CHRISTOPHER CLARK, I SONNAMBULI. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra , Laterza 2016 – recensione dello storico Scipione Guarracino ( 1943 ), prof. a Firenze- + altro

 

 

 

DONATLLA scrive oggi :

La situazione attuale è molto pericolosa: sembra che gli Stati giochino alla guerra, ma una qualsiasi scintilla può scatenarla. Siamo nella fase in cui la guerra è vista come soluzione dei problemi.

 

 

 

 

I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande guerra - Christopher Clark - copertina

LATERZA 2016

 

 

 

 

 

 Scipione Guarracino, storico, commenta    “I sonnambuli “. Come l’Europa arrivò alla Grande guerra.
Riflessioni sul libro di Christopher Clark

 

 

File:DC-1914-27-d-Sarajevo.jpg

https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:DC-1914-27-d-Sarajevo.jpg

 

 

L’attentato di Sarajevo nel disegno di A. Beltrame per “La domenica del Corriere” (n. 27, 5-12 luglio 1914).
Il casuale e l’inevitabile.

«I protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell’orrore che stavano per portare nel mondo.»

Con queste parole termina il libro dello storico inglese Christopher Clark sulle origini della Grande guerra. Vedremo alla fine di questo contributo quale significato attribuire alla conclusione di Christopher Clark e cominciamo invece da quel principio che furono i colpi di pistola di Sarajevo, il 28 giugno 1914, contro l’erede alle corone asburgiche Francesco Ferdinando. Questo evento, presentato come causa immediata della guerra mondiale e come modello della logica “piccole scintille, grandi esplosioni”, è destinato a occupare un posto di primo piano nelle visioni della storia che accentuano i fattori della contingenza e della casualità. Il puro e semplice caso sembra davvero regnare fino all’ultimo istante nella sequenza degli avvenimenti di quella domenica, così come viene ricostruita da Clark, perché più di una volta si presenta l’eventualità che l’attentato contro l’arciduca fallisca. Si può a lungo discutere sul significato della parola “causa” e far notare che nessuna scintilla è in grado di far esplodere un materiale che di per sé non sia esplosivo. Resiste però almeno la sensazione di un legame negativo: se non ci fosse stato quell’evento non solo non ci sarebbe stata una guerra in quelle circostanze, ma l’intera storia europea e mondiale del Novecento sarebbe stata molto diversa rispetto a quella che conosciamo. Sul fronte opposto a quello della casualità c’è l’inevitabilità. Prima ancora di chiarire meglio che cosa si possa ragionevolmente intendere con “inevitabile”, è opportuno osservare che, dopo l’attentato, almeno due cose erano inevitabili.

La prima è che la morte dell’arciduca restasse ininfluente sul futuro assetto dell’impero. Christopher Clark ricorda i molti motivi che non facevano di Francesco Ferdinando «un tipo da piacere alle folle» e aggiunge che alla notizia della sua morte «non vi fu alcuna espressione di dolore collettivo»; è notevole che l’evento impersonale (“l’assassinio di Sarajevo”) abbia finito per oscurare la persona dell’assassinato, proprio al contrario di quel che accadde per l’assassinio di Kennedy, nel quale la persona viene prima del luogo. (pp. 412-413 ).  Resta però il fatto che l’arciduca era notoriamente fautore di un progetto di riforma federale dell’impero che avrebbe potuto fare dei popoli slavi una terza componente accanto a quella austriaca e a quella ungherese (cosa che  avrebbe danneggiato l’aspirazione serba a essere il polo unificante degli slavi del sud e che dovette spingere ad accelerare la congiura). ( p.56 )

La seconda cosa inevitabile era che non ci fosse nessuna reazione da parte dell’Austria, ma questo non vuol dire ancora che l’unica reazione appropriata fosse la guerra. Con ciò ci troviamo a guardare direttamente negli occhi l’idea di inevitabilità storica, che nemmeno il più conseguente fautore del determinismo sarebbe disposto a mettere sullo stesso piano di una inevitabile eclisse di sole.

