1. Wikipedia + 2. FRANCO FANELLI, 14 giugno 2026 — Ritratto di Baselitz GDA +M. Cecchetti, Il Giornale dell’Arte, 14-06 + ARTE.IT / FIRENZE

 

 

 

Georg Baselitz (Kamenz ( SASSONIA *), 23 gennaio 1938 – 30 aprile 2026) è stato un pittore e scultore tedesco.
DA: WIKIPEDIA  dove segue

 

SASSONIA-
In Germania esistono ben tre stati federati (Bundesländer) che contengono il nome “Sassonia”.

 

Sassonia – Localizzazione

SASSONIA -CAPITALE E’ DRESDA — qui si trova la città di Kamenz dove è nato l’artista- Si tratta della Germania dell’Est– come le altre due  ” Sassonia ”

  • Stato Libero di Sassonia (Sachsen): È la Sassonia “principale” o storica, situata nel sud-est del Paese, al confine con Polonia e Repubblica Ceca. Il capoluogo è Dresda, e Kamenz fa parte proprio di questo Land.

  • Sassonia-Anhalt (Sachsen-Anhalt): Si trova più a nord-ovest rispetto alla Sassonia. Il suo capoluogo è Magdeburgo.
  • Bassa Sassonia (Niedersachsen): È un grande stato situato nel nord-ovest della Germania, con capoluogo Hannover

 

 

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2. FRANCO FANELLI,  RITRATTO DELL’ARTISTA BASELITZ /

da : IL GIORNALE DELL’ARTE- 14 giugno 2026

*** nel link trovi l’articolo completo

 

 

«Siamo i negri d’Europa»

 

Le recenti e le attuali mostre di Baselitz in Italia, nonché la scomparsa dell’artista il 30 aprile scorso a 88 anni, sono e sono state occasioni per risalire anche alle origini della sua vicenda. Nel 2017, a Palazzo delle Esposizioni di Roma, i curatori Max Hollein e Daniela Lancioni riportarono sul campo di battaglia gli «Eroi» sconfitti, un ciclo dipinto nel 1965-66. A Venezia, sino al 27 settembre, la Fondazione Giorgio Cini ospita ora i suoi «Eroi d’Oro», una recente serie di dipinti monumentali, in una monografica curata da Luca Massimo Barbero; a Firenze il Museo Novecento sino al 13 settembre, in una retrospettiva curata da Sergio Risaliti, ripercorre attraverso 170 opere l’opera grafica, versante in cui l’artista tedesco ha offerto prove superbe, come si conviene a un grande maestro tedesco della xilografia e della calcografia. Abbiamo così imparato a conoscere questo complesso artista (che ha trascorso lunghi soggiorni in Italia) dalle origini, che affondano nelle ceneri della Germania sconfitta e divisa, nella Ddr dove, ricordava lo stesso Baselitz, «non si era verificata solo una distruzione esteriore, ma erano spariti anche tutti gli insegnanti, tutti gli eroi, tutti gli artisti di grande fama. Non solo non erano più fisicamente presenti, ma erano stati cancellati anche dalla letteratura. E quando arrivai [a Berlino] dall’Est nel 1957, (…) non sapevo chi fosse Kandinskij, non avevo mai sentito il nome di Paul Klee. Sapevo di Picasso, ma era più o meno tutto lì».

 

Hans-Georg Kern (questo il suo vero nome) nasce nel 1938 a Deutschbaselitz, un villaggio della Sassonia, da cui avrebbe tratto il suo nome d’arte. Suo padre, un insegnante, è un convinto nazista. Ha sette anni nel 1945 quando i bombardamenti degli Alleati radono al suolo Dresda: «Sono cresciuto in un ordine distrutto, un paesaggio distrutto, un popolo distrutto, una città distrutta». Studia alla Scuola Superiore di Arti Figurative e Applicate di Berlino Est, da cui viene espulso nel 1956 per «immaturità sociopolitica». Nel 1957 viene ammesso alla Hochschule di Berlino Ovest, dove si trasferisce nel 1958, tre anni prima della costruzione del Muro. Lascia un territorio governato da un regime totalitario per trasferirsi in un territorio dell’arte dominato da regole altrettanto ferree, quelle di un mercato e di una moda da cui era, in quegli anni, assai difficile trasgredire. Disprezza quegli artisti tedeschi, come Sigmar Polke, che si allineano alla Pop Art: «Era un’arte senza problemi. Caricaturava o si fondava sulla cosiddetta “società dei consumi”. Solo che in Germania non c’era una società dei consumi, ma c’era sempre un problema: ci si può permettere un frigorifero? (…). Ho profondamente disprezzato Richter e Polke. Quest’ultimo ancora di più».

