ELISABETTA AMBROSI, Attività a misura di adulti: i consigli delle comunità indigene per un’educazione meno capricciosa –IL FATTO QUOTIDIANO DEL 30 GIUGNO 2021 

 

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 30 GIUGNO 2021 

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Attività a misura di adulti: i consigli delle comunità indigene per un’educazione meno capricciosa

Attività a misura di adulti: i consigli delle comunità indigene per un’educazione meno capricciosa

La giornalista Michaeleen Doucleff, stanca del rapporto tumultuoso con la figlia, ha deciso di mettersi in viaggio e ha trascorso del tempo con i Maya (Messico), gli Hadza (Tanzania) e gli  Inuit (nell’Artico). È tornata con una convinzione: il modello occidentale è quasi completamente sbagliato

di Elisabetta Ambrosi | 30 GIUGNO 2021

 

 

 

Il costoso seminario di musica per bambini prenotato per il prossimo weekend? Correte a disdirlo. E visto che ci siete, rimandate anche l’uscita al parco con vostra figlia, dove pensavate di intrattenerla giocando a nascondino con lei per ore. Se poi vostro figlio salta sul letto urlando che non vuole dormire, la cosa migliore che possiate fare è ignorarlo. No, non sono i consigli dell’ennesimo manuale anticonformista sull’educazione dei bambini, ma suggerimenti, più complessi di quanto appaiano a prima vista, che nascono da un lungo viaggio sul campo di una chimica e giornalista di San Francisco, Michaeleen Doucleff, autrice di Cacciatore. Raccoglitore. Genitore (Rizzoli).

Un libro, già best seller, dove l’autrice racconta come, stremata da un rapporto con una figlia piccola fatto di urla, capricci, rabbia reciproca – ma anche esausta dei consigli degli psicologi di turno, bravi nella teoria, ma inutili nella pratica –, ha deciso di salire su vari aerei e soggiornare in alcune comunità che nel mondo educano i bambini in modo radicalmente diverso: i Maya (Messico), gli Hadza (Tanzania) e gli Inuit (nell’Artico).

Dopo averle osservate da vicino, l’autrice è tornata con la convinzione che, se da un lato la nostra educazione occidentale è tutta, o quasi, sbagliata – e che sono semmai i bambini Western, Educated, Industrialized, Rich and Democratic a essere “weird” cioè strani – cambiare è possibile.

Tra genitori “elicottero”, che esercitano un controllo ossessivo, e genitori “ruspanti”, che li lasciano a loro stessi, c’è infatti una terza, originale, via.

 

 

 

Bambini simili agli adulti, non adulti che si fanno bambini

 

La prima intuizione che Michaeleen Doucleff apprende vivendo a stretto contatto con queste famiglie è che il continuo praticare attività “bambinocentriche”, molte delle quali a pagamento e comunque sfiancanti, è un assurdo atteggiamento proprio solo del nostro mondo occidentale e consumista.

Nelle famiglie osservate, al contrario, non sono i genitori che si mettono a fare cose con i bambini e per i bambini, ma questi ultimi che vengono subito coinvolti, anche quando molto piccoli, nelle attività degli adulti. Questo comporta un duplice vantaggio: un aiuto per i genitori, ma anche una responsabilità per i bambini, per i quali svolgere attività da adulti è del tutto normale e anche più divertente che starsene con le mani in mano.

L’autrice invita i lettori a domandarsi quante di quelle attività svolte con i propri figli, dalla festa al corso di arrampicata tra gli alberi, verrebbero fatte a prescindere da loro, cioè se non ci fossero. Ebbene, queste attività andrebbero cancellate o ridotte. Molto meglio oziare sul divano e lasciare i bambini liberi di muoversi e giocare senza programmi.

Nel frattempo, è utilissimo chiedere ai propri figli, ma fin da subito, quindi anche a due o tre anni, di partecipare alle attività della casa, dallo stendere i panni all’apparecchiamento. Senza sgridarli se non lo fanno o lo fanno male ma anche, attenzione, senza perdersi in lodi sperticate.

