30 DICEMBRE 2013 ORE 18:26 L’ALTRA VERITA’ ALDA MERINI SCHEDA DELLA DOTTORESSA DONATELLA D’IMPORZANO

 

 

 

“L’altra verità. Diario di una diversa”, Alda Merini, quinta edizione  2006, Libri Scheiwiller- Rizzoli.  Prima edizione:1986 per Libri Scheiwiller; ripubblicato da Rizzoli in un’edizione ampliata nel 1997.

 


L’Autrice racconta di essere stata ricoverata in manicomio la prima volta quando era ancora giovanissima e aveva già due figlie. Attribuisce la causa della sua malattia ad un esaurimento, aggravato dalla morte della madre, con cui c’era un forte legame. Un giorno, esasperata dalla fatica e dalla povertà, dà in escandescenze e il marito, non prevedendo che l’avrebbero portata in manicomio, chiama un’ambulanza. Lei viene  internata senza esserne informata e quando si trova dentro al manicomio impazzisce nel  momento stesso in cui si rende conto di essere entrata in un labirinto da cui sarebbe stato faticosissimo uscire. Dà in escandescenze e viene sedata e legata. Trascorre in stato di coma tre giorni; dopo qualche giorno il marito va a riprenderla, ma lei non vuole andare a casa, sia perché considera ormai il marito un nemico, sia perché nello stato in cui è pensa di non poter fare nulla a casa. Questo suo atteggiamento viene considerato una scelta definitiva, scelta che lei pagherà con dieci anni di manicomio.

 


Prima del ’65 le leggi nei confronti dei malati erano molto restrittive: non gli si permetteva neppure di lavarsi. Erano le infermiere che, dopo avere fatto allineare le malate davanti ad un lavello comune e averle spogliate, passavano a lavarle anche nelle parti più intime e poi le asciugavano con un lenzuolo comune lercio. Alcune malate scivolavano, altre picchiavano pesantemente la testa. L’Autrice dice che ogni mattina, davanti a quel lavello e all’odore terribile che c’era, sveniva e veniva ripresa con male parole e buttata sotto l’acqua fredda. Poi le ammalate venivano fatte sedere su delle pancacce, accanto a degli enormi finestroni, senza poter parlare.  Uomini e donne stavano in padiglioni separati: i malati non potevano avere desideri sessuali. Chi veniva sorpreso a masturbarsi era severamente punito. Per tutto il giorno non potevano fare nulla; il cibo era dato solo a pranzo e a cena; non erano date sigarette ed era vietato  parlare. Le notti erano particolarmente dolorose e difficilmente si riusciva a dormire, dato che i farmaci che i medici propinavano o erano troppo leggeri o sbagliati. Se poi i malati volevano restare un po’ più alzati, venivano rimproverati aspramente e legati al letto.

 


Dopo cinque anni dall’internamento le cose cambiarono: si apersero i padiglioni e uomini e donne poterono parlarsi; ogni malato poté lavarsi come meglio poteva con il proprio sapone in un bagno decente ed asciugarsi nel proprio asciugamano. Inoltre non ci fu più una divisa uguale per tutti, ma ognuno poté vestirsi con i propri abiti.

Vennero dati anche dei permessi: qualche malato poteva tornare per un giorno o due a casa. Fu proprio durante uno di questi permessi che l’Autrice rimase di nuovo incinta : durante la gravidanza tutti i sintomi della malattia scomparivano e lei tornava ad essere una persona normale: le vennero sospese tutte le terapie e, cessate le mestruazioni, non aveva più attacchi isterici. Rimase così a casa per nove mesi, ma dopo la nascita della figlia precipitò nuovamente nel caos, dovette essere ricoverata e la bambina che era nata fu affidata ad altri.


L’Autrice afferma che, se non fosse stato per la psicoanalisi,lei sarebbe morta in quel posto orribile. Il dottor G. era un convinto freudiano e era certo che se lei era malata, qualcosa doveva esserci stato nella sua infanzia che l’aveva turbata. Dato che ha forti resistenze a parlare di se’ viene sottoposta a qualche elettroshok, dopo di che la sua mente diventa più elastica e comincia a raccontare. Per facilitarla, il dottore ricorre alla narcoanalisi, ma lei , sotto narcosi, ha un comportamento violento, per cui a quel punto l’analisi viene sospesa. L’Autrice afferma che quel nodo interiore non fu mai sciolto; sicuramente era da quello che derivavano i suoi disturbi che riguardavano i rapporti sessuali e la maternità, rifiutata come una cosa sconcia. pag. 29-30

