IGORT ( Cagliari, 1958 ) – QUADERNI UCRAINI – 3° vol. ” LE RADICI DEL CONFLITTO ” + intervista all’autore + altro

 

 

N. 3 —

Quaderni ucraini. Le radici del conflitto - Igort - copertina

 

Il sito ufficiale di Igortwww.igort.com

In Quaderni ucraini è protagonista l’Ucraina e la sua memoria ferita: l’Holomodor.

 

Scrive Vassilij Grossmann in Tutto Scorre, a proposito della dekulakizzazione del 1929-31 e della carestia ucraina del 1932:

 

“Niente è rimasto. Dove è andata a finire quella vita? Dove quelle orribili sofferenze? Possibile che non sia rimasto nulla? Possibile che nessuno paghi per tutto ciò? Ma allora tutto sarà dimenticato, senza una parola? L’erba ha ricoperto tutto ( vedi sotto )

 

 

video, 1.28  — presenta Feltrinelli ( Claudia )

 

 

COPERTINA DEI LIBRI DI IGORT –ne mancano..

 

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Quaderni Ucraini:
Memorie tempi dell’URSS –
Igort – Mondadori Strade Blu

 

 

 

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Quaderni ucraini. Vol. 2 – Igort

 

3° FOTO IN ALTO

 

 

INTERVISTA A IGORT

 

LO SPAZIO BIANCO

Fondatore e direttore editoriale de Lo Spazio Bianco. Classe 1977, programmatore, curioso di tutto.

 

 

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà

 

 

Con “Quaderni ucraini” e il prossimo “Quaderni Russi e Siberiani” affronti per la prima volta il fumetto come strumento per parlare del reale in senso cronistico – in quanto è superfluo sottolineare quanta realtà possa esserci nelle storie d’invenzione. Un mondo comunque lontano anche rispetto alla biografia di Fats Waller.
Ogni libro per me è una storia a parte; Fats Waller è un lavoro che amo moltissimo ed è molto diverso per ritmo e tecnica grafica da 5, il quale è ancora diverso rispetto a Sinatra. Io credo nelle storie: queste si impongono, crescono dentro di me, si impossessano della mia immaginazione. Man mano, mentre prendo appunti, capisco quale è la tecnica più giusta per raccontarla. Quale la “temperatura emotiva”, se così posso esprimermi.

Era un modo di usare il mezzo che sentivi lontano dalle tue corde?
Non c’è vicinanza o lontananza da una storia quando ne faccio un’altra, solo l’unicità di sensazioni che questa porta con sé. Per me nessun lavoro è paragonabile a un altro, dato che rispecchia la fase della mia vita in cui mi trovo. Io ero quella cosa in quel dato momento.
E solo quella.

Quindi questo passaggio non è stato dettato dalla forza dell’argomento, o da un cambiamento nella tua concezione del fumetto?
E’ semplicemente una nuova stagione. Continuerò Baobab e le mie storie di fiction. Mentre lavoravo ai Quaderni Ucraini mi trovavo a pensare a Wenders o Herzog documentaristi. Hanno fatto lavori eccellenti in cui il loro tocco di narratori veniva utilizzato in modo diverso. C’era la loro esperienza ma l’arte del racconto cedeva il posto a priorità di “verità”. Parlo di “verità” e non di “verismo” che è un genere letterario appunto.
Raccontare quel che vedi, cercare di farlo risuonare per come lo percepisci non è cosa semplice. Me ne sono reso conto quando ho cominciato a fare pagine e storyboard ( =bozzetti m.pl. che formano la trama di un film, di un programma televisivo, di uno spot pubblicitario ecc.)

Spesso capitava che cose belle ed emozionanti sulla pellicola diventassero banali su carta e viceversa. Si impara sempre dal raccontare, mai nulla è dato per scontato. Questo è anche il bello del fare questo genere di lavoro.

