PAOLO GRISERI, Pd verso la scissione: lo schema Renzi tra furbizie, tattica fino a ZIngaretti stai sereno, REPUBBLICA DEL 11 AGOSTO 2019 — un ripercorrere la carriera di Renzi nel PD

 

 

repubblica — 11 agosto 2019

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Approfondimento —  Partito Democratico

Pd verso la scissione: lo schema Renzi tra furbizie, tattica fino a ZIngaretti stai sereno

Dalle primarie di partito del 2013, al 41% delle Europee l’anno successivo, fino al referendum costituzionale perso. Oggi la lunga incursione dell’ex sindaco di Firenze nel Pd sembra alla vigilia di una nuova svolta: l’uscita dal partito

Zingaretti stai sereno. Ci risiamo. Ci sono dei momenti, questo non è il primo, in cui Matteo Renzi non resiste a rimanere nelle retrovie. È una sindrome, Enrico Letta ne sa qualcosa. Ieri gli uomini del segretario garantivano che l’ex sindaco di Firenze non aveva in alcun modo avvisato i vertici del partito dell’imminente inversione a U sul rapporto con i 5 stelle. E che dunque la domenica mattina Nicola Zingaretti ha letto l’intervista sul Corriere della Sera e si è trovato di fronte al fatto compiuto. Non una semplice giravolta dunque (come le tante che queste ore offrono agli sbigottiti elettori italiani) ma un attacco politico implicito alla segreteria.

Non si sa se i gruppi parlamentari di “azione civile” che i renziani fanno sapere in queste ore di voler costituire nasceranno davvero e se, come paventano le altre correnti dem, saranno l’embrione di un nuovo partito. Certo l’esperienza dice che, qualsiasi cosa accada, i renziani non saranno quasi mai ciò che diranno di essere.

La prima mossa è spesso un’intervista. Il 9 luglio 2013 l’allora sindaco di Firenze aveva annunciato, in un colloquio con Repubblica, la sua intenzione di candidarsi alla segreteria del partito. Non che l’allora numero uno guidasse il Pd da molto tempo: Guglielmo Epifani era stato eletto 60 giorni prima. Ma non si poteva più aspettare. Bisognava organizzare le primarie e dare un nuovo leader al Pd.

L’8 dicembre con la festa dell’Immacolata Renzi conquista la segreteria. Commettono un grave errore coloro che pensano che la sua corsa frenetica si fermi qui. Entra subito in rotta di collisione con Gianni Cuperlo, presidente del partito, che infatti lascia polemicamente l’incarico un mese dopo, il 14 gennaio del 2014. Passa un altro mese e, oplà, nel mirino finisce il presidente del Consiglio Enrico Letta, che aveva ereditato il pesante fardello lasciato un anno prima da Pierluigi Bersani dopo la non vittoria delle politiche del 2013. Continua a fare una certa tenerezza il ricordo dell’incontro in streaming tra Bersani e 5 Stelle nel vano tentativo di costruire un’alleanza di governo. Quando si dice i corsi e i ricorsi della storia.

Renzi diventa presidente del Consiglio con una votazione della direzione del partito a metà febbraio del 2014. E comincia la nota cavalcata con il 41 per cento alle Europee di maggio, la vittoria nelle regionali di quell’anno. Insomma il vento in poppa. Per i critici dentro il partito sono tempi duri. Dopo Cuperlo lasciano Civati e Stefano Fassina (“Fassina chi?”). Ma chi se ne preoccupa. Il popolo applaude e non bada a queste sottigliezze. Ci sono degli incidenti di percorso certo. Come le comunali del 2016 quando i grillini si trovano servite su un piatto d’argento le poltrone di sindaco di Torino e di Roma. Nella capitale grazie alla scelta suicida dei dem di attaccare il proprio sindaco, Ignazio Marino. A Torino grazie all’errore di considerare la città un posto sicuro e Fassino un candidato invincibile. Ma chi raccontava queste cose a Matteo Renzi? Pochi dentro il partito, per la verità. L’ubris finirà con il referendum del dicembre 2016: “Se perdo me ne vado“. A votargli contro sono quasi tutti coloro che lui aveva maltrattato nella parabola ascendente. Primi fra tutti i sindacati: “Sono fermi al passato. Nel cellulare cercano la fessura per il gettone telefonico”. “L’abbiamo trovata”, commenterà ferocemente dopo il risultato del referendum un dirigente della Cgil.

Ma anche dopo la batosta Renzi, in realtà, non se ne va. Lascia la presidenza al rassicurante Gentiloni, una prosecuzione di Letta con altri mezzi, e se ne sta a curare la segreteria del partito. Ma non riesce a fare unità. Anzi. A febbraio del 2017 si dimette da segretario mentre i bersaniani lasciano il Pd. Renzi si ricandida alle nuove primarie e le vince. Ma sembra ormai una vittoria di Pirro. Si trova a guidare un partito sfibrato dalle guerre intestine e annichilito dalle sconfitte. Ci vorrà la batosta delle politiche del 2018 per spingerlo a lasciare la segreteria.

Oggi la lunga incursione dell’ex sindaco di Firenze nel Pd sembra alla vigilia di una nuova svolta: l’uscita dal partito. Ma, nonostante le caratteristiche del personaggio, se quella uscita si verificasse sarebbe probabilmente un errore personalizzarla troppo. Quell’uscita dimostrerebbe che forse è fallita l’idea originaria con cui il partito era nato: tenere unite le culture politiche del Novecento italiano sperando che potessero produrre una politica nuova. In realtà l’amalgama tra sinistra e moderati non è mai completamente riuscito. Anzi. È stata una delle ragioni della litigiosità: per evitare di scontrarsi sulle idee si è preferito combattersi in correnti. E nemmeno lo choc del renzismo è riuscito a curare la malattia di una forza politica che, al contrario di ciò che teorizzava il suo primo segretario, Walter Veltroni, è sembrata spesso un partito a vocazione minoritaria.

Una risposta a PAOLO GRISERI, Pd verso la scissione: lo schema Renzi tra furbizie, tattica fino a ZIngaretti stai sereno, REPUBBLICA DEL 11 AGOSTO 2019 — un ripercorrere la carriera di Renzi nel PD

  1. Donatella scrive:

    Al di là di quello che succederà ( andare alle elezioni il più presto possibile oppure qualche tipo di governo) penso che il PD dovrebbe comunque fare un’unica cosa: tornare a fare politica nel senso più nobile e faticoso della parola. Tutto il resto è secondario. Ho però dei grossi dubbi, anche per ignoranza della realtà attuale del partito, se c’è in esso ancora qualcosa di buono e la volontà di lottare.

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