 

D’altro canto, la visita alla mostra «The New American Painting», curata da Alfred Barr, direttore del MoMA di New York, e approdata alla Hochschule di Berlino nel 1958, gli conferma tutti i suoi dubbi circa l’attualità, o meglio, la necessità di un Informale che in Europa era ancora il movimento internazionale dominante. Di Pollock ammira il coraggio nel misurarsi con i grandi formati; lo colpisce meno De Kooning, il più europeo (e non solo per le origini anagrafiche) degli espressionisti astratti americani. Alcuni critici hanno rilevato una possibile influenza dell’Astrattismo frammentato del primo Philip Guston, altro protagonista della mostra, sui suoi futuri «Quadri-frattura». Che fare, allora? Occorreva «essere tedesco», benché fosse difficile in quegli anni in cui «gli artisti tedeschi, come diceva uno di loro, Markus Lüpertz, sono i negri d’Europa».

Germania pandemonica

«Dal XIX secolo [allorché fecero la loro comparsa le categorie di classico e di romantico] due grandi correnti si oppongono: la tradizione idealista (…) e i movimenti che provengono dal realismo e hanno radice nel buon gusto borghese, che essi stessi esprimono o mettono in questione (…). La tradizione realista si perpetuava nell’arte romantica. (…) L’artista del primo tipo è membro di un’élite teorica, frequenta le belle arti più da intellettuale che da artigiano. L’altro tipo di artista è un individuo la cui arte è più autobiografica e immediata e fa riferimento più alla mitologia che alla letteratura. La storia dell’arte tedesca è fatta di individui di quest’ultimo tipo: artisti romantici. (…) L’ironia e la distorsione aiutano l’artista nella sua ricerca d’identità. Questi due caratteri, che vengono spesso qualificati come “espressionisti”, fanno parte integrante dell’arte tedesca di questo secolo». Così scriveva Sigfried Gohr, lo storico dell’arte, critico e curatore più vicino, in quegli anni, alla generazione di quelli che definiamo ancora oggi «neoespressionisti», in un articolo pubblicato in Italia nel 1982 da «Flash Art».

 

In una fase storica nella quale il pensiero postmoderno si soffermava su quel concetto di «identità culturale» per tanti anni messo al bando dall’internazionalismo modernista e concettualista, Gohr segnalava Baselitz come un capofila, un artista per cui «la conservazione di una facoltà d’identificazione “realista” era una delle condizioni di possibilità del proprio lavoro pittorico (…) Questo partito preso è nella linea dell’individualismo che caratterizza i pittori tedeschi quando non si piegano ai modelli che gli vengono dall’Ovest (…). L’“Io” diventa il tema stesso della pittura. L’“Io” diventa uno spazio abitato».

 

Chi è, dove vive, che forma ha quell’«io» nella Germania degli anni Sessanta e Settanta, gli anni della formazione e della prima emersione di Baselitz? L’«Io» di Baselitz è «paesaggio di sé stesso» perché è un «Io» che, prima di essere stato conquistato e distrutto, è stato egli stesso distruttore e conquistatore. Esemplare, in tal senso, il suo racconto di quando, dodicenne o poco più, scava nei pressi del suo villaggio: «Ho trovato frammenti d’argilla e vasi interi, che il nostro insegnante ha detto risalissero a tremila anni prima e fossero di origine slava. Quelle urne erano state sepolte dagli antenati degli abitanti della vicina Wendischbaselitz», cioè un’enclave slava i cui bambini venivano aggrediti da quelli di Deutschbaselitz, «noi tedeschi eravamo gli stranieri nel luogo in cui ci trovavamo».