Il fumetto, rispetto al reportage cinematografico, se da una parte può mancare dell’aspetto strettamente documentaristico dato dall’immagine reale, permette d’altro canto di visualizzare le storie perdute, i ricordi, i sogni…
Sono d’accordo. Di questo parlavamo di recente con . Siamo entrambi innamorati delle potenzialità di un libro disegnato. Del magnetismo che il linguaggio del fumetto contiene in sé, della possibilità di invecchiare un muro, una casa, di ricostruire i lineamenti di un tempo, di costruire le scene che ti vengono raccontate per come probabilmente queste sono state un tempo; se si dovessero filmare le cose che io e lui disegniamo sarebbero probabilmente dei colossal. E questa è anche la magia di un linguaggio a cavallo tra l’evocativo (come la scrittura) e il descrittivo (come la fotografia); in poche parole è qui, a mio parere, che si annida il sogno. Quella dimensione ossessiva dell’immagine disegnata. Non è astratta come la parola, ma non è neppure concreta come la fotografia, ed è entrambe allo stesso tempo.

E poi permette di caratterizzare la cronaca attraverso il segno, l’iconologia ma anche attraverso la fisicità del disegno, l’atto del disegnare che traspare dalla pagina. Che strada hai scelto per realizzare i Quaderni, come sei arrivato a definire lo stile narrativo e grafico?
Si chiamano Quaderni Ucraini perché sono in origine dei veri e propri quaderni che mi portavo dietro per mezza Unione Sovietica, dall’Ucraina alla Siberia avevo con me una mezza dozzina di quaderni che riempivo di appunti, sequenze, dialoghi, storyboard, tavole ad acquerello, a matita e via dicendo. Poi man mano seguendo il filo del racconto ho “pulito”, tagliato, messo in ordine ridisegnato ecc. Banale cucina narrativa.


Il tuo viaggio tra Ucraina, Russia e Siberia è stata la risposta a un bisogno di conoscere le radici di un pensiero, di un credo politico?

No, il mio viaggio è nato al principio quasi casualmente, cercavo le case di Cechov. Poi la realtà che mi sono trovato sotto gli occhi mi ha sconcertato prima e devastato. Questo libro è nato per la necessità di affrontare cose più grandi di me. Sono un uomo fortunato e ho viaggiato moltissimo, ma non mi era mai capitato di vedere da vicino il dolore in maniera tanto intensa. Sono momenti che capitano nella nostra vita. A me è capitato in quelle circostanze. Non volevo fare un libro politico, né dare delle risposte. Ma raccontare la complessità di quello che vedevo, provarci, perlomeno.

Credo comunque che il periodo politico abbia avuto il suo peso nel far emergere questo bisogno. Cosa speravi di trovare, cosa hai trovato?
Il periodo politico era l’anniversario per il ventennale della caduta del muro. Ma devo confessare che laggiù esiste una tale coesione, una tale monoliticità rispetto ai tempi che furono che questo anniversario era un’idea molto occidentale. In quei paesi il tempo pare scorrere ad altre velocità, e l’eco dell’occidente si sente molto attutito. A ogni modo io non ero il cronista alla ricerca di uno scoop, semplicemente un narratore che reagisce a degli stimoli molto potenti, che si mette in discussione, che interrompe I suoi “lavori in corso” per cercare di trovare una bussola esistenziale, per raccontare quell’oceano di vita e morte che corrisponde al continente sovietico. Il mistero russo, lo chiamava Ryszard Kapuściński.

I due volumi sono nati su quaderni da viaggio. Oltre che disegnare immediatamente le storie che sentivi, raccoglievi storie e foto per trasporli in seguito in vignette, o cosa?
Ho disegnato moltissimo durante il soggiorno ucraino, poi in viaggio in Russia e Siberia, dappertutto, in treno, su una poltrona che ha messo a dura prova schiena e ginocchia, in sala d’attesa, nelle stanze pulciose che chiamavo casa, sui tavoli di cucina o di un caffè. Dappertutto. Ma non ha mai voluto essere un libro di viaggi perché è stato subito chiaro che c’era una materia che dovevo cercare di afferrare, la vita. Allora mi sono organizzato con interprete e videocamera e ho registrato, sbobinato, tradotto, ordinato. A quel punto cominciavo a fare storyboard e disegni di tavole. Il mio editor francese riceveva continuamente delle cose, le stesse che mettevo sul blog. Avevo il freddo dentro e provavo il bisogno di sentire i miei amici, i miei lettori, che hanno risposto subito. E’ stata una delle esperienze più dure della mia vita, una di quelle indimenticabili, credo.