“ La cosa che maggiormente mi spaventava erano i miei rapporti con i figli. Nella mia mente malata i figli dovevano necessariamente far parte del mio corpo, del mio io, e non potevo prevederne un altro che fosse al di fuori del mio centro focale. Finché i miei figli li portavo in grembo, tutto poteva rientrare nella normalità; ma una volta che li mettevo al mondo mi riallacciavo inequivocabilmente al mito di Cronos che divorava la propria progenie…La morale era che i figli li dovevo affidare ad altri, perché mi facevano insorgere paurose allucinazioni e la cosa mi sgomentava”. pagg. 43-44

“Quando comparvero le mie prime mestruazioni, il mio inconscio rimase altamente mortificato. Per lunghi anni si era ritenuto maschio e ad un tratto scopersi che ero donna e donna in tutto simile alla madre, quella stessa madre del complesso edipico. Che cosa potevo fare allora, se non rifugiarmi nella nevrosi?” pag. 44

 

Come l’Autrice reagisce al manicomio:

“…io avevo imparato a fregarmene  anche di loro ( delle infermiere ,” esseri privi di qualsiasi sentimento umano” n.d.r.) e stavo sempre zitta. Ormai avevo un orizzonte vago nella mia mente, un orizzonte dove l’equilibrio reggeva a stento, ma che vedeva, o prevedeva, qualche cosa di bello e di ancora accessibile”. pag. 31

“…la psicoanalisi… serve un poco da cuscinetto di conforto, direi da parafulmine contro i guai della vita e …il paziente bene vi si adagia, convinto di mantenersi al sicuro. In questo modo questo fenomeno avveniva anche negli ospedali psichiatrici, dove la così detta ospedalizzazione fungeva un poco da psicoanalisi, e l’analista altro non era che l’ospedale stesso dove era dispensato il cibo, il bere e anche qualche piccolo conforto, come quello di essere al di fuori delle cure del mondo”. pag. 36

“ Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno. Disposta naturalmente al razionalismo, avvezza a cercare il perché di tutte le cose, ero spaventata dall’oscenità dell’ignoranza che si adoperava in quei luoghi. Il demente viene considerato “ incapace di intendere  e di volere”. Eppure, sotto la diagnosi serpeggiava quieta la mia anima dolce, rasserenante, un’anima che non era  stata mai tanto luminosa e vitale, e, a volte, per consolarmi, pensavo che quella brutta vestaglia azzurra fosse il saio di  san Francesco e che io di proposito l’avessi scelto per umiliarmi. Così in questo modo gentile adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell’io identico a se stesso, che non voleva, non poteva morire”. pag. 38

“ Eravamo così giunti all’accettazione del nostro genere di vita. Forse gli psichiatri ci avevano messo, senza volerlo, in diretto contatto con la divina provvidenza perché avevamo imparato a considerare tutto ciò che ci veniva dato come un dono del cielo, elettroshock compresi. E  così, pregando e andando avanti come i montoni, ci facevamo strada in una strada che non era percorribile e che ovviamente non aveva sbocchi”. pag.  42

“ Il manicomio non è correzionale. Ognuno che vi entra vi porta i suoi valori sostanziali e ve li conserva gelosamente. Così ho fatto io, a dispetto di tutti i vituperi e di tutti gli elettroshock”. pag. 102

“ La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. IL risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock  per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”. pagg. 87-88

“ Così come nel processo di Kafka, ogni giorno noi  facevamo il processo a noi stessi, e tanto più pungente e invadente diventava la nostra requisitoria quanto più lì dentro ci avevano insegnato ad essere spietati. Ma io avevo alle spalle la psicoanalisi con le sue dolcezze, i suoi segreti infantili. E quella mi servì nei momenti di ozio, per analizzarmi, ricuperarmi, salvarmi” pag. 114

“ Un giorno successe una cosa meravigliosa in manicomio: ci apersero i cancelli, ci dissero che finalmente potevamo uscire…Da quel giorno cominciammo a vestirci, a pettinarci, a curare il nostro aspetto, perché fuori c’erano gli uomini. Ma, soprattutto, c’era il sole…” pagg. 107-108

La realtà del manicomio:

