Alessia Franco, Lo Steri di Leonardo Sciascia, tra memoria storica e impegno civile –L’IDENTITA’ DI CLIO, 20 NOVEMBRE 2019 + video, 12 minuti + Luca Biasiori, L’INQUISIZIONE IN SICILIA — LO STERI, IL MANIFESTO, ALIAS, 9 GENNAIO 2022

 

 

 

20 NOVEMBRE 2019

Lo Steri di Leonardo Sciascia, tra memoria storica e impegno civile

 

 

 

Alessia FrancoAlessia Franco

 

Sciascia, i graffiti di Palazzo Steri e l’Inquisizione a Palermo nel ricordo della figlia Laura

 

 

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PALAZZO CHIAROMONTE STERI

Il Palazzo Chiaramonte (detto anche Steri, da Hosterium, palazzo fortificato), si trova in Piazza Marina a Palermo. Fu sede palermitana dell’Inquisizione siciliana e dagli anni ’50 è sede del rettorato dell’Università degli Studi di Palermo.

 

 

 

Una pietra color burro, tagliata a macchina, fa toppa nella vecchia, severa e calda arenaria delle mura; vene di cemento corrono sbavanti tra le connessure delle vecchie pietre, e addirittura sulla facciata; una bellissima scala esterna, cinquecentesca, sembra stia per essere demolita; colonnine e capitelli, scolpiti nella sullodata pietra color burro, fanno orrendo vedere nelle bifore; la pietra lavica che intarsiava gli archi, in quelli ricostruiti si ha l’impressione sia stata sostituita da una decorazione in vernice nera…

 

Bisogna immaginarli – ma senza fare un grande sforzo di fantasia – gli occhi di Leonardo Sciascia, mentre si posano su quello scempio che fu il restauro dello Steri, negli anni Settanta.

Vi si introdusse quasi clandestinamente, insieme al giornalista Giuseppe Quatriglio e al fotografo Ferdinando Scianna.

 

A ricordare quell’incursione, e la ferma reazione dello scrittore di Racalmuto davanti allo scempio di quel cantiere malconcio, è la figlia Laura Sciascia, scrittrice e già docente di Storia medievale all’università di Palermo:

“Anche per vedere i lavori di restauro in corso da parte della Soprintenza – precisa – fu necessario entrarvi di nascosto  poiché, sono parole dello scrittore, è rigorosamente vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori, e il divieto è motivato dalla pericolosità, quasi si trattasse di una zolfara, dove peraltro le visite erano permesse”.

 

Ovviamente, Leonardo Sciascia entrò: lo Steri, l’eretico e dannato Fra’ Diego La Matina, l’Inquisizione e la sua impostura erano temi a lui assai cari, come documentano tra l’altro opere assolute come “Il consiglio d’Egitto” e “Morte dell’inquisitore”.

In quella sua incursione, lo scrittore ritrovò i graffiti dei prigionieri del tribunale dell’Inquisizione rivelati da Pitrè. E ne scoprì altri.

 

“Pitrè aveva reso noti alcuni dei graffiti dei prigionieri quando il palazzo ospitava ancora il tribunale di Palermo – ricorda Laura Sciascia – scritte di devozione e di angoscia, che in ogni paese civile sarebbero stati quanto meno protetti da vetri e convenientemente illuminati, per citare mio padre. Quando cominciarono i lavori di restauro allo Steri, ormai destinato a sede dell’Università, una volta rimosse le scaffalature del tribunale apparvero altri graffiti”.

 

 

 

GRAFFITTI NELLA SALA DELLE UDIENZE

Bjs – Opera propria

 

 

Iscrizioni dei detenuti.

Bjs – Opera propria

 

Alla scelta di farne sede del rettorato, Sciascia si oppose fieramente: si pensò come compatibile destinazione agli uffici del rettorato dell’Università: ché cane non mangia cane, cultura non mangia cultura, annota l’autore del consiglio d’Egitto. Convinto che la “promozione” a rettorato avrebbe restituito al palazzo quella invisibilità di cui i tribunali dell’Inquisizione e dello Stato italiano si erano fatti per tre secoli custodi.

