ROBERTO RODODENDRO, UNA STORIA …ma bellissima…

 

Una storia di Roberto Rododendro

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E’ l’una. Sarebbe l’ora di tornare a casa, quando la vecchia prostituta sbatacchia l’uscio ed esce.
Con la valigia in una mano e la logora borsetta nell’altra, esce nel vicolo che puzza d’orina e di pesce stantio.
Mentre cammina borbotta e ride tra sé, come se si trovasse a passeggio con le amiche, intente a guardare le vetrine e commentare i passanti.
Scuote il capo ed ammicca, poi, si ricorda improvvisamente d’essere in ritardo con il treno.
Lascia sfuggire un gridolino vezzoso e prende a correre sui tacchi consunti, sulle gambe varicose, sulla pancia traballante.
Dondolandosi guarda al polso un orologio inesistente.
Corre coi piedi gonfi giù per i lunghi gradini acciottolati della città vecchia, fino a quando non ne può più e siede ansante per terra.
– Non ce la faccio più. – Dice alla sua amica che non c’è, tenace amicizia per un nome che non ha mai incontrato.
Apre la valigia e conta i figli che avrebbe voluto avere, ma sono tutti vestiti male, stracciati e sporchi e poi è in ritardo e può perdere il treno.
Richiude la valigia e si rialza pesantemente.
Da via Palma scende la scaletta ripida che porta al centro città.

Ricorda il suo cane di tanto tempo prima, un lupo che ormai non ha più un nome.
“E’ stata quella figlia di puttana, con rispetto parlando, che me l’ha ammazzato.”
Una lite per il “posto”, che poi era sempre stato il suo, una seconda casa.
“Il posto” è come un negozio, se il cliente quando arriva non ti trova, anche il più affezionato, non ti viene a cercare. Fa un giro e ne prende un’altra: la concorrenza è tanta!
In due nello stesso posto?
Neanche a parlarne. E il Giovanni era troppo buono, non sapeva farsi rispettare.
Così era toccato a lei darsi da fare.

…..La terza sera che quella insisteva a tornare, la presi per i capelli facendola urlare come un’indiavolata, e la trascinai così fino alla strada vicina, dove non poteva disturbare nessuno, perché da lì non passava mai nessuno.
Mi restò una ciocca dei suoi capelli in mano e li tenni per ricordo.

Quella figlia di puttana. Ma come si fa a prendersela con un povero cane che non centra niente!
Me l’ha avvelenato e poi sotterrato nel giardino di casa mia, la vigliacca.
Disperata. Sono stata dieci giorni a cercarlo, giravo per le strade chiamandolo per nome. Chiedevo a tutti quelli che incontravo: era troppo bello, inconfondibile, impossibile non averlo visto!
Poi come un sesto senso. Vidi la terra smossa nel giardino. Era ormai asciugata, ma si notava ugualmente. Capii.
Chiamai il Giovanni e lo misi a scavare, e dopo poche zappate cominciai a sentire il puzzo di carogna.
Per un mese non ho mangiato nulla dal dispiacere e il Giovanni lì a dirmi:
– Ma mangia stupida, che col lavoro che fai mi deperisci tutta e poi ti viene la tubercolosi…e io cosa ci faccio se tu mi muori! –
E io mangiavo e vomitavo e stavo ancora peggio. Ma il mio Giovanni ( me lo invidiavano tutte) è stato molto buono. Perché mi capiva, aveva l’animo del poeta lui, così sensibile!
Cercava di distrarmi. Mi portava al cinema e per due notti intere non mi mandò a lavorare.

– E quella donnaccia vive ancora!- Dice forte, mentre scende attenta gli ultimi scalini.

Un orologio lontano batte due colpi.
– Oh Dio quant’è tardi! – mormora, come se l’avesse mai conosciuto Dio, avesse mai parlato con lui in altro modo che nelle imprecazioni. Ma anche lui è un compagno, la fa sentire meno sola, compagno di lunghi colloqui senza parole, senza riferimenti, senza malizie, senza ammiccamenti.
Si palpa con gesto abituale il seno molle, compiacendosi.
Quel seno ha dispensato tante piccole felicità ma non ha mai dato latte.
Si guarda intorno ma non c’è nessuno per le strade e tutto ha perso la sua consistenza.
Dice una bestemmia per sentirsi meno sola e tira su col naso.