“ Le soperchierie che vidi là dentro non si possono raccontare. Sono mostruose. Molte vecchiette vennero fatte morire a forza di sedativi, e io bagnavo loro le labbra e capivo che non potevano parlare. La loro sofferenza doveva essere atroce. Ma una volta, in un impeto di rivolta, incendiai l’ospedale: avevo in mano dell’alcool e vi detti fuoco, pronta a morire. Non fui scoperta e non fui punita, ma cominciai da allora a nutrire un odio feroce verso tutti e tutte le cose”. pag.  63

“ Ci presero le impronte digitali accompagnando le nostre dita sopra dei fogli luridi e, a un tratto, tutto, intorno a me, cominciò a girare vorticosamente: quella ribellione che avevo dentro, diventò sofferenza così acuta e insostenibile che, invece di gridare, svenni. Mentre venivo portata via ho sentito chiaro e distinto l’urlo di una degente che diceva:” No! A me non potete fare questo”. pag. 66

“Ho letto che nei tempi andati, i malati di mente, circa cento anni fa, credo, venivano fatti passeggiare in giardino e poi gli infermieri si divertivano a pisciare loro sulla testa. Credo che, se non proprio così, eravamo trattati quasi allo stesso modo. Della qual cosa provavamo viva vergogna, come se le nostre nudità venissero scoperte più volte al giorno, e lasciate all’oscena bramosia degli altri. Altre volte immaginavo quel posto tristo come un campo di concentramento. Ma tant’era, in qualsiasi modo lo si paragonasse, era tutto meno che un posto atto a viverci”. pag. 95

“ Era la nostra indecenza paragonabile all’indecenza del povero che non vuole mostrare le sue nudità, e tuttavia queste appaiono, e si vedono, e mordono, e bruciano la carne come delle ferite. Purtuttavia, noi si cercava di rimanere onesti, onesti per quanto si potesse essere onesti lì dentro, lambiti come eravamo dal peccato, perché il male in se’ è peccato, la malattia è peccato, o tale ce la mostravano, mettendoci a specchio della nostra miseria e non compatendoci mai.

Ci si aggirava per quelle stanze come abbrutiti da un nostro pensiero interiore che ci dava la caccia, e noi eravamo preda di noi stessi; noi eravamo braccati, avulsi dal nostro stesso amore. Eravamo praticamente le ombre dei gironi danteschi, condannati ad una espiazione ignominiosa che però, a differenza dei peccatori di Dante, non aveva dietro se’ colpa alcuna.  Qualcuno dei malati, al colmo della disperazione, tentava di infierire, infierire su se’ stesso: e anche questo era giudicato malattia, e non si riconosceva al malato il suo diritto alla vita, il suo diritto alla morte. Quando una donna si tagliava le vene, veniva vituperata, dava scandalo. Nessuno andava a vedere quale groviglio di male o di pianto, o quale esterna sofferenza l’avesse portata a quella decisione”. pagg. 100-101

“ Noi venivamo saziati di colpa, quotidianamente; i nostri istinti erano colpa; i nostri desideri, i nostri sensi erano colpevolizzati. Così ridotti, non potevamo che giocare, giocare a fare i mostri oppure i santi, il che fa quasi lo stesso…” pagg. 106-107

“… nulla è così feroce come la solitudine del manicomio. In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico…Una solitudine da dimenticati, da colpevoli. E la tua vestaglia ti diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perché loro solo conoscono la tua vera esistenza, il tuo vero modo di vivere”. pag. 117

Le reazioni dei familiari e della  società:

“ Molta gente leggendo questo esiguo libretto si domanderà che ruolo avesse in quel tempo mio marito e tutta la mia famiglia: nessun ruolo. E una ragione esiste. Al momento dell’internamento, l’ammalato sente sopra di se’ il peso della condanna, condanna che non può non riversare sulla società tutta ed anche sui congiunti. I parenti invece avvertono questa repulsione come uno stato di malattia e “ cercano di stare alla larga”, anche perché non è detto che non abbiano un vago o profondo senso di rimorso. I più impreparati non si aspettano certo  che il manicomio sia fatto in quel modo e, a modo loro, riportano degli shock. Ma le vere vittime restiamo pur sempre noi, perché una volta a casa ci sentiremo sempre rinfacciare quella degenza come un fatto giuridico, e non di malattia. Insomma, il malato è un gradino più su di colui che è stato in galera. Io ho sentito ad esempio, una frase detta appunto da un componente della mia famiglia: “In manicomio facevi ciò che volevi”. Come a dire che ero sgravata da ogni responsabilità”. pagg. 56-57

