ROBERTO MANIA:: Intervista Landini: “La sinistra torni a rappresentare il lavoro. Zingaretti mi ha colpito” — REPUBBLICA DEL 7 MARZO 2021 

 

 

REPUBBLICA DEL 7 MARZO 2021 

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Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini durante la manifestazione dei lavoratori del Trasporto aereo il 25/2/2021

 

 

Intervista Landini: “La sinistra torni a rappresentare il lavoro. Zingaretti mi ha colpito”

07 MARZO 2021

DI ROBERTO MANIA

ROMA –

«Sa cos’è che mi ha colpito in questi ultimi giorni? La frase del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nella quale dice di vergognarsi del suo partito perché invece di discutere dei problemi del Paese, si occupa di poltrone e di incarichi. Si capisce davvero come sia urgente un processo di rigenerazione e ricostruzione della politica, non solo della sinistra politica».

Maurizio Landini è il segretario generale della Cgil, non è mai stato iscritto al Partito democratico né ha tessere di partito, è un militante della sinistra e guida la più grande organizzazione di massa che fa riferimento al valore e alle identità del lavoro su cui la sinistra si è sempre riconosciuta nel passato. Fa il sindacalista ma chiede ai partiti (tutti) di tornare a rappresentare i bisogni della società e a quelli della sinistra di ritrovare il legame con il mondo del lavoro, «quella comunità — dice — che le forze progressiste, prima dei sottomettersi alla logica neoliberista, hanno sempre cercato di rappresentare».

«E oggi più che mai, per la grave crisi che viviamo, è necessario — aggiunge — ricostruire i legami con il mondo del lavoro in tutte le sue vecchie e nuove articolazioni».

Al presidente del Consiglio, Mario Draghi, chiede un confronto vero su tutti i temi del Recovery Plan, con l’obiettivo di fare diverse intese.

E in vista del prossimo decreto Sostegno avverte: «Sarebbe inaccettabile, in qualunque forma, un nuovo condono fiscale, rappresenterebbe uno schiaffo a tutti coloro che pagano regolarmente le tasse».

Come spiega quella frase di Zingaretti?

«Credo che l’appello del Presidente della Repubblica per dare vita a un governo di alto profilo senza che fosse riconducibile ad alcuna formula politica, per affrontare l’emergenza, abbia provocato un terremoto in tutto il sistema politico italiano.

La questione cruciale è oggi come si ricostruisce una credibilità e una fiducia sul ruolo della politica. Perché la politica non è solo governo, è anche organizzazione della società, degli interessi che convivono al suo interno. La politica è un disegno per il futuro. L’ha detto il presidente Draghi: non usciremo dalla crisi esattamente come siamo entrati, non basterà riaccendere la luce perché tutto torni come prima. Il Next Generation Eu è questo, è cambiare il Paese con una serie di riforme.

E invece — come ha scritto Zingaretti — c’è un ceto politico che discute di poltrone. Anche per questo chiedo al presidente del Consiglio di coinvolgere davvero le parti sociali per allargare la partecipazione al progetto di riforme e creare nuovo lavoro di qualità».

Perché dice “davvero”? Punta al ritorno della concertazione?

«Non è questo il punto. Dico davvero perché è giusto coinvolgere le parti sociali nelle decisioni, non limitarsi a comunicare loro le decisioni prese. Ritengo che sul fisco, la pubblica amministrazione, il lavoro, gli ammortizzatori sociali, gli investimenti per nuove politiche industriali il contributo di sindacati e imprese possa essere strategico».

Suggerisce a Draghi di adottare “il metodo Ciampi”?

«Con il governo si possono fare tanti accordi. Non va solo riconosciuto il ruolo degli attori sociali, vanno usate le loro competenze per discutere nel merito i progetti del Piano nazionale di ricostruzione e resilienza.

Con tre obiettivi: costruire un contesto per ridare una prospettiva di lavoro ai giovani, ripensare il modello di welfare per favorire la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e chiudere con la stagione degli incentivi, rivedere il modello di sviluppo in chiave digitale ed eco-sostenibile avendo al centro il futuro delle regioni del Mezzogiorno».

Sta pensando alle forze sociali come supplenti della politica?

«Guardi, sono le regole europee che impongono di allargare il confronto sui piani nazionali. Dopodiché insisto: la politica sta attraversando una profonda crisi di credibilità. Questo è il terzo governo, con tre formule diverse, in tre anni di legislatura. È evidente che la politica ha bisogno di una sorta di rigenerazione per rappresentare quel che accade nella società a partire dalle reali condizioni di chi lavora».

E qual è, a suo avviso, la crisi specifica della sinistra?

«Sicuramente c’è una questione che riguarda specificatamente la sinistra. Nei sondaggi sulle intenzioni di voto cresce sempre più la quota di coloro che dichiarano che non andranno a votare. La crisi della rappresentanza politica è sotto gli occhi di tutti. La sinistra europea, non solo quella italiana, ha commesso un grave errore che risale ormai ad almeno vent’anni fa: aver aderito alla logica neoliberista come se il mercato potesse risolvere tutti i problemi. Proprio la grave crisi della pandemia dimostra che senza un intervento attivo dello Stato e la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori non si costruisce coesione sociale e una economia sostenibile».

Come fa ad ignorare la crisi di rappresentatività anche del sindacato? Secondo alcuni dati, circa il 40% di coloro che si rivolgono alla Caritas sono lavoratori autonomi, precari o con un contratto a tempo. È il lavoro che i sindacati non rappresentano. Dove siete? Anche voi chiusi nei palazzi?

«Ho sempre detto che c’è un problema di rappresentatività e di rinnovamento del sindacato. Ma le leggi sulla precarietà del lavoro, mi permetta, non le abbiamo fatte noi. Aggiungo che con i poveri ci facciamo i conti tutti i giorni, provi ad andare nelle nostre Camere del lavoro, nei Caf, nei patronati. È anche grazie alla nostra mobilitazione che sono stati bloccati — unico Paese in Europa — i licenziamenti collettivi ed estese le indennità di cassa integrazione a tutte le forme di lavoro. Cosa sarebbe successo senza questi due provvedimenti?».

Intanto il governo ha chiesto la consulenza di McKinsey per valutare l’impatto del Recovery Plan. Che ne pensa?

«Mi risulta che McKinsey sia coinvolta anche in altri Paesi europei con un compito limitato a valutare l’impatto di alcuni progetti. Oltre non deve andare perché le decisioni di indirizzo devono restare in capo alla politica e al confronto con le parti sociali».

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