27 gennaio 2013 ore 13:30 DEDICATO AL GRANDE PITTORE, DA SECOLI BORDIGOTTO, ENZO MAIOLINO: Giacomo Natta: “Il cappotto di Dino Campana”

GIACOMO NATTA

 

ENZO MAIOLINO:       GUARDARE QUANT’E’ BELLO!

Giacomo Natta: Il cappotto di Dino Campana

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Arturo Reghini 

Un ricordo di Giacomo Natta su Dino Campana e i letterati di Firenze

Pubblicato su Paragone, 124, Firenze, Sansoni, 1960

Sei o sette anni fa, a Torino, dov’ero di passaggio; andai a vedere la mostra degli Espressionisti Tedeschi, in palazzo Madama. Entrando nella prima sala, a due passi dalla porta mi trovai in presenza di Teodoro Daübler. Era seduto in poltrona, maestoso. Posto al centro della parete che mi si parava dinanzi, egli figurava, nella sontuosa cornice dorata, in tutto il suo volume naturale. Il poeta, che avevo, nel 13, lasciato poverissimo, trasandato e problematico, nel quadro di Nolden riposava l’anima; nell’agiatezza, nel benessere del corpo. La sua grande barba, senza dubbio fragrante, mi parve accarezzata dal successo. Era vestito di ricchi panni inglesi sicché io gli posi la mano sull’avambraccio e lo strinsi per rallegrarmi, e insieme godere della qualità del tessuto…

Per delicatezza, non mi domandò come io andassi. Tornai col pensiero a Firenze del 1912 dove c’eravamo conosciuti; e dove, accompagnandolo per le vie, al caffè, al ristorante, mi pareva di sfidare un po’ la pubblica opinione. Ma la mia solidarietà, era quasi sempre condivisa da due o tre, studenti in lettere, e vestiti convenientemente.
Quando fummo presentati, da Italo Tavolato, era seduto a un tavolo del caffè Giubbe Rosse, e discorreva con Francesco Pagliai. Parlava della traduzione che andava facendo in lingua tedesca dell’Incendiario di Palazzeschi. Soppesava la parola di un verso che citava con la mano, una mano enorme. La quale mi si fece presente quasi quanto una persona. Aveva mani polpose, carnali, che, anche per essere alquanto trascurate, mi parvero esenti da ogni ritrosia, e piene di simpatia per la materia. Le dita snodate, capaci, erano modellate con arguzia..
In quel triste inverno, egli era difeso da un mantello tirolese grigio-verde; molto provato. Portava un cappellaccio nero, che forse non aveva mai visto; e nelle giornate di vento, la barba brizzolata, sventolando, gli dava un’aria di fiera pertinacia. Pareva un profeta ispirato, prima o dopo l’oracolo. E del resto egli si riferiva spesso all’arcano. Ci stava dentro. Anche certi gesti che, compiendoli, l’uomo ordinario nel suo pensiero denigra, eran da lui trasfigurati. Non fu semplice per me, tutto nuovo al mondo, appena uscito da un ordine fisso e angusto, assuefarmi alla sua compagnia. Mi sconcertava. Io lo studiavo attentamente, con quel genere di sentimenti che suscita la lettura di un vecchio libro di astrologia. Di notte, solo di notte, il suo alone forse mi lambiva l’anima. Io pativo cioè il sapore, i riflessi della sua esperienza. Ricordo certi suoi racconti; incontri assurdi, situazioni di una terribile ironia. La sua umanità comprendeva un tirocinio di miseria. A Parigi la povertà lo aveva condannato, con altri artisti, ad abitare in case e quartieri esposti a tutte le ingiurie. Quante volte – io pensavo – il poveretto avrà rasentato degli assassini. Il caro Daübler non di rado pasteggiava con parole classiche. Ma era un uomo che si teneva e teneva caldo. Il grande gusto di vivere che gli rimaneva, ci era di spassoso incoraggiamento. Era monumentale. Quando, a notte alta, per i lung’Arni deserti, isolandosi si metteva a ballare, il corpo perdeva peso, si sollevava aereo, ondeggiava come un pallone frenato. In quelle ore gli venivano ondate di strofe. E una notte dai grandi mantici uscì tutto il Canto dell’Amore di Carducci. Come amava le parole! Aveva una straordinaria memoria letteraria, musicale e pittorica. Era riuscito a visitare tutti i musei d’Europa; dei più celebri quadri ricordava ogni particolare, e avrebbe potuto, per combinazione, parlare di innumerevoli nasi. Fu il primo in Italia a scrivere di Picasso, in un lungo articolo apparso in Lacerba, che cominciava così: “In magni ammassamenti cubici gravitano i monti Sabini”. Aveva scritto un poema più lungo dell’Orlando Furioso: Nordlicht, dov’è cantata l’aurora d’una umanità chiamata a fare del nostro pianeta un sole spirituale. Daübler era cordialmente conosciuto da D’Annunzio, per il quale aveva una ammirazione illimitata; e da lui forse riceveva qualche aiuto.
La sua memoria non sapeva e non poteva celare. In uno dei suoi rigurgiti, appresi che, soldato, a vent’anni, passò al reggimento un mese soltanto, fu riformato per idiozia. Non ho mai conosciuto nessuno che si lasciasse tanto assorbire dal sogno. La sua ingenuità era toccante.
Qualcuno disse che aveva lo stupore degli animali e la meraviglia dei santi. Il suo ridere non era adulto, rideva come un ragazzo di dieci anni… A spasso per via dei Colli, in botticella, la signora che gli sedeva accanto, una sua mecenate, austriaca, stanca di sospirare, gli gettò le braccia al collo. Svincolandosi, sgomento, egli aveva urtato la portiera, che si aprì, e cadde nella fitta polvere della strada. “Che immoralità!” esclamava raccontandomelo. Vidi che non scherzava.
Il successo lo aveva fatto aspettare; gli arrise due o tre anni dopo la Grande Guerra. Fu eletto membro di un’insigne Accademia, e i giornali lo pagavano ad alto prezzo. Andò in Grecia per il più grande quotidiano di Berlino. S’era riempito di capricci e di voglie; e si parlava molto di lui. Morì di tisi a Capri, non so in quale data precisa; prima che apparisse Hitler.