 

Cause irresistibili e Processi decisionali.


Cominciamo con una distinzione essenziale. In primo luogo, si può dire che uno o più degli attori della vicenda (le cinque grandi potenze) voleva comunque la guerra e la voleva proprio in quel momento, giudicato il più propizio per una vittoria decisiva. L’attentato di Sarajevo fu un pretesto, porse solo l’occasione per concretizzare quella volontà. La “causa irresistibile” viene perciò ricondotta alla “colpa” (fra le due nozioni esiste una oscura parentela, rivelata dal fatto che in greco si usava per entrambe la stessa parola aitía).

L’idea della colpa diventa anche più interessante se si tiene conto che nessuno voleva propriamente una “grande guerra”, ma era convinto che il conflitto, seppure sanguinoso, sarebbe stato breve (come gli altri cinque che nell’Ottocento avevano visto il coinvolgimento delle grandi potenze) e gestibile combinando strumenti militari e politici. In secondo luogo, si può parlare di “difetti del sistema”, riferendoci con ciò al sistema internazionale, alla rete dei trattati politici e militari, che si era negli ultimi anni fatta più rigida, e alla parallela corsa agli armamenti.

Restando sul piano delle cause oggettive e impersonali (che Clark chiama la “questione del perché”), si può risalire alla gamma completa che include «imperialismo, nazionalismo, armamenti, alleanze, alta finanza, senso di onore nazionale, dinamiche di mobilitazione». Questo è il materiale esplosivo, la vera causa, che attendeva solo una scintilla: il “quando” e il “come” restavano nel regno della contingenza, il “che” si trovava nel regno del sempre più probabile, se non proprio dell’inevitabile.

Clark intende invece procedere in modo diverso e argomenta così la sua scelta: «chiedersi perché porta a una certa chiarezza analitica, ma […] crea l’illusione dell’esistenza di meccanismi causali che operano una pressione costante e crescente» facendo degli attori politici «semplici esecutori di forze da tempo presenti e al di fuori del loro controllo». Al contrario, la storia che lo storico vuole ricostruire darà un ampio spazio all’elemento della contingenza, sarà «densa di azioni» e descriverà le «concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi». ( p. XVIII e XX ). Per conseguenza, la storia narrata nei Sonnambuli è fatta di sviluppi di «processi decisionali» e ricorda spesso che in essi non «c’era niente di inevitabile», che «insomma il futuro non era predeterminato» ( pp. 183 184 181 ),  il sottotitolo del libro è, del resto, “come l’Europa arrivò alla Grande guerra” e non “le cause della Grande guerra”. 

 

 

Regno di Serbia - Wikiwand

Il Regno di Serbia (in serbo: Краљевина Србија, Kraljevina Srbija) fu uno Stato dei Balcani dal 1882 al 1918. La Serbia era stata riconosciuta indipendente dal Congresso di Berlino nel 1878 come principato.

immagine  e testo:
https://www.wikiwand.com/it/articles/Regno_di_Serbia

 

 

È vero però che qualche volta Clark si concede l’uso della parola “inevitabile” nell’unico senso in cui è ammissibile in storia, come equivalente di “ciò che con alta probabilità accadrà e che un attore farà in rapporto a una determinata logica della situazione”.

Così la decisione degli stati cristiani balcanici di attaccare la Turchia, che era «probabile» dopo l’invasione italiana della Libia, diventa «addirittura inevitabile» e ampiamente prevedibile con l’estensione della guerra al Dodecaneso; ugualmente «inevitabile» viene definita poco dopo la nuova guerra per la Macedonia che vide contrapposti gli stessi stati balcanici fino a un momento prima alleati contro la Turchia. (pp. 269  283 280 ).

