*** dai un’occhiata al post seguente, se vuoi
come ho potuto l’ho aggiustata, vi consiglio però di andare sul link, specie se masticate qualcosa di inglese come oggi fanno quasi tutti.. ci sono i testi !
SITO ACOMA
- Sito Ufficiale Ácoma Rivista: Il portale della Rivista Internazionale di Studi Nord-Americani, una pubblicazione digitale focalizzata su letteratura, storia e cultura degli Stati Uniti.

TESTO DI JULIE JORDAN DA ACOMA n. 3 Inverno 1995–
COPIATO DA QUESTO LINK::
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AFROAMERICANE: 1761-1930 * June Jordan, Saggi Politici- Boston, South End Press, 1985
La traduzione e cura della versione italiana sono di Sandra Grieco.
Titolo del saggio:
Il difficile miracolo della poesia nera in America: una sorta di sonetto per Phillis Wheatley*
Non era naturale. E lei fu la prima: Phillis Miracolo: Phillis Miracolo Wheatley: il primo essere umano nero a venir pubblicato in America. La seconda donna a venir pubblicata in America.
E il miracolo comincia in Africa. Fu lì che un uomo e una donna amaramente anonimi si congiunsero per creare questo genio, questa figlia perduta dal talento così prodigioso e dalle doti così seducenti da farle ben presto interporre la realtà della sua cara, particolare esistenza tra le opinioni dei Wheatley sugli schiavi e le prevedibili conseguenze delle consuete empietà contro gli esseri umani di pelle nera. Phillis, a sette anni, cambiò gli schiavisti Wheatley. Modificò le loro menti. Entrò nei loro cuori. Si rese visibile ai loro occhi, e quando questi la videro veramente, lei, Phillis, che li stupiva oscuramente con la dolcezza del suo spirito e l’alacrità della sua strana, proibita intelligenza, essi, a modo loro, l’amarono come un prodigio, come una ragazza misteriosa quanto devota.
Sedici mesi dopo il suo ingresso nella casa dei Wheatley, Phillis parlava la lingua dei suoi padroni. Phillis leggeva correntemente le Scritture. A otto anni e mezzo, questa bambina nera, o “Musa d’Africa”, come si sarebbe descritta in seguito, era pienamente istruita nella lingua di questa terra schiavista. Era competente e chiedeva ansiosamente di più: più libri, più informazioni. E Suzannah Wheatley amava questa figlia della sua capricciosa buona sorte. Era contenta di istruire, educare e guidare questa ragazza nera, questa nera creatura prediletta da Dio. E così, in cucina, Phillis si immerse in studi degni, tutto sommato, di un’istruzione classica accessibile a giovani maschi bianchi a Harvard.
Aveva nove anni.
Aveva nove anni.
Che cosa lesse? Che cosa imparò a memoria? Che cosa diedero i Wheatley a questa bambina africana? Era bianco, naturalmente, tutto: Bianco. Era inglese, in gran parte, veniva dall’Inghilterra. Era scritto, tutto, da uomini bianchi che prendevano piuttosto seriamente il loro piacere, le loro passeggiate, le loro pipe, le loro penne e la loro carta, mentre qualcun altro puliva la casa, lavava i vestiti, cucinava il cibo, badava ai bambini: Probabilmente non schiavi, ma magari servitori, o, normalmente, una moglie.
Era stata scritta, questa letteratura dell’uomo bianco d’Inghilterra, mentre qualcun altro faceva le altre cose ch andavano fatte. Non un breve limerick o sporadici versi d’adolescente, ma trentadue versi sciolti che dicevano a quegli studiosi il come e il perché, in conformità con i loro rigidi codici di comportamento cristiani. È in quella poesia che Phillis descrive il miracolo della propria poesia nera in America: While an intrinsic ardor bids me write the muse doth promise to assist my pen. Dice che la sua poesia deriva da “un intrinseco ardore”, non per accantonare la straordinaria gentilezza dei Wheatley, né per sminuire la ricchezza della letteratura degli uomini bianchi di cui lei stessa si ritrovò decisamente impregnata, ma non fu nessuno di questi fattori estrinseci a esigere le fatiche della sua poesia. Fu lei a crearsi poeta, a dispetto di e nonostante tutto ciò che la circondava.
