IL FILOSOFO SUD COREANO FORMATOSI IN GERMANIA IN FILOSOFIA E LETTERATURA ( IN COREA DEL SUD, IN METALLURGIA ) :: BYUNG-CHUL HAN ( Seul, 1959 ) — DUE LIBRI E RECENSIONE

 

 

 

Byung-Chul Han (Author of La sociedad del cansancio)

 

 

 

Byung-Chul Han - Autori

 

 

Byung-Chul Han, nato a Seul nel 1959,è un filosofo sud-coreano che vive in Germania,  è considerato uno dei più interessanti filosofi contemporanei.

Nato nella capitale della Corea del Sud, dove ha studiato metallurgia, negli anni Ottanta si è trasferito a Berlino, dove ha studiato filosofia e letteratura tedesca. Ha studiato teologia cristiana a Friburgo in Brisgovia e a Monaco di Baviera. Ha ricevuto il Ph.D. nel 1994 con una tesi su Martin Heidegger. Nel 2000 si è trasferito all’Università di Basilea, dove si è abilitato all’insegnamento universitario di filosofia. Nel 2010 è diventato professore e dal 2012 insegna all’Universität der Künste Berlin.

 

 

 

 

Già docente di Filosofia e Teoria dei Media presso la Staatliche Hochschule für Gastaltung di Karlsruhe, insegna ora Filosofia e Cultural Studies alla Universität der Künste di Berlino, ed è autore di saggi sulla globalizzazione e l’ipercultura.

Per nottetempo ha pubblicato La società della stanchezza (2012), Eros in agonia (2013) La società della trasparenza (2014), Nello sciame. Visioni del digitale (2015), Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere (2016) e L’espulsione dell’altro (2017). Nel 2021ha pubblicato con Einaudi La società senza dolore. 

 

 

Byung-Chul Han e il suo pensiero - La Mente è Meravigliosa

 

 

 

 

Byung-Chul Han | CCCB

LIBRO I

 

La società della trasparenza - Byung-Chul Han,Federica Buongiorno - ebook

in tedesco, 2012 — Nottetempo, 2014

 

 

La società contemporanea è al servizio della “trasparenza”: da una parte le informazioni sulla “realtà” sembrano alla portata di tutti, dall’altra tutti sono trasparenti – cioè svelati, esposti – alla luce degli apparati che, nel mondo postcapitalista, esercitano forme di controllo sugli individui. Cosi il valore “positivo” della trasparenza maschera, sotto l’apparente accessibilità della conoscenza, il suo rovescio: la scomparsa della privacy; l’ansia di accumulare informazioni che non producono necessariamente una maggiore conoscenza, in assenza di un’adeguata interpretazione; l’illusione di poter contenere e monitorare tutto, anche grazie alla tecnologia. In questo saggio, Byung-Chul Han interpreta la trasparenza come un falso ideale, come la più forte delle mitologie contemporanee, che struttura molte delle forme culturali più pervasive e insidiose del nostro tempo.

 

 

IL MANIFESTO DEL 17 LUGLIO 2021 

https://ilmanifesto.it/byung-chul-han-lintimita-messa-in-piazza/

 

Byung-Chul Han, l’intimità messa in piazza

 

Saggi. «La società della trasparenza» di Byung-Chul Han per Nottetempo. Un testo che coglie forti tendenze presenti nella realtà contemporanea. Ma che riduce la critica a un reiterato aforisma sulla mercificazione

Vanni Codeluppi

EDIZIONE DEL  17.07.2014

PUBBLICATO17.7.2014, 3:43

AGGIORNATO16.7.2014, 20:47

 

La sociologia sta attraversando da alcuni decenni una fase di crisi identitaria. E tale crisi consente alle altre discipline sociali d’invadere quello specifico territorio che essa si era ritagliata nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Cioè di occuparsi di quello che costituiva il suo oggetto d’analisi privilegiato: la società. Lo fanno gli antropologi. Da questo punto di vista il lavoro di Marc Augé è esemplare, così come lo è quello di Duccio Canestrini.

