DONATELLA, grazie ! video, 10.00 min. ca — Luciano Canfora racconta “La metamorfosi” + MICROMEGA, ROBERTO VIGNOLI, INTERVISTA CANFORA ( 2021 ) + RECENSIONE DELLO STORICO GAETANO COLANTUONO, RIVISTA STOR. DEL SOCIALISMO ( 2021 )

 

«Qui vorremmo ripercorrere brevemente il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta.»

A cento anni dalla nascita del Pci, Luciano Canfora si interroga sulla metamorfosi progressiva di quel grande partito e racconta il suo nuovo libro, La metamorfosi.

 

 

 

 

2021

 

«Qui vorremmo ripercorrere brevemente il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta.»

A cento anni dalla nascita del Pci, Canfora si interroga sulla metamorfosi progressiva di quel grande partito. Una metamorfosi che ha al centro il ‘partito nuovo’ di Togliatti. Quella fu, nel 1944, una seconda fondazione. Fu la non facile nascita di un altro e diverso partito: diverso rispetto alla formazione ‘rivoluzionaria’ sorta vent’anni prima. La nuova nascita era una necessità storica, nella situazione mondiale del tutto nuova determinata dalla sconfitta dei fascismi. Ma le potenzialità insite in tale nuovo inizio non furono sviluppate con la necessaria audacia da chi venne dopo: Berlinguer incluso. Riannodando i fili di questa storia, Canfora cerca le ragioni del mancato riconoscimento dell’approdo socialdemocratico che il mutato contesto storico determinava. Una timidezza che ha contribuito alla successiva debolezza progettuale e ‘svogliatezza’ pratica. E alla progressiva perdita di contatto con i gruppi sociali il cui consenso veniva dato ottimisticamente per scontato.

 

Luciano Canfora

 

Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari. Dirige i “Quaderni di storia” e collabora con il “Corriere della Sera”. Tra le sue pubblicazioni per Laterza, più volte ristampate e molte delle quali tradotte nelle principali lingue: Storia della letteratura grecaLibro e libertàGiulio Cesare. Il dittatore democraticoPrima lezione di storia grecaLa democrazia. Storia di un’ideologia;L’occhio di Zeus;La prima marcia su Roma;Il papiro di ArtemidoroLa natura del potere;Il mondo di Atene“È l’Europa che ce lo chiede!”. Falso!Intervista sul potere (a cura di A. Carioti); La crisi dell’utopia. Aristofane contro PlatoneAugusto figlio di DioTucidide. La menzogna, la colpa, l’esilioCleofonte deve morire;La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia;Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italianoFermare l’odioIl tesoro degli Ebrei. Roma e GerusalemmeLa democrazia dei signoriCatilina. Una rivoluzione mancata.

 

MICROMEGA  —

Roberto Vignoli  :: INTERVISTA ALL’AUTORE LUCIANO CANFORA

Da Marx ai Parioli. Luciano Canfora racconta la metamorfosi dal Pci al Pd

 

 

“Perché la «sinistra» (esitante ormai persino a definirsi tale) non solo ha archiviato tutto il suo «bagaglio» ma è ridotta ad attestarsi – quale nuova «linea del Piave» – sul binomio liberismo-europeismo?”. Parte da questo interrogativo “La metamorfosi” (Laterza, 2021), il nuovo saggio dello storico Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari. Nel centenario della nascita del Partito comunista italiano, in queste pagine Canfora ripercorre “il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta” e a perdere contatto con i gruppi sociali di riferimento, “il cui consenso veniva dato ottimisticamente per scontato”. Tutto questo, spiega Canfora a MicroMega in questa intervista, “è il risultato del non essere più comunisti ma neanche socialdemocratici, un nulla che parla ormai a chi vive ai Parioli e dintorni, dimenticandosi della realtà”.

Professor Canfora, proviamo a tratteggiare le tappe principali di questa vera e propria mutazione antropologica del maggior partito della sinistra italiana.

Il Partito comunista nasce nel 1921 con l’obiettivo della rivoluzione socialista in Italia, subito, come in Russia, Ungheria, Baviera, Sassonia. Ma dopo che nel novembre 1926 viene messo fuorilegge dal regime fascista, e i dirigenti arrestati o costretti alla clandestinità e all’esilio, il programma del partito cambia: non più la rivoluzione, difficile da attuare, ma la lotta al fascismo. Non più dittatura del proletariato e abrogazione del capitalismo ma fronte popolare, larghe alleanze e programma democratico. Momento alto di questa vicenda è la guerra di Spagna nel 1936-39, con Longo a capo delle Brigate Internazionali e Togliatti commissario politico delle medesime.

