Si è concluso il primo ciclo di studi della scuola per robot inaugurata a fine giugno in Cina, nella città di Hangzhou.
Si tratta di una struttura dove le macchine imparano a svolgere mansioni specifiche, prima di essere ammesse in contesti lavorativi reali. Il progetto fa parte della National Pilot Base for Embodied AI Applications, un vero e proprio centro di addestramento per i robot. A Hangzhou, quattro automi hanno ricevuto il diploma durante una cerimonia simbolica.
L’obiettivo della scuola, come spiega l’agenzia cinese Xinhua, è verificare l’affidabilità degli automi per l’impiego in fabbriche, ospedali e uffici, sostituendo i classici test di laboratorio con simulazioni in ambienti realistici.
L’iniziativa ha preso il via con una classe inaugurale di trenta robot, destinati a settori come la manifattura e i servizi. Il programma di addestramento si articola in quattro aree che comprendono compiti tecnici, sanitari, artistici e sportivi. Gli ingegneri strutturano le lezioni e le prove pratiche in base alle specifiche capacità fisiche di ogni modello, per testarne le potenzialità. Durante le verifiche, le macchine devono dimostrare precisione nei movimenti e un rapido adattamento di fronte agli ostacoli. I sistemi di intelligenza artificiale vengono esaminati per garantire che gli automi sappiano prendere decisioni in autonomia e operare a stretto contatto con gli esseri umani, senza alcun rischio. Al termine delle prove, i modelli che superano l’esame ricevono un certificato di idoneità operativa.
ILago dell’Ovest è un famosissimo e grande specchio d’acqua dolce situato nel centro di Hangzhou
Office towers, landscaped parkland and city roads form a mixed urban district at dusk.
Torre di uffici vicino al parco e il traffico delle strade al crepuscolo
Freight transportation occurs along the Beijing – Hangzhou Grand Canal under the shining supermoon in Huai’an City, Jiangsu Province, China, on November 5, 2025. (Photo by Costfoto/NurPhoto via Getty Images)
Trasporti lungo il Beijing, il grande canale di Hangzhou sotto una superluna nella città di Huai’an, Provincia dello Jiangsu, Cina — una città che confina a sud-est con lo Hangzhou.
La parte tra lo Yangzi e il Fiume Giallo appare anche in uno dei libri di Confucio nel quale è indicato che venne costruito nel 486 a.C. Fu riparato durante il III secolo a.C..
Nell’anno 604, l’imperatore Yangdi della dinastia Sui lasciò la capitale, Chang’an (l’odierna Xi’an) per trasferirsi a Luoyang. Nel 605, l’imperatore ordinò la realizzazione di due progetti: trasferire la capitale del paese a Luoyang (nello Henan) e scavare un canale tra Tianjin e Hangzhou.
Ci vollero sei anni per costruire il canale, unendo canali preesistenti che si trovarono nel corso dell’opera e collegando il Fiume Giallo, il Hai He, il Huai He, il Chang Jiang (conosciuto anche come Fiume Azzurro o Yangzi) e il Qiantangjiang. ù
La parte sud fino a Pechino, tra lo Yangzi e Hangzhou, fu costruita fra il 1280 e il 1293. Il Gran Canale oggi va da Pechino e termina a sud di Hangzhou (Zhejiang). La sua lunghezza totale è di 1.794 chilometri e, oltre a Tianjin, passa per Pechino, Hebei, Shandong, Jiangsu e Zhejiang.
per chi volesse prosegue nel link di Wikipedia in italiano:
La canzone fu composta da una 16enne pianista messicana nel 1932, e scrisse una canzone
su un bacio che lei non aveva mai ricevuto; si chiama Consuelo Velasquez; nel ’50 ; fu pubblicata nel 1940, nel ’44 venne usata in un film di Holywwod; nel ’50 oltrepassò tutti gli Oceani- in pochi anni fu tradotta in tutte le lingue. Consuelo morì nel 2005 a 88 anni e disse più volte : ” non ho mai capito come quella canzone arrivò fino a me “
Il commento è sotto il video, probabilmente di Aura Vault
Sono 5.077 i migranti in situazione irregolare che dall’inizio del 2026 hanno lasciato volontariamente la Tunisia per fare ritorno nei Paesi d’origine attraverso il meccanismo di ritorno volontario e reintegrazione facilitato dall’Oim.
Il dato porta a 25.351 il numero complessivo dei beneficiari del programma dalla sua istituzione.
La caatinga è la maggiore foresta secca del Sud America ed è una delle più ricche del mondo in termini di biodiversità.Il termine caatinga viene dalla lingua tupi-guaraní ” caa ” (foresta) + ” tinga ” (grigio), ovverosia foresta grigia.
The armadillo lives in the “Brazilian savannas”, mainly the caatinga, in the central-west and northeast regions of Brazil. Pedra Branca in the State of Ceará, Brazil.
View of a Green-barred Woodpecker in its nest. Portuguese name: Pica-pau-verde-barrado. English name: Green-barred Woodpecker in its nest. Scientific name: Colaptes melanochloros.
Bottle tree (Cavanillesia arborea) growing in the Caatinga of Brazil. The illustration depicts several mature trees with swollen bottle-shaped trunks, sparse branching, and surrounding dry vegetation characteristic of the Brazilian Caatinga.
WIKIPEDIA: Cavanillesia arborea (nome comune barrigudo/ barriga= pancia in port. ) è una pianta fiorita della sottofamiglia Bombacoideae della famiglia Malvaceae , originaria della regione della Caatinga nel Brasile centrale e orientale. Gli esemplari completamente maturi possono avere l’aspetto di un baobab ( Adansonia digitata ), ma possono anche assumere la forma di un enorme pallone da rugby o di un pallone da football americano, crescendo da una piccola base, gonfiandosi al centro fino a 5 metri (16 piedi) e poi restringendosi di nuovo appena sotto i rami.
link sotto
Cavanillesia platanifolia – Giardini Botanici Reali, Peradeniya, Sri Lanka.
4 ottobre 2026 – 1° turno Elezioni Presidenziali in Brasile
Brazilian President Luiz Inacio Lula da Silva and Environment Minister Marina Silva are discussing Brazilian biomes at the Planalto Palace in Brasilia, Brazil, on November 22, 2023. (Photo by Ton Molina/NurPhoto via Getty Images)
LULA, ATTUALE PRESIDENTE DEL BRASILE ..
per quel poco che ho sentito, direi quasi niente, Lula ha qualche problemino nella competizione elettorale con il figlio di Jair, Flàvio Bolsonaro:
Garantire la colazione, il pranzo e la cena è un obbligo di qualsiasi governante. È il minimo. Il brasiliano merita molto di più di questo. Merita comfort, dignità e qualità della vita. Merita il barbecue che non è mai arrivato. Merita di viaggiare con la famiglia, di comprare un’auto decente e di realizzare i suoi sogni senza indebitarsi per il resto della vita. La scelta a ottobre passa attraverso questo: continuare a lottare per avere solo il minimo e vivere indebitato o scegliere un progetto che presenti percorsi concreti per aumentare il reddito, ridurre il costo della vita e ampliare le opportunità per le famiglie brasiliane.
* mi scuso per l’irregolarità della scrittura, ma anche ” lui ” fa quello che vuole..
il nostro mare ligure
Il 13 febbraio ho partecipato con Mario, mio marito, Linda, mia cugina e Dana e Frankie, due carissimi amici dei tempi d’antan ad una manifestazione a Imperia ” sulla donna e la sua felicità ( o fatica.. ) di vivere “…
Non avevo mai visto tanta allegria e tanta gioia di sentirsi uniti e con tanta voglia di cantare e di giocare, a cui i vari maschi presenti (non una folla, ma un gruppo significativo) partecipavano con la stessa voglia di festa.
Ho apprezzato la mancanza di formalità e di retorica nei vari interventi, che ho trovato generalmente buoni ma alcuni davvero ottimi (che poi, vuol dire solo che con loro ero più d’accordo che con altri).
Ho avuto una delusione però: chiedendo in giro a varie persone, ho scoperto essere solo mia o che, comunque, “non interessava a nessuno”, nemmeno a Linda.
Sono “stanca” di vedere, nelle manifestazioni delle donne, anche nelle migliori come questa, tutti gli interventi rigorosamente al femminile.
Durante la manifestazione, dal momento che, ancora una volta le cose stavano così, ho chiesto ad un ragazzo, che guidava il camioncino delle musiche, di dire qualcosa, anche breve. Lui mi ha detto che non era preparato (poi non se l’è sentita ):
..ma anche una piccola cosa, per es. “ci siamo anche noi”, avrebbe per me avuto un enorme significato: di rompere questo gineceo che a me pare assurdo. Non ho il minimo dubbio che questo isolamento ormai storico, avrà significati seri e profondi, ma nessuno li spiega né se ne è parlato negli interventi come se – il rapporto con gli uomini – per il movimento delle donne, non fosse un problema.
Forse non do il tempo alla storia di evolversi: una manifestazione unitaria di vari gruppi insieme, e in “mille città” italiane, è certamente un fatto storico, sempre che riescano ad organizzarsi in modo da continuare nel tempo. Anche i girotondi erano stati un fatto molto significativo in quel momento di palude, sono durati un po’, poi sono spariti, probabilmente per mancanza di un programma condiviso e di un’organizzazione: c’è poco da fare, un movimento, se vuole vivere a lungo, deve assomigliare ad un partito per quanto più flessibile, leggero, spontaneo che voglia essere.
Ma adesso, se siete d’accordo, richiamo sul palco i miei due pupazzetti (reali, realissimi) Dana e Frankie.
In un racconto precedente, avevamo lasciato Frankie, in piazza Eroi a Sanremo, a testa bassa che bofonchiava qualcosa da solo, un po’ irritato.
