Sulla difesa una discussione trasparente per risposte “strategiche”.
Fabrizio Coticchia
Il dibattito sulla Difesa. Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale?
I recenti articoli di Strazzari e Vignarca ( vedi sotto il link ) su queste pagine hanno avuto il merito di contribuire a rilanciare il dibattito su difesa e sicurezza in Europa, illustrando come una critica al processo di riarmo non venga certo indebolita dalla consapevolezza di una minaccia, ma ne esca al contrario rafforzata.
Comprendere questa minaccia ed elaborare una risposta – alternativa alla mera (re)militarizzazione – è infatti più utile che rimuovere o minimizzare ciò che avviene alle porte dell’Europa.
La disciplina delle Relazioni Internazionaliè nata proprio per capire la guerra, dopo i massacri del primo conflitto mondiale. Credo sia quindi rilevante fornire a questo dibattito anche una chiave di lettura “strategica”, non grazie a mappe colorate o a carri armati sui plastici (come ahimè avviene nei nostri media) ma valutando, anche all’epoca del riarmo, la coerenza tra mezzi e fini. A tal proposito, tre aspetti centrali meritano di essere messi in discussione.
Il primo è il ritorno al tradizionale paradigma di “difesa territoriale e deterrenza”, condiviso prima dalla Nato, poi da molti stati membri, e infine richiamato anche dalla Commissione europea. Più che una Commissione Geopolitica servirebbe però maggiore trasparenza e una discussione politica aperta, nelle società e nei parlamenti, informando l’opinione pubblica. Lo sappiamo bene in Italia, dove i temi della Difesa sono costantemente rimossi dal dibattito pubblico(Quali armi mandiamo in Ucraina? Non si può sapere. Davvero spendiamo il 2%? Beh, dipende. Quali missioni militari approviamo? Mah, ne parliamo poco e male prima della pausa estiva delle Camere. Per quale “emergenza di sicurezza” i nostri soldati sono impiegati da quasi 20 anni nella inutile operazione Strade Sicure? La “criminalità diffusa”. Quando è stato pubblicato l’ultimo Libro Bianco della Difesa? Nel 2015. Quale è la nostra Strategia di Sicurezza Nazionale? Non l’abbiamo ma ci stiamo lavorando…).
Vogliamo quindi sposare un nuovo paradigma che «ci prepari alla guerra convenzionale in Europa»? Davvero? Il minimo sarebbe parlarne in modo approfondito, almeno nelle sedi istituzionali, a Roma come a Bruxelles.
Il secondo aspetto riguarda proprio la “deterrenza”. Ci si prepara alla guerra convenzionale – sostengono in molti – proprio «per evitare di trovarsi in guerra», ci si arma per scoraggiare aggressioni, per non essere impreparati, lanciando un messaggio agli avversari. Ma come può venire letto questo segnale? Diversi studiosi hanno messo in dubbio la reale efficacia di un approccio fondato esclusivamente sulla deterrenza, evidenziando i rischi costanti di una escalation, ben oltre il recupero di determinate capacità militari. Anche se Mosca continua a rigettare ogni dialogo, bombardando quotidianamente i civili ucraini, non vuole dire che gli sforzi diplomatici siano inutili, che la comunicazione – pur riconoscendo le minacce (più o meno “ibride”) poste dal Cremlino – sia da mettere da parte, scommettendo pericolosamente solo sulla dimensione militare, della vittoria e della sconfitta. Si può rafforzare la difesa in molti modi e la recente Campagna per una Difesa civile non armata e nonviolenta, ne è un esempio.
Il focus sul paradigma di difesa e deterrenza rischia poi di distogliere risorse e competenze da importanti attività di cooperazione e “gestione delle crisi”.
Viviamo in anni segnati da una crescita dei conflitti armati e dalla grave crisi delle operazioni di peacekeeping e delle Nazioni Unite. La ricerca ci insegna tuttavia che tali operazioni, in determinate condizioni, sono efficaci per ridurre la violenza. Perché avallare il tentativo di smantellare tutto questo, al netto di difetti e problemi? Dobbiamo accodarci alla distruzione del sistema multilaterale, promossa da una amministrazione americana ostile all’Europa ma desiderosa di mantenerne viva la dipendenza con Washington?
Il terzo aspetto riguarda infine il riarmo. La discussione politica, in Italia e non solo, si concentra sull’aumento delle spese militari. Il concetto di “riarmo”, però, va ben oltre questo elemento. Attiene anche al paradigma di difesa, all’organizzazione delle forze, al rapporto con la società. Emerge allora una forte contraddizione. Se gli investimenti in armamenti sono cresciuti esponenzialmente in Europa, dettati dall’«urgenza della deterrenza», i dilemmi relativi alla struttura delle forze armate non sono stati pienamente affrontati: in molti paesi europei gli europei non si vogliono arruolare e non hanno alcuna intenzione di combattere (come ampiamente confermato, per quanto riguarda l’Italia, da un sondaggio realizzato per conto dell’Università di Genova).
La possibilità di evitare il dibattito ed eludere il controllo parlamentare consente ai leader di sottrarsi ai costi di assunzione di responsabilità di fronte agli elettori, magari riluttanti a riarmarsi.
È fondamentale, specialmente da una prospettiva progressista, approfondire la riflessione pubblica ed ampliarla, fornendo una base di legittimità alle scelte. Ricordando che l’impiego (o meno) delle forze armate è uno strumento di politica estera, assieme ad altri. E la politica estera dell’Unione europea (e di molti suoi stati membri) permane inadeguata, proprio come il suo constante doppio standard, dai massacri di Gaza al rapporto speciale con autocrazie varie.
sotto link dei due articoli citati sopra:
Francesco Strazzari + Francesco Vignarca
Kiev e difesa europea, le ambiguità e i bersagli sbagliati
Il limite ignoto.La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Da allora i ruoli cambiano, le accuse meno
Ucraina, l’unica sicurezza possibile è alternativa al pensiero bellico.
Francesco Vignarca
La «pace positiva» La pace vera non arriva solo quando si smette di sparare. Ma quando si smette di avere motivi per ricominciare e tutti si sentono più tutelati da un sistema di pace
DAVID ROBERTS, 1838 — L’isola di File come appariva ai viaggiatori europei nel’Ottocento. Il tempio di Iside in primo piano, poco distante il Chiosco di Traiano
DAVID ROBERTS, 1838
1997
di Giovanni Ioppolo ( 1932 – 1999 ), supervisore per quello che competeva alle ditte italiane
Sono passati vent’anni e pochi ricordano la grandiosa operazione grazie a cui il santuario di Iside a File venne trasportato dall’isola originaria sulla vicina Agilkia per essere sottratto alle acque del Nilo. Fu un successo della sensibilità internazionale ma anche delle maestranze italiane ed egiziane che sotto la direzione dell’architetto Giovanni Ioppolo smontarono restaurarono e ricostruirono l’intero complesso monumentale
DAVID ROBERTS, 1838
Il turista che risale il Nilo e da Luxor giunge ad Assuan per visitare il Santuario di Iside viene puntualmente informato dalle guide sulla colossale opera di spostamento di questo complesso cultuale, ma solo in parte può immaginare le difficoltà e l’impegno occorsi per documentare e smontare i monumenti dall’isola di File, restaurarli e ricostruirli in seguito sulla vicina isola di Agilkia.
Vista sotto il Gran Portico, Philæ,
FG Luna, 1847.
DAVID ROBERTS, 1838
La costruzione della prima diga di Assuan nel 1902 aveva, infatti, gravemente compromesso l’isola e i suoi templi: il Santuario di File, visibile per poco più di un mese all’anno, era costantemente sommerso dalle acque con conseguente grave danno all’insieme delle costruzioni e perdita del cromatismo delle pareti decorate. Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecentogli inglesi H. G. Lyons e John Ball eseguirono lavori di restauro e protezione delle varie strutture per limitare i danni causati dall’azione delle acque.
tempio di Isidea Philae da sud-ovest – Roland Unger, 1998
Nel 1964, l’iniziativa di costruire un secondo sbarramento (la cosiddetta Grande Diga di Assuan) sette chilometri più a sud dell’isola di File portò alla programmata perdita dei fertili territori nubiani e al rischio di lasciare per sempre all’oblìo l’intero patrimonio storico di monumenti presenti da millenni lungo le sponde del Nilo.
Il problema trovò una soluzione grazie alle iniziative personali di Madame De Roche Noblecourt (all’epoca direttrice della sezione egiziana del Louvre) che riuscì a far varare il Programma per il salvataggio dei monumenti della Nubia. Il contributo economico dei paesi membri dell’Unesco permise di salvare numerose testimonianze dell’esteso territorio nubiano compreso tra Assuan e Abu Simbel (più di 400 km).
l’isola di Agilka con il tempio ricostruito di Iside Olaf Tausch – Opera propria
Tuttavia, l’isola di File con tutti i suoi millenari monumenti rimase esclusa da questa prima fase dei lavori a causa del completamento dell’Alta Diga dedicata a Nasser e rimase sommersa quasi completamente dall’invaso creatosi tra il vecchio e il nuovo sbarramento. L’importanza del complesso monumentale, già noto come Perla del Nilo, mèta di studiosi e turisti, ammirato nelle bellissime stampe del Roberts e ricordato per la struggente descrizione fatta da Pierre Loti nella sua opera letteraria Mort de Phile, portò a un ulteriore impegno dei paesi membri dell’Unesco che bandirono una gara internazionale per un progetto finalizzato al salvataggio dei monumenti di File.
Prevalse la soluzione offerta da un consorzio di progettisti egiziani, che proponeva lo smontaggio delle novantacinque strutture monumentali presenti nell’isola e la loro ricostruzione in una sede più elevata di 12,40 m, da ricavare con lo spianamento del vicino isolotto di Agilkia. L’appalto per l’esecuzione dei lavori fu affidato dall’Unesco nel 1974, tramite il Ministero egiziano della cultura, a due ditte italiane, la Condotte Acque di Roma e la Mazzi Estero di Verona, in seguito consociate nella Condotte-Mazzi Estero S.p.A.
Le due ditte ebbero il compito di documentazione, smontaggio e restauro del complesso monumentale di File e del suo trasferimento e ricostruzione nella nuova sede dell’isola di Agilkia; a una terza ditta egiziana, la High Dam Company, quella che aveva realizzato l’Alta Diga di Assuan, fu assegnato il prosciugamento del sito monumentale originario e il compito di predisporre le fondazioni in cemento armato e il land-scaping, cioè la sistemazione finale, di Agilkia.
Allo scrivente fu affidata la supervisione e la responsabilità di tutte le operazioni di competenza della consociata italiana. […]
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Egitto Ieri e Oggi, Litografie di David Roberts (testi di Fabio Bourbon, fotografie di Antonio Attini). Ediz. White Star
La Civiltà Egizia è un gruppo Facebook di appassionati dell’Antico Egitto nato nel 2019
Dettaglio pittorico della dea avvoltoio Nekhbet ( dea protettrice dell’Alto Egitto) proveniente dal Tempio funerario della regina Hatshepsut (se vuoi, video sotto) a Deir el-Bahari, Luxor
Sul far della sera, Roberts raggiunse nuovamente l’isola di File ove si fermò per due giorni per eseguire una serie di raffigurazioni dei templi che tanto lo avevano ammaliato meno di tre settimane prima. Le prime due tavole, qui descritte, ritraggono rispettivamente una magnifica veduta dell’intero complesso colto dall’alto della vicina isola di Bigeh e le rovine del tempio qui ubicato. Le tavole realizzate dall’artista costituiscono una preziosa testimonianza di quello che era l’aspetto dell’isola di File (o Philae, secondo la denominazione greco-romana), prima che la maggior parte delle strutture venisse trasferita sulla vicina isola di Agilka, distante circa 550 metri.
Il tempio che vediamo ritratto nella veduta generale (Immagini n. 1-2) era consacrato alla dea Iside e a suo figlio Harpocrate, una forma locale di Horus. Sorge sul luogo di un santuario precedente, il cui edificio più antico, del quale restano solo poche fondamenta, va fatto risalire al faraone nubiano Taharqa ( ? – 664 a.C. XXV Dinastia). Il primo sovrano, a cui sono attribuibili vestigia datate, è invece Nectanebo I (380-362 a.C. XXX Dinastia). Il complesso è costituito da elementi eterogenei e di epoche diverse, sebbene la maggior parte delle strutture risalga al periodo tolemaico-romano.
Nell’antichità nessuno, a parte i sacerdoti della vicina File, poteva calcare il suolo dell’isola di Bigeh (Immagine n. 3), sacra ad Hathor. In questo luogo, infatti si trovava il celebre Abaton in cui era stata sepolta una parte di Osiride, dopo che il suo corpo fu smembrato dal fratello Seth. Il tumulo, il cui nome deriva dal greco e significa grosso modo “luogo inaccessibile”, dimorava al centro di un boschetto e attorno ad esso erano disposti 365 altari sui quali ogni giorno, a rotazione, doveva essere versato del latte come offerta libatoria. In tal modo lo spirito vitale del dio, sotto forma di uccello, poteva nutrirsene *.
Ogni dieci giorni, dal vicino tempio di File, il simulacro di Iside veniva trasportato sull’isola a bordo di una barca affinché potesse far visita al consorte. Inoltre, una volta all’anno e nell’ambito di una festa solenne, la dea veniva affiancata nel suo pellegrinaggio dal figlio Harendotes (“Horus che difende il padre”).