L’obiettivo di una larga alleanza antifascista si rafforza con il “partito nuovo” di Palmiro Togliatti.

Sì, dopo la caduta di Mussolini nel ’43, la politica del Partito Comunista di Palmiro Togliatti è la larga alleanza antifascista e le grandi riforme nazionali. Questo programma, completamente diverso dalla rivoluzione anticapitalistica del 1921-26, ha poi un duro arresto con la Guerra Fredda. Dopo la morte di Togliatti nel ’64 c’è uno scontro di linea nel partito. Giorgio Amendola propone la riunificazione coi socialisti e la creazione di un grande partito di sinistra socialdemocratico/laburista. Ma la proposta non viene accolta a causa della resistenza di una parte dell’apparato.

La tappa successiva è il Pci di Berlinguer.

Dopo la segreteria Longo e l’apertura al fuoco di paglia del ’68, Berlinguer inventa l’araba fenice: la terza via, perché non bisogna essere socialdemocratici ma nemmeno più bolscevichi. Sull’onda della politica delle “mani pulite” contro la corruzione governativa, il Pci ha grandi successi elettorali senza avere una strategia vera. Dopo che gli Stati Uniti ammazzano Allende e piazzano i generali in Cile, nel ’73 la linea politica di Berlinguer diventa il “compromesso storico”, l’alleanza possibilmente larga con la Democrazia Cristiana e chi altro ci sta.

Ma con il sequestro Moro è l’America che decide la nostra politica, ponendo un fermo a questa linea. E Berlinguer ritorna all’alternativa di sinistra.

 

Arriviamo all’89 e alla “svolta” di Achille Occhetto.

Il partito è ormai senza una chiara linea strategica. Quando nell’89 un mediocre come Occhetto scopre l’ombrello e decide che l’era comunista è finita perché crolla il mondo dell’Est, scioglie il partito quasi che questo fosse corresponsabile della politica sovietica degli ultimi cinquant’anni. Il seguito rasenta il comico.

Abbiamo Pds, Ds e alla fine Veltroni che fonda il Pd, nel cui Pantheon ci sono le persone più diverse – Gobetti, Bobbio, Gandhi, Luther King – tutti tranne socialisti e comunisti.

Il partito viene chiamato democratico per devozione a John Kennedy – una specie di feticcio nella testa di questi signori – e rinuncia a tutta la storia del movimento socialista mondiale: il programma dei socialisti tedeschi, quello di Erfurt del 1898, quello di Heidelberg del 1925, quello di Bad Godesberg del 1959. Tutto questo viene considerato come vecchiume da dimenticare. Grazie alle scelte dissennate dei dirigenti del Pd, non molto preparati, oggi siamo all’idolatria verso l’europeismo, un concetto privo di contenuto. È l’unico pensiero che naviga in queste teste, ma non vuol dire nulla.

 

Nel libro un capitolo è proprio dedicato all’europeismo, lo definisce “l’internazionale dei benestanti”. Per quale motivo?

L’invenzione della moneta unica ha dimezzato il valore reale del salario in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo. Non altrettanto in altri paesi. Perché? Perché creare una gabbia d’acciaio o, come ha scritto Tremonti, un “fascismo bianco” al vertice dell’Unione europea, comporta che le classi deboli prendano le botte. Questa è la sostanza delle cose. Questa presunta unione non ha una politica estera unitaria, non ha un effettivo governo unico. Ha soltanto la moneta unica agli ordini del capitale finanziario, con in più il vincolo demenziale di essere i camerieri e i portaborse degli Stati Uniti d’America, chiunque governi lì, sia Trump o altri diversi da lui. L’Ue è un aborto mostruoso, un gigante economico minorato senza nessuna autonomia, è agli ordini della NATO il cui comandante in capo è un generale degli Stati Uniti d’America.

 

Nel libro lei scrive anche che l’europeismo “non è che la figurazione romantica di una realtà intrinsecamente e prosaicamente iperliberista”…

Sì. Bisognerebbe chiedersi come è possibile che l’Inghilterra e la Russia, i due paesi che hanno salvato l’Europa prima da Napoleone e poi da Hitler, siano entrambi fuori dall’Unione Europea. È evidente che l’Ue non funziona, non ha neanche basi storico culturali degne di questo nome. Per non parlare della solidarietà, ad esempio sul tema gigantesco dei migranti – chi sta lontano dalle coste se ne infischia – o sulla questione dei vaccini, con la Germania che ha comprato sottobanco 3 milioni di dosi. Polemizzare talvolta è sterile, ma dire la verità non è inutile.

