FOCUS – 3 MARZO 2012 -.-  ELISABETTA INTINI :: Il volo delle gru nei cieli di Venezia — BBC

 

 

FOCUS – 3 MARZO 2012 -.-  ELISABETTA INTINI

https://www.focus.it/ambiente/animali/il-volo-delle-gru-nei-cieli-di-venezia

 

Il volo delle gru nei cieli di Venezia

L’incredibile viaggio di uno stormo migratore nei cieli della Laguna, documentato dalle riprese della BBC

 

APRI QUI

 

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KALINIGRAD — qualcosa precedente — ++ ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 – I / II

 

+++ L’OBLAST RUSSO DI KALINIGRAD: 15.000 km2 TRA LITUANIA E POLONIA DOVE DA TEMPO SI TROVANO MISSILI ARMABILI CON TESTATE NUCLEARI: ++ DANIELE FIORI, IL FATTO QUOTIDIANO 16 APRILE 2022 (

 

 

FULVIO SCAGLIONE, Perché la città di Kaliningrad è la vera arma segreta di Putin nella sua guerra contro l’Occidente –FANPAGE.IT — 6 MAGGIO 2022

 

 

 

 

KALININGRAD — ANSA.IT — OGGI, 21 GIUGNO 2022::

 

I.

Ira Mosca su Kaliningrad, ‘conseguenze serie per lituani’

‘La risposta avrà un impatto molto negativo sui cittadini’

 

 

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/06/21/ira-mosca-su-kaliningrad-conseguenze-serie-per-lituani_76d25b7f-d0c8-4046-878d-1b089e651259.html

 

 

II. 

Media, restrizioni Kaliningrad anche a trasporto su strada

‘Trasporto merci solo via mare’

Peskov, portavoce di Putin

 

ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 — 18.45

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/06/21/media-restrizioni-kaliningrad-anche-a-trasporto-su-strada_113f3f78-c246-486b-ae35-4e27d6b4e893.html

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Mauro Biani @maurobiani — 17.48 — 21 GIUGNO 2022 — grazie !

 

#profughi #giornatamondialedelrifugiato #guerra

#clima #povertà

1+1+1+1+(…). 100milioni.

Oggi su  @repubblica

 

 

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ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 – 18.49 :: Ancora strage sul lavoro, tre operai morti in tre incidenti. Anche due ustionati con lo iodio in uno stabilimento di Bracco

 

ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 – 18.49

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/06/21/ancora-strage-sul-lavoro-tre-operai-morti-in-tre-incidenti_c284a4f8-21fd-42aa-a906-d9ac3b059eeb.html

Ancora strage sul lavoro, tre operai morti in tre incidenti.

Anche due ustionati con lo iodio in uno stabilimento di Bracco

 

 

Ennesima strage sul lavoro oggi in Italia.

Sono tre gli operai morti finora, a Lecce, nel Veronese e nel Perugino, mentre altri due lavoratori sono rimasti ustionati in uno stabilimento di Bracco Imaging in provincia di Monza.

Lecce un operaio di 72 anni è morto cadendo da un’altezza di 5 metri durante dei lavori di ristrutturazione.

 

 

Covid, Inail:

48mila contagi e 5 morti sul lavoro fra gennaio e marzo

 

 

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ELLE DECOR.COM –REDAZIONE DIGITAL — 26/02/2019 –LA STORIA DI QUELLE STRANE CASE DI MILANO A FORMA DI IGLOO + villa Figini

 

 

Mappa di: Villaggio dei Giornalisti, 20125 Milano MI

dove si trovano a Milano le case a Igloo

 

 

ELLE DECOR.COM —

 

https://www.elledecor.com/it/viaggi/a26534707/case-igloo-milano-storia/?dicbo=v2-88994a447d7f71082c4bd7d3496357fb

 

LA STORIA DI QUELLE STRANE CASE DI MILANO A FORMA DI IGLOO

 

Nate come progetto temporaneo per gli sfollati del secondo dopoguerra, sono ancora oggi uno degli esperimenti residenziali più curiosi mai costruiti in Italia

 

 

Mario Cavalle's Igloo Homes

Archivio Cameraphoto Epoche Getty Images

 

Milano Nord, dove il tessuto urbano si sfila verso Greco Pirelli e la vecchia zona industriale della città, si nasconde uno degli esperimenti residenziali più curiosi mai costruiti in Italia: le case igloo di Mario Cavallè.

Siamo in via Lepanto, quartiere Maggiolina, a ridosso del cosiddetto Villaggio dei Giornalisti, alloggi e case popolari per la piccola e media borghesia milanese progettato dall’ingegnere Evaristo Stefini e realizzato da una cooperativa – composta principalmente da giornalisti, pubblicisti e avvocati ­– tra il 1909 e il 1912 nell’allora Comune di Greco.

Un progetto nato in seguito a un editoriale pubblicato nel 1911 da Mario Cerati, direttore de Il Secolo, nel quale si denunciava come l’attenzione del governo fosse concentrata solo sulle masse operaie e sull’urbanistica popolare, mentre scarseggiavano i quartieri della media borghesia.

Tra palazzine liberty a due o tre piani e ampi spazi di verde che fanno di questo quartiere il primo esempio di città-giardino in Italia, qualche anno più tardi sorsero anche gli otto igloo di cemento costruiti nel primo dopoguerra (1946) su progetto dell’ingegnere Mario Cavallè, a cui si devono anche le case a fungo del quartiere Maggiolina, demolite negli anni Sessanta, ma noto anche per essere stato uno dei massimi esperti di quegli anni in tema di architettura di sale cinematografiche.

 

Mushroom House in Milan.

Modello abitativo e tecnica costruttiva delle case igloo, chiamate anche case zucca, sono un retaggio degli Stati Uniti, dove si era formato e dove, in quegli anni, era piuttosto diffusa l’architettura delle case circolari: da qui Cavallè prende spunto per progettare case a pianta circolare di circa cinquanta metri quadrati sviluppate su due livelli (seminterrato e primo piano).

 

Mario Cavalle's Igloo Homes
Archivio Cameraphoto Epoche –Getty Images

 

Il sistema costruttivo a volta, formato da mattoni forati disposti a losanghe convergenti, permetteva la massima libertà sulla disposizione degli spazi interni, dove la disposizione originaria prevedeva ingresso, bagno, due camere e cucina.

Mario Cavalle's Igloo Homes

Archivio Cameraphoto Epoche- Getty Images

 

 

Mario Cavalle's Igloo Homes

Archivio Cameraphoto Epoche –Getty Images

 

Oggi solo due case igloo hanno mantenuto questo impianto, mentre le altre hanno subito importanti interventi di ampliamento e ristrutturazione: una di loro ha un nuovo vano, accorpato all’igloo originale, destinato a bagno, mentre un’altra è stata ripensata come loft open space.

Il progetto di Mario Cavallè, che oggi appare eccentrico, era in realtà piuttosto concreto: dodici unità abitative provvisorie che avrebbero potuto rappresentare una risposta veloce ai bisogni delle famiglie sfollate, con le case distrutte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Le case a igloo e le due case fungo di Mario Cavallè alla Maggiolina piacquero agli abitanti, che decisero di rimanere ad abitarle.

Negli anni Sessanta se ne paventò la demolizione, ma l’architetto Luigi Figini, che abitava nello stesso quartiere nella cosiddetta casa-palafitta, si mobilitò per evitare che venissero abbattute.

 

LA CASA-PALAFITTA DI LUIGI FIGINI

 

 

Milano villa Figini.jpg
Arbalete – Da Agnoldomenico Pica, Architettura moderna in Italia, Hoepli, Milano 1941.

 

Milano | Maggiolina - La Casa Palafitta - Urbanfile Blog

 

Milano | Maggiolina - La Casa Palafitta - Urbanfile Blog

 

Milano | Maggiolina - La Casa Palafitta - Urbanfile Blog

 

— immagini sopra da :  URBANLIFE

 

 

La villa Figini è una piccola villa unifamiliare di Milano, sita nel Villaggio dei Giornalisti in via Perrone di San Martino 8. Fu progettata da Luigi Figini dal 1934 al 1935 come propria abitazione, secondo i dettami dell’architettura razionalista. ( WIKIPEDIA )

 

 

casa-palafitta dell'Arch. Figini – copyright Mart e Archivio Figini, AAF Milano | l o v e l y ♥ m i l a n o

FOTO : LOVELY MILANO

 

 

 

 

 

Come arrivare alle case igloo di Milano: metropolitana linea Lilla, fermate
Marche e Istria.

 

Milano, le case "magiche" del Quartiere Maggiolina - ilGiornale.it

Milano, le case “magiche” del Quartiere Maggiolina – ilGiornale.it

 

 

In Martesana a vedere gli igloo di Milano | Navigli24

 

Case a Igloo, Milano e la sua architettura nascosta

 

 

Milano segreta e nascosta: 9 palazzi e case strane a Milano

 

 

 

Le CASE IGLOO di via Lepanto - Milano Città Stato

 

 

 

Milano - Luoghi insoliti da vedere

 

 

 

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ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 -16.20 :: Draghi: il testo integrale dell’intervento in Parlamento

 

ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 -16.20

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/06/21/draghi-il-testo-integrale-dellintervento-in-parlamento_0c6833d4-ee89-4716-b6e7-85e80f0b49c0.html

 

Draghi: il testo integrale dell’intervento in Parlamento

 

L’aula del Senato durante le comunicazioni del capo del governo

 

Presidente Casellati,
Onorevoli Senatrici e senatori

Il Consiglio europeo del 23 e 24 giugno affronterà i seguenti temi:
–    gli sviluppi della guerra in Ucraina e il sostegno europeo a Kiev;
–    le ricadute umanitarie, alimentari, energetiche e securitarie del conflitto;
–    gli aiuti a famiglie e imprese colpite dalla crisi;
–    le prospettive di allargamento dell’Ue;
–    i seguiti della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Ci avviciniamo al quarto mese dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio.

Mosca continua ad aggredire militarmente città ucraine nel tentativo di espandere il controllo sul territorio e rafforzare la propria posizione.

I combattimenti a Severodoneck, nella regione di Luhansk, sono particolarmente feroci. Il bombardamento russo di Kharkiv, la seconda città più popolosa dell’Ucraina, aggrava il già terribile bilancio di morti e feriti.  Al 20 giugno sono 4.569 civili morti, 5.691 quelli feriti secondo le Nazioni Unite. Ma il numero reale probabilmente è molto, molto più alto.

Continuano a emergere nuove atrocità commesse ai danni dei civili da parte dell’esercito russo. Le responsabilità saranno accertate e i crimini di guerra saranno puniti. Anche il numero delle persone in fuga dal conflitto continua ad aumentare. Soltanto in Italia sono oltre 135 mila i cittadini ucraini arrivati dall’inizio dell’invasione. Voglio esprimere ancora una volta la mia gratitudine alle italiane e agli italiani che li hanno accolti. La strategia dell’Italia in accordo con l’Ue e con gli Alleati del G7 si muove su due fronti: sosteniamo l’Ucraina e imponiamo sanzioni alla Russia perché Mosca cessi le ostilità e accetti di sedersi davvero al tavolo dei negoziati. Durante la mia recente visita a Kiev insieme al Cancelliere tedesco Scholz, al Presidente francese Macron e al Presidente rumeno Iohannis, ho visto da vicino le devastazioni della guerra e constatato la determinazione degli ucraini nel difendere il loro Paese.

Siamo andati a Kiev per testimoniare di persona che i nostri Paesi e l’Unione sono determinati ad aiutare un popolo europeo nella sua lotta a difesa della sua democrazia e della sua libertà.

Durante la visita il Presidente Zelensky ci ha chiesto di continuare a sostenere l’Ucraina per poter raggiungere una pace che rispetti i loro diritti e la loro volontà. Solo una pace concordata e non subita può essere davvero duratura. La sottomissione violenta e la repressione di un popolo per mano di un esercito, non portano alla pace ma al prolungamento del conflitto, forse con altre modalità, certo con altre distruzioni. Il Governo italiano, insieme ai partner dell’Ue e del G7, intende continuare a sostenere l’Ucraina così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare.