 

 

 

Il groviglio balcanico

 

Al termine “inevitabile” si può dare allora anche un altro significato, da prendere con un valore figurato e certo piuttosto lontano dalla nozione rigorosa di determinismo, riferendoci non all’evento che con piena certezza accadrà ma a uno stato di cose che non possiamo eludere, che si impone più di quanto non si presti a farsi imporre un diverso assetto. Uno stato di cose di questo genere è certamente rappresentato dal “groviglio balcanico”, che Clark esamina nei due capitoli della prima parte, in sé (“Fantasmi serbi”) e in rapporto all’impero asburgico (“L’impero senza qualità”). È un groviglio che ha così tanti aspetti (nazionale, etnico, linguistico, religioso, politico), sedimento di cinque o forse quindici secoli di storia, che non si saprebbe da dove cominciare per sbrogliarlo, tenendo conto della seguente regola generale: quanto più una situazione è intricata e complessa, tanto più è probabile che dalle decisioni degli attori della politica scaturiscano effetti non desiderati. «Le guerre jugoslave degli anni novanta», osserva a un certo punto Clark, «ci hanno ricordato tutto il potenziale di pericolosità contenuto nei nazionalismi balcanici», da un lato, riducendo la simpatia un tempo istintiva nei confronti del nazionalismo serbo e, dall’altro, facendo pensare con minore avversione all’ormai scomparso mosaico imperiale asburgico.6 Non si può fare a meno di chiedersi che fondamento avesse la pretesa serba di rappresentare una forza di riunificazione nazionale degli slavi meridionali, appellandosi all’unità che un tempo era esistita sotto la Grande Serbia e che era stata distrutta dai turchi con la battaglia di Kosovo Polje del 28 giugno 1389 (lo stesso giorno scelto infaustamente da Francesco Ferdinando per la sua visita a Sarajevo).

The men accused of the assassination of Archduke Franz Ferdinand and his wife, are conducted into the court room: Gavrilo Princip Danilo Ilitch N...

L’arresto di Gavrilo Princip, esecutore materiale dell’attentato a Francesco Ferdinando, contrassegnato nella foto d’epoca con il numero 1, e dei suoi due complici contrassegnati con i numeri 2 e 3 — ( nella foto non si vede, ma è la persona a sin. del numero 2, anzi se guardate bene si vede.. )

Ma «fra il nazionalismo visionario che pervadeva la cultura politica serba e le complesse realtà etniche e politiche dei Balcani» esisteva una discrepanza con cui la Serbia avrebbe dovuto scontrarsi più volte lungo il Novecento.7 I serbi non volevano fare niente di diverso da quanto aveva fatto il Piemonte in Italia e i loro ideali nazionalisti erano affidati a una rivista chiamata “Pijemont”; solo che questa rivista era l’organo della società segreta “Unione
o morte”, meglio conosciuta come “Mano nera”, che era una vera organizzazione terroristica ( p. 44. Alle pagine 45 e 56-58 si trova una penetrante descrizione del tipo psicologico del terrorista serbo). La Serbia, comunque, non poteva rinunciare alla missione di unificare la nazione slava senza perdere con ciò la sua identità profonda (a maggior ragione dopo gli ingrandimenti territoriali ottenuti con le guerre balcaniche) e l’Austria non poteva permettere questa unificazione senza mettere in pericolo l’intero assetto multinazionale del suo impero. Qui siamo in piena logica dell’inevitabilità. Si può, di passaggio, offrire alla riflessione (e senza tentarne un approfondimento) un confronto fra le aspirazioni unitarie italiane e quelle serbe. Le prime, con la loro matrice culturale romantica, ebbero un esito felice fondandosi su condizioni interne più favorevoli e approfittando di una irrepetibile congiuntura internazionale. Ma il proposito di restaurare l’unità italiana dell’epoca romana non era meno fittizio del richiamo alla Grande Serbia di Stefano IX Dušan e, ancor più, ciò vale per il Mediterraneo romano chiamato in causa per nobilitare l’attacco italiano alla Libia.