Due anni più tardi, Phillis Wheatley, a sedici anni, aveva composto altre tre poesie degne di nota. Eccone una, “On Being Brought from Africa to America” ( “Sull’esser portata dall’Africa in America”).
Misericordia mi condusse dalla mia terra Pagana,/Insegnò alla mia anima ottenebrata a comprendere/ Che c’è un Dio, e anche un Salvatore:/Un tempo redenzione non cercavo né conoscevo/Alcuni giudicano la nostra scura razza con sprezzo/”Il loro colore è un marchio diabolico.”/Ricordate, Cristiani, i Negri, neri come Caino,/Possono essere affinati, e unirsi alle schiere angeliche.:
Dove prese Phillis queste idee? È abbastanza semplice rintracciare l’assurdità di se stessa “benighted”: benighted significa circondata da e in preda all’oscurità. Ciò chiaramente capovolge quanto era accaduto a quella bambina africana, circondata e catturata dall’avidità degli uomini bianchi. E non dovremmo neanche trovare sconcertante il suo descrivere l’Africa come “Pagana”, in opposizione a un luogo “colto.”
Persino la sua bizzarra interpretazione del furto di vita nera perpetrato dalla schiavitù come un salvataggio misericordioso non dovrebbe disorientare nessuno. Si tratta di comuni, inique assurdità che si trovano nella letteratura bianca, la letteratura che Phillis Wheatley assimilò, senza possibilità di scelta al riguardo. Ma qui, in questa sorprendente poesia, questa prima poeta nera ci porge qualcosa di totalmente suo, qualcosa di interamente nuovo:
È la sua affermazione, come dato di fatto, che “un tempo redenzione non cercavo né conoscevo,” come a dire: Un tempo io esistevo oltre e senza questi termini in esame. Un tempo io esistevo in termini altri dai vostri. E, dice, ma dato che stiamo parlando con il vostro linguaggio di bene e male/redenzione e dannazione, lasciate che vi dica qualcosa che fareste meglio a comprendere. Io sono nera come Caino e posso benissimo essere un angelo del Signore: Badate bene a non offendere il Signore! Dove prese quel pensiero Phillis Wheatley?
Era una bella giornata?
Ha importanza?
Seguendo il suo “intrinseco ardore”, e in armonia con il centro della sua persona, questa ragazza, la prima poeta nera in America, ha osato ridefinire se stessa da schiava di casa a, forse, angelo dell’Onnipotente. E si stava ambientando. E, a seconda che si ritenga che quella ragazzina nera quasi nuda sul palco dell’asta avesse sette o otto anni nel 1761, quando giunse ad averne diciotto o diciannove aveva pubblicato il suo primo libro di poesie, Poems on Various Subjects Religious and Moral. (Poesie su vari argomenti religiosi e morali ).
Ha importanza?
Seguendo il suo “intrinseco ardore”, e in armonia con il centro della sua persona, questa ragazza, la prima poeta nera in America, ha osato ridefinire se stessa da schiava di casa a, forse, angelo dell’Onnipotente. E si stava ambientando. E, a seconda che si ritenga che quella ragazzina nera quasi nuda sul palco dell’asta avesse sette o otto anni nel 1761, quando giunse ad averne diciotto o diciannove aveva pubblicato il suo primo libro di poesie, Poems on Various Subjects Religious and Moral. (Poesie su vari argomenti religiosi e morali ).
“Sulla morte del Rev. June Jordan Sewell” : Guardiamo tutti, colmi gli occhi di desio/Il santo che ascende al suo cielo natio.
“Sulla morte del Rev. Sig. George Whitefield”: Accoglietelo, o Africani, vi desidera ardentemente./Salvatore Imparziale è il titolo a lui dovuto./ Lavati alla fonte del sangue che redime/Sarete figli e re, e sacerdoti del Signore.