La vecchia prostituta giunge alla stazione ansimando, quando si accorge che il treno c’è, ma lei non vuole più partire e lasciare i suoi mariti e le fotografie dei suoi ruffiani appese alle pareti della sua stanza.
– State buoni figli miei,- mormora aprendo la valigia come se fosse una culla – papà arriva subito.
Bevete un po’ di latte e dormite.- dice, scoprendo la mammella flaccida.
Ma scopre solo di volere un bicchiere di vino, subito, in una bettola con tanti uomini e parlare dei ricordi accumulati, perché anche le vecchie puttane hanno dei ricordi, forse più di tanti altri.

– Le mutande di pizzo. Ti ho comprato le mutande di pizzo. – Dice l’Augusto cercando di alzare la voce impastata dal vino, nella bettola di gente stanca.
E’ un omino piccolo e segaligno, prosciugato dal sole e dal mare.
– Dove sono le tue mutandine di pizzo, quelle che dovevi mettere solo con me?-
La sua voce ha un ché di lagnoso.
Una forma d’amore anche quella. Un modo per distinguersi dagli altri. E lei gli aveva detto che si, solo con lui, solo per lui.
Senza neanche pensarci, senza neanche vederlo: un’abitudine.
Solo adesso le vede, le mutande di pizzo: sono appese ad un lume, in bella vista, un trofeo.
E vede un altro che crede di conoscere, che conosce senz’altro, che ride sommessamente con aria furbastra.
Anche lei, guardando le mutandine, guardando i due uomini che sembrano uguali, piccoli secchi e seriosi…Anche lei ride abbandonandosi sulla sedia e dando pacche d’intesa al suo compagno.
L’Augusto ha capito.
Sa che deve fare qualcosa perché ne va della sua reputazione, perché nei fumi del vino sente la gelosia rodergli dentro, salirgli incontrollata e folle.
Perché lui è uno che non può lasciarsi ridere in faccia.
E’ uno che ha bevuto troppo, che in altri momenti avrebbe riso insieme a quell’altro che lui conosce bene, e quelle mutandine se le sarebbero scambiate ridendo, usandole come copricapo durante la pesca.
Ma qui e ora è tutta un’altra cosa.
Lei ride ingollando d’un fiato tutto il vino del bicchiere e chiedendone un altro a gran voce.
E’ una bella serata e lei è al centro dell’attenzione.
Anche l’Augusto che si alza barcollando cercando qualcosa nella tasca, la fa ridere: sono tutti lì che guardano in attesa, tutti con un accenno di riso sulla bocca.
E’ un bello scherzo.
Anche quando l’Augusto è arrivato vicino a quell’altro e finalmente ha finito di frugare nella tasca e ha tirato fuori il coltello e gliel’ha infilato nella pancia.

Urla ancora nella stazione vuota.
Urla come allora. Un urlo strascicato e spento.
Di sorpresa, di rabbia, di dolore.

Un urlo che ricorda altri momenti nei carruggi bui della “Pigna”.
Allora, ancora buon rifugio per due ragazzi in cerca d’intimità.
Allora, tutto via quel grasso flaccido gonfio di vino.
Quelle gambe, erano veloci e snelle.
A piedi nudi sulla rena, insieme alle barche dei pescatori al tramonto.
Tramonti di fuoco sull’orizzonte.
Insieme al padre, ai fratelli maggiori ed agli altri ragazzini sciamanti.

E Piero….Eccolo lì, ordinato e pulito, con gli occhiali con la stanghetta rotta, alto alto e magro, con i capelli sempre bagnati per tenerli in ordine, con la molletta.
Si distingue dagli altri, intenti a vivere giorno dietro giorno la loro vita già segnata, godendo il loro futuro di pescatori, senza altri orizzonti che quello del mare, onnipresente.
Si vuole distinguere Piero, per questo viene spesso deriso, con una punta di soggezione e d’invidia per quello che non si capisce, per quella voglia strana che si porta negli occhi.
E’ il motivo delle rabbie violente, senza nome, dei compagni e Piero è incapace di difendersi.