Che mi venisse l’idea, proprio nell’ottobre del ’14 di fare un viaggetto in Germania, dipendeva da lui. Aveva suscitato in me una particolare curiosità per Monaco di Baviera. Vi andai e non vi rimasi più di due settimane. Gli amici tedeschi mi consigliarono di andarmene. L’Italia era ormai molto sospetta.
Al ritorno, un tale che era salito in treno a Semmering, si invaghì del mio soprabito, ed io, pensando a quello che avrei trovato nella mia pensione di Firenze, glielo cedetti, al prezzo che mi era costato un mese prima. M’aveva anche detto che gli avrebbe portato bene. Ero in grado di sopportare quel freddo almeno fino al termine del viaggio. Ma me ne fu regalato uno assai prima, a Bologna. Avevo incontrato un amico in una piccola trattoria nei dintorni della stazione (ho ancora fresco il ricordo  del piacere  che provai  mangiando  il  pane  di  Bologna, preferendolo quasi alla pietanza che era ottima), mi portò a casa sua dove mi fece provare due cappotti che aveva dimesso poiché non cessava di ingrassare. Scelsi quello meno largo, nero, col bavero di velluto. Mi girava un po’ intorno al corpo mentre camminavo e le maniche sarebbero arrivate pari pari fino alla punta delle mie dita, se non avessi tenute le mani in tasca. Però l’eleganza del taglio mi rendeva passabile. Era come se fossi un po’ dimagrito, era ovvio pensarlo osservandomi.
Proprio così non sembrò agli amici che, verso le sette di sera trovai a Firenze nel caffè Paskowskj. Alla mia comparsa si misero a ridere, facendomi festa. Più degli altri si divertiva di me Ottone Rosai. Seduto tra Soffici e lui c’era uno, con due giacche, il quale mi guardò con curiosità sorridente, forse perché anch’io, come lui, non ero in regola. Mi sembrò a tutta prima un tedesco, un globe-trotter, uno sbarcatore. Era tarchiato, con degli scarponi, zazzera e barba bionda. Il cameriere che venne a darmi il benvenuto scomparve e ritornò subito con un soprabito grigio. L’aveva trovato, abbandonato ad un attaccapanni, la precedente primavera, e le due lettere che trovò nelle tasche portavano il mio nome. Me lo misi, e mi venne d’offrire quello che smisi allo sconosciuto, il quale si tolse sveltamente una giacca e se lo passò. Sul velluto cangiante in viola del bavero la barba viva rifulse in oro, e lo sguardo azzurro era più luminoso. “Sembri un professore tedesco” gli disse Rosai. Era Dino Campana. “Vous voilà bourgeois” gli disse un giovane parigino, Ackerman, il quale andava per Firenze ebbro della filosofia di Bergson. C’era anche Francesco Pagliai, stimatissimo dai maggiori; oggi funzionario all’Accademia della Crusca, e appartatissimo; Giannotto Bastianelli ed altri.
In disparte, Arturo Reghini con le sue lunghe mani pallide, così invadenti, guardava verso di noi. Era seduto a un tavolo con la sua guardia del corpo, un ragioniere nerboruto e tre giovani piuttosto delicati e tìmidi. Altìssimo, di fragile e sommaria costruzione, sempre vestito di nero. L’ultima volta che l’incontrai a Roma, nel periodo della Grande Guerra, andava da un albergo all’altro per trovare un letto che lo comprendesse. Anche i suoi piedi erano lunghi, tanto da potersi dire che era preceduto dalle scarpe. La testa bionda era piccoletta, in rapporto al resto.
