti antitetici, anche se nati entrambi dalla comune matrice della cultura europea. Dal terremoto del 1989-1991 gli Stati Uniti escono vincitori incontrastati, inaugurando quel “momento unipolare” che giunge alla prima metà degli anni Duemila. In questa fase l’America, oltre alla superpotenza militare, esprime un’egemonia sociale, economica e politica vista come modello ineluttabile. Da qui la famosa teoria di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” intesa come raggiungimento di un modello socioeconomico definitivo, tutt’al più perfettibile ma senza reali alternative.

 

+++  CINA  — NOTIZIE

Gli Stati Uniti decidono di gestire questa vittoria integrando attraverso la sfera commerciale e produttiva i Paesi dell’ex blocco comunista.

 

La Russia e molti Paesi asiatici, nonché i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, entrati nella NATO e nell’Unione Europea – cioè nella sfera di sicurezza militare ed economica occidentale – tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila.

In prospettiva però, la scommessa maggiore l’America la fa con la Cina. La fa ben prima che finisca la Guerra fredda, con il patto suggellato dalla storica visita di Richard Nixon nel 1972 a Pechino, dove un anziano Mao Zedong – che di lì a sei anni passerà il testimone a Deng Xiaoping, il leader delle riforme economiche – apre la Cina al capitale e alle tecnologie occidentali, soprattutto statunitensi, come viatico di modernizzazione e affrancamento dalla mal sopportata tutela sovietica.

In cambio gli Stati Uniti ottengono il progressivo “sganciamento” di Pechino da Mosca, ma anche la possibilità di produrre in un Paese con una manodopera enorme e un sistema politico che reprime il dissenso quando il capitalismo, pure abbracciato con entusiasmo da una popolazione povera e bramosa di benessere, mostra il suo volto più spietato.

Apple è un esempio lampante. Azienda statunitense tra i grandi campioni della Silicon Valley, ha fatto un salto quantitativo divenendo un gigante mondiale dell’elettronica di consumo grazie all’ambiente produttivo eccezionale che trova in Cina. Ci sono due grandi impianti situati nella fascia industriale cinese, quella sudorientale, noti come “iPhone City” e “iPad City”: si tratta di vere e proprie città di operai, sia per estensione che per popolazione, dedite quasi esclusivamente a produrre i due best seller di Apple.

Grazie alla “globalizzazione”, la Cina diventa dunque un Paese capitalista cui gli Stati Uniti e poi l’Occidente in generale si legano a doppio filo, finendo per dipendere dalla capacità cinese di produrre a costi bassi in quantità prima inimmaginabili. Apple adesso cerca di delocalizzare in India e in Vietnam, ma gli ecosistemi industriali di questi Paesi non sono (ancora?) lontanamente paragonabili a quello cinese.

 

Quali sono le necessità e gli obiettivi che hanno spinto la Cina a inserirsi nella globalizzazione americanocentrica? 

Fabrizio Maronta: La Cina negli anni Settanta è tremendamente arretrata, le sue spinte alla modernizzazione – il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale – hanno prodotto disastri e depauperato il Paese sotto il profilo materiale, ma anche umano.

La Rivoluzione culturale in particolare ha fatto strage delle classi più agiate ma anche produttive, come gli scienziati. Quelle politiche innestavano sul modello stalinista forme confuciane di disciplina collettiva, rafforzando l’insindacabilità del dettame di Mao e – per estensione – del partito-Stato.

Dal 1949, anno in cui Mao fonda la Repubblica Popolare Cinese, termina quello che i cinesi considerano ancora oggi “il secolo delle umiliazioni” apertosi nell’Ottocento con le Guerre dell’oppio: un secolo che vede i britannici e altri occidentali spartirsi le spoglie del glorioso impero Qing.

La Cina di Mao, orgogliosamente indipendente, patisce però la condizione di minorità nel blocco comunista rispetto alla Russia, di cui storicamente poco si fida. Negli anni Settanta le economie pianificate cominciano a dare segni di cedimento, che diventeranno ancor più palesi negli anni Ottanta.