Il nostro sostegno a favore di Kiev è anche un impegno alla ricostruzione del Paese. Il Consiglio europeo straordinario del 30 e 31 maggio ha discusso di questo, e le conclusioni del prossimo Consiglio riaffermeranno questo impegno.

Non è un’impresa che possono affrontare i singoli Stati. Lo sforzo deve essere collettivo e coinvolgere anche gli Organismi internazionali e le Banche di sviluppo, la Banca mondiale e il Fondo monetario primi tra tutti. Vogliamo ricostruire per ridare una casa alle famiglie che l’hanno persa, per riportare i bambini nelle scuole, per aiutare la ripresa della vita economica e sociale in Ucraina. Oggi spetta a tuti noi aiutare l’Ucraina a rinascere.  A Kiev ho ribadito che l’Italia vuole l’Ucraina nell’Ue e vuole che abbia lo status di candidato. Il Governo italiano è stato tra i primi a sostenere questa posizione con chiarezza e convinzione, in Europa e in Occidente. Se non sbaglio la prima volta che ho affermato questo punto è stato proprio in questo Parlamento. Continueremo a farlo in ogni consesso internazionale, a partire dal prossimo Consiglio europeo.
Sono consapevole che non tutti gli Stati membri oggi condividono questa posizione.  Ma la raccomandazione della Commissione è un segnale incoraggiante e confido che il Consiglio europeo possa raggiungere una posizione consensuale in merito.

Gran parte dei Paesi vicini alla Russia, grandi e piccoli, guardano ora all’Unione Europea per la sicurezza, per la pace, per la stabilità. Il percorso da Paese candidato a Stato membro è lungo per via delle impegnative riforme strutturali richieste. Ma il segnale europeo deve essere chiaro e coraggioso da subito. Oggi i Paesi, tra l’altro, sono in grado di portare avanti queste riforme strutturali più velocemente rispetto al passato. Il 3 giugno il Consiglio europeo ha adottato il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. E’ stato introdotto l’embargo su tutto il petrolio e sui prodotti petroliferi importati in Europa via mare, rispettivamente a partire dalla fine del 2022 e dall’inizio del 2023. Gli operatori europei non potranno più assicurare e finanziare il trasporto di petrolio a Paesi terzi.

Sono state escluse dal sistema Swift altre tre banche russe, tra cui la più grande del Paese, Sberbank, e una banca bielorussa.

E’ stato ampliato l’elenco di beni soggetti al blocco delle esportazioni, compresi prodotti chimici che possono essere usati per finalità belliche. Vengono sanzionate altre 18 entità russe e 65 persone, tra cui quello che è considerato il responsabile degli orrori di Bucha. Sono state sospese in Europa le trasmissioni di altre tre organi statali di informazione russa che diffondono propaganda.

Le sanzioni funzionano. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che quest’anno il costo inflitto all’economia russa sarà pari a 8,5 punti del Prodotto interno lordo. Il tempo ha rivelato e sta rivelando che queste misure sono sempre più efficaci. Ma lo voglio sottolineare ancora una volta: i nostri canali di dialogo rimangono aperti. Non smetteremo di sostenere la diplomazia e cercare la pace, una pace nei termini che sceglierà l’Ucraina. Anche dei miei colloqui col presidente Putin, ho più volte ribadito la necessità di porre fine all’aggressione e parlare di pace, di definirne concretamente i termini e i tempi.

Durante il Consiglio Europeo si discuterà anche dell‘allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali. Il governo italiano è favorevole a far partire i negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord.

Nella discussione, che inizierà a questo Consiglio Europeo, inoltre il presidente Macron presenterà il suo impegno per una Comunità politica europea. Come ha già chiarito il Presidente francese questo progetto non sarà un canale sostitutivo allo status di Paese candidato.

Il consiglio di fine mese rappresenta un’occasione per cominciare a guardare al futuro assetto dell’Unione, i suoi confini, la sua sicurezza, il suo sviluppo economico.
Il parere positivo della Commissione europea sull’adozione dell’Euro da parte della Croazia a partire dal 2023 è un ottimo segnale, che naturalmente l’Italia accoglie con favore.

Negli ultimi decenni l’allargamento dell’Unione Europea ha dato pace e stabilità a Paesi segnati dalla guerra. L’allargamento ha trasformato l’Unione Europea nel più grande mercato unico del mondo, che rappresenta tra il 5 e 6 per cento della popolazione e circa un sesto del prodotto globale. Ha creato nuove opportunità di cooperazione tra Paesi in aree di fondamentale importanza: campo energetico, nei trasporti, nella sicurezza alimentare, nella salute, nello studio, nel lavoro. Ha stimolato negli Stati membri lo sviluppo di un’economia di mercato funzionante e favorito un processo di riforme sin dalla domanda di adesione. Ha esteso diritti e tutele, diritti e tutele sul lavoro assenti ancora oggi in altre parti del mondo. Ha fornito un potente incentivo allo sviluppo della vita democratica, al rispetto della dignità umana e dello stato di diritto. Come scritto nel Trattato sull’Unione Europea, ogni Stato europeo che rispetti questi valori e che si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. L’adesione a questi principi non è una considerazione secondaria, è alla base del progetto europeo.  L’allargamento dell’Unione Europea però comporterà certamente anche una riflessione profonda sulle regole che disciplinano il suo funzionamento, in politica estera, di sicurezza, in politica economica, in politica sociale. E’ opportuno convocare al più presto una conferenza intergovernativa per discutere di come affrontare questa sfida. Uno stimolo al cambiamento è arrivato anche dalla Conferenza sul futuro dell’Europa che si è conclusa a maggio. Le proposte dei cittadini europei, soprattutto giovani, presentate in quell’occasione riguardano temi di grande importanza per il futuro dell’Unione, dal cambiamento climatico allo stato di diritto, e meritano di essere valutate con attenzione.

Il conflitto in atto rischia di creare una crisi umanitaria di dimensioni straordinarie. Le forniture di grano sono a rischio nei paesi più poveri del mondo. Già adesso il blocco dei porti tiene vincolati milioni di tonnellate di cereali del raccolto precedente che rischiano di marcire. Le devastazioni della guerra peggioreranno la situazione nei prossimi mesi. Recenti bombardamenti russi hanno distrutto il magazzino di uno dei più grandi terminali agricoli dell’Ucraina, nel porto di Mykolaiv, che secondo le autorità ucraine conteneva tra 250 e 300 mila tonnellate di cereali.

Le proiezioni fornite dall’Ucraina indicano che la produzione di cereali potrebbe calare tra il 40 e il 50% rispetto all’anno scorso. Dobbiamo liberare le scorte che sono in magazzino in modo da sbloccare le forniture per i Paesi destinatari e fare spazio al nuovo raccolto che arriverà a settembre. Nell’immediato è necessario realizzare lo sminamento dei porti e garantire l’uscita delle navi in sicurezza. Dopo vari tentativi falliti, non vedo alternativa a una risoluzione delle Nazioni Unite che definisca i tempi di questa operazione e dove l’ONU garantisca sotto la propria egida la sua esecuzione.

L’Europa, sia sul piano G7 che bilaterale, ha messo in atto uno sforzo di cooperazione su larga scala per aiutare i Paesi più vulnerabili.

Negli ultimi giorni la Russia ha ridotto le forniture di gas all’Europa, compresa l’Italia. Dall’inizio della guerra, il nostro governo – questo governo – si è mosso con rapidità per trovare fonti di approvvigionamento alternative al gas russo. Abbiamo stretto accordi importanti con vari Paesi fornitori, dall’Algeria all’Azerbaijan, e promosso nuovi investimenti, anche nelle rinnovabili.
Grazie a queste misure potremmo ridurre in modo significativo la nostra dipendenza dal gas russo già dall’anno prossimo.

In Europa l’andamento del prezzo dell’energia è alla base dell’impennata dei tassi di inflazione degli ultimi mesi.

A maggio in Italia l’inflazione ha raggiunto il 7,3%, ma l’inflazione di fondoche esclude i beni energetici e alimentari – è meno della metà.

Per frenare l’aumento generale dei prezzi e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini, è essenziale agire anche – e sottolineo ‘anche’, perché i campi di intervento sono vari e non si limitano a questo – sulla fonte del problema e contenere i rincari di gas ed energia. I governi hanno gli strumenti per farlo. La soluzione che proponiamo da diversi mesi è l’imposizione di un tetto al prezzo del gas russo che consentirebbe anche di ridurre i flussi finanziari verso Mosca. Il Consiglio europeo ha dato alla Commissione il mandato di verificare la possibilità di introdurre un controllo, un tetto al prezzo. Questa misura è diventata ancora più urgente alla luce della riduzione delle forniture da parte di Mosca. Le forniture sono ridotte, il prezzo aumenta, l’incasso da parte di Mosca resta lo stesso, le difficoltà per l’Europa aumentano vertiginosamente.

L’Europa deve muoversi con rapidità e decisione per tutelare i propri cittadini dalle ricadute della crisi innescate dalla guerra. Dall’anno scorso l’Italia ha stanziato circa 30 miliardi di euro in aiuti a famiglie e imprese. Parte di questi interventi sono stati finanziati con un contributo straordinario delle grandi aziende energetiche, che hanno maturato profitti enormi grazie all’aumento dei prezzi. Con questa misura abbiamo dunque chiamato le imprese che hanno beneficiato di rincari eccezionali a compartecipare a costi che tutta la società sta sopportando. È stata una scelta dettata da un principio di solidarietà e di responsabilità.

L’Italia continuerà a lavorare con l’Unione europea e i nostri partner del G7 per sostenere l’Ucraina, ricercare la pace, superare questa crisi.
Questo è il mandato che il governo ha ricevuto dal Parlamento, da voi. Questa è la guida per la nostra azione.
Grazie

 

 

 

 

 

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ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 — 16.24 :: Ucraina, Draghi: ” Le sanzioni servono a spingere Mosca a negoziare”. M5s, consiglio nazionale d’urgenza sulla risoluzione. Si cerca punto di caduta sulla consultazione delle Camere per l’invio di armi

 

 

ANSA.IT — 21 GIUGNO 2022 — 16.24

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/06/21/ucraina-comunicazioni-di-draghi-al-senato-in-vista-del-consiglio-europeo.-m5s-convoca-durgenza-il-consiglio-nazionale-su-risoluzione_c1976896-34f9-44cd-897a-c76ea635d6b2.html

 

Ucraina, Draghi: “Le sanzioni servono a spingere Mosca a negoziare”. M5s, consiglio nazionale d’urgenza sulla risoluzione.

Si cerca punto di caduta sulla consultazione delle Camere per l’invio di armi

 

SENATO : DRAGHI E DI MAIO

 

 

 

FOTO D’ARCHIVIO

 

Confronto serrato nella maggioranza con le fibrillazioni dei pentastellati a complicare il quadro nel giorno in cui il premier riferisce in Senato in vista del Consiglio europeo sull’Ucraina.

“Ah non lo so, vediamo, vediamo”, così il premier ha risposto arrivando a Palazzo Madama per le sue comunicazioni.

LE PAROLE DI DRAGHI

“Il governo italiano insieme ai partner Ue e G7 intende continuare a sostenere l’Ucraina come questo Parlamento ci ha detto di fare”.