Ma in questo momento lo vediamo alzare la testa, le spalle si fanno maestose, la “testa rotonda” di Charlie Brown si erge fiera, come un vero marito dei tempi d’antan e spara il fiato di sigaretta in avanti, riprende fiato e dice – noi siamo ansiosi di sentire, perché non parla quasi mai, soprattutto non lo vedi mai turbato – :
“Ha sempre male a questo ginocchio” – adesso la voce è sconsolata; c’è anche nostro figlio, ma ritiene di mostrarlo a me- parla sempre con quel suo dito grassoccio accennando alla moglie che va avanti con Mario…: “ prende gli antidepressivi da tempo e non vuole smetterli;” – e qui di nuovo si rivolge a me cercando complicità, io assento subito come sotto le armi –
“l’ ortopedico, come sapete, studia la relazione tra il sistema nervoso e la muscolatura…”- questa volta cerca in me una luce d’intelligenza, gli risplendo come un lampione lungo la Senna –
“e adesso, nell’ultima visita, ci ha detto che gli antidepressivi ledono le ossa” – si agita un po’ ondulando sulle scarpe varie volte, la voce è più accesa – “alla fine le ossa si spappolano e diventano gelatina! Ma lei si ostina a non mollarli…”
Mentre la sua voce va in morendo, lo anticipo: “ Ma, a mio parere, Dana potrebbe diminuirli benissimo fino a smettere”- esco la mia aria dotta e parlo soavemente- ” gli antidepressivi sono una terapia come un’altra, la fai, sei curato e la smetti; fai magari dei rinforzi nel cambio stagione, che è sempre un periodo delicato, ma se li devi prendere a vita…”
Qui anch’io faccio una pausa, proprio come lui quando sputava su di noi – che gli eravamo davanti – quel fiato mortifero di Gitanes; lui mi lancia uno sguardo per niente rassicurante.
“Secondo me tua moglie è infelice” – ho notato con la coda dell’occhio una faccia quasi minacciosa, ma mi fisso su Dana che va avanti da sola – e guardandola mi convinco ancora di più di quello che sto dicendo -: “ soffre di solitudine e ancor più di noia. Una noia mortale che non esprime, ma la rende sempre così stanca che spesso deve stare a letto a leggere…”.
Senza pietà termino: “E’ per questo che prende gli antidepressivi…”
Ormai è costernato, guarda allibito le sue scarpe come gliele avessero scambiate, ma non mi interrompe, forse qualcosa nelle mie parole gli dà un suono che, in qualche modo, ha già sentito dentro di sé, un dubbio, subito cancellato.
Mi sforzo di mettere dolcezza nelle mie parole affinché mi ascolti, ma davanti al quadretto che mi si presenta nella mente, preferirei parlare secca, come del resto mi riesce più facile (“sei una ligure secca”, diceva mia cugina, anche lei ligure!).
“Vedi, Frenck, gli dico con familiarità, devi pensare che Dana vive con una persona – Tu – che tanti anni fa – eravamo usciti insieme da una mostra a Lugano – mi hai detto “di star bene solo quando sei in mare” ..
Ed eri serio, non è il tuo stile parlare per parlare; lei, per te, invece, sta sulla terra ferma.
Quando lavoravi ancora, un’unica volta mi hai parlato-eri seduto davanti a me in quel ristorante libanese, il tavolo era grande e c’era molto rumore, io ero lì, a portata di voce – mi hai raccontato del tuo “mondo parallelo” che ti eri dovuto inventare per sopportare il vivere quotidiano. Non è certamente delirio: è come quando il delirio c’è, ma ti permette di rientrare quando vuoi. Là, in quella storia doppia, ti scorrevano nelle sue mille immagini, vivevi la tua vera vita: la realtà era una specie di optional.
Adesso che sei in pensione (anche se hai le lezioni di vela) non posso sapere se hai ancora quel film che ti passa nella testa, ma mi pare che la televisione, che vedi per ore, possa essere un buon sostituto: lì non hai neanche bisogno di fabbricartele le immagini.
Una persona che deve vivere in questo modo, non può fare compagnia a nessuno, te lo posso garantire perché, per quello che vedo io, e che può certamente essere sbagliato, ma Mario, mio marito, vive così: lui ha sempre vissuto così, ma man mano negli anni, questo fenomeno si è intensificato.
E’ “diventato sordo”, se gli chiedi una cosa ne risponde un’altra…
Dana, lo sai, è una donna e una bambina che ha un enorme bisogno di svago e di divertirsi: non ha perso, come tutti i poeti, grandi e piccoli, il bisogno di giocare.
Ma farlo da sola…non la diverte. Allora sta a letto a divertirsi con i libri perché può farlo: è curiosissima di tutto e ogni cosa nuova la diverte, è una miniera di notizie, lo sai; ma quando si sente le ruote sotto il sedere e può divertirsi con il mondo intero… la depressione le passa del tutto anche perché tu sei con lei — e lei è nel mondo, esistente !|
Io, per esempio, da sempre scrivo per potermi divertire da sola a mio modo, e poi non sono sola: il computer ed io siamo una coppia di ferro ( e, anche se quando fa tutti quei pasticci, arrivo anche a odiarlo), ci amiamo moltissimo. Lui mi riflette una Chiara che conosco e che mi è ” piacevole “.
Invece, quando sono con Mario, magari succede anche a voi, questo veramente non lo so proprio, è più facile che mi senta “inesistente”.
Dulcis in fundo, Dana ti ha proprio viziato: quando sei alla televisione è tutto un chiamare: “Dana Bella mi porti le sigarette…e il portacenere…hai dimenticato l’accendino…c’è della birra?…sei proprio un amore a scendere a comprarla…quando mangiamo?…”.
Intanto lei ha già fatto la spesa, pulito la casa, tua e sua, ha messo su il mangiare, anzi “i mangiarini”…ma pensa che dopo mangiato potrà andare a leggere…in fondo è quello il suo mondo parallelo. Ma lei, anche se inventa cose nuove quando scrive, vuole vivere nella realtà, ” percepirla con tutta se stessa” attraverso i 5 sensi !
Forse anche questa è una delle differenze tra uomo e donna..
“Imagine”
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente…
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno solo.
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi davvero uno
testo inglese
Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky…
Living for today…
Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world…
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one
La nostra storia, voglio dire questo raccontino, agli inizi mi era sembrato così divertente, umano e paciocco, ma rileggere questa canzone mi ha reso triste: abbiamo proprio finito di “sognare un mondo migliore” in cui ciascuno può vivere in pace…quello che è rimasto di questa canzone è “immaginare che nessuno mai può vivere in pace”.
Mattarella a Amatrice ricorda la Costituzione: la scuola è aperta a tutti
Amatrice, 22 set. (askanews) – “La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. La scuola prepara tutti, ‘è aperta a tutti’: così dispone l’art. 34 della Costituzione”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice. “Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”, ha aggiunto “Gli studenti non sono semplici utenti della scuola. La società ha bisogno della loro voce”, ha concluso.
Estate agli sgoccioli, arriva l’equinozio d’autunno.
L’appuntamento astronomico alle ore 2:05 del 23 settembre
Autumn Leaves In Full Color in Japan
L’estate è davvero agli sgoccioli, almeno dal punto di vista astronomico: il 23 settembre, alle ore 2:05, cadrà l’equinozio d’autunno.
La nuova stagione prenderà il via quando il Sole attraverserà l’equatore celeste (cioè la proiezione dell’equatore terrestre sulla volta celeste), spostandosi da Nord a Sud.
Vibrant autumn foliages drape over a broad tree by a calm pond. A carpet of orange and yellow leaves covers the ground, creating a peaceful nature scene.
Inoltre, il Sole si troverà allo zenit dell’equatore terrestre, dove i suoi raggi arriveranno perpendicolari. I due emisferi del Pianeta riceveranno così un’illuminazione equivalente, con le ore di luce pressoché uguali a quelle di buio: da qui l’espressione latina aequa nox, ossia ‘notte uguale (al dì)’.
La vera parità, però, non arriverà esattamente il 23 settembre. Il Sole, infatti, non è un punto ma un disco: alba e tramonto vengono definiti rispettivamente dall’apparizione e dalla scomparsa del bordo superiore del disco solare, con un conseguente allungamento della durata del giorno. A questo si aggiunge l’effetto della rifrazione atmosferica, che curva i raggi solari e rende visibile il Sole anche quando il suo centro geometrico si trova già sotto l’orizzonte. Per tali ragioni, nel giorno dell’equinozio il periodo di luce risulta superiore a quello di buio di alcuni minuti. La parità effettiva, denominata ‘equiluce‘, si verifica alcuni giorni dopo, generalmente intorno al 25-26 settembre alle latitudini italiane.
La data dell’equinozio di settembre (che nell’emisfero Sud segna al contrario l’inizio della primavera)non è fissa, ma può variare di anno in anno, tra il 21 e il 24 settembre. A determinarne lo slittamento sono la diversa durata dell’anno astronomico rispetto a quello civile e l’inserimento del giorno aggiuntivo negli anni bisestili. Così l’equinozio può spostarsi anche di diverse ore da un anno all’altro: generalmente si verifica il 22 e il 23 settembre e più raramente il 21 e il 24. I prossimi equinozi d’autunno al 21 settembre arriveranno solo nel 2092 e 2096.
Sabine Weiss (Sabine Weiss (1924–2021), esponente di spicco della fotografia umanista.
titolo della foto : Monastery Of The Jumping Cats, 1996
**L’immagine immortala l’osservazione di un gatto a mezz’aria durante un salto all’interno del celebre monastero Nga Phe Kyaung in Birmania (Myanmar) chiamato appunto “Monastero dei gatti che saltano ” perché i monaci addestravano i gatti a saltare attraverso un cerchio”.
“Fotografare è un alibi”. Sono queste le parole con cui si dovrebbe ricordare Sabine Weiss e la sua inesauribile passione per la fotografia, che ha assorbito ininterrottamente settant’anni della sua lunga esistenza. Tutt’altro che “matta e disperatissima”, poiché la Weiss ha saputo fondere un lungo e minuzioso apprendistato con l’irrefrenabile curiosità che animava il suo desiderio di diventare una fotografa. Spesso accostata a fotografi umanisti come Brassaï, Izis, Doisneau, Ronis, la sua storia racconta molto altro.
Nata in Svizzera, a Saint-Gingolph nel 1924, appartiene a quel folto gruppo di professioniste che, a partire dagli anni Venti, ha fatto della fotografia il proprio mestiere e il mezzo per ottenere un’autonomia personale. Una fotocamera appesa al collo era un possibile pretesto per lasciare le mura domestiche, viaggiare e persino ambire all’indipendenza economica.
