SANDRO DE RICCARDIS, MILANO–REP. 28 MAGGIO 2018 pag. 16::: ” La rivolta di Malijka: mia figlia sposerà chi ama “— dobbiamo leggerle questa tragedie per averne una pallida idea di cosa significa per loro ” adattarsi all’ambiente circostante “

 

 

La famiglia è del Bangladesh

Milano, la rivolta di Malijka “Mia figlia sposerà chi ama”

Il marito aveva imposto a Shaila, 10 anni, le nozze con un cugino. Salvata dalla madre

SANDRO DE RICCARDIS,

 

 MILANO

A salvarla da un futuro deciso da altri, da una vita che sarebbe stata una lunga schiavitù, questa volta è stata la madre. Dopo la tragica fine di Sana, la giovane di 25 anni strangolata dai suoi stessi parenti in Pakistan per impedirle di sposare un ragazzo di Brescia, e dopo l’aborto imposto dalla famiglia a Farah, altra pachistana di 19 anni, costretta a tornare in patria e a liberarsi del figlio che aveva concepito con un coetaneo di Verona, questa volta è un’altra donna, Malijka, la madre, a salvare Shaila, la figlia, da un destino stabilito dal capofamiglia. Che aveva pianificato per la bambina, di appena dieci anni, il ritorno in Bangladesh e il matrimonio con un cugino che ha più del doppio dei suoi anni, ventidue.

Malijka, 41 anni, trova la forza di opporsi al marito, di strappare il suo passaporto e quello di Shaila per impedire il ritorno in Asia e il matrimonio combinato. La donna rivive nella violenza che avrebbe subito la figlia la stessa storia di soprusi che, dieci anni prima, aveva vissuto lei. Costretta a sposare un uomo che non ama, vedersi abbandonata da lui che parte per Milano quando è incinta di due mesi, restare sola in un piccolo villaggio, in una casa senza acqua e senza luce, a guadagnarsi ogni giorno la sopravvivenza con piccoli lavori domestici.

Poi nel 2016 il marito torna in patria. Per Malijka è uno sconosciuto che le impone una nuova violenza: partire con lui per l’Italia e portare con loro la figlia che l’uomo non aveva mai visto. Saranno due anni di vita a Milano da segregate: nessuna istruzione per la bambina, oltre lo studio del Corano; nessuna relazione sociale fuori le mura domestiche per la madre. Secondo il racconto della donna, a ogni sua richiesta di maggiore libertà il marito reagiva con violenza. Come quando l’avrebbe ferita a una mano con un coltello, solo perché lei decide di cucinare senza chiedere permesso. Una ricostruzione che l’uomo ha sempre negato, sostenendo che la moglie si sia ferita da sola per poterlo denunciare e lasciarlo.

Il culmine della tensione arriva proprio quando l’uomo compra i biglietti e organizza il viaggio di ritorno in patria. La donna strappa i documenti necessari per il viaggio, sperando di salvare così da un destino già scritto. Ma il marito non torna sui propri passi: porta Malijka e Shaila prima in questura per denunciare lo smarrimento dei passaporti, poi al consolato di via Giambellino per la richiesta di duplicato.

La voglia di libertà della donna porta a una denuncia e ora a un processo — di cui ha dato notizia ieri Il Giorno — che si celebra a Milano davanti al giudice monocratico, dove l’uomo è accusato di maltrattamenti in famiglia. In aula la donna ha raccontato la sua storia di schiavitù e segregazione. La piccola ha riferito, in un’audizione protetta, assistita dagli psicologi, delle frequenti liti tra i genitori. « Litigavano ad alta voce sul viaggio che dovevamo fare e sul mio matrimonio » , ha detto agli assistenti sociali. Ora entrambe sono seguite dai servizi sociali e hanno trovato ospitalità in una casa d’accoglienza a Milano. Mentre la storia di Shaila fa riesplodere le polemiche sull’integrazione dei musulmani in Italia, le associazioni di bengalesi difendono la libertà dei loro giovani. «Chi vive in Italia deve essere libero di sposare chi ama » , dice Mahabub Alam, uno dei portavoce della comunità in Italia.

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