Da quando però è nato il filone della cosiddetta «filosofia pop», sono soprattutto i filosofi ad occuparsi del sociale. È il caso, ad esempio, del filosofo tedesco di origine coreana Byung-Chul Han, di cui è stato tradotto in italiano il volume La società della trasparenza (Nottetempo, pp. 94, euro 11), che segue idealmente il precedente La società della stanchezza, uscito in Italia nel 2012. In questo nuovo testo, l’autore si concentra su un aspetto paradossale del sociale contemporaneo: l’ossessione per la trasparenza a tutti i costi, che promette una maggiore libertà personale, ma determina invece la nascita di nuove forme di potere. L’individuo, infatti, si trova a vivere all’interno di uno spazio privato che non riesce più a controllare ed è sommerso dall’enorme quantità di dati e informazioni che la trasparenza inevitabilmente genera.In entrambi i volumi, Byung-Chul Han è fortemente influenzato da pensatori radicali francesi come Jean Baudrillard e Michel Foucault. Il primo è probabilmente l’autore che ne La società della trasparenza viene citato il maggior numero di volte. C’è però un pensatore francese che non viene esplicitamente citato, ma che esercita un’influenza decisiva sulle riflessioni di Byung-Chul Han: GuyDebord. Dell’autore de La società dello spettacolo viene infatti ripreso sia lo stile di scrittura aforistico, che il tono fortemente critico e radicale. E qui sta il principale problema che l’analisi del filosofo tedesco comporta. L’operazione di Debord aveva infatti un senso negli anni Sessanta, perché La società dello spettacolosi presentava come una specie di manifesto di rivendicazione per le lotte giovanili di contestazione e così in effetti ha funzionato, a cominciare dalle lotte parigine del maggio 1968. Ma oggi non sembra esserci un contesto sociale adeguato a recepire un libro-manifesto di questo tipo.

Da un volume che ha come titolo La società della trasparenza ci si dovrebbe aspettare oggi un’analisi di come funziona una delle caratteristiche più importanti delle società contemporanee: la trasparenza. Ed è proprio da questo punto di vista che il volume di Byung-Chul Han presenta i maggiori problemi. Perché quello che afferma nelle pagine il filosofo tedesco può essere condiviso, ma rimane appunto al livello dell’affermazione aforistica. Non si può infatti non essere d’accordo con lui quando scrive, ad esempio, che «La trasparenza è una coercizione sistemica che coinvolge tutti i processi sociali e li sottopone a una profonda mutazione». Un’analisi che voglia essere rigorosa non dovrebbe fermarsi qui e dovrebbe mirare invece ad ottenere un maggior livello di approfondimento. Dovrebbe cercare cioè di spiegare perché la trasparenza sia oggi fondamentale dal punto di vista economico e strutturale. Perché dunque operi come un importante strumento di produzione per l’attuale assetto del sistema capitalistico

.Le parti più innovative del volume sono quelle nelle quali Byung-Chul Han cerca di legare il tema della trasparenza alla rivoluzione digitale in corso e in particolare al fondamentale ruolo che viene esercitato dai social network. La sua idea è che i social media e i motori di ricerca, adottando l’ideologia della trasparenza, creino uno spazio intimo e condiviso dal quale vengono brutalmente espulsi il pubblico e l’esterno. A ben vedere, però, tale opinione non è molto lontana da quello che Richard Sennett portava avanti già alla fine degli anni Settanta e cioè che nelle società occidentali l’uomo pubblico stava lasciando il posto all’uomo dell’intimità. Come d’altronde hanno più volte affermato negli ultimi anni anche diversi studiosi del Web, a cominciare da Eli Pariser, che ha presentato le sue riflessioni in proposito nel volume Il Filtro.

Ma il problema che l’analisi di Byung-Chul Han soprattutto presenta è che muove da una visione fortemente negativa del sistema sociale. Una visione simile a quella proposta a suo tempo da Debord, e dunque radicale e priva di speranze per il futuro. È invece corretto ritenere che l’attuale «società trasparente», nonostante gli evidenti limiti che presenta, possa consentire anche la nascita di nuove possibilità per gli esseri umani e di spinte sociali orientate verso l’emancipazione. E che dunque sia possibile analizzarla facendo ricorso ad una prospettiva maggiormente dialettica

 

 

 

 

 

 

LIBRO II

 

 

La società della stanchezza. Nuova ediz. - Byung-Chul Han - copertina

2010 – Nottetempo, 2012

 