Nata troppo tardi per fotografare il conflitto mondiale, e per questo distante da Margaret Bourke-White che era riuscita a stare al passo con la storia, e da Gerda Taro che dalla storia era stata travolta e trasformata in mito, Sabine Weber incarna la vicenda, forse meno suggestiva, certamente più autentica, di una incrollabile tenacia che, infine, si rivela come la sua arma vincente, per nulla segreta.
Sin da ragazzina vuole fare la fotografa e, su consiglio del padre, chimico e inventore, si reca presso lo studio di Paul Boissonnas a Ginevra. Vi rimane tre anni e apprende le basi della sua futura professione: “ritratto, fotografia industriale, lavoro di laboratorio e di ritocco, catalogazione dei negativi, rapporto con i clienti”.
Boissonnas aggiungerà: Mademoiselle S. Weber a beaucoup de goût et de dons pour son métier.
Il 23 agosto del 1945 ottiene il certificato di idoneità, poca cosa al confronto delle conoscenze acquisite, che costituiscono lo strumento più importante nella sua cassetta degli attrezzi.
Nel 1946 si trasferisce a Parigi e per quattro anni collabora con Willy Maywald, fotografo di moda e ritrattista.
Lo studio in cui lavora si apre sul cortile dell’Académie de la Grande Chaumière, dove è facile incontrare molti artisti. Con l’aiuto di Maywald trova casa a Montparnasse dove conosce Chagall, Braque, Cocteau, Carné e incontra anche il suo futuro marito, Hugh Weiss, un artista americano con cui si trasferisce in una casa-studio nella zona Ovest di Parigi.
Le due esperienze sono fondamentali. A Ginevra apprende la tecnica, a Parigi entra in contatto con l’arte. Senza troppi proclami demolisce uno dei cliché che il mondo della fotografia veicola con insistenza: l’incapacità femminile di armeggiare con una fotocamera e padroneggiarne gli aspetti tecnici. Marie Robert, nel saggio introduttivo a Une histoire mondiale des femmes photographes, ricorda che Luis Daguerre, quando annunciò al pubblico la sua scoperta alla fine del 1838, affermò che, sebbene il risultato sia ottenuto con mezzi chimici, questo piccolo lavoro [potrebbe] piacere molto alle signore. La Kodaksi è affidata, fin dal lancio della sua prima fotocamera portatile nel 1888, e per decenni, alla figura della “Kodak Girl”, l’incarnazione della dilettante senza conoscenze tecniche.
Nel 1932, una pubblicità del marchio Leica mostrava mani femminili che, finalmente, “non avrebbero più fatto foto sfocate” grazie alla messa a fuoco automatica. E se accadeva che qualcuna si discostasse dallo schema, inevitabilmente diveniva oggetto di scherno o ironia, come Alice Schalek, reporter sul fronte orientale durante la Prima guerra mondiale, definita “iena da battaglia” da Karl Kraus, o “Valchiria di ferro”, nomignolo attribuito a Germaine Krull a causa del suo Metal (1928), composto da scatti di architetture metalliche.
La velocità con cui la Weiss inizia a lavorare è sorprendente. Subito dopo l’apprendistato realizza il suo primo servizio dedicato ai soldati americani in licenza a Ginevra, Nos hôtes américains à Genève, in cui i militari vengono ritratti come turisti a spasso per la città. Sue sono le foto pubblicate sulle copertine della rivista l’Apprenti Suisse di marzo 1945 e novembre 1946, in cui si vedono due donne al lavoro. Il decennio che va dal 1952 al 1962 è costellato da prestigiose collaborazioni. Alla sua Rollei aggiunge una Leica e una Linhof, le sue opere cominciano a circolare e si costruisce una clientela che le garantisce commissioni regolari.
Conosce Robert Doisneau che la fa entrare nell’agenzia Rapho e appoggia la sua candidatura presso la redazione di Vogue, con cui rimane sotto contratto per circa dieci anni.
Oltre che in Francia, Sabine Weiss viaggia spesso in Europa e Medio Oriente: Italia, Egitto, Spagna, Austria, Portogallo sono solo alcune delle sue numerose destinazioni. Anche le collaborazioni con la stampa internazionale si moltiplicano: Newsweek, Picture Post, Paris Match, U.S. Camera, Harper’s Bazaar, Time, Elle, Le Ore, come era avvenuto per altre giovani fotografe agli esordi, fra cui Chiara Samugheo e Giulia Niccolai.
Si sposta con disinvoltura dai set lussuosi delle passerelle di moda alle periferie delle città. Che fotografasse un abito di Dior o una banda di monelli, (…) in un momento quegli elementi, la sua fotocamera e lei stessa, sembravano fondersi, ricorda il marito. Ciò che sorprende è la mancanza di finzione, quasi che la presenza fisica della fotografa sia stata neutralizzata da una naturale contiguità con i soggetti fotografati.
Nella foto scattata alla prima collezione di Dior, pubblicata su Life, si vede un giovanissimo Yves Saint-Laurent circondato da un gruppo di modelle. Nonostante la posa, si percepisce qualcosa che va oltre l’ingessata ufficialità della situazione. Più che inavvicinabili icone di moda, le mannequins sembrano ragazze ben vestite, sicure di sé, ma non inaccessibili, mentre lo stilista ricorda un adolescente timido che si vergogna di essere fotografato. Nessuno si sente in dovere di fingere. Entrare nello studio di Giacometti e ritrarlo mentre a sua volta ritrae la moglie Annette, avvicinarsi a Niki de Saint Phalle chinata a terra, fotografare André Breton, ormai anziano, accanto alla sua collezione di opere d’arte, come se anch’esso fosse un pezzo da museo, mostra la sua capacità di entrare in empatia con i soggetti, indipendentemente dalla loro condizione.
Perché sia potente, una fotografia deve parlarci di un aspetto della condizione umana, deve farci sentire l’emozione che il fotografo ha provato di fronte al soggetto, afferma la Weiss. A New York sceglie di girovagare nei quartieri popolari: il Bronx, Harlem, Chinatown. A Parisienne’s New Yorkers è l’azzeccatissimo titolo che si legge sulle pagine del New York Times Magazine, la Weiss è una parigina (e non una svizzera!) che si muove con disinvoltura nella metropoli americana.
Cammina per strada e fotografa quello che vede: i passanti, le persone che lavorano, i ragazzini che giocano. Il suo sguardo non è quello di una cacciatrice di immagini, non è rapace come Weegee e non le interessano gli istanti perfetti di Cartier-Bresson, ma l’imperfetta normalità della vita quotidiana. La Weiss non accentua alcuna forma di drammaticità. Non ricorre a particolari espedienti tecnici, tagli o modulazione dei contrasti, poiché ciò che conta è mostrare il soggetto nella sua dignitosa dimensione reale, senza alcuna forma di enfasi.
Sono consumata dalla curiosità: vorrei entrare in ogni casa, scoprire le vite degli altri. (…) Con la mia macchina fotografica stabilisco un dialogo con gli sconosciuti, racconta la Weiss. Per questo accetta la proposta che le viene fatta dalla Magnum di fotografare le donne affette da disturbi mentali che venivano ospitate e accudite presso famiglie “adottive” a Dun-sur-Auron, nel dipartimento francese di Cher.
Come per le strade di New York, anche lei diventa una di loro: si avvicina con naturalezza e le fotografa mentre lavorano a maglia, chiacchierano sulla soglia di casa, fanno la spesa, mettendo in risalto il loro lato “normale” ed esaltandone l’“umanità”.
Così nelle foto scattate in un cimitero per cani ad Asnières: un’anziana donna dal volto afflitto regge un piccolo fagotto bianco che avvolge il suo cane come se fosse un figlio.
Si percepisce che la curiosità della Weiss non è solo desiderio di accrescere il proprio sapere, ma come suggerisce l’origine della parola, prendersi cura, avere premura, sentire sollecitudine verso qualcuno o qualcosa. Fotografare non è prendere con violenza, ma curarsi del soggetto che si fotografa, prenderlo insieme, comprenderlo. Non è un caso che tra i soggetti prediletti dalla Weiss vi siano i bambini. Li fotografa ovunque, a Parigi, Avignone, Toledo, Madrid, New York.
Le sue immagini sembrano le tessere di un’unica, immensa periferia senza confini abitata solo da ragazzini. Poco importa se indossano abiti sgualciti, se i sorrisi sono sdentati, se in eredità dagli adulti hanno ricevuto solo le macerie della guerra. Non sono rappresentati come simbolo della vulnerabilità, della fragilità o delle sofferenze di un’epoca, come documentano le immagini della Farm Security Administration.
Li coglie in equilibrio sulle mani come degli acrobati, intenti ad attingere dell’acqua da una fontana, in cerca di avventure per strada, e persino mentre le corrono incontro, come se la volessero accerchiare.
La Weiss sembra voler affidare proprio a loro il destino del mondo, ed è per questo che Edward Steichen le chiede alcune foto per la mostra The family of Man, presentata nel 1955 al MoMa di New York, insieme a quelle di Helen Levitt e Ruth Orkin.
Perché come lui, mette l’accento sull’universalità dell’esperienza umana e sulla capacità della fotografia di testimoniarla.
Se è vero che la Weiss non si ritiene un’artista, gli artisti creano qualcosa di nuovo, io sono una testimone, sostiene, c’è una parte della sua opera che sembra andare nella direzione opposta alle sue parole. Non sono fotografie che testimoniano un evento. Spesso scattate di notte, si vedono diverse fonti luminose che rischiarano l’oscurità. La luce di un fiammifero con cui un uomo accende una sigaretta, quella di un lampione verso cui un altro si dirige in bicicletta, le scintille di un fuoco d’artificio, i raggi del sole che cadono in fondo a una strada verso cui un uomo corre.
Il vuoto genera un’atmosfera malinconica, le solitarie figure umane che si muovono nelle strade deserte suggeriscono il senso dell’andare verso qualcosa, della vita e della morte.
Eppure i bagliori che sembrano passare da una foto all’altra, fanno pensare a dei varchi che conducono in altre dimensioni. Bucano l’immagine verso il supporto cartaceo e verso chi guarda, dando rilievo alla metafora della fotografia come scrittura di luce, ma soprattutto della fotografa come colei che accende l’immagine.
E con essa la vita. Alla Weiss non interessa l’è stato di Roland Barthes, l’istante perduto che la fotografia può salvare dall’oblio, ma il varco luminoso che può condurre verso il futuro.
