IL MANIFESTO 01 – NOVEMBRE – 2026
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Netanyahu ha perso ma Israele è lo stesso

foto di Michele Giorgio da il Facebook di Potere al Popolo, 2 settembre 2025
Michele Giorgio
Pari sono. Il fronte dell’opposizione, eccezion fatta per i Democratici, non ha intenzione di governare con i palestinesi: l’idea di uno Stato solo per gli ebrei ridà indietro un’altra coalizione, quella della diseguaglianza strutturale. Che è maggioritaria, Bibi o meno.

Non è cambiato nulla. È bene chiarirlo a chi in Italia sta presentando la perdita della maggioranza da parte della coalizione guidata da Benyamin Netanyahu e la grande affluenza alle urne degli elettori palestinesi, che ha prodotto il numero record di 19 deputati, come un’importante svolta politica e una profonda trasformazione negli orientamenti della società israeliana. È vero che il primo ministro non ha più la maggioranza e che potrebbe, è presto per dirlo, aver avuto fine la sua carriera di capo del governo.
Da qui a sostenere che Israele abbia voltato pagina tuttavia ce ne passa, se l’interesse non è solo auspicare un’alchimia politica volta a formare il nuovo esecutivo ma anche porre termine alla profonda ingiustizia che subiscono da decenni i palestinesi.
NON VA DIMENTICATO che nel territorio storico della Palestina che Israele controlla interamente dal 1967, i palestinesi in Israele, in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza ormai sono più numerosi degli israeliani ebrei. Di poco oggi, molti di più in futuro. Nonostante ciò, vivono sotto occupazione militare e minacciati anche dai coloni in Cisgiordania, come cittadini di serie B in Israele e nella prigione a cielo aperto di Gaza trasformata in macerie dai bombardamenti. Altri cinque milioni dal 1948 sono profughi in campi in Siria, Libano e Giordania.
Il problema di una parte delle interpretazioni è innanzitutto metodologico. Si sommano i 53 seggi della coalizione di Netanyahu e li si confronta con i 67 attribuiti all’opposizione, includendo in quest’ultima anche i partiti arabi. Un’operazione aritmeticamente corretta, ma politicamente fuorviante.
Quei 67 seggi non rappresentano un blocco omogeneo, né tanto meno una maggioranza fondata su una comune visione dello Stato di Israele. La disponibilità dei partiti sionisti nell’opposizione a considerare una maggioranza di governo insieme ai rappresentanti dei cittadini palestinesi è vicina allo zero.
Non devono illudere le esortazioni a governare insieme di Yair Golan, leader del partito Democratici e neppure le poche migliaia di israeliani che, sollecitati dal gruppo Standing Together, ieri sera hanno manifestato a sostegno di un governo ebraico-arabo a Tel Aviv, Gerusalemme e altre località.
Come in passato con i governi laburisti e ancora meno oggi con la destra estrema religiosa al potere, i partiti arabi e i due milioni di cittadini palestinesi che rappresentano non sono riconosciuti come interlocutori legittimi. Israele è stato concepito e fondato dal movimento sionista per essere lo Stato del popolo ebraico non per essere ebraico-arabo, inclusivo e con i suoi cittadini tutti uguali. I cittadini arabi possono godere di diritti, ma non affermare che lo Stato appartenga anche a loro.
E devono restare ai margini, non rendersi visibili ed evitare di essere protagonisti. Lo evidenzia in questi giorni l’allerta di sicurezza scattato perché più arabo israeliani sono andati alle urne il 27 ottobre. Nella democrazia israeliana è normale che gli israeliani ebrei vadano in massa ai seggi, invece è sovversivo quando lo fanno gli arabi.
È UN ERRORE identificare l’intero schieramento anti-Netanyahu con una forza disponibile a valutare una soluzione politica giusta con i palestinesi. Vi siedono forze che appartengono a una tradizione nazionalista e di destra, alcune delle quali condividono con il Likud e con la destra estrema una parte sostanziale della loro visione. È il caso di Naftali Bennett, alla guida di B’Yachad (12 seggi), e di Avigdor Lieberman, a capo di Yisrael Beitenu (sette seggi).
Netanyahu è divisivo, nel corso degli anni ha avvelenato i suoi rapporti con Lieberman e Bennett, altrimenti potrebbe avere alla Knesset una maggioranza di 72 seggi.
Il nodo è la società israeliana. Secondo i dati del Jewish People Policy Institute
(1) un altro 33% degli ebrei israeliani si è spostato a destra negli ultimi anni.
Nel luglio 2026, il 41% si è detto favorevole alla ripresa dell’offensiva contro Gaza già devastata.
È questo il contesto nel quale si sono svolte le elezioni. Netanyahu non è un corpo estraneo, è l’espressione politica di una porzione ampia e trasversale della società.
(1)
da: https://policycommons.net/orgs/jewish-people-policy-planning-institute/
JPPI
Istituto di pianificazione politica del popolo ebraico
Fondato nel 2002, il Jewish People Policy Institute (JPPI) è un think tank indipendente di pianificazione strategica, costituito come società privata senza scopo di lucro in Israele. La missione dell’Istituto è garantire la prosperità del popolo ebraico e della civiltà ebraica attraverso un’attenta riflessione e pianificazione strategica su questioni di primaria importanza per l’ebraismo mondiale. Con sede a Gerusalemme, la visione del JPPI riguardo al popolo ebraico è globale e comprende gli aspetti delle principali comunità ebraiche, con Israele al centro.