Anzi, possibilmente sarebbe meglio non lodarli affatto, né tantomeno premiarli in alcun modo – pur manifestando ovviamente apprezzamento per quanto fatto – perché in questo modo, nota l’autrice, si aggiunge una motivazione esterna che va a discapito dell’innato senso di appartenenza, che è un potente motore interno da non sprecare. Il risultato? Bambini molto meno ansiosi e depressi, più collaborativi (“acomedidi”, servizievoli) e soprattutto autonomi.

 

Niente urla e pochissime parole: l’importante è innescare il pensiero

 

L’altro aspetto che l’autrice nota in queste donne è una calma totale e profonda. Nessuna alza la voce, tanto meno manifesta rabbia, nessuna “chiede” che si venga fatto questo o quello. Certo i genitori danno indicazioni, ma molto spesso con gesti delle mani o degli occhi. Le parole in queste famiglie sono pochissime, il contrario del nostro stile ansioso-verbale, del nostro continuo ed estenuante negoziare con i nostri figli.

Quando un bambino rompe la calma o fa i capricci viene tendenzialmente ignorato, perché in questo modo si evita di rispondere emotivamente al suo comportamento scorretto e gli si dimostra di non esserne interessati. Oppure, più che sgridarlo o punirlo, si utilizzano espressioni che lo invitano a riflettere sulle conseguenze del suo comportamento. Ad esempio, alla figlia dell’autrice che faceva la giocoliera con dei grossi sassi, con calma una donna dice, invece di “Non giocare con i sassi!”, come avrebbe fatto d’istinto la madre, “Se fai così, potresti fare molto male a qualcuno”. L’effetto è molto diverso, perché i bambini, a differenza di quanto spesso crediamo, ascoltano e riflettono su tutto quanto detto.

E infatti l’autrice invita i lettori anche a fare questo esercizio: registrare l’interazione con i propri figli per alcune ore e riascoltare. Lei, madre attenta divoratrice di manuali educativi, ha scoperto ad esempio che la sua comunicazione era fatta solo di continui e rabbiosi inviti a non fare questo o quello. E, peggio, si è anche resa conto anche che non ascoltava per niente quello che sua figlia cercava di dirle.

Ma se vietare o ordinare a voce alta non serve, sbagliato è anche chiedere continuamente a bambino cosa voglia, magari offrendogli alternative (“vuoi la pasta al sugo o al burro?”). In queste comunità non esistono domande che iniziano con “vuoi”, i genitori non discutono, agiscono e basta. E i bambini obbediscono.

 

Le madri mai da sole (e neanche i bambini)

Non è tutto così semplice. Ma, ovviamente, ci sono altri strumenti in mano dei genitori. Il contatto fisico, che aiuta e calma. Portare i bambini troppo agitati fuori, ove possibile, che sia un terrazzo o un parco o per strada. E poi ci sono le storie, che i genitori di queste comunità utilizzando per trasmettere valori fondamentali. Ma questo modo diverso di rapportarsi con i figli aiuta soprattutto le madri. Le quali in questi gruppi familiari non restano mai sole, ma sono circondate fin dalla nascita del bambino da altre donne, amici e parenti.

Michaeleen Doucleff ammette di essersi ammalata di depressione post partum dopo la nascita della figlia, e di aver solo ora capito che la sua malattia aveva causa esterne, la solitudine, il mancato supporto.

Per questo suggerisce anche ai genitori di uno o due figli di allargare il più possibile la propria famiglia, coinvolgendo i parenti ma anche, ad esempio, rendendo gli amici o le persone che vengono in aiuto come tate e babysitter non solo aiuti a pagamento ma anche membri della famiglia o quasi (l’autrice li chiama “piccole madri” e “piccoli padri” o anche “miniallogenitori”). Perché come dice un noto ma sottovalutato proverbio, “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”: è più bello, è più facile e i bambini crescono più felici, più capaci e al tempo stesso, perché no, più utili ai loro affaticati genitori.

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1 risposta a ELISABETTA AMBROSI, Attività a misura di adulti: i consigli delle comunità indigene per un’educazione meno capricciosa –IL FATTO QUOTIDIANO DEL 30 GIUGNO 2021 

  1. i. scrive:

    Mi sembrano consigli di buon senso. Poi, ad attuarli, penso che sia un po’ difficile, anche perché siamo abituati che il bambino ha sempre ragione. In fondo abbiamo capovolto l’insopportabile tirannia dei grandi sui piccoli, ma poi non abbiamo aggiustato il tiro.

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