Lo stesso varco che si apre nel meraviglioso sorriso della ragazzina sdentata che guarda la fotografa con un misto di innocenza ed incontenibile energia, orgogliosa di esibire quel buco nel sorriso, come fosse un dono divino. Il medesimo entusiasmo che si percepisce nella foto della gitana che danza avvolta nel turbine del suo abito, mosso da un vento invisibile che muove anche la Storia.
Luce, gesto, sguardo, movimento, silenzio, tensione, riposo, rigore, rilassamento. Vorrei racchiudere tutto in questo momento per esprimere l’essenziale dell’uomo con il minimo dei mezzi, dice la Weiss.
Forse ciò che chiama “l’essenziale dell’uomo” è proprio quel nucleo di luce che lei ha cercato nei volti dei bambini, negli artisti, nei mendicanti, e che in queste foto prende la forma di tanti cerchi luminosi, come fossero prove, indizi, tracce del nucleo originario da cui provengono le sue foto.
Forse sono queste le immagini a cui pensa quando in Intimes Convinctions ricorda il concetto giapponese di “Ma”: un orientale che spiega qualcosa a un altro orientale, toglie, toglie ancora e quando non resta più nulla, questo nulla che rimane è il Ma. (…) mi piacerebbe, nelle mie foto, ottenere qualcosa di questo tipo: trovare questi istanti nel tempo e nello spazio, in cui pienezza e semplicità formano un tutto.
Fra il 1980 e il 2000 Sabine Weiss riprende a viaggiare, si sposta da una parte all’altra del mondo: Egitto, India, Ungheria, Isola della Riunione, Guadalupa, Birmania, Giappone. Fotografa persone che pregano. Qui, la “pienezza e la semplicità” si condensano in momenti di contemplazione che vanno oltre il semplice soggetto visibile.
Ed evidenzia l’aspetto raccolto, intimo, silenzioso di queste persone. Chinarsi a pregare è come guardare attraverso la fotocamera, è rivolgere la propria cura verso ciò che ci sta davanti. La Weiss non esalta le differenze religiose, ma l’universalità della dimensione umana.
Le due donne con lo sguardo assorto, inginocchiate al Cairo, non sono così diverse dall’anziana in ginocchio a Fátima; il monaco che prega a Taïwan è simile al bambino con le mani giunte a Tokyo. Così come l’anziana ungherese che accende una candela appare vicina al ragazzino il cui volto è illuminato da una candela sottile che tiene fra le dita.
Sembra che la Weiss contempli con loro il mistero di una possibile illuminazione, di un bagliore che non è il lascito di una fonte di luce esterna, ma un primo e antico sprigionarsi dell’essere. Non un venire alla luce, ma farsi faticosamente una fiammella che ondeggia nel buio del mondo, cosciente della sua luce, consapevole di produrre ombre, che sa di essere fatalmente destinata a spegnersi.
Mostra: Sabine Weiss. La poesia dell’istante, a cura di Virginie Chardin, Casa dei Tre Oci a Venezia, fino al 23 ottobre 2022.
La storia della lotta alla mafia è una storia soprattutto di grandi tradimenti, oltre che di grandi uomini che si sono immolati per la causa. I protagonisti infatti sono stati tutti, in qualche modo, traditi da qualcuno. Antonio Ingroia, oggi avvocato, in un dialogo appassionato e senza reticenze con Massimo Giletti, racconta le sue verità di magistrato di sinistra tradito dalla sinistra politica. Il suo è una specie di memoriale in cui affida al suo interlocutore i suoi ricordi e la sua esperienza di magistrato, le tante vicende del passato che lo hanno visto in prima linea nella procura di Palermo, con i suoi maestri, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, tra misteri ancora irrisolti, omissioni e depistaggi. Un j’accuse neanche troppo velato ai nemici e ai finti amici nelle procure, nelle correnti e della politica, una rilettura amara di cosa sia stata e abbia significato la stagione delle stragi e della Mafia corleonese; delle sue lotte intestine, tra connivenze e ambiguità intollerabili e delle domande senza risposta che ancora avvolgono le morti dei due grandi magistrati siciliani. E poi, ancora, la sua uscita improvvisa dalla magistratura per il tradimento di quegli ambienti giudiziari e politici che riteneva suoi naturali alleati, nel momento in cui alcune intercettazioni toccano il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E la sua nuova vita di avvocato alle prese con episodi di malagiustizia quotidiana. “Traditi” è un libro ricco di rivelazioni, ricordi personali e riflessioni su una stagione indimenticabile, tragica, decisiva nella storia di questo Paese.
video, 28.27 min.
Antonio Ingroia
Traditi. le mie verità sui misteri di Palermo e della Magistratura
incontra Antonio Ingroia, una vita in magistratura ed ora avvocato penalista, coautore, recentemente, con Massimo Giletti, del libro, edito da Piemme, dal titolo “Traditi-Le mie verità sui misteri di Palermo e della Magistratura”. Antonio Ingroia, in una lunga intervista a Massimo Giletti, ricostruisce gli anni delle stragi mafiose dei primi anni 90’. Stragi che hanno portato alla morte dei due magistrati simbolo di questa battaglia e delle rispettive scorte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Due magistrati traditi da quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerli e combattere con loro il fenomeno mafioso. Perché solo ora un’opera per raccontare la sua verità degli anni delle stragi che hanno visto morire uno dopo l’altro Falcone e Borsellino? Chi sono i traditori? Chi ha tradito Antonio Ingroia? Il Patto Stato-Mafia venne accertato ma non fu riconosciuto come reato punibile. Qual è il reale significato di questa decisione? Ci furono tradimenti anche nelle file della Mafia. Cosa avvenne di preciso? Quali le responsabilità della sinistra in quegli anni? Cosa si poteva fare di più, nella lotta alla Mafia, e non è stato fatto? Cosa significa per il Governo portarsi a casa la riforma della giustizia e cosa accadrà in concreto? Queste e molte altre le domande e gli aspetti affrontati nel corso di questa intervista.
Lucienne Bloch (1909-1999) è stata una fotografa americana di origini svizzere. Nacque a Ginevra, ma si trasferì negli Stati Uniti all’età di 8 anni. Meglio nota al grande pubblico per la collaborazione con Diego Rivera, fu proprio affiancando il pittore messicano che ebbe modo di conoscerne la moglie, Frida Kahlo della quale divenne amica e confidente. Eppure il loro primo incontro fu ben lontano dai toni complici e pacati che caratterizzarono i successivi dialoghi.
“Io ti odio”, queste le prime parole pronunciate da Frida Kahlo a Lucienne. Era il 1931 e il MOMA di New York accoglieva una festa in onore di Diego Rivera. La Bloch lavorava allora come sua assistente e Frida aveva avventatamente riconosciuto in lei un’amante del marito. Ma le apparenze ingannano. Col tempo, Lucienne si rivelò un’amica fidata e una confidente sincera; le fu accanto a seguito dell’aborto, della morte della madre e dei ripetuti tradimenti di Rivera.
Frida e Lucienne condividevano ideali politici e passione per l’arte. Lucienne Bloch era figlia d’arte; incoraggiata e appoggiata dal padre, Ernst Bloch, compositore e violinista svizzero, coltivò l’amore per l’arte sin dalla giovane età.
L’interesse per la politica, il comune denominatore dell’arte e una solida base di valori comuni consolidano l’affinità tra la Kahlo e la Bloch.
L’AfD vince anche in Meclemburgo-Pomerania, Berlino alla Linke ma Merz non molla.
Debacle della Cdu, per la prima volta fuori dal parlamentino di un Land. Alice Weidel, leader dell’ultradestra: ‘Merz tragga le conseguenze, noi il partito più forte del Paese’. Elif Eralp, della Linke, conquista la capitale.
Friedrich Merz (s), Elif Eralp (d) nota in fondo, Alice Weidel in basso a sinistra e Steffen Krach in basso a destra. Berlino, 20 settembre 2026 ANSA
L’ultimo voto del 2026 consegna l’immagine di una Germania che cambia e premia le ricette più radicali, per uscire dalla crisi e superare le paure che avviliscono i tedeschi.
L’ultradestra di Afd ha vinto nel secondo Land dell’est, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento del Land. La Sinistra della Linke ha conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp, che vuole espropriare le case.
È opinione diffusa che sarebbe abbastanza da far cadere un cancelliere, ma Friedrich Merz ha preso la parola a sorpresa subito dopo gli exit poll che davano il suo partito ancora in biblico a Schwerin, per annunciare esattamente il contrario. Non ha alcuna intenzione di mollare. Di fronte alla doppia debacle del suo partito, ammesso il “disastro” con inaudita naturalezza, ha scandito: “Mi assumo la responsabilità, vorrei portare avanti il Paese”.
L’antidoto alla durezza dei tempi sono le riforme, e queste “arrivano”, è stata la promessa al mondo economico, che lo stava ascoltando col fiato sospeso, come milioni di tedeschi e tutti i giornalisti catapultatisi alla Adenauer Haus.
Il party elettorale più vivace è certamente quello della Linke a Berlino, dove la futura neosindaca ha esultato: “Care berlinesi e berlinesi, da oggi cambiamo la nostra città. Abbiamo scritto una pagina di storia. E il segnale dell’amore e della giustizia hanno vinto sull’odio”. È lei, Elif Eralp, a incarnare in queste ore il messaggio opposto a quello dell’ultradestra.
Avvocatessa dei diritti umani, figlia di rifugiati turchi, chiede alloggi accessibili a tutti e più integrazione, mentre Afd spinge sull’espulsione dei migranti. Il contrasto non potrebbe essere più forte. Ma si tratta di due partiti dalle misure radicali: “È morto il centro borghese”, sentenzia in serata un editoriale della Welt.
BERLIN, GERMANY – SEPTEMBER 21: Manuela Schwesig, Premier of Mecklenburg-Western Pomerania and member of the German Social Democrats (SPD), speaks to the media at SPD headquarters the day after state elections in Mecklenburg-Western Pomerania on September 21, 2026 in Berlin, Germany. While the SPD came in second behind the far-right Alternative for Germany (AfD), it will likely be able to form a coaltion government and remain in power. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)
I dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania, stando ai dati preliminari, Afd è chiaramente in testa con il 38,2%, inseguita dai socialdemocratici che con Manuela Schwesig prenderebbero il 35,5. Quest’ultima, la ex ministra di Angela Merkel che negli ultimi giorni era riuscita in una rimonta tale da arrivare al sorpasso nei sondaggi, è riuscita comunque a posizionarsi come unico argine all’ultradestra nell’est. Tanto che qualche analista già la segnala come commissaria ombra dei vertici federali del partito, facendo tremare il vicecancelliere Lars Klingbeil (nota sotto ).
Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal parlamentino regionale di un Land, nel Meclemburgo Pomerania Anteriore – emerge dai risultati preliminari – ottenendo il 4,9%, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino i numeri consegnano una vittoria più netta alla Linke con il 24,9%, mentre la Cdu che esprimeva il sindaco uscente, sostituito per la corsa elettorale da Stefan Evers è data al 19,2%. Cresce molto anche Afd, con un 15,8% che la colloca saldamente al terzo posto (con quasi sette punti in più rispetto al 2023). Anche se non è proprio il trionfo annunciato: i sondaggi davano infatti l’ultradestra che ha stravinto in Sassonia-Anhalt 15 giorni fa al 18%.
Nella capitale ci sono i numeri per governo rosso-rosso-verde, dal momento che l’Spd ha preso il 12% e i verdi il 14,3%. Ma il capitolo della governabilità, alla luce di questi risultati resta la vera sfida della Germania per i prossimi anni. Sempre più spesso vincono partiti che difficilmente trovano la quadra con altri. Ulrich Siegmund, il leader di Afd che ha stravinto nella Sassonia Anhalt due settimane fa, ha annunciato che formerà il primo governo di Afd entro la fine dell’anno. Ma la tenuta, ammesso che ci riesca, sarà un’altra sfida
Nata a Monaco da sindacalisti turchi fuggiti dal loro Paese nel 1980, la 45enne ha orientato la sua carriera di giurista verso la difesa dei diritti umani, in particolare quelli dei migranti, prima di aderire a Die Linke lo stesso giorno in cui l’AfD è entrata per la prima volta nel parlamento tedesco, nel 2017. A Berlino convivono 150 nazionalità diverse. Eralp si è candidata con la sinistra con la promessa di restituire la città ai berlinesi: a partire dalla casa, cavallo di battaglia della candidata che vuole contrastare l’andamento di prezzi stellari con una legge che consentirebbe l’esproprio dei colossi immobiliari che posseggono oltre tremila appartamenti, al motto di “rendere Berlino di nuovo accessibile”.
“Non siamo radicali, ma le risposte che diamo ai problemi lo sono, perché oggi sono necessarie”, ha detto alla stampa straniera. Oltre alla situazione abitativa, il programma di Eralp prevede anche la scuola accessibile a tutti, sicurezza delle infrastrutture critiche e sostegno finanziario alla cultura, agli artisti e alle discoteche della capitale.
Eralp dovrà riuscire a formare una coalizione, convincendo gli ambientalisti, forti del 15% dei voti, e l’Spd, partito che ha guidato a lungo la capitale ma che ha registrato il suo peggior risultato di sempre, attestandosi intorno al 12%. E’ stata paragonata a Mandami:
in primavera, lo stratega della campagna elettorale del sindaco dem di New York si è recato a Berlino proprio per offrire consulenza a lei e al suo partito. altro nel link : https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/20/
The New Market (Neumarkt) in Rostock is next to the Old Market and the Hop Market (today University Square) one of the three former market places of the Hanseatic city. Rostock in October 2019.
Il borgo di Labro si trova in Sabina, nell’alto Lazio, in provincia di Rieti, nelle vicinanze del confine con l’Umbria. Sorge su una prominenza delle colline che delimitano il lato settentrionale della Piana di Rieti e che segnano il confine con la provincia di Terni.
Con questa frase viene ricordato oggi in Argentina il tragico sequestro avvenuto il 16 settembre del 1976, da parte della polizia della dittatura militare, di dieci studenti liceali nella città di La Plata, sei dei quali non sono mai più riapparsi.
L’episodio viene ricordato come ‘La notte delle matite’ – ha dato vita a un film conosciuto in Italia con il titolo ‘La notte delle matite spezzate’– ed ha rappresentato una delle prime azioni che gettarono luce, anche tra la cittadinanza, sulle feroci pratiche repressive messe in atto dal governo militare guidato da Rafael Videla e sull’esistenza di centri di detenzione e tortura clandestini.
A ricordarlo, a cinquant’anni esatti di distanza, sono principalmente le organizzazioni di sinistra e per i diritti umani, mentre il governo di Javier Milei non ha predisposto nessuna commemorazione ufficiale.
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9.57 min. / film di Héctor Olivera ( 1986 ) – è difficile vederli tutti e nove- i minuti
8 giovani su 10 si impegnano nella vita pubblica ma le istituzioni non li ascoltano.
Chiedono rigenerazione di spazi urbani e consiglio dei giovani sul modello Parma.
Per anni si è sostenuto che i giovani fossero distanti dalla politica.
In realtà a essere percepite come lontane sono soprattutto le istituzioni.
Solo 4 giovani su 10 (40,5%) ritengono che Parlamento, Governo ed enti locali tengano adeguatamente conto delle loro idee e dei loro valori. Il senso di rappresentanza è particolarmente debole tra le donne, fermandosi al 34%, rispetto al 47% rilevato tra gli uomini.
La fiducia nei diversi livelli istituzionali rimane complessivamente contenuta.
Il Governo nazionale raccoglie valutazioni positive da appena il 24,3% del campione:Italia, Spagna, Francia e Germania presentano risultati sostanzialmente allineati, mentre il Regno Unito si distingue, attestandosi intorno al 32%.
Più elevata, seppure ancora minoritaria, è la fiducia nell’Unione Europea, che raggiunge il 31,4%. In questo ambito l’Italia si attesta al 33%, superando Francia e Germania.
FOTO –ASSEMBLEA IN STRADA A SPIN TIME E ALTRE
Le amministrazioni locali ottengono complessivamente il risultato migliore, con una media del 33,8%, ma il quadro varia sensibilmente da Paese a Paese.
In Italia, la fiducia nei governi locali si ferma al 29%, decisamente al di sotto della media.
Questa distanza alimenta una diffusa sfiducia nella democrazia e nelle istituzioni , indicata dal 38,8% del campione e particolarmente marcata in Italia, dove raggiunge il 46%.
A ciò si aggiunge la sensazione di non contare nulla, condivisa dal 37% degli intervistati e avvertita con maggiore intensità dalle donne e dalla fascia tra i 26 e i 34 anni.
Le nuove generazioni, dunque, non chiedono soltanto maggiori occasioni per esprimersi: chiedono che la loro voce venga ascoltata e sia in grado di produrre effetti concreti.
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, durante l’assemblea pubblica organizzata da Spin Time, all’indomani del rifiuto dei proprietari dell’immobile ad accettare un accordo ponte che desse al Comune l’immediata disponibilità dell’edificio, Roma, 7 agosto 2026.
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
IL PRESIDIO PERMANENTE A SPIN TIME
E’ quanto emerge dalla survey realizzata con AstraRicerche su oltre 2.000 giovani europei, realizzata in occasione di Parma come Capitale Europea dei Giovani 2027, il riconoscimento conferito annualmente dallo European Youth Forum alle città che si distinguono per la capacità di coinvolgere le nuove generazioni nei processi democratici, sociali ed economici.
Il modello Parma
È in questo contesto che Parma propone un modello di governance fondato sul coinvolgimento strutturato delle nuove generazioni, attraverso strumenti come lo Youth Test e il Consiglio Locale dei Giovani.
Primo comune in Europa ad adottare formalmente la valutazione d’impatto generazionale, a Parma ogni decisione amministrativa viene sottoposta allo strumento dello “Youth Test”, per verificare in anticipo se l’atto favorisce o danneggia l’autonomia, il lavoro, l’accesso alla casa o il benessere delle nuove generazioni. Come se non bastasse, nel capoluogo emiliano c’è un Consiglio Locale dei Giovani nato grazie al percorso di candidatura e che rappresenta le organizzazioni giovanili del territorio.
SPIN TIME, LA PROPRIETA’ STANZIA 500.000 EURO PER L’EMERGENZA ABITATIVA
La partecipazione giovanile è un dato di fatto ma va resa più concreta
Tuttavia, i giovani dei cinque principali Paesi europei non sono affatto passivi.
Quasi 8 su 10 (78,5%) hanno svolto almeno un’azione di partecipazione pubblica nell’ultimo anno, una quota che in Italia raggiunge l’81%, il valore più elevato tra i Paesi analizzati .
Del resto l’esperienza a Roma di Spin Time con centinaia di giovani in presidio permanente dopo lo sgombero del palazzo e con tutte le attività messe in piedi in pieno periodo di vacanza, con decine e decine di volontari che hanno rinunciato a partire per partecipare è un esempio sotto gli occhi di tutti.
La forma di coinvolgimento più diffusa resta il voto, indicato dal 51,3% degli intervistati .
Anche in questo caso l’Italia si distingue nettamente : ha partecipato a elezioni locali o nazionali, referendum o altre consultazioni il 61% dei giovani , contro percentuali comprese tra il 47% e il 52% negli altri Paesi. In generale, la partecipazione elettorale aumenta sensibilmente con l’età, passando dal 47% tra i 18 e i 25 anni al 55% nella fascia 26 – 34 anni.
Tra le altre forme di coinvolgimento emerge l’attivismo online , praticato da 3 giovani su 10 ( 30,4% ) e più diffuso tra le donne , con il 33% , rispetto agli uomini, fermi al 27% .
Più contenuta, ma comunque significativa, è la partecipazione a processi strutturati come assemblee e forum, che in Italia si attesta intorno al 15 – 16%, tra i livelli più elevati rilevati.
Il volontariato coinvolge invece circa una persona su quattro ( 24,8% ), con differenze marcate tra i Paesi: si passa dal 17% della Spagna al 31% del Regno Unito, mentre l’Italia si colloca entro la media.
Emerge quindi un quadro chiaro: la vera sfida non è convincere i giovani a partecipare, ma creare le condizioni perché questa energia possa tradursi in un impatto reale sulle politiche pubbliche.
