ANCORA UN RICORDO PER ILARIA OCCHINI, QUI INTERVISTATA DAL GRANDE ANTONIO GNOLI PER REPUBBLICA DEL 04 MAGGIO 2015 –VIGNETTA DI MANELLI

 

Ilaria Occhini e Raffaele La Capria: «Un amore immenso in 58 anni»

ILARIA OCCHINI E RAFFAELE LA CAPRIA –DA IL CORRIERE

 

 

REPUBBLICA DEL 04 MAGGIO 2015

https://www.repubblica.it/cultura/2015/05/04/news/ilaria_occhini_non_saro_mai_pacificata_ancora_balbetto_la_prima_battuta_-113473000/?SSID=F1B752170FB9D819FBEB746820384989D376913029E0B908537A6FEA3ABFBDC740B0187AF3451AA38B412E97755237EB5C6A25DE9EA9F4A7B3FF0B754EC105ABCA700BEEAFD5711A228DE71FF3D91288A55AB3C7E4864C55

 

 

Ilaria Occhini: “Non sarò mai pacificata, ancora balbetto la prima battuta”

 

L’attrice fiorentina diretta da Visconti, Risi, Ronconi, Patroni Griffi: “Luchino Visconti aveva un’estetica esibita e classica, minacciata a volte dal suo lato isterico. Quando si invaghì di Delon c’era solo lui. E Alain sentiva di essere il prescelto”

DI ANTONIO GNOLI 
 

FORSE ha perfettamente ragione Raffaele La Capria quando, rivolgendosi all’amore di quasi tutta la vita, le dice: “Ho l’impressione cara che dovrei allontanarmi. Non ascoltare quel che dici. A un estraneo si raccontano cose che è giusto non sentire”. E lei, Ilaria Occhini, lo guarda con tenerezza e imbarazzo. E gli dice di restare perché le sue parole non tradiranno. È una scena di una bellezza senza rimorsi. Come tra due amanti che ritrovino la ragione profonda dello stare assieme. Sorridono. Raffaele con una leggera irrequietezza. Ilaria mostrando la tensione di un esordio: “Non mi abituerò mai a pronunciare la prima battuta. La sento tra la lingua e il palato. Come una sorsata di buon vino. La voce ne sciacqua il timbro. Cerco di modulare, ritmare, impostare. Ma ogni volta è morire”. Pronuncia “morire” stringendosi le mani.

Sa una cosa?

“Cosa?”.

È sorprendente questa dichiarazione di insicurezza.

“Perché?”.

Da una donna bella, ammirata, fotografata, descritta, ci si aspetterebbe una presenza piena e sicura.

“Se a volte posso essere determinata, la determinazione non è il mio tratto distintivo. Non amo la prepotenza, però mi piacciono le figure forti. Di solito c’è in loro una chiarezza maggiore. Ho spesso pensato che il teatro, diversamente dal cinema, si nutre di una forza interiore, primitiva. Elementare. Di una chiarezza esistenziale che il cinema non ha. Anche se col cinema ho iniziato la mia carriera”.

In che maniera?

“Cercavano una liceale per un film di Luciano Emmer. Fui segnalata al regista. Il suo aiuto, Francesco Rosi, venne appositamente a Firenze dove vivevo. Sulla terrazza di casa ci fu il provino. Andò bene. Interpretai la parte di una studentessa. Un ruolo corale in un film che descriveva bene i turbamenti e i problemi di una gioventù dopo la guerra. Era il 1953. Ricordo anche la fotografia diretta da Mario Bava, che sarebbe diventato in seguito un regista cult”.

Che ricordo ha di Emmer?

“Ho spesso pensato a lui come a un grande artigiano del cinema. Sul set era un uomo spiritoso. Ma devo dire che dopo quella esperienza non pensai minimamente di dedicarmi al cinema. Però accadde un episodio che mi riportò dentro quel mondo”.

Quale?

“Durante un grande ballo a Firenze, Henry Clarke mi dedicò una serie di scatti. Una mia foto finì sulla rivista Vogue con la didascalia: “La bella italiana”. Robert Bresson le vide e mi fece contattare. Cercava il ruolo di protagonista per La Princesse de Clèves. Andai a trovarlo a Parigi. Emozionata di trovarmi davanti a un grande regista. Mi disse che ero adatta ma che dovevo migliorare il mio francese. Sei mesi dopo avevo un accento perfetto. Ma il film non si fece. Una questione di diritti bloccò la produzione. E Bresson rinunciò a girare il film”.

Immagino la sua delusione.

“Provai dolore. Credevo in quel ruolo. Credevo nelle mie possibilità. In quei mesi, di studio, sentivo crescere progetti e certezze. Tutto andò in fumo. Che fare? Pensai che la cosa più naturale fosse di iscrivermi all‘Accademia d’Arte Drammatica. Feci il provino con gli occhi chiusi tanta era forte la tensione. Ottenni l’ammissione. E così nacque la mia storia con il teatro”.

Chi frequentava allora?

