STATI UNITI, LA MARCIA PER LE NOSTRE VITE—836 MANIFESTAZIONI IN TUTTO IL MONDO DI CUI 700 NEGLI USA::: ” OGGI MARCIO, MA A NOVEMBRE VOTO ! “

 

 

Sono 836, di cui oltre 700 negli Usa, le proteste oggi in tutto il mondo per un giro di vite sulle armi, dopo la strage nel liceo di Parkland (Florida). Lo si legge nel sito degli organizzatori. Quella principale è a Washington, lungo Pennsylvania Avenue, con una marea di persone. Secondo gli organizzatori sono in 500mila. Ma altre ‘marce per le nostre vite’ sono in corso in tutti gli stati americani e anche in altri continenti

 

Usa, centinaia di migliaia in corteo contro le armi: mai così tanti dai tempi del Vietnam

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

Marcia degli studenti contro le armi in 700 città Usa: Washington è invasa

 

IL MANIFESTO 25-03-2018

https://ilmanifesto.it/ora-e-troppo-contro-le-armi-le-piazze-usa-si-riempiono/

 

«Ora è troppo», contro le armi le piazze Usa si riempiono

Stati uniti. Centinaia di migliaia di persone marciano contro la Nra, in testa i ragazzi sopravvissuti al mass shooting di Parkland. «Oggi marcio, ma a novembre voto», è il messaggio degli adolescenti alla politica

Il corteo della March for Our Lives a Washington, contro l’uso indiscriminato delle armi 

La più imponente manifestazione per il controllo delle armi ha richiamato a Washington centinaia di migliaia di persone e altre hanno protestato praticamente ovunque negli Stati uniti, non solo nelle grandi città delle due coste, ma anche nei piccoli centri. Per dire enough is enough, ora è troppo, una regolamentazione è necessaria ed è necessaria ora.

A organizzare tutto ciò, a dare il via a questo movimento così partecipato e potente, sono stati i ragazzi della scuola superiore di Parkland in Florida dove il 15 febbraio 17 ragazzi hanno perso la vita in un mass shooting. In poco più di un mese l’onda si è alzata e non accenna a scendere, a differenza di tutte le altre volte in cui un massacro simile si è consumato.

Per la prima volta i sopravvissuti e i parenti delle vittime non hanno solo accettato abbracci e preghiere, ma hanno dato vita a una protesta su scala nazionale mandando un messaggio ben preciso: oggi marcio, ma a novembre voto.

Su molti cartelli presenti in tutte le manifestazioni di March For Our Lives si legge questo concetto: a novembre ci saranno otto milioni di nuovi elettori, nel 2020 saranno ancora di più, e non voteranno nessuno che abbia legami con la lobby della armi, la Nra.

Sul palco di Washington, alla fine del cortei, si sono susseguiti i contributi di studenti, insegnanti, genitori e sopravvissuti ai mass shooting; per la maggior parte sono ragazzi, diremmo ragazzini, dai 15 ai 18 anni, che affrontano un palco con di fronte centinaia di migliaia di persone e tutti i network nazionali, con un cipiglio che viene interrotto dall’emozione, dal dolore, per poi riprendersi e ricominciare a parlare.

Una delle studentesse della Florida si deve interrompere per vomitare per poi riprendere l’appello: dovete lasciarci vivere, le armi sono meno importanti di noi. I racconti più forti arrivano dai ragazzi sopravvissuti ai massacri avvenuti nelle scuole americane, come gli adolescenti che erano bambini nella scuola elementare di Sandy Hook in Connecticut e che descrivono quel giorno, quando un ventenne disturbato entrò nella loro scuola uccidendo 20 bambini e sette adulti. Tutti i messaggi finiscono dicendo «Non faremo vincere la vostra agenda dettata dalla Nra, non vi voteremo, noi vi sconfiggeremo».

Sul palco arrivano anche la nipote di Martin Luther King e artisti che cantano per loro, Ariana Grande, Jennifer Hudson, cori gospel, ma i veri protagonisti sono loro, gli adolescenti americani feriti e consapevoli, che affrontano il comizio con cipiglio da leoni spezzato dalle lacrime, come accade a Emma Gonzalez che insieme a David Hogg è uno dei volti più noti di questo movimento.

Gonzalez sale sul palco e chiede di restare in silenzio per i sei minuti e mezzo che è durata la sparatoria in Florida. In quei sei minuti le lacrime rigano i volti di chi è sul palco come tra la folla. La maggior parte dei presenti sono giovanissimi, ma si vedono anche i baby boomer e i rappresentanti della generazione X, nonni e genitori di questi ragazzi che sono andati alla manifestazione accompagnati.

«Vengo da Stantfort in Connecticut – dice Isa, 15 anni – Sono venuta con mio padre, è da quando sono nata che sento queste storie alla tv e alla radio, sento che ci sono veglie di preghiera, poi mentre il giorno dopo vado a scuola mi chiedo se magari non capiterà anche a me. Prima o poi arriva il momento di dire ’ora basta’. A scuola studiamo che queste cose non si fermano da sole, il compito di cambiare è della mia generazione».

Le manifestazioni delle altre città sono state altrettanto emozionanti e partecipate. Negli Stati più attivi e con le leggi più restrittive riguardo le armi i governatori, i sindaci, i senatori sono scesi in piazza, ma sempre un passo indietro rispetto ai ragazzi. «Io sono un ragazzo delle superiori e sono anche nero – dice Sam, 17 anni, al corteo di New York – Sai quante probabilità ho di venire ucciso da armi fuoco? Pensaci, ho nemici ovunque. Non mi vengano a parlare di secondo emendamento per una mitragliatrice semi automatica, per favore».

 

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