 

 

 

 

Quaderni ucraini. Le radici del conflitto – Igort

 

NOTA-1

Differenze tra storyboard e storytelling.

Se il primo è il copione in disegni di un video, la bozza primordiale di un video, il secondo è il vero e proprio racconto, la storia.

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Quaderni russi. Sulle tracce di Anna Politkovskaja. Un reportage d… – Igort

 

 

 

Quaderni russi. La guerra dimenticata del Caucaso - Igort - copertina

Quaderni russi. La guerra dimenticata del Caucaso

Mondadori, 2011

Quando, il 7 ottobre del 2006, Anna Politkovskaja fu assassinata rimasi scioccato. La brutalità di una democrazia travestita, per la quale i sovietologi hanno coniato il termine democratura, aveva parlato. Ho trascorso quasi due anni tra Ucraina, Russia e Siberia, per cercare di capire, registrare, viaggiando in compagnia dei miei quaderni da disegno. Cosa era stata l’Unione Sovietica? Così è nato questo libro di storie di persone piccole, che attraverso il racconto mi hanno aiutato a cercare di dipanarlo, questo mistero russo. La scintilla arrivò al mio arrivo a Mosca, il 19 gennaio 2009, quando con un colpo alla nuca furono assassinati l’avvocato, e amico di Anna Politkovkaja, Stanislav Markelov e Anastasia Baburova, stagista della Novaja Gazeta, il giornale che pubblicava i reportage di Anna. Poi certo, Parajanov, il grande regista giorgiano di origine armena, allievo spirituale di Pierpaolo Pasolini. Arrestato e deportato per quasi cinque anni in Siberia. Il suo crimine? Non avere aderito ai canoni del realismo socialista. In compagnia dei suoi film, nei lenti giorni di viaggio ho attraversato in treno il cuore della Siberia e forse compreso un poco della meravigliosa disperazione russa. Un reportage disegnato sottoforma di graphic novel.

 

( CONTINUA INTERVISTA FATTA DA ETTORE GABRIELLI A IGORT )

 

Quanto è importante non perdere la freschezza del racconto orale nel passaggio al fumetto, sia dal punto di vista della parola che da quella del segno?
Questo è il punto. A volte disegnavo, riscrivevo, ridisegnavo e mi dicevo:”non ci siamo. Non rende quello che ho sentito”. Allora se sei onesto e non vai “con il pilota automatico” butti tutto e ricominci da capo. A volte parlavo con l’interprete e chiedevo. “cosa è successo secondo te, hai anche tu sentito questo?” e poi a cercavo il modo esatto di rappresentare questa cosa, queste dannate sensazioni, che non erano nelle parole, ma magari in un dettaglio che mi era sfuggito sulle prime. Si impara molto del modo di guardare alla realtà: si impara che le cose non sono mai lineari, a posteriori posso dire che uno sguardo frontale e lineare è quanto di più fasullo esista. Quanto di meno autentico. Ma raccontare cose vere, che ti vengono dette da persone che tremano, vibrano, piangono o sono annichilite sotto i tuoi occhi è una disciplina durissima che richiede di mettere da parte tutto il bagaglio tecnico che uno che racconta da trent’anni, come nel mio caso, ha volente o nolente accumulato.

Ho visto alcune tavole durante l’incontro a , l’impressione è stata di uno stile grafico in parte diverso dal solito, una ricerca dell’immediatezza che non toglie ma anzi arricchisce il segno.
Le tavole sono di due tipi, i disegni dei rapporti della polizia segreta che sono feroci, liberi. Ho consumato molte penne per farli, bucato fogli, preso da una sorta di furia visionaria. E altre più disciplinate e scandite nello schema a sei vignette, che sono le biografie delle persone incontrate e che mi raccontavano la loro vita.

 

D’impatto, sembra uno dei tuoi lavori più ispirati, un ulteriore passo avanti di una carriera già tanto importante. Si potrebbe pensare che il tratto passi in secondo piano rispetto a storie tanto forti, eppure un equilibrio è necessario perché il tratto è fondamentale per raccontare.
E’ esattamente quello che sentivo. Il disegno deve stare dietro, ma detta così sembra che il disegno quasi scompaia, invece l’emotività mi chiedeva un segno più espressivo. Ma che doveva “gridare in sordina” se possibile.