 

 

Lo Steri di Palermo | Visitare le prigioni di Palazzo Chiaramonte

 

 

Lo Steri: “grande palinsesto della storia di Palermo e della Sicilia: nato come residenza privata, è stato poi sede della monarchia e dei suoi rappresentanti, i viceré, poi dell’Inquisizione, del tribunale e oggi dell’Università. Tra le sue mura – ricorda Laura Sciascia – si era consumata la fine tragica di quello che era sicuramente il personaggio più amato da mio padre. La storia di quest’edificio non poteva non appassionarlo, così come le condizioni in cui si era trovato per anni il monumento non potevano non indignarlo”.

 

Le carceri dello Steri.!! Ai tempi dell'inquisizione. - PALERMO - inserita il 01-Aug-18

 

 

A definire lo stato di incuria in cui lo scrittore trovò lo Steri bastano poche righe: mucchi di polvere e cartacce, i vetri rotti, le imposte sconnesse. I colombi vi fecero nido, a nugoli. I topi vi si bearono, a legioni. Nella grande sala dal soffitto di legno dipinto, impareggiabile espressione della cultura di un’epoca… era un continuo frullar d’ali e frusciare, tra carte e rifiuti, di topi.

Ma se la denuncia pubblica al Corriere della Sera del pessimo andazzo del restauro furono efficaci – i lavori vennero successivamente affidati all’architetto veneziano Carlo Scarpa, che aveva già restaurato Palazzo Abatellis – i nuovi graffiti scoperti nel corso di quell’incursione rivelatrice andarono inesorabilmente distrutti.

 

 

Graffiti ai tempi dell'Inquisizione

 

 

“La cosa che maggiormente indignava mio padre era il fatto che quelle preziose testimonianze erano destinate ad essere distrutte, in nome del ripristino della spazialità originale. Cancellarne la gran parte per arrivare (e chissà?) a quella che si ritiene la spazialità originale, per recuperare qualche colonna e qualche coccio, a me pare un modo di distruggerlo”, scriveva senza darsi pace. Stavolta però fu tutto inutile.

 

 

Inquisizione e testimonio. Graffiti, iscrizioni e disegni delle carceri di Palermo

 

 

Di questa scoperta, e dell’indifferenza da cui venne avvolta nonostante denunce e pubbliche prese di posizione, resta però testimonianza nel libro “Urla senza suono”, edito da Sellerio. La barbarie degli uomini non riuscì però a portarsi via tutto: “Solo dopo la morte di mio padre, nel corso del restauro di un altro edificio attinente allo Steri che aveva ospitato le carceri vennero alla luce altri graffiti – conclude Laura Sciascia – oggi fortunatamente ben conservati e studiati.

Sempre nel corso di quei lavori fu scoperta la scala dove, secondo la sua ricostruzione, era avvenuta la morte dell’inquisitore per mano di Diego La Matina”. Un regalo, tardivo, per lo scrittore che si era battuto senza risparmiarsi perché la memoria di quel luogo venisse preservata. Perché trattenesse, conservasse ancora i pianti e le urla e la disperazione di chi in quelle stanze umide e anguste aveva sofferto, imprimendo sui muri il proprio dolore, con scritte e graffiti.

 

Fotografia Le carceri dello Steri.!! Ai tempi dell'inquisizione.

 

 

 

video, 12 minuti ca-

Palazzo Chiaramonte – Steri “Il tribunale della coscienza”

Un progetto a cura di Giuliano Antonino Cangemi.

 

 

IL MANIFESTO, ALIAS, 9 GENNAIO 2022

 

L’INQUISIZIONE IN SICILIA — LO STERI

 

 

Luca Biasiori

 

 

Ruggine grattata dalle catene, argilla di mattoni ridotti in polvere, sugo di pomodoro e lucido da scarpe; il tutto impastato con urina o saliva e steso con i culmi di un pagliericcio o con supporti di fortuna, magari fatti passare da un carceriere compiacente.

Così, per secoli, le centinaia di prigionieri rinchiusi nelle carceri segrete all’interno del palazzo dello Steri – la sede del tribunale del Sant’Uffizio di Palermo – hanno ricoperto le pareti delle loro celle di disegni, preghiere, citazioni di testi biblici, commenti sulla durezza della vita carceraria («manca anima»), formule di incoraggiamento («pacentia», «pane e tempo», «coraggio»), o addirittura con poesie, degne di far parte di una vera e propria seconda scuola poetica siciliana, o almeno siculo-toscana («Nexiti di spiranza vuich’intrati»).