“Divenni amica di due persone più grandi di me: Mario Missiroli che sarebbe diventato un eccellente regista teatrale. La prima volta che lo vidi gli chiesi se conosceva i Casini. La mia famiglia era molto amica dell’editore Gherardo Casini che aveva frequentato mio nonno, Giovanni Papini. Mario mi guardò con ironia: ma certo che conosco i casini, sono un autorità in materia. E poi scoppiò in una risata. L’altro grande amico fu Luca Ronconi”.

Un talento anaffettivo, si è detto di lui.

“Lo era nel senso che sapeva avere un distacco dalle cose. Ma credo che gli costasse. A un certo punto della sua vita Luca avvertì una specie di crisi creativa. Non riusciva più a scrivere. Per questo andò in analisi”.

Perché le viene in mente questo episodio?

“Penso che le persone non sono mai una sola cosa. Luca, a un certo punto, cominciò a liquefarsi. Provavo pena ma anche sollievo per un amico che aveva perso sicurezza. Pensavo che fosse un’occasione per rinascere. Come del resto è poi accaduto. Ci rendiamo conto degli amici quando abbiamo la sensazione di perderli. E poi è bellissimo ritrovarli”.

Si perdono per i motivi più diversi.

“È vero, anche per stanchezza. L’amicizia richiede uno sforzo, un esercizio continuo con l’altro non indifferente”.

Anche in amore è così?

“In amore c’è la sopportazione del quotidiano. Qualcosa talvolta di eroico e di misterioso. Ma anche di terribile. Le piccole viltà. Il bisogno del quieto vivere. L’amore è una scuola di resistenza”.

Anche una scuola di recitazione?

“In certi casi sì. In certi casi si recita a soggetto”.

Come è stato il suo esordio teatrale?

“Grandioso e catastrofico allo stesso tempo”.

Cioè?

“Era la fine degli anni Cinquanta e, grazie agli sceneggiati, stavo riscuotendo un successo notevole in televisione. Ero diventata famosa. Volevo fare teatro e pensai di avvicinare Visconti, che non conoscevo. Sapevo però che cercava un ruolo per un suo Goldoni. Telefonai a Paolo Stoppa che era il tramite con Luchino. Paolo era un uomo greve e cinico. Ai suoi occhi ero solo un pezzo di carne. Doveva solo stabilire se pregiata o no. Alla fine chiamò Visconti il quale, dopo avermi vista, mi scritturò. Debutto, qualche mese dopo, alla Fenice di Venezia”.

Cosa accadde?

“Preparai la mia parte con grandissimo impegno. Mi sentivo perfetta. La sera della prima Luchino mi disse: sarà un esordio indimenticabile. E tale fu. Quando vidi la platea, un mare di smoking bianchi, fui presa dal panico. La voce cominciò ad andare per conto proprio. Non la controllavo. Non controllavo il respiro. Ero nel pallone. Questo fu il debutto: un disastro. Visconti restò sconcertato. Deluso”.

Lei cosa provò?

“Mi sarei scavata una fossa per nascondermi. Mi sentivo ridicola, inadeguata, cretina. Ma soprattutto avvertivo un senso di vergogna per aver tradito le aspettative di chi credeva in me. Visconti fu straordinario e mi sostenne comunque. Quanto a me, per anni mi sono portata dentro questo fallimento. E ancora oggi sento come uno stordimento ogni qualvolta inizio qualcosa di teatrale”.

È diverso dal cinema?

“Nel cinema c’è una meccanicità che il teatro non conosce. Il teatro è un viaggio sentimentale. Pieno di insidie e tormenti. Ronconi lo vedeva come una discesa nelle parti meno note dell’anima. Visconti come una specie di risalita. Il gioco è tutto qui: perdersi e ritrovarsi; oppure trovarsi e poi perdersi”.

Chi era più bravo in questo gioco?

“Forse Visconti. Aveva un’estetica più esibita, più classica. Minacciata a volte dal suo lato isterico”.

Isterico?

“Sono sensazioni. Ricordo quando Luchino si invaghì di Alain Delon. Non c’era che lui. E Delon, in qualche modo, sentiva di essere il prescelto. Un giorno, a casa di Visconti, sentii le urla di Delon contro un cameriere che aveva sbagliato nel portargli una certa cosa. Istericamente Luchino si accodò a quelle urla, rincarò l’episodio maltrattando il povero cameriere. Le ingiustizie dei grandi”.

So che ha lavorato con Delon.

“In un film di produzione francese. C’era anche Jean Gabin. Non parlavano che di donne o di cibo. Ascoltarli fuori dal set faceva precipitare velocemente il loro fascino. Comunque regalai a Gabin un bel pezzo di parmigiano. Non lo so. Mi pareva che le due cose si somigliassero”.

Non capisco se lei sia una donna più adirata o più sorpresa dalla vita.

“Adirata no. Sorpresa direi di sì. Per esempio ho avvertito con stupore e disapprovazione un profondo mutamento di giudizio nei riguardi di mio nonno Giovanni Papini”.

Cosa intende?