 


 

Quanto è difficile mantenere questo equilibrio, soprattutto di fronte a una parte narrativa importante come questa?
E’ stata la cosa più difficile. Ho fatto una sessantina di tavole che non utilizzerò. Più pulite. Poi la mano si è messa ad andare per conto suo. A fare quell che doveva. A guidare le danze, e il racconto si è dispiegato sotto i miei occhi. I miei editori erano sorpresi, e io più di loro perché dicevo loro “non è come gli altri libri”m qui devo restare in attesa che le cose si mettano in ordine. Narrativamente ci sono stati degli impasse. Sentivo che mi serviva una notizia che non avevo. Ma una cosa del genere non la puoi mica inventare. E allora a leggere e studiare. Comprando 4 quotidiani ogni giorno e ritagliando le notizie su Russia e Ucraina, ecc. Per esempio, a libro finito ho dovuto riaprire tutto perché la notizia delle dieci gigantografie di Stalin nella piazza rossa mi pareva una fine eccezionale. Lo specchio delle contraddizioni che avevo sentito.
E poi è fondamentale mandare a nanna la nostra coscienza da occidentali, che ci porta inevitabilmente a giudicare. A comparare. Se vuoi raccontare, allora via i giudizi. Raccontare significa cogliere gli estremi, trovare il modo di rappresentarli senza censure. Senza punti di vista precostituiti.

 

Per raccontare le persone bisogna calarsi nella quotidianità, nella loro vita. Come è stato l’impatto con la realtà di questi paesi?
Ne sono uscito a pezzi, credo. Anzi, a esser sincero dato che sto ordinando e finalizzando il libro russo, non ne sono ancora uscito. La prova è che quando mi capita di parlarne, in pubblico o in privato tra amici, spesso l’emozione prende il sopravvento. Capisci? E’ la prova provata che sto sbagliando tutto, io ho sempre pensato che per raccontare una cosa fosse necessario avere un certo distacco da questa. E invece…

 

È stato difficile scrollarsi di dosso la veste da “occidentale”, accettare quella realtà diversa e soprattutto farsi accettare?
E’ stato molto difficile perché certe cose ce le portiamo dentro anche a nostra insaputa. Ma poi (il mio soggiorno è durato quasi due anni) la realtà è più forte di te. Ho visto cose della natura nell’inverno ucraino e siberiano che non credevo esistessero. Ho dovuto imparare a esistere a quelle latitudini, muovermi a -29 gradi. Sentire cosa è il freddo, cosa è Mosca, una delle città più violente che abbia mai visto. Parlo di violenza dei comportamenti, non quella banale metropolitana, che comunque fa paura. La vita laggiù non è un film. E l’impressione è che comunque non valga un copeko.

 

Immagino che raccogliere tante storie costringa anche a delle scelte, dei tagli. Quante storie sono rimaste fuori dai due Quaderni?
Molte. Mostravo dei quaderni a Marzena Sylvain, gli autori di Marzi, e mi sono sorpreso a elencare la quantità di pagine tagliate. Non ci credevano. Io non me ne ero reso neppure conto.

Come hai selezionato il materiale, su cosa hai deciso di porre l’accento e cosa, per mantenere l’opera coerente e omogenea, hai dovuto tralasciare?
Guarda, un libro comincia a esistere, a respirare, che neppure te ne rendi conto. Dopo un po’ devi solo seguire il suo respiro e il racconto ti guida. Impone pause, sospensioni, tagli. Ti dice quando qualcosa manca ecc. E’ così sempre. In questo genere di libri documentari l’aspetto della sceneggiatura è assai complicato, perché non è che puoi metterti a imbellire o cambiare le parole di chi ti parla.

 

È stata dura la raccolta della documentazione, specie su fatti poco noti e drammatici, come l’Holodomor?
Molto difficile, a tratti decisamente pericoloso.