“ Mio marito non veniva mai a trovarmi. Ogni giorno mi appostavo davanti all’ingresso e mi accoccolavo per terra, proprio come una geisha, e aspettavo per ore che lui si facesse vivo. Poi, vinta dalla stanchezza, e con le lacrime agli occhi, tornavo nel mio reparto”. pag. 93

“ Io sono stata  buttata fuori prima che Basaglia facesse il suo provvedimento e ho trovato un muro di compressione disperata, come se fosse stata dimessa Rina Fort. Ricordo che quando nell’adolescenza lessi di questo crimine, ne rimasi violentemente scossa. E noi, che avevamo il solo difetto di fare confusione sulla nostra identità, noi che ci eravamo lasciati scolorire, che avevamo sopportato soprusi di ogni genere, perché ora eravamo guardati come criminali? Ma sta di fatto che la gente ha paura del dimesso dal manicomio: prevede da lui l’atto incontrollabile e segreto che è inizialmente alla base di tutti i terrori dell’umanità”. pagg. 120-121

“ In fondo il cammino all’interno del manicomio non è altro che il cammino nella truffa e nelle cloache dove l’umano sapere diventa infingimento e menzogna, e c’è anche molto spargimento di sangue e di lacrime”. pag.144

“ Dicono che a ricoverarmi sia stato mio marito ma in effetti è stato un abbandono famigliare e anche sociale…Ma i medici che continuano ad odiarti e a capovolgere la tua situazione non sono da meno. Rifanno ciò che hanno fatto gli altri secondo un criterio malfidente e malsano che hanno imparato dai parenti stessi”. pagg. 149-150

Miglioramenti e ricadute:

“ In tutto, comunque, feci ventiquattro ricoveri perché molti furono i tentativi di dimettermi e di farmi tornare nel mondo dei vivi. Di fatto, quando venivo dimessa reggevo bene per qualche giorno; poi tornavo a immelanconirmi, a non mangiare più e ad essere tormentata nel sonno, e non riuscivo a procacciarmi anche le più piccole necessità, di modo che dovevo essere nuovamente ricoverata. D’altra parte, non sentivo alcun legame affettivo col mondo di fuori e non mi dispiaceva nemmeno di lasciare la mia casa. E se qualche volta pensavo ai miei figli, lo facevo come se fossero distanti non so quanto dal mio pensiero. Ma nel mio cuore erano invece ben vivi e presenti”. pagg. 58-59

“ La mia figura di madre era quanto mai incerta. Alle volte agivo come una bambina. Alle volte mi dimenticavo dei miei fanciulli e diventavo io stessa la figlia di me stessa. Una volta mia figlia maggiore mi disse:” Dacché sei ricoverata qui dentro ho imparato a farti da  madre”. La  cosa mi colpì  come una fucilata in pieno petto. Come osava dirmi una cosa simile?…Da quel momento la odiai e non volli più che  venisse a trovarmi. Mi pareva inferiore alle mie aspettative. In poche parole, avevo trasferito su mia figlia il concetto di madre che tanto pesava sopra la mia coscienza”. pagg. 59-60

“Un giorno, senza che io gli avessi detto mai nulla del mio scrivere,( il dottor G. n.d.r. ) mi aperse il suo studio e mi fece una sorpresa . “ Vedi” disse, “ quella cosa là? E’ una macchina per scrivere. E’ per te per quando avrai voglia di dire le cose tue”…. E gradatamente, giorno per giorno, ricominciarono a fiorirmi i versi nella memoria, finché ripresi in pieno la mia attività poetica. Questo lavoro di recupero durò circa due anni”.  pagg 64-65

“ Correvo spesso a telefonare ai miei figli, quasi fossi costantemente sul punto di perderli. Ma questo non mi dava alcuna pace. I miei figli li avevo inconsciamente smembrati, si erano persi durante quel mio lungo viaggio in manicomio. Altri avevano voluto che la loro immagine fosse così distorta. Non io. E intanto giungevo al parossismo della nevrosi, perché non sapevo dove collocare i miei affetti”. pagg. 91-92

“ A dispetto di tutti i medicinali ognuno di noi rimaneva se stesso. Ci promettevano la felicità, la  stabilizzazione degli istinti. Ma i nostri istinti erano quelli di tutti, solo deviati dalla mancanza di amore”. pag.98

 

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