Ecco un distico particolarmente elegante:
” Ma, guardate le lacrime, dolci ladre veloci./S’inseguono l’un l’altra lungo il volto di chi è in lutto. “
Questo è un gruppo di versi particolarmente tremendi, virtualmente assurdi:
Andate, Tebani! grandi nazioni obbediranno,/E pii tributi pagheranno ai suoi altari:/Per diritto divino, la dea sia implorata,/E la sua sacra progenie adorata./Così parlò Manto. Le fanciulle tebane obbediscono,/E un pio tributo offrono alla dea.
Tremendi, sì. Virtualmente assurdi, ebbene, sì, a meno che non si consideri quanto costò a quella giovane Africana assumere un tale personaggio, tali valori, e mitologie distanti un milione di milioni di miglia dalla propria stirpe, e dalla propria razza che esprime in modo tanto oscuro! Pensate, quali risultati potrebbero raggiungere le sue fatiche, in quanto poeta, se dovesse, invece, inventare una lingua esatta per il Senegal, esatta per la schiavitù, e pertanto esatta per i segreti desideri del suo cuore occulto e perduto? Se lei, questa adolescente di genio, dovesse, invece di scrivere versi a conforto di un uomo bianco per la morte della moglie, o di una donna bianca per la morte del marito, o versi a bizzarra commemorazione di leggendari personaggi bianchi privati di figli diabolicamente dispersi, se lei, invece, componesse una poesia per dar voce al suo dolore, per dire la sua pena, per ritrovare i suoi genitori, o per incitare la sua gente alla rivolta, che cosa sapremmo adesso di quella Phillis, ragazza prediletta da Dio? Chi pubblicherebbe la sua poesia, allora?
Ma Phillis Miracolo, riuscì, nonostante ciò, a scrivere, avvicinandosi, qualche volta, alla verità personale della sua esperienza. In una poesia monumentale intitolata “Thoughts on the Works of Providence”.
Di quando in quando queste eterne opere del genio Phillis Wheatley virano, incisive e inconfondibili, totalmente avulse dai versi della brava ragazza Phillis, sempre compassionevole per la morte della persona amata da qualcun altro, della pia Phillis, modestamente in estasi per le gloriose tribolazioni della virtù sulla strada verso Cristo, dell’arcana Phillis, intenta a un’ “Ode to Neptune”, o della patriottica Phillis, che scrive un encomio del Generale George Washington (“Thee, first in peace and honor”).
Poi la troviamo “Etiopia”, come una volta si chiamò, “musa africana”, ben informata ma succinta, su “come i sogni passano strani!/ Quando l’azione cessa, e le idee si schierano/Licenziose e sfrenate sulle pianure.” Phillis Licenziosa Wheatley? Phillis Miracolo Wheatley in contemplazione dell’amore e della mancanza d’amore?
Era una bella giornata?
Non era naturale.
E lei fu la prima. Lei che cantava ripetutamente per la libertà, che cantava contro la tirannide, ripetutamente avida nel suo fiducioso sostegno alla Rivoluzione Americana (come potevano gli uomini desiderare abbastanza la libertà da morire per essa ma poi volere la schiavitù abbastanza da morire per essa), che testimoniava ripetutamente a favore dei giusti e amorevoli costruttori dei suoi giorni, non era una qualsiasi poeta adolescente, maschio o femmina, nera o bianca. Proprio il contenuto costantemente concreto del suo tributo ai rivoluzionari che avrebbero forgiato l’America, uno stato nazionale indipendente, proprio la specifica sostanza quotidiana della sua poesia pone Phillis Wheatley come la prima poeta decisamente americana in questo continente, nera o bianca, maschio o femmina. che possiamo trovarlo nella quiete della notte.
Non era naturale.
E lei fu la prima. Lei che cantava ripetutamente per la libertà, che cantava contro la tirannide, ripetutamente avida nel suo fiducioso sostegno alla Rivoluzione Americana (come potevano gli uomini desiderare abbastanza la libertà da morire per essa ma poi volere la schiavitù abbastanza da morire per essa), che testimoniava ripetutamente a favore dei giusti e amorevoli costruttori dei suoi giorni, non era una qualsiasi poeta adolescente, maschio o femmina, nera o bianca. Proprio il contenuto costantemente concreto del suo tributo ai rivoluzionari che avrebbero forgiato l’America, uno stato nazionale indipendente, proprio la specifica sostanza quotidiana della sua poesia pone Phillis Wheatley come la prima poeta decisamente americana in questo continente, nera o bianca, maschio o femmina. che possiamo trovarlo nella quiete della notte.