 

L’«Io» di Baselitz, s’è detto, non rientra nelle norme di alcun regime filosofico, culturale o politico. Prima studia le espressioni artistiche dei disabili mentali; poi, poco più che ventenne, nel 1961 e nel 1962, insieme a Eugen Schönebeck scrive il Primo e il Secondo manifesto pandemonico. Li abbiamo rivisti nella citata mostra nel 2017 nel Palazzo delle Esposizioni: sono stampati in litografia e sono costituiti da versi poetici riecheggianti gli umori e lo stile di Artaud, Lautréamont, Beckett e dello stesso Gottfried Benn: «I poeti giacevano nel canale di scolo, i loro corpi nella palude. La saliva di tutta la nazione galleggiava sulla loro zuppa».

 

Ecco l’incipit di questa mappa esistenziale e poetica, parole addossate e intrecciate alle quali si aggrovigliano le contorsioni e le presenze figurali di Baselitz, corpi composti di grumi e filamenti: «Nei miei occhi vedo l’altare della natura, il sacrificio della carne, i resti dei pasti nel water, l’esalazione delle lenzuola, il sangue sui monconi e sulle radici aeree, la luce orientale sui denti orientali dei belli, cartilagine, forme negative, macchie d’ombra, sfilate di epilettici». Tornano alla mente i versi di Benn nella raccolta Morgue: «Avanti, solleva pure la coperta/Guarda, questa massa di grasso e di putridi umori/per qualche uomo un tempo era gran cosa/e si chiamava anche ebbrezza e rifugio».

 

Scandali e reduci

 

Prima di scandalizzare il pubblico e la critica con una sua scultura in legno che, allestita nel Padiglione della Germania Ovest alla Biennale di Venezia del 1980, sembrava accennare a un saluto nazista, e prima di lanciarsi in dichiarazioni politicamente scorrette (come quando, in un’intervista del 2013 a «Der Spiegel», affermò che «le donne non dipingono molto bene. È un dato di fatto»), l’artista fu al centro di un clamoroso caso di censura già in occasione della sua prima personale.

 

È il 1963 e tra i quadri esposti alla Galleria Werner & Katz di Berlino appaiono «La grande notte in bianco» e «L’uomo nudo». Nel primo, una figura macrocefala in pantaloni corti (un militante della Gioventù hitleriana o di un’organizzazione giovanile comunista? Un boy scout?) dotata di un enorme pene preferisce nascondersi in un bosco e masturbarsi anziché dedicarsi alle edificanti attività dell’organizzazione (o della Nazione?) a cui appartiene.

Altrettanto fuori scala, nell’altra opera, è il membro in erezione che svetta dalla carne imputridita di un baconiano uomo disteso.

Le opere vengono sequestrate dalla Procura della Repubblica Federale. «Era uscito un articolo su un poeta irlandese, si chiamava Brendan Behan, che aveva fatto una messinscena, una lettura dal palco delle sue poesie, ubriaco come sempre, facendo vedere il pisello che gli fuoriusciva dai pantaloni e questa era una terribile provocazione»: così Baselitz ricostruiva le origini di quel quadro in un suo scritto pubblicato nel catalogo della retrospettiva a cura di Norman Rosenthal e a lui dedicata dal Museo Madre di Napoli nel 2008.

Se la creatura deforme di «La grande notte in bianco» potrebbe appartenere alla stessa specie di Oskar, il protagonista de Il tamburo di latta di Günther Grass o dei nani nichilisti nel film di Werner Herzog del 1970, i successivi soggetti dei dipinti di Baselitz hanno altre parentele.

 

Nel XVI secolo i pittori manieristi anticlassici, Pontormo e Rosso Fiorentino tra gli altri, cercavano nelle incisioni provenienti dalla Germania düreriana destabilizzanti soluzioni stilistiche e formali. Nel 1965, borsista a Firenze, Baselitz trae dalla pittura manierista importanti indicazioni sul trattamento della figura. Individuava nel Manierismo della prima metà del ’500 quella trasgressione ai canoni classici, la devianza rispetto alle certezze offerte dalla natura e dalla sua ricomposizione in regola.