Ripartire dai consigli locali dei giovani e dalla rigenerazione degli spazi urbani
La ricerca non si limita a evidenziare un problema ma indica anche le soluzioni. Ed è significativo che molte di queste coincidano con gli strumenti che Parma sta già sperimentando. Tra gli strumenti che renderebbero la partecipazione giovanile più efficace nelle politiche pubbliche, circa 3 giovani su 10 (31,2%), segnalano l’importanza di un percorso di formazione scolastica mirato a promuovere la cittadinanza attiva, affiancato dalla trasformazione e rigenerazione delle città e degli spazi urbani ( 28,9% )1 intervistato su 5 (21,6%) ritiene molto importante la creazione di “Consigli dei giovani” – sul modello del Comune di Parma – ovvero gruppi organizzati che vengano ascoltati dai decisori politici.
A seguire indicano i processi partecipativi digitali tramite piattaforme online o social media (19,2%). Appena al di sotto si colloca l’indicazione delle assemblee cittadine volte a favorire la partecipazione e il contributo dei giovani (16,3%).
I giovani credono ancora di poter cambiare le cose.
Se da un lato emerge una diffusa sfiducia verso le istituzioni, dall’altro la ricerca restituisce un dato incoraggiante: quasi 7 giovani europei su 10 (69,2%) ritengono di poter incidere concretamente sulle politiche pubbliche. Un dato che in Italia raggiunge il 76%, il valore più elevato tra i cinque Paesi analizzati.
La convinzione che il cambiamento sia possibile si accompagna anche alla richiesta di una maggiore rappresentanza: il 42,8% degli intervistati ritiene infatti che una presenza più significativa delle nuove generazioni nelle istituzioni contribuirebbe a migliorare la qualità della democrazia. Ne emerge il ritratto di una generazione che non rinuncia a partecipare né a incidere sul proprio futuro.
Più che nuove promesse, i giovani chiedono luoghi, strumenti e responsabilità per trasformare il proprio impegno in un cambiamento concreto.
Godiamoci un po’ Parma anche da lontano :: da Getty Images
This aerial photo captures the heart of Parma, a historic city in northern Italy, known for its cultural richness and architectural beauty. The footage prominently features the Parma Cathedral (Duomo di Parma) with its Romanesque façade and adjacent bell tower, as well as the pink-hued Baptistery of Parma, a Gothic-Romanesque gem. Surrounding the landmarks are traditional Italian buildings with terracotta rooftopsand narrow streets that echo the city’s medieval origins. The footage provides a comprehensive overview of the urban layout and highlights Parma’s charm as a significant artistic and historical hub in the Emilia-Romagna region.
The old city of Parma
Parma, Piazza Duomo, square with cathedral and baptistery in Emilia Romagna, Italy. portrait view
Piazza della Pace, Parma, Emilia-Romagna Region, Italy
Parma Baptistery, Parma, Emilia-Romagna, Italy. Photo taken on the 22nd of February 2025.
Kanako Oguma) è una stimata pittrice e illustratrice contemporanea giapponese, nata nel 1981 e molto celebre sui social network (in particolare su X/Twitter e Instagram) con il nickname@dorodangobonta
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La stragrande maggioranza dei suoi dipinti è ispirata a Umi-chan (detto anche Koimo), un gatto tigrato che l’artista ha salvato dalla strada nel 2019. Le dinamiche quotidiane e la crescita del felino sono il cuore pulsante delle sue serie d’art.
Dopo l’attacco al caccia italiano nella base saudita di Tàif, il ministro Crosetto rilancia e scrive a Kallas : ” Italia pronta a scortare le proprie navi nello stretto di Bab el Mandeb. Ma se l’Ue vuole protezione paghi. L’opposizione : ” Riferisca in aula ”
Gli Houthi: ‘Non siamo in guerra con l’Italia ma i vostri aerei sono in Arabia Saudita’.
Il governo di Sanaa all’ANSA: ‘Non vogliamo coinvolgervi, ci difendiamo dall’aggressione’. ‘Fumo e fiamme vicino all’aeroporto di Riad’. Lo riferiscono i residenti alla France Presse. Flightradar: ‘Voli cancellati e in ritardo’
“La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi”.
Lo sottolinea all’ANSA Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’informazione del governo Houthi a Sanaa interpellato sull’attacco alla base aerea di Taif, in Arabia Saudita, nel quale ieri è stato colpito un velivolo militare italiano.
Fumo nero e fiamme sono stati avvistati vicino all’aeroporto di Riad: lo riferiscono i residenti alla France Presse. La notizia è riportata anche sul canale X del Jerusalem Post, che cita un testimone oculare che avrebbe visto una grande colonna di fumo sollevarsi vicino allo scalo aereo.
“Gravi problemi” all’aeroporto della città, con voli cancellati e in ritardo sono stati segnalati dal sito Flightradar24. Anche l’agenzia iraniana Isna dà conto di “diverse esplosioni” nei pressi dell’aeroporto internazionale ‘King Khalid’ della capitale saudita.
Un serbatoio di carburante della Aramco è in fiamme vicino all’aeroporto di Riad: a riferirlo è un reporter dell’Afp. I vigili del fuoco sono stati visti mentre tentavano di spegnere le fiamme di un serbatoio di carburante distrutto, sulla cui struttura era visibile il logo del colosso petrolifero saudita.
“In Medio Oriente, la sicurezza sostenibile non può essere imposta dall’esterno della regione. I Paesi della regione dovrebbero essere in grado di dialogare sulla loro sicurezza e sul loro futuro comune senza interferenze straniere”.
Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, riportato da Al Jazeera.“La sicurezza sostenibile si raggiunge attraverso il dialogo e la creazione di fiducia tra i paesi della regione, non attraverso una presenza militare straniera” ha aggiunto.
ULTIMO LINK
*** non perdete le immagini in fondo –Nena, 29 settembre 2015 –chiara cruciati, del manifesto -I RAID SAUDITI POLVERIZZANO LO YEMEN – Intervista all’archeologa Lamya Khalidi: “Riyadh fa quello che l’Isis fa a Palmira, nel silenzio totale di Europa e Stati Uniti che sta fornendo gli equipaggiamenti di precisione “–+ Immagini dal blog di VIO CAVRINI – link
Ancora mostri ? Sì cara Chiara, ancora mostri. Mi ricordo che un signore dopo aver visitato una mia mostra ( sic) e ben osservato i miei dipinti si avvicinò e mi domandò ” Ma lei queste cose le sogna di notte ?” Non c’era voglia di prendermi in giro nelle sue parole. Forse un po’ di umana partecipazione.
E non solo di notte mi visitano questi personaggi, li vedo anche di giorno, tutti i santi giorni. Sono i miei fedeli compagni.
bardelli, il dolore e la rabbia, 2026, computer graphics
bardelli, la maschera, 2026, computer graphics
bardelli, notturno , 2026, computer graphics
bardelli, la coppia , 2026, computer graphics
bardelli, attenzione ! c’è una svastica nascosta, computer graphics
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bardelli, auguri, 2026, computer graphics
bardelli, help, 2026, computer graphics
bardelli, la minaccia, 2026, computer graphics
bardelli, il solerte funzionario, 2026, computer graphics
bardelli, il messaggiero, 2026, computer graphics
bardelli, l’ attento osservatore, 2026, computer graphics
In questa foto, Cesare era in Brasile già da un po’ – forse solo mesi – a Rio de Janeiro aveva trovato lavoro in una piantagione ( era innamoratissimo delle piante e anche dell’Africa ); lì ha conosciuto Quita, una ragazzina figlia del suo datore di lavoro. Si sono innamorati e sposati. Di lei ragazza non so praticamente niente, se non che era bella ( nella foto non è così chiaro, ma ne ho una fatta dal marito.. ! ), dolcissima e anche una ragazza decisa.
So di più di Cesare : la famiglia abitava a Genova in un bel palazzo sul mare. Erano tanti figli: quattro ragazze e quattro maschi. Mario era il più piccolo e, tra lui e la prima figlia, c’erano più di vent’anni. Tutti era per così dire ” artisti “, la mamma aveva fatto Brera e ha avuto una grande influenza su di loro. Con loro si è spesa tantissimo: sentivano insieme la radio, lei alla sera leggeva per loro i grandi romanzi – ricordo – soprattutto- Tolstoj e Dostoievskij, certamente ce n’erano altri.
Ma soprattutto giocavano insieme in tanti modi, mi ha colpito più di tutti quello del teatro. Cesare faceva il liceo classico, quindi studiava gli autori greci, e metteva in piedi le tragedie o le commedie; sua sorella Maria gli aveva fatto ( anche lei artista, poi architetta ) dei pupazzi che lui usava per rappresentarle. Oppure giocavano a montare un giallo con la dovuta scoperta dell’assassino. La cosa più straordinaria è che la mamma ( Min era il suo soprannome ) giocava con loro. Penso si dividessero, alcun erano gli attori e altri il pubblico. Rappresentavano anche delle opere liriche utilizzando come ” testo comico ” certe opere di Verdi, per esempio, i cui testi – a loro – facevano molto ridere. Mario si ricordava di un certo Ghislanzoni che — ho appena visto – ha composto il libretto dell’Aida e ha dato una mano al – La forza del destino.
Ma di Cesare ricordo un episodio che mi è piaciuto moltissimo: quando i francesi sono intervenuti nel porto di Genova, nel 1940, forse giugno, il ragazzo – era al liceo – gli hanno dato un tema sui primi giorni di guerra. Lui, che doveva aver passato la notte alla finestra, ha scritto tra l’altro che era stato ” lo spettacolo più meraviglioso che avesse mai visto “! E’ stata chiamata la famiglia.. Immaginatevi l’epoca e il patriottismo d’obbligo! Più o meno in quei giorni è nato Mario, il 21 giugno. E questo per me, è un giorno da festeggiare.
S’apre per te il mio cuor
come schiudonsi i fior
quando spunta l’aurora!
O dolce amante mio,
a tergere il mio pianto,
parlami, deh, parla ancora!
A Dalila, mio ben,
di’ la nota d’amor!
Perché beata spiri,
parlami col sospir,
tanto caro al mio cuor!
Rispondi ai miei deliri,
ah, mi versa in sen l’ebbrezza,
fa tua la mia carezza,
fa tua la mia carezza,
ah, versami in sen l’ebbrezza!