NOTA
* A tal proposito, a chi volesse saperne di più, consiglio caldamente la visione dell’interessantissima conferenza realizzata daAndrea Vitussi su YouTube e raggiungibile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=NcY9wwRk1-U
( VEDI IN FONDO IL TRAILER E LA CONFERENZA INTERA )
File, 17-19 novembre 1838. I templi visti da sud.
Roberts fu completamente rapito dalla stupefacente suggestione determinata dalla scenografia che offriva il complesso di File, da qualsiasi angolazione lo si osservasse; si può ben immaginare quale fascino doveva suscitare nei pellegrini dell’epoca richiamati dall’esoterica devozione che nutrivano per la dea Iside. Questa divinità, figlia di Ra e sposa e sorella di Osiride, godeva di estrema popolarità e di una posizione privilegiata nel pantheon egizio in quanto, tra le altre sue caratteristiche, era a conoscenza di potenti sortilegi. Le sue arti magiche, infatti, le permisero di resuscitare il divino consorte dopo che il fratello Seth ne aveva fatto a pezzi il corpo. Inoltre, veniva rappresentata come dea-madre creatrice nella regione delle cataratte. Quando nel VII secolo a.C. una dinastia nubiana si insediò a Tebe, il suo culto si diffuse e si accrebbe così tanto da superare i confini dell’Egitto. In epoca tolemaica, e successivamente romana, la devozione nei confronti di questa divinità ricevette un ulteriore grande impulso e il tempio di File raggiunse l’apice del suo splendore: storpi ed ammalati vi giungevano da ogni parte del paese e dalle diverse province dell’Impero confidando nei favori della dea. In epoca cristiana la feroce repressione fu proporzionale alla celebrità di cui godeva Iside e i seguaci della nuova fede si accanirono con cieco furore contro i rilievi che adornavano il tempio che fu poi trasformato in chiesa. (Immagini n. 1 -2).
I fedeli che si recavano in pellegrinaggio ai templi, approdavano sull’estremità meridionale dell’isola. Una volta sbarcati venivano accolti non da Iside, ma da un’altra divinità femminile: la benevola Hator dalle orecchie bovine. Si trovavano, infatti, al cospetto del cosiddetto “Chiosco di Nectanebo” i cui capitelli, erano scolpiti con l’effigie di questa dea della bellezza, dell’amore e del divertimento. L’edificio fu restaurato da Tolomeo II Filadelfo che lo spostò dalla sua posizione originaria (tuttora ignota). Oltre questo padiglione si sviluppa, con eccezionale impatto scenografico, “il grande colonnato” il cui versante occidentale, orientato lungo la linea costiera, si estende per circa cento metri. Trentadue colonne sorreggono altrettanti capitelli dalle forme molto elaborate e ispirate al mondo vegetale. Sul soffitto che rappresenta la volta celeste, sono raffigurati astri e avvoltoi, mentre sulla parete di fondo compaiono rilievi che ritraggono Ottaviano e Nerone le cui sembianze stilizzate mettono in risalto l’origine divina dei nuovi sovrani dell’Egitto. Sulle colonne, l’imperatore Traiano si fece ritrarre mente reca offerte alle divinità del luogo.
Sul lato opposto, il portico orientale non fu mai portato a termine: delle diciassette colonne presenti alcune sono prive di decorazioni e undici sono sovrastate da capitelli incompleti. A circa un terzo della spianata, nei pressi del lato lungo, per mezzo di una scala sotterranea, si accedeva al nilometro (1 sotto ). Simili pozzi, sulle cui pareti veniva valutato il livello delle acque del fiume, erano elementi comuni a moltissimi templi egizi. Quantificare ritmi e volumi delle piene era infatti indispensabile sia da un punto di vista economico, sia sociale in quanto permetteva di presumere l’entità del raccolto e, di conseguenza, le relative tassazioni. Era ai sacerdoti che spettava l’ esclusivo privilegio di rendere noti i responsi del nilometro.
(1) —Nilometro è il nome dato alle strutture – solitamente scale o pozzi – usate nell’antico Egitto per misurare l’altezza delle piene del fiume Nilo e poter così prevedere gli andamenti dei raccolti. I nilometri più famosi si trovano nell’isola Elefantina (presso Assuan), e nell’isola di Roda (Il Cairo). Meno famoso è il nilometro del Tempio di Mandulis a Kalabsha.
Wikipedia — nel link, se sei curioso, trovi tre foto dello strumento
L’elaborato impianto prospettico (Immagini n. 3-4), si chiude sul fondo con lo spettacolare grande pilone del tempio di Iside. Fu iniziato da Tolomeo II e completato dal successore Tolomeo III, mentre la decorazione continuò anche nelle epoche successive. Sulle due torri è raffigurato Tolomeo XII che offre a Iside la sottomissione dei suoi prigionieri e nei registri superiori il sovrano lo ritroviamo al cospetto della dea, accompagnata dal figlio Horus e dalla sorella Nefti. Il portale è sormontato dal disco solare alato.
File, 17-19 novembre 1838. Parte terza: l’interno del tempio di Iside
Già nella precedente visita Roberts era rimasto particolarmente colpito dalle meravigliose proporzioni del tempio e dagli splendidi bassorilievi che ne adornavano gli ambienti interni. L’artista aveva notato che lo stato di conservazione era eccellente e nel suo diario, il 30 ottobre aveva annotato: “Sono rimasto rapito dalla splendida composizione dei suoi colori; si direbbero appena stesi e, perfino nei punti in cui sono più esposti all’implacabile luce del sole, hanno conservato la loro smagliante freschezza”
Le illustrazioni di Roberts (Immagini n. 1-2), raffigurano la sala ipostila del tempio propriamente detto, ripresa da due diverse angolazioni, posta immediatamente dopo il secondo pilone che è di dimensioni minori rispetto al primo. L’ambiente, che presenta un soffitto sostenuto da otto colonne, è preceduto da un cortile scoperto sui cui lati più corti si sviluppano due brevi porticati, retti ognuno da una colonna centrale, che li fanno apparire come dei prolungamenti della sala ipostila. Seguono alcuni vestiboli ed infine il naos, circondatoda stanze minori. Le pareti e le colonne sono ricchissime di iscrizioni e rilievi raffiguranti sovrani della dinastia tolemaica e gli imperatori romani Augusto, Tiberio e Antonino Pio ritratti in scene di offerta ad Iside o nell’atto di compiere uffici religiosi. Probabilmente il cortile doveva avere un sistema di copertura costituito da un velario manovrato per mezzo di funi, i cui fori di scorrimento sono ancora visibili sulla modanatura rivola verso il pilone.
Il fatto che l’artista avesse deciso di fermarsi una seconda volta a File impegnando l’intera giornata del 30 novembre nel ritrarre gli interni del tempio, è stata per noi una vera e propria fortuna. Nel 1902, infatti fu realizzata la vecchia diga di Aswan (poi rialzata per due volte tra il 1907 e il 1912 e tra il 1929 e il 1933) che provocò la parziale scomparsa dell’isola di File ed il conseguente allagamento dei templi, che restavano all’asciutto soltanto tra luglio e ottobre nel periodo di apertura delle chiuse (Immagine n. 3).
File, 17-19 novembre 1838. Quarta e ultima parte. Il salvataggio dei monumenti.
Le tavole realizzate da Roberts costituiscono un’impagabile documentazione dell’aspetto originario del sito. Quest’ ultima litografia ci offre una visone del complesso dell’isola di File ripresa al tramonto (Immagine n. 1).
Il luogo era rimasto pressoché immutato nel tempo, finché, come già accennato in precedenza, a seguito della costruzione della Prima Diga di Aswan nel 1902, ebbe inizio il calvario per i suoi monumenti. La loro condizione subì un altro duro colpo, a partire dal 1934, allorché lo sbarramento fu innalzato di diversi metri causando la quasi totale sommersione del complesso (Immagine n. 2).
Tebe. Parte prima: I templi di Karnak visti da sud, 27 novembre 1838
Tebe. Parte seconda: vedute della grande sala ipostila nel tempio di Karnak, 27-29 novembre 1838
Tebe. Parte terza: altre vedute del tempio di Karnak, 29 novembre 1838
Tebe. Parte quarta: le rovine del tempio di Medamud nei pressi di Karnak, 30 novembre 1838
Tebe. Parte quinta: Luxor, la facciata del grande tempio di Amon e l’obelisco di Ramses II, 1° dicembre 1838.
Tebe. Parte sesta: Luxor, uno dei colossi di Ramses II e il colonnato di Amenhotep III, 1° dicembre 1838.
segue fino alla parte tredicesima e poi oltre
**** ci sono delle immagini straordinarie di questo autore, spero di riprenderle come semplici immagini al di fuori di un contesto archeologico– chissà
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video, 3 min. ca — TRAILER DELLA CONFERENZA
ABATON – Philae, Bigeh e i misteri di Iside e Osiride
ABATON. Philae, Bigeh e i misteri di Iside e Osiride, a cura di Andrea Vitussi.
David Roberts (Stockbridge (Edimburgo ), 24 ottobre 1796 – 25 novembre 1864) è stato un pittore britannico.
Nato a Stockbridge, presso Edimburgo, iniziò la propria attività unendo un lungo periodo di apprendistato presso un decoratore ad un intenso studio serale della storia dell’arte, soprattutto degli impressionisti e dei romantici. Nel 1822 si trasferì a Londra, dove lavorò come scenografo per il Coburg Theatre.
Dieci anni dopo iniziò i suoi viaggi in Spagna e specialmente a Tangeri, da cui tornò nel 1833 con un consistente portfolio di disegni, schizzi e studi. Da questi bozzetti, trasse alcune delle sue opere più popolari.
Qualche anno più tardi, su pressione di Turner, abbandonò la pittura di paesaggio e il 31 agosto 1838 partì per l’Egitto con l’intenzione di raccogliere materiale per futuri dipinti.
Giunse in oriente nel 1838 e realizzò sul posto numerosi disegni ed acquerelli che vennero venduti in patria ancora prima del suo ritorno, oltre agli schizzi preparatori di quelle che sarebbero state le sue più famose litografie.
Venne ricevuto dal Muhammad Ali Pasha ad Alessandria il 16 maggio 1839, poco prima del suo ritorno a Londra.
Nel 1851, e successivamente nel 1853, si recò in Italia dove realizzò dove dipinse il Palazzo Ducale di Venezia, acquistato da Lord Londesborough, gli Interni della Basilica di San Pietro a Roma nel Natale del 1853, e Roma dal Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, donato alla Royal Scottish Academy.
Passò gli ultimi anni della sua vita in patria, realizzando alcune vedute di Londra e del Tamigi: morì di un colpo apoplettico nella cattedrale di San Paolo mentre stava realizzando un dipinto del suo interno.
Il calcolo esclude le schede bianche e nulle, come fa la Corte Elettorale per determinare i risultati elettorali; il 17% afferma di poter ancora cambiare il proprio voto.
L’oblast’ di Kaliningrad (in russo: Калининградская область?, traslitterato: Kaliningradskaja oblast’) è un’oblast’ della Russia con un’estensione di 15.125 km² e con una popolazione di 1.018.624 abitanti, comprendente un territorio pianeggiante e uniforme, exclave della Federazione russa tra la Lituania e la Polonia.
Dal 1952 la città è il quartier generale della Flotta del Baltico. Grazie al clima favorevole dell’area, a oggi Kaliningrad e Baltijsk sono gli unici due porti russi sulMar Baltico a non ghiacciare per tutto l’anno, ciò li rende di conseguenza gli unici dove poter mantenere la flotta per l’intero anno.
La città si affaccia sul mar Baltico ed è attraversato dai fiumi Pregolia e Neman. Con l’allargamento dell’Unione europea del 1º maggio 2004 confina interamente con Stati membri dell’Unione europea.
L’oblast’ di Kaliningrad comprende all’incirca il terzo settentrionale dell’antica regione storica tedesca della Prussia orientale (escluso il territorio di Memel, passato alla RSS Lituana nel 1945).
storia
Quando nel corso della propria offensiva verso Berlino alla fine della seconda guerra mondiale cominciò a occupare la Prussia orientale, l’Armata Rossa trovò un territorio quasi completamente spopolato a causa della fuga della popolazione autoctona tedesca, che temeva rappresaglie ed episodi di pulizia etnica da parte dell’Armata Rossa. La regione, precedentemente abitata da tedeschi per la quasi totalità e con piccole minoranze lituane, in pochi giorni si era letteralmente svuotata. Ben presto le autorità sovietiche ribattezzarono dapprima la regione “oblast’ di Kenigsberg” (Kenigsbergskaja oblast), per poi introdurre la denominazione attuale in seguito alla nuova denominazione del capoluogo Königsberg in Kaliningrad.
Circa 2 280 località non vennero più ripopolate e sono pertanto o scomparse o ridotte a cumuli di rovine, mentre le rimanenti 2 520 vennero ripopolate con persone provenienti da varie regioni dell’Unione Sovietica, in gran parte russi, e ribattezzate con nomi russi spesso senza alcuna correlazione con gli antichi toponimi originari, né tedeschi né lituani.
Vivono nell’oblast’ di Kaliningrad solo 8 340 tedeschi (lo 0,87% della popolazione), i quali hanno un proprio quotidiano in lingua tedesca, il Königsberger Express.
La Russia e l’exclave di Kalinigrad
La capitale Kaliningrad (430.300 abitanti), sita presso la foce del fiume Pregolja, è un grande porto commerciale unito da un canale al mar Baltico. Per la sua importanza strategica fu “fortissimamente voluta” dai sovietici durante la seconda guerra mondiale.