La Cina non ha però risolto il suo problema fondamentale: è politicamente indipendente ma economicamente arretrata. Questo è moralmente e strategicamente inaccettabile, perché la espone alle dipendenze e al ricatto internazionale, in primis sovietico, rendendola ancora potenzialmente contendibile.

Per questo Pechino cerca il compromesso con l’America, dando vita a un esperimento ardito fin qui rivelatosi, pur con limiti e contraddizioni, sostanzialmente riuscito.
L’esperimento consiste nel coniugare un regime autoritario, fortemente dirigista e a partito unico con un’economia iper-capitalista. Specie nella prima fase, dagli anni Novanta fino ai primi anni Duemila, viene lasciata inedita libertà d’impresa ai cinesi che abbracciano convinti l’opportunità. Culturalmente i cinesi sono un popolo di mercanti con un diffuso spirito imprenditoriale, cui Deng Xiaoping fa appello lanciando la stagione delle modernizzazioni con lo slogan “arricchirsi è glorioso”.

Oggi, con Xi Jinping, assistiamo al fenomeno opposto: la “lotta alla corruzione” per ridimensionare il potere di governi regionali divenuti troppo forti e autonomi da Pechino, l’intervento per addomesticare aziende enormi come quella di Jack Ma, fondatore e proprietario dell’impero di Alibaba (l’Amazon cinese), che rischiano di fare ombra al partito-Stato.

Ma il modello non viene messo in discussione. Da un lato lo Stato cinese mantiene le leve fondamentali dell’economia e interviene con decisione se i privati diventano troppo ingombranti. Dall’altro sprona, sostiene e sovvenziona i privati per competere a livello interno e internazionale, onde rafforzare la base industriale e tecnologica del Paese.

 

 

E la Cina come sta reagendo? 

Fabrizio Maronta: La Cina reagisce con una valanga di sussidi per incentivare le produzioni nelle quali, in questo momento, è particolarmente forte: chip, batterie, veicoli elettrici e intelligenza artificiale, le quali hanno ovviamente necessità di tecnologie e infrastrutture fisiche. Inoltre, approfitta delle difficoltà della Russia per acquistarne a sconto idrocarburi, alimentando il proprio sviluppo e la propria competitività industriale senza creare troppa inflazione. Gli Stati Uniti non hanno questo problema perché, come la Russia, sono autosufficienti dal punto di vista energetico – oltre che alimentare.

La Cina reagisce poi con le Nuove vie della seta, progetto volto a proiettare influenza commerciale e militare verso Asia, Africa ed Europa per costruire una sfera d’influenza da cui interdire, nei limiti del possibile, l’America, anche grazie a un’avanzata marina da guerra utile a proteggere le rotte commerciali fin qui presidiate dalla marina statunitense. Insomma, è una sfida a tutto campo.

 

 

Nell’opporsi all’America, la Cina si erge a paladina del “Sud Globale”. È solo retorica o c’è della sostanza?

Fabrizio Maronta: Nel libro sposo una tesi controintuitiva ( 1 )  e, numeri alla mano, credo giusta. La Cina in questi quarant’anni si è accaparrata il semi-monopolio di tante funzioni produttive.

Un esempio tra molti: nel 2023 ha prodotto l’85% dell’acciaio e una quota simile del cemento a livello globaleInsomma: ha monopolizzato lo sviluppo del cosiddetto “Sud Globale”, sovente bloccando e sovvertendo i processi di industrializzazione di altre economie in via di sviluppo. Queste economie vengono messe fuori mercato dalla capacità, dalla competitività e dall’aggressività commerciale della Cina, quindi per molte di esse la globalizzazione è un bilancio in chiaroscuro.
Non è detto pertanto che alla lunga la seduzione cinese funzioni. Specie in Asia, dove molti Paesi sono divisi tra l’incerta ma insostituibile garanzia di sicurezza statunitense e la forza oggettiva di Pechino come partner economico.

 

In conclusione, possiamo parlare di fine della globalizzazione o, considerato il venir meno del binomio su cui essa si basava ma non dei due attori che la costituivano, sarebbe meglio parlare di avvento di tante “sottoglobalizzazioni”? 