 

Un Lento Scivolamento

La guerra del 1914 era cominciata come un’ennesima guerra balcanica, che viene ridotta a semplice pretesto o a circostanza scatenante quando si pensa che diventò rapidamente una guerra europea e poi mondiale. Le vere cause della Grande guerra devono essere più profonde del groviglio balcanico e devono trovarsi nelle rivalità fra le grandi potenze, cui Clark dedica i quattro capitoli della seconda parte del libro, “Un continente diviso” (uno di questi racconta nei dettagli le crisi balcaniche del 1911-1913). Ma qui troviamo una situazione ben diversa da quel tanto di fatale che gravava sull’area balcano-danubiana. Quanto indietro si deve risalire nel tempo per trovare il momento in cui queste rivalità erano diventate così acute da trovarsi prossime al baratro di una guerra? Clark indica la data del 1907, quando giunse quasi a compimento il sistema bipolare delle coalizioni che si opporranno con le armi nel 1914. Prima di allora, era esistito un sistema a carattere fluido, che ammetteva un numero indefinito di rivalità e avvicinamenti, tutti mutevoli e provvisori. Ciò può essere illustrato da diversi esempi. Uno riguarda la potenza imperiale britannica, che non aveva ragioni per stringere una particolare alleanza rigida, perché di volta in volta la Russia e la Francia, e in misura minore la Germania, potevano essere percepite come rivali; la neutralità e le mani libere erano la condotta migliore. Un secondo esempio ha per protagonista il kaiser Guglielmo II, «un inveterato sognatore» nella cui mente i più diversi progetti di alleanza «si susseguivano in continuazione» e che passava con facilità da atteggiamenti minacciosi a più caute risoluzioni finali. La polarizzazione attiva dal 1907 fra l’intesa Gran Bretagna, Francia e Russia, da una parte, e l’alleanza Germania e Austria-Ungheria, dall’altra, fu una precondizione della guerra del 1914, ma Clark resta ancora convinto che non ne fu la causa nel senso stretto della parola ( p. 133 ).

E infatti il capitolo sulle “molte voci della politica estera” (i sovrani, i ministri, i capi militari, la stampa e l’opinione pubblica), pur notando «una sempre più radicata disponibilità nei confronti della guerra», continua a rimarcare il continuo oscillare degli atteggiamenti e degli umori e conclude riproponendo l’immagine della fluidità ( p. 256, 259 ).
Un buon esempio di ciò si ritrova durante le guerre balcaniche del 1912-1913, che avrebbero ben potuto condurre all’esito del 1914. Eppure la Russia esitò a scegliere fra la Serbia e la Bulgaria come alleato principale; e quando la Serbia sfidò l’Austria cercando di occupare l’Albania, alla fine la Russia abbandonò il suo temerario protetto. La stessa Francia dovette avere dapprima seri dubbi sull’opportunità di farsi coinvolgere dalla Russia nelle vicende balcaniche. Il tortuoso ragionamento11 che spinse invece la Francia ad ammettere un simile coinvolgimento è un segnale dello scivolamento verso il puro gioco d’azzardo che si svolse nei trentasei giorni successivi al 28 giugno 1914, cui è riservata la terza parte del libro di Clark. i Sonnambuli Come nel corso delle numerose crisi degli anni 19051913, anche nell’estate del 1914 non era in nessun modo scontato l’atteggiamento che le grandi potenze avrebbero assunto di fronte a una situazione che non costituiva una minaccia decisiva per i loro più profondi interessi. Una reazione sostanziale da parte dell’Austria, già lo si è detto, era inevitabile, tutto il resto no. Perché gli amici della Serbia non vollero concedere a Vienna «il diritto di inserire nelle sue richieste a Belgrado uno strumento per controllare e far rispettare l’adempimento degli obblighi previsti»? Com’era possibile che potenze con interessi mondiali come la Russia, la Francia e la Germania legassero le loro sorti «al destino di uno stato turbolento» come la Serbia?12 Evidentemente devono aver giocato motivazioni più profonde e la guerra è stata voluta per ragioni che 9 C. Clark, I sonnambuli, cit., p. 133. 10 C. Clark, I sonnambuli, cit., pp. 256, 259. 11 C. Clark, I sonnambuli, cit., p. 323. 12 C. Clark, I sonnambuli, cit., pp. 602-603. Soldati in trincea durante la Prima guerra mondiale. andavano oltre Sarajevo e la Serbia. Ciò riconduce alla questione della colpa, ma Clark pensa che non sia questa la via giusta per capire cosa è successo. «Lo scoppio della guerra fu una tragedia, non un delitto con un colpevole […]. Non si può fare a meno di chiedersi se i protagonisti che