Il libro di Giovanna Fiume Del Sant’Uffizio in Sicilia e delle sue carceri (Viella «La storia. Temi», pp. 360 + 16 tavole col.,e 34,00), fa visitare al lettore questa Sistina dei sommersi e lo aiuta a farsi strada tra le molte interpretazioni che ne sono state date: non lettere dal carcere – indirizzate a chi, poi?– ma anzi un carcere stesso che si fa lettera; non una commissione da parte del Sant’Uffizio per ingentilire la prigione, che doveva anzi essere per principio una domus funesta; non una dimostrazione di redenzione da parte dei prigionieri nei confronti degli inquisitori, che del resto non mettevano mai piede nelle carceri (anche se non andrà escluso che alcune scritte fossero una captatio benevolentiae almeno nei confronti dei carcerieri); di certo una testimonianza straordinaria per capire quale fosse la vita all’interno di un carcere inquisitoriale.

In quelle celle lasciarono un segno del loro passaggio donne e uomini accusati dei reati più vari: bigamia, concubinato, sodomia, magia e stregoneria, aderenza alla secta de Lutero o –più frequentemente, trovandoci in Sicilia – abbandono del cristianesimo in favore dell’ebraismo o dell’islam.

C’era infatti chi aveva raggiunto la sponda meridionale del Mediterraneo per disertare, sfuggire alla giustizia o ai debiti, trovare una religione più libera in paesi noti per la loro mobilità sociale o, più semplicemente, a seguito di un rapimento da parte dei pirati barbareschi. Se i casi della vita riportavano questa varia umanità nei posti da dove era venuta, ad aspettarla c’era un processo per apostasia, durante il quale veniva chiusa in cella, in attesa della pena.

Situata al centro di un Mediterraneo che a partire dagli anni settanta del Cinquecento conosce l’invasione nordica di inglesi e olandesi, confinante a est con l’Impero ottomano e a sud con le reggenze barbaresche da esso dipendenti, la Sicilia cinquecentesca si trova al centro di varie correnti religiose, a cui andranno sommati i flussi di persone provenienti dalle diaspore iberiche di marranos e moriscos, i discendenti degli ebrei e dei musulmani spagnoli convertiti a forza dopo la fine della reconquista nel1492 e sospettati di aver apostatato dalla fede cristiana ed essere tornati alla religione dei propri avi.

Non ci stupisce dunque che il miscuglio di tutti questi ingredienti dia un sapore particolarissimo al dissenso religioso siciliano, di cui i graffiti dello Steri sono la testimonianza più impressionante.

Ora, sulla possibilità di ricostruire le esistenze, spesso straordinarie, di queste persone solo attraverso le tracce lasciate dalla repressione delle loro idee, bisogna intendersi: così come i processi dell’Inquisizione ci restituiscono la viva voce di uomini e donne finiti sotto processo solo a patto di depurarne le parole dalla violenza fisica delle torture e da quella psicologica degli interrogatori suggestivi, anche i graffiti delle carceri inquisitoriali ci offrono una testimonianza dello stato d’animo dei detenuti in attesa di giudizio solo se non vengono presi nella loro immediatezza.

Ma è proprio in quello scarto tra la realtà e la sua rappresentazione in un contesto di oppressione estrema che si misura la bravura dello storico –della storica, in questo caso.

Far parlare testimonianze di questo tipo è infatti solo apparentemente semplice.

Prima di tutto perché mescolano di continuo due linguaggi diversi: quello scritto e quello figurativo. Ai graffiti testuali si alternano infatti le immagini: una rappresentazione della battaglia di Lepanto, una scena di autoerotismo femminile visibile solo a chi sta usando la latrina, una rappresentazione del seno di Abramo, da cui Cristo, nei tre giorni che stette nel sepolcro, trasse i virtuosi che non avevano fatto in tempo a conoscerlo.

Poi perché le 249 scritte carcerarie sono per gran parte anonime e incise in una babele di lingue: latino, italiano, siciliano, inglese, ebraico – solo una in spagnolo, la lingua dei persecutori.

Nonostante questi ostacoli, le studiose e gli studiosi stanno finalmente gettando luce nel buio delle celle palermitane. Il libro di Giovanna Fiume giunge infatti a coronamento di decenni di indagini, sue e di altri, in una vera e propria graffiti Renaissance.