Di’, cos’è il sonno? e i sogni come passano strani!/Quando cessa l’azione, e le idee si schierano/ Licenziose e sfrenate sulle pianure.
Infinito amore ogni qualvolta volgiamo gli occhi/Appare: di questo ogni creatura scorta ne vuol fare,/Questo soprattutto si ode nella voce costante della Natura,/Questo crea il mattino, e la sera allieta,/ Questo ordina di cadere alla pioggia vivificatrice e alla rugiada/Per nutrire tutti, per servire uno scopo comune,/Il benessere dell’uomo: Eppure l’uomo ingrato non paga/Che un piccolo omaggio, e una piccola lode.
“A S. M., giovane pittore africano, guardando le sue opere”.
Mostrare il profondo intento del petto al lavoro,/E assorto in vividi personaggi da dipingere./ Quando prima la tua matita donò quelle bellezze,/E figure anelanti da te impararono a vivere,/Che diletto tali immagini per la mia anima,/ Una nuova creazione che corre ai miei occhi?/Eppure, giovane mirabile! ogni nobile sentiero ricerchi/Su glorie eterne posi lo sguardo ardente:/ Possa ancora il fuoco del pittore e del poeta,/Assistere la tua matita, e i tuoi versi cospirare!/E i molti incanti di ogni melodia serafica/Condurre i tuoi passi alla fama immortale! ”.
Mai più America in tono luttuoso/Di torti, e lamento per offese non riparate,/Non più temerai la catena di ferro,/Che tirannia sfrenata dal capo senza legge/Aveva forgiato, e con essa inteso render schiava la terra/Dovresti, mio Signore, mentre esamini il mio canto,/Chiederti da dove scaturì il mio amore per la Libertà,/Da dove sgorgò questo desiderio per il cibo comune,/ Massimamente compreso solo da cuori sensibili,/Io, giovane di età.
E non si limitò soltanto ad amare coloro che l’avevano acquistata, una schiava, coloro che l’amavano, sì, ma con stupore. Sua amica per tutta la vita fu una giovane donna nera, Obour Tanner, che viveva a Newport, Rhode Island, e una delle sue rare poesie dedicate a una persona vivente, ma non certo morbosa né eterea, fu scritta per il giovane pittore Sapio Moorhead, anche lui schiavo. Fu lui a fare il ritratto del profilo di Phillis posto sul frontespizio del suo libro di poesie. Ecco i versi di apertura della poesia, Non dimenticate che la poeta che tanto generosamente si rivolge al “giovane mirabile” certamente non ha lei stessa più di diciotto anni! E tutto ciò, anni prima della Rivoluzione Americana, e quanti anni prima dei nostri anni ‘60! Questa è la prima poeta nera d’America che si rivolge al Fratello Artista non come Ragazzo di tizio o caio, ma come “Sapio Moorhead, giovane pittore africano.” Dove acquisì Phillis Miracolo questa consapevolezza?
Era una bella giornata?
Non era naturale.
E lei fu la prima. Ma lei, potremmo continuare, pronti a criticare dagli agi degli anni ‘80, lei amò, lei sentì il bisogno di essere libera? In una poesia dal titolo così tipicamente lungo e impregnato di tale deferente rettitudine da scoraggiare la maggior parte dei lettori dall’analizzare la poesia che lo segue, nella poesia intitolata, “To the Right Honorable William, Earl of Dartmouth, His Majesty’s Principal Secretary of State for North America, ecc.”
Non era naturale.
E lei fu la prima. Ma lei, potremmo continuare, pronti a criticare dagli agi degli anni ‘80, lei amò, lei sentì il bisogno di essere libera? In una poesia dal titolo così tipicamente lungo e impregnato di tale deferente rettitudine da scoraggiare la maggior parte dei lettori dall’analizzare la poesia che lo segue, nella poesia intitolata, “To the Right Honorable William, Earl of Dartmouth, His Majesty’s Principal Secretary of State for North America, ecc.”