 

Leggendo i saggi sull’arte e la letteratura manierista di G.R. Hocke, pubblicati tra il 1959 e il 1965, Baselitz concorda con il fatto che:

«l’atteggiamento manieristico è l’atteggiamento della crisi, dell’angoscia cosmica, combinato con una tendenza a dominare artificialmente queste stigmate demoniache. L’asse mediano di questa gestione è il dubbio circa l’armonia e l’ordine dell’universo (…). Allora interviene, come correttivo intellettuale, la reversione, cioè la tendenza a delimitare il demonico, per mezzo di costruzioni artificiali, nelle figure esorcistiche, sebbene bizzarre, di un’algebra razionale».

 

Un’opera chiave di questa nuova fase di ricerca di Baselitz è «I grandi amici» (1965), dominata da due figure in piedi, isolate l’una dall’altra, sullo sfondo di una scena apocalittica; la bandiera della loro patria giace afflosciata ai loro piedi. Il dipinto appare nella personale del 1965 da Rudolf Springer a Berlino.

Nello stesso anno prende vita il ciclo di quelli che, dagli anni Settanta in poi, vengono intitolati «Eroi». Come «I grandi amici» hanno grandi corpi sormontati da piccole teste, simili, appunto, alle sproporzionate anatomie manieriste. Vagano, attoniti, in campagne e paesaggi desolati; indossano lacere vesti, divise di reduci sconfitti ridotte a stracci, barcollano, talora hanno la patta dei pantaloni aperta. Ma non urlano, non si disperano. Sono le «figure esorcistiche», è questa la delimitazione del «demonico» di cui scriveva Hocke?

Se ne può probabilmente cogliere la connessione, al di là dell’abbigliamento, con la diffusa iconografia del lanzichenecco, il mercenario, che con il suo esuberante abbigliamento, nel ’500 diventa figura immancabile ai piedi di crocifissioni, nelle scene di martirio o anche di convivio, oppure soggetto di allegorie della vita, dell’amore e della morte.

La sua stravagante «non-divisa» si presta magnificamente al repertorio calligrafico dei grandi bulinisti, da Dürer, appunto, a Urs Graf, virtuoso del taglio dolce e della sgorbia che divideva la sua vita tra arte e guerra, anch’egli come mercenario. Sta di fatto che uomini preposti all’omicidio, allo stupro e al saccheggio interpretano il paradosso, in arte, di cristallizzarsi in elementi «decorativi».

Sono di questa specie i «nuovi ornamenti» di cui parlava Baselitz a proposito dei fini della sua pittura? Ma in Baselitz si stratificano in un continuo gioco di specchi tra artisti ed epoche. E se l’uso del camaïeu nelle sue opere grafiche di quel periodo, cioè il «chiaroscuro» che impreziosiva le xilografie di Ugo da Carpi nel XVI secolo, è un altro indizio dei suoi legami con l’arte italiana agli albori del Manierismo, l’artista ha dichiarato:

«Gli Eroi sono stati creati a Berlino. C’è un quadro chiave che li ha preceduti, “Il Matto di San Bonifacio – o Ludwig Richter sulla strada per il lavoro”. L’ho realizzato a Firenze, perché ero interessato ai tedeschi che erano stati lì prima. Uno di loro era Karl Stauffer-Bern, un artista paragonabile a Max Klinger (…). Aveva portato con sé in Italia una ricca ereditiera svizzera. Fu uno scandalo, e la famiglia li fece internare entrambi nell’ospedale psichiatrico di San Bonifacio a Firenze. In ogni caso, questo primo quadro era basato su di lui». Il brano è tratto da una conversazione con Kosme de Barañano, curatore della «Baselitz Academy» (organizzata dalla Gagosian Gallery all’Accademia di Venezia nel 2019), pubblicata nel catalogo edito in quell’occasione.

 

 

 

 

3. FINESTRE SULL’ARTE. INFOhttps://www.finestresullarte.info/recensioni-mostre/georg-baselitz-rovesciare-il-mondo-capovolgendo-l-uomo

 

Photo:Jochen Littkemann, Berlin

 

 

 

 

George Baselitz. Rovesciare il mondo capovolgendo l’uomo.

 

di Maurizio Cecchetti, pubblicato il 14/05/2026

 

 

George Baselitz ci ha lasciati da pochi giorni, e alla Fondazione Cini di Venezia il ciclo “Eroi d’oro” raccoglie il testamento visivo di un artista che ha fatto della figura capovolta una forma assoluta, sospesa tra spiritualità e rovina. L’articolo di Maurizio Cecchetti.