Da Kaliningrad parte la minaccia nucleare di Putin all’Europa: cosa sappiamo della base russa sul mar Baltico
vedi spiega sotto ( altra foto in fondo )
L’exclave tra Lituania e Polonia è l’avamposto dal quale Mosca può colpire il cuore del Vecchio Continente: da anni è certa la presenza dei missili Iskander, armabili con testate nucleari, che con la loro gittata possono arrivare fino a Berlino. E proprio la stampa tedesca si interroga sull’effettiva capacità dell’Europa di difendersi da un eventuale attacco atomico.
di Daniele Fiori | 16 APRILE 2022
MANFRED WEBER, PRES.PARTITO POPOLARE EUROPEO -IL FATTO QUOTIDIANO
Il primo avvertimento è arrivato oltre un mese fa: “L’Europa ha bisogno del proprio scudo nucleare“. È il titolo della riflessione che Manfred Weber ha scritto per il quotidiano tedesco Die Welt.
Il 49enne presidente del partito popolare europeo nella sua preoccupata analisi evidenziava due punti cruciali: come l’Europa può offrire un valore aggiunto alla difesa del Continente e come può organizzare una deterrenza nucleare di lungo periodo. La crescente apprensione della Germania di fronte a un possibile allargamento del conflitto e alla minaccia nucleare più volte prospetta da Mosca ha una ragione principale: l’exclave russa di Kaliningrad.
Un pezzo di terra vasto 15mila km quadrati, bagnato dal Mar Baltico e incastonato tra Lituania e Polonia: in altre parole, l’avamposto dal quale Vladimir Putin può potenzialmente attaccare il cuore dell’Europa. Kaliningrad dista in linea d’aria appena 530 km da Berlino.
Questa settimana, in risposta all’accelerazione di Svezia e Finlandia per l’adesione alla Nato, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia, Dmitrij Medvedev, ha commentato: “Ci si può dimenticare dei Baltici non nucleari“.
In altre parole, alla base militare di Kaliningrad arriveranno armi atomiche.
Dichiarazioni che però sono state liquidate come “niente di nuovo” dal primo ministro della Lituania, Ingrida Simonyte.
Mosca, infatti, ha già da tempo schierato testate nucleari nella sua exclave sul Baltico:
“Le attuali minacce russe sembrano piuttosto strane, quando sappiamo che già prima della guerra in Ucraina, i russi tengono le armi a 100 chilometri dal confine della Lituania. Le armi nucleari sono sempre state tenute a Kaliningrad. La comunità internazionale, i Paesi della regione, ne sono perfettamente consapevoli”, ha spiegato la premier lituana.
In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex premier svedese Carl Bildt ha espresso lo stesso concetto: “Le armi nucleari i russi le hanno già a Kaliningrad e nel Nord-Ovest del loro territorio. Ci conviviamo già“.
I timori della Germania (e dell’Europa) –
Se per i Paesi Baltici e Scandinavi quella di Medvedev è una minacciavuota, dall’inizio del conflitto la stampa tedesca ha iniziato però a interrogarsi su un punto: quanto sarebbe preparata l’Europa per un attacco nucleare? E l’intervento di Weber su Die Welt non ha fatto altro che confermare i timori:
l’attuale ombrello difensivo della Nato si basa su una struttura di intercettori dislocata in Romania e in Polonia (Aegis Ashore).
Furono ufficialmente installati per proteggere l’Europa da un eventuale attacco nucleare iraniano, ma rimasero anche dopo l’accordo con Teheran del 2015. Per questo, l’anno successivo Putin cominciò a spostare a Kaliningrad i missili Iskander, armabili con testate nucleari.
Berlino è difesa da questa struttura ma, secondo un’analisi del settimanale Focus, il sistema non reggerebbe di fronte a una pioggia di missili. Inoltre, la capitale tedesca sarebbe vulnerabile in caso di attacco con armi convenzionali.
Infatti, a fine marzo una delegazione tedesca ha fatto visita a Israele, con l’obiettivo di studiare da vicino i dettagli del sistema missilistico “Arrow 3“, utilizzato dal 2017 per lo scudo “Iron Dome”.
Per la popolazione tedesca, la presenza dei missili russi a 500 km dalla sua capitale non aveva destato preoccupazioni, almeno fino all’invasione russa dell’Ucraina.
Eppure gli Iskander hanno una portata di circa 500 chilometri, quindi potrebbero colpire Berlino come altre capitali europee: Varsavia e Copenaghen, oltre a Vilnius e Riga. Eppure la minaccia esiste da tempo, almeno dal 2016.
Quell’anno infatti, oltre allo spostamento dei vettori deciso da Putin, le immagini satellitari nella regione di Kaliningrad mostrarono lavori intorno a uno dei tre bunker presenti vicini a Kulikovo, conclusi poi nel 2018.
Hans M. Kristensen, esperto della Federation of american scientist, all’epoca scrisse: “L’esercito russo ha effettuato un’importante ristrutturazione di quello che sembra essere un deposito di armi nucleari attivo nella regione di Kaliningrad, a circa 50 chilometri dal confine polacco”.
Sempre nel 2018, destò particolare preoccupazione in tutta Europa la conferma dello stanziamento permanente di missili Iskander nell’exclave russa:
“La Russia – disse allora il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov – non ha mai minacciato nessuno”.
Le provocazioni sono continuate anche successivamente: nel luglio 2020, ufficialmente per partecipare a una parata della Marina russa a San Pietroburgo, un sottomarino nucleare russo era entrato nel mar Baltico.
L’estate scorsa Mosca ha ripetuto la stessa mossa, muovendo addirittura tresottomarini.
L’arsenale nucleare di Putin –
Oltre agli Iskander, Putin ha a disposizione anche i missili 9M729, il cui sviluppo provocò nel 2019 l’uscita degli Stati Uniti dal trattato Inf.
Se fossero lanciati da Kaliningrad, potrebbero colpire anche la Spagna e di conseguenza l’Italia.
In totale, oltre a Kaliningrad, la Russia ha altre due basi in grado di lanciare armi nucleari: una sempre a nord, a SanPietroburgo, l’altra aRostov, che si trova invece a sud, vicino all’Ucraina.
Secondo i dati in mano allo Stockholm International Peace Research Institute(Sipri), Mosca possiede circa 6.250 testate nucleari, di cui circa 4.500schierabili e 1.600 attualmente pronte a essere lanciate su missili, sottomarini o aerei.
Numeri che corrispondono a quelli diffusi a fine febbraio dal think tank Federation of American Scientist: secondo le stime, la Russia ha a disposizione 4.477 testate nucleari.
Nel dettaglio, circa 1.588 testate strategiche sono schierate su missili balistici e basi di bombardieri pesanti, mentre circa 977 testate strategiche aggiuntive, insieme a1.912 testate nucleari tattiche, sono tenute in riserva.
Giuseppe Graviano: ‘Mio nonno fece una società con Berlusconi’.
‘A fine anni ’60, lo seppi da lui dopo morte mio padre’. Incontri col Cav e carta privata
Redazione ANSA
Giuseppe Graviano –
“Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone.
Lui mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell’investimento era di 20 miliardi di lire” dell’epoca. Lo ha detto il boss Giuseppe Graviano rispondendo ai pm come teste al processo Baiardo di Firenze. Graviano ha detto di aver saputo di questi investimenti dopo la morte di suo padre, nel 1982, dal nonno Quartararo che tra il 1982 e 1983 gli avrebbe fatto conoscere Berlusconi. “Ci fu un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, io, mio nonno e mio cugino Salvo”, “ricordo una carta privata”.
La testimonianza in video collegamento di Giuseppe Graviano è stata interrota per un problema all’audio, in modo da poter perfezionare il segnale di trasmissione. Prima dell’interruzione, sempre rispondendo al pm, il boss aveva sostenuto che “c’era una carta privata” riguardo agli investimenti, che ne attestava l’esistenza. “C’erano i nomi degli investitori?”, la domanda dei pm. “C’erano, ma non posso confermare bene”, ha risposto facendo comunque capire che gli risulta anche quello di Berlusconi.
“Il 20% delle ricchezze prodotte da questi investimenti sarebbero state ritornate agli investitori”, ha anche ricordato precisando che per la sua famiglia si occupava delle restituzioni dei profitti tratti dagli investimenti “mio cugino Salvo”. “Io non ho mai ricevuto nulla da questi investimenti”. “Quando mio padre morì nel 1982 – ha aggiunto – mio nonno Filippo Quartararo mi racconta di questo investimento e mi chiede se potevo seguire questa cosa con mio cugino Salvatore. Mio padre non era interessato a questo investimento”.
Sempre secondo il racconto di Graviano, nel tempo ci sarebbero stati alcuni incontri con Berlusconi. Il pm Gestri ne chiede se li ricorda. “Uno ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano”, ha detto Giuseppe Graviano confermando quando dagli inquirenti gli fu mostrato un filmato con un appartamento individuato come luogo di questo incontro col Cav.
“C’era un residence con una piscina, era vicino a Milano. Il residence lo riconobbi ma l’appartamento no”, ha detto. Un altro incontro “può essere stato nel 1986, ero latitante. Berlusconi lo sapeva, ne parlavano tutti i giornali”.
Oggetto degli incontri? chiedono i pm. “Si parlava – la risposta – dei nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi”. Nell’incontro che Graviano fa risalire al dicembre 1993 “nell’appartamento c’ero io con mio cugino e con Berlusconi, accompagnato da una persona ma non mi ricordo chi era”. “Era un incontro per sistemare tutto” e per fissare una data “del febbraio 1994 per formalizzare i nomi delle persone che dovevano entrare nelle società”.
*** un racconto più lungo, con qualche minima differenza, lo trovate nel link de:
IL FATTO QUOTIDIANO DI OGGI, 2 OTTOBRE 2026 — 16.37
Ultimo aggiornamento: 16:37
Il boss Graviano: “Mio nonno fece una società con Berlusconi, investì 4-5 miliardi di lire. E fu lui a presentarmi il Cavaliere”
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
Finalmente, in ultimo, ho trovato dove si trova questo famoso Villaggio Arcolbaleno DOVE ORMAI SIAMO DI CASA, MA COME ANDARCI-?- magari colo con l’immaginazione–
ISOLA PRINCIPALE DI TAIWAN -IL VILLAGGIO SI TROVA NELLA ZONA CENTRO/ ORIENTALE PRESSO TAICHUNG
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
INIZIO DELLA STORIA CHE E’ PIU’ BELLA DI UNA FAVOLA– di cui tanti — azzardo tutti– abbiamo bisogno per trascinare i piedi lungo il cammino che ci tocca
Taichung, Taiwan:
Huang Yung-fu accoglie i visitatori del suo villaggio nel Taiwan centrale con le mani macchiate di vernice e le scarpe cosparse di schizzi di colore, segno del quotidiano lavoro artistico che gli ha permesso, da solo, di scongiurare l’arrivo dei bulldozer dei costruttori.
A 93 anni, l’ex soldato si alza ancora alle 3 del mattino ogni giorno per trascorrere quattro ore a dipingere le pareti del piccolo insediamento con figure colorate, da uccelli e animali a cantanti famosi e sportivi.
Conosciuto come il “Nonno Arcobaleno”, l’arte di Huang ha salvato il villaggio dalla demolizione dell’area circostante.
Cammina zoppicando leggermente e si rimbocca i pantaloni per mostrare un ginocchio
fasciato, livido per aver passato troppo tempo inginocchiato a terra a dipingere, dice.
“Cinque anni fa abbiamo ricevuto una lettera in cui si diceva che il governo voleva demolire tutto per costruire qualcosa di nuovo. Ci offrivano la possibilità di accettare un risarcimento o di trasferirci in un’altra casa”, ha detto Huang, elegante con un berretto blu scuro e una camicia dorata a collo alto in stile cinese.
“Ma non volevo andarmene. Questa è l’unica vera casa che abbia mai conosciuto a Taiwan”.
L’insediamento nel distretto di Nantun, nella città di Taichung, un tempo comprendeva 1.200 case per veterani e le loro famiglie.
( continua sotto )
Questa foto, scattata il 19 agosto 2015, mostra l’artista novantatreenne Huang Yung-fu in posa accanto a una sua opera nel Villaggio Arcobaleno, nel distretto di Nantun, nella città centrale di Taichung, a Taiwan. (AFP PHOTO / Sam Yeh)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
la storia continua:
Ma con il degrado delle abitazioni, risalenti a decenni prima, i costruttori si sono accaparrati i terreni e ai residenti sono stati offerti 2 milioni di dollari taiwanesi (61.000 dollari statunitensi) di risarcimento o nuove case.
Huang vive lì da 37 anni, rimanendo anche dopo che i suoi vicini hanno abbandonato le loro case e ne erano rimaste solo 11.
È stato allora che ha deciso di dipingere.
“Ero l’unica persona rimasta nel villaggio e mi annoiavo”, ha detto.
“Mio padre mi ha insegnato a dipingere quando avevo cinque anni, ma non l’avevo più fatto da allora.
La prima cosa che ho dipinto è stato un uccello dentro casa mia.”
continua..
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING This photo taken on August 19, 2015 shows tourists walking past artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh — RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)
la storia continua:
Huang ha decorato l’interno del suo bungalow con due camere da letto, poi i muri esterni e le case vicine che erano vuote.
L’opera d’arte, in continua espansione, è diventata una sfilata di cani, gatti, aerei e delle sue celebrità preferite, tra cui la leggenda del kung fu Bruce Lee.
Quando gli studenti universitari locali hanno scoperto il lavoro di Huang, hanno lanciato una campagna per salvare il villaggio e quattro anni fa le autorità hanno acconsentito alla sua conservazione.