Lo ha detto il premier Mario Draghi nelle comunicazioni al Senato prima del Consiglio Ue. “Il 3 giugno il Consiglio Ue ha votato” l’ultimo “pacchetto di sanzioni”. “Le sanzioni funzionano”. “I nostri canali di dialogo restano aperti, non smetteremo di sostenere la diplomazia e cercare la pace, nei termini che sceglierà l’Ucraina”. “Ricercare la pace, superare la crisi: questo è il mandato ricevuto dal Parlamento, da voi. Questa è la guida della nostra azione”. “La strategia dell’Italia – ha detto ancora il premier – in accordo con l’Ue e il G7, si muove su due fronti, sosteniamo l’Ucraina e imponiamo sanzioni alla Russia perché Mosca cessi ostilità e accetti di sedersi al tavolo dei negoziato“.

Lo ha detto il presidente del consiglio, Mario Draghi, nelle comunicazioni al Senato sul consiglio europeo del 23 e 24 giugno.

“Il conflitto in atto” ha innescato – ha evidenziato il premier parlando della questione della crisi del grano – “una crisi umanitaria di dimensione straordinaria, sono a rischio le forniture di grano nei paesi più poveri” e nei porti ucraini sono bloccati “milioni di tonnellate del raccolto precedente”. Bisogna “liberare le scorte che sono in magazzino per sbloccare le forniture e fare spazio al nuovo raccolto che arriverà a settembre”. “Negli ultimi giorni la Russia ha ridotto le forniture di gas all’Ue e all’Italia, dall’inizio della guerra il governo si è mosso con rapidità per trovare fonti alternative” e “grazie” a questo “potremo ridurre già dall’anno prossimo la dipendenza dal gas russo”.

 

LA DIRETTA

 

 

NODO RISOLUZIONE DI MAGGIORANZA

Riunione delle Forze di maggioranza per definire il testo della risoluzione sulle comunicazioni del premier Draghi.

Cominciata stamani verso le 9, è stata sospesa per un’oretta poco prima di pranzo. Secondo quanto si apprende, la discussione si è arenata sul braccio di ferro tra il coinvolgimento del Parlamento da parte del governo – che alcuni gruppi vorrebbero fosse citato espressamente e di fatto ‘garantito’ – e dall’altro, il riferimento al decreto Ucraina che, tra l’altro, prevede l’invio di armi a Kiev.

“Ascoltiamo la relazione di Draghi e poi verrà depositata una risoluzione. Che sia unitaria resta l’obiettivo”. A dirlo è Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera uscendo dalla riunione di maggioranza. “Non sono uno di quelli che si può scandalizzare sulle discussioni nei partiti né credo che facciano male, sappiamo che possono succedere. Ma quello che possiamo chiedere a tutti è di essere seri rispetto alle priorità, perché la gravità della situazione internazionale – tra siccità, carestia, crisi energetica, si parla di guerra nucleare– impone che chi si vuole dividere, lo faccia rispettando l’onore di questo Parlamento e non cercando alibi o finti alibi per la discussione. Ormai un fiume ha tracimato e gli argini non saranno più quelli di prima e dopo il 24 febbraio dobbiamo fare la conta dei danni”.

A dirlo è il leader di Italia viva, Matteo Renzi intervenendo nell’aula del Senato sulle comunicazioni del premier Draghi”. “Una volta questo dibattito parlamentare sarebbe terminato così: il Senato udita la comunicazione del presidente del consiglio dei ministri la approva. Credo che sarebbe una pagina decorosa per il Parlamento perché il teatrino che si sta sviluppando è semplicemente incomprensibile e molto democristiano. Palesemente estraneo rispetto alla materia in discussione, è un pretesto per discutere di altre cose”, dice in Aula al Senato Pierferdinando Casini dopo le parole del premier Draghi.

 

Una riunione del Consiglio nazionale del M5s è stataconvocata d’urgenza per affrontare gli ultimi nodi della trattativa fra governo e maggioranza sulla risoluzione relativa alle comunicazioni del premier. A quanto si apprende, per il M5s lo scoglio è rappresentato dal coinvolgimento del Parlamento su ogni passaggio relativo alla fornitura di armi all’Ucraina. Secondo alcune fonti parlamentari, il punto di caduta potrebbe trovarsi con un riferimento “sfumato” sulla consultazione delle Camere.

 

 

 

 

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QUANDO VOLANO I PAVONI —

 

FOCUS.IT / AMBIENTE — 16 marzo 2016

 Elisabetta Intini

https://www.focus.it/ambiente/animali/hai-mai-visto-un-pavone-che-vola

 

Siamo abituati a vederli camminare lenti e tronfi, sfoggiando la loro variopinta livrea. Eppure anche i pavoni sanno volare, e quando lo fanno, l’ingombrante corredo di piume non sembra ostacolare il loro decollo. Eccoli ritratti in un momento insolito e piuttosto difficile da osservare.

 

 

Questi pennuti volano soltanto in situazioni di fuga, per evitare pericoli. Quando si sentono minacciati, iniziano a camminare più velocemente fino a librarsi nell’aria. Anche se le loro capacità di volo non sono particolarmente sviluppate, dopo il decollo i pavoni possono raggiungere altezze pari a quelle di una casa di tre piani.

Foto: © Pascal Pittorino/Nature Picture Library/contrasto

 

 

 

Con i loro 2,7-6 kg di peso e un’apertura alare di 1,4-1,6 metri, il pavone comune o pavone indiano (Pavo cristatus, nella foto), è considerato uno dei più grossi uccelli in grado di volare.

Foto: © Patricio Robles Gil/Nature Picture Library/contrasto

 

 

 

 

Nei maschi, le penne copritrici del groppone (erroneamente scambiate per una “coda”), possono raggiungere una lunghezza di 1,2 m: un record che non impedisce ai pennuti, all’occorrenza, di staccarsi dal suolo.

Foto: © Patricio Robles Gil/Nature Picture Library/contrasto

 

 

 

 

Ciò nonostante, il pavone è un uccello camminatore (come i fagiani) e non vola praticamente mai per diletto.

Foto: © Captain Supachat, Flickr

 

 

 

 

Quando è costretto a farlo, per esempio perché vuole cercare un rifugio sicuro dove passare la notte, affronta un tratto di volo per volta, rifugiandosi prima sui rami più bassi, e poi raggiungendo, con brevi decolli, i successivi.

Foto: © Christian Heinrich/IPA

 

 

 

 

Le lunghe piume creano più problemi a terra, che in volo. Per esempio, i pavoni evitano di dispiegarle nella classica conformazione della “ruota” quando c’è troppo vento, per evitare di perdere l’equilibrio.

Foto: © Zhayynn James

 

 

 

 

Stesso discorso vale per l’acqua: i pavoni comuni cercano di non bagnare le piume copritrici perché si appesantirebbero troppo. Ai bagni in acqua preferiscono i bagni di fango e polvere, che eliminano “a secco” i parassiti. Quando per qualche ragione le loro penne si inzuppano, questi animali si ritirano in un luogo tranquillo e assolato per farle asciugare.

Foto: © Dinodia Photos / Alamy / IPA

 

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Una bella foto di Praga — Centro ceco Milano + foto da : Lukas Biba @bibalukas

 

 

Photo by William Zhang on Unsplash

 

da :

Centro Ceco di Milano

https://milano.czechcentres.cz/it/blog/2020/12/aktualni-nabidka-kurzu-cestiny-pro-cizince-na-ff-uk

 

 

 

Image

da :

Lukas Biba @bibalukas

12.49 — 21 giugno 2022

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video, 5.23 — Omnibus, La 7 — Dario Fabbri: “Zelensky non può resistere senza intervento diretto della NATO.

 

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CIRO MARCO MUSELLA, THE OPUS, L’ULTIMO PROGETTO DI ZAHA HADID ARCHITECTS A DUBAI — ELLE DECOR.COM.IT / ARCHITETTURA — 12  MAGGIO 2020

 

Zaha Hadid, la vita della donna che ha sfidato l'architettura - LivingCorriere

foto : Living Corriere

Dame Zaha Hadid Mohammad (in araboزها حديد‎; Baghdad31 ottobre 1950 – Miami31 marzo 2016) è stata un architetto e designer irachena naturalizzato inglese.

Ha ricevuto il Premio Pritzker nel 2004 (prima donna a ottenerlo) e il Premio Stirling nel 2010 e nel 2011. È stata una delle capofila e massime esponenti della corrente decostruttivista. Nel 2010 il TIME la include nell’elenco delle 100 personalità più influenti al mondo. Nel 2013, lo studio Zaha Hadid Architects con 246 architetti dipendenti, si colloca al 45º posto nell’elenco dei più importanti studi di architettura del mondo secondo BD Insurance Bureau.

nel link, la lista delle opere:
https://it.wikipedia.org/wiki/Zaha_Hadid

 

 

Zaha Hadid | Valli&Valli-Fusital

foto : Valli& Valli

 

Zaha Hadid | Noken
foto . Noken

 

Zaha Hadid, la Dama delle linee fluide, e l'opinabilità della matematicafoto : Elle Decor

 

Un'icona dell'architettura tutta al femminile: Zaha Hadidfoto : Design for Love

 

 

 

ELLE DECOR.COM.IT / ARCHITETTURA — 12  MAGGIO 2020
https://www.elledecor.com/it/architettura/a32436753/the-opus-zaha-hadid-dubai/

 

THE OPUS, L’ULTIMO PROGETTO IN ORDINE DI TEMPO DI ZAHA HADID ARCHITECTS, ARRICCHISCE LA FORESTA DI GRATTACIELI DI DUBAI

Superare i limiti costruttivi per sfidare il vicino e imbattuto Burj Khalifa, la torre che con i suoi 828 metri d’altezza detiene il primato

 

the opus, dubai

Foto di Laurian Ghinitoiu

Nel 2007, per il debutto negli Emirati Arabi del ME, il primo hotel della catena Meliá in Medio Oriente, Zaha Hadid Architects aveva presentato un progetto che grazie alla ben distinguibile firma dell’archistar irachena, avrebbe reso riconoscibile la torre The Opus dalla foresta di grattacieli che caratterizza lo skyline della città. Con un cantiere cominciato nel 2012 e conclusosi quest’anno, oggi, l’edificio alto 93 metri, assume un’identità diversa in base al punto dal quale lo si osserva, mostrando due prospetti che raccontano altrettante storie costruttive.

 

the opus, dubai

Il the Opus, alto 93 metri, ospita l’hotel ME con 74 camere da letto e 19 suite, oltre ad uffici, residence, ristoranti e bar, tra i quali il ROKA, ristorante di robatayaki giapponese e la Maine Land Brasserie

Foto di Laurian Ghinitoi

 

Se da un lato, infatti, si osserva un volume squadrato, svuotato al centro da una porzione la cui forma è difficilmente identificabile nelle canoniche figure geometriche, dall’altro lato due monumentali torri si incontrano grazie ad un ponte asimmetrico posto a 71 metri da terra. Come in tutta la produzione dello studio, anche in questo caso il disegno dell’architettura è frutto di una progettazione che trova le sue ragioni nella geometria parametrica ed in un uso magistrale dei software, i cui esiti formali sono talmente riconoscibili da diventare firma dell’architetto e vero e proprio decoro.

 

the opus, dubai

I due prospetti dell’Opus si presentano diversamente. Su un lato domina un volume squadrato, svuotato al centro, mentre dall’altro lato due monumentali torri si incontrano grazie ad un ponte asimmetrico posto a 71 metri da terra

Foto di Laurian Ghinitoiu

 

É stata Zaha Hadid, infatti, riconosciuta dallo storico Prestinenza Puglisi come una dei tre geni dell’architettura degli anni Novanta insieme a Rem Koolhaas e Frank O. Gehry, a raggiungere un design tanto sperimentale quanto sofisticato, diventando tra i capostipiti di un approccio progettuale che sfrutta in tutto e per tutto le infinite possibilità della geometria parametrica.

 

the opus, dubai

Al centro del prospetto, un enorme vuoto la cui forma è difficilmente identificabile nelle canoniche figure geometriche, è indubbiamente il frutto dell’impiego dei software basati sulla geometria parametrica.