L’uomo a testa in giù: l’icona di Baselitz che l’artista tedesco ha trasformato in una sorta di brand. Così anche in quest’ultima mostra Eroi d’oro che si è aperta all’Isola di San Giorgio a cura di Luca Massimo Barbero, nuovo presidente della Fondazione Cini. Inaugurazione col convitato di pietra: Georg Baselitz ha delegato alle opere ogni dovere di presenza, lui infatti dal 30 aprile veleggia verso le isole dove la mitologia ha dato casa agli eroi e ai giusti. Come stava accadendo almeno da una decina d’anni, anche il formato delle tele si è di volta in volta accresciuto e in questa occasione ha raggiunto i quattro metri di altezza. L’oro sembra unire spazio e corpo umano, l’uno incastonato nell’altro: il segno che delimita la figura su cui si agitano vortici di colori è simile a un’incisione rupestre. Anche se rappresentano uno spazio mistico, come nella pittura bizantina o nel Medioevo, queste tele gigantesche sembrano specchi di Alice che attraversano i mondi. Anche qui, per l’ultima volta, figure capovolte. Un principio di autenticazione della pittura prodotta dall’artista tedesco lungo i decenni.

Baselitz è emerso sulla scena internazionale con un manipolo di artisti tedeschi poi detti neoespressionisti, che reagivano alla crisi internazionale dell’arte astratto-concettuale verso la fine degli anni Sessanta annunciando l’imminente ritorno alla pittura. Era una lingua teutonica, che diventava il verbo Sturm und Drang dei cosiddetti Neue Wilde o Nuovi Selvaggi, e accomunava artisti come Gerhard Richter e Kiefer, Immendorff e Middendorf, Hödicke e alcuni loro discepoli (Lüpertz, Fetting, Zimmer) e altri di area svizzera e austriaca, come Disler e Anzinger. In Italia rispondeva la Transavanguardia, che Bonito Oliva avrebbe poi tentato di trasferire sul versante internazionale cooptando appunto anche il neoespressionismo tedesco e pittori americani come Schnabel e David Salle (anch’egli con una mostra a Venezia in queste settimane ospitata nell’altra sede Cini, poco distante dalle Gallerie dell’Accademia).

 

 

 

Georg Baselitz, Türkische Hose auf dem Treppchen (2025; olio e oro su tela, 460 x 300 cm). Inv. GB/M 2025.07.23 (GB 2998). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Türkische Hose auf dem Treppchen (2025; olio e oro su tela, 460 x 300 cm). Inv. GB/M 2025.07.23 (GB 2998). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Goldenes Gold (2025; olio e oro su tela, 450 x 300 cm). Inv. GB/M 2025.08.07 (GB 3003). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Goldenes Gold (2025; olio e oro su tela, 450 x 300 cm). Inv. GB/M 2025.08.07 (GB 3003). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Die goldene Kittelschürze (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.08.24 (GB 3009). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. 2026 Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Die goldene Kittelschürze (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.08.24 (GB 3009). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. 2026 Foto: Stefan Altenburger

Sono pochi gli artisti che hanno avuto il privilegio di “tirare delle conclusioni” sul proprio lavoro. Anzi, alcuni artisti hanno il terrore al solo pensiero che il loro percorso abbia una fine. Se Baselitz ha lavorato a queste dieci tele con quel pensiero, chi guarda non può rinunciare a chiedersi che cosa doveva compiersi. Una espressione apocalittica, pronunciata da Cristo sulla croce, poco prima di spirare, “Tutto è compiuto”, per quel che si può indurre era riferito a quanto le sacre scritture avevano profetizzato del Salvatore. Ma se lo vediamo come il momento dove il mondo si apre sull’abisso che porta l’Eroe morto in croce dentro l’Ade, nello Sheol, come dicono gli ebrei, il regno della morte, anche in questo caso vale più di prima il tutto è compiuto. Da lì non si torna, perché l’inferno probabilmente è questa coscienza di “essere morti” e non poter rimediare.

