LIMESONLINE — 15 APRILE 2024 — FEDERICO PETRONI / FIAMME AMERICANE : COME E PERCHÉ L’AMERICA CHIEDE A ISRAELE DI NON REAGIRE

 

 

LIMESONLINE — 15 APRILE 2024
https://www.limesonline.com/rubriche/fiamme-americane/iran-attacco-israele-reazione-stati-uniti-biden-netanyahu-15644192/?ref=LHTP-BH-I15594164-P1-S2-T1

 

COME E PERCHÉ L’AMERICA CHIEDE A ISRAELE DI NON REAGIRE

 

FIAMME AMERICANE 

L’amministrazione Biden prova a convincere l’alleato che il bilancio dell’attacco iraniano è positivo. Ma le valutazioni del governo Netanyahu divergono.

 

 

di Federico Petroni

 

 

 

Dettaglio di una carta di Laura Canali. La versione integrale è nel corpo dell’articolo

 

 

 

Fiamme Americane è l’osservatorio di Limes sugli Stati Uniti e sugli intrecci tra la discordia interna e la politica estera. Rubrica curata e ideata da Federico Petroni. Tutte le puntate a questo link.

 

 

Israele ha colpito l’Iran ma non ne ha pagato alcun prezzo. Anzi, ci ha guadagnato. Perché ha respinto con straordinaria efficacia la rappresaglia persiana di sabato-domenica notte. Ha dimostrato di avere l’appoggio di paesi occidentali e arabi che lo preferiscono a Teheran nonostante la tragedia dei civili a Gaza.

Soprattutto, la Repubblica Islamica ha fatto di tutto, persino esporre il proprio strumento militare a una figuraccia, pur di non rischiare di innescare un’escalation. Avendo ottenuto un successo, una controrappresaglia contro gli iraniani non è necessaria. E comunque l’America non vi parteciperebbe, dunque non la appoggia.

Questo sta dicendo l’amministrazione Biden al governo di Benyamin Netanyahu per dissuaderlo dal rispondere agli attacchi del fine settimana. L’intenzione americana è chiara: la crisi può finire qui, Israele ha ottenuto importanti successi e non deve alimentare l’escalation, bensì «pensare attentamente e strategicamente» alla prossima mossa.

La posizione di Washington è dettata dall’ovvio interesse a non allargare ulteriormente la guerra in Medio Oriente. Ma non solo.

Per gli americani la notte del 13-14 aprile contiene effettivamente importanti successi, smorzati però da alcuni caveat.

 

Carta di Laura Canali - 2023

Carta di Laura Canali – 2023

Un primo elemento riguarda l’Iran. Il regime degli ayatollah si è dimostrato al contempo cauto e non particolarmente forte. È vero che ha attaccato per la prima volta nella sua storia il territorio israeliano e lo ha fatto in modo massiccio – circa 300 droni e missili in un colpo solo superano persino quanto lancia la Russia sull’Ucraina nei giorni peggiori. Ma ha controbilanciato il superamento di queste soglie critiche preannunciando gli attacchi. Così ha azzerato l’effetto sorpresa, con l’evidente intento di ridurre gli enormi danni che quegli attacchi avrebbero potuto causare. Difficilmente aveva previsto che i danni sarebbero stati nulli. Ha dunque dimostrato di non avere mezzi convenzionali splendenti. Ciò costituisce l’elemento di sconfitta tattica per Teheran che soddisfa la percezione americana.

 

Un secondo aspetto riguarda le alleanze locali. Uno degli aspetti più importanti della notte del 13-14 aprile è la partecipazione diretta dei paesi arabi alla difesa di Israele.

L’Iran aveva avvisato i propri vicini 72 ore prima i propri vicini delle tempistiche e delle modalità della rappresaglia, ufficialmente per consentire loro di prendere contromisure, in realtà per testare la loro reazione. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno passato le informazioni agli Stati Uniti, i quali hanno attivato la rete di contatti mediorientali per organizzare la protezione dello Stato ebraico. Riyad e Abu Dhabi hanno fornito altra intelligence prima e dopo l’operazione. La Giordania ha persino abbattuto in prima persona alcuni droni e missili iraniani. Hanno partecipato anche Regno Unito e Francia.

 

È la validazione di un obiettivo persistente degli Stati Uniti, che da anni cercano di federare Israele e arabi del Golfo in una coalizione militare.

 

Lo spostamento dello Stato ebraico dallo European Command al Central Command aveva esplicitato tale intenzione.

( NOTA 1 – al fondo)

 

E aveva già segnalato una maggiore apertura dei paesi musulmani a interagire con Gerusalemme.

La rappresaglia sventata conferma che, nonostante l’Arabia Saudita abbia un accordo formale con l’Iran e non con Israele, preferisce difendere quest’ultimo per evitare sia un allargamento della guerra sia un rafforzamento dell’immagine dei persiani a livello regionale. Washington userà questo argomento per sconsigliare a Gerusalemme di attaccare l’Iran per evitare di compromettere la costruzione di allineamenti più saldi coi vicini.

 

Tuttavia, lo scorso fine settimana ha mostrato anche che la cooperazione tra Israele e potenze arabe funziona solo attraverso gli Stati Uniti, in qualità di fornitori di buona parte dei mezzi militari (aerei, navi, radar, intelligence, comando) che hanno disinnescato l’attacco iraniano. Se il risvolto militare degli Accordi di Abramo serve a sgravare l’America di responsabilità in Medio Oriente, l’obiettivo è lungi dall’essere centrato. Anzi potrebbe caricare Washington di maggiori impegni.