Foto di Laurian Ghinitoiu

 

 

I suoi lavori diventano variazioni dello stesso tema, indissolubilmente legati l’uno con l’altro e immediatamente riconoscibili anche a chi non pratica il mestiere, che si tratti di una borsa, di una poltrona o di un complesso residenziale. Non a caso è stato proprio il suo socio di sempre, Patrik Schumacher, a definire i suoi progetti “architetture autopoietiche”, capaci di definirsi continuamente e sostenersi alimentandosi dal proprio interno.

 

 

the opus, dubai

Negli interni sono riconoscibili le forme sinuose caratteristiche delle architetture dello studio Hadid. Inoltre, per la prima volta, lo studio si è occupato anche dell’arredo, impiegano pezzi disegnati dall’archistar, come le sedute “Ottomans” per la hall

Foto di Laurian Ghinitoiu

 

Partendo quindi dall’opera giovanile della stazione dei pompieri al campus Vitra, che ad oggi resta l’unicum della sua produzione, lo studio ha raggiunto ogni angolo del mondo con progetti da record, dal colossale aeroporto di Pechino, fino agli esclusivi appartamenti nel One Thousand Museum di Miami, passando per l’ormai iconico Museo Maxxi di Roma.

 

the opus, dubai

I mobili di Zaha Hadid Design sono presenti in tutto l’hotel, tra i quali i divani “Petalinas”, i letti “Opus” nelle camere da letto e il divano combinato con scrivania “Work & Play” nelle suite. Anche i bagni sono stati curati dallo studio e presentano la collezione “Vitae”, progettata nel 2015 per Noken Porcelanosa

Foto di Laurian Ghinitoiu

 

 

Anche nel caso del nuovo The Opus di Dubai, l’edificio è destinato a diventare un caso: è infatti la prima volta che lo studio Zaha Hadid Architects si occupa interamente di un edificio, curandone gli interni arredati con pezzi disegnati dalla scomparsa archistar. Nelle 74 camere e 19 suite sarà quindi possibile sedersi sui divani Petalinas, dormire sui letti Opus e riconoscere, perfino nei bagni, le curve della collezione Vitae, che seppur non sembrano essere state disegnate considerando la dimensione umana, sono dotate di grande fascino e rendono indubbiamente riconoscibile l’autore.

www.zaha-hadid.com

 

 

 

SEGUE DA: ARTE.SKY.IT / FOTO

https://arte.sky.it/foto/dubai-hotel-zaha-hadid-architects

 

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

 

 

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinitoiu

Zaha Hadid Architects, Opus, Dubai. Photography © Laurian Ghinito

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per Mario ( oggi, 21 giugno ) e per Roberto ( domani, 22 giugno )– TANTISSIMI AUGURI da mario bardelli

 

 

Potrebbe essere un cartone raffigurante il seguente testo "auguri Roberto, siamo in testa G.B. Shaw 14"

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video, 4.53 — come è diverso un gattino dall’altro e diversa la reazione del pulcino a uno o all’altro–

 

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CARLO DE BENEDETTI, Lettera a Letta sul futuro del Pd: servono ricette radicali, non risotti in bianco -DOMANI — 19 GIUGNO 2022

 

DOMANI — 19 GIUGNO 2022
https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/lettera-a-letta-sul-futuro-del-pd-servono-ricette-radicali-non-risotti-in-bianco-jecgqe1o

 

Lettera a Letta sul futuro del Pd: servono ricette radicali, non risotti in bianco

 

  • «Caro Enrico Letta, ricordati che la gente oggi, soprattutto dopo la “delusione” della rivoluzione mancata del Movimento Cinque stelle, vuole radicalità e chiarezza, non risotti in bianco».
  • Carlo De Benedetti è l’editore di Domani. Enrico Letta, segretario del Partito democratico, interverrà alla festa di Domani a Modena, sabato 25 giugno, alle ore 14.
  • Tutto il programma dell’evento L’Italia di Domani a Modena è sul sito.

 

Caro Enrico Letta, ci conosciamo da 25 anni e proveniamo da studi e consuetudini molto diverse. Ma ricordo ancora la passione con cui, in coppia con Pier Luigi Bersani, girasti per tutta l’Italia quasi vent’anni fa, a indagare sul territorio le prospettive, le necessità, i problemi dei vari distretti produttivi e dell’economia reale italiana.

Dunque, è a “quel Letta lì” che mi rivolgo da fedele elettore della prima ora (anche se, come sai, non iscritto) del Partito democratico.

Poiché è evidente che il Pd è l’unica forza politica che può far argine alla nuova destra nazionalista e al populismo dilagante (avrai visto, immagino, visto il comizio di Giorgia Meloni in Spagna all’evento del partito di estrema destra Vox), vorrei esprimere la mia convinzione su come, a mio parere, si possa sperare di raggiungere quell’obiettivo.

Occorre che il Pd smetta di parlare soltanto di alleanze, discorsi che nella mente della gente evocano soltanto giochini politichesi molto sgraditi, e presenti invece un vero progetto progressista contenente proposte certo fattibili e realistiche, ma che non diano l’impressione di essere la solita minestra.

Il tema delle disuguaglianze, di reddito, di ricchezza e anche e soprattutto di opportunità, è da tempo in cima alle priorità del paese e può essere affrontato soltanto se si agisce con decisione e senza riserve.

L’Occidente si sta avviando verso una recessione (che sarà molto peggio dell’attuale problema con l’inflazione troppo elevata) e dunque è indispensabile che il Pd proponga un programma forte, che da un lato dia qualche speranza a chi probabilmente l’ha persa e che dall’altro spinga gli elettori che si sono rifugiati nell’astensione ad abbracciare un progetto vero e ambizioso, quale la sinistra italiana ha rinunciato a elaborare da molto tempo.

D’accordo l’Occidente, l’Europa, i grandi problemi mondiali… ma parliamo di Italia, parliamo dei bisogni degli italiani e dell’orizzonte dei giovani, sempre più scoraggiati dalle prospettive del paese così che i migliori (e non parlo soltanto dei soliti “cervelli”) se ne vanno.

Io ho sette nipoti e sono tutti, nessuno escluso, al lavoro all’estero, soprattutto a Londra: ma è possibile? Prova a chiedere, caro Enrico, anche a Mario Monti dove cercano un impiego i suoi laureati dell’Università Bocconi.

Con la tendenza attuale, tra denatalità ed emigrazione di giovani, nei prossimi decenni rischiamo di perdere oltre 250.000 residenti ogni anno e, soprattutto, di perdere crescita potenziale per tutto il paese.

Il compito del Pd è provare a frenare queste dinamiche e fare di tutto per invertirle e per questo servono proposte nette, tanto ambiziose quanto serie.

Caro Enrico, ricordati che la gente oggi, soprattutto dopo la “delusione” della rivoluzione mancata del Movimento Cinque stelle, vuole radicalità e chiarezza, non risotti in bianco.

Un caro saluto,

Carlo De Benedetti


Carlo De Benedetti è l’editore di Domani. Enrico Letta, segretario del Partito democratico, interverrà alla festa di Domani a Modena, sabato 25 giugno, alle ore 14. Tutto il programma dell’evento L’Italia di Domani a Modena è sul sito editorialedomani.it.

 

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Naturaleza y mas @Naturalezaymas_ — 3.07 — 20 giugno 2022 – grazie ! — ” col fiato sospeso “

From  Seif Kabelele

 

video, 1.54 

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ANTONELLA BECCARIA, Raggirato, derubato e ucciso: così Calvi divenne ‘finanziatore involontario’ della strage di Bologna –IL FATTO QUOTIDIANO DEL 18 GIUGNO 2022

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 18 GIUGNO 2022
https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/18/raggirato-derubato-e-ucciso-cosi-calvi-divenne-finanziatore-involontario-della-strage-di-bologna/6629360/

Antonella Beccaria

Antonella Beccaria

Giornalista e scrittrice

 

 

Raggirato, derubato e ucciso: così Calvi divenne ‘finanziatore involontario’ della strage di Bologna

Raggirato, derubato e ucciso: così Calvi divenne ‘finanziatore involontario’ della strage di Bologna

“Finanziatore involontario della strage di Bologna”. Con queste parole è stato di recente definito Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano assassinato a Londra nelle prime ore del 18 giugno 1982 e ritrovato impiccato – per simulare un suicidio – sotto il ponte dei Frati Neri. La definizione si legge nella memoria della procura generale di Bolognaa conclusione del processo che lo scorso 6 aprile ha condannato in primo grado Paolo Bellini all’ergastolo per la bomba del 2 agosto 1980, che uccise 85 persone e ne ferì 216.

Paolo Bellini al processo a Bologna

PAOLO BELLINI AL PROCESSO A BOLOGNA – foto Repubblica

 

Bologna, l’ultima sentenza: la strage nera con i soldi di Gelli e il silenzio dei servizi

PAOLO BELLINI —
foto da : http://www.giannibarbacetto.it/2022/04/07/bologna-lultima-sentenza-la-strage-nera-pagata-da-gelli/

 

Nel corso di quel dibattimento, durato quasi un anno, si è parlato spesso di Calvi, della sua morte e del suo entourage, a iniziare da Licio Gelli. Il quale, già al vertice della loggia P2 a cui lo stesso banchiere era affiliato, è stato condannato per i depistaggi alle indagini sull’esplosione di Bologna e che si sarebbe probabilmente trovato, nel processo presieduto da Francesco Maria Caruso, imputato in qualità di finanziatore della strage, se non fosse deceduto il 15 dicembre 2015.

E fu proprio Gelli a coinvolgere l’ignaro Roberto Calvi nel complesso flusso di denaro che servì, secondo i pm Nicola Proto e Umberto Palma (con loro, fino a dicembre, c’era anche Alberto Candi, poi andato in pensione), a remunerare il più grave degli attentati avvenuti in Italia dal dopoguerra a oggi. Come lo fece? Raggirandolo.

Innanzitutto una premessa. L’Associazione fra i familiari delle vittime trovò, negli atti del crac del Banco Ambrosiano, un documento che, per via della sua intestazione, è divenuto noto come “Appunto Bologna“. Era una specie di annotazione contabile ricavata da un foglio a quadretti che Licio Gelli custodiva nel suo portafogli anche il giorno in cui venne arrestato a Ginevra il 13 settembre 1982. Mai trasmessa all’autorità giudiziaria del capoluogo emiliano da quella di Milano che indagava sulla bancarotta del Banco Ambrosiano e divenuta forse oggetto di un ricatto che ruotò intorno al Documento artigli, quella annotazione contabile nascondeva, dietro pseudonimi e nomi di conti cifrati, movimenti bancari destinati in ultima istanza – nell’ipotesi dell’accusa – (anche) al potente ex direttore dell’Ufficio Affari Riservati Federico Umberto D’Amato, ai tempi a capo della polizia di frontiera, e al giornalista Mario Tedeschi, direttore del settimanale Il Borghese.

Sul fatto che quel denaro, gestito da Gelli insieme al suo sodale Umberto Ortolani, provenisse dalle casse del Banco Ambrosiano non c’è dubbio e Gelli – come attesta il processo per lo scandalo P2 – fece credere a Calvi di essere in grado di manipolare processi e corrompere giudici salvandolo dalle indagini della magistratura di Milano di cui era oggetto. Il capo della P2, a causa di ciò, venne condannato per millantato credito. Un millantato credito che si basava anche su artifici documentali. Lo attesta il ritrovamento a Castiglioni Fibocchi di una ricevuta con cui, tramite un prestanome di Gelli, Marco Ceruti (piduista), si faceva credere di aver fatto arrivare soldi al vicepresidente del Cms, Ugo Zilletti (altro piduista, ma estraneo alla vicenda che lo chiamava in causa).

Calvi, a un certo punto, si accorse di essere stato truffato da Gelli e Ortolani. Per quale motivo i due avevano agito così? Non certo per ammorbidire gli apparati giudiziari, dato che, nel frattempo era stato arrestato, condannato in primo grado per reati valutari riuscendo a farsi concedere la libertà provvisoria in attesa dell’appello e si era visto ritirare il passaporto (quando ricomparve a Londra, ormai morto, dopo essere sparito il 10 giugno 1982, ne aveva uno falso).