“Sono stata, come nipote, la persona che negli ultimi anni gli fu più vicino. Ma ricordo perfettamente il periodo fiorentino e le persone che venivano a omaggiare il nonno. Una rincorsa. Poi finita la guerra le stesse persone cominciarono a insultarne la figura, a dire che Papini era stato un mascalzone. Come era possibile che lo stesso uomo, prima venerato, fosse stato ridotto alla stregua di un mostro? Questo non fece che alimentare le mie incertezze giovanili”.

Una spiegazione era possibile.

“E quale, che il nonno era stato fascista? Tutti, tranne qualche eccezione, lo furono”.

Lo si accusò di aver firmato il “manifesto della razza”.

“Ma questa è una balla! Non risulta, per quello che ne so, da nessuna parte un’adesione del genere. Oltretutto nel 1939, cioè un anno dopo quel famigerato documento, il nonno scrisse un articolo sulla rivista Frontespizio contro i teorici della razza. Perché avrebbe dovuto firmare?”.

Forse perché proprio quell’anno era stato eletto accademico d’Italia. Non si occupava quel posto senza una fedeltà dichiarata al fascismo.

“Intanto anche Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Marinetti furono nominati accademici. Erano fascisti? Sì, lo erano. Come lo fu il nonno, ma senza nefandezze”.

Anche suo padre, Barna Occhini, fu un esponente culturale del fascismo. Come furono i rapporti tra voi?

“Nonostante tutto molto affettuosi. Capivo la sua irruenza. Il suo orgoglio. Mio padre era un critico d’arte e un letterato. Aveva una propria concezione dell’onore. C’è una sua lunga lettera, che in parte lo storico Renzo De Felice pubblicò, nella quale mio padre se la prendeva con Mussolini. È una lettera del 1944. Un atto di accusa non contro il fascismo ma contro la viltà del duce. Lo accusa di essersi ritirato e di non far nulla per combattere i tedeschi che ci depredano. “Non ha niente da dire?”, scrive. “Voi restate nascosto e inaccessibile in un misterioso angolino d’Italia”. Questo era mio padre. E quando è morto, Antonello Trombadori che gli fu amico, nonostante fossero politicamente agli antipodi, mi disse: “Ilaria ho stimato molto tuo padre e gli ho voluto bene””.

Si parlava poc’anzi dell’amore. Una grande storia è stata quella di lei con La Capria, che è qui presente.

“Mi fa piacere che ci sia. Lui dice che la verità quando si è vecchi diventa più importante della poesia”.

Cosa vuol dire?

“Che in fondo non vale la pena dipingersi migliori di quello che si è. Io, ad esempio, sono stata si dice bellissima. Non credo di esserlo più. Mi dico, cosa penserà la gente quando esco in strada dopo ore di trucco? Non è ridicolo tutto questo affannarsi?”.

Com’è il vostro rapporto?

“Dudù dice che siamo come questa foto: due vecchietti che sorridono. Lui si sente pacificato. Ha buoni rapporti con le persone e il mondo”.

E lei?

“Meno. Molto meno. Dudù dice che sono una “scassacazzi”. Non la classica moglie adorante. Dice che non mi piace mai niente di quello che scrive. Non è vero. Gli fa comodo pensarlo. Ma non è vero. Ma dopotutto io sono un’aristocratica e lui un borghese”.

C’è un racconto di suo marito molto bello e molto crudo in cui mette un po’ a nudo il vostro rapporto che iniziò nel 1961.

“Fu l’anno in cui vinse lo Strega. Ci innamorammo perdutamente e perdutamente siamo stati insieme”.

In questo racconto parla anche di tradimenti.

“Ognuno ha il diritto di dire quello che vuole. Di confessarsi pubblicamente. È stato un rapporto lunghissimo. Capisco le rivendicazioni. I momenti alti e bassi. Ci siamo conosciuti. Ci siamo fatti del bene e del male. E questo è tutto”.

Proprio tutto?

“Non ci sono più terre selvagge da sognare. O da conquistare. Magari a questo punto uno ricorre al viatico divino. Mi colpì molto mio nonno che dopo essere stato un fervente mangiapreti si convertì profondamente. È morto facendosi leggere i Vangeli. Come uomo passò gli ultimi anni della vita afflitto da una devastante sclerosi. Il male progrediva. Fino a quando perse tutto. Gli restò solo il movimento di un dito e con quello, per comunicare, indicava le lettere dell’alfabeto. Ecco cos’è un intellettuale eroico. Non quegli stronzi che ne fecero una macchietta”.

Finiamo in gloria?

“Ma no, finiamo come abbiamo cominciato. Io che prendo la parola e balbetto. Mi emoziono. Rido e piango. Ilaria, mi dico, il guaio non è essere vecchi, ma sentirsi giovani “.

Una risposta a ANCORA UN RICORDO PER ILARIA OCCHINI, QUI INTERVISTATA DAL GRANDE ANTONIO GNOLI PER REPUBBLICA DEL 04 MAGGIO 2015 –VIGNETTA DI MANELLI

  1. Donatella scrive:

    Molto bella questa intervista, che sembra essere assolutamente autentica.

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