Rivisitando alcune categorie classiche del pensiero novecentesco, il lavoro di Byung-Chul Han si focalizza con particolare attenzione sul disagio dell’individuo tardo-moderno nella società odierna, caratterizzata dalla prestazione, dalla competizione e, soprattutto, dall’appiattimento delle contraddizioni e dal venir meno della negatività. Le analisi sviluppate nei saggi qui raccolti mettono in luce, nello specifico, come l’ossessione dell’iperattività e la tendenza sempre più forte al multitasking arrivino a produrre disturbi di natura depressiva e nevrotica. Tali espressioni di malessere e di “stanchezza” vengono interpretate come ovvia conseguenza dell’incapacità del soggetto di sostenere i ritmi dell’iperproduzione postcapitalistica in un contesto in cui non esiste più un modello sociale imposto dall’Esterno, dall’Altro, ma è anzi il soggetto stesso ad averlo introiettato. Questa nuova edizione è stata arricchita con l’inserimento di un saggio sul burnout, che Han legge come coincidenza massima di autorealizzazione e autodistruzione, e di un saggio sul tempo, in cui contrappone al tempo profano dell’iperproduzione quello – sacro – della festa e del gioco.

 

 

 

 

 

 

RECENSIONE 1. 

 

Viviamo nella società della stanchezza, secondo il filosofo Byung-Chul Han

“La società della stanchezza” è uno di quei libri da leggere assolutamente. Scritto dal filosofo sudcoreano residente in Germania Byung-Chul Han, presenta una interessante visione alternativa della società in cui viviamo per aiutarci ad immergerci in noi stessi e scoprire quelle catene poco evidenti ma molto forti che ci legano, dettano molte delle nostre decisioni e determinano la nostra vita.

In che modo l’eccessiva positività ci rende schiavi?

Ogni era e società ha i suoi modelli di pensiero che inculca nei suoi membri. Non possiamo sfuggirvi. A meno di non fare un esercizio cosciente di autoanalisi e riflessione, questi ci determineranno per tutta la vita perché sono diventati i margini che limitano il nostro pensiero, al di fuori del quale non concepiamo nemmeno la realtà.

Ci è toccato vivere nella società del “Yes, you can”, una società che afferma che tutti possiamo arrivare dove vogliamo solo sforzandoci. Viviamo in un’epoca in cui la Psicologia Positiva è diventata popolare e distorta, limitandosi ad una serie di frasi motivazionali senza molta sostanza che trasmettono un messaggio chiaro: “Tu puoi!”.

Han sottolinea che “La società del 21 ° secolo non è più disciplinare, ma una società del rendimento. Né i suoi abitanti sono chiamati ‘soggetti di obbedienza’, ma ‘soggetti di rendimento’. Questi soggetti sono imprenditori di se stessi”.

Questo cambiamento, che apparentemente conferisce autorità e sembra liberatorio, diventa in realtà un boomerang che presto ci colpisce con tutte le sue forze perché nasconde un grande rischio psicologico di cui non siamo consapevoli.

La violenza della società sui suoi membri non è scomparsa, ma è stata camuffata ed ora si basa sull’auto-sfruttamento del soggetto: “Questo è molto più efficace dello sfruttamento da parte di altri, perché è accompagnato dalla sensazione di libertà. Lo sfruttatore è lo stesso sfruttato. Vittima e carnefice non possono più differenziarsi. Questa auto-referenzialità genera una libertà paradossale, che, a causa delle strutture obbligate immanenti ad essa, si trasforma in violenza […] In questa società dell’obbligo, ognuno porta con sé il suo campo di lavori forzati”.

In sostanza, la nostra società sarebbe l’evoluzione delle società disciplinari e di controllo del passato, ma in realtà non implica più libertà, ma continua ad esercitare il suo potere su ogni persona attraverso l’introiezione del “dovere”. Questa situazione ci trasforma in schiavi della sovrapproduzione, il super-rendimento (lavorativo, ludico e sessuale) o la supercomunicazione.

La stanchezza dell’io

L’esempio più emblematico dei problemi causati da questa pressione sociale per il rendimento è la depressione. Questo filosofo pensa che “In realtà, ciò che fa male non è l’eccesso di responsabilità e iniziativa, ma l’imperativo del rendimento, come nuovo mandato della società del lavoro post-moderna.