 

Nel tentativo di capire cosa stava succedendo, dopo la scarcerazione Calvi contattò Federico Umberto D’Amato che – secondo quanto scritto da Stefano Lorenzetto nel 2010 sul quotidiano Il Giornale in un’intervista a Cesare Romiti e confermato dalla moglie di Angelo RizzoliMelania Nichilo, sentita a Bologna nell’udienza del 21 maggio 2021 – doveva recarsi da Rizzoli per fargli incontrare il presidente del Banco Ambrosiano. Fu così che il proprietario del Corriere della Sera si ritrovò in una casa di Roma in via Governo Vecchio, dove viveva Francesco Pazienza insieme alla compagna di allora, e Calvi chiese ad Angelo: “Dove sono finiti i soldi della Rizzoli? Non vorrà farmi credere che lei non sa nulla del vino veronese”, intendendo un conto corrente coperto dal nome Recioto.

Nell’operazione della P2 per l’acquisizione del Corriere della Sera, Rizzoli – che per quella storia fu arrestato, processato sei volte, spogliato dei suoi beni e definitivamente assolto 26 anni dopo i fatti – avrebbe dovuto ricevere da Calvi 150 miliardi che non vide mai.

Quei soldi, infatti, erano stati dirottati dal cosiddetto Club Blu (acronimo dei nomi propri di Bruno Tassan Din, Licio Gelli e Umberto Ortolani) in varie direzioni finendo su diversi conti, tra cui il Recioto. Il proprietario del Corriere non ne sapeva niente e Calvi, dopo quell’incontro, ebbe la conferma che era vero: Rizzoli non faceva parte della banda piduista. E allora, ruberie personali a parte, dov’era finito tutto quel denaro?

Anche ad Angelo Rizzoli dissero che per la difesa di Calvi servivano molti milioni di dollari, con i risultati visti sopra. Tre milioni e mezzo, è stato ricostruito dalla guardia di finanza che ha indagato ad anni di distanza su questi fatti, presero la via della Svizzera e di un conto di Ceruti indicato nel documento Bologna. Dunque anche l’operazione Rizzoli finì per congiungersi – nella ricostruzione della procura generale – a quella di preparazione della strage del 1980.

 

Infine Calvi, ormai partito per un tortuoso viaggio – l’ultimo – che lo avrebbe portato a Londra, non fu lasciato solo neanche negli ultimi giorni della sua vita. Nella capitale londinese già il 9 giugno 1982 c’era Maurizio Mazzotta, segretario e stretto collaboratore di Francesco Pazienza, che chiamò D’Amato a Roma e compose anche un numero del ministero dell’Interno ripetendo la sequenza il 12 giugno.

 

L’11 giugno a Londra arrivò Pazienza – in scalo per gli Stati Uniti, affermò – e anche lui si mise al telefono: squillarono in Italia gli apparecchi degli stessi utenti. Si aggiunse a un certo punto anche il numero privato di Giuseppe Santovito, il direttore piduista del Sismi per cui Pazienza lavorava e che, se non fosse morto prima, sarebbe finito a processo per i depistaggi.

Il 13 giugno Federico Umberto D’Amato andò in procura a Roma per annunciare al pm Domenico Sica che avrebbe ricevuto una telefonata da Pazienza, in quel momento a New York, a proposito della scomparsa di Calvi, quasi volesse precostituire un alibi al giovane consulente dei servizi segreti.

Nel frattempo, puntando verso Londra, si muoveva anche Flavio Carboni, che aveva scalzato Pazienza dalle grazie di Calvi e che, come gli altri, da lui aveva ricevuto denaro. Prima del 18 giugno 1982 tutti quanti si tennero in contatto telefonico e – scrivono i pm della procura generale di Bologna – “ciò accredita ancor più la tesi che, alla vigilia dell’omicidio di Roberto Calvi, vi fu una confluenza degli interessi illeciti di Federico Umberto D’Amato non solo con gli esponenti dei servizi deviati […] che, agendo d’intesa con il D’Amato, depistarono le indagini sulla strage di Bologna, ma anche con i soggetti (tra questi, lo stesso Pazienza ed il suo segretario Maurizio Mazzotta), i quali, come il D’Amato, furono autori di massicce appropriazioni di denaro ai danni del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, che fu non solo preda di quelle grassazioni, ma anche fonte (inconsapevole) della provvista utilizzata per finanziare l’operazione ‘strage di Bologna’“.

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Naturaleza y mas @Naturalezaymas_ 12.54 — 20 giugno 2022

 

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PER AMORE DI DONATELLA LA BELLA ! — MALMO NELLA PARTE SUD DELLA SVEZIA — II. architettura moderna–+ link cibo a Malmo — I . Un giro per la città

 

I.   SIAMO ANDATI A MALMO, NEL SUD DELLA SVEZIA   – settembre 2019

 

 

II.  oggi, 20 giugno 2022

 

Cosa vedere a Malmö, la terza città svedese - Stoccolma con Mary

Malmö   è una città svedese di 350 000 abitanti (al 31 dicembre 2020), capoluogo della contea della Scania. Situata nella parte più meridionale della Svezia, è la terza città della nazione per numero di abitanti.

 

Stortorget a Malmö

Piazza Stortorget

 

 

 

Lilla Torg a Malmö

Piazza di Lilla Torg

 

 

Chiesa di San Pietro

Chiesa di San Pietro
Fred J – Opera propria

 

 

Canale

canale che attraversa Malmo

 

 

 

Västra Hamnen il quartiere ecosostenibile di Malmö e Turning Torso

Il quartiere di Västra Hamnen con le case galleggianti

foto da : https://www.stoccolmaconmary.se/malmo

 

 

 

malmo svezia

 

 

 

Oresund Bridge

Il ponte di Oresund (  Øresund )  di 16 km che collega Malmo a Copenhagen in Danimarca è sia stradario che ferroviario.

È il ponte strallato più lungo d’Europa adibito al traffico stradale e ferroviario con una campata centrale di 490 m; fu inaugurato il 1º luglio 2000, è opera dello studio danese di architettura Dissing + Weitling.

 

Ripresa aerea

 

 

Malmöhus slott 2.jpg

Il castello di Malmo, attualmente è un museo, ma fu una prigione per molti anni.
Jorchr – Opera propria

 

 

ph _ Francois Polito – Opera propria

 

 


(WT-en) Elgaard di Wikivoyage in inglese

 

 

Municipio

Municipio
Fred J

 

 

Biblioteca

Biblioteca
Knuckles – Opera propria 

 

Chiesa di San Paolo

Chiesa San Paolo
Fred J

 

 

Chiesa di San Giovanni

Chiesa di San Giovanni
Fred J

 

Turning Torso, Buero- und Apartmentgebaeude in Malmoe, fertiggestellt 2005, entworfen von dem spanischen Architekten Santiago Calatrava

 

La torre di Calatrava  ( Turning Torso )

 

 

 

HSB Turning Torso a Malmo: 6 opinioni e 16 foto

 

 

 

 

10 Year Award, vince il Turning Torso di Calatrava

 

 

 

Turning Torso a Malmoe

 

 

Altra Architettura moderna a Malmo :

 

 

Riqualificazione urbana, inaugurato il Malmo Live | Architetti.com

 

La Svezia. Malmo. Architettura moderna nel centro della citta' Foto stock - Alamy

 

 

Scarica sfondi Malmö, architettura moderna, Università Marittima Mondiale, costruzioni particolari, Svezia per desktop libero. Immagini sfondo del desktop libero

Università Marittina Mondiale

 

 

Emporia shopping centre in Malmö by Wingårdhs

Centro commerciale Emporia

 

Pinterest

 

Emporia: il centro commerciale che si accartoccia su sé stesso

Emporia

 

Emporia: il centro commerciale che si accartoccia su sé stesso

Emporia

 

Emporia

 

 

 

 

Architettura moderna con il vaso in vetro a Malmo, Svezia Foto stock - Alamy

 

 

 

Malmö Building Photos: Architecture Images - e-architect

Glasvasen — Spazio di coworking ( ” VASO DI VETRO ” )

 

 

 

 

 

UNIVERSITA’ DI MALMO

 

 

 

 

Moderna Museet Malmö / Tham & Videgård Arkitekter - Progetti

Museo di arte moderna a Malmo

 

Moderna Museet Malmo, Gasverksgatan, Malmo, Scania, Sweden,... Foto di attualità - Getty Images

Interno del Museo di Arte Moderna

 

 

Escultura De La No Violencia En Malmö Suecia Fotos, Retratos, Imágenes Y Fotografía De Archivo Libres De Derecho. Image 13931969.

 

una scultura contro la guerra e la violenza

 

 

AURA: una moderna sede per uffici col tetto d'oro | PREFA

Una moderna sede per uffici con i tetti d’oro

 

 

Aura, Malmö - Smidmek

 

 

MALMO LIVE

 

È Malmö Live l’edificio svedese del 2016. Gli architetti danesi Hammer Lassen ricevono il prestigioso Swedish Building of the Year. Piace alla comunità ed è sostenibile.

 

La costruzione di 54mila mq occupati da una struttura alberghiera, un centro congressi, una music hall attiva dal 2015 è stata infatti incoronata non solo per le qualità progettuali, ma anche per la sua capacità di inserirsi fin da subito nel contesto culturale di Malmö, collocandosi a due passi dalla stazione centrale.Lo studio Schmidt Hammer Lassen Architects, che opera da oltre venticinque anni, ha sede a Aarhus, Copenaghen, Londra, Shangai e Singapore, ma è di origine danese.

 

 

Molto attivo in Cina, è autore di progetti quali l’Amazon Court a Praga, il College di Wenstminster a Londra, l’Università di Aberdeen, tra gli altri, con una ricerca molto attenta alla sostenibilità. Per Malmö si è aggiudicato, inoltre, il premio Best Facade, grazie alla facciata movimentata dai colori e da un design scultoreo, aspetti valutati positivamente per la capacità di attivare un legame visivo tra l’edificio contemporaneo e la parte storica della città

 

 

 

 

da https://www.artribune.com/tribnews/2016/03/e-malmo-live-ledificio-svedese-del-2016-gli-architetti-danesi-hammer-lassen-ricevono-il-prestigioso-swedish-building-of-the-year-piace-alla-comunita-ed-e-sostenibile/

 


 

Immagini gratis di Malmö

UNA VIA DEL CENTRO VECCHIO DI MALMO

 

 

IL CIBO A MALMO:

 

APRI QUI SOTTO:: 

Mangiare a Malmö

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Nucci Pollarolo @NucciPollarolo – 19.45 — 18 giugno 2022 – grazie ! + il paese

 

Sur la plage de Ravenoville il y a des maisonnettes

 

Image

 

Ravenoville è un comune francese di 270 abitanti ( dati, 2009 ) situato nel dipartimento della Manica nella regione della Normandia

 

Ravenoville – Veduta

Spiaggia

Ideal50 – Opera propria

 

ALTRE IMMAGINI DI QUESTO BEL PAESE :

 

 

 

 

 

GOLF IN MINIATURA

Xfigpower – Opera propria

 

 

 

 

 

 

LA VIERGE NOIR

Xfigpower – Opera propria

 

 

IL COMUNE

Xfigpower – Opera propria

 

 

 

LA SPIAGGIA DI RAVENOVILLE

Xfigpower – Opera propria

 

 

VISTA DELLA CHIESA E DEL CASTELLO

Xfigpower – Opera propria

 

 

VISTA DELL’ISOLA SAINT-MARCUF

Xfigpower – Opera propria

 

 

LE CASETTE SUL BORDO DELLA SPIAGGIA

Ideal50 – Opera propria

 

 

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GIOACHINO ROSSINI, OUVERTURE DE ” LA GAZZA LADRA “- Mannheimer Philharmoniker diretta da Boian Videnoff– Mannnheim, Rosengarten- giugno 2012 + altro

 

 

 

Rosengarten- Mannheim, Friedrichsplatz

Photo: Andreas Praefcke – Self-photographed

 

Mappa Germania - cartina geografica e risorse utili - Viaggiatori.net

MANNHEIM,

è una città tedesca, situata nel land del Baden-Württemberg.