Fabrizio Maronta: Ritengo più valida la seconda opzione.
Se per fine della globalizzazione intendiamo l’autarchia generalizzata, forse solo una guerra mondiale nucleare potrebbe generarla, ma in tal caso è inutile parlarne dati gli esiti per l’umanità. Fatti salvi scenari estremi, assistiamo a una segmentazione della globalizzazione. In alcuni ambiti siamo già molto avanti, come nel caso di Internet. La Rete è ormai fortemente segmentata per blocchi linguistico-geografici, complici i sistemi di censura di cui quello cinese è il caso più vasto ed eclatante. In Internet, peraltro, i dati viaggiano soprattutto attraverso cavi sottomarini che sono proprietari, cioè stesi e posseduti da privati come Google, Alphabet o Meta, o dagli equivalenti cinesi e di altri Paesi. Vi è quindi una segmentazione anche di tipo infrastrutturale.

Più in generale, come attestano pure i vari schemi russi, iraniani, nordcoreani o cinesi di elusione delle sanzioni americane e dei circuiti dominati dal dollaroa essere oggi in discussione è il mondo geostrategicamente – oltre che economicamente – americanocentrico seguito alla fine della Guerra fredda. Questa è la vera essenza della deglobalizzazione come la intendo e analizzo. Perché è così che la vedo.

 

 

Scritto da

Alessandro Trabucco

Studente del Master in Comunicazione Storica presso il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, ha conseguito, dopo un periodo di ricerche trascorso in Medio Oriente, la laurea magistrale in Scienze Storiche e Orientalistiche con una tesi dal titolo “Storia nazionale e memoria: la Guerra dei Sei Giorni in Israele e Giordania”. Autore e collaboratore per il Circolo Studentesco di Studi Militari Casus Belli – Arma Mater Studiorum e per l’Associazione Geopolis – Limes Club Bologna, è socio della Società Italiana di Storia Militare e ha collaborato con la rivista Nuova Antologia Militare (NAM)

 

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QUALCHE AFFRESCO DELL’ABBAZIA BENEDETTINA DI SAN SAVINO SUL FIUME GARTEMPE –DIPARTIMENTO DI VIENNE NELLA NUOVA AQUITANIA IN FRANCIA– FOTO GETTY IMAGES- LINK SOTTO

 

 

 

 

 

L’abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe
Remi Jouan – Photo taken by Remi Jouan
WIKIPEDIA

 

 

 

 

 

SEGUONO

FOTO DA GETTY IMAGES
https://www.gettyimages.it/search/2/image?phrase=saint+savin+sur+gartempe&tracked_gsrp_landing=https%3A%2F%2Fwww.gettyimages.it%2Fimmagine%2Fsaint-savin-sur-gartempe

 

 

 

L’affresco è del 11°/ 12° secolo e appartiene all’Abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe.

 

 

 

LA CHIESA DELL’ABBAZIA DI SAINT- SAVIN SU GARTEMPE, CHIAMATA ” LA CAPPELA SISTINA ROMANICA ” – INSERITA DALL’UNESCO TRA I PATRIMONI MONDIALI-  HA TANTI AFFRESCHI DELL’ XI-XII secolo

 

 

 

 

 

 

L’ARCA DI NOE’ — PARTCOLARE DELL’AFFRESCO PRECEDENTE

 

 

 

 

France, Hautes-Pyrenees, St Savin, Abbey Church of Saint-Savin-sur-Gartempe, 12th c.

