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nota:

 

MICHELE AINIS – LA NAVE DI TESEO, 2024

 

Capocrazia. Se il presidenzialismo ci manderà all'inferno - Michele Ainis - copertina

Capocrazia. Se il presidenzialismo ci manderà all’inferno

La nave di Teseo, 2024

 

 

Il presidenzialismo è la grande riforma annunciata dal Governo Meloni, che potrebbe realizzarsi nella diciannovesima legislatura dopo decenni d’attese e di dibattiti. Già, perché l’Italia è un paese che ama le rivoluzioni ma affossa le riforme, come hanno imparato sulla loro pelle molti leader nostrani, da Berlusconi a Renzi. Anche per questo l’Italia ha sempre guardato ai modelli presidenziali degli altri (gli Stati Uniti e la Francia su tutti) come a un oggetto del desiderio fatalmente impossibile da raggiungere. Difficile allora fidarsi adesso di una riforma pasticciata che rafforza il potere del presidente del consiglio indebolendone il contrappeso, ossia il ruolo di garanzia del presidente della repubblica. Per giunta smentendo, senza consultare i cittadini, la promessa elettorale del centro-destra, che puntava all’elezione diretta del capo dello stato. Anche perché la verità è che un presidenzialismo sgangherato già ce lo abbiamo: è la capocrazia che domina la vita dei partiti, divenuti feudi di uomini soli al comando, è il potere sconfinato dei sindaci e dei governatori, è l’abuso decisionista dei decreti legge da parte del Governo di turno. Per riportare ordine nella nostra democrazia malata, bisogna allora riprendere in mano la Costituzione e tornare a interpellare gli italiani (che ormai disertano le urne con sfacciata abitudine), come fecero i padri costituenti che ci appaiono oggi giganti che guardiamo da troppo lontano.

 

 

Michele Ainis
1955, Italia

 

Michele Ainis è ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Teramo, dove è stato prorettore vicario (nel 2001) e preside della facoltà di Giurisprudenza (dal 2001 al 2005). Ha pubblicato numerosi saggi, è membro del comitato di direzione di varie riviste giuridiche, ed ha tenuto conferenze in Italia e all’estero. Dal 1998 è editorialista della Stampa di Torino, dopo aver collaborato al Corriere della sera. Nel 2003 è stato eletto nel direttivo dell’Associazione italiana dei costituzionalisti. Coordina la Scuola di scienza e tecnica della legislazione “Mario D’Antonio” costituita presso l’Isle. Ha fatto parte di varie commissioni ministeriali di progettazione e di studio. Fra i suoi libri si ricordano: La legge oscura. Come e perché non funziona (Laterza, 2002), La cura (Chiarelettere, 2009), Chiesa padrona. Un falso giuridico dai Patti lateranensi a oggi (Garzanti, 2009), Privilegium. L’Italia divorata dalle lobby  (Rizzoli, 2012), Romanzo nazionale. L’Italia e gli inganni della politica (Dalai, 2013), L’ordinamento della cultura. Manuale di legislazione dei beni culturali(Giuffré, 2015), La Costituzione e la Bellezza (La nave di Teseo, 2016, scritto insieme a Vittorio Sgarbi), I fondamenti costituzionali della concorrenza (Edizioni Giuseppe Laterza, 2019), Presidenti d’Italia. Atlante di un vizio nazionale (La nave di Teseo, 2022) e Capocrazia. Se il presidenzialismo ci manderà all’inferno (La nave di Teseo, 2024).

 

 

REPUBBLICA –16 GENNAIO 2024
https://www.repubblica.it/cultura/2024/01/16/news/capocrazia_nuovo_saggio_michele_ainis_anticipazione_costituzione_riforme-421892216/

 

Questa politica malata di “capocrazia”

 

 

Questa politica malata di “capocrazia”

 

I tentativi continui di modificare la nostra Costituzione. L’eccesso di decreti. E l’astensionismo in progressiva crescita. Così il sistema democratico rischia di indebolirsi sempre più. L’anticipazione del nuovo saggio del giurista

Se una Costituzione si può migliorare, significa che si può anche peggiorare. È questo il rischio del presidenzialismo, è questa la sua sfida. Promette un cambio di stagione, però i meteorologi diffondono opposte previsioni: chi annunzia l’estate, chi pronostica l’inverno delle nostre istituzioni. Così sul presidenzialismo – sull’elezione diretta del capo dell’esecutivo – si fronteggiano due tifoserie, nemica l’una all’altra; e ogni discussione diventa poi una rissa.

 

 

Niente di nuovo, siamo pur sempre la terra dei guelfi e ghibellini. Ma certo il clima non aiuta a capirci qualcosa. Si può invece parlarne laicamente, senza preconcetti, dato che questa forma di governo funziona in molte democrazie contemporanee. Si possono analizzarne i pregi così come i difetti, alla luce della mutevole esperienza maturata in due secoli e passa. Ma soprattutto si può – si deve – mettere in guardia da un pericolo che non deriva dal presidenzialismo in sé, quanto piuttosto dagli operai chiamati a edificarlo. Perché ne abbiamo viste tante, di riforme deformanti. Messe giù da governi di destra e di sinistra, nessuno ha una patente d’innocenza. Ma nemmeno una laurea, se è per questo. Almeno a giudicare dalle perle fin qui confezionate dai politici italiani, dai nostri ri-costituenti.