 

Mi sono sempre chiesto se dipingere figure a testa in giù avesse un valore etico per Baselitz, ma l’artista più volte ha dichiarato che quella “forma” (di questo stiamo parlando, non dell’illustrazione di una posa) fu un modo scelto per attirare l’attenzione, per farsi notare. Troppo banale, quasi americano nello scopo utilitario a cui veniva piegato qualcosa che non è un’assoluta novità per la pittura. Per esempio san Pietro segue il suo Signore sulla stessa strada della croce, ma viene crocifisso a testa in giù. Non fu, come si potrebbe pensare, una umiliazione inflitta dalla legge romana, ma una scelta: san Pietro volle sì seguire il suo padrone, ma umilmente non si sentiva degno di morire nello stesso modo. Per i romani crocifiggere un uomo a testa in giù era una punizione più dolorosa che doveva rappresentare un monito per chi fomentava rivolte. San Pietro scontò dunque il rincaro di prezzo perché il suo Signore da alcuni era considerato colui che avrebbe rovesciato il potere romano.

 

Ma questo rincaro c’è forse anche nella pittura di Baselitz? Un sovrappiù di tragicità? Difficile accettare l’idea che Baselitz avesse in mente una scelta così banale, farsi notare dalla critica, quando la figura a testa in giù ha indubbi valori “critici” fin dall’antichità. Sette anni fa, nuove tele di Baselitz vennero esposte alla Galleria dell’Accademia; il pittore tedesco, a differenza di Kiefer ultimo periodo, non ha mai ceduto, sia pure ripetendosi, al manierismo di chi raggiunta la fama ripete se stesso. In quella mostra ancora figure capovolte, nude oppure ritratti, segnate da una tavolozza assai più fredda, che spaziava dal grigio all’azzurro, da cui emergevano figure di un rosa pallido, attraversate da tracciamenti che diventano le linee costruttive di scale che i nudi scendevano, ma in realtà, trovandosi a testa in giù, era un moto ascendente a tutti gli effetti. Una idea che lontanamente mi ricorda il modo con cui Duchamp volle sconfessare la visione retinica della pittura realista, proponendo un nudo che scendeva le scale frammentandosi in tante schegge come uno specchio rotto (ed era già un superamento compiuto del cubismo).

 

Le figure capovolte si fanno notare di più così o se appaiono come sono in una relazione col reale? La cosa non deve essere giudicata solo come una furbizia (anche se forse lo fu in parte). Ma sarebbe quasi una boutade. Dilemma nannimorettiano del vengo e me ne sto in disparte o non vengo per niente? Altra pasta, altra epoca. Baselitz, a metà degli anni Sessanta, aveva dipinto un ciclo di eroi, figure titaniche, che emergevano esuberanti come un tubero catapultato fuori dalla terra, una sorta di tartufo pittorico che annunciava il parto di un nuovo tipo umano, i cui sentori non avevano ancora bisogno di potenziarsi capovolgendo il loro corpo e tornando dentro il grembo che li aveva partoriti. Era ancora, Baselitz, un artista memore della mitologia tedesca ritrovata da Beuys fino alla celebre piantumazione di settemila querce la cui opera venne terminata dal figlio dopo la morte dell’artista. Anche se poi Georg ne rifiutò la lezione. Le figure di Baselitz erano in realtà uomini-arborei, dendriti che vivevano sugli alberi e ne assumevano l’aspetto, abitatori, o meglio, figli di una umanità che non aveva ancora sposato la civiltà occidentale, ed esibivano corpi mitici cosparsi di nodi e fibre muscolari ritorte. Fu una grande anticipazione che la pittura ci dava di un talento artistico capace di trasfigurare il mondo, mentre sembrava che tutto fosse stato detto e niente si potesse inventare. Per questo non si giustifica molto l’affermazione dell’artista secondo cui un bel giorno provò a capovolgere un quadro e tutti notarono quella bizzarria, cominciarono ad accorgersi di lui convincendolo a perseverare fino a farne un suo marchio di fabbrica.