 

Alcune di queste informazioni immagino non fossero facilmente accessibili, quanto lavoro c’è stato dietro?
Spesso era incredibile, nei siti russi o ucraini c’era pochissimo , nei siti occidentali molto di più. Poi ti rendi conto delle strumentalizzazioni ideologiche. E’ richiesto fare una tara, verificare le fonti ecc. Ma la parte dura è sata anche quella delle testimonianze, non c’è molta abitudine a parlare di queste cose, Esiste ancora un clima di terrore che sopravvive dai tempi di Stalin. E ti assicuro che non un modo di dire.

 

 

Come hai affrontato storie tanto dure, agghiaccianti, assurde e crudeli? Cosa significa sentir parlare persone che hanno testimonianze dirette di avvenimenti così dolorosi, così incredibili?
Non so rispondere, se non dicendoti che ero io stesso annichilito. Trovarsi al tavolo da disegno (o quello che era) per raccontare queste storie era uno psicodramma quotidiano. Mi sono trovato spesso a dire alle persona care “non ce la faccio, non riesco a disegnarle queste cose”. E’ stato davvero durissimo. E il quaderno russo lo è ancora di più del primo, spesso rimango immobile, a cercare di assorbire il colpo, perché perdi fiducia nell’essere umano a leggere quel che le persone che sto disegnando raccontano.

 

I due Quaderni rappresentano una voce amareggiata e delusa nei confronti di un’ideologia politica e sociale. Ti sei fatto un’idea di cosa sia successo all’ideale del Comunismo, quale male lo abbia divorato dall’interno?
Io non ho mai voluto fare un libro ideologico. Racconto la storia di persone che ho incontrato, sta a ognuno leggere quel che vuole dietro le testimonianze che io porto. Qua si parla dello sterminio ancora relativamente poco noto che ha provocato da 7 a 10 milioni di morti in soli due anni in Ucraina. L’holodomor.
E d’altro canto racconto la nostalgia del comunismo da parte di Nicolay Ivanovich. Io credo che il fumetto debba raccontare storie adulte, mature, la complessità della realtà che ci circonda. Credo sia utile parlare a chiunque, anche a quelli che ritengono il linguaggio del fumetto una cosa per bambinoni mai cresciuti. Ma a me non ha mai interessato fare storie in cui confeziono risposte, io, se posso, cerco di stare dietro, di aprire porte, di porre domande. Le stesse che mi venivano spontanee quando incontravo questo o quello. Era importante fermare la vita, se possible, con carta e penna, questo sì.
Era la cosa più importante per me.

 

 

I Quaderni escono per Mondandori, e non Coconino.Perché questa scelta?
 è la casa editrice che pubblica regolarmente i miei libri e tra questi ci sono alcune delle cose tra le mie migliori, credo. Ma questo libro è il risultato di un soggiorno di quasi due anni, di viaggi interminabili, di case prese in affitto, caparre versate, interpreti, transiberiana, hotel, ristoranti, tecnologia, vestiti acquistati in loco.
E tutto questo, a conti fatti, per Coconino era insostenibile. Dovevo scegliere se far esitere o meno questo lavoro. In  ci sono editor di grandissimo valore, come a Futuropolis, d’altra parte, che sentendo la mia carica, le mie suggestioni, senza neppure vedere una tavola in principio, hanno deciso di finanziare questi due anni. Il libro è nato, e questa esperienza ha avuto luogo. Si è aperta una stagione nuova del mio lavoro, e di questo sono felice.

 

 

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Quaderni giapponesi. Vol. 1-2- 3 – Igort

 

 

 

 

Libri di Igort

Igort

1958, Cagliari

Al secolo Igor Tuveri, è un fumettista, illustratore, saggista e musicista. Ha cominciato negli anni Settanta, collaborando con riviste come «Linus», «Alter», «Frigidaire», «Metal Hurlant», «L’echo des Savanes», «Vanity», «The Face» e scrivendo per «Il Manifesto», «Reporter», «Il Corriere della Sera», «la Repubblica». Nel 1983 ha fondato il gruppo di autori Valvoline (da cui poi è nata la casa editrice Coconino Press nel 2000), oltre poi a diverse riviste come «Dolce vita», «Fuego», «Due» e «Black».
Tre le sue opere, pubblicate con la Coconino Press, si notano Pagine nomadi. Storie non ufficiali dell’ex Unione Sovietica (2012), Sinfonia a Bombay (2013), Quaderni ucraini. Le radici di un conflitto. Un reportage disegnato (2014), Quaderni giapponesi (2015), Quaderni russi. Sulle tracce di Anna Politkovskaja. Un reportage disegnato (2015), e 5 è il numero perfetto (2015).