Nel 1935 si stabilisce a Imola e nel 1941 sposa l’ingegner Alfredo Sciti; dall’unione nasce il figlio Dino. Nel 1958, in seguito alla scoperta di una malattia a un rene che ne richiede l’asportazione, decide di ritirarsi dalle scene. Trascorre ad Imola il resto della vita e scompare all’età di 71 anni. Riposa a Bagnacavallo.
Come omaggio all’illustre concittadina, il 20 dicembre 1977 il Consiglio Comunale di Imola intitolò alla sua memoria il Teatro comunale.
Vocalità e personalità interpretativa
Dotata di una voce di bellissimo timbro, di grande ampiezza ed estensione (dal fa naturale grave al do diesis sovracuto, che le consentì di affrontare anche ruoli scritti per contralto e soprano drammatico) e sorretta da un’eccellente preparazione tecnica (con la particolarità di pronunciare la vocale “e” aperta, avvicinandola talvolta ad una “a”), si distinse per l’eleganza e l’aderenza del fraseggio, attirando per contro critiche per la mancanza di spiccate doti attoriali, tra l’altro non agevolate dalla bassa statura e dalla figura piuttosto rotonda.
Questa notte ho seguito personalmente, con la massima attenzione e in contatto con il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, l’evoluzione della situazione in Arabia Saudita, e in particolare alla base aerea di Ta’if, che è stata oggetto di diversi attacchi e dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve.
Non vi sono militari italiani coinvolti. Nell’attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano, che si trovava all’interno della base ed in un’area decentrata.
Non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale”. Così il ministro della Difesa Guido Crosetto.
“Ho chiesto al capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, al Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, generale Giovanni Maria Iannucci, e al capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Antonio Conserva – informa il ministro – di fornirmi un’ulteriore valutazione, dopo quelle già effettuate nelle scorse settimane, sull’evoluzione del quadro, sulle condizioni del nostro personale e sulle possibili opzioni operative. Mi è stato riconfermato che erano già state messe in atto da tempo tutte le misure di sicurezza a salvaguardia del personale militare”.
“Tra pochi minuti – aggiunge – avrò il primo aggiornamento nel corso di una riunione al ministero della Difesa. La situazione è seguita con la massima attenzione con l’obiettivo di garantire la piena tutela del nostro personale e di operare con la necessaria responsabilità”.
I rifugiati palestinesi e il “monologo del secolo” sui social media
Il 4 novembre 1948, un flusso di rifugiati palestinesi si riversa dalla Palestina verso il Libano [Foto AP/Jim Pringle].
Nel 1948,circa 450 villaggi palestinesi furono rasi al suolo dalle forze israeliane e circa 770.000 persone – tra cui circa 20.000 ebrei espulsi dalle milizie arabe da Hebron, Gerusalemme, Jenin e Gaza – furono sfrattate nel giro di pochi giorni e poi costrette a rinunciare al ritorno . Alcuni di loro fuggirono per paura, spesso dopo aver assistito alla tragica sorte di parenti e amici.
Un esempio emblematico è l’espulsione di massa dei palestinesi dalle città di Lydda e Ramle nel luglio del 1948, che rappresentò un decimo dell’intero esodo arabo-palestinese. La maggior parte dei 50.000-70.000 palestinesi espulsi dalle due città lo fu in seguito a un ordine di espulsione ufficiale firmato dall’allora comandante della Brigata Harel, Yitzhak Rabin: “Gli abitanti di Lydda”, chiarì Rabin , “devono essere espulsi rapidamente senza badare all’età”. Diverse centinaia di loro morirono durante l’esodo per sfinimento e disidratazione.
A distanza di oltre 70 anni, è sempre più frequente imbattersi in analogie tra i rifugiati palestinesi, come quelli di Lydda e Ramle, e lo “ sradicamento simultaneo ” degli ebrei che vivono nei paesi arabi.
Il viceministro delle Finanze israeliano Yitzhak Cohen, ad esempio, ha affermato che: “Il problema degli ebrei sradicati è pari, se non superiore, al problema dei rifugiati palestinesi”.
L’analogia, che mira principalmente a escludere la questione dei rifugiati palestinesi da qualsiasi futuro negoziato di pace, viene solitamente presentata nei seguenti termini : a causa del ” rifiuto arabo ” del Piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947, scoppiò un conflitto e 770.000 palestinesi ” fuggirono ” da quello che oggi è Israele; allo stesso tempo, circa 800.000 ebrei residenti nei paesi arabi subirono uno “sfollamento di massa”; di conseguenza, si verificò uno ” scambio di popolazione ” tra “rifugiati arabi ed ebrei”. I palestinesi dovrebbero quindi accettare questa “reciprocità” e rinunciare alle loro richieste di ritorno e/o risarcimento.
Ma questo tentativo di equivalenza morale è fuorviante. Palestinesi ed ebrei sono fuggiti dalle loro case in contesti diversi e i primi non possono essere incolpati per il destino dei secondi. La complessa storia dei rifugiati palestinesi non dovrebbe essere ridotta a una semplice analogia priva di fondamento probatorio.
Una nave con a bordo 374 immigrati ebrei arriva ad Haifa il 18 luglio 1947 [AP]
Chi ha rifiutato cosa?
Numerosi osservatori e studiosi hanno collegato l’inizio del problema dei rifugiati palestinesi, e più in generale del conflitto israelo-palestinese, al “rifiuto arabo” della spartizione della Palestina da parte delle Nazioni Unite nel 1947. Sebbene a prima vista questa affermazione possa sembrare plausibile , la realtà di chi abbia respinto cosa negli anni ’40 è ben più complessa.
In effetti, come ha osservato il compianto giornalista e attivista israeliano Uri Avnery , se ai palestinesi fosse stato chiesto, probabilmente avrebbero respinto la spartizione, poiché – a loro avviso – essa avrebbe dato gran parte della loro patria storica agli stranieri. Tanto più, ha sottolineato, “che agli ebrei, che all’epoca costituivano un terzo della popolazione, fu assegnato il 55% del territorio – e anche lì gli arabi rappresentavano il 40% della popolazione”.
Ma dal punto di vista degli arabi palestinesi, che all’inizio del secolo costituivano circa il 90% della popolazione, il 1947-48 non segnò l’inizio della lotta, bensì coincise con il capitolo finale di una guerra iniziata con l’adozione, da parte di alcuni leader sionisti, di politiche e strategie di rifiuto all’inizio del XX secolo.
L’ inizio del conflitto può essere fatto risalire al 1907, quando l’Ottavo Congresso Sionista creò un “Ufficio per la Palestina” a Giaffa, sotto la direzione del leader sionista Arthur Ruppin, il cui obiettivo principale era – secondo le sue stesse parole – “la creazione di un ambiente ebraico e di un’economia ebraica chiusa, in cui produttori, consumatori e intermediari siano tutti ebrei”. In effetti, il “rifiuto” occupava un posto di rilievo nella mentalità di Ruppin.
L’obiettivo di un’“economia ebraica chiusa” fu parzialmente attuato a partire dal 1904 dai leader della seconda e terza aliyot(ondate di immigrazione ebraica in Palestina) attraverso politiche come il kibbush ha’avoda (la conquista del lavoro) e la pratica dell’avodah ivrit (il lavoro ebraico, ovvero l’idea che solo i lavoratori ebrei debbano lavorare nelle terre ebraiche).
Sebbene entrambe le misure fossero dettate dalla necessità di offrire maggiori opportunità di lavoro ai nuovi immigrati, hanno portato alla creazione di un sistema di esclusione che ha bloccato, fin dall’inizio e principalmente a livello ideologico, qualsiasi potenziale integrazione con la popolazione araba locale.
Alcuni ricercatori hanno sottolineato che anche la popolazione araba tendeva ad evitare di assumere coloni ebrei. Tuttavia, ciò non tiene conto del fatto che gli arabi avevano solo un interesse marginale nell’impiegare una minoranza di nuovi immigrati che avevano un’esperienza agricola molto più limitata e non parlavano la lingua del resto degli abitanti locali. Il loro rifiuto di assumere lavoratori ebrei non faceva parte di una campagna politica organizzata.
Va inoltre sottolineato che il “sistema di esclusione” e le due strutture socio-economiche parallele che ne derivarono ebbero ripercussioni su altre questioni cruciali, come quelle relative alla terra e alle sue risorse. Ad esempio, il Fondo Nazionale Ebraico (KKL) fu istituito con il compito di acquistare terreni in Palestina (riuscendo ad acquisire i 9/10 dei terreni comprati in Palestina da acquirenti sionisti), vietando al contempo la cessione di queste aree appena acquisite ai non ebrei.
Le aree controllate dal KKL erano gestite in modo discriminatorio nei confronti della popolazione araba. Gli agricoltori del KKL che impiegavano lavoratori non ebrei erano soggetti a multe e/o espulsioni. Tali politiche erano davvero allarmanti, soprattutto considerando il loro scopo, che il futuro primo presidente dello Stato di Israele, Chaim Weizmann, delineò in una lettera inviata alla moglie nel 1907:
«Se i nostri capitalisti ebrei, diciamo anche solo i capitalisti sionisti, investissero il loro capitale in Palestina, anche solo in parte, non c’è dubbio che la linfa vitale della Palestina – tutta la fascia costiera – sarebbe in mani ebraiche entro venticinque anni […] L’arabo conserva il suo attaccamento primitivo alla terra, l’istinto di coltivarla è forte in lui, e lavorandovi continuamente c’è il rischio che si senta indispensabile, con un diritto morale su di essa.»
Tutto ciò conferma ulteriormente che la tendenza a collegare il “rifiuto arabo” alla nascita del problema dei rifugiati palestinesi ignora troppa storia e non può che favorire una comprensione limitata di una questione ben più complessa.
Il dottor Chaim Weizmann, che presiede il 21° Congresso Sionista a Ginevra [AP]
relazioni arabo-ebraiche
Le politiche di rigetto hanno avuto un effetto estremamente destabilizzante sulle relazioni intercomunitarie in Palestina. Una moltitudine di fonti primarie prodotte da attori locali tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo confermano che, prima dell’attuazione di queste politiche, i rapporti tra le diverse comunità erano molto meno conflittuali di quanto si sia affermato di recente.