Storica residenza del principe elettore del Palatinato, è oggi diventata il centro economico e culturale della regione metropolitana Reno-Neckar.

 

ALCUNE IMMAGINI DI QUESTA BELLA CITTA’:

 

Mannheim, Germany

 

Mannheim (Germany Baden-Wurttemberg) cruise port schedule | CruiseMapper

 

 

University of Mannheim - Education Abroad

UNIVERSITA’

 

 

Beautiful panorama of the old town of Mannheim, Germany. - 114244701

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Un eccezionale gruppo ” sconosciuto ” suona per noi : Petite Fleur di Sidney Bechet

 

 

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Olga Tuleninova 🦋 @olgatuleninova — 11.35 — 19 giugno 2022 – grazie della bellezza ! + altro

 

Lyonel Feininger –

Karneval in Gelmeroda II, 1908.

Oil on canvas

(69.2 x 54.6 cm).

@ Christie’s Images, New York

 

Image

 

nota :

Gelmeroda è un distretto della città tedesca di Weimar

 

 

chiesa del villaggio di Gelmeroda
Michael Sander – Auto-fotografato

 

Il pittore tedesco-americano Lyonel Feininger (1871–1956) divenne famoso anche per i suoi dipinti di chiese e centri abitati nell’area di Weimar. Durante i suoi soggiorni di lavoro e di studio in Turingia tra il 1906 e il 1937, scattò anche fotografie di motivi provenienti dai villaggi intorno a Weimar. Feininger di solito chiamava e numerava le immagini dopo le rispettive città:

quadri di Gelmeroda

 

 

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Mauro Biani @maurobiani — 13.18 — 19 giugno 2022

 

Jean-Louis #Trintignant #Gassmann l’Italia.

Il sorpasso.

Oggi su  @repubblica

 

Image

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Wassily Kandinsky (16 dicembre 1866 – 13 dicembre 1944 ), Villaggio bavarese con campo, 1908- olio su cartone

 

 

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STEFANIA LIMITI, Roberto Calvi, il più fragile dei banchieri di Dio. Fu assassinato ma non si sa ancora da chi –IL FATTO QUOTIDIANO DEL 18 GIUGNO 2022

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 18 GIUGNO 2022
https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/18/roberto-calvi-il-piu-fragile-dei-banchieri-di-dio-fu-assassinato-ma-non-si-sa-ancora-da-chi/6630399/#

 

Stefania Limiti

Stefania Limiti,
Giornalista e scrittrice

 

Roberto Calvi, il più fragile dei banchieri di Dio. Fu assassinato ma non si sa ancora da chi

Roberto Calvi, il più fragile dei banchieri di Dio. Fu assassinato ma non si sa ancora da chi

 

L’uccisione di Roberto Calvi è una tappa significativa del calendario criminale della storia italiana. Una data simbolo di come gli intrecci di potere e di denaro siano stati custoditi dentro una cassaforte impenetrabile.

Il 18 giugno 1982, Calvi fu trovato morto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, con le tasche zeppe di sassi e 15mila dollari addosso: chiuse frettolosamente le indagini inglesi che rubricarono il caso come suicidio, di ben altro si trattò. Da Sindona a Gelli a Marcinkus, la storia di Calvi si intreccia con quella dei personaggi-chiave che hanno popolato gli intrighi italiani, la sua persona, anche per la sua tragica fine, è un crocevia vulcanico di fatti e misfatti.

 

Arriva al Banco Ambrosiano non ancora trent’enne, ambizioso, scala rapidamente il potere, fino a ricoprire ruoli di vertice agli inizi degli anni 70. Nel 1975 diventa presidente dell’istituto della finanza ”bianca”, stretta alleata dello Ior, la ”banca” vaticana allora guidata dall’arcivescovo Paul Marcinkus, il vero banchiere di Dio a cui Calvi riuscì a strappare il titolo.

 

GIOVANNI BATTISTA GIUFFRE’

A dire il vero l’originale aveva popolato le banche cattoliche negli anni 50 e si chiamava Giovanni Battista Giuffré, personaggio mellifluo, grasso e calvo che ai suoi tempi godeva di uno straordinario potere presso gli ambienti ecclesiastici: con l’aiuto delle parrocchie, rastrellava il denaro di piccoli risparmiatori, soprattutto in Emilia, in Romagna, nelle Marche, prometteva interessi strabilianti, fra il 70 e il 100%, e sosteneva che essi erano un dono della Divina Provvidenza. Erano altri tempi, con strumenti finanziari semplici ma non innocui.

 

Paul Marcinkus - Wikipedia
Paul Casimir MarcinkusCicero15 gennaio 1922 – Sun City20 febbraio 2006 ) è stato un arcivescovo cattolico statunitense.

 

Poi al cospetto di Pietro arrivò il monsignore di origine lituane Paul Marcinkus, nato in un sobborgo di Chicago che si chiama Cicero, cioè la sede delle operazioni di Al Capone all’epoca del proibizionismo. Arrivò a Roma negli anni Sessanta, alto quasi due metri e corporatura atletica, Marcinkus era scaltro e spregiudicato, tanto da conquistare la fiducia di Paolo VI prima e poi di Giovanni Paolo II che gli chiese di finanziare il sindacato polacco Solidarnosc: Markinkus non vedeva l’ora di farlo, e si rivolse a Calvi, chiedendogli di mungere la vacca.

Roberto Calvi, potente e scontroso presidente del più potente istituto bancario italiano, finì sommerso in una rete di tangenti spaventose: creò un sistema di istituti fittizio, le famigerate panamensi, attraverso le quali movimentava denaro a destra e manca, e finendo per essere tra i banchieri di Dio l’unico che cadde in disgrazia.

 

Lo scandalo scoppiò quando Calvi venne trovato impiccato a un’arcata del ponte di Blackfriars. Intervenne nei giorni seguenti il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta annunciando al Parlamento che il Banco Ambrosiano era esposto per 1400 milioni di dollari e che l’Istituto delle opere di religione era, in alcune operazioni gestite dal Banco, “socio di fatto”. La magistratura italiana non poté perseguire la banca vaticana, ma lo Ior perdette 240 milioni di dollari. Possibile che le nostre autorità finanziarie non avessero potuto fare niente prima? Andò così, come era già andata con Sindona.

 

A segnare la sorte di Calvi fu anche la uscita di scena di Gelli nell’81, dopo la scoperta delle liste della P2 alla quale lui è ovviamente iscritto. Il banchiere, senza Gelli, si sente totalmente perso, racconta Francesco Pazienza, allora suo collaboratore, nel suo libro (Ed. Chiarelettere). Il 21 maggio dell’anno seguente finisce in manette. I suoi tentativi di trovare una sponda in Vaticano e allo Ior finiscono nel vuoto. Messo in libertà provvisoria in attesa del processo, cerca aiuti come fosse un leone in gabbia, è disperato, e Pazienza gli presenta il finanziere Flavio Carboni: proprio l’uomo che lo accompagnò al confine con la Svizzera, da cui poi partì per la destinazione finale, Londra. È il 15 giugno 1982. Tre giorni dopo viene trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge.

La lunga storia giudiziaria non ha indicato i colpevoli ma ha stabilito che di assassinio si trattò. Nel novembre del 2016 finì definitivamente in archivio l’inchiesta della procura di Roma aperta nel 2008 dal pm Luca Tescaroli, che è sempre stato convinto delle responsabilità di Flavio Carboni, con un fascicolo stralcio dopo le precedenti assoluzioni di Pippo Calò, cassiere di Cosa nostra, dello stesso Carboni, e di Ernesto Diotallevi, Manuela Kleinszig e Silvano Vittor.

Nel registro degli indagati di Tescaroli finirono Licio Gelli (ritenuto mandante e organizzatore del delitto), Hans Albert Kunz, cittadino svizzero che avrebbe condotto Calvi a Londra, il camorrista Vincenzo Casillo, Francesco Pazienza, Maurizio Mazzotta e Flavio Carboni.

Il gip Simonetta D’Alessandro decise che non c’erano abbastanza elementi per andare avanti, ma volle sottolineare l’importanza del lavoro Tescaroli i cui sforzi portarono a configurare l’omicidio del banchiere, sotto forma di suicidio simulato. Nessuna prova – scrive il gip nel decreto di archiviazione – “ma la consegna comunque di un’ipotesi storica dell’assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Di più non è stato possibile fare”.

 

Fino ad oggi questo. Poi entra in scena il processo sui mandanti della strage di Bologna che prospetta uno scenario importante: quei flussi di denaro per alcuni milioni di dollari partiti sostanzialmente dai Licio Gelli e Umberto Ortolani e alla fine destinati, indirettamente, al gruppo dei Nar e a coloro che sono indicati come organizzatori, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, partirono dal banco ambrosiano di Calvi. 

Che la sua uccisione non sia da ricollegare alla strage?

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LEONARDO CLAUSI, Londra :: «Estradiamo Assange»: Londra consegna agli Usa il bottino della war on terror –IL MANIFESTO DEL 18 GIUGNO 2022

 

IL MANIFESTO DEL 18 GIUGNO 2022
https://ilmanifesto.it/estradiamo-assange-londra-consegna-agli-usa-il-bottino-della-war-on-terror

 

«Estradiamo Assange»: Londra consegna agli Usa il bottino della war on terror

FOTO ARTICOLO 21. info

 

STATI UNITI. La ministra dell’Interno Patel firma l’ordinanza che cede il fondatore di WikiLeaks al paese di cui ha svelato gli abusi. La piattaforma: «È soltanto l’inizio di una nuova battaglia legale». Ma ora rischia due secoli di carcere

«Estradiamo Assange»: Londra consegna agli Usa il bottino della war on terror

Protesta fuori dalla Westminster Magistrates’ Court di Londra – Ap/Alastair Grant

 

Molto è perduto per Julian Assange, ma ancora non tutto. Ieri la ministra britannica dell’Interno Patel ha firmato l’ordinanza di estradizione per il giornalista e hacker australiano, detenuto ormai dal 2019 nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, l’atto finora conclusivo di una saga giudiziaria che si protrae ormai da circa un decennio (Assange si rifugiò nell’ambasciata ecuadoregna a Londra nel 2012).

I suoi avvocati hanno due settimane per appellarsi nuovamente alla Corte suprema britannica e, laddove necessario, in ultima istanza alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Se anche queste due azioni in extremis fallissero, Assange decollerà per gli Usa, dove rischia 175 anni di carcere per spionaggio.

 

UN PORTAVOCE del ministero dell’Interno ha dichiarato: «In questo caso, i tribunali del Regno unito non hanno ritenuto che sarebbe oppressivo, ingiusto o un abuso procedurale l’estradare il signor Assange. Né hanno ritenuto che l’estradizione sarebbe incompatibile con i suoi diritti umani, compreso il suo diritto a un processo equo e alla libertà di espressione, e che mentre si trova negli Stati uniti sarà trattato in modo appropriato, anche in relazione alla sua salute». È la stretta finale dell’ordito poliziesco tessutogli attorno.

Stella Moris, che Assange ha sposato in carcere, ha rivelato che il marito le aveva detto «recentemente» che se fosse stato estradato aveva in animo di togliersi la vita e che il prossimo appello includerebbe prove secondo cui la Cia avrebbe cercato di assassinarlo con il veleno quando ancora era rifugiato dentro l’ambasciata ecuadoriana a Londra.