 

 

Prima guerra mondiale. Morire per mano amica nelle trincee italiane

Soldati in trincea durante la Primja Guerra Mondiale
da : Storica National Geographic

 

 

andavano oltre Sarajevo e la Serbia. Ciò riconduce alla questione della colpa, ma Clark pensa che non sia questa la via giusta per capire cosa è successo. «Lo scoppio della guerra fu una tragedia, non un delitto con un colpevole […]. Non si può fare a meno di chiedersi se i protagonisti compresero quanto fosse alta la posta in gioco.» Il 1914 si comprende meglio paragonandolo agli anni più acuti della guerra fredda e alla crisi di Cuba, quando era più facile comprendere il significato di una guerra nucleare. I ragionamenti delle due superpotenze nel 1962 possono essere ricostruiti; i passi dei protagonisti del 1914 sono invece quelli di ciechi sonnambuli.

 

 

 

REPUBBLICA.IT  31 dicembre 2013
https://www.repubblica.it/politica/2013/12/31/news/i_sonnambuli_dell_europa-74822271/

 

I sonnambuli dell’Europa

 

«VERRÀ il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914»: lo ha detto Angela Merkel, nell’ultimo vertice europeo, citando un libro dello storico Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra, tradotto in Italia da Laterza.

I sonnambuli descritti da Clark sono i governi che scivolarono nella guerra presentendo il cataclisma, simulando allarmi, ma senza far nulla per scongiurarla. Da allora sono passati quasi cent’anni, e molte cose sono cambiate. L’Europa ha istituzioni comuni, l’imperialismo territoriale è svanito (resta solo l’Ungheria di Orbàn, residuo perturbante del mondo di ieri, a proclamare compatrioti a tutti gli effetti gli ungheresi di Slovacchia, Romania, Serbia, Austria, Ucraina). Non si combatte più per spostare confini ma l’Unione non è in pace come si dice, e la crisi che traversa la sta squarciando come già nel 1913-14.
È simile lo stato d’animo dei governi: allo stesso tempo deboli e pieni di sé. Impotenti sempre, anche quando mostrano arroganza o risentimento. Gli anniversari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo. Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente. Come mai torni questo nome — i Sonnambuli — che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l’indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra.

Quel che il Cancelliere non dice, ma che Clark mette in risalto, è l’inanità di simili moniti catastrofisti, l’enorme discordanza fra l’eloquio sinistro dei governanti e il loro agire ignavo, incapace di trarre le conseguenze da quel che apparentemente presagiscono.

Si comportarono da sbandati gli Stati europei, quando il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip tirò i suoi due colpi di pistola a Sarajevo: quasi camminassero dormendo. A parole sembrava sapessero quel che stava per succedere, e però erano come incoscienti. Il dire era completamente sconnesso dai fatti, dal fare. Allo stesso modo gli Stati odierni davanti alla crisi, quando recitano la giaculatoria sul baratro che perennemente sta aprendosi, e non fanno il necessario per allontanare l’Unione da quell’orlo ma anzi l’inchiodano sul bordo, sbrindellata e tremante com’è, senza governo né comune scopo, come se questa fosse l’ideale terapia per tenere vigili gli Stati, per dilatare le angosce dei cittadini, per non provocare la rilassatezza (il «rischio morale», lo chiamano i custodi dell’Austerità) che affligge chi, troppo rassicurato, smette il rigore dei conti.