 

 

 

 

Georg Baselitz, Die Engel sind ausgefallen (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.08.19 (GB 3017). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Elke drei Flächen (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.09.19 (GB 3020). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. 2026 Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Elke drei Flächen (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.09.19 (GB 3020). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. 2026 Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Hält sich in der Mitte auf (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.09.23 (GB 3023). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger
Georg Baselitz, Hält sich in der Mitte auf (2025; olio e oro su tela, 300 x 215 cm). Inv. GB/M 2025.09.23 (GB 3023). Su concessione di Galerie Thaddaeus Ropac (Londra, Parigi, Salisburgo, Milano, Seul) © Georg Baselitz. Foto: Stefan Altenburger

Baselitz è pittore coltissimo, lo si vede nei disegni degli anni Sessanta. Non dipinge d’istinto, la sua pittura è testa e viscere, come gran parte dei pittori neoespressionisti tra gli anni Settanta e Ottanta. Ed è per questa meditazione sulla forma e sul segno scaturiti da dentro come un impulso vitale che la pittura tedesca dell’epoca incarna un momento fondamentale della storia dell’arte del secondo Novecento. Si può porla in relazione alla corrosiva opera antitotalitaria giocata dalla cultura occidentale verso la Cortina di ferro istituita dal comunismo sovietico e incarnata visivamente dal Muro di Berlino. Muri, mattoni, pietre, cortine comparivano anche nella pittura di Baselitz e dei suoi compagni tedeschi degli anni Sessanta, che stavano pagando ancora come inibizione della mente l’essersi macchiato il popolo tedesco sotto il nazismo della peggior colpa morale che l’uomo potesse immaginare. Anche Kiefer aveva cercato una strada liberatoria da questo fardello rappresentando figure intente al saluto nazista.

Baselitz confessò più volte il suo stupore di fronte al fatto che il “rovesciamento” della figura non fosse diventata una forma “di scuola”, cioè che non fosse imitata da altri. Perché non riusciva a comprendere che fosse mancata una evoluzione che, a dire il vero, fuori dal suo orizzonte individuale sarebbe poco credibile? Baselitz è un unicum; non sarà mai il creatore di una scuola. Baselitz si è ritrovano negli ultimi decenni a ripetersi: il ciclo del 2018, proprio per la riduzione della tavolozza ricca e debordante degli anni d’oro e del secondo decennio di questo secolo, sia pure con una maggiore artificiosità e freddezza mentale (dalle Negatives Pictures in bianco e nero del 2004-2007 ad altri “negativi” dove torna il colore nel 2012), richiama una sorta di nebulosa spaziale, come il venire alla luce dalla notte cosmica di vere e proprie apparizioni “a testa in giù” (i toni, pur diversi, evocano i quasi monocromi di alcune xilografie di metà anni Sessanta, che testimoniano un rapporto coi maestri antichi).

Figure angeliche, misteriose, sembrano stare sospese sopra di noi, speculari alla nostra condizione gravitazionale. Trattandosi di un pittore colto (nei disegni fine anni Cinquanta si vede il rapporto con la pittura rinascimentale di Giovanni di Paolo, delle Madonne di Rosso Fiorentino e Pontormo, del Beccafumi, ma prima ancora di Leonardo e Raffaello: come abbiamo detto, per altre strade l’oro ci porta indietro ai bizantini e ai medioevali, ma Baselitz è un divoratore di pittura e fra le sue pietanze preferite moderne ci sono ovviamente i pittori espressionisti tedeschi, ma anche l’insospettabile Bonnard). Forse si può vedere, soprattutto nell’aumento di misura dei formati su cui dipinge, nel gigantismo che accomuna un altro grande nome tedesco in questi ultimi anni, Anselm Kiefer, una tendenza all’accademismo come linguaggio della grandeur. Ma più è grande il cielo di Icaro, maggiore sarà lo schianto quando il sole sorgerà sopra di lui. Baselitz e Kiefer, due eroi dell’arte tedesca, che aspettano il giudizio della storia.

 

Maurizio Cecchetti

L’autore di questo articolo: Maurizio Cecchetti

Maurizio Cecchetti è nato a Cesena il 13 ottobre 1960. Critico d’arte, scrittore ed editore. Per molti anni è stato critico d’arte del quotidiano “Avvenire”. Ora collabora con “Tuttolibri” della “Stampa”. Tra i suoi libri si ricordano: Edgar Degas. La vita e l’opera (1998), Le valigie di Ingres (2003), I cerchi delle betulle (2007). Tra i suoi libri recenti: Pedinamenti. Esercizi di critica d’arte (2018), Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2019) e Gli anni di Fancello. Una meteora nell’arte italiana tra le due guerre (2023).