Egli fu famoso a Firenze e altrove, per circa trent’anni. Era professore di matematica, e fu anche per qualche tempo direttore della Biblioteca di Scienze filosofiche di piazza Donatelle. Parte eminente dell’annesso circolo, vi tenne applaudite conferenze sulla rinascita spirituale italiana. Fu fondatore e capo del periodico Atonor, dove collaboravano Andre Guenon e Evola. Diresse la rivista Salamandra che morì e risuscitò col titolo arcano di UR. I suoi articoli trattavano di Ermete e di Pitagora, della Cabala e di Dante, di Agrippa e di Cagliostro. Mistica, misteriosofia e Orfismo. Alla nascita della Voce di Prezzolini egli si era già molto allontanato dai suoi vecchi amici e collaboratori: Giovanni Papini, Giovanni Amendola e il matematico e filosofo delle Scienze Vailati, il filosofo e sinologo Vacca; il quale, diceva Reghini, parlava e rideva con un’espressione cinese; da Roberto Greco Assaggioni, Arturo Levasti ecc. ecc. Quando lo conobbi egli mirava soprattutto a fare degli adepti del partito che stava preparando.
Tale partito si ispirava molto all’antico Ordine dei Templari, ma senza essere per nulla cristiano. Ricorrendo qualche volta nella conversazione il nome di Gesù, egli citava il motto di Voltaire: “Che io non senta più parlare di quest’uomo”. E, alludendo al suo Rappresentante in terra, assumeva un sorriso ancora più strano per sembrar puerile; quasi come ti dicesse: “Mascherina, ti conosco”. E cambiava discorso in tavola. Elaborava nella mente una specie di Teocrazia, di cui sarebbe stato il Papa. I membri del partito che aveva in gestazione avrebbero portato un abito di panno bianco. Egli corrispondeva con altri congiurati in diverse città d’Italia, i quali avevano anche un aspetto regolare e una solida posizione sociale. Ne ho conosciuti due o tre. Avevo piacere qualche volta nel vederlo verso sera, per piazza Vittorio o nelle vie adiacenti, andare di passo allegro a braccetto con Teodoro Daübler, e mi pareva che soltanto con lui reintegrasse libertà e fantasia.
Uomo astratto non toccato da natura, si innestava alla vita seducendo stranamente certi spiriti e, per famigliarizzare alla sua singolarità le nuove reclute, con una voce piana e bianca, assai gradevole, faceva qualche volta suoi propositi e inflessioni del senso comune. Non risparmiava freddure e bisticci. Cercava, e vi metteva sopra il dito, i cantucci della vostra ignoranza, e con molto garbo, direi materno, vi istruiva. Sarchiava nello spirito dei discepoli i pregiudizi, per poi seminarvi i semi della nuova dottrina, e il volto glabro li confortava di sorrisi. Sostituiva, alle ingenuità, filosofiche malizie, e lasciava anche capire che le droghe gli avevano rivelato cose inaudite; e d’intendere che era un mago. Mostrava qualche volta con i resistenti qualche cipiglio, e traspariva che serbasse per loro in cuor suo le vendette o la noncuranza della sua futura potenza. Il fascismo di cui era  nemico palese lo perseguitò; scomparve; e morì prima di vederne il crollo.