Ora è una delle principali attrazioni turistiche della zona, attirando più di un milione di visitatori all’anno, per lo più provenienti dall’Asia.
“Il governo mi ha promesso che manterrà questa casa e questo villaggio”, ha detto Huang.
“Ero così felice e grato.”
Le autorità affermano di voler trasformare il “Rainbow Village” in un’area culturale designata.
TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING This photo taken on August 19, 2015 shows a tourist taking a video of herself next to artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh — RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)
TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING This photo taken on August 19, 2015 shows tourists walking past artwork by artist Huang Yung-fu, while visiting the Rainbow Village in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh — RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)
la storia..
“Il turismo è uno dei motivi per cui è importante preservarlo, ma la ragione principale è che i villaggi dei veterani sono molto speciali per Taiwan”, afferma Huang Ming-heng, segretario capo dell’ufficio per gli affari culturali di Taichung.
“Purtroppo la maggior parte di essi è stata demolita, quindi è importante preservare questa memoria storica”.
In una torrida mattinata di martedì, turisti di tutte le età si scattano selfie davanti ai murales.
“Penso che siano opere grafiche straordinarie: questo luogo dovrebbe essere preservato”, ha detto Hsiao Chi, 19 anni, studentessa di Taipei.
“I colori e i disegni sono davvero speciali”, ha aggiunto Ivy Ng, 30 anni, di Hong Kong, in visita a Taichung con la sua famiglia.
TO GO WITH Taiwan-art-village,Feature by Laura MANNERING This photo taken on August 19, 2015 shows a general view of the settlement known as the Rainbow Village, decorated by artwork by 93-year-old artist Huang Yung-fu, in the Nantun district of Taiwan’s central Taichung. Huang greets visitors to his village with paint-stained hands and shoes spattered with flecks of colour, a sign of the daily artistic labour that has seen him single-handedly stave off the developers’ bulldozers. At 93 years old, the former soldier still gets up at 3am every day to spend four hours daubing the walls of the small settlement with colourful figures, from birds and animals to celebrity singers and sportsmen. AFP PHOTO / Sam Yeh — RESTRICTED TO EDITORIAL USE, MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION, TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read SAM YEH/AFP via Getty Images)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: A colourful mural at the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
fine della storia:::
Originario di Hong Kong, Huang si unì all’esercito nazionalista del Kuomintang (KMT) nel 1946 per combattere le truppe comuniste nella Cina continentale durante la guerra civile.
Quando il KMT fu sconfitto nel 1949, molte truppe seguirono il suo leader, Chiang Kai-shek, mentre fuggiva a Taiwan.
Furono alloggiati temporaneamente in centinaia di villaggi militari appositamente allestiti in tutta l’isola, una soluzione provvisoria mentre i nazionalisti si riorganizzavano.
Ma con l’inasprirsi del controllo comunista sulla terraferma, queste abitazioni temporanee divennero permanenti.
Il Ministero della Difesa Nazionale afferma che molti villaggi sono stati demoliti perché i residenti desideravano migliori condizioni di vita.
Ma alcuni lamentano la perdita delle vecchie comunità.
“Quando se ne vanno, le persone si sentono isolate”, ha detto Kang Han-ming, un ex marine che gestisce la fiorente attività del Villaggio Arcobaleno e si batte per proteggere gli insediamenti rimanenti.
TAICHUNG, TAIWAN – JULY 22: Tourists visit the Rainbow Military Dependents’ Village on July 22, 2013 in Taichung in Taiwan. The village, one of more than 800 settlements built for retired Chinese soldiers after World war II, has become a distinctive tourist attraction after a retired soldier, Huang Yung-fu, painted hundreds of brightly coloured murals. (Photo by Lam Yik Fei/Getty Images)
conclusione della storia:
Sentono di non avere radici. Ecco perché molti veterani anziani che si trasferiscono in edifici nuovi si ammalano”.
Il Ministero della Difesa si è ora impegnato a preservare gli ultimi 13 villaggi come aree culturali.
L’artista Huang dice di non stancarsi mai della routine mattutina che è servita a salvare la sua casa: un bungalow stipato di colori, pennarelli e cimeli.
Il Nonno Arcobaleno si siede su una sedia all’ombra e osserva la folla.
“Mi piace parlare con loro e mi dicono che i quadri sono bellissimi. Con tutti questi visitatori non mi sentirò mai solo.”
UNA RARA IMMAGINE DEL VILLAGGIO TROVATA PER CASO ALLA FINE:
QUI SI RACCONTA DI NUOVA LA STORIA DA PARTE DI: Kiran Mehta.
DA: un sito indiano che organizza viaggi nel ” RAIBOW VILLAGE ” — VILLAGGIO DELL’ARCOBALENO
ce ne sono altre – foto del paesino- che vorrei mostrarvi ma Cenerentola sta rotolando in una zucca direttamente nel lettino che la matrigna le ha assegnato. Domani quizàs.. ci saremo già scordati della Villagio Arcobaleno e del suo nonnino così ostinato a proseguire la sua lotta per mantenere in piedi e pieno di gente il suo villaggio: ” lui era sempre abitato lì e non capiva perché dovesse andarsene, ma voleva avere qualcuno con cui parlare. Adesso i turisti gli chiedono di raccontare la sua vita, ognuno almeno una volta e lui è ben felice. Così siamo felici an che noi.
Borgo dei Parrini è una piccola frazione rurale situata all’interno del comune di Partinico (PA) in Sicilia, Italia.
Borgo dei Parrini nasce agli inizi del ‘600, quando i sacerdoti della Compagnia di Gesù, detti in dialetto siciliano “parrini”, decisero di comprare dei terreni vicino a Partinico.
Agli inizi del 1700, i Gesuiti costruirono torrette di avvistamento, magazzini, case e una piccola chiesa dedicata a Maria Santissima del Rosario. L’Ordine dei Gesuiti fu soppresso e la proprietà passò al principe francese Henri d’Orléans.
Nel secondo dopoguerra la maggior parte della popolazione locale si trasferì nelle città, e di conseguenza il borgo rimase in parte abbandonato. Il degrado avvenuto perdurò fino alla fine degli anni Novanta, quando, per iniziativa dell’imprenditore Giuseppe Gaglio, ha lentamente preso il via un recupero “originale” che ha coinvolto il piccolo borgo.
casa gialla e casa blu
riproduzione di vari campanili sparsi per l’Italia
una sola immagine di Partinico e i suoi vigneti
— da Getty Images
Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.
Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un aggettivo del presente.
Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.
E’ uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black out all’aeroporto, un maxitamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.
Durante conversazioni segrete che si svolgono di notte sui tetti di Tel Aviv, i meccanismi alla base dello sterminio di massa pianificata da Israele ai danni dei civili palestinesi a Gaza vengono svelati proprio da coloro che li hanno progettati e messi in atto.
La Russia durante la seconda guerra mondiale quando sconfisse il nazismo ed entro nei campi si concentramento si chiese come fosse possibile che nessuno sapesse cosa accadesse lì dentro, ragion per cui negli stessi treni in cui venivano deportati gli ebrei furono fatti salire i cittadini tedeschi e non solo e costretti a camminare nei campi si concentramento per vedere con i loro occhi cosa era stato capace di creare il nazismo e la barbarie umana.. noi oggi abbiamo assistito costantemente a quello che è successo in Palestina ma bisogna andarci di persona per vedere realmente cos’è tutto quello che raccontano in questo film – dovremmo essere “ deportati” in questi luoghi per vedere la barbarie umana di cosa è capace perché soltanto così possiamo realmente indignarci e dire basta con le guerre…
un giorno saremo giudicati sul bene che non abbiamo fatto..
Dee è nata il 10 giugno nel South Norfolk, a Spooner Row, Wymondham, Norfolk nel 1957.
Spooner Row
NORFOLK
Le opere di Dee Nickerson esplorano la vita in campagna e le attività che le piacciono come cucire, andare in bicicletta, camminare e contemplare la vita. I ricordi di Dee di Norfolk hanno una grande influenza sulla sua opera d’arte.
Dee Nickerson utilizza più spesso acrilici e pastelli e sta valutando la possibilità di espandersi nella ceramica e nell’incisione.
Dal 1° ottobre 2026 al 7 febbraio 2027, le Gallerie d’Italia – Torino ospitano “Luca Campigotto. Wandering Europe”, la mostra curata da Walter Guadagnini nell’ambito del progetto “La Grande Fotografia Italiana”, coordinato da Roberto Koch.
Oltre sessanta immagini per raccontare la geografia, la storia e le identità dell’Europa
Nato a Venezia nel 1962, Luca Campigotto vive tra Milano e New York. Dopo la laurea in Storia Moderna, con una tesi sulla letteratura di viaggio nell’epoca delle grandi scoperte geografiche, si è dedicato alla fotografia di paesaggio, realizzando progetti in tutto il mondo. Ha esposto in numerosi musei e istituzioni internazionali, tra cui la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, la Somerset House di Londra, il Canadian Centre for Architecture di Montreal, il MART di Rovereto e il MAXXI di Roma, e ha partecipato a più edizioni della Biennale d’Arte di Venezia.
A otto giorni dal terzo anniversario del massacro del 7 ottobre la responsabilità del fallimento delle forze di sicurezza e del governo israeliano restano il tema predominante dello scontro elettorale in Israele.
Con Benyamin Netanyahu al centro della bufera sui presunti avvertimenti ricevuti prima dell’attacco. Mentre il premier israeliano, riferiscono i media, sarebbe volato ieri negli Emirati per cercare di convincerli a smentire di averlo preallertato sull’operazione di Hamas, si consuma uno scontro anche con l’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar. Netanyahu continua ad attaccarlo per non averlo informato sugli allarmi da Gaza. Ma Bar rilancia e lo denuncia: “Lo avvertii di un disastro imminente di proporzioni senza precedenti, ma lui lo ignorò”. Channel 12 domenica sera ha rivelato una visita segreta, di sole poche ore, del premier ad Abu Dhabi per un colloquio privatissimo con il presidente Mohammed bin Zayed. E lunedì mattina di buon’ora l’Ap ha scritto che lo scopo dell’incontro era di chiedere al sovrano di negare pubblicamente di averlo avvertito, prima del 7 ottobre, sulle intenzioni di Hamas. Una richiesta legata all’inchiesta del quotidiano Haaretz degli inizi di settembre che rivelava una telefonata di avvertimento durata 45 minuti di bin Zayed a Netanyahu. Telefonata che l’ufficio del primo ministro smentì immediatamente, mentre Abu Dhabi, pur non commentando l’esistenza della chiamata, si limitò a parlare di canali di comunicazione diretti con Israele con la condivisione di “tutte le informazioni di intelligence rilevanti”. Abu Dhabi non ha negato il faccia a faccia, diversamente da come fece a marzo durante la guerra con l’Iran per un’altra visita super riservata del premier israeliano. Mentre l’ufficio di Netanyahu, a soli due minuti dall’inizio dei telegiornali delle 20 del lunedì, ha diffuso una nota annunciando una denuncia contro Channel 12, accusata di “aver messo in pericolo la vita del premier mentre era sul volo di ritorno a Tel Aviv”.
Il comunicato inoltre fornisce dettagli che finora non erano trapelati: “Della delegazione israeliana ad Abu Dhabi facevano parte anche il capo del Mossad, il capo del Consiglio di sicurezza, il generale Guy Markizano, il segretario militare, il capo della divisione per la sicurezza dello Shin Bet”.
In difesa di Bar è intervenuto intanto Gadi Eisenkot, principale avversario di Netanyahu alle urne: “Il premier ha perso la testa, sul 7 ottobre mente”.
Intanto, che sia vera o no la richiesta di Bibi all’amico bin Zayed di supportarlo e se vi sia stato un accordo, il dato di fatto è che le relazioni tra i due Paesi si sono di molto rafforzate dopo i bombardamenti di Teheran su entrambi gli Stati. Tanto che diplomatici emiratini hanno dichiarato a Ynet che la decisione israeliana di fornire un sistema di difesa Iron Dome (con operatori dell’Idf, ndr) in tempo di guerra “non sarà mai dimenticata”, ed “è importante sapere chi sono i tuoi amici nei momenti di bisogno e chi no”.
L’amicizia, che non esclude gli scambi di favori, è stata dimostrata platealmente anche nei giorni scorsi: con gli Emirati uno dei due Paesi arabi insieme al Bahrein che non ha abbandonato la sala dell’Assemblea Onu durante il discorso di Netanyahu.
Nel frattempo il Wall Street Journal ha riportato a galla notizie già emerse, riferendo che il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel avrebbe telefonato a Netanyahu all’inizio di ottobre 2023 per avvertirlo dell’imminente attacco.
Il premier in un lungo post su X dichiara falsa la circostanza e incolpa della menzogna “Stati stranieri ostili, compresi Paesi arabi, che hanno l’obiettivo di far cadere il governo di destra e sostituirlo con uno di sinistra” a favore della Palestina.
Netanyahu da bin Zayed per discutere di relazioni bilaterali
Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ha discusso delle relazioni bilaterali durante la visita di domenica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel Paese del Golfo: lo riporta l’agenzia di stampa statale emiratina Wam, prima conferma da parte degli Emirati Arabi Uniti della visita di Netanyahu.
SASSONIA-
In Germania esistono ben tre stati federati (Bundesländer) che contengono il nome “Sassonia”.
SASSONIA -CAPITALE E’ DRESDA — qui si trova la città di Kamenz dove è nato l’artista- Si tratta della Germania dell’Est– come le altre due ” Sassonia ”
Stato Libero di Sassonia (Sachsen): È la Sassonia “principale” o storica, situata nel sud-est del Paese, al confine con Polonia e Repubblica Ceca. Il capoluogo è Dresda, e Kamenz fa parte proprio di questo Land.