 

 

 

 

DETTAGLIO DELL’AFFRESCO DI ABRAMO

 

 

 

 

LA COSTRUZIONE DELLA TORRE DI BABELE

 

 

 

FRANCIA, DIPARTIMENTO DI VIENNE

Vienne (dipartimento) - Wikipedia

WIKIPEDIA –

La Vienne è un dipartimento della Nuova Aquitania, la cui
capitale è POTIERS.
C’è anche l’Alta -Vienne che si trova a sud -est

 

 

 

 

AFFRESCHI DEL SOFFITTO DA:
https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Romanesque/961615/Arte-romanica:-interno-dell’Abbazia-di-Saint-Savin-sur-Gartempe-(Saint-Savin-sur-Gartempe)-a-Vienna-(Francia),-fondata-da-Carlo-Magno-(1060-1115).-Pittura-murale-sul-soffitto-intorno-al-1100.-Affresco..html

 

 

 

INTERNO DELLA CHIESA DELL’ABBAZIA

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ANSA.IT — NOTIZIE DAL MEDIO ORIENTE DEL 4 / 3 AGOSTO 2026

 

 

 

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**** LUCIO CARACCIOLO — PODCAST DI LIMES- video, 9.08 min. / 14 maggio2026 – ” LA DEVOLUZIONE DELLA SPECIE UMANA “

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA :: IL  DISCORSO DI PAPA LEONE, intero,
qui solo riportata una frase importante

 

segue DA: ROSSANO CARIATI.IT

DAL LINK ::https://www.rossanocariati.it/custodire-voci-e-volti-umani-il-messaggio-di-papa-leone-xiv-per-la-60-giornata-mondiale-delle-comunicazioni-sociali/

 

“Custodire voci e volti umani”. Il messaggio di Papa Leone XIV per la 60° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

 

Custodire voci e volti umani

Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

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PINTERST / LINK SOTTO :: 83 Zofia Kornaga —Descrizione Buenos Aires. 1962 r. Autor: Andre Kertesz

 

 

 

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Erik Petersen — Copenhagen, 1940

 

 

Erik Petersen

Copenhagen, 1940

 

 

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Andrea Stroppa 🐺 Claudius Nero’s Legion 🐺 @andst7 / LINK X SOTTO · 31 lug– Giorgia vs Giorgia By Grok + qualcosa su Andrea Stroppa e cosa è ” Hacking “e ” hacker “-

 

 

 

 

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immagini dal suo X

 

LINK DI ANDREA STROPPA  SU X

 

 

video di 1.12 MIN —  DI

ANDREA STROPPA : GIORGIA VS GIORGIA DI GROCK

https://x.com/andst7/status/2083155287448367532/video/1

 

 

CI APPROCIANO APPENA APPENA AD ANDREA STROPPA, solo per averne una vaga idea:

Andrea Stroppa, il braccio destro in Italia di Musk - RIPRODUZIONE RISERVATA

foto Ansa di Andrea Stroppa con Musk- 15 ottobre 2024

 

** a chi interessa nel link di Ansa trovare notizie  varie su di lui

link Ansa.it

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/10/15/andrea-stroppa-il-braccio-destro-in-italia-di-musk_03594a99-8b45-43aa-9c25-6974760ad33e.html

 

 

 

Annotiamo qualcosa su Andrea Stroppa da / link al fondo

 

Come riporta Fortune Italia, il referente di Elon Musk in Italia è nato a Roma nel 1994 e cresciuto nel quartiere romano di Torpignattara.

Il 32enne in adolescenza si sarebbe avvicinato al gruppo hacker Anonymous.

Con il tempo ha costruito un profilo professionale nel campo della cyber security, partecipando a conferenze internazionali e collaborando con importanti testate giornalistiche.

Negli ultimi anni la sua figura è stata associata in modo sempre più diretto alle attività di Elon Musk, in particolare dopo l’acquisizione di Twitter, oggi X.

Proprio in questo contesto si è consolidato un rapporto di fiducia che ha portato Andrea Stroppa a svolgere un ruolo di collegamento tra il miliardario sudafricano e interlocutori italiani, sia istituzionali sia politici, senza ricoprire alcun ruolo ufficiale.

Come riporta Il Messaggero, il 14 febbraio è stato indagato per omicidio stradale in relazione alla morte di Mirco Garofano, studente di 18 anni residente nel comune di Artena.

Diplomato perito tecnico, Andrea Stroppa oggi è esperto di hacking ( 1 nota in fondo ).

Fa parte di un team di ricercatori attivi tra Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

È membro dello staff della conferenza hacker HackInTheBox e partecipa a eventi internazionali dedicati alla sicurezza informatica e all’hacking.