Così compose i suoi pensieri la ragazza prediletta da Dio, prima del 1772. E poi. E poi la sua poesia, queste poesie, vennero pubblicate a Londra. E poi, nel ventunesimo anno di Phillis, Suzannah Wheatley, la donna bianca schiavista che era stata trasformata nella madre bianca, nella amica e guida bianca, nella protettrice bianca di Phillis, morì.
Senza quella bianca indulgenza, quell’amore bianco, quel patrocinio bianco, che cosa accadde alla giovane figlia africana, la giovane poeta africana? Nessuno lo sa con certezza. Con la morte della signora Wheatley, Phillis divenne maggiorenne, una schiava nera in America. Dove visse? Come mangiò? Nessuno lo sa con certezza. Ma quattro anni dopo conobbe e sposò un nero, John Peters. Apparentemente il signor Peters aveva una buona opinione di sé e della sua gente. Si comportava con dignità, studiò legge, sostenne la liberazione dei neri, e si guadagnò l’avversione quotidiana dei bianchi. La moglie gli diede tre figli; morirono tutti.
Sua moglie continuò a essere Phillis Miracolo.
Sua moglie continuò a obbedire all’”intrinseco ardore” della sua vocazione e non cessò mai di praticare la sua poesia. Sperò, infatti, di pubblicare un secondo libro di poesie. Questa sarebbe stata la poesia di Phillis l’amante di John, Phillis la donna, Phillis la moglie di un nero pragmaticamente prematuro nel suo insolente amor proprio, Phillis che dà alla luce tre bambini, Phillis la madre, che deve seppellire i tre bambini che ha partorito alla vita americana. Nessuna di queste poesie venne mai pubblicata. Questa sarebbe stata la poesia di una donna che aveva scelto se stessa, libera, e col coraggio di essere libera in una terra di schiavitù.
Quando aveva trentun anni, nel 1784, Phillis Wheatley, la prima poeta nera in America, morì. Suo marito, John Peters, mise annunci e pregò che i manoscritti delle poesie che lei aveva dato a qualcuno, per favore fossero restituiti. Ma nessuno li restituì.
dal destino all’apparenza crudele/Fui strappata dal suolo d’Africa diletto e felice./Quali tormenti strazianti molestano di più/Quali pene consumano il petto dei miei cari?/Indurito e non commosso da sofferenza alcuna fu quell’animo/Che una bimba amatissima sottrasse al padre/Tale il mio caso. E allora come posso non pregare/Che altri non provino mai il peso della tirannia?
“Una sorta di sonetto per Phillis Miracolo Wheatley”:
Ragazza dal regno degli uccelli florida e veloce/che vola con piume lucenti nel tempo vicino e lontano/ Che cadde per un dollaro di lussuria in carovana come carne da macello/ Catturata dall’avidità e dall’odio sputati assieme/Tremante per l’asma e sola sul palco degli schiavi/ costruito da selvaggi che viaggiano in carrozza/Osservata come specie imperfetta tra l’altro bestiame/Una bimba, senza salvezza di madre o matrimonio//Scelta per capriccio ma nata per stupire/Ti insegnarono a leggere ma imparasti a scrivere/ June Jordan
E io credo che comunque non li avremmo visti. Io credo che nessuno avrebbe pubblicato la poesia della nera Phillis Wheatley, quella donna adulta che stava con un uomo nero da lei scelto. Io credo che la morte di Suzannah Wheatley, venuta a coincidere con il ventunesimo compleanno della poeta africana, segnalasse, con decisione, la fine del suo stato di bambina, di essere dipendente. Da quel momento in poi avremmo sentito la voce di una donna nera indipendente, poeta in America.
Riuscite a immaginarvelo, nel 1775?
Riuscite a immaginarvelo, oggi?
L’America ha tollerato a lungo i bambini neri, in paragone al modo con cui ha accolto gli uomini neri e le donne nere indipendenti. Lei morì nel 1784.
Era una bella giornata?
Non era naturale.
E lei fu la prima.
