DA :
Fin dall’inizio del dialogo, emerge la contrapposizione tra le due diverse prospettive dei Melii e degli Ateniesi: i primi si appellano a principi ideologici astratti, che non hanno una corrispondenza con la realtà concreta, quali la fiducia nell’aiuto spartano in nome dell’antica alleanza o la speranza nell’intervento divino; gli Ateniesi, al contrario, mostrano di essere più pragmatici e consapevoli della reale situazione, e oppongono all’idealismo ingenuo dei Melii una visione più disillusa e concreta. Gli Ateniesi danno prova di e invitano i Melii a lasciar perdere inutili ideologie e a constatare come nella realtà i rapporti tra forze ineguali siano inevitabilmente caratterizzati dal dominio dell’uno sull’altro.
È ciò che Nietzsche teorizza e riassume nell’espressione della «bestia bionda», simbolo dell’aggressiva sopraffazione su cui si fonda la «morale dei signori», di contro alla «morale del gregge».
Nietzsche non menziona l’episodio di Melo, ma vi allude molto chiaramente quando dichiara che Tucidide ha ben compreso e espresso l’origine della giustizia nel «terribile dialogo»: la giustizia nasce tra potenze pari, poiché lo scambio, alla base del concetto di giustizia stesso, è possibile solo laddove non vi è un’evidente prevalenza di una sull’altra e laddove perciò lo scontro sarebbe privo di prospettive; «è in situazioni del genere che si è portati ad accordarsi, a trattare intorno alle rispettive pretese». Tra forze ineguali invece, è inevitabile che l’una prenda il sopravvento sull’altra e la domini. È una legge naturale, e rifiutarla significa, per Nietzsche, «negare la vita in generale o dire il falso sul principio della vita».
È lo stesso argomento addotto dagli Ateniesi nel paragrafo 89. Questo intervento è tra i più criticati da Dionigi, che non lo considera «degno della città di Atene, né adatto alla circostanza» (390, 1718) e lo definisce come l’intervento «di chi riconosce di star compiendo un attacco contro persone che non hanno commesso nessuna colpa» (390, 21-23). Per Dionigi sono parole conformi a dei sovrani barbari, non di certo agli Ateniesi, che poco prima, nella guerra contro i Persiani, si erano presentati come i garanti della libertà di tutta la Grecia.
Dal commento di Dionigi si evince che ciò che turba l’autore non è l’attacco a Melo in quanto tale, bensì le parole che Tucidide attribuisce agli Ateniesi, come se la loro colpa consistesse in ciò che hanno detto, non in ciò che hanno fatto. È l’impostazione della discussione coniata da Tucidide a porre gli Ateniesi in una luce negativa e a destare perciò lo sdegno di Dionigi, non il loro comportamento.
DA TRECCANI:
—
I protagonisti di questo scontro dialettico sono da un lato i rappresentanti diplomatici inviati dagli Ateniesi per forzare i Meli ad entrare in guerra, e dall’altro i magistrati della pólis della piccola isola dell’Egeo, chiamati a difendere la neutralità della propria comunità davanti a quello che Tucidide definisce «il più grande sommovimento» nella storia dei greci. È un dialogo che non ha, già nelle sue premesse ideologiche, alcuna possibilità di trovare un terreno comune sul quale le due fazioni possano convergere. Sin da subito è chiaro il gioco delle parti: da un lato i forti, dall’altro i deboli e inermi, che sono costretti ad appellarsi alla giustizia per contrastare una politica di potenza sorda a ogni voce che non usi il linguaggio della violenza e della sopraffazione.
Esemplificative in questo senso sono le parole che Tucidide fa pronunciare agli Ateniesi a conclusione della loro prima battuta: «nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito ad un’uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte esige quanto è possibile e i deboli cedono».
—
se interessa, nel link di Treccani si documenta che Tucidide avrebbe omesso delle informazioni che avrebbero in qualche modo ” scusato ” gli Ateniesi, affermando, con studi citati, che lo storico avrebbe addirittura tradito il suo principale intento nel fare storia, che era quello espresso agli inizi del suo lavoro, e cioè di volere un’indagine storiografica oggettiva e volta a ricostruire tó safés ton genoménon (che potremmo tradurre liberamente come “i fatti avvenuti con certezza”). Questo – sempre secondo il testo di Treccani – è successo perché lo storico voleva denunciare l’imperialismo brutale di Atene.
” L’operazione di Tucidide, invece, a mio avviso è molto più interessante, sebbene lontana dalla rigorosità da lui stesso professata: lo storico vuole qui denunciare soprattutto la violenza e la brutalità cieca che caratterizzano la politica imperialistica di una grande potenza militare, che non ha bisogno di ricorrere alla giustizia se può usare la forza. Il dialogo passa da una dimensione di scarsa oggettività a uno strumento dal grandissimo valore rappresentativo, presentandoci una scena quasi teatrale e una dinamica dialettica incalzante.
Il risultato, brutale quanto tragicamente preannunciato, è la distruzione totale della comunità dei Meli: gli Ateniesi, infatti, condannano la popolazione maschile allo sterminio e quella femminile alla schiavitù, dopo aver messo a ferro e fuoco l’isola. In questo atteggiamento di ferinità – come verrà definito più tardi dal filosofo Hobbes, sul cui pensiero certamente l’opera di Tucidide ebbe un grande influsso – Atene, la scuola dell’Ellade decantata da Pericle, non è certo diversa o migliore delle società primitive della Grecia descritte all’inizio della Guerra del Peloponneso, o ancora da quei barbari Persiani la cui violenza nei confronti di Mileto nella rappresentazione tragica di Frinico aveva sconvolto il pubblico ateniese.
Dialégein è il verbo greco che descrive il discorrere di un argomento usando la ragione. Esso è, cioè, per certi versi, il tentativo di utilizzare la parola come mezzo di risoluzione razionale delle controversie (nell’accezione forse più coerente che si può dare, nella traduzione italiana, a un lemma greco straordinariamente ricco di significati come lógos). Non è un caso che il termine italiano “dialogo” sia spesso usato in netta contrapposizione al termine “scontro” proprio per la natura originale dell’espressione da cui deriva (pensiamo ad esempio ad espressioni fraseologiche della nostra lingua quali «cercare il dialogo»). In tal senso, tuttavia, potremmo dire che questo fortunatissimo passo dell’opera tucididea è un dialogo solo nel nome che lo ha consegnato alla memoria dei posteri: nelle posizioni inamovibili e granitiche degli Ateniesi è scolpita, infatti, la condanna dell’imperialismo come fenomeno umano distruttivo e nell’assenza di quel venirsi incontro che dovrebbe caratterizzare il concetto stesso di dialogo è rappresentata, invece, la vittoria della forza bruta sulla razionalità quale mezzo per risolvere i conflitti. Saremo allora in grado di perdonare a Tucidide questa sua occasionale assenza di acribìa, se quello che emerge ai nostri occhi non è una semplice ricostruzione dei fatti, ma un passo letterario dal valore inestimabile che indaga comportamenti e dinamiche che percorrono per intero la storia del genere umano, slegandosi dalla necessità dell’occasione e consegnando ai posteri una riflessione di carattere universale. Anche questo, in fondo, è fare storia.
acribìa s. f. [dal gr. ἀκρίβεια «precisione»], letter. – Esattezza, meticolosa precisione (in una ricerca, in un lavoro filologico e sim.).