Ritrovai Campana con le due giacche, il cappotto lo aveva venduto. Trasse da una tasca, che ne conteneva parecchie, una copia dei Canti Orfici, e me la diede. Ci aveva scritto una lunga dedica. La pagina dove l’aveva scritta fu qualche giorno dopo strappata dal libro che stavo leggendo, al caffè Giubbe Rosse, su istigazione di Bino Binazzi che lo accompagnava. Bino Binazzi era quello che io non ero e cioè un “puro” e “un duro”. Aveva un’aria di fanatismo triste, e s’era come fatto bandiera del poeta “incontaminato”.
Il viso di Campana dava l’impressione d’una continenza estrema, d’una salute barbara. Ma aveva nello sguardo una pena direi irrimediabile, una solitudine irraggiungibile. Quando mi trovavo solo con lui, mi parlava con fanciullesca docilità e con una voce limpida e un po’ lamentosa. Diceva cose che non distinguevo; il suo umore era mutevole, come se ci fosse in lui un franare continuo. Mi faceva un po’ paura, ed io rimanevo con lui solo il meno possibile. Una volta che mi parve più stabile mi disse che traduceva, alla mattina, un poeta inglese.
“Alla mattina? ”
“Sì, in quell’ora, dove sto io, la mia casa ha i piedi in Arno, ed è volta a settentrione, c’è la luce precisa di quella poesia”. Non volle dirmi il nome del poeta.
Nessuno sapeva allora che egli era già stato in manicomio, e mi pareva che nessuno avvertisse il suo malessere. Era preso, anche, ma cautamente, un po’ in giro. Tra i letterati al caffè fingeva di ignorare autori che conosceva con precisione e forse più di loro. “Rimbaud?” domandava sottomesso.
Con una certa impostura, aveva segrete malizie e improvvisi scoppi d’un ridere chiaro. Diceva e ripeteva con insistenza sospetta “maestro”, a Soffici. Ho visto nel suo sguardo balenii d’odio. Era sofferente e insofferente quasi sempre.
Dove eravamo entrati, quella notte fredda e tetra, a bere del vino per riscaldarci e rallegrarci un po’ (Reghini, la sua guardia del corpo, Pagliai, un altro ed io), Campana stava seduto, all’estremità d’un largo e lungo tavolo, con Rosai ed un pittore friulano sceso da poco a Firenze. Noi ci sedemmo dalla parte opposta del tavolo. La bottega era quasi vuota. Sedendosi, Reghini sbirciò un po’ dall’alto, quasi con bontà, e con una curiosità affettata, Campana, salutò con un cenno della mano Rosai, trascurando il suo compagno in conseguenza della sua forte apparenza di montanaro. Con Rosai, per il vero, egli aveva già aperto il mantello della sua protezione, ma Rosai vi era entrato ed era uscito scherzando, col mantello come un giovane gatto. I tre “barbari”, guardandosi, mentre noi urbani si discorreva, s’incontrarono nello stesso sentimento. Reghini aveva incominciato l’elogio della mistificazione, alla quale si giunge altamente, mediante l’amore della verità. Campana di tanto in tanto sogghignava, e mi pareva che le occhiate a lui rivolte dagli altri due intendessero, specialmente quelle di Rosai, ad aizzarlo. Io cominciavo a temere. Mi pareva che Campana non capisse o soprastesse a quegli incitamenti, ma all’improvviso balzò sul tavolo rovesciando con gli scarponi bicchieri e litri. Inveì contro “I letterati fiorentini”, in frasi triviali dove ricorrevano le parole: impotenti, feccia, cialtroni. E si proclamò unico, e “poeta della quarta Italia”. Sopravvenne il padrone, Campana saltò dal tavolo e ridacchiando con gli altri se ne andò. Noi pure uscimmo, un momento dopo, pagando anche per loro. Andammo a zonzo. Reghini aveva un’aria di maestà offesa e il suo parlare era incerto.
Dalla baruffa, non ci scappò il morto; ma credo che poco ci mancasse. Se la pesante mazza sospesa sul capo di Campana non fosse stata trattenuta a tempo, gli avrebbe forse spaccato il cranio… Era circa l’una quando uscimmo da Ponte Vecchio e volgemmo per lung’Arno Acciaioli, nebbioso e deserto. Sbucarono da un andito dov’erano appostati, corsero verso di noi e ci furono addosso. Campana si slanciò contro Reghini, e i suoi compagni tentarono di metterglisi davanti per impedire a noi di difenderlo e di separarli. Fu un parapiglia. Parte dei colpi diretti a Reghini furono deviati e menomati. Sbattuto or di qua or di là gemeva pallidissimo. Campana, barba e capelli scompigliati, mostrando una schiena vigorosa e triviale, picchiava, dinoccolato, mandando dei sibili, dei sospiri di soddisfazione profonda, di copula. Gli ridevano gli occhi di una specie di gioia selvaggia. Passò una vettura a botticella, dove Reghini fu introdotto. Gli sedette accanto la guardia del corpo. Affacciandosi dal finestrino aperto Campana sputò in faccia al suo bersaglio: “te”, gli disse facendogli con una mano le corna: “prendi”. Lo afferrammo, scivolò per terra, si rialzò e inseguì, per poco, la vettura. Pareva un manigoldo teutonico.

 

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