 

Soprattutto, la lettura israeliana degli eventi facilmente differisce da quella statunitense. L’Iran ha valicato una soglia psicologica: suggerisce che un attacco agli interessi iraniani nella regione (come quello all’ambasciata in Siria che ha causato questa crisi) potrà essere vendicato con un attacco al territorio israeliano. Tocca un nervo scoperto per lo Stato ebraico. Non è una questione di ripristinare la deterrenza, tecnicismo militaresco che non aiuta a capire il punto di vista di Gerusalemme (oltre al fatto che la deterrenza è saltata da tempo). Il punto è che per la dirigenza israeliana il territorio non deve essere minacciato. Sia perché non c’è profondità strategica sia perché la popolazione si sente circondata da nemici o potenziali avversari.

 

Senza contare che l’abbattimento del 99% dei droni e dei missili è stato possibile solo grazie all’aiuto di altri paesi e soprattutto al largo preavviso iraniano. In una circostanza di guerra vera, magari con gli Stati Uniti impegnati altrove, la contraerea israeliana verrebbe saturata velocemente.

 

Gerusalemme si accontenterà della figuraccia e della cautela dell’Iran oppure dovrà fare qualcosa che torni a incutere negli avversari il timore di bersagliare Eretz Yisrael?

Nella prospettiva israeliana è molto più acuta rispetto alla prospettiva americana la considerazione che, negli ultimi decenni, l’Iran si è avvicinato al territorio dello Stato ebraico e ora è anche disposto a colpirlo direttamente. Oltre al fatto che Netanyahu si è costruito una carriera sulla rappresentazione degli ayatollah come nemico assoluto e potrebbe pagare un prezzo politico se non reagisce. Agli americani dei suoi destini importa poco – in realtà molto, perché non nascondono nemmeno più di sperare che venga sostituito.

 

Carta di Laura Canali - 2023
Carta di Laura Canali – 2023

Fra Washington e Gerusalemme sta andando in scena una replica in piccolo della dinamica seguita all’aggressione di Hamas del 7 ottobre. Israele si sente ferito e gli Stati Uniti lo invitano alla calma, forti di avergli fatto da scudo per plasmare la reazione dell’alleato. In autunno la scommessa americana non ha pagato granché e anche per questo di recente le critiche di Biden a Netanyahu si sono fatte molto più forti. Ora lo shock è nettamente inferiore e la posta in gioco (scatenare una grande guerra regionale) assai superiore.

 

Soprattutto, i militari israeliani non sembrano propensi ad avallare il desiderio di Netanyahu di colpire l’Iran o comunque di rispondere con un gesto drammatico. Esattamente come da anni gli Stati Uniti e le Forze armate dello Stato ebraico sono di fatto alleate per impedire al leader ebraico di dar sfogo alla sua ostilità verso la Repubblica Islamica. Nonostante la guerra di Gaza e un crinale sempre più sottile, certe logiche ancora resistono.

 

 

Logo 

 

 

 

nota 1 —

 

da : 

 

EUCOM —

Comando europeo degli Stati Uniti

https://en.wikipedia.org/wiki/United_States_European_Command#/media/File:EulerDiagrEucomSust.jpg

 

 

 

 

non definito

 

 

Un diagramma di Eulero delle alleanze, dei partner e dei concorrenti europei, indicati dalle loro bandiere nazionali, [5] nell’area di responsabilità dell’EUCOM. Le alleanze e gli accordi includono i seguenti organismi sovranazionali: PESCOArea SchengenUE e NATO .

Ancheta

 

 

  SUGGERIMENTO :

*** VOLENDO LEGGERE  SI INTUISCE QUALCOSA DI PIU’:

L’Europa forte: un laboratorio di sostegno al combattimento su scala continentale

 

U.S. ARMY –4 NOVEMBRE 2019

https://www.army.mil/article/219091/strong_europe_a_continental_scale_combat_sustainment_laboratory

 

 

2.

United States Central Command

 

DA : 

https://it.wikipedia.org/wiki/United_States_Central_Command

 

 

Lo United States Central Command (CENTCOM) è un Comando combattente unificato delle forze armate degli Stati Uniti. Il quartier generale è situato presso la MacDill Air Force Base, in Florida.

Come tutti i comandi combattenti, il CENTCOM costituisce un elemento privo di qualsiasi unità militare permanentemente assegnatagli. Il comando opera con dei comandi componenti, uno per ogni servizio delle forze armate statunitensi, insieme ad una componente delle operazioni speciali congiunte ed a un certo numero di Task Forces.

 

SITO UFFICIALE DEL CENTCOM

https://www.centcom.mil/

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1 risposta a LIMESONLINE — 15 APRILE 2024 — FEDERICO PETRONI / FIAMME AMERICANE : COME E PERCHÉ L’AMERICA CHIEDE A ISRAELE DI NON REAGIRE

  1. Chiara Salvini scrive:

    chiara: pur avendo cercato cosa significa ” Comando europeo degli Usa ” e ” Comando centrale degli Usa ” non si è riuscito a capire la differenza di aver spostato Israele dal Comando Europeo al Comando Centrale–
    come se Israele e gli Usa fosse un’unica potenza ? e questo cosa significa nella distribuzione del potere tra le due nazioni ?- Fino ad adesso, gli Usa hanno protetto e appoggiato Israele come fosse davvero parte della propria nazione .. ? chi ci aiuta ? Qualcuno che sa, prima dovrebbe leggerci !

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