In un proprio comunicato, WikiLeaks ha affermato che «oggi è un giorno buio per la libertà di stampa e la democrazia britannica. Chiunque in questo Paese abbia a cuore la libertà di espressione dovrebbe vergognarsi profondamente del fatto che il ministro dell’Interno abbia approvato l’estradizione di Julian Assange negli Stati uniti, il Paese che ha complottato il suo assassinio».

 

«OGGI NON È LA FINE della lotta – continua la dichiarazione – È solo l’inizio di una nuova battaglia legale il prossimo ricorso sarà dinanzi all’Alta Corte». Gli ha fatto eco Amnesty International: l’estradizione «metterebbe a rischio e manda un messaggio agghiacciante ai giornalisti».

Julian Assange è naturalmente reo di aver fondato WikiLeaks e aver mostrato lo zio Sam in flagranza criminosa mentre difendeva la democrazia, combatteva il terrore – diffondendolo con la war on terror, uno slogan che sembra il nome di un videogioco iper-violento – e, già che c’era, tutelava le proprie forniture di greggio a buon mercato.

WikiLeaks ha pubblicato migliaia di file riservati diplomatici e militari, nel 2010 e nel 2011, relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq, che documentano ciò che è anodinamente definito collateral damage ma che sarebbe tranquillamente ascrivibile alla categoria dei crimini di guerra.

E che rivelano come l’esercito americano abbia ucciso centinaia di civili – giornalisti compresi – in incidenti non denunciati durante la guerra in Afghanistan, mentre i documenti trapelati sull’invasione dell’Iraq indicavano in 66mila i civili uccisi dalle forze irachene o della coalizione.

 

UN CATASTROFICO danno d’immagine per gli Usa, punibile, in mancanza di peggio, con i due secoli scarsi di galera che vogliono affibbiare al reo non appena tocchi la (la la) land of the free. Anche per questo non hanno esitato a esercitare tutte le pressioni di cui erano capaci con l’alleato britannico.

Mentre l’Australia, il paese natale del giornalista, si comportava da diligente ex-colonia: bendandosi, turandosi le orecchie e tacendo sulla sorte del proprio fastidioso cittadino.

Priti Patel: the UK home secretary who wants asylum seekers sent to Rwanda  | South China Morning Post

PRITI PATEL ( Londra, 1972 )

Quanto a Priti «Crudelia de Mon» Patel, era ampiamente previsto che avrebbe vergato il documento con meticolosa cura calligrafica. Facile anche immaginarle sfoderare il proverbiale, torvo sorrisetto mentre firmava: lo stessa smorfia nervosa con cui si difende da tutte le reazioni sdegnate – legali e politiche – relative all’altra deplorevole controversia in cui ha impantanato il suo dicastero, quella dei trasporti forzati di migranti in Ruanda.

 

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IL MANIFESTO DEL 19 GIUGNO 2022 :: APPELLI. Contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, il 21 giugno iniziativa in Fnsi

 

 

IL MANIFESTO DEL 19 GIUGNO 2022
https://ilmanifesto.it/contro-lestradizione-negli-stati-uniti-di-julian-assange-il-21-giugno-iniziativa-in-fnsi

 

APPELLI

Contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, il 21 giugno iniziativa in Fnsi

 

 

Il premio Nobel per la Pace, Adolfo Peréz Esquivel

Adolfo Pérez Esquivel ( Buenos Aires, 26 novembre 1931 )

 

CASO ASSANGE. Appuntamento alle 15.30 in sala Tobagi per la presentazione dell’appello promosso dal premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. Prevista la partecipazione, con il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente Giuseppe Giulietti, di Stefania Maurizi, Riccardo Noury, Armando Spataro, Grazia Tuzi, Vincenzo Vita

 

Contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, il 21 giugno iniziativa in Fnsi

Martedì 21 giugno 2022, alle 15.30, si terrà nella sala Walter Tobagi della Federazione nazionale della Stampa italiana (corso Vittorio Emanuele II, 349 a Roma) la presentazione dell’appello contro l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, promosso dal premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel.

Il giornalista fondatore di WikiLeaks rischia una condanna a 175 anni di carcere per avere rotto il velo di silenzio sui crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan.

All’iniziativa è prevista la partecipazione, insieme con il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti, della giornalista Stefania Maurizi, del portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury, dell’ex magistrato Armando Spataro, della professoressa Grazia Tuzi, del presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita.

(Per l’accesso alla sala Tobagi è richiesto l’uso della mascherina FFP2).

 

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LIMESONLINE DEL 4 MAGGIO 2022 :: ‘A ogni dittatura il suo dittatore’ -Conversazione con Maurizio Serra, storico e ambasciatore a riposo. a cura di Fabrizio Maronta, Lucio Caracciolo

 

LIMESONLINE DEL 4 MAGGIO 2022
https://www.limesonline.com/cartaceo/a-ogni-dittatura-il-suo-dittatore

 

‘A ogni dittatura il suo dittatore’

Carta di Laura Canali - 2015

Carta di Laura Canali – 2015

Conversazione con Maurizio Serra, storico e ambasciatore a riposo.

a cura di Fabrizio MarontaLucio Caracciolo

Pubblicato in: IL CASO PUTIN – n°4 – 2022

LIMES«Dittatura» è termine usato in modo spesso generico, trascurandone i tratti specifici. Lei ha recentemente pubblicato Il caso Mussolini. Può tratteggiarci le peculiarità di quel regime e del suo capo?

SERRALa categoria ombrello di «dittatura» è spesso fuorviante per l’analisi storica perché maschera le peculiarità dei singoli regimi autoritari. Questi, al pari delle democrazie, sono frutto del contesto storico, sociale, culturale e politico che li esprime. Le dittature, specie se di durata medio-lunga, tendono inoltre a modificarsi nel tempo e questo impedisce di tipizzarle, pena un’eccessiva astrazione. Così il franchismo spagnolo o il comunismo sovietico. Il fascismo ricalca le caratteristiche di una società italiana infragilita dallo sforzo forse eccessivo della Grande guerra, concausa determinante di quella crisi delle élite politiche, intellettuali e militari che apre la strada a Mussolini. A consegnarsi al Duce è un’Italia lacerata dalla disfatta di Vittorio Veneto, tomba della politica liberale post-unitaria. 

Come rilevato da Curzio Malaparte in Tecnica del colpo di Stato, l’intelligenza politica di Mussolini – al cui affinamento ritengo concorra non poco il biennio svizzero – sta nel fondere il populismo demagogico con un forte tratto modernizzante, nella retorica e in parte nella pratica. Un connubio non scontato per un esponente del socialismo massimalista, di estrazione provinciale. Ma vincente e peraltro caratteristico di molte dittature, che al rapporto prepolitico tra capo carismatico e popolo associano un’idea rivoluzionaria di progresso, di modernità dirompente.


LIMESPerché?

SERRAPerché devono mobilitare in permanenza le moderne società di massa a sostegno del regime. Ci si può chiedere se in Italia l’affermazione del capitalismo socializzante e partecipativo si sarebbe verificata anche senza il fascismo, per effetto della modernizzazione industriale rincorsa fin dall’Unità. Certo la tecnocrazia modernizzatrice di cui il fascismo si serve e che a sua volta lo cavalca preesiste a Mussolini. È una tecnocrazia autoritaria, forse in parte socialista, che il regime concorre a formare ma che in certa misura eredita dallo Stato liberale. Da Alberto Beneduce a Bonaldo Stringher, questa generazione accompagna il Ventennio e in parte gli sopravvive con gli ultimi epigoni, come Enrico Cuccia o Francesco Mattioli. 


LIMESIl fascismo fu quindi necessità storica? In assenza di Mussolini, il suo posto e il suo ruolo sarebbero stati ricoperti da altri?

SERRANon amo la storia dei se, tantomeno le presunte ineluttabilità. Stiamo ai fatti. Questi ci dicono ad esempio che Mussolini batte un potenziale avversario, Francesco Saverio Nitti, portatore in senso democratico di istanze modernizzatrici certo migliori di quelle fasciste. Se quindi la domanda è quale sarebbe stata, a mio parere, l’opzione migliore per l’Italia dei primi anni Venti, la risposta è Nitti. Il quale ebbe peraltro cura di tenere il nostro paese fuori dalla guerra civile russa successiva al 1917.

Qui spicca la responsabilità storica di Casa Savoia. L’immagine di un Vittorio Emanuele III «re da operetta» è falsa. Per mezzo secolo il re è figura determinante della politica italiana, prima per l’ingresso nella Grande guerra e poi per la scelta del fascismo. Opzione dai tratti reazionari scientemente perseguita, specie dopo una marcia su Roma tutt’altro che oceanica.


 

LIMESNella confusione ideologica degli albori il fascismo mostra componenti di estrema sinistra, oltre che repubblicane. Cosa gli consente di venire a patti con la monarchia e con le élite conservatrici, senza peraltro rinnegare le origini? 

SERRAIn misura determinante, la personalità di Mussolini. Se mettiamo a confronto Lenin, Hitler e Mussolini, i tre personaggi di quella generazione che ci richiamano il fantasma lugubre del dittatore, la specificità salta agli occhi. In Lenin c’è un apparato ideologico certamente flessibile – pensiamo alla pace di Brest-Litovsk del marzo 1918 – ma con una fisionomia chiara, costante e adatta alla Russia post-zarista. In Hitler c’è un’ossessione ideologica spiccata e dominante, che si delinea con chiarezza già nel Mein Kampf e che permane fino alla fine. Mussolini, malgrado il dilettantismo degli esordi, ha invece un talento per la dissimulazione e il camaleontismo, capace di mettere gli interlocutori l’uno contro l’altro. Ciò gli consente di accreditarsi presso i reazionari quale baluardo della controrivoluzione e presso lo squadrismo – vasta congerie che all’inizio spazia dai militanti della sinistra estrema agli arditi – come colui che impedirà alle classi dominanti di archiviare la Grande guerra tornando a forme di oppressione da ancien régime.

Questo non deve però suggerire facili schematismi. Il Mussolini modernizzatore intraprende una delle ultime guerre coloniali quando il colonialismo è già alle corde. Mentre Hitler, ossessionato dalla gloria del «Reich millenario», dalle teorie razziste e dall’accaparramento di risorse per il popolo tedesco liquida senza isterie la perdita delle colonie africane, posto che per lui il Lebensraum coincide con l’Europa centro-orientale.


Carta di Laura Canali - 2022

Carta di Laura Canali – 2022


 

LIMESHitler e Lenin sono espressioni del nazionalismo novecentesco, esaltato dalla disgregazione dell’impero tedesco e asburgico e di quello zarista. Il fascismo sfrutta l’elemento nazionale, ma tenta anche di dare all’Italia un tardivo impero coloniale.

SERRASì. Ma l’avventura coloniale è parte del disegno modernizzante, anche sotto il profilo propagandistico. La conquista di colonie serve a convincere il mondo e l’Italia stessa che il paese ha un esercito moderno e capace. Il che, nell’epoca della guerra industriale, è indice di capacità tecnologiche e logistiche. Di modernità. Idem per il loro sfruttamento economico. 

La motivazione coloniale stricto sensu è forse la meno importante. Quella fondamentale è geostrategica: dotarsi della Quarta Sponda per dimostrare che l’Italia è potenza europea. Ci avevano provato già Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, ma specie quest’ultimo, da pragmatico, aveva realizzato che il paese non era ancora pronto. A differenza del siciliano Crispi però, che vedeva le colonie africane come opportunità economico-imprenditoriali per un’Italia agricola, a Mussolini l’aspetto economico interessa poco. Ciò malgrado gli italiani realizzino molto, specie in Etiopia, nel campo industriale e infrastrutturale. 

