Vittorio Lingiardi, Nel film ungherese tre inconsci legati per sempre dalla memoria di Auschwitz — REPUBBLICA/ IL  VENERDI’ 27 GENNAIO 2022 + altra recensione di FILIBERTO MOLOSSI, Rollingstone, 27 gennaio 2022

 

 

REPUBBLICA/ IL  VENERDI’ 27 GENNAIO 2022

https://www.repubblica.it/venerdi/2022/01/27/news/quel_giorno_tu_sarai_il_tempo_del_trauma-335074687/?rss&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

 

 

Quel giorno tu sarai”: il tempo del trauma

Trailer in italiano del film

 

 

 

 

di Vittorio Lingiardi

Lili Monori e Annamária Láng in una scena del film Quel giorno tu sarai di Kornél Mundruczó.

 

PSYCHO Nel film ungherese tre inconsci legati per sempre dalla memoria di Auschwitz

Proprio come in Pieces of a Woman, precedente film di Kornél Mundruczó e Kata Wéber, regista e sceneggiatrice ungheresi, anche questa volta è la prima mezz’ora a darti il colpo di grazia. Superata la prova, inizia la storia.

Nel folgorante trittico Quel giorno tu sarai, il primo episodio è un incubo immersivo (di scuola magiara, come fu Il figlio di Saul di László Nemes).

Partendo da un miracolo dentro l’orrore, Mundruczó racconta in piani sequenza la storia di tre generazioni dopo la Shoah:

la nascita di Éva nel campo di sterminio, l’onda traumatica che si abbatte sulla vita della figlia Lena, la quotidianità berlinese del giovane nipote Jonas.

Tre inconsci legati per sempre: Evolution (il titolo originale del film) è infatti una riflessione sulla memoria, del passato e del futuro.

Psycho: il cinema visto da uno psicoanalista:

UNA SERIE DI BREVI RECENSIONI DELLO PSICHIATRA-PSICOANALISTA VITTORIO LINGIARDI

https://www.repubblica.it/venerdi/2020/10/19/news/psycho-271148464/

di Vittorio Lingiardi14 Gennaio 2022

Gli psicologi la chiamano “trasmissione intergenerazionale del trauma”. Dunque Quel giorno tu sarai è un film sul tempo del trauma, come lo ricordiamo e come lo dimentichiamo, strade senza uscita e trasformazioni possibili. In tre momenti simbolici Mundruczó affida l’indicibile traumatico alla violenza fisica di ciò che la psiche non può contenere: fuoco che brucia, alluvione che infiltra, deiezione che umilia.

Quando ricevette il Nobel per la letteratura nel 2002, un altro grande ungherese, Imre Kertész, terminò così il suo discorso: «Quando affronto l’effetto traumatico di Auschwitz, vado a toccare le questioni di fondo della capacità di vita e di energia creativa dell’uomo di oggi; vale a dire che, nel momento in cui rifletto su Auschwitz, forse paradossalmente il mio pensiero verte, piuttosto che sul passato, sul futuro». Sembrano le parole che Mundruczó e Wéber hanno in mente quando affidano l’ultima scena del film alla speranza spaesata di due adolescenti che provano ad attraversare i confini di identità imposti dalla violenza della storia.

 

Sul Venerdì del 28 gennaio 2022

 


 

 

ALTRA RECENSIONE DA ROLLINSTONE:

https://www.rollingstone.it/recensioni/quel-giorno-tu-sarai-la-lezione-di-un-cinema-che-onora-il-dovere-della-memoria/

 

 

‘Quel giorno tu sarai’, la lezione di un cinema che onora il dovere della memoria

L’ultimo, bellissimo film dell’ungherese Kornél Mundruczó (che esce oggi, per la Giornata della Memoria) è costruito su tre episodi, uno per generazione: dai lager della Seconda guerra alla Berlino meltin’ pot e a rischio xenofobia dei giorni nostri

di

FILIBERTO MOLOSSI 

 

Foto: Match Factory Productions, Proton Cinema/Teodora Film

 

Puliscono, puliscono, puliscono: hanno fretta, hanno paura, hanno orrore, hanno schifo. Eppure non si possono fermare: gettano secchi di acqua sul pavimento, cercano di lavare, inutilmente, quello che nessun uomo può cancellare. Spazzano le pareti, sgretolano l’innominabile, provano a sradicare un passato – recente e sempre presente – che ha ramificazioni sino all’inferno. E allora puliscono, puliscono, puliscono: muti, senza parlare. Eppure sgomenti, increduli, spaventati: laggiù, dentro l’antro del male, nel buco più oscuro della Storia, nelle viscere di una Terra piagata, tomba della coscienza, sepolcro dell’umanità.