 

 

da : 4. ARTE.IT

https://www.arte.it/foto/il-mondo-al-contrario-di-baselitz-1671/4

 

LA MOSTRA DI BASELITZ A FIRENZE. AVANTI !

*** DAL 23 MARZO  AL 13 SETTEMBRE 2026

 

 

Baselitz a Firenze, oltre sessant’anni di pittura contro l’immagine
Al Museo Novecento di Firenze una grande retrospettiva dedicata a Georg Baselitz. Dipinti, incisioni e sculture ripercorrono un lavoro radicale. La figura si capovolge, la pittura diventa protagonista. Un ritorno nel capoluogo fiorentino che riattiva una memoria profonda dell’artista.

A Firenze, nelle sale del Museo Novecento, dal 25 marzo al 13 setembre 2026  Georg Baselitz mette in scena un attraversamento radicale della pittura. La mostra Georg Baselitz. Avanti ! riunisce circa 170 opere distribuite su più livelli, tra dipinti, incisioni e sculture, restituendo oltre sessant’anni di ricerca che non ha mai smesso di mettere in discussione l’immagine, il suo statuto e il suo senso.Il gesto di Baselitz è noto, ma continua ad essere destabilizzante: capovolgere la figura, sottrarla alla riconoscibilità immediata, costringere lo sguardo a fermarsi sulla pittura stessa. Non è un effetto, ma una presa di posizione. Il soggetto arretra, la superficie prende il controllo. Colore, materia, segno diventano il vero campo dell’opera. La mostra insiste su questa dimensione processuale, mettendo in evidenza anche l’incisione, pratica centrale e spesso meno osservata, dove il rapporto tra gesto e immagine si fa ancora più diretto, più fisico.

C’è poi un legame con Firenze che attraversa in filigrana il percorso: Baselitz vive qui negli anni Sessanta, dopo aver vinto il Premio Villa Romana. Un passaggio decisivo, che riaffiora come una memoria sotterranea in un lavoro che ha sempre fatto della frattura, del trauma e della trasformazione il proprio motore.

Georg Baselitz - Avanti ! al Museo Novecento di Firenze dal 25 marzo al 13 setembre 2026
Georg Baselitz – Avanti ! al Museo Novecento di Firenze dal 25 marzo al 13 settembre 2026- MANIFESTO DELLA MOSTRA
Georg Baselitz, Spaziergang (Walk) (from Spaziergang ohne Stock / Stroll Without a Stick), 2004, Acquatinta, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Jochen Littkemann
Georg Baselitz, Spaziergang (Walk) (from Spaziergang ohne Stock / Stroll Without a Stick), 2004, Acquatinta, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Jochen Littkemann
Georg Baselitz, Dresdner Frauen - Elke (Women of Dresden – Elke), 1989-2023, Bronzo patinato e pittura ad olio, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Manuel Nieberle
Georg Baselitz, Dresdner Frauen – Elke (Women of Dresden – Elke), 1989-2023, Bronzo patinato e pittura ad olio, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Manuel Nieberle
Georg Baselitz, Das Pferd (The horse), 2006, Linoleografia, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Jochen Littkemann
Georg Baselitz, Das Pferd (The horse), 2006, Linoleografia, Collezione privata | Courtesy © Georg Baselitz 2026 | Foto: Jochen Littkemann
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2 risposte a 1. Wikipedia + 2. FRANCO FANELLI, 14 giugno 2026 — Ritratto di Baselitz GDA +M. Cecchetti, Il Giornale dell’Arte, 14-06 + ARTE.IT / FIRENZE

  1. Chiara Salvini scrive:

    il blog: da ” donna della strada ” voglio dire che ci saranno pochi tra noi che, in quest’epoca, non si sentano girati con la testa in giù e i piedi in su, per dire uno sconvolgimento inenarrabile. Cioè, questo pittore che veniva da un’epoca terribile, parla oggi di noi e di cosa stiamo soffrendo forse più di tante parole che, sono – quando a senso – comunque benedette

  2. uiuilibrio scrive:

    Io direi un pittore “tragico”, per cui la tragedia è quotidiana.

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