 

La maxiriforma del quarto governo Berlusconi, per dirne una. Se fosse giunta in porto, se gli elettori non l’avessero respinta nel referendum del 2006, ne avremmo ricevuto in dote un nuovo vocabolario della lingua italiana, non solo una Costituzione tutta nuova. E infatti, saltabeccando fra i suoi articoli, ti capita di incappare nella parola “sensi” (usata in 25 casi). Una rivincita del pensiero laico liberale libertario libertino? Macché, il trionfo del burocratese: “ai sensi” di questo o di quell’altro comma. Incontri il fantasma di monsieur de La Palice (118: «gli enti autonomi hanno iniziativa autonoma»; 123: «lo statuto è approvato con legge approvata»).

 

 

Inciampi in brani da settimana enigmistica (117: «la regione interessata ratifica le intese della regione medesima». Ma la regione interessata è la medesima della regione medesima?). T’imbatti in formule mistiche (127-ter: «le competenze delle conferenze»). Infili filastrocche (69: «non cumulabilità delle indennità derivanti dalla titolarità»). Da ultimo barcolli durante lo slalom linguistico cui ti costringe l’articolo 64: «l’espressione del parere che ogni consiglio può esprimere».

 

Un’altra maxiriforma, quella timbrata nel 2016 dal governo Renzi, e poi respinta anch’essa dal voto popolare. In questo caso s’osservano problemi con le tabelline, più che con il vocabolario. A leggerla, ti salta agli occhi per esempio l’articolo 70, che a sua volta rinvia per 13 volte ad altrettanti articoli della Carta. E che fa spazio a 430 vocaboli, al posto delle nove parole dettate dai costituenti. Con un labirinto di rinvii, di citazioni, di riferimenti ad altre norme della Costituzione. Sicché, ove quella riforma fosse entrata in vigore, il senato avrebbe conservato la potestà legislativa «per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma». Più che una norma, una rubrica telefonica.

 

 

Tutt’altra musica, ai tempi della Costituente. Almeno un quarto del tempo speso in quei diciotto mesi di lavoro, fra l’estate del 1946 e l’inverno del 1947, venne impiegato per selezionare ciò che davvero meritasse di trovare spazio nella nuova Costituzione dello stato. E i suoi 556 membri usarono la gomma, più della matita. Giacché tenevano al buon uso della lingua, e avevano in gran conto la cultura, come strumento d’emancipazione e di riscatto.

C’è un episodio che ne offre la prova più eloquente. Nelle ultime e convulse giornate che precedettero il voto definitivo, si erano levate critiche sulla qualità letteraria del testo; e allora Umberto Terracini – che presiedeva l’Assemblea – incaricò Concetto Marchesi (grande latinista e membro a sua volta della Costituente) di smussarne le asperità semantiche, affiancandogli due scrittori, il critico letterario Pietro Pancrazi e il saggista Antonio Baldini.

Il risultato è che la Costituzione italiana offre un esempio anche di stile letterario, in termini di sobrietà, di proprietà lessicale, perfino d’eleganza. O almeno lo offriva, prima che i successivi interventi di riforma ne peggiorassero progressivamente il testo. Insomma, non ci fidiamo.

 

 

L’esperienza ci ha reso sospettosi, sia sulle maxiriforme che sulle microriforme, qual è in apparenza quella proposta nel 2023 dal governo Meloni – un gruzzolo d’articoli, ma un salto di regime. Difficile fidarsi, perché rafforza un peso (il presidente del Consiglio) indebolendo al contempo i contrappesi (ossia il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica). Perché è venuta fuori come un coniglio dal cilindro, smentendo la promessa elettorale del centrodestra, che puntava viceversa a eleggere direttamente il capo dello stato; e senza una discussione preventiva, senza consultare nemmeno per sbaglio i cittadini.

 

 

Perché, in conclusione, un presidenzialismo sgangherato ce l’abbiamo già, è la capocrazia che domina la vita dei partiti, è il potere solitario dei sindaci e dei governatori, è il decisionismo del premier di turno che si traduce in decretismo, nell’abuso quotidiano dei decreti legge.

Servirebbe Licurgo – il mitico legislatore – per raddrizzare la baracca, per stabilire qualche grammo d’ordine nella nostra democrazia malata. Ma possiamo affidare quest’impresa al Parlamento, lasciarla nelle sole mani dei partiti? Ne hanno le capacità, il talento? Ne hanno, oltretutto, la legittimazione?

Sta di fatto che in quest’ultima tornata elettorale gli astenuti hanno toccato un record: 36 per cento. Significa che un elettore su tre non è andato alle urne, quando fino agli anni Settanta del XX secolo i votanti toccavano il 90 per cento del corpo elettorale.

 

 

 

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  1. DONATELLA scrive:

    Ho notato una caratteristica comune a tutti, o quasi tutti, i politici quando ai telegiornali fanno delle dichiarazioni: le fanno con un tono che sembra quello del bollettino meteorologico, non ci mettono niente di personale, qualcosa che faccia trasparire l’impegno e la convinzione che mettono nel loro lavoro. Non è che si vorrebbero delle interpretazioni, per l’amor del Cielo, ma qualcosa che trasmettesse il loro impegno umano e la vicinanza con chi riceve il messaggio. In questo dibattito tutti e due, Elly e Bersani ci hanno messo passione e intelligenza.

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