 

Che valutazione dà del nuovo governo Draghi che nasce proprio all’insegna dell’europeismo?

Il suo carattere composito è foriero di grandi preoccupazioni. Matteo Salvini è riuscito a piazzare un suo uomo come sottosegretario al ministero dell’Interno. Quindi la fisima di buttare a mare i migranti non l’ha abbandonato. Draghi fingerà di non vedere? Lo dovrà redarguire? Non sappiamo cosa farà. Che Draghi si proclami europeista fa sorridere, perché lui fa parte di quella élite che comanda in Europa infischiandosene di qualunque altro criterio che non sia quello econometrico. Per loro e nostra sventura, è successo che la natura, come avrebbe detto Leopardi, si è presa una vendetta. Ad aprile dell’anno scorso Angela Merkel disse: “passerete sul mio cadavere, ma mai Eurobond”. Lo Spiegel, un giornale centrista, l’attaccò accusandola di egoismo mostruoso. Poi il malanno è arrivato anche sulle rive della Sprea, come si diceva una volta, e quindi si è fatta strada un po’ di bontà d’animo. Ma il vice-presidente della Commissione europea Dombrovskis ci ha fatto sapere che nel 2022 tornerà il patto di stabilità. Ovvero, “per ora giocate con questi miliardi in prestito, ma poi bisogna ripianare il debito pubblico”. Non so cosa faremo. Ci venderemo la Sicilia?

 

Il suo libro si conclude con un interrogativo: “Potrà la odierna socialdemocrazia (fenomeno in prevalenza europeo), scoordinata com’è e frastornata, reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario”? Che risposta è possibile dare?

Nella situazione odierna, così pregiudicata da tutti i punti di vista – distruzione dei partiti politici, in particolare di quelli che un tempo si chiamavano di sinistra, e sbandamento dell’opinione pubblica, in preda a pulsioni acritiche non più filtrate attraverso una militanza di partito – credo che quel che resta delle formazioni politiche meno irresponsabili dovrebbe concentrarsi sulla modifica radicale dei fondamenti stessi dell’Unione Europea. Solo di lì si può partire, cancellando tutta l’impalcatura punitiva esistente, allargando possibilmente l’orizzonte ai Paesi che ne stanno fuori, ponendosi il problema che il Nordafrica è parte integrante del Mediterraneo e liberandosi dalla tutela degli Stati Uniti d’America che fanno la loro politica, non la nostra.

 

Polemicamente nel libro cita alcune considerazioni di Mussolini sul capitalismo che, scrive, “potrebbero apparire persino un tantino sbilanciate a sinistra agli attuali dirigenti del Pd”.

 

Non c’è dubbio. In Mussolini c’è la consapevolezza che il capitalismo è agli inizi della sua lunga storia ma non è la fine della storia. Oggi nessuno degli esponenti del Pd osa dire che il capitalismo è un prodotto storico e, come tale, a un certo punto probabilmente si trasformerà fino a scomparire. Le varie forme che nella storia hanno caratterizzato la società umana si sono estinte, ne sono nate altre. Chissà perché questa dovrebbe essere eterna. Loro ormai pensano questo. Peccato.

 

RECENSIONE DI   

 

Gaetano Colantuono

 

Una mia recensione di: L. Canfora, La metamorfosi, Roma-Bari 2021, apparsa nell’ultimo fascicolo di “Rivista storica del socialismo”, di cui sono collaboratore. 

14 luglio 2021

 

Nella produzione sul centenario della scissione di Livorno e della contestuale nascita del PCdI (indebitamente fatta passare da certa pubblicistica, pur di area liberale, per nascita della sinistra tout court), assume un discreto rilievo il libello – per le dimensioni, non per la densità dei contenuti esposti – del Canfora, che prosegue così una peculiare ricerca trentennale sulla “rielaborazione del lutto” della fine del PCI, iniziata almeno a partire dal suo Marx vive a Calcutta (Bari 1992).

