NEMO, che ringraziamo ! COSIMO CITO- WUHAN (CINA )::: Marc Gasol “In mare ho visto troppi morti. Non voltiamo la testa”. Parla il campione spagnolo di basket che è stato volontario con Open Arms– REPUBBLICA 10 SETTEMBRE 2019- pag. 7

 

 

 

LE PERLE DI NEMO +++ DIDI’ CHE VI SALUTA

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REPUBBLICA 10 SETTEMBRE 2019 –pag. 7

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marc gasol sulla open arms

 

 

Marc Gasol “In mare ho visto troppi morti. Non voltiamo la testa”

 

 

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Parla il campione spagnolo di basket che è stato volontario con Open Arms

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che magnifico bambino incazzato/ preoccupato…

dal nostro inviato Cosimo Cito– WUHAN —

 

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WUHAN

 

Le sue mani grandi come vomeri, quando c’è da giocare a pallacanestro, arpionano rimbalzi e mettono dentro i palloni che pesano. Ma quelle stesse mani e quegli occhi appuntiti come teste di spillo hanno visto e conosciuto altri campi di battaglia, e altre storie, in mare aperto, a salvare disperati dal naufragio. Lo spagnolo Marc Gasol, fratello minore di Pau, ha 34 anni, è alto 2 metri e 16 per 115 chilogrammi, di mestiere fa il pivot. Ha appena vinto il titolo Nba a Toronto, e al Mondiale in Cina ha spinto la sua nazionale ai quarti di finale. Ma la foto che ha fatto il giro del mondo è di un anno fa, lo ritrae impegnato sulla nave Astral della Open Arms, a salvare migranti nel Mediterraneo.

 

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Quella sua immagine, Gasol, è diventata un simbolo. Nel mare però si continua a morire.

 

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MARC GASOL A WUHAN

 

 

«Le migrazioni sono un fenomeno quasi naturale, la gente fugge da Paesi in cui c’è la guerra, in cui si muore di fame, insegue un mondo migliore per i propri figli. Morire in mare in cerca del futuro è atroce.

Non può essere una colpa essere nati sulla sponda meno fortunata del Mediterraneo. Deve smettere di esserlo. È un dramma che si consuma vicino a noi molto più di quanto ne sappiamo. Magari sulla spiagga c’è chi fa il bagno e a poche centinaia di metri ci sono persone che rischiano la vita su un barcone».

 

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NAVE ASTRAL DELLA OPEN ARMS

 

 

Cosa ha imparato sulla Astral?

«Ho imparato che la vita umana è fragile, che le onde del mare sono dure come marmo, che la politica non vede o non sa. Non punto il dito contro nessuno in particolare: io non penso ai governi, penso alle persone, a quello che rischiano mettendosi in mare per un viaggio quasi suicida.

Ma la situazione è fin troppo evidente perché non si agisca, perché le nazioni non trovino un accordo, una soluzione condivisa.

Ognuno invece pensa al proprio tornaconto. E si continua a morire».

Cosa pensa delle teorie sovraniste, della politica dei muri e dei porti chiusi?

«Credo che non siano la soluzione, e che è orribile deliberare e legalizzare il disinteresse per la morte di esseri umani. Non si può fare politica sulla vita di persone che hanno sofferto.

Sono donne che hanno subito violenze, madri incinte in cerca di un’esistenza migliore per i bambini che metteranno al mondo.

Quand’ero a bordo ho capito una volta di più di essere un privilegiato, ma in fondo l’ho sempre pensato durante la mia carriera, anche prima di questa esperienza. Se mai un giorno mi trovassi in mezzo al mare con i miei figli, vorrei qualcuno che mi tendesse la mano, invece di lasciarmi morire. Se gli uomini di partito si fossero imbarcati con me, oggi avrebbero già agito diversamente: vedere da vicino un dramma di questa portata è un impatto emozionale insostenibile. La politica cerca voti. Ma non può farlo sulla pelle delle persone».

Quale pensa possa essere una soluzione?

«La prevenzione, probabilmente.

Dobbiamo provare, noi occidentali, ad aiutare i Paesi di provenienza di questi popoli, affinché migliorino le loro condizioni di vita, affinché non ci siano più guerre, armi, carestie, fame. Dobbiamo fornire loro un’alternativa al rischio della vita. Se un essere umano giunge al punto di imbarcarsi, è proprio perché non ha alternative».

Oltre ad aiutare Open Arms, lei è impegnato nel sociale anche con la Gasol Foundation contro l’obesità infantile, e a favore di Habitat for Humanity, una Ong che costruisce case e scuole nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nel Sudest asiatico. Crede per uno sportivo dare dei messaggi sia una missione, un dovere o una necessità?

«Sicuramente tutte e tre le cose. È necessario dare dei messaggi. Il mio è: combattiamo perché il mondo dei nostri figli sia migliore del nostro.

Sono una persona fortunata, che ha fatto nella vita quello che sognava.

Vorrei che fosse possibile per i miei figli Julia e Luca, e per tutti i figli del mondo».

Ama ancora molto il basket?

«Profondamente, altrimenti non avrei sacrificato la cosa più importante che ho, cioè il tempo da trascorrere con la mia famiglia. Non sarei ancora qui, dopo tanti anni, tante botte, infortuni. È la mia passione, ma anche uno strumento per ispirare, instillare sogni, mandare messaggi a un grande numero di essere umani nel mondo».

Come racconterà il basket ai suoi figli?

«Come uno sport duro, malefico e magnifico. Uno sport in cui servono cuore, equilibrio, tecnica, disciplina.

Un gioco di squadra in cui non vince il più bravo dei dieci in campo, ma il migliore affiatamento tra i compagni, la migliore strategia, il miglior “stare insieme” e fare team».

Sogna un mondo come una squadra di basket, dunque.

«Sarebbe molto bello».

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