Sassonia-Anhalt (Sachsen-Anhalt): Si trova più a nord-ovest rispetto alla Sassonia. Il suo capoluogo è Magdeburgo.
Bassa Sassonia (Niedersachsen): È un grande stato situato nel nord-ovest della Germania, con capoluogo Hannover
Le recenti e le attuali mostre di Baselitz in Italia, nonché la scomparsa dell’artista il 30 aprile scorso a 88 anni, sono e sono state occasioni per risalire anche alle origini della sua vicenda. Nel 2017, a Palazzo delle Esposizioni di Roma, i curatori Max Hollein e Daniela Lancioni riportarono sul campo di battaglia gli «Eroi» sconfitti, un ciclo dipinto nel 1965-66. A Venezia, sino al 27 settembre, la Fondazione Giorgio Cini ospita ora i suoi «Eroi d’Oro», una recente serie di dipinti monumentali, in una monografica curata da Luca Massimo Barbero; a Firenze il Museo Novecento sino al 13 settembre, in una retrospettiva curata da Sergio Risaliti, ripercorre attraverso 170 opere l’opera grafica, versante in cui l’artista tedesco ha offerto prove superbe, come si conviene a un grande maestro tedesco della xilografia e della calcografia. Abbiamo così imparato a conoscere questo complesso artista (che ha trascorso lunghi soggiorni in Italia) dalle origini, che affondano nelle ceneri della Germania sconfitta e divisa, nella Ddr dove, ricordava lo stesso Baselitz, «non si era verificata solo una distruzione esteriore, ma erano spariti anche tutti gli insegnanti, tutti gli eroi, tutti gli artisti di grande fama. Non solo non erano più fisicamente presenti, ma erano stati cancellati anche dalla letteratura. E quando arrivai [a Berlino] dall’Est nel 1957, (…) non sapevo chi fosse Kandinskij, non avevo mai sentito il nome di Paul Klee. Sapevo di Picasso, ma era più o meno tutto lì».
Hans-Georg Kern (questo il suo vero nome) nasce nel 1938 a Deutschbaselitz, un villaggio della Sassonia, da cui avrebbe tratto il suo nome d’arte. Suo padre, un insegnante, è un convinto nazista. Ha sette anni nel 1945 quando i bombardamenti degli Alleati radono al suolo Dresda: «Sono cresciuto in un ordine distrutto, un paesaggio distrutto, un popolo distrutto, una città distrutta». Studia alla Scuola Superiore di Arti Figurative e Applicate di Berlino Est, da cui viene espulso nel 1956 per «immaturità sociopolitica». Nel 1957 viene ammesso alla Hochschule di Berlino Ovest, dove si trasferisce nel 1958, tre anni prima della costruzione del Muro. Lascia un territorio governato da un regime totalitario per trasferirsi in un territorio dell’arte dominato da regole altrettanto ferree, quelle di un mercato e di una moda da cui era, in quegli anni, assai difficile trasgredire. Disprezza quegli artisti tedeschi, come Sigmar Polke, che si allineano alla Pop Art: «Era un’arte senza problemi. Caricaturava o si fondava sulla cosiddetta “società dei consumi”. Solo che in Germania non c’era una società dei consumi, ma c’era sempre un problema: ci si può permettere un frigorifero? (…). Ho profondamente disprezzato Richter e Polke. Quest’ultimo ancora di più».
D’altro canto, la visita alla mostra «The New American Painting», curata da Alfred Barr, direttore del MoMA di New York, e approdata alla Hochschule di Berlino nel 1958, gli conferma tutti i suoi dubbi circa l’attualità, o meglio, la necessità di un Informale che in Europa era ancora il movimento internazionale dominante. Di Pollock ammira il coraggio nel misurarsi con i grandi formati; lo colpisce meno De Kooning, il più europeo (e non solo per le origini anagrafiche) degli espressionisti astratti americani. Alcuni critici hanno rilevato una possibile influenza dell’Astrattismo frammentato del primo Philip Guston, altro protagonista della mostra, sui suoi futuri «Quadri-frattura». Che fare, allora? Occorreva «essere tedesco», benché fosse difficile in quegli anni in cui «gli artisti tedeschi, come diceva uno di loro, Markus Lüpertz, sono i negri d’Europa».
Germania pandemonica
«Dal XIX secolo [allorché fecero la loro comparsa le categorie di classico e di romantico] due grandi correnti si oppongono: la tradizione idealista (…) e i movimenti che provengono dal realismo e hanno radice nel buon gusto borghese, che essi stessi esprimono o mettono in questione (…). La tradizione realista si perpetuava nell’arte romantica. (…) L’artista del primo tipo è membro di un’élite teorica, frequenta le belle arti più da intellettuale che da artigiano. L’altro tipo di artista è un individuo la cui arte è più autobiografica e immediata e fa riferimento più alla mitologia che alla letteratura. La storia dell’arte tedesca è fatta di individui di quest’ultimo tipo: artisti romantici. (…) L’ironia e la distorsione aiutano l’artista nella sua ricerca d’identità. Questi due caratteri, che vengono spesso qualificati come “espressionisti”, fanno parte integrante dell’arte tedesca di questo secolo». Così scriveva Sigfried Gohr, lo storico dell’arte, critico e curatore più vicino, in quegli anni, alla generazione di quelli che definiamo ancora oggi «neoespressionisti», in un articolo pubblicato in Italia nel 1982 da «Flash Art».
In una fase storica nella quale il pensiero postmoderno si soffermava su quel concetto di «identità culturale» per tanti anni messo al bando dall’internazionalismo modernista e concettualista, Gohr segnalava Baselitz come un capofila, un artista per cui «la conservazione di una facoltà d’identificazione “realista” era una delle condizioni di possibilità del proprio lavoro pittorico (…) Questo partito preso è nella linea dell’individualismo che caratterizza i pittori tedeschi quando non si piegano ai modelli che gli vengono dall’Ovest (…). L’“Io” diventa il tema stesso della pittura. L’“Io” diventa uno spazio abitato».
Chi è, dove vive, che forma ha quell’«io» nella Germania degli anni Sessanta e Settanta, gli anni della formazione e della prima emersione di Baselitz? L’«Io» di Baselitz è «paesaggio di sé stesso» perché è un «Io» che, prima di essere stato conquistato e distrutto, è stato egli stesso distruttore e conquistatore. Esemplare, in tal senso, il suo racconto di quando, dodicenne o poco più, scava nei pressi del suo villaggio: «Ho trovato frammenti d’argilla e vasi interi, che il nostro insegnante ha detto risalissero a tremila anni prima e fossero di origine slava. Quelle urne erano state sepolte dagli antenati degli abitanti della vicina Wendischbaselitz», cioè un’enclave slava i cui bambini venivano aggrediti da quelli di Deutschbaselitz, «noi tedeschi eravamo gli stranieri nel luogo in cui ci trovavamo».
L’«Io» di Baselitz, s’è detto, non rientra nelle norme di alcun regime filosofico, culturale o politico. Prima studia le espressioni artistiche dei disabili mentali; poi, poco più che ventenne, nel 1961 e nel 1962, insieme a Eugen Schönebeck scrive il Primo e il Secondo manifesto pandemonico. Li abbiamo rivisti nella citata mostra nel 2017 nel Palazzo delle Esposizioni: sono stampati in litografia e sono costituiti da versi poetici riecheggianti gli umori e lo stile di Artaud, Lautréamont, Beckett e dello stesso Gottfried Benn: «I poeti giacevano nel canale di scolo, i loro corpi nella palude. La saliva di tutta la nazione galleggiava sulla loro zuppa».
Ecco l’incipit di questa mappa esistenziale e poetica, parole addossate e intrecciate alle quali si aggrovigliano le contorsioni e le presenze figurali di Baselitz, corpi composti di grumi e filamenti: «Nei miei occhi vedo l’altare della natura, il sacrificio della carne, i resti dei pasti nel water, l’esalazione delle lenzuola, il sangue sui monconi e sulle radici aeree, la luce orientale sui denti orientali dei belli, cartilagine, forme negative, macchie d’ombra, sfilate di epilettici». Tornano alla mente i versi di Benn nella raccolta Morgue: «Avanti, solleva pure la coperta/Guarda, questa massa di grasso e di putridi umori/per qualche uomo un tempo era gran cosa/e si chiamava anche ebbrezza e rifugio».
Scandali e reduci
Prima di scandalizzare il pubblico e la critica con una sua scultura in legno che, allestita nel Padiglione della Germania Ovest alla Biennale di Venezia del 1980, sembrava accennare a un saluto nazista, e prima di lanciarsi in dichiarazioni politicamente scorrette (come quando, in un’intervista del 2013 a «Der Spiegel», affermò che «le donne non dipingono molto bene. È un dato di fatto»), l’artista fu al centro di un clamoroso caso di censura già in occasione della sua prima personale.
È il 1963 e tra i quadri esposti alla Galleria Werner & Katz di Berlino appaiono «La grande notte in bianco» e «L’uomo nudo». Nel primo, una figura macrocefala in pantaloni corti (un militante della Gioventù hitleriana o di un’organizzazione giovanile comunista? Un boy scout?) dotata di un enorme pene preferisce nascondersi in un bosco e masturbarsi anziché dedicarsi alle edificanti attività dell’organizzazione (o della Nazione?) a cui appartiene.
Altrettanto fuori scala, nell’altra opera, è il membro in erezione che svetta dalla carne imputridita di un baconiano uomo disteso.
Le opere vengono sequestrate dalla Procura della Repubblica Federale. «Era uscito un articolo su un poeta irlandese, si chiamava Brendan Behan, che aveva fatto una messinscena, una lettura dal palco delle sue poesie, ubriaco come sempre, facendo vedere il pisello che gli fuoriusciva dai pantaloni e questa era una terribile provocazione»: così Baselitz ricostruiva le origini di quel quadro in un suo scritto pubblicato nel catalogo della retrospettiva a cura di Norman Rosenthal e a lui dedicata dal Museo Madre di Napoli nel 2008.
Se la creatura deforme di «La grande notte in bianco» potrebbe appartenere alla stessa specie di Oskar, il protagonista de Il tamburo di latta di Günther Grass o dei nani nichilisti nel film di Werner Herzog del 1970, i successivi soggetti dei dipinti di Baselitz hanno altre parentele.
Nel XVI secolo i pittori manieristi anticlassici, Pontormo e Rosso Fiorentino tra gli altri, cercavano nelle incisioni provenienti dalla Germania düreriana destabilizzanti soluzioni stilistiche e formali. Nel 1965, borsista a Firenze, Baselitz trae dalla pittura manierista importanti indicazioni sul trattamento della figura. Individuava nel Manierismo della prima metà del ’500 quella trasgressione ai canoni classici, la devianza rispetto alle certezze offerte dalla natura e dalla sua ricomposizione in regola.
Leggendo i saggi sull’arte e la letteratura manierista di G.R. Hocke, pubblicati tra il 1959 e il 1965, Baselitz concorda con il fatto che:
«l’atteggiamento manieristico è l’atteggiamento della crisi, dell’angoscia cosmica, combinato con una tendenza a dominare artificialmente queste stigmate demoniache. L’asse mediano di questa gestione è il dubbio circa l’armonia e l’ordine dell’universo (…). Allora interviene, come correttivo intellettuale, la reversione, cioè la tendenza a delimitare il demonico, per mezzo di costruzioni artificiali, nelle figure esorcistiche, sebbene bizzarre, di un’algebra razionale».
Un’opera chiave di questa nuova fase di ricerca di Baselitz è «I grandi amici» (1965), dominata da due figure in piedi, isolate l’una dall’altra, sullo sfondo di una scena apocalittica; la bandiera della loro patria giace afflosciata ai loro piedi. Il dipinto appare nella personale del 1965 da Rudolf Springer a Berlino.
Nello stesso anno prende vita il ciclo di quelli che, dagli anni Settanta in poi, vengono intitolati «Eroi». Come «I grandi amici» hanno grandi corpi sormontati da piccole teste, simili, appunto, alle sproporzionate anatomie manieriste. Vagano, attoniti, in campagne e paesaggi desolati; indossano lacere vesti, divise di reduci sconfitti ridotte a stracci, barcollano, talora hanno la patta dei pantaloni aperta. Ma non urlano, non si disperano. Sono le «figure esorcistiche», è questa la delimitazione del «demonico» di cui scriveva Hocke?
Se ne può probabilmente cogliere la connessione, al di là dell’abbigliamento, con la diffusa iconografia del lanzichenecco, il mercenario, che con il suo esuberante abbigliamento, nel ’500 diventa figura immancabile ai piedi di crocifissioni, nelle scene di martirio o anche di convivio, oppure soggetto di allegorie della vita, dell’amore e della morte.
La sua stravagante «non-divisa» si presta magnificamente al repertorio calligrafico dei grandi bulinisti, da Dürer, appunto, a Urs Graf, virtuoso del taglio dolce e della sgorbia che divideva la sua vita tra arte e guerra, anch’egli come mercenario. Sta di fatto che uomini preposti all’omicidio, allo stupro e al saccheggio interpretano il paradosso, in arte, di cristallizzarsi in elementi «decorativi».