Resi noti al pubblico isolano e nazionale a inizio Novecento dal grande etnografo Giuseppe Pitrè, che scoprì le celle del primo piano delle carceri segrete, i graffiti palermitani resteranno per sempre legati al nome di Leonardo Sciascia.

Mentre lavorava a Morte dell’inquisitore (1964), un romanzo che racconta un fatto realmente accaduto all’interno delle carceri del Sant’Uffizio palermitano come l’assassinio di Juan Lopez de Cisneros da parte del detenuto Fra Diego La Matina, Sciascia entrò furtivamente nello Steri e ne studiò con passione i graffiti, che fece anche fotografare.

Bisognava salvarli dalla riqualificazione della sovrintendenza, che minacciava di sacrificarli in nome del ripristino dell’assetto trecentesco del palazzo.

Se Pitrè vi aveva visto una traccia per ricostruire strati profondi della cultura siciliana in un momento in cui l’unificazione rischiava di cancellarli per sempre, Sciascia intuì l’intima risonanza di quelle «urla senza suono» con la sua battaglia contro la disumanità senza tempo né luogo della pena detentiva (anche se le carceri del Sant’Uffizio avevano più che altro la funzione di custodire i detenuti in attesa di giudizio, mentre per punire c’era il remo nelle galee).

A noi, invece, non può non scattare il paragone con i centri di accoglienza – in realtà di detenzione – dei migranti che arrivano in Sicilia dalla sponda meridionale del Mediterraneo.

Ogni storia è storia contemporanea – verrebbe allora da dire con Benedetto Croce: cioè ognuno usa il passato come specchietto retrovisore per guidare meglio sulla strada del presente. Sì, se non fosse per un particolare, non piccolo, che ci aiuta a sfumare il giudizio, un po’ soggettivistico, di Croce: nonostante infatti il largo spazio ancora occupato da ipotesi e congetture (ma potrebbe essere diversamente?), a differenza di chi è venuto prima di lei, Giovanna Fiume basa l’interpretazione dei graffiti dello Steri sullo zoccolo duro dei processi subiti da chi li tracciò.

È un cambio di prospettiva decisivo, perché ci permette di sfuggire al cortocircuito a cui spesso le indagini iconologiche rischiano di mettere capo: chi ci garantisce che il significato che l’artista voleva imprimere alla sua opera sia proprio quello che noi abbiamo scoperto?

Rifacendosi ai lavori della Alfonso Celotto, sua compianta amica e collega, Maria Sofia Messana, Giovanna Fiume ha saputo incrociare per la prima volta in maniera estensiva i graffiti delle carceri palermitane con le vicende giudiziarie dei loro autori, testimoniate da circa 6500 documenti tra processi e loro resoconti (le relaciones de causa) conservati negli archivi di Madrid.

Ne vengono fuori interpretazioni più convincenti di singoli frammenti, scritti o figurati, e di interi cicli, come quello della discesa di Cristo agli inferi.

Emergono poi dall’ombra figure affascinanti: chi legge il libro non si dimenticherà mai più di Dulciora Agnello, le cui idee possono essere accostate per radicalità e apertura solo a quelle di Domenico Scandella, il Menocchio del best-seller di Carlo Ginzburg,Il formaggio e i vermi.

Oltre a sfregare i testi con le immagini per illuminare le idee di queste strepitose eresie mediterranee, il libro beneficia delle analisi condotte intorno ai graffiti dello Steri con attrezzi che non fanno parte della cassetta dello storico: l’analisi chimica delle incisioni; le tecniche di ricerca iconografica e attribuzionistica (con uno zelo che un tempo sarebbe stato dedicato a capire come distinguere gli interventi di un maestro da quelli della bottega); l’osservazione paleografica dell’inclinazione, del modulo e del tratteggio della grafia.

Anche qui, la posta in gioco non è – mettiamo – capire chi sia il copista di un codice della Commedia, ma se le scritte con cui un anonimo prigioniero teneva ricordo delle volte in cui aveva subito la tortura siano state incise tutte in una volta o aggiornate a ogni singola tortura.

Gli importanti risultati raggiunti attraverso questo straordinario impiego di energie intellettuali intorno all’analisi dei graffiti dei prigionieri dell’antico regime ci fanno capire che lo studio della cultura delle classi subalterne, nonostante i de profundis che gli sono stati dedicati, gode ancora di ottima salute.

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