So che potrebbe suonare come una minaccia: ma la tentazione di parlare di Quel giorno tu sarai descrivendo solo la prima, folgorante, sequenza è forte, quasi irresistibile. Perché in tutta questa stagione cinematografica, ve lo assicuro, non troverete niente di più potente, straordinario e disturbante di questa irripetibile apertura in 4/3, magistrale lezione di un cinema che va oltre la retorica del realismo per riflettere seriamente (e non solo, pigramente, per “dovere”) sul senso profondo, e a volte soffocante, della memoria.

Ci si potrebbe fermare a questo che invece è solo uno, il primo, dei tre magistrali piani-sequenza dell’ultimo bellissimo film dell’ungherese Kornél Mundruczó (anche questa volta scritto da Kata Wéber), costruito su tre episodi, tre movimenti, uno per generazione, specchio di altrettanti periodi storici.

Tre atti che sono anche tre concezioni profondamente differenti – eppure qui magnificamente connesse, intrecciate – del fare cinema: una prima parte storica e insieme iperrealista, praticamente muta, nel lager, dove è il suono e il linguaggio del corpo a dettare le regole della sintassi;

una seconda che è puro dramma da camera, con un confronto-dialogo fittissimo all’interno di un appartamento;

una terza e ultima che sposa invece il romanzo di formazione, gonfia il petto con il respiro della gioventù, libera in esterni la voglia di vivere e di amare.

 

Dai campi di sterminio della Seconda guerra mondiale alla Berlino meltin’ pot e a rischio xenofobia dei giorni nostri: una bimba sopravvissuta nessuno sa come all’Olocausto, nel bianco che annulla della neve, che, molti anni dopo, anziana e confusa, affronta la figlia; e, infine, un ragazzino, nipote della prima e figlio della seconda, che, ai giorni nostri, sente il peso di quell’eredità e nel frattempo si innamora delicatamente di una coetanea musulmana dai capelli rasati.

Un film anticonvenzionale sull’identità (ebraica, ma non solo), certamente: ma anche – come ha detto Martin Scorsese, qui produttore del film e nume tutelare della coppia Mundruczó/Wéber – «sul modo in cui ricordiamo e sul modo in cui dimentichiamo».

 

Foto: Match Factory Productions, Proton Cinema/Teodora Film

 

Nella storia di una famiglia – e di un’epoca – che cerca di guarire dalle ferite e dai traumi della Storia, il regista di Pieces of a Woman e White God si carica sulle spalle la condanna di sentirsi per sempre dei sopravvissuti seguendo le tracce della lunga scia dell’odio. E con clamoroso virtuosismo (complice l’occhio partecipe del grande direttore della fotografia Yorick Le Saux) piega la forza simbolica della metafora al movimento naturale e ostinato del tempo: girando, con attori strabilianti per convinzione ed esito, un film capace, nonostante tutto, di guardare al futuro. Che poi magari basta un bacio per cambiare le cose. In fondo “era solo un sogno”. Anzi, no.

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1 risposta a Vittorio Lingiardi, Nel film ungherese tre inconsci legati per sempre dalla memoria di Auschwitz — REPUBBLICA/ IL  VENERDI’ 27 GENNAIO 2022 + altra recensione di FILIBERTO MOLOSSI, Rollingstone, 27 gennaio 2022

  1. ueue scrive:

    Ho visto qualche tempo fa il film, anche quello ungherese, “Il figlio di Saul”. Secondo me il film è il più veritiero, spietato, tragico sui campi di sterminio.

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