Un editoriale non firmato, pubblicato sul quotidiano arabo-palestinese Filastin il 29 aprile 1914, sosteneva , ad esempio: “Fino a dieci anni fa gli ebrei costituivano un elemento ottomano fraterno autoctono. Vivevano e si mescolavano liberamente in armonia con gli altri gruppi, intrattenevano rapporti di lavoro, abitavano negli stessi quartieri e mandavano i loro figli nelle stesse scuole”.
Queste parole, nonostante il tono apologetico, non erano lontane dalla verità. L’atteggiamento mostrato da diverse figure di spicco e gruppi religiosi della regione, e la pressione esercitata dalla Sublime Porta affinché gli ebrei locali potessero ottenere la piena cittadinanza ottomana, danno credito – almeno come tendenza generale – a tale considerazione.
Parlando in una piazza pubblica di Beirut nella primavera del 1909, l’avvocato ebreo Shlomo Yellin dichiarò che “non è lecito dividere in base alla razza; gli elementi turchi, arabi, armeni ed ebrei si sono mescolati tra loro e sono tutti collegati”.
Studioso e autore Yaacov Yehoshua scrisse nelle sue memorie, Yaldut be-Yerushalayim ha-yashena ( L’infanzia nella vecchia Gerusalemme ), pubblicate nel 1965, che a Gerusalemme “c’erano complessi residenziali misti di ebrei e musulmani. Eravamo come un’unica famiglia […] I nostri figli giocavano con i loro figli [musulmani] in cortile, e se i bambini del vicinato ci facevano del male, i bambini musulmani che vivevano nel nostro complesso ci proteggevano. Erano i nostri alleati.”
Nello stesso periodo, in una città religiosa per eccellenza come Gerusalemme, quasi l’80% degli abitanti viveva in quartieri e zone miste.
Tutto ciò non deve far pensare che i conflitti interreligiosi e/o confessionali fossero sconosciuti. Fratture e scontri di questo tipo sono documentati già nel Medioevo. Tuttavia, la loro natura e portata sono difficilmente paragonabili a quelle di epoche più recenti. Ancor più importante, non riflettono la storia reale della maggior parte del passato della regione.
Palestinesi e l’ espulsione degli ebrei
Se la questione dei rifugiati palestinesi ha poco a che fare con il “rifiuto arabo”, lo stesso si può dire del tentativo di collegare i rifugiati palestinesi alla vittimizzazione e all’espulsione delle comunità ebraiche.
In effetti, migliaia di ebrei nei paesi arabi hanno subito discriminazioni, oppressione, minacce e varie forme di violenza.L’esempio più noto è il Farhud, un pogrom contro gli ebrei del 1941 in cui oltre 180 ebrei furono brutalmente uccisi a Baghdad. Secondo Hayyim J. Cohen, “fu l’unico [evento di questo tipo] conosciuto dagli ebrei iracheni, almeno durante gli ultimi cento anni della loro vita in quel paese”.
A prescindere dal fatto che si condividano o meno le parole di Cohen, resta innegabile che i palestinesi non siano responsabili di quanto accaduto a Baghdad o altrove in Medio Oriente. Saranno pure arabi, ma non sono e non erano lo stesso popolo degli iracheni.
Gli ebrei che hanno subito discriminazioni e brutalità in alcuni paesi arabi hanno rivendicazioni legittime; tutte le forme di violenza sono ugualmente inaccettabili e devono essere riconosciute e condannate . Allo stesso tempo, va notato che, a differenza dei rifugiati palestinesi, molti dei quali sono stati espulsi o sono fuggiti per paura, un’ampia percentuale di ebrei se n’è andata spinta dal desiderio di raggiungere la propria “Eretz Yisrael” (Terra d’Israele).
Una figura spesso utilizzata per giustificare la presunta responsabilità morale dei palestinesi per le condizioni degli ebrei nei paesi arabi è Hajj Amin al- Ḥusayni , il “Gran Mufti di Gerusalemme”.
Al-Husayni era un sostenitore del Primo Ministro iracheno Rashid Ali al-Gaylani, il quale cercava di stabilire legami più forti con la Germania nazista e l’Italia. Fu in seguito al crollo dei governi di al-Gaylani che scoppiarono le rivolte a Baghdad, culminate nella rivolta di Farhud.
Nel 1941, al-Husayni si recò prima in Italia e poi in Germania. Due anni dopo, partecipò alla formazione della Handschar, una divisione nazista creata in collaborazione con il comandante delle SS Heinrich Himmler, che combatté i partigiani comunisti in Jugoslavia e commise vari crimini contro la popolazione locale, inclusi molti ebrei. Date le sue presunte credenziali islamiche, gli fu affidato il compito di reclutare musulmani bosniaci e serbi che, insieme ad alcuni volontari cattolici croati, costituirono il nucleo dell’unità.
Nell’Handschar non c’erano palestinesi arruolati; al contrario, circa 12.000 arabi palestinesi si unirono all’esercito britannico per combattere le potenze dell’Asse nel 1939.
A causa della sua collusione con il regime nazista, al -Ḥusayni viene spesso citato come esempio del perché il popolo palestinese sarebbe stato responsabile del proprio tragico destino. Tuttavia, come hanno dimostrato studi recenti , non era un legittimo rappresentante del popolo palestinese, in quanto la sua figura fu imposta dalle autorità britanniche.
Hajj Amin al-Ḥusayni fu nominato Gran Mufti nel 1921 [File: AP]
La questione dell’assorbimento
Il paragone tra i rifugiati palestinesi e gli ebrei provenienti dai paesi arabi è inappropriato per una serie di altri motivi. Uno dei più evidenti riguarda il modo e il perché i rifugiati palestinesi e gli ebrei espulsi o emigrati dai paesi arabi siano stati (o non siano stati) “assorbiti”.
Durante e dopo la guerra del 1948, molti palestinesi furono costretti a fuggire nei paesi arabi confinanti . Fino a poco tempo fa , a molti di loro era proibito ottenere la cittadinanza e esercitare determinate professioni. La sofferenza dei rifugiati palestinesi è stata – e in alcuni casi lo è ancora – sfruttata dai leader di quei paesi a fini politici.
Tuttavia, un paragone tra i campi profughi palestinesi in Libano o in Siria e i ma’abarot, i campi di accoglienza per immigrati in Israele negli anni ’50, sarebbe fuorviante.
La chiusura dell’ultima ma’abara nel 1963 è in parte dovuta alla creazione di diverse città di sviluppo in Israele, dove agli ebrei sfollati vennero fornite delle case. Molti nuovi immigrati dovettero affrontare un processo doloroso e violento per essere sistemati in case palestinesi vuote.
Chiunque abbia visitato Ein Hod, Musrara, Qira e qualche centinaio di altri ex villaggi, quartieri o città palestinesi, ha familiarità con le migliaia di case ancora perfettamente intatte. La maggior parte (se non tutte) sono oggi abitate da famiglie di ex immigrati.
Non dovrebbe quindi sorprendere che molti funzionari israeliani abbiano respinto il termine “rifugiato”. Come osservò il presidente della Knesset Yisrael Yeshayahu nel 1975: “Non siamo rifugiati. [Alcuni di noi] sono arrivati in questo Paese prima che lo Stato nascesse. Avevamo aspirazioni messianiche”.
L’ex membro della Knesset Ran Cohen si è spinto oltre, affermando: “Ho questo da dire: non sono un rifugiato […] Sono venuto su invito del sionismo, attratto dal richiamo di questa terra e animato dall’idea di redenzione. Nessuno mi definirà un rifugiato.”
Al contrario, gran parte della popolazione palestinese è ora costituita da rifugiati di seconda, terza o quarta generazione che vivono ancora nei campi profughi.
Di fatto, sono gli unici rifugiati che non rientrano nella giurisdizione dell’UNHCR e hanno invece una propria agenzia (UNRWA). La ragione di ciò risiede nel pieno riconoscimento del prezzo elevato pagato dai palestinesi per le decisioni – del tutto legittime agli occhi di alcuni, totalmente o parzialmente illegali secondo altri – prese dalla comunità internazionale alla fine degli anni ’40.
In altre parole, 70 anni fa, l’UNRWA fu istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come agenzia umanitaria per sostenere proprio quei rifugiati che persero le loro case nel 1948, pochi mesi dopo il piano di spartizione della Palestina da parte delle Nazioni Unite nel novembre del 1947. Ancora oggi, l’UNRWA rispecchia l’obbligo della comunità internazionale di fornire loro una soluzione giusta e duratura.
Coloni ebrei yemeniti disboscano un terreno palestinese in preparazione alla costruzione di una futura fattoria, il 4 settembre 1950 [AP]
Il “monologo del secolo”
«Le persone adattano i propri ricordi alle proprie sofferenze», scrisse lo storico ateniese Tucididenella sua Storia della guerra del Peloponneso . Oggi, questa affermazione sembra particolarmente pertinente al conflitto israelo-palestinese.
Eppure, quando le cicatrici, visibili e invisibili, vengono sfruttate per fini politici o ideologici, non possono che aprire la strada a quello che il filosofo ebreo di origine austriaca Martin Buber definì “monologo mascherato da dialogo”, ovvero il dialogo “in cui due o più uomini, incontrandosi nello spazio, parlano ciascuno a se stesso in modi stranamente tortuosi e circoscritti, eppure immaginano di essere sfuggiti al tormento di essere ricacciati indietro e di dover fare affidamento solo sulle proprie risorse”.
Il cosiddetto “accordo del secolo”, i cui dettagli saranno resi noti durante il Workshop economico del Bahrain del 25 giugno, è l’ennesimo esempio di una lunga serie di monologhi mascherati da dialoghi.
Tutto lascia intendere che coloro che stanno dietro a questo “accordo” cercheranno di escludere la questione dei rifugiati palestinesi da qualsiasi futuro negoziato di pace. È il passato presentato come futuro. Ecco perché è destinato a fallire.
DAL GIORNALE AL JAZEERA SONO PUBBLICATE QUESTI SUGGERIMENTI:
Lorenzo Kamel è professore di storia all’Università di Torino e alla Luiss School of Government di Roma. Tra le sue pubblicazioni si annoverano: “History Below the Global. On and Beyond the Coloniality of Power in Historical Research”; “The Middle East from Empire to Sealed Identities”; e “Imperial Perceptions of Palestine. British Influence and Power in Late Ottoman Times”.