A dispetto della mole il volume, nell’evitare i due atteggiamenti estremi della commemorazione centenaria (visione apologetica, la cd. “storia sacra”, e liquidazione marmaldesca o all’insegna della storia criminale), consegna una serie di contributi, peraltro non inediti nella riflessione dell’autore e in certi settori politico-culturali.

L’autore, infatti, fa propria la duplice diagnosi di Luciano Gallino dell’attuale vittoria delle classi possidenti (si aggiunga: confermata dalla parte intellettualmente onesta delle stesse, come Warren Buffet) nella lotta fra classi e dell’europeismo come copertura ideologica di una realtà “iperliberista” (p. 3).

All’altro capo della parabola di tale vittoria storica si pongono le vicende che cento anni fa avevano spinto migliaia di militanti a fondare un partito concorrente della precedente organizzazione, proprio mentre – si aggiunga – montava la reazione affidata alle violenze fasciste.

Il titolo allude a una diffusa immagine nella ricostruzione critica di un partito, l’idea di “progressive trasfigurazioni” (p. 4) o di una “mutazione genetica” (p. 39): l’archetipo può essere agevolmente individuata, a mio avviso, nella polemica interna al PSI di Riccardo Lombardi (fine anni Settanta), prontamente rilanciata, extra moenia e strumentalmente, da Eugenio Scalfari sulle colonne del suo quotidiano.

In ogni caso è esclusa la convinzione – da altri ancora pervicacemente ribadita – di un continuismo nella storia del PCI e dei suoi eredi maggioritari, a cominciare dalla stessa genesi di quella storia, poiché è rilevata l’alterità fra il PCdI dei primi anni Venti e il PCI costruito dal ’44.

Una discontinuità è inoltre individuata fra le linee politiche di Togliatti e di Berlinguer.

Lo stesso richiamo ad una tradizione ideologica forte (si aggiunga: in parte artefatta, made in Comintern), quella marxista-engelsiana e poi gramsciana, non ha preservato il gruppo dirigente comunista italiano dalla tendenza al progressivo scarto da essa (ma, si aggiunga, essa può costituire una risorsa cui attingere per nuove formulazioni, una sorta di depositum sapientiae).

Il volume dedica pagine molto interessanti al “partito nuovo” e alle fonti togliattiane, col suo insistente richiamo alla novità introdotta dalla fine del fascismo in Italia e alla necessità di un raccordo con le altre forze democratiche, prima fra tutte quella di ispirazione cattolica. La tesi canforiana è che già nel maturo Togliatti fosse chiaro un passaggio dal primigenio leninismo ad una soluzione socialdemocratica classica (una sorta di ritorno all’ultimo Engels e, si aggiunga, ai suoi rapporti in Italia con Turati).

Tali premesse non furono perseguite dai successori né tanto meno da Berlinguer, di cui si segnalano le notevoli oscillazioni di strategia politica: dopo lo “strappo” (autentico) dal modello sovietico, nessuna convincente prospettiva alternativa seppe proporre il segretario. Pochi decenni dopo dalla conclamata “diversità” berlingueriana si passerà alla ricerca spasmodica di un riconoscimento di attendibilità da parte delle classi possidenti e di una “normalità”. L’europeismo (si aggiunga: con l’implicito vincolo esterno per un paese ritenuto incapace di governarsi) diventerà un potente strumento in tal senso.

Il quesito finale, se “potrà la odierna socialdemocrazia […] reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario”, va considerato solo in minima parte retorico e può trovare – sia concesso glossare – una proposta alternativa: se forse né di neoleninismo né di una socialdemocrazia le classi popolari e l’ambiente in cui esse vivono non abbiano bisogno, ma di un radicale socialismo di sinistra.

 

 

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1 risposta a DONATELLA, grazie ! video, 10.00 min. ca — Luciano Canfora racconta “La metamorfosi” + MICROMEGA, ROBERTO VIGNOLI, INTERVISTA CANFORA ( 2021 ) + RECENSIONE DELLO STORICO GAETANO COLANTUONO, RIVISTA STOR. DEL SOCIALISMO ( 2021 )

  1. DONATELLA scrive:

    Purtroppo quelli della nostra generazione hanno vissuto la degenerazione e poi la sparizione del PSI e la trasformazione del PCI, andando sempre di più a destra. Attualmente, salvo cambiamenti, mi pare che la sinistra, di cui c’è un enorme bisogno, stia dentro a movimenti, associazioni, fondazioni che però avrebbero bisogno di un punto di raccordo, ad esempio un partito.

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