Scrive di tecnologia e cyber security per il World Economic Forum e in passato ha collaborato con La Stampa e La Repubblica.

Le sue ricerche sono state citate da numerose testate internazionali, tra cui New York Times, CNN International, Washington Post, Forbes, Vanity Fair e The Verge.

Come riporta Il Fatto Quotidiano, Andrea Stroppa è inoltre fondatore di un progetto di civic engagement per il quale è stato premiato dal Presidente del Consiglio Romano Prodi.

È stato volontario presso Tor Project e ha collaborato con PRI.

 

 

( 1>) Hacking

L’hacking, che non va confuso con il cracking, è l’insieme dei metodi, delle tecniche e delle operazioni volte a conoscere, accedere e modificare un sistema informatico hardware o software.

Il termine, tuttavia, avendo accompagnato lo sviluppo delle tecnologie di elaborazione e comunicazione dell’informazione, ha assunto diverse sfumature a seconda del periodo storico e dell’ambito di applicazione. Sebbene venga usato principalmente in relazione all’informatica, l’hacking si riferisce più genericamente a ogni situazione in cui è necessario far uso di creatività e immaginazione nella soluzione di un problema.

 

ALTRO CHE NOI – FUORI — DOVREMMO IMPARARE A MEMORIA  O LASCIAR PERDERE– NEL LINK DI WIKIPEDIA: come ogni cosa si sa di lei attraverso la sua storia, per questo capire è lungo

https://it.wikipedia.org/wiki/Hacking

 

 

mettiamo anche il link di Treccani che è quasi sempre più chiara e più semplice:

https://www.treccani.it/vocabolario/hacker/

 

Esiste anche :

Hacker – Enciclopedia

 

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Meloni : ” M’ARROCCO ” — PRIMA PAGINA IL MANIFESTO 2 AGOSTO + due cartine + link di Repubblica . 31 luglio 2026- Leonardo Martinelli, Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

 

 

 

 

La mappa politica del Marocco senza la zona sud del contestato Sahara Occidentale
Utente:Xiquet– Wikipedia

 

 

 

 

 

Meloni ottiene la firma di 21 capi di governi europei per un vertice
di ministri degli interni contro l’emergenza Ceuta. 

I migranti se ne sono già andati tutti ( tranne 84 annegati ) e la crisi era fasulla, ma non importa: l’armata delle destre contro Sanchez è partita e l’Italia la guida.

 

 

 

**** non perdetevi la vignetta di Elle Kappa, 1 agosto su Repubblica,
apri sotto:

Ezio Mauro @eziomauro / link sotto di X –· 1 ago — una splendida vignetta di ELLE KAPPA — grazie Mauro !

 

 

 

 

La mappa politica del Marocco comprendente anche la zona sud del contestato Sahara Occidentale

********************

 

 

Per chi mai volesse sapere qualcosa di più dei rapporti / interessi Spagna-Marocco:

 

 

Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

 

Marocco, il dispetto a Sánchez e il regalo a Trump: cosa c’è dietro la crisi dei migranti a Ceuta

(afp)

 

Rabat è il più stretto alleato di Donald nell’area, mentre con Madrid è sempre forte la frizione per le sue posizioni sul Sahara Occidentale. La scintilla è stata la visita del premier spagnolo ad Algeri, il vecchio nemico. “Le autorità marocchine hanno spinto i giovani a passare il confine per mettere in difficoltà la Moncloa”

 

 

REPUBBLICA.IT / ESTERI /  31  LUGLIO 2026

https://www.repubblica.it/esteri/2026/07/31/news/marocco_ceuta_sanchez_trump_crisi_migranti-425504473/?ref=app_share

 

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La vignetta di Ellekappa: l’anniversario del 2 agosto – da Repubblica / link sotto —

 

 

 

 

REPUBBLICA.IT  2 AGOSTO 2026

https://www.repubblica.it/politica/2026/08/02/news/la_vignetta_di_ellekappa_l_anniversario_del_2_agosto-425507368/?ref=app_share

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