Sono di questa specie i «nuovi ornamenti» di cui parlava Baselitz a proposito dei fini della sua pittura? Ma in Baselitz si stratificano in un continuo gioco di specchi tra artisti ed epoche. E se l’uso del camaïeu nelle sue opere grafiche di quel periodo, cioè il «chiaroscuro» che impreziosiva le xilografie di Ugo da Carpi nel XVI secolo, è un altro indizio dei suoi legami con l’arte italiana agli albori del Manierismo, l’artista ha dichiarato:
«Gli Eroi sono stati creati a Berlino. C’è un quadro chiave che li ha preceduti, “Il Matto di San Bonifacio – o Ludwig Richter sulla strada per il lavoro”. L’ho realizzato a Firenze, perché ero interessato ai tedeschi che erano stati lì prima. Uno di loro era Karl Stauffer-Bern, un artista paragonabile a Max Klinger (…). Aveva portato con sé in Italia una ricca ereditiera svizzera. Fu uno scandalo, e la famiglia li fece internare entrambi nell’ospedale psichiatrico di San Bonifacio a Firenze. In ogni caso, questo primo quadro era basato su di lui». Il brano è tratto da una conversazione con Kosme de Barañano, curatore della «Baselitz Academy» (organizzata dalla Gagosian Gallery all’Accademia di Venezia nel 2019), pubblicata nel catalogo edito in quell’occasione.
George Baselitz ci ha lasciati da pochi giorni, e alla Fondazione Cini di Venezia il ciclo “Eroi d’oro” raccoglie il testamento visivo di un artista che ha fatto della figura capovolta una forma assoluta, sospesa tra spiritualità e rovina. L’articolo di Maurizio Cecchetti.
L’uomo a testa in giù: l’icona di Baselitz che l’artista tedesco ha trasformato in una sorta di brand. Così anche in quest’ultima mostra Eroi d’oro che si è aperta all’Isola di San Giorgio a cura di Luca Massimo Barbero, nuovo presidente della Fondazione Cini. Inaugurazione col convitato di pietra: Georg Baselitz ha delegato alle opere ogni dovere di presenza, lui infatti dal 30 aprile veleggia verso le isole dove la mitologia ha dato casa agli eroi e ai giusti. Come stava accadendo almeno da una decina d’anni, anche il formato delle tele si è di volta in volta accresciuto e in questa occasione ha raggiunto i quattro metri di altezza. L’oro sembra unire spazio e corpo umano, l’uno incastonato nell’altro: il segno che delimita la figura su cui si agitano vortici di colori è simile a un’incisione rupestre. Anche se rappresentano uno spazio mistico, come nella pittura bizantina o nel Medioevo, queste tele gigantesche sembrano specchi di Alice che attraversano i mondi. Anche qui, per l’ultima volta, figure capovolte. Un principio di autenticazione della pittura prodotta dall’artista tedesco lungo i decenni.
Baselitz è emerso sulla scena internazionale con un manipolo di artisti tedeschi poi detti neoespressionisti, che reagivano alla crisi internazionale dell’arte astratto-concettuale verso la fine degli anni Sessanta annunciando l’imminente ritorno alla pittura. Era una lingua teutonica, che diventava il verbo Sturm und Drang dei cosiddetti Neue Wilde o Nuovi Selvaggi, e accomunava artisti come Gerhard Richter e Kiefer, Immendorff e Middendorf, Hödicke e alcuni loro discepoli (Lüpertz, Fetting, Zimmer) e altri di area svizzera e austriaca, come Disler e Anzinger. In Italia rispondeva la Transavanguardia, che Bonito Oliva avrebbe poi tentato di trasferire sul versante internazionale cooptando appunto anche il neoespressionismo tedesco e pittori americani come Schnabel e David Salle (anch’egli con una mostra a Venezia in queste settimane ospitata nell’altra sede Cini, poco distante dalle Gallerie dell’Accademia).
Sono pochi gli artisti che hanno avuto il privilegio di “tirare delle conclusioni” sul proprio lavoro. Anzi, alcuni artisti hanno il terrore al solo pensiero che il loro percorso abbia una fine. Se Baselitz ha lavorato a queste dieci tele con quel pensiero, chi guarda non può rinunciare a chiedersi che cosa doveva compiersi. Una espressione apocalittica, pronunciata da Cristo sulla croce, poco prima di spirare, “Tutto è compiuto”, per quel che si può indurre era riferito a quanto le sacre scritture avevano profetizzato del Salvatore. Ma se lo vediamo come il momento dove il mondo si apre sull’abisso che porta l’Eroe morto in croce dentro l’Ade, nello Sheol, come dicono gli ebrei, il regno della morte, anche in questo caso vale più di prima il tutto è compiuto. Da lì non si torna, perché l’inferno probabilmente è questa coscienza di “essere morti” e non poter rimediare.
Mi sono sempre chiesto se dipingere figure a testa in giù avesse un valore etico per Baselitz, ma l’artista più volte ha dichiarato che quella “forma” (di questo stiamo parlando, non dell’illustrazione di una posa) fu un modo scelto per attirare l’attenzione, per farsi notare. Troppo banale, quasi americano nello scopo utilitario a cui veniva piegato qualcosa che non è un’assoluta novità per la pittura. Per esempio san Pietro segue il suo Signore sulla stessa strada della croce, ma viene crocifisso a testa in giù. Non fu, come si potrebbe pensare, una umiliazione inflitta dalla legge romana, ma una scelta: san Pietro volle sì seguire il suo padrone, ma umilmente non si sentiva degno di morire nello stesso modo. Per i romani crocifiggere un uomo a testa in giù era una punizione più dolorosa che doveva rappresentare un monito per chi fomentava rivolte. San Pietro scontò dunque il rincaro di prezzo perché il suo Signore da alcuni era considerato colui che avrebbe rovesciato il potere romano.
Ma questo rincaro c’è forse anche nella pittura di Baselitz? Un sovrappiù di tragicità? Difficile accettare l’idea che Baselitz avesse in mente una scelta così banale, farsi notare dalla critica, quando la figura a testa in giù ha indubbi valori “critici” fin dall’antichità. Sette anni fa, nuove tele di Baselitz vennero esposte alla Galleria dell’Accademia; il pittore tedesco, a differenza di Kiefer ultimo periodo, non ha mai ceduto, sia pure ripetendosi, al manierismo di chi raggiunta la fama ripete se stesso. In quella mostra ancora figure capovolte, nude oppure ritratti, segnate da una tavolozza assai più fredda, che spaziava dal grigio all’azzurro, da cui emergevano figure di un rosa pallido, attraversate da tracciamenti che diventano le linee costruttive di scale che i nudi scendevano, ma in realtà, trovandosi a testa in giù, era un moto ascendente a tutti gli effetti. Una idea che lontanamente mi ricorda il modo con cui Duchamp volle sconfessare la visione retinica della pittura realista, proponendo un nudo che scendeva le scale frammentandosi in tante schegge come uno specchio rotto (ed era già un superamento compiuto del cubismo).
Le figure capovolte si fanno notare di più così o se appaiono come sono in una relazione col reale? La cosa non deve essere giudicata solo come una furbizia (anche se forse lo fu in parte). Ma sarebbe quasi una boutade. Dilemma nannimorettiano del vengo e me ne sto in disparte o non vengo per niente? Altra pasta, altra epoca. Baselitz, a metà degli anni Sessanta, aveva dipinto un ciclo di eroi, figure titaniche, che emergevano esuberanti come un tubero catapultato fuori dalla terra, una sorta di tartufo pittorico che annunciava il parto di un nuovo tipo umano, i cui sentori non avevano ancora bisogno di potenziarsi capovolgendo il loro corpo e tornando dentro il grembo che li aveva partoriti. Era ancora, Baselitz, un artista memore della mitologia tedesca ritrovata da Beuys fino alla celebre piantumazione di settemila querce la cui opera venne terminata dal figlio dopo la morte dell’artista. Anche se poi Georg ne rifiutò la lezione. Le figure di Baselitz erano in realtà uomini-arborei, dendriti che vivevano sugli alberi e ne assumevano l’aspetto, abitatori, o meglio, figli di una umanità che non aveva ancora sposato la civiltà occidentale, ed esibivano corpi mitici cosparsi di nodi e fibre muscolari ritorte. Fu una grande anticipazione che la pittura ci dava di un talento artistico capace di trasfigurare il mondo, mentre sembrava che tutto fosse stato detto e niente si potesse inventare. Per questo non si giustifica molto l’affermazione dell’artista secondo cui un bel giorno provò a capovolgere un quadro e tutti notarono quella bizzarria, cominciarono ad accorgersi di lui convincendolo a perseverare fino a farne un suo marchio di fabbrica.
Baselitz è pittore coltissimo, lo si vede nei disegni degli anni Sessanta. Non dipinge d’istinto, la sua pittura è testa e viscere, come gran parte dei pittori neoespressionisti tra gli anni Settanta e Ottanta. Ed è per questa meditazione sulla forma e sul segno scaturiti da dentro come un impulso vitale che la pittura tedesca dell’epoca incarna un momento fondamentale della storia dell’arte del secondo Novecento. Si può porla in relazione alla corrosiva opera antitotalitaria giocata dalla cultura occidentale verso la Cortina di ferro istituita dal comunismo sovietico e incarnata visivamente dal Muro di Berlino. Muri, mattoni, pietre, cortine comparivano anche nella pittura di Baselitz e dei suoi compagni tedeschi degli anni Sessanta, che stavano pagando ancora come inibizione della mente l’essersi macchiato il popolo tedesco sotto il nazismo della peggior colpa morale che l’uomo potesse immaginare. Anche Kiefer aveva cercato una strada liberatoria da questo fardello rappresentando figure intente al saluto nazista.
Baselitz confessò più volte il suo stupore di fronte al fatto che il “rovesciamento” della figura non fosse diventata una forma “di scuola”, cioè che non fosse imitata da altri. Perché non riusciva a comprendere che fosse mancata una evoluzione che, a dire il vero, fuori dal suo orizzonte individuale sarebbe poco credibile? Baselitz è un unicum; non sarà mai il creatore di una scuola. Baselitz si è ritrovano negli ultimi decenni a ripetersi: il ciclo del 2018, proprio per la riduzione della tavolozza ricca e debordante degli anni d’oro e del secondo decennio di questo secolo, sia pure con una maggiore artificiosità e freddezza mentale (dalle Negatives Pictures in bianco e nero del 2004-2007 ad altri “negativi” dove torna il colore nel 2012), richiama una sorta di nebulosa spaziale, come il venire alla luce dalla notte cosmica di vere e proprie apparizioni “a testa in giù” (i toni, pur diversi, evocano i quasi monocromi di alcune xilografie di metà anni Sessanta, che testimoniano un rapporto coi maestri antichi).
Figure angeliche, misteriose, sembrano stare sospese sopra di noi, speculari alla nostra condizione gravitazionale. Trattandosi di un pittore colto (nei disegni fine anni Cinquanta si vede il rapporto con la pittura rinascimentale di Giovanni di Paolo, delle Madonne di Rosso Fiorentino e Pontormo, del Beccafumi, ma prima ancora di Leonardo e Raffaello: come abbiamo detto, per altre strade l’oro ci porta indietro ai bizantini e ai medioevali, ma Baselitz è un divoratore di pittura e fra le sue pietanze preferite moderne ci sono ovviamente i pittori espressionisti tedeschi, ma anche l’insospettabile Bonnard). Forse si può vedere, soprattutto nell’aumento di misura dei formati su cui dipinge, nel gigantismo che accomuna un altro grande nome tedesco in questi ultimi anni, Anselm Kiefer, una tendenza all’accademismo come linguaggio della grandeur. Ma più è grande il cielo di Icaro, maggiore sarà lo schianto quando il sole sorgerà sopra di lui. Baselitz e Kiefer, due eroi dell’arte tedesca, che aspettano il giudizio della storia.
L’autore di questo articolo: Maurizio Cecchetti
Maurizio Cecchetti è nato a Cesena il 13 ottobre 1960. Critico d’arte, scrittore ed editore. Per molti anni è stato critico d’arte del quotidiano “Avvenire”. Ora collabora con “Tuttolibri” della “Stampa”. Tra i suoi libri si ricordano: Edgar Degas. La vita e l’opera (1998), Le valigie di Ingres (2003), I cerchi delle betulle (2007). Tra i suoi libri recenti: Pedinamenti. Esercizi di critica d’arte (2018), Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2019) e Gli anni di Fancello. Una meteora nell’arte italiana tra le due guerre (2023).
Baselitz a Firenze, oltre sessant’anni di pittura contro l’immagine
Al Museo Novecento di Firenze una grande retrospettiva dedicata a Georg Baselitz. Dipinti, incisioni e sculture ripercorrono un lavoro radicale. La figura si capovolge, la pittura diventa protagonista. Un ritorno nel capoluogo fiorentino che riattiva una memoria profonda dell’artista.
AFirenze, nelle sale del Museo Novecento, dal 25 marzo al 13 setembre 2026 Georg Baselitz mette in scena un attraversamento radicale della pittura. La mostra Georg Baselitz. Avanti !riunisce circa 170 opere distribuite su più livelli, tra dipinti, incisioni e sculture, restituendo oltre sessant’anni di ricerca che non ha mai smesso di mettere in discussione l’immagine, il suo statuto e il suo senso.Il gesto di Baselitz è noto, ma continua ad essere destabilizzante: capovolgere la figura, sottrarla alla riconoscibilità immediata, costringere lo sguardo a fermarsi sulla pittura stessa. Non è un effetto, ma una presa di posizione. Il soggetto arretra, la superficie prende il controllo. Colore, materia, segno diventano il vero campo dell’opera. La mostra insiste su questa dimensione processuale, mettendo in evidenza anche l’incisione, pratica centrale e spesso meno osservata, dove il rapporto tra gesto e immagine si fa ancora più diretto, più fisico.