In quanto giudice finale per quest’anno [1986] dei Loft McKnight Awards per la scrittura creativa, premi consegnati a Minneapolis, Minnesota, ho letto sedici manoscritti di poesia piuttosto bella. Questi sono i termini, le voci lessicali, che vi ho incontrato: Roccia, luna, stella, rose, comignolo, Praga, olmi, lillà, binari di ferrovia, lago, gigli, oche delle nevi, corvo, montagna, piume di freccia, pannocchia di granturco, palude, arenaria, conigliera, burrone, zucche, aquila, tundra, salice nano, uccelli che si tuffano, ruscello marrone, lucertole, sicomori, ghiacciaio, mensa, uova di razza, betulla, abete rosso, stretta di mano.
C’è niente di strano in questa lista?
Io pensavo di no.
Questi sono i termini, le voci lessicali precise per la specifica vita quotidiana di questi poeti bianchi nel Minnesota bianco. E perciò non ho scartato queste poesie, non le ho disprezzate dicendo, “Com’è possibile: Sedici diversi manoscritti di poesia scritta nel 1985 e non una di loro usa i termini della mia vita di nera!
Io pensavo di no.
Questi sono i termini, le voci lessicali precise per la specifica vita quotidiana di questi poeti bianchi nel Minnesota bianco. E perciò non ho scartato queste poesie, non le ho disprezzate dicendo, “Com’è possibile: Sedici diversi manoscritti di poesia scritta nel 1985 e non una di loro usa i termini della mia vita di nera!
Non una di loro scrive sull’omicidio da parte della polizia di Eleanor Bumpurs o su Bernard Goetz che spara a quattro ragazzi neri o sull’apartheid in Sud Africa, o sulla disoccupazione, o sulla carestia in Etiopia, o sullo stupro, o sulle uscite antincendio, o sui missili cruise nel porto di New York, o sull’assistenza sanitaria statale, o sui vicoli, o sul napalm, o su 4 dollari l’ora e niente pausa pranzo”. Non l’ho fatto, e non avrei la pretesa di imporre quello che ritengo impellente per me a poeti bianchi che scrivono in America.
Ma il miracolo della poesia nera in America, il difficile miracolo della poesia nera in America, è che noi siamo stati scartati e veniamo spesso respinti come “politici” o “d’attualità” o “pieni di slogan” e “rozzi” e “insignificanti” perché, come Phillis Wheatley, ci siamo ostinati a volere la libertà.
Noi scriveremo contro il Sud Africa e raramente comporremo una poesia sulle anatre selvatiche che volano su Praga, o su orsi grigi accanto al serbatoio di acqua piovana sotto i salici nani. Scriveremo, pubblicati o meno, così come sappiamo, come Phillis Wheatley, del terrore, dell’essere affamati e dei dilemmi delle nostre vite africane su questo suolo nord americano. E fin quando studieremo la letteratura bianca, fin quando assimileremo la lingua inglese e i suoi impliciti valori inglesi, fin quando alluderemo e rimanderemo a dei che noi “né cercavamo né conoscevamo”, fin quando noi, poeti neri in America, continueremo a essere i figli della schiavitù, fin quando non diventeremo maggiorenni e tenteremo, allora, di dire la verità sul nostro difficile processo di maturazione in un luogo alieno, allora saremo amati, e protetti, e pubblicati, e lodati.
Ma non altrimenti.
Eppure ci ostiniamo.
Eppure ci ostiniamo.
E non era naturale.
E lei fu la prima.
E lei fu la prima.
Supplicando l’universo dentro ai tuoi occhi:/Ti vestirono di luce ma tu sognavi/con la notte.//Giunta dall’Africa cantando la grazia e la giustizia,/I tuoi versi precoci fanno dolce la fama della nostra Razza.
Questo è il difficile miracolo della poesia nera in America: che ci ostiniamo, pubblicati o meno, amati o non amati: ci ostiniamo.
E poiché noi gente nera in Nord America ci ostiniamo in un’ironia profonda, la poesia nera si ostina così:
Come gli alberi d’inverno e/come la neve che non ha potere/fa poco rumore/ma arriva ed è padrona di sé/luce commestibile sugli alberi neri./Gli alti alberi neri d’inverno/che levano alta una poesia di neve/così che possiamo riempirci di stupore/ per le poesie di alberi/neri in un territorio freddo.
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Che caso incredibile!