C’è poi l’idea mussoliniana che la direttrice d’espansione africana sia la meno confliggente con gli interessi di Londra e Parigi. Con l’accordo del 1925 negoziato da Austen Chamberlain sotto il governo di Stanley Baldwin, all’Italia è permesso di annettere territori già appartenenti al Kenya britannico e poi di espandersi in Etiopia. Anche i francesi danno luce verde alla presenza coloniale italiana, consentendo tra l’altro all’Italia l’uso della ferrovia che univa Gibuti – già Somalia francese – a Addis Abeba. Una presenza, quella italiana nel Corno d’Africa, che per Mussolini poteva inoltre stemperare gli attriti con la Francia in Tunisia, spina nel fianco dei rapporti bilaterali.


 

LIMESTra i temi meno indagati dalla storiografia c’è la «diarchia» che caratterizza il fascismo. Che rapporto intercorre tra Mussolini e Vittorio Emanuele III?

SERRARenzo De Felice, che pure diffidava delle interpretazioni eccessivamente psicologiche della vicenda storica, parla di sostanziale empatia. All’origine starebbero la diffidenza e il disprezzo che i due nutrono per chi li circonda e che li porta a sviluppare una comprensione reciproca. È possibile che il re non abbia mai abbandonato l’idea di sbarazzarsi di Mussolini a tempo debito, specie dopo il sommo insulto protocollare del doppio maresciallato inflittogli dal Duce dopo la vittoria in Etiopia. Circostanza che creerà tra l’altro enormi problemi all’Italia nella conduzione della guerra.


 

LIMESSgarbo voluto?

SERRAMussolini teneva al protocollo molto meno di Vittorio Emanuele, che ne era ossessionato. Al Duce il grado di maresciallo serviva, pragmaticamente, a controllare le Forze armate. Quello militare è comunque solo un aspetto, sebbene evidente e gravido di risvolti, di una diarchia che impronta tutta l’esperienza del fascismo e che deve indurci a vedere sotto una luce diversa, meno macchiettistica, la figura del re.


Carta di Laura Canali - 2021

Carta di Laura Canali – 2021


 

LIMESPerché allora si continua a connotare il fascismo come regime totalitario?

SERRAOccorre intendersi sui termini. È indubbio che il regime fascista, specie dalla seconda metà degli anni Trenta, abbia accentuato dei tratti autoritari subendo un’evoluzione – meglio, un’involuzione – verso forme dittatoriali più estreme e tendenti al totalitarismo. Si tratta però di un totalitarismo «all’italiana», che rispetto ai coevi tedesco e sovietico presenta crepe evidenti. L’Ufficio studi dell’Ispi, dove mio padre entra alla fine degli anni Trenta, creato per volontà di Alberto Pirelli che pure ha i suoi interessi e un suo posizionamento nel fascismo, produce studi che stupiscono per l’ampiezza delle prospettive rispetto alla posizione ufficiale del regime. Nel 1941 mio padre pubblica un libretto sull’occupazione bellica germanica non esattamente in linea con gli imperativi dell’Asse. Si può anche pensare che questi margini rientrassero nella strategia mussoliniana del bastone e della carota, che almeno nella prima parte degli anni Trenta dà i suoi frutti. Resta che situazioni del genere erano impensabili nel Terzo Reich. Anche per questo riesce oggi difficile cogliere appieno quanto le élite intellettuali – e non solo – del tempo fossero condizionate, se non sedotte, dal fascismo. La cooptazione di elementi nuovi, giovani, delinea una forma di meritocrazia – per quanto opportunistica e conformante – inedita, confacente all’immagine moderna che Mussolini intende proiettare. 

Accanto a tutto questo, però, la pressione del «credere, obbedire, combattere» si va intensificando all’approssimarsi della guerra. Gli elementi autoritari presenti dall’inizio nel fascismo tendono nel tempo a prendere il sopravvento, avvicinando il regime a esiti totalitari. 


 

LIMESForse un vantaggio del fascismo è stato l’avere un’ideologia debole, che l’ha reso più duttile del nazismo.

SERRANon so se questa sia stata una forza del fascismo, di certo lo fu di Mussolini che infatti lascia soprattutto articoli di giornale e discorsi, dimostrazione della sua ritrosia a canonizzare il fascismo. La voce «Fascismo» da lui licenziata nell’Enciclopedia Italiana di Gioacchino Volpe e Giovanni Gentile è tardiva ed esibisce un apparato concettuale tutt’altro che granitico. Ciò non toglie che Mussolini intenda conferire al fascismo caratteristiche in grado di differenziarlo dagli altri sistemi, autoritari e soprattutto democratici, del tempo. Antiparlamentarismo, autoritarismo, un senso della gerarchia intesa non come diritto di nascita ma come selezione napoleonica dei migliori, la violenza come metodo interno ma soprattutto come costante storica in senso soreliano, da cui la normalità della guerra. Poi la razza, sancita dalle leggi del 1938-39 e intesa non tanto in senso biologico ma socioculturale, quale novella stirpe forgiata dalla risorta nazione italica. Non per questo meno pericolosa, come attesta la fatale spirale dell’antisemitismo.


Carta di Laura Canali - 2015

Carta di Laura Canali – 2015


 

LIMESChe rapporto intercorre tra Hitler e Mussolini?

SERRAHitler provava per Mussolini un’attrazione quasi morbosa che non si smentirà fino all’ultimo, tanto da definirlo il suo migliore amico. Attrazione frutto, oltre che di una psiche deviata, dell’ammirazione non scevra d’invidia per un dittatore che ha conquistato lo Stato con la marcia su Roma, cosa che a Hitler non riesce con la prima marcia di Monaco. E anche se il Duce deve attendere le leggi fascistissime del 1925-26 per accentrare i poteri, la sua ascesa resta meno faticosa di quella del Führer. Questa passione, che resiste fino all’ultimo come evidenzia il «testamento del bunker» del 1945, nel tempo volge però in negativo: che un Duce così grande guidi un popolo tanto inetto come l’italiano è, secondo Hitler, somma sventura.

Quanto a Mussolini, fin dal primo incontro a Stra nel giugno 1934 è colpito dal fanatismo volitivo di Hitler, che contrasta con il suo carattere sì determinato, ma restio a concepire il potere in modo totalizzante, al punto da immolarvisi. Sotto questo profilo, volendo tipizzare la figura del dittatore ne esistono almeno di due tipi: quelli pronti a morire per uno Stato che incarnano totalmente e quelli che, in ultima analisi, preferiscono salvare la pelle. Hitler apparteneva al primo gruppo, il Duce al secondo. Proprio per questo il fanatismo del Führer desta al contempo sospetto e timore in un Mussolini che, ancora a metà anni Trenta, prova a negoziare con le democrazie occidentali. Tanto che i maggiori tentativi di arginare Hitler li fa proprio lui con il Patto a quattro del 1933 e con il Fronte di Stresa del 1935, scontando però il disinteresse di inglesi e francesi. I primi convinti che l’accordo navale anglo-tedesco del 1935 li metta al riparo da uno scontro con la Germania, le cui mire sull’Est europeo poco li impensieriscono. I secondi perché un Quai d’Orsay anti-italiano non vuole inimicarsi la Germania, di cui teme la potenza. La linea suicida di Monaco, insomma, inizia già con Baldwin e troverà nel 1938, con Neville Chamberlain, drammatica conferma.


 

LIMESColpisce che dopo il Gran Consiglio del 25 luglio 1943 il regime si sciolga come neve al sole, salvo ricostituirsi a Salò sotto impulso nazista. Come si spiega?

SERRACon il fatto che al tempo il regime è già agonizzante, depauperato e sfiduciato agli occhi della popolazione da una guerra tremenda e ormai persa. Fin dal 1941, come documentato da Giordano Bruno Guerri, le federazioni del Partito fascista inviano rapporti dettagliati e per certi versi coraggiosi sulla disposizione dell’opinione pubblica, che ancora a fine 1940 è abbastanza favorevole alla guerra. Atteggiamento che sarà presto rovesciato dalla campagna di Grecia e soprattutto da quella di Russia. Donde l’ipotesi affascinante ma inverificabile di un Mussolini che, impossibilitato dal suo ruolo di ducator e dalla rappresaglia tedesca a dimettersi, predispone la propria esautorazione per schivare il disastro. Comunque a secedere, il 25 luglio, è soprattutto l’ala «moderata»: i nazionalisti alla Luigi Federzoni, lo stesso Galeazzo Ciano. Nonché alcuni fascisti della prima ora che con pragmatica furbizia constatano la fine del regime: figure come Dino Grandi, Giuseppe Bastianini, Giuseppe Bottai.

Il ritorno di Mussolini, in ogni caso, non lo vuole nessuno: non il diretto interessato, non il re, non i tedeschi. Specialmente i tedeschi: l’idea del feldmaresciallo Albert Kesselring è replicare in Italia un’occupazione alla francese, mettendo a capo un vecchio militare – una sorta di Pétain locale – in modo da poter depredare gli impianti industriali e scongiurare un’onerosa guerra partigiana che avrebbe assorbito risorse su un fronte bellico ormai secondario. L’ipotesi è condivisa dalla nomenklatura e da Goebbels, che detesta Mussolini. Tra gli stessi italiani l’entusiasmo per la prosecuzione dell’alleanza con la Germania è quantomeno tiepido, circoscritto.


 

LIMESCome si spiega allora Salò?

SERRACon Hitler. Torniamo al problematico rapporto tra i due, all’ascendente che suo malgrado il Duce esercita sull’omologo tedesco e che sarà la rovina definitiva dell’Italia fascista. Nello scoppio della tragica guerra civile italiana un ruolo determinante lo svolge infatti la trasformazione del regime fascista, o meglio di ciò che ne resta, in alleato passivo della Germania nell’ambito di un conflitto sempre più cruento, totale e disperato. Regime al cui vertice resta la figura, ormai dirimente e anacronistica, di Mussolini. 


 

LIMESC’è nella condizione del dittatore qualcosa che spinge alla paranoia, alla follia, a forme di squilibrio psichico?

SERRAPiù che del dittatore, questa «predisposizione ambientale» è tipica di tutti i regimi forti, non solo autoritari. Pensiamo all’occultamento dello stato di salute del presidente nella Quinta Repubblica francese, anche dopo de Gaulle. La condizione clinica di Georges Pompidou fu tenuta nascosta. Idem per il tumore di François Mitterrand, che pure aveva promesso piena trasparenza riguardo alla sua salute. Questo vale per le malattie fisiche, ma anche e forse soprattutto per le condizioni mentali. Qualsiasi circostanza passibile di inficiare la capacità di intendere, volere e agire del «capo» si ripercuote infatti sull’apparato politico-istituzionale dello Stato, specie se questo ha carattere marcatamente verticistico. Che la dittatura favorisca tale isolamento, comune in certa misura a tutte le figure di potere, è indubbio. Tanto più che la circostanza si innesta su personalità egocentriche e narcisistiche, tipiche del capo indiscusso.

Sotto questo aspetto Mussolini non è forse l’esempio più calzante, in quanto più che di narcisismo patologico l’uomo pecca di eccessiva furbizia: dell’idea cioè di poter usare sistematicamente l’ambiguità e il raggiro, salvo cadere in errori tragici. Come entrare in guerra con l’idea di non farla, o promulgare le leggi razziali con il retropensiero di non applicarle per evitare di rompere con la comunità ebraica. Non è patologia mentale, piuttosto «normale» degenerazione della politica italiana, una forma di trasformismo vieppiù dannoso se praticato da chi, con alcuni caveat, ha in mano le sorti dello Stato. 

Nel caso di Putin siamo forse di fronte a qualcosa di diverso, ma sarà il tempo a dircelo. Ad ogni modo, diverso e tipicamente russo è il sistema che presiede e di cui è espressione. Al netto della palese brutalità dei metodi e dell’avventatezza di un’invasione rivelatasi sin qui disastrosa per gli stessi invasori, di questo lo storico deve comunque tenere conto.


Carta di Laura Canali - 2021

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Livshits @ALiwshits — 21.41 – 18 giugno 2022 — grazie !

 

 

 

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