 

 

 

5 è il numero perfetto. Nuova ediz. - Igort - copertina

“5 è il numero perfetto” è un classico del fumetto moderno, qui nella sua edizione definitiva, cartonata, con disegni inediti e bonus speciali. “5 è il numero perfetto” è un noir napoletano che racconta la storia dolente e malinconica del killer in pensione Peppino Lo Cicero, costretto a ritornare sulla scena dopo l’assassinio del figlio Nino. “Peppino Lo Cicero è un poco di buono, un vecchio assassino con la coscienza sporca. Ma ha un sorriso sardonico e un carattere malinconico… mentre procedevo con la storia ho finito per affezionarmi a lui, a sentirlo umano e vicino. Ho lavorato al contrario di come faceva Chester Gould, il grande maestro autore di Dick Tracy: per me non esistono cattivi solo cattivi o buoni solo buoni”. (Igort) L’amicizia tradita, la vendetta, la rinascita, l’amore. E Napoli, malinconica e dolente, piovosa e scura, paesaggio in cui il dolore e il sorriso si fondono in una specie di magma misterioso. “In questo libro c’è dramma ma anche gioco, ironia, lo sfottò tipico di certe maschere teatrali”. (Igort)

 

 

 

 

GROSSMAN — adelphi

IN COPERTINA ::  L’Università vista dal National Hotel (Mosca, 1960). Foto Marc Riboud. marc riboud/magnum/contrasto

 

Vasilij Grossman scrisse questo libro, che è il suo testamento, fra il 1955 e il 1963. Come nel grandioso Vita e destino, non cambiò molto dello stile scabro e aspro che lo aveva reso celebre fra gli scrittori del realismo socialista. Ma vi infuse l’inconfondibile tono della verità. Con lucidità e fermezza, prima di ogni altro parlò qui di argomenti intoccabili: la perenne tortura della vita nei campi, ma anche l’altra tortura, più sottile, di chi ne ritorna e riconosce la bassezza e il terrore negli occhi imbarazzati di parenti e conoscenti; lo sterminio sistematico dei kulaki; la delazione come fondamento della società; il vero ruolo di Lenin e del suo «spregio della libertà» nella costruzione del mondo sovietico.

 

SUL PERIODO STORICO NARRATO DA IGORT NEL 3° VOLUME

dei  ” QUADERNI UCRAINI “:

 

L' Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica, 1914-1945 - Andrea Graziosi - copertina

IL MULINO 2010

Questo volume traccia la parabola dell’Urss dalle origini fino al suo trionfo sul nazismo. Attingendo alla documentazione resasi disponibile dopo il collasso dell’Urss e alle ricerche condotte su di essa, l’autore ha potuto operare una ricostruzione nuova, e diversamente credibile, di una storia che ha affascinato e impaurito il XX secolo. Due dittature affini ma anche profondamente diverse, quella di Lenin e quella di Stalin, due guerre mondiali, una guerra civile e una guerra scatenata nel 1929 dal regime contro la popolazione, che causò nel 1931-33 due carestie sterminatrici, nonché la più grande operazione di terrore preventivo mai condotta in epoca di pace in un paese europeo formano lo sfondo in cui Graziosi inserisce la costruzione del grande “esperimento” sovietico. Al centro dell’attenzione vi sono l’ideologia, le mentalità e i comportamenti del gruppo dirigente, dei contadini, degli operai, delle donne e degli intellettuali; le capacità e i limiti di un sistema economico peculiare; le esperienze vissute dalle nazionalità; e l’influenza che l’Urss ha esercitato sia attraverso gli strumenti tradizionali, sia attraverso lo straordinario potere di attrazione di quella che è stata l’ultima grande utopia nata in Occidente.

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1 risposta a IGORT ( Cagliari, 1958 ) – QUADERNI UCRAINI – 3° vol. ” LE RADICI DEL CONFLITTO ” + intervista all’autore + altro

  1. DONATELLA scrive:

    Mai vivere in tempi interessanti.

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