“L’uomo depressivo è quell’animale lavoratore che sfrutta se stesso, cioè: volontariamente, senza coercizione esterna. Egli è, allo stesso tempo, carnefice e vittima […] La depressione si scatena nel momento in cui il soggetto di rendimento non ce la fa più […] Il depresso è stanco dello sforzo di diventare se stesso”.

Il problema è che “Non potercela più fare – conduce ad un auto-rimprovero distruttivo e all’autoaggressività”. Quando ci rendiamo conto che non possiamo fare tutto ciò che abbiamo intenzione di fare, ci sentiamo frustrati, non pensiamo che la società ci abbia ingannati, ma ci autoincolpiamo, sentendoci incapaci.

Non capiamo di essere caduti nella trappola di cui avvertiva Zygmunt Bauman: cercare soluzioni biografiche a quelli che sono dei problemi strutturali e sistemici della società. Così si chiude intorno a noi un cerchio d’insoddisfazione che, se non stiamo attenti, potremmo trascinarci per tutta la vita.

Come uscire da quel circolo vizioso?

Han ci da un indizio in “La società della stanchezza”: “La società del rendimento sta gradualmente diventando la società del doping […] L’eccessiva positività si manifesta in forma di eccesso di stimoli, informazioni e impulsi”.

Quindi, una delle chiavi per uscire da questo circolo vizioso è il “immersione contemplativa”, fare una pausa nella nostra ossessione per la produttività ei successi personali lasciando il passo al dolce far niente, la noia e la presenza piena. Non si tratta di riposare per essere più produttivi, ma riposare per il semplice piacere di farlo. Si tratta di riconnettersi con l’essenziale, imparare a godere di più e chiedere di meno a noi stessi. Si tratta di non dimenticare che “L’eccessivo aumento del rendimento causa l’infarto dell’anima”.

RECENSIONE 2. 

 

 

IL MANIFESTO DEL 29 LUGLIO 2016

https://ilmanifesto.it/il-mondo-salvato-dagli-idioti/

 

 

 

Il mondo salvato dagli idioti

 

Codici aperti. «Psicopolitica» del filosofo tedesco di origine coreana Byung-Chul Han per Nottetempo. La seduzione invece che autoritarismo e oppressione. Una critica delle forme di governo e manipolazione dentro e fuori Internet

 

Una performance del gruppo StanzaUna performance del gruppo Stanza

 

Teresa Numerico

EDIZIONE DEL  29.07.2016

PUBBLICATO29.7.2016, 0:30

AGGIORNATO28.7.2016, 21:22

 

Nel romanzo distopico Il cerchio (Mondadori) di Dave Eggers, la piattaforma digitale, che dà il nome al libro, si propone di eliminare ogni segreto, ogni oscurità dalle relazioni sociali. L’obiettivo non è solo l’accesso aperto all’interiorità umana – con l’eccezione dei pazienti in coma – ma soprattutto l’autocorrezione degli individui che, agendo sempre in pubblico, eliminerebbero dal loro comportamento, e perfino dai loro pensieri, ogni possibile atto criminale o solo asociale. La privacy è un furto si legge sulle mura dell’azienda monopolista della trasparenza totale.

Contro questo modello di società cristallina, infaticabile e iper-competitiva si scaglia il furore polemico di un filosofo poco ortodosso, Byung-Chul Han, coreano, ma educato in Germania, professore all’Universität der Künste di Berlino.

Il suo ultimo libro tradotto in italiano è Psicopolitica (Nottetempo, pp. 110, euro 12). La sua produzione più internazionale è costituita soprattutto da pamphlet, testi che rimandano gli uni agli altri, concentrati su una critica serrata e incalzante al tecnopotere con le sue strategie per una governamentalità del presente.

 

A caccia di like

La società della stanchezza (2012) discute la competizione costante nella società contemporanea, causa di depressione, deficit di attenzione e sindrome borderline: la disponibilità permanente di beni e servizi rende l’essere umano inadatto a fronteggiare la negatività dell’esistenza.

Eros in agonia (2013) affronta la perdita di forza dell’Eros, la sua progressiva incapacità di resistenza – attraverso l’esperienza anarchica del desiderio – contro la volontà del potere di serializzare l’emozione.