Così si rifugiano insieme in quegli angoli, per le strade acciottolate e buie anche a mezzogiorno, conoscendosi sempre di più.
Piano piano acquistando familiarità l’uno con il corpo dell’altra.
– Noi siamo diversi, ce ne andremo lontani. – Lui dice, e lei ripete le stesse parole per convincersi, ma non le capisce.
Non capisce perché lei deve essere diversa.

E il giorno viene e Piero se ne va lontano, anche da lei. Tanto lontano che non bastano mille ore di treno per raggiungerlo, come non servono i pianti e richiami urlati per tante notti nel buio della sua branda, perché Piero è sordo ormai, non può più sentire, non può più consolare.
– Ritornerò. – Aveva detto:
– La guerra non dura una vita, tornerò a prenderti. – Aveva detto Piero convinto.

Ma le parole e la convinzione di un momento non sono bastate.

Ricorda la vecchia e dice:- L’ho aspettato abbastanza. – Confondendo i tempi.
Il tempo non ha più significato.
E’ ora di raggiungerlo, Piero, ma dove non lo sa.
Forse è sufficiente prendere un treno, uno quasiasi, come prova a fare da tante notti.

Vede il treno partire.
Richiude la valigia.
Dondolandosi e lisciandosi i fianchi sopra al vestito unto, con la valigia vuota in mano, la vecchia ritorna sui suoi passi.

E’ una vita che ritorna sui suoi passi senza mai accorgersene.
Ha da poco superato i sessanta ma ne dimostra dieci, venti di più, ma lei non lo sa perché da tanto non pensa al suo corpo.
Gli anni le passano davanti allo specchio e non s’accorge della differenza sottile, giorno per giorno.
Si lascia vivere in ricordi lontani, in fantasticherie di sifilide.
Tutte le notti quel viaggio alla stazione e ritorno. Affannata all’andata, sempre con la paura di perdere il treno, lo stesso treno.
Dimentica al ritorno, di quel treno che ha lasciato andare via.

La vecchia puttana s’appoggia al muro per riacchiappare un poco del fiato che le manca.
Quel muro lo conosce, perché lei fa sempre la stessa strada che è sempre la stessa strada di quando faceva la vita.
La sua vita da quando ricorda.

I dolori del parto. Le urla strozzate in gola, sola lei con la mammana, la mammana che fa nascere e fa morire.
La stanza è sempre la stessa, nella vecchia Sanremo di duecento anni prima, diroccata e fatiscente, coi vicolo cupi che non lasciano passare il sole, con l’odore di piscio stantio e di muffa.
Il profumo del mare non riesce a penetrare quelle strade.
La mammana che fa nascere e morire gli fa nascere questo figlio non voluto, dimenticato nella pancia finché è stato troppo tardi.
Questo figlio tenuto ormai come qualcosa da espellere al momento giusto, nato da un amore sconsiderato e infantile.
Nato da un sogno, perché Piero è partito e nemmeno lo sa di questo figlio che si è lasciato alle spalle.
Non potrà saperlo mai.
Il dolore e la rabbia del parto, nel ricordo le sembrano momenti dolcissimi.
Straziante invece, le appare ora il distacco.
Quel suo bambino che urla stridente, avvolto in un panno sporco, fra le braccia della commare che dicendo solamente : – Ci vediamo domattina .-
E se ne va portandolo via.

Lei, dolorante, chiude gli occhi e si addormenta.
Dorme e non sogna o non ricorda di sognare.
Dopo Piero i sogni sono solo dolori.

Da quel momento ha smesso di aspettare. Ha capito. Si è svegliata.
Si è svegliata la mattina in un’altra vita, dove tutto è diverso ma naturale, come fosse sempre stata la sua.
E’ tornata la mammana. Delicata controlla il suo ventre giovane che non ha sofferto. Non le parla del figlio portato via e lei non chiede, non sa nemmeno se è maschio o femmina. Non si pone domande perché non vuole sapere.
Vuole vivere.

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