Proprio come fa la Merkel, quando vaticina l’”esplosione dell’euro” e incrimina l’indolenza dell’Europa dormiente. L’accenno ai baratri, sempre miracolosamente sventati, è divenuto un trucco di governanti impotenti, inetti, che usano il linguaggio apocalittico e le paure dei popoli immiseriti «al solo scopo di restare titolari della gestione della crisi». Lo dice l’ultimo rapporto del Censis: non è «con continue chiamate all’affanno», né con la «coazione alla stabilità», che si ricostruirà una classe dirigente. Impossibile ridivenire padroni del proprio destino se gli Stati fingono sovranità già perdute e si consolano facilmente, come in Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori».

Terribilmente simili all’oggi che viviamo furono i prodromi della Grande Guerra. Verso la fine del luglio ‘14, poco dopo Sarajevo, il premier inglese Asquith preannuncia l’»Armageddon»: il luogo dell’Apocalisse dove tre spiriti immondi radunano i re della terra. Gli fa eco Edward Grey, ministro degli Esteri: «La luce si sta spegnendo su tutta Europa: non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita». In realtà gli inglesi avevano altri tormenti in quelle ore — non l’Europa ma l’autonomia dell’Irlanda — e poco si curavano del disastro continentale che profetizzavano.

Anche Churchill utilizzerà più tardi la metafora millenaristica del buio che irrompe: «Una strana luce cominciò a cadere sulla carta d’Europa». Quanto ai generali russi e francesi, le parole ricorrenti quell’estate erano «guerra di sterminio», «estinzione della civiltà».

Sapevano dunque — conclude Clark — ma la sapienza scandalosamente girava a vuoto: «Questa la cultura politica comune a tutti i protagonisti». Il ‘14-18 non è un giallo di Agatha Christie, col colpevole scovato nell’ultimo capitolo: la primaria colpa tedesca, fissata nell’articolo 231 del Trattato di Versailles, è invenzione dei vincitori. Il ‘14-18 fu una tragedia «multipolare e autenticamente interattiva ».

All’origine di questo voluto e fatale divaricarsi tra parole e presa di coscienza: l’ignoranza che ogni Stato mostrava per i patemi storici dell’altro. Ignoranza inglese dell’ossessione russa, ostile con i serbi all’impero austroungarico e ottomano. Ignoranza della Germania in ascesa. E accanto all’ignoranza: la flemma, l’abissale disinteresse per quello che la Serbia significava agli occhi d’un impero asburgico dato anzitempo per morto. Infine il fatalismo: la guerra era forse invisa, ma ritenuta inevitabile. Così l’Europa sbandò verso l’inutile strage denunciata da Benedetto XV.

Ricordando la leggerezza disinvolta narrata da Clark, la Merkel commette gli stessi errori, quasi credesse e non credesse in quel che dice. Anche nel ‘14 mancò l’immaginazione: quella vera, non parolaia. Gli europei erano immersi in una prima globalizzazione. Come poteva sgorgare sangue dal dolce commercio?

Poteva invece, perché il mito delle sovranità assolute scatenò i nazionalismi e produsse non uno ma due conflitti: una lunga guerra di trent’anni. Solo dopo il ‘45 capirono, creando la Comunità europea.

Ora siamo di nuovo in piena discrepanza tra parole e azioni, e tutti partecipano alla regressione: compresi gli sfiduciati, i delusi pronti a disfarsi di un’Europa che non è all’altezza della crisi. È diffuso l’anelito a sovranità comunque inesistenti, e il sonnambulismo riappare con il suo corteo di irresponsabilità, ignoranza, patriottismi chiamati difensivi. Come allora, a trascinarci in basso sono i governi ma anche una cultura politica comune.

Ecco la modernità brutale del 1914, scrive Clark. Anche i popoli spogliati di diritti, disinformati — barcollano sperduti fantasticando recinti nazionali eretti contro l’economia-mondo. Credono di contestare i governi. Sono in realtà complici, quando non esigono un’altra Europa: forte e solidale anziché serva dei mercati. Il pericolo, tutti lo sentono per finta. Dice ancora Broch: «Solo chi ha uno scopo teme il pericolo, perché teme per lo scopo».