C’è poi un legame con Firenze che attraversa in filigrana il percorso: Baselitz vive qui negli anni Sessanta, dopo aver vinto il Premio Villa Romana. Un passaggio decisivo, che riaffiora come una memoria sotterranea in un lavoro che ha sempre fatto della frattura, del trauma e della trasformazione il proprio motore.
Georg Baselitz – Avanti ! al Museo Novecento di Firenze dal 25 marzo al 13 settembre 2026- MANIFESTO DELLA MOSTRA
Casa del Fico d’India, un vecchio casello ferroviario abbandonato situato nella Valle del fiume Dittaino, nei pressi di Assoro e Catenanuova in provincia di Enna, in Sicilia. spiega da: AI Overview
Uno degli edifici che più mi ha colpito durante la visita al centro storico di Peñiscola è stata la Casa de las Conchas , una casa la cui facciata è completamente ricoperta di conchiglie. Un dettaglio così particolare che non potevo non notarlo e ho deciso di fotografarlo e includerlo nella mia guida di Peñiscola /
Fu fatto costruire nel 1498 da Bernardo Rucellai su terreni acquistati nel 1482 da sua moglie Nannina de’ Medici, in una zona che all’epoca era scarsamente edificata, nel “pantano di Ripoli” dove esistevano gli stabilimenti lanieri dell’ordine degli Umiliati.
Tra il 1483 e il 1490 altri poderi vengono aggiunti alla proprietà, e da zona di produzione ortofrutticola, il terreno venne trasformato in zona residenziale, con la costruzione, dal 1500 circa, di un “casino di delizia“. Vasari attribuì il progetto direttamente all’Alberti, un’ipotesi oggi inverificabile, sebbene sia evidente l’ispirazione alle più avanzate indicazioni del De re aedificatoria.
Este lp tem um peculiaridade que é o fato de ser também um registro histórico, trazendo entre suas faixas o depoimento de Cila, sobrevivente do massacre de Angico, quando Lampião morreu e também as canções do ex-cangaceiro Volta Seca.
Questo lp ha la particolarità che è fatto anche come una registrazione storica perché, tra l’altro, pubblica la testimonianza di Cila, sopravvissuto al massacro di Angico, quando Lampiao è morto e anche le canzoni dell’ex- cangaceiro Volta Seca.
nota del blog sul disco :
è un po’ come il nostro ” Bella ciao ” ( 1965 ), è ovvio che il tipo di musica di testimonianza
di un paese che non ci appartiene, quando è riprodotto in forma di documento,
non abbellito per avere successo, possa suonarci strano. Se per es. sentite ” Mulher rendeira, è molto differente da come è stata cantata in Italia.
Sopra avete il video di tutte le canzoni, ma ne scelgo una, che ha un testo bellissimo secondo me, è cantata da una grande cantante.. spero vi piaccia. Questa è, per me, almeno, una bellissima canzone in qualunque posto del mondo. La metto dopo l’indice delle canzoni
indice delle canzoni
2:38
Antonio Nobrega & Teca Calazans – Cavalos do Cão
Alfredo Pessoa
2
2:46
Luiz Gonzaga – Olha a Pisada
Alfredo Pessoa
3
3:19
Se Eu Soubesse
Volta Sêca – Topic
4
2:03
Volta Seca – Sabino e Lampião
Alfredo Pessoa
5
1:28
Volta Seca – Mulher Rendeira
Alfredo Pessoa
6
2:45
SE ENTREGA CORISCO
7
2:18
Sérgio Ricardo – Antônio das mortes
Sérgio Ricardo Discografia
8
1:50
Sérgio Ricardo – Lampião
Sérgio Ricardo Discografia
9
2:00
Acorda Maria Bonita
Volta Sêca – Topic
10
2:25
Teca Calazans – Mulher Nova, Bonita e Carinhosa faz o Homem Gemer sem sentir dor
Alfredo Pessoa
11
0:45
Othon Bastos – Reza do Corisco
Alfredo Pessoa
12
3:11
Sérgio Ricardo – Corisco / O sertão vai virar mar
Sérgio Ricardo Discografia
13
2:23
Luiz Gonzaga – Lampião Falou
Alfredo Pessoa
– Mulher Nova, Bonita e Carinhosa faz o Homem Gemer sem sentir dor- canta Teca Calazans-
( una donna giovane, bella e affettuosa fa gemere un uomo senza sentire dolore )
A mulher tem na face dois brilhantes Condutores fiéis do seu destino Quem não ama o sorriso feminino Desconhece a poesia de Cervantes
A bravura dos grandes navegantes Enfrentando a procela em seu furor Se não fosse a mulher mimosa flor A história seria mentirosa Mulher nova, bonita e carinhosa Faz o homem gemer sem sentir dor
Virgulino Ferreira, o Lampião Bandoleiro das selvas nordestinas Sem temer a perigo nem ruínas Foi o rei do cangaço no sertão
Mas um dia sentiu no coração O feitiço atrativo do amor A mulata da terra do condor Dominava uma fera perigosa Mulher nova, bonita e carinhosa Faz o homem gemer sem sentir dor
Mulher nova, bonita e carinhosa Faz o homem gemer sem sentir dor Mulher nova, bonita e carinhosa Faz o homem gemer sem sentir dor
La canzone “Mulher Nova, Bonita e Carinhosa Faz o Homem Gemer Sem Sentir Dor” è stata scritta da Zé Ramalho e Otacílio Guedes Patriota, ed è celebre soprattutto nelle interpretazioni di Amelinha (che l’ha portata al grande successo nel 1982) e dello stesso Zé Ramalho.
Teca Calazans ne haregistrato una sua versione (inclusa nell’album Mina do Mar del 1984),
La donna ha in volto due brillanti Conduttori fedeli del suo destino Chi non ama il sorriso femminile Ignora la poesia di Cervantes
Il coraggio dei grandi navigatori Che affrontano la tempesta nel suo furore Se non fosse per la donna, delicata fior La storia sarebbe bugiarda Una donna nuova, bella e affettuosa Fa gemere l’uomo senza farti sentire dolore
Virgulino Ferreira, il Lampião Bandito delle giungle del Nordeste Senza temere il pericolo né le rovine Fu il re del cangaço nel sertão
Ma un giorno sentì nel cuore Il fascino attraente dell’amore La mulatta della terra del condor Dominava una fiera pericolosa Una donna nuova, bella e affettuosa Fa gemere l’uomo senza farti sentire dolore
Una donna nuova, bella e affettuosa Fa gemere l’uomo senza farti sentire dolore Una donna nuova, bella e affettuosa Fa gemere l’uomo senza farti sentire dolore
In un villaggio del sertao, la zona desertica povera ed esplosiva del nord-est brasiliano, una banda di contadini affamati si ribella al padrone. Questi chiama un killer di professione per soffocare la rivolta, Antonio das Mortes (già protagonista in Il dio nero e il diavolo biondo, 1964, dello stesso Glauber Rocha), ma l’uomo, dopo aver ferito in un duello il capo dei rivoltosi, prende coscienza della realtà e decide di schierarsi dalla parte dei contadini. È il primo atto di una vicenda che racconterà la strage dei ricchi e dei loro servi e in cui avranno un ruolo importante anche le figure simboliche di un uomo di colore, un maestro e una “santa”.
Quarto lungometraggio (il primo a colori) di Rocha, massimo esponente del cinema novo brasiliano, fu premiato a Cannes nel 1969. Toni violenti e ritmi deliranti si inseriscono fascinosamente all’interno di questa pellicola saldamente radicata nelle drammatiche convulsioni di un’umanità, latino-americana, in cui fame, massacri e secolari ingiustizie, alimentano un’epica speranza di redenzione. E con l’estro di un cantastorie il regista firma una rappresentazione densa di suggestioni, tematiche, allegorie: certamente cinema politico e sociale, ma anche cinema capace di riassumere in sé un’infinità di componenti spettacolari. Il folclore, la musica, i colori, la tradizione del western e quella del teatro si mescolano alla religione e alla mitologia. E all’anima di un paese
Nata a Tirana, cresciuta a Roma. Ha girovagato in cerca di fortuna tra Londra, Parigi e Berlino. Lavora alla progettazione del manifesto digitale e ogni tanto scrive cose. Instagram/ link
Diritti. Gruppi di ragazzi e ragazze che si organizzano sui territori. Le loro voci raccontano un paese diverso da quello della politica
Un’iniziativa per il referendum sulla cittadinanza – LaPresse
Se l’Italia non è un paese per giovani, lo è ancora meno per giovani di origine straniera.
Dai dati Istat risulta che sono circa un milione e 44 mila i minori con passaporto straniero che risiedono nel paese, più dei due terzi sono nati su suolo italiano. Circa 800 mila, invece, sono quelli naturalizzati italiani.
Parliamo di quasi due milioni di persone che, con documenti o senza, faticano a vedersi riconosciuta una parità totale con i loro coetanei. Raramente interpellati, i ragazzi e le ragazze di origine straniera si conquistano lo spazio con uno strumento: l’organizzazione. Nascono e crescono gruppi, collettivi e associazioni.
«Si continua ad associare il nome o il colore della pelle all’italianità. Questa cosa è profondamente razzista perché stabilisce che essere italiani equivale a essere bianchi. Non è così».
Ad affermarlo è Kwanza, italobrasiliana e tra le fondatrici di “QuestaèRoma”.
L’associazione è nata nel 2013 e da allora è attiva sul territorio romano nell’organizzazione di eventi culturali, dibattiti, manifestazioni sportive e campagne di sensibilizzazione. «Inizialmente ci siamo concentrati sull’aspetto culturale. C’era già Rete G2 che faceva un lavoro di lobbying per riformare la legge sulla cittadinanza. Sembrava che il cambiamento fosse dietro l’angolo con il governo di centrosinistra, ma poi non è stato così. Negli anni, abbiamo iniziato anche noi a mobilitarci per fare pressione».
Nel 2016 è nato il movimento Italiani senza cittadinanza, che mette insieme varie realtà.
«Oggi, più di dieci anni dopo, siamo ancora al punto di partenza. I bambini che nascono e crescono qui continuano a non essere riconosciuti dallo Stato», spiega Kwanza. Il nome “QuestaèRoma” viene dal titolo di una canzone del rapper Amir Issaa, tra i primi artisti attivi nella promozione dell’interculturalità.Il sottotitolo è «contro ogni forma di discriminazione» ( *** se vuoi, vedi la canzone e il testo al fondo )
Tra le loro attività, infatti, molte sono fatte in collaborazione con realtà attive su altri fronti, come il Mario Mieli per le battaglie contro l’omofobia o Non una di meno contro la violenza di genere. se vuoi, guarda il video sotto
video, 1,37
Omofobia, la campagna Mario Mieli: “Siamo tutti vittime”
Se l’associazione romana ( Quest’è Roma ) esiste da tredici anni, c’è un collettivo che invece è nato da sole tre settimane. Si chiama “2generazione” ed è composto da ragazzi che vanno dai 15 ai 25 anni.
Fa base a Torino, soprattutto nei due quartieri periferici ad alta densità di stranieri: Barriera di Milano e Borgo Vittoria.
«C’è un dibattito in corso sulle nostre vite: disagio nei quartieri, immigrazione, maranza. Si parla di questi temi anche in vista delle prossime elezioni, ma non siamo mai noi a parlare. Ora ci stiamo organizzando», racconta Omar, uno dei fondatori del gruppo.
Tra i loro primi passi, un’assemblea pubblica in piazza Foroni e la partecipazione al presidio di contestazione a Vannacci, in città per un convegno sulla sicurezza nelle strade.
«Siamo attivi soprattutto nelle scuole, dove sta il cuore del problema. Criminalità, isolamento, disagio sociale spesso nascono proprio a scuola, dove i ragazzi di seconda generazione vengono esclusi, discriminati. Unito alle condizioni di precarietà economica, questo fa sì che molti lascino la scuola», spiega Omar.
«È un cane che si morde la coda. Più dilaga la narrazione razzista, più lo Stato disinveste nell’istruzione e nei quartieri più poveri, e più le persone colpite restano nella marginalità», continua Omar. Sulle misure del tetto agli studenti che non parlano l’italiano e sul divieto di burqa ha idee chiare: «Non sono cose concrete, sono retoriche che tastano il terreno. Si comincia a dire no al burqa nelle scuole, personalmente non ne ho mai visto uno. Ma si vuole andare verso leggi come quelle della Francia, dove sono vietati anche gli abiti tradizionali. Si inasprisce il clima. Nei nostri quartieri, ad esempio, sono comparse le ronde», racconta Omar. Un clima teso che spesso sfocia in discriminazioni e attacchi espliciti.
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ASSOCIAZIONE IPartecipate / Toscana- Paesi: donne di vari paesi, tra cui Albania, Perù, Senegal, Romania, Capo Verde.
Foto Il Manifesto- Ringraziamenti: APN, Autore: Associated Press/LaPresse
«Di migrazioni non si è mai parlato in maniera seria e approfondita, lasciando un vuoto poi riempito dai discorsi razzisti», dice Senka, dell’associazione “IPartecipate”, attiva in Toscana e composta soprattutto da donne di vari paesi, tra cui Albania, Perù, Senegal, Romania, Capo Verde.
Il progetto nasce nel 2015 attraverso i fondi di un bando regionale e lavora sui temi dei diritti e della cittadinanza.