La società della trasparenza (2014) e Nello sciame (2015) offrono insieme una disamina stringente della tecnocrazia, ispirata tra l’altro a Martin Heidegger e alla scuola di Francoforte. La trasparenza non riduce i giochi di potere ma mette in scena un’intimità pornografica, che non smette di esibirsi in ogni istante, alimentando il narcisismo con il suo bisogno costante dello sguardo di spettatori «amici» su di sé. Il rischio è che l’individuazione della soggettività non passi più per un racconto, per il filo della narrazione, ma si limiti a incarnarsi nel conteggio dei like, ottenuti attraverso la presunta condivisione delle emozioni. Non una storia quindi, ma un calcolo.

Al centro di Psicopolitica troviamo il potere del capitale espresso nella tecnologia di controllo della psiche, prima che del corpo, come se fosse possibile separarli. L’intelligenza del potere si manifesta come seduzione piuttosto che come repressione, o proibizione. Sfrutta la libertà per orientare, auto-organizzare e auto-ottimizzare i desideri, le emozioni e il piacere. L’esergo del libro è una frase dell’artista Jenny Holzer, scritta a caratteri luminosi cubitali sui palazzi: Protect me from what I want. Come possiamo essere protetti dalla nostra tendenza alla dipendenza, al narcisismo, al godimento illimitato, promesso da una società senza interruzioni, senza segreti, senza estraneità o diversità, senza silenzio?

Lo scenario della psicopolitica è claustrofobico. Gli unici spazi agibili sembrano essere quelli preconfezionati dall’intelligenza del tecnopotere. La razionalità è adatta alle società disciplinari, dove tutto funzionava perfettamente, mentre nel presente prevale l’emotività passeggera e instabile, che si presta a essere continuamente consumata, meglio delle merci materiali. La psicopolitica usa le emozioni per il loro carattere preriflessivo che permette di anticipare la volontà individuale, orientando l’esercizio della libertà del soggetto, attraverso un intervento diretto sull’inconscio.

Han suggerisce diverse strategie difensive. L’improduttività, cioè l’ozio, la libertà dal lavoro sarebbe l’unica forza rivoluzionaria capace di sottrarsi alla trascendenza del capitale, per conquistare l’immanenza dell’esistenza. L’altro strumento è il gioco, a patto di non subire una ludificazione del lavoro, cioè di introiettare le sue pratiche nei contesti lavorativi, svuotandole della loro forza. Il gioco accoglie l’imprevisto e l’imprevedibile e perciò può costituire l’esperienza: l’evento inaspettato, una discontinuità liberatoria che sottrae il soggetto alla sua naturale condizione di sottomissione al capitale.

 

Scetticismo tecnologico

L’analisi dei Big Data sconcerta per il grande potere divinatorio che Han gli attribuisce. Condivisibile è la critica all’introduzione di categorie discriminatorie come waste (spazzatura) assegnata al gruppo dei poveri dalla Acxiom, azienda broker di dati. Più problematica è l’assunzione che l’analisi quantitativa sia in grado di penetrare nell’inconscio del soggetto per anticiparne e modificarne il dispositivo a vantaggio del capitale. Tale visione sembra condividere con i tecno-entusiasti una fiducia sfrenata nei confronti delle piattaforme algoritmiche della Big Data analysis, che potrebbe essere discutibile.

Attraverso i Big Data, la psicopolitica neoliberale attua, secondo Han, una strategia di controllo e programmazione psicologica che perpetua la soggettività come coatta e ripetitiva. Per difendersi bisogna sviluppare l’arte di vivere come de-psicologizzazione, verso «una nuova forma di vita, che non ha ancora un nome». Il libro suggerisce, quindi, di abbandonare l’inconscio, ormai colonizzato e inquinato dalle previsioni e dalle rappresentazioni dei Big Data. Il programma di Han sembra parecchio ambizioso e forse velleitario.

L’avanguardia rivoluzionaria del processo di liberazione sarebbe l’idiot savant, portatore di un sapere diverso, impossibile da normalizzare, privo di intelligenza (facoltà troppo funzionale al sistema), capace di accogliere il vuoto, di istituire una singolarità che non è soggettiva o individuale. Eppure la singolarità dell’idiota resta, nella descrizione di Han, aristocratica e individualista. La resistenza alla psicopolitica non esce dal claustrum nel quale il potere l’ha chiusa se non a prezzo di un’assoluta solitudine, della negazione della dimensione sociale dell’essere umano.

 

 

 

 

 

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