Da anni siamo abituati a dire che l’Europa federale ha perso senso, col finire delle guerre tra europei. Ne siamo sicuri? La povertà patita da tanti paesi dell’Unione sveglia risentimenti bellicosi. E la mondializzazione non garantisce pace, come ammoniva già nel 1910 Norman Angell, nel libro La grande illusione. L’internazionalizzazione dell’economia rendeva «futili le guerre territoriali», questo sì. Ma intanto ciascuno correva al riarmo.

Oggi la Grande Illusione è pensare che il ritorno dell’equilibrio fra potenze assicuri nell’Unione il dominio del più forte, più stabile. Ma Darwin è inservibile in politica, e mortifera per tutti è la lotta europea per la sopravvivenza. Nel rapporto tra Usa e Israele, o tra Cina e Nord Corea, sono decisivi i piccoli, i più dipendenti: esattamente come cent’anni fa fu decisiva la Serbia panslavista, rovinosamente sostenuta dalla Russia. La forza fisica che Angell giudicava futile, e però letale, è quella dello Stato-nazione che s’illude di fare da sé, piccolo o grande che sia. La lezione del ‘14 non è stata ancora imparata.

1888: Pasenow o il romanticismo. I sonnambuli. Vol. 1 - Hermann Broch - copertina

Adelphi 2020 – 1° libro
2° libro- stesso titoloi – 2023
I tre volumi sono pubblicati da Einaudi.

«I sonnambuli, ancorché composto da tre vicende distinte e con pochissimi punti in comune, è a ogni effetto un solo grande romanzo, e proprio lì sta la seconda e decisiva innovazione recata da Broch (…). L’unità romanzesca non è garantita dalla vicenda né dai personaggi né dal tempo dell’azione, e nemmeno dallo stile, bensì dalla dimensione tematica e simbolica. Una lezione senza la quale non avremmo oggi capolavori» – Vanni Santoni, la Lettura

«Inserire epoche storiche tanto diverse in una sola composizione», ha scritto Milan Kundera, è «una delle nuove possibilità, un tempo inconcepibili, che si sono aperte all’arte del romanzo del XX secolo non ap­pena ha saputo superare i limiti della fasci­nazione per le psicologie individuali e dedicarsi alla problematica esistenziale nel­l’accezione più ampia, generale, sovraindividuale della parola»; per poi proseguire: «…faccio riferimento ai Sonnambuli, dove Hermann Broch, per mostrarci l’esistenza europea travolta dal torrente della “degradazione dei valori”, si sofferma su tre distinte epoche storiche: i tre gradini che l’Europa scendeva verso il crollo finale della sua cultura e della sua ragion d’essere». Un torrente che parte, in questo primo pannello della trilogia romanzesca di Broch, dal tardo Ottocento, con lo smarrito Joachim von Pasenow, giovane Junker prussiano, incerto se trasgredire i doveri di famiglia e vivere alla giornata con la piccola Ruzena, entraîneuse incontrata allo Jaegerkasino, a Berlino, oppure seguire la via dell’«onore» e della tradizione, e chiedere in sposa l’avvenente Elisabeth, figlia di un proprietario terriero. Ma è soprattutto nella forma letteraria, ag­giunge ancora Kundera, che Broch ha osato l’innovazione più audace, facendo entrare nel romanzo il pensiero: una riflessione che si rivela «tenacemente autonoma rispetto a ogni sistema di idee precostituite; non giudica; non proclama verità; si interroga, si stupisce, sonda; assume le forme più diverse: metaforica, ironica, ipotetica, iperbolica, aforistica, divertente, provocatoria, estrosa; e soprattutto: non abbandona mai il cerchio magico della vita dei personaggi; è la vita dei personaggi ad alimentarla».

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  1. DONATELLA scrive:

    La situazione attuale è molto pericolosa: sembra che gli Stati giochino alla guerra, ma una qualsiasi scintilla può scatenarla. Siamo nella fase in cui la guerra è vista come soluzione dei problemi.

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