«I ragazzi di origine straniera spesso devono anche farsi carico della discriminazione che subiscono i loro genitori. Non ci sono sostegni per questo: sono persone che si trovano a crescere prima del tempo e a vivere una scissione tra il dentro e il fuori casa», racconta Senka. «Quella delle nuove generazioni è una realtà vivace, attiva. Finalmente ci sono anche sindaci e amministratori con background straniero. Ma la politica è ancora cieca.
Per arginare la destra razzista ci vogliono parole chiare e un po’ di coraggio».
UN’ULTIMA FOTO IL MANIFESTO DI OGGI MA NON RIGUARDA QUESTO ARTICOLO
Il Manifesto– Copyright: Riccardo Antimiani/Ansa, Ringraziamenti: ANSA, Autore: Riccardo Antimiani
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Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e
i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le
bombe,le spade sotto al fiume,le strade,le sponde.
Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e i
mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,
le bombe;Questa è roma che te chiama te,
non te nasconde.
Vengo da Roma,la città eterna che
splende sotto il sole,
fuoco che riscalda esplode se
incrocia queste parole;
me li bevo st’infami come boccie
de Splugen,sono io il verdetto
che ve incastra non se discute.
Nato in mezzo al fango,sputo ed esce
fango,ogni giorno io ne
mangio e ancora in piedi;
rimangoso mafia e spaghetti
qui,western italiano si,la gente se spara
e non c’è la fiducia.
Al Pacino dentro un film con i chili
de coca,pischelli che s’ammazzanope
npezzo de robba.
Da Torpigna a Magliana qui,hasta
manana si,questa è la realtà più
dura,cresci o riparati(cresci).
Giro con la gente che ha
rispetto e rispetto,chi
ha preso calci in bocca
è ancora qui e non ha
smesso;perchè è pronto a tutto, vuole affrontar tutto,chi
vuole facce fuori qui,vuole affrontà
un lutto.
Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e
i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe,le
spade sotto al fiume,le strade,le sponde.
Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe;
Questa è roma che te chiama te, non te nasconde.
Ciò Roma sotto ai miei piedi,
città de suore e preti,città dei
malandrini,carrozzieri e panettieri;
ho il controllo da TB fino a su giù aTorrino se
gli affari li controlla il mio socio Santino.
Chiamo *** passa il beats,sale su dal litorale,
a piramidella a punto,oggi
arrivo puntuale.
Se mi sveglio giù in fermata
c’è una rissa per il bus,sono
scontri manco fosse
********
Questa qua è la mia città,me la vivo
per davvero,ogni giorno un quarto d’ora
prima di arrivare in metro(se),e troppa
gente si riempe la bocca di,storie che non
vive,tanto a loro non gli tocca.Io,posso
riconoscere i quartieri dalle facce,c’è chi
per vivere qui è pronto a fare carte
false(se),questa è roma città dei papi e
paparazzi,tengo il nome in
alto in mezzo a troppi succhiacazzi.
Rit. Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e
i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe,le
spade sotto al fiume,le strade,le sponde.
Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe;
Questa è roma che te chiama te, non te nasconde.
Puoi beccarmi sempre in giro,con il beat sempre
in luce, mentre scrivo un’altro
pezzo un’altro stronzo va giù so,fiero,più
reale,più leale,il Tg qua ne parla ma la
strada non la vive così.
Ce sta gente che non esce mai dal
proprio palazzo, e quando passo,mi
guarda con la faccia da cazzo ho,le
chiavi della mia città la prendo la chiudo non,
passi senza il mio permesso qui te lo giuro.
Rit. Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e
i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe,le
spade sotto al fiume,le strade,le sponde.
Questa è roma,i campetti le bische,i
quartieri,i coatti,le guardie,le troie e i mestieri.
Questa è roma i rioni,lo stadio,le bombe;
Questa è roma che te chiama te, non te nasconde.
Tetto del 30% ( con deroghe ) agli alunni ” stranieri ” e multe per chi va a scuola a volto coperto. Lo dicono già da anni circolari e leggi, ma Meloni sente l’urgenza elettorale di imporlo per decreto. E un altro dl estende agli under 18 il raggio di azione della procura antimafia.
«Prima che una canzone, è una story, un articolo di cronaca nera cui io e Leo aggiungiamo il paradosso ottenendo il grottesco. Basta togliere il burro, la marmellata e qualche altro dettaglio scherzoso e non sembra un dramma vero, un fatto patetico?»
Si tratta di una canzone-racconto, i due autori presero l’ispirazione da un fatto di cronaca, riportato in una rivista statunitense specializzata in hot news, di un omicidio a sfondo passionale. Il protagonista che racconta la storia è l’uomo ucciso con una revolverata dalla sua amante.
A partire dal 2024 è scelta dalla casa automobilistica FIAT per la colonna sonora dei suoi spot.
Leo Chiosso (Chieri, 8 agosto 1920 – Chieri, 25 novembre 2006) è stato un celebre paroliere, autore televisivo e drammaturgo italiano, noto soprattutto per il suo storico sodalizio artistico con [Fred Buscaglione](wikipedia.org_ Buscaglione).
Con Fred Buscaglione: Insieme hanno scritto circa quaranta brani e creato il celebre personaggio ironico del “duro” con il vizio del whisky e delle donne, lanciando successi intramontabili come Che bambola! nel 1956.
Altri grandi successi: Dopo la scomparsa di Buscaglione, ha continuato a scrivere testi di grande successo per la musica italiana, tra cui Parole parole (portata al successo da Mina) e Torpedo blu (per Giorgio Gaber). Altri grandi successi: Dopo la scomparsa di Buscaglione, ha continuato a scrivere testi di grande successo per la musica italiana, tra cui Parole parole (portata al successo da Mina) e Torpedo blu (per Giorgio Gaber)
The collegiate church of Santa Maria della Scala (also known as the Duomo or Cathedral of Chieri), is the largest and the main church of the city of Chieri, in the province of Turin. Baptistry: Chiesa di Santa Maria della Scala, Chieri, Turin. Octagonal romanesque baptistery encased in brickwork dating from 1431.
Chieri (Cher in piemontese) è un comune italiano di 35 896 abitanti ( dati 2026 ) della città metropolitana di Torino in Piemonte, situata sulle propaggini sudorientali delle colline torinesi. Il nucleo urbano più antico presenta una tipica impronta medievale sia nella planimetria circolare con strade a raggiera convergenti sulla cattedrale, sia nell’aspetto architettonico e urbanistico di numerosi edifici.
Il duomo è l’edificio religioso più antico ed importante della città, risalente al V secolo.
La chiesa di San Domenico, risalente al XIV secolo e unita al vicino Convento. Inizialmente era una chiesa ad architettura gotica a tre navate, ma nel corso del XIV secolo vennero costruite ai suoi fianchi numerose cappelle patrizie, se si osserva la facciata si può notare come non è lineare e piatta ma segue l’andamento delle antiche mura di protezione della città. La chiesa conserva diversi antichi tesori, tra cui pregiate opere del Moncalvo, la Resurrezione di Lazzaro e della Moltiplicazione dei pani, al quale fu affidata nel 1614 la decorazione del coro. Vi sono inoltre presenti opere dello Spanzotti. Di pregevole interesse è la Madonna del latte affrescata sulla prima colonna di sinistra, rappresenta l’allattamento del Bambino da parte della Madonna.
La cittadina annovera fra le sue specialità la focaccia dolce, un alimento di origine casalinga che viene consumata a fine pasto. Per prepararla è necessario usare un impasto a base di acqua, farina, latte, uova, burro, zucchero e lievito di birra che viene messo a caramellare in forno. Oggi viene messa in commercio solo la versione tradizionale dal peso di mezzo chilo.
Sopra immagini d’epoca della Panetteria Pasticceria Bertolone- la foto del link subito sopra: Carreum Polentia
Merendina artigianale in voga nelle panetterie chieresi a cavallo tra gli anni ’50 e ’70 del Novecento, per poi sparire negli anni ’80, è stata recuperata negli anni 20 del XXI secolo
E’ nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato diversi libri di poesia tra cui: Una città chiamata le sei di mattina (Edizioni della Meridiana, 2009) e Dammi tue notizie e un bacio a tutti (Interno Poesia, 2018). È direttore artistico dei progetti Degenze Artistiche e Messaggeri presso la Fondazione Policlinico Sant’Orsola. È redattore di Interno Poesia, blog e casa editrice. Realizza performance e installazioni lavorando in equilibrio tra poesia, musica e altre discipline artistiche.
In mezzo ai campi profughi di Gaza, un padre crea un momento di gioia per la sua bambina – costruendo una casetta di cartone all’interno della loro tenda per proteggerla dalla durezza delle loro condizioni e strapparle un sorriso – offrendo un esempio profondo di resilienza e speranza nate dal cuore della sofferenza. I bambini di Gaza meritano una vita; cercano sicurezza e pace. ( traduzione Google )
vedo che il papà è un gran bravo papà perché lascia che il bimbo si abitui poco alla volta alla novità, il bimbo sta a vedere mentre lui traffica, poi lo prende in braccio (su richiesta!) e gli fa vedere dall’alto ( per forza.. ) come si comporta il dondolo e solo dopo lo posa dentro, e lui – il bimbo- dà una risposta bellissima a questo straordinario amore di un papà che pensa di fare un dondolo dentro una tenda !
Direi, ma a bassa voce : che è un ritratto molto preciso del popolo palestinese e degli infiniti modi che fin qui ha trovato per resistere ad un’invasione secolare diventata da un po’ un’esplicito genocidio.
Parlare di guerra standosene tranquillamente nel proprio studiolo, gelida soffitta o umida cantina che sia, sembra troppo comodo. E anche un po’ equivoco. Può sollevare il lecito sospetto che si voglia fare esposizione dei propri buoni sentimenti. Sulla pelle degli altri, visto che le bombe non cadono a casa nostra. Per adesso.
Per la verità volevo fare una serie di paesaggi. Del paesaggio italiano più iconico, il Golfo di Napoli nella luce mutevole di una limpida giornata d’estate, dall’oro delle prime luci fino all’argento e al platino di una notte di plenilunio.
Ma mi è mancata l’ispirazione.
Pazienza, sarà per un’altra volta.
Speriamo. mario bardelli
25 agosto
24 agosto
bardelli, Palestina 2026, gennaio 2026, computer graphics da pastelli su carta
Si è concluso il primo ciclo di studi della scuola per robot inaugurata a fine giugno in Cina, nella città di Hangzhou.
Si tratta di una struttura dove le macchine imparano a svolgere mansioni specifiche, prima di essere ammesse in contesti lavorativi reali. Il progetto fa parte della National Pilot Base for Embodied AI Applications, un vero e proprio centro di addestramento per i robot. A Hangzhou, quattro automi hanno ricevuto il diploma durante una cerimonia simbolica.
L’obiettivo della scuola, come spiega l’agenzia cinese Xinhua, è verificare l’affidabilità degli automi per l’impiego in fabbriche, ospedali e uffici, sostituendo i classici test di laboratorio con simulazioni in ambienti realistici.
L’iniziativa ha preso il via con una classe inaugurale di trenta robot, destinati a settori come la manifattura e i servizi. Il programma di addestramento si articola in quattro aree che comprendono compiti tecnici, sanitari, artistici e sportivi. Gli ingegneri strutturano le lezioni e le prove pratiche in base alle specifiche capacità fisiche di ogni modello, per testarne le potenzialità. Durante le verifiche, le macchine devono dimostrare precisione nei movimenti e un rapido adattamento di fronte agli ostacoli. I sistemi di intelligenza artificiale vengono esaminati per garantire che gli automi sappiano prendere decisioni in autonomia e operare a stretto contatto con gli esseri umani, senza alcun rischio. Al termine delle prove, i modelli che superano l’esame ricevono un certificato di idoneità operativa.
ILago dell’Ovest è un famosissimo e grande specchio d’acqua dolce situato nel centro di Hangzhou
Office towers, landscaped parkland and city roads form a mixed urban district at dusk.
Torre di uffici vicino al parco e il traffico delle strade al crepuscolo
Freight transportation occurs along the Beijing – Hangzhou Grand Canal under the shining supermoon in Huai’an City, Jiangsu Province, China, on November 5, 2025. (Photo by Costfoto/NurPhoto via Getty Images)
Trasporti lungo il Beijing, il grande canale di Hangzhou sotto una superluna nella città di Huai’an, Provincia dello Jiangsu, Cina — una città che confina a sud-est con lo Hangzhou.
La parte tra lo Yangzi e il Fiume Giallo appare anche in uno dei libri di Confucio nel quale è indicato che venne costruito nel 486 a.C. Fu riparato durante il III secolo a.C..
Nell’anno 604, l’imperatore Yangdi della dinastia Sui lasciò la capitale, Chang’an (l’odierna Xi’an) per trasferirsi a Luoyang. Nel 605, l’imperatore ordinò la realizzazione di due progetti: trasferire la capitale del paese a Luoyang (nello Henan) e scavare un canale tra Tianjin e Hangzhou.
Ci vollero sei anni per costruire il canale, unendo canali preesistenti che si trovarono nel corso dell’opera e collegando il Fiume Giallo, il Hai He, il Huai He, il Chang Jiang (conosciuto anche come Fiume Azzurro o Yangzi) e il Qiantangjiang. ù
La parte sud fino a Pechino, tra lo Yangzi e Hangzhou, fu costruita fra il 1280 e il 1293. Il Gran Canale oggi va da Pechino e termina a sud di Hangzhou (Zhejiang). La sua lunghezza totale è di 1.794 chilometri e, oltre a Tianjin, passa per Pechino, Hebei, Shandong, Jiangsu e Zhejiang.
per chi